I nostri libri

Prima di passare alla presentazione di quattro volumi, vorrei rispondere ad alcuni amici che mi chiedono perché le rubriche dedicate ai libri escono così di rado. La risposta è molto semplice: ascoltare un disco occupa due, tre ore. Leggere un libro, con la dovuta attenzione, molto di più.

Aldo Gianolio – “Il trombonista innamorato e Altre storie di jazz” – Robin Edizioni – pgg. 280, € 18,00
E’ possibile parlare seriamente di jazz ma inducendo il lettore ad un sorriso tanto più prezioso in questo momento storico così terribile? Certo è difficile, molto difficile, ma ci si può riuscire a patto che siano rispettate determinate condizioni: che lo scrittore sia veramente tale e cioè che sappia padroneggiare altrettanto bene la materia trattata (il jazz) e la lingua italiana; che lo stile narrativo sia piano ma non banale sì da condurre il lettore in una dimensione diversa dalla realtà ma del tutto credibile; che tutta l’opera sia pervasa da un sottile umorismo di fondo. Ebbene tutte queste caratteristiche le trovate appieno nel libro in oggetto, grazie alla competenza di Aldo Gianolio critico ben noto e apprezzato negli ambienti jazzistici.
Il volume si articola attraverso quaranta ritratti di jazzisti più o meno noti, in rigoroso ordine alfabetico, partendo da Cannonball Adderley per chiudere con Lester Young. In realtà molti di questi ritratti li avevamo già letti nel precedente libro dello stesso Gianolio, “A Duke Ellington non piaceva Hitchcock”, per cui “Trombonista innamorato” si presenta come una riedizione ampliata del precedente volume. L’impianto narrativo rimane ovviamente lo stesso: le storie sono raccontate dal musicologo John Ferro, in perenne polemica diretta con Bill Olsen, “biondino saccente della nuova critica di Chicago” ma più in generale con tutti gli altri critici di jazz.
Così Gianolio, attraverso Ferro, ci introduce nel mondo del jazz parlandoci, contemporaneamente della cultura afroamericana, dei locali dove si esibiscono i musicisti e le città americane dov’è nato e cresciuto il jazz.
Tutti e quaranta i ritratti sono godibili; personalmente ho molto apprezzato la descrizione della tempesta di sabbia che si è abbattuta sulla corriera di Fletcher Henderson e la descrizione del concerto alla Massey Hall di Toronto il 15 maggio 1953.
Comunque per chiudere preferisco soffermarmi su quello che dà il titolo al libro: il trombonista innamorato è un tale Alexander Balos “Williams, detto “Sandy” (1906-1991) il quale è divorato dalla passione per una donna, l’avvenente Magnolia. Nonostante il padre di lei l’abbia promessa in sposa a un facoltoso tabaccaio di Boston, il trombonista riesce comunque ad incontrare l’amata, a conquistarla tanto da fare l’amore “per quattro ore difilate senza risparmiarsi, dimagrendo ognuno come minimo due chili”.
Il libro è corredato da disegni assai gustosi dello stesso autore.

Maxine Gordon – “Dexter Gordon” – EDT/Siena Jazz – Traduttore: Francesco Martinelli – pgg. 320, € 22,00
Dexter Gordon è stato uno dei più grandi sassofonisti che abbiano attraversato la storia del jazz, personaggio assolutamente unico e non solo per la sua musica; un solo dato per lumeggiare al meglio quanto precedentemente detto: Gordon è l’unico jazzista che sia stato candidato all’Oscar come attore protagonista in “Round Midnight – A mezzanotte circa” il celebre film del 1986 diretto da Bertrand Tavernier, che vinse l’oscar per la migliore colonna sonora firmata da Herbie Hancock; sempre per la sua performance nel film Gordon vinse nel 1987 il premio Donatello quale miglior artista straniero. E ancora non è un caso se per tutto il 2013, in occasione dei novant’anni dalla sua nascita, venne celebrato in varie parti del mondo, dalla Danimarca agli Stati Uniti, dalla Francia alla Svezia, e così via.
Le complesse vicende che hanno accompagnato la vita artistica e umana del celebre sassofonista sono perfettamente lumeggiate in questo libro che, nato come una autobiografia, è stato poi ultimato dalla moglie Maxine e presentato in italiano con la sempre puntuale e competente traduzione di Francesco Martinelli.
Ciò premesso, bisogna dire che la lettura del libro è una vera gioia per chi ama il jazz e ancora di più per quanti ben conoscono l’arte di Dexter il quale viene a ragione considerato da un lato il musicista che ha portato il linguaggio del bebop sul sax tenore e dall’altro uno dei simboli del cool jazz.
Il libro prende le mosse da quel 1987 quando a Gordon venne l’idea di scrivere la sua biografia, impresa che avrebbe voluto affrontare con James Baldwin purtroppo scomparso nel dicembre di quello stesso anno. Gordon cominciò quindi a scrivere coadiuvato dalla moglie con l’intento di raccontare non solo la sua di storia ma anche “la storia della cultura dei musicisti di jazz più creativi, la storia dell’amore per James Baldwin e per altri brillanti scrittori, la storia del modo in cui l’America accoglieva e allo stesso tempo respingeva persone di colore tra le più intelligenti e creative”. Obiettivo raggiunto? Assolutamente sì.
Il fatto è che seguire la vita di Gordon è come vedersi scorrere dinnanzi agli occhi la storia stessa della musica jazz con le sue mille sfaccettature. Di qui l’affrontare due delle tematiche più importanti nella vita dei jazzisti afro-americani, la droga e l’emigrazione. Dexter cadde nelle spirali della tossicodipendenza per tutti gli anni ’50, essendo stato arrestato per la prima volta nel 1946 cui fece seguito due anni dopo la prima detenzione. E poi per tutti gli anni ’50 la scomparsa dai palcoscenici e il tentativo finalmente riuscito di liberarsi dalla scimmia. Nei primi anni ’60 l’altra svolta nella vita e nella carriera di Dexter: la voglia di lasciare gli States per trasferirsi in Europa, così come avevano fatto molti altri jazzisti. E nel vecchio Continente Gordon ottiene il successo che merita tano da ritornare a New York quattordici anni dopo accolto finalmente come una star.
Insomma una lettura allo stesso tempo interessante per quanto ci svela della vita di Gordon… e non solo, e piacevole per lo stile adoperato sempre coerente e soprattutto sempre lontano da qualsivoglia esercizio retorico.

Guido Michelone – “Musica e politica – Il ventennio che ha cambiato il mondo 1958-1978” – Melville Edizioni – pgg.300, € 19,90
Uno dei parametri per valutare la valenza di una pubblicazione è la quantità di informazioni che ci viene veicolata e il modo in cui le stesse sono articolate all’interno di un quadro coerente e ben strutturato.
Ecco, da questo punto di vista, il nuovo volume di Guido Michelone risponde appieno a chi dalla lettura di un volume si attende quanto sopra detto.
Se poi il lettore è stato egli stesso testimone degli avvenimenti narrati, ecco che il piacere della lettura si moltiplica…ed è quanto accaduto al vostro recensore che di quegli anni è stato testimone non sempre passivo.
In effetti il volume si occupa del rapporto tra musica e politica nell’arco temporale che va dal 1958 al 1978. Venti anni che sono stati determinanti non solo per la musica ma per il pianeta nella sua interezza. Ovviamente tutto questo si è riflesso con particolare virulenza sul nostro Paese che ha dovuto attraversare momenti davvero difficili e complicati.
Comunque, come accennato, il libro prende in esame soprattutto il rapporto tra politica e musica: la prima influenza la musica fra utopie, speranze, disillusioni, mentre la musica s’ispira alla politica nel costruire il presente e il futuro, senza perdere alcunché dell’identità comunicativa e del fascino spettacolare. La genesi del volume è illustrata dallo stesso autore laddove spiega che il libro “nasce da una serie di articoli pubblicati su quotidiani e riviste, nel corso degli ultimi anni: brevi saggi attraverso 29 leader carismatici che, in maniere spesso tra loro diversissime, simboleggiano un ventennio definibile rosso”. Ecco dunque sfilare sotto i nostri occhi, anno per anno, musicisti straordinari come, iniziando dal 1958, Gianni Coscia, Luciano Berio, John Cage…accanto a leader politici come Fidel Castro, Kennedy, Che Guevara…e via di questo passo fino all’ultimo anno preso in considerazione, il 1978, con tutte le drammatiche vicende che l’hanno purtroppo caratterizzato (su tutti rapimento e assassinio di Aldo Moro).
Per meglio lumeggiare il rapporto tra musica e politica, per ogni capitolo l’autore indica una serie di musiche (album o singoli pezzi) da ascoltare costruendo così un percorso musicale di grande interesse. Il volume è corredato da una ricca bibliografia mentre, personalmente, avrei molto gradito anche un indice analitico.
Insomma una lettura ed un ascolto che possono farci rivivere emozioni magari sepolte da uno spesso strato di nostalgia.

Luigi Onori – “PERIGEO Una storia tra innovazione e sperimentazione” – Stampa Alternativa – pgg. 125 € 14,00
Il mondo del jazz italiano conosce bene e apprezza le doti di Luigi Onori, del prof. Luigi Onori, quale critico e saggista informato e puntuale. Personalmente frequento Luigi da qualche decennio e non a caso mi onoro di annoverarlo tra i collaboratori del blog su cui state leggendo queste righe. Insomma non ci voleva certo questo volume per determinare ciò che penso di Onori, ma dal momento che adesso parliamo di libri diciamo subito che la storia del Perigeo, così come ci viene presentata in questa occasione, conserva intatta quella carica di prorompente novità che accompagnò la sua comparsa nel panorama musicale non solo italiano.
Siamo nei primissimi anni ’70, quindi almeno in parte lo stesso periodo analizzato da Michelone nel libro di cui sopra; esce il primo volume del Perigeo e Onori riesce ad inquadrare perfettamente il clima in cui si colloca questo album, un’atmosfera non del tutto favorevole a queste innovazioni che avrebbero collocato Tommaso e compagni tra i pionieri del jazz-rock italiano. Ecco quindi le stroncature da parte di personaggi da tutti considerati tra i massimi conoscitori del jazz confrontarsi con le opinioni di chi, viceversa, vede nel Perigeo il germe di una nuova musica molto più coerente e adatta al tempo che si vive. Ecco affermarsi l’ideologia dell’autoriduzione e della musica gratuita per tutti, fonte di grandi contrasti ideologici. Ecco, quindi le masse giovanili che accorrono ai concerti del gruppo, ecco un grandissimo come Joe Zawinul preoccupato del fatto di avere come spalla ad un concerto dei suoi Weather Report proprio il Perigeo. E chi scrive ricorda perfettamente quel periodo e di aver accolto immediatamente con grande favore quella nuova musica anche perché pochi anni prima – nel 1969 – avevo ascoltato Miles Davis presentare a Juan Les Pin alcuni brani della sua nuova straordinaria creatura “Bitches Brew”, “scintilla scatenante” – come ricorda Giovanni Tommaso – per la nascita e lo sviluppo del Perigeo.
Tutti questi elementi li ritroviamo nel libro di Onori che racconta la storia del gruppo con quello stile asciutto, piano, che gli è congeniale, facendo parlare spesso i diretti interessati, vale a dire i componenti del gruppo. Così il volume si apre tracciando una biografia dei singoli componenti: Giovanni Tommaso, Franco D’Andrea, Bruno Biriaco, Claudio Fasoli di estrazione jazzistica e Tony Sidney chitarrista di formazione classica ma presto trasferitosi nel campo del rock.
Nel secondo capitolo si analizza la nascita e la crescita del gruppo per ricostruire la storia “genealogica” del Perigeo; nel terzo si analizzano le registrazioni in studio e quelle dal vivo; nel quarto e ultimo capitolo una lunga intervista con Giovanni Tommaso, anima fondativa del gruppo.
Particolarmente interessante il capitolo in cui vengono analizzate le registrazioni del gruppo anche se per una più corretta fruizione è indispensabile accompagnare la lettura del testo con l’ascolto della relativa musica.
Il volume è corredato da una esaustiva bibliografia e da un sempre utilissimo indice dei nomi. Un’ultima notazione cui ricorro spesso: perché mettere le note a fine volume e non a pié di pagina come si faceva una volta?

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Claudio Fasoli, sassofonista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Claudio Fasoli, sassofonista

-Come sta vivendo queste giornate?
“In questi giorni molto particolari penso e vivo rendendomi conto che siamo immersi in qualcosa che mai avevamo avuto occasione di vivere così intensamente; forse era successo ma mai con questa intensità e necessità, come quella di stare chiusi in casa, Ricordo confusamente altre situazioni ma mai erano tali da entrare così violentemente nel quotidiano. Sembra che il tempo si sia fermato, che nulla succeda, che gli autobus pian piano si fermeranno, le strade siano già vuote: oggi ad esempio ho visto dal balcone di casa 3 macchine ad un semaforo ed erano settimane che non mi succedeva. Tutto il quotidiano è stato cancellato fuori di noi e anche il dentro vacilla un po’”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Onestamente debbo dire che mi mancano un po’ le prove, il palco, gli allievi, la mia musica suonata insieme… sono stati cancellati concerti, stage, incontri, prove, ecc…  e il danno economico non è trascurabile. Però per fortuna sto bene e quindi questa è la cosa più importante”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Lavoro da una vita e ho cercato di organizzarmi”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“La fortuna è vivere accanto ad una persona vivace e intelligente che è mia moglie, quindi la casa è condivisa e anche il resto. Naturalmente lo ritengo un privilegio dato che ho vissuto a lungo anche solo ed è molto diverso”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Credo che nulla cambierà. Tutti attendiamo di ritornare al “come prima” perché è già noto e tranquillizzante, cambiare vuole dire affrontare un qualcosa d’ignoto e ciò può esser vissuto come destabilizzante. È vero che potrebbe essere una opportunità ma non la vedo possibile dato che tutti pensiamo ad un “ideale” diverso e quindi siamo tutti pronti a disilluderci se le nostre aspettative non si realizzano. Sarebbe necessario che si affrontassero cambiamenti strutturali insieme. Dare valore alla cultura e al rispetto reciproco sarebbe già un cambiamento culturale sostanziale, non solo in Italia…”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Tutti noi musicisti abbiamo con la Musica un rapporto esistenziale quotidiano e certamente la Musica per noi ha un valore catartico. A me aiuta molto l’ascolto e lo studio, il rapporto con lo strumento e con il pentagramma, la Classica e il Jazz nelle loro espressioni più coinvolgenti. Sono felice che tutto ciò sia disponibile e questo mi mantiene viva l’energia e la fiducia anzi la sicurezza di guardare avanti a prossimi progetti, a prossime realizzazioni, a prossimi sogni, a prossimi incontri con altri suoni, con altri pensieri musicali. A tutti i fruitori della Musica penso che possa senz’altro dare forza, fiducia, consolazione, entusiasmo”.

-Se non alla musica a cosa ci si può affidare?
“Credo che ognuno di noi abbia dentro di sé la sua “Musica” alla quale affidarsi. Credo cioè che sia il caso di guardarsi schiettamente dentro per trovare quanto desideriamo realizzare o semplicemente vivere come potrebbe essere un grande innamoramento o una grande ambizione: può essere un figlio, può essere una carica, un titolo, una casa …”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Penso sia un modo per invitare al rispetto reciproco, ad avere atteggiamenti responsabili perché da ciascuno di noi dipende la salute di tutti. Per qualcuno i richiami all’unità rimarranno retorica”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
“Non è facile decidere in mezzo a questo bombardamento mediatico: ogni mossa o decisione viene subito divorata dalle tigri e quindi non invidio nessuno di coloro che hanno quelle responsabilità. Penso che abbiano fatto il meglio possibile, chi in buona fede chi in malafede”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Il Jazz ha già fatto molta strada a livello istituzionale grazie al Midj (Musicisti Italiani di Jazz) che lo rappresenta ma molta altra rimane da fare perché il Jazz venga riconosciuto come valore e risorsa. Proporrei cose già ampiamente realizzate in altri paesi europei. Chiederei di sostenere la Musica Jazz come fonte inesauribile di creatività, di pensiero alternativo, di produzione di “nuovo” “.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Per la mia formazione sono stati importanti alcuni musicisti nella storia infinita del Jazz: i primi 12 nomi cominciano con Miles Davis e proseguono con Lee Konitz, Wayne Shorter, John Coltrane, Elvin Jones, Paul Chambers, Brad Meldhau, Tony Williams, Antonio Vivaldi, Johann Sebastian Bach, Claude Debussy, Maurice Ravel, ma non è una classifica e non finisce qui… E poi suggerisco i miei dischi!”.

                                                                                                                   Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste… in Sicilia: Francesco Branciamore, batterista, pianista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Francesco Branciamore – Batterista, pianista

-Come sta vivendo queste giornate?
“Sicuramente mordendo il freno in attesa che qualcuno ci dia una data definitiva per ritornare al fluire normale pur con le dovute precauzioni”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro; pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Intanto l’annullamento di alcune date per l’emergenza ha influito sull’umore musicale. Preparare un concerto richiede un dispendio d’energie non indifferente, come nel mio caso per il piano solo. Se ne esce continuando a rinforzare la vis creativa con nuove composizioni e a prepararsi ancora meglio al primo concerto utile che faremo. Il futuro spero sia migliore di questo che stiamo vivendo noi musicisti e jazzisti in modo particolare, che abbiamo sempre suonato senza paracadute di alcun tipo. Quindi prevedo concerti con meno gente, anche per grosse star, perché le sale da concerto saranno rimodulate per garantire la distanza di sicurezza, magari faranno due turni nello stesso giorno per artista, per permettere a tutti di gustare la performance”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?  
“Sono concertista e docente di composizione jazz al conservatorio di Vibo Valentia, in stato di stabilizzazione, con cattedra annuale”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“La mia famiglia è un piccolo nucleo familiare, siamo 3 persone. Io, mia moglie, docente di Storia dell’Arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di  e mio figlio ventenne prossimo alla maturità al liceo scientifico. Diciamo che per adesso lo status di sopportazione reciproco è buono. Forse perché ognuno ha un suo spazio vitale  annullarsi e rigenerarsi. Comunque una bella esperienza. Cerchiamo di animarci l’un l’altro inventandoci ruoli per stupirci reciprocamente e quale miglior modo se non cimentarsi a turno in cucina?  A parte qualche lieve malessere allo stomaco, specialmente quando sono io ai fornelli, il resto è condivisibile”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Direi che saremo più selettivi. Perché continuare ad abbracciare gente che è stata lontana da noi in un momento in cui il contatto, anche se virtuale, poteva accendere entusiasmo e spegnere ansie? Direi pochi ma buoni, come le note in musica, Miles Davis docet”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica è un grande antidoto universale, sia per chi la fa che per chi l’ascolta. Me ne accorgo con i miei studenti, con cui sono in contatto giornalmente. Non li ho mai visti lavorare così tanto e sentirli così vicino. Vogliono sicurezze e abbracciando la musica in toto riescono ad avere quella leggerezza positiva che permette loro di superare questo difficile momento”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Ognuno ha un suo angolo di fede e la cerca dove è abituato a cercarla”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Beh, si stanno muovendo tutti verso un over exposition per mettersi in luce per raccogliere fondi. Mi riferisco agli artisti di musica pop in genere e non solo, a cui va riconosciuto il merito. Ma quelli famosissimi, tipo le regine e i re dello show business con lauti guadagni di diritti d’autore e con conti in banca sostanziosi, potevano far a meno di fare il siparietto mediatico e invece fare di tasca propria una donazione alla protezione civile. Il jazz non ha di questi leoni in Italia, se non davvero pochi”.

-E’ soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
“Oggi la Siae manda a tutti i soci un invito a corrispondere un buono spesa agli artisti bisognosi. La NuovoImaie ha organizzato un fondo già attivo per emergenza Coronavirus per dare un contributo a tutti coloro che hanno avuto date annullate da aprile a giugno, ben fatto quindi. Il MIDJ e altre istituzioni jazz  so che si sono mosse in tal senso, ma hanno solo chiesto  per adesso, si attende che venga recepito dagli organi istituzionali”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Maggior tutela per la nostra categoria di musicisti, una maggiore considerazione per il ruolo sociale che la musica e l’arte in genere hanno e una maggiore visibilità mediatica di tutti i protagonisti del  mondo del jazz per la raccolta di fondi per l’emergenza, noi non siamo da meno degli altri, lo abbiamo dimostrato nel triennio di raccolta fondi per l’Aquila nel context “Il jazz per le terre del sisma”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
https://vimeo.com/145825359 – The Ballad of Fred Hersch”.

Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste… in Sicilia: Rosalba Bentivoglio, vocalist

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Rosalba Bentivoglio, vocalist

-Come stai vivendo queste giornate?
“La necessità di seguire le linee guida dettate dal governo e dal buonsenso fanno da filo conduttore nelle mie giornate e non ti nascondo che la drammaticità del momento le vivo ogni giorno pensando ai miei cari (figlio, nipoti e madre la quale si trova ricoverata in un centro per anziani) poi penso a tutta la comunità, a tutti gli italiani che in questo momento come me soffrono ma devono soffocare i sentimenti familiari e dare ascolto all’intelletto, al raziocinio”.

-Come ha influito sul tuo lavoro; pensi che in futuro sarà lo stesso?
“Certo lo stato attuale ha influito e continua ad influire sul mio lavoro, così come credo sul lavoro di tutti gli artisti, musicisti e non, basti solo pensare che i concerti annullati sono tanti anche perché questa emergenza cade in un momento dell’anno in cui si concretizzano tante nostre presenze sui palchi di tutto il territorio nazionale ed anche europeo. Ma su questo vorrei dire che queste giornate di forzata reclusione in casa ci sta permettendo di rallentare i tempi sia di lavoro che di pensiero in generale creando, o meglio generando una forza introspettiva maggiore e ciò porterà immancabilmente ad una crescita interiore più consapevole e profonda e di tutto ciò avremo la tangibilità in un futuro prossimo e come ciò che accade dopo grandi eventi disastrosi che  inevitabilmente portano indietro le lancette dell’orologio sociale e umano, arriverà un momento di primavera interiore che verrà (come già accade) percepito nelle composizioni musicali che scriveremo con animo diverso”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?

“Attualmente sono titolare di cattedra di canto jazz presso il conservatorio A. Corelli di Messina, quindi a differenza di tanti altri colleghi musicisti credo di potermi reputare fortunata, almeno per la mia sopravvivenza fisica. Ma la mia attività artistica ne risente: le collaborazioni, i progetti in fase di realizzazione, ed altro non vedranno la luce a breve termine. Tutto ciò è gravissimo per un artista”.

-Vivi da sola o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Anche in questo caso visto la reclusione forzata sono stata fortunata, condivido questo periodo (ma già tutta la vita) con il mio compagno Enrico il quale non mi fa mancare l’affetto, le attenzioni e una profonda e proficua collaborazione. Abbiamo un figlio anch’egli musicista (suona meravigliosamente il sax soprano) e inoltre ci affolliamo la famiglia con due bellissimi nipotini. Purtroppo in questo periodo, ovviamente, non possiamo frequentarci ma ci colleghiamo ogni giorno su WhatsApp o su Skype per sentirci vicini”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Sì credo che in questo specifico momento storico di sofferenza umana in cui tutto dovrebbe essere condiviso e in cui l’individuo non viene visto solo come “individuo” ma così come il macrocosmo ingloba il microcosmo riusciremo ad avere una maggiore visione dell’uomo nella sua interiorità e integrità universale. La nostra stessa sorte (ma non solo per questo singolo evento) è posta in uno dei periodi più difficili della storia del mondo; un periodo caratterizzato da profondi sconvolgimenti, dalla rottura di vecchi metodi, legami e rapporti anche e soprattutto con la terra, dal delinearsi all’orizzonte della distruzione di una civiltà. Una visione del dopo ci viene fornita e la troviamo attuale nella letteratura anche in quella greca antica ma soprattutto in un testo scritto nel finire dell’ottocento da H.G.Wells scrittore inglese che ha scritto tra le altre opere : “La guerra dei mondi” scritta nel 1898 e narra di un tempo in cui la terra viene attaccata e invasa da forze aliene, noi terrestri ci difendiamo con cannoni, navi, aerei etc. e mettendo in campo tutte le nostre forze militari, ma veniamo sottomessi dagli alieni che sono in possesso di armi di distruzione più avanzate e a noi sconosciute. Dobbiamo solo ribaltare i piani di visione, come in uno specchio, ed ecco che tutto cambia: << Noi “umani” abbiamo attaccato la terra, e finiamo con…un “semplice raffreddore” che ci stermina tutti, così come nella guerra dei mondi gli alieni verranno sconfitti da un “semplice raffreddore” a cui loro non erano immunizzati, e i terrestri vincono la guerra aiutati dalla “terra”>>. Credo che questo periodo di transizione contiene in sé le più grandi promesse che il mondo abbia mai veduto, e non bisogna disperarsi ma essere profondamente ottimisti. Le strutture del pensiero religioso e filosofico sembrano sul punto di modificarsi, ma non sappiamo ancora come. Se la distruzione avviene, è soltanto perché la vita possa evolvere. Nel processo cosmico ognuno ha la propria minuscola parte da compiere”.

-Credi che la musica possa dare forza per superare questo terribile momento?
“Sì sono certa e credo che la musica ne uscirà più forte e più insostituibile che mai anzi il linguaggio musicale sarà veicolo di vita essendo stata essa stessa “incipit di vita” con l’universo. A questo proposito voglio citare: <<esisteva Eru, l’uno, chiamato Iluvatar che creò per primi gli Ainur, i santi scaturiti dal suo pensiero ed erano con lui prima che ogni altro fosse creato. Ed egli parlò loro, proponendo temi musicali; ed essi cantarono al suo cospetto ed egli ne fu lieto […] ciascuno di essi penetrava quella parte della mente di Iluvatar da cui proveniva. Ma già solo ascoltando si perveniva ad una comprensione più profonda e s’accresceva l’unisono e l’armonia. E all’improvviso gli Ainur (santi, scaturiti dal pensiero dell’uno indivisibile Iluvatar ) scorsero una remota luce, quasi una nuvola con un vivente cuore di fiamma; e seppero che non era soltanto visione, ma che Iluvatar aveva “creato con il loro canto” una nuova cosa: “Ea”, “il mondo che e’ “ >>. [dal Silmarillion di J.R.R.Tolkien ]. Il suono del cristallo stabilizza, amplifica e trasmette il tono puro. Le campane di cristallo emettono una purissima nota dominante, creando un campo vibrazionale armonico che entra in risonanza con il corpo, queste vibrazioni esprimono la più alta armonia e purezza del suono. Nell’universo tutto è energia in vibrazione, anche il corpo umano ed ogni suo organo risponde ad una risonanza. La voce è lo strumento magico per eccellenza e la base è il canto degli armonici studiati nell’antichità dal matematico musicista e filosofo Pitagora che troviamo nella sua pitagorica musica delle sfere, ed è il cosiddetto canto degli armonici, conosciuto anche come canto degli angeli e che oggi con espressione americana è detto overtones. La riscoperta attuale di questa antica tecnica consente di aumentare come una canopia l’effetto del suono. La voce si moltiplica allora in due o tre note contemporanee che agiscono con lenezza su diversi livelli psicofisici, tecnica che io applico nei miei concerti. La vocalizzazione funziona da massaggio psichico e consente di ritrovare l’armonia della propria identità vocale, smarrita nello stress, nel rumore, nello squilibrio del corpo e della mente. Si può riscoprire così il silenzio (tanto trattato e divulgato dal monaco tibetano Thích Nhất Hạnh con il “dono del silenzio”) troppo spesso dimenticato perché lo riempiamo di pensieri negativi e parole inutili, brutta musica, rumore. Invece è il “suono della meditazione”, la voce del futuro: sembra vuoto, ma è pieno di “fantasia e creatività” “.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare
“Certo che per me la musica è fondamentale diciamo che è una necessità di vita e <<tra le righe di ogni mia composizione c’è sempre l’espressione jazz, da me mediata fino al punto da utilizzare il jazz come nutrimento della mia cultura mediterranea ed europea>>. Comunque la mia passione per la pittura a olio è riuscita ad appassionarmi al punto tale che spesso mi ritrovo a dipingere in tutti i ritagli di tempo possibili che la musica mi lascia. Ho già organizzato diverse mostre personali sia in
Italia che in Europa e comincio ad essere sempre più apprezzata e questo mi fa stare bene. In questo periodo di quarantena forzata non posso incontrarmi con i miei musicisti con i quali abbiamo lasciato progetti in sospeso e approfitto di tutto questo per comporre e suonare da sola, certo prima viene l’insegnamento, svolgo on line le mie lezioni di canto jazz (detengo, come già detto, la cattedra e fino a ieri sono stata la coordinatrice del dipartimento jazz nel conservatorio A. Corelli di Messina), e debbo dire che gli allievi mi seguono. L’altro mio grande interesse è la lettura con la poesia in primo piano seguita dalla filosofia, e anche se durante la giornata lavorativa non ho spazio da dedicarle, la sera a letto prima di dormire leggo sempre almeno mezz’ora”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Platone la chiamava psicagogia (formazione degli animi per mezzo della parola). Oggi più che mai credo che il governo italiano, e l’opposizione  parlamentare di estrema destra (come oramai  quest’ultima si è qualificata venendo allo scoperto) facciano riferimento alla retorica sull’unità nazionale ognuno a proprio vantaggio; il governo cerca di tenere compatta la nazione in un momento di grave crisi sanitaria, ideologica e socio-economica mentre l’opposizione di destra fa sì richiami all’unità ma con chiaro riferimento  al popolo specificatamente  solo di alcune regioni italiane”.

-Sei soddisfatta di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Se per rappresentanza intendiamo ciò che stanno facendo i sindacati per noi artisti, sinceramente direi di sì, ad esempio il nostro sindacato abc con a capo Giancarlo Iacomini segue con molta attenzione tutti gli iter burocratici e legislativi  legati alla nostra figura professionale soprattutto (ma non solo) per l’insegnamento, addirittura creando tavoli di lavoro con il ministero suggerendo soluzioni  per meglio collocare i musicisti nel mondo del lavoro, soprattutto come insegnanti nelle scuole di ogni ordine e grado compresi conservatori e università. Abbiamo un canale on line in cui veniamo informati in tempo reale e aiutati se necessario negli iter da seguire. Esiste anche un gruppo di lavoro denominato MIDJ (musicisti italiani di jazz) che sotto la guida di Paolo Fresu, Ada Montellanico e oggi Simone Graziano, è nato qualche anno fa con l’intento di creare un circuito musicale per i jazzisti ed ha concretizzato anche altre iniziative molto importanti, presente con i referenti (di cui anche io ho fatto parte per la Sicilia) in quasi tutto il territorio nazionale”.

Se avessi la possibilità di essere ricevuta dal governo, cosa chiederesti?
“In questo momento drammatico sento forte il problema sanitario, quindi di attenzionare la sanità pubblica ri-statalizzarla, togliendola dalle mani delle regioni, tutte. Riportare al primo posto cultura e ricerca e quando parlo di cultura parlo di scuole, dalle elementari alle università, conservatori e accademie comprese, la musica in tutte le sue forme di rappresentazione e organizzazione, teatro, editoria, biblioteche, musei, ripristinare la storia dell’arte come materia fondamentale in un Paese come l’Italia che vive di arte. Affrontare e risolvere il conflitto di interessi grande quanto una montagna, di un imprenditore italiano proprietario di giornali e TV che egemonizza la comunicazione di massa. Oramai in nessun canale televisivo troviamo informazioni chiare e neutrali senza l’intervento di manipolazione per interessi di parte”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Sì, subito ti dico: gli Azimut con il disco “Depart” con una grandissima Norma Winstone alla voce, (divina, sensibile e intramontabile Norma),  al piano, Kenny Wheeler alla tromba e ospite Ralph Towner chitarra. Poi “Kind of Blue” di Miles Davis, pietra miliare di questo grande trombettista che ha saputo incarnare il jazz nella sua accezione più assoluta e in questo disco si è avvalso della collaborazione di John Coltrane, Bill Evans, Wynton Kelly, Paul Chambers, Jimmy Cobb.  Altro artista importante per cultura musicale e voce è il grande cantante e scrittore di testi Kurt Elling anche lui dell’area newyorchese come Jazzmeia Horn che invece trova ispirazione in un jazz più Hard nel suo “Love and Liberation” e per finire la più innovativa e poetica Gretchen Parlato nel suo “Live in NYC”. Buon ascolto”.

Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste… in Sicilia: Rosalba Bentivoglio, Francesco Branciamore, Stefano Maltese

Interviste raccolte da Gerlando Gatto

Rosalba Bentivoglio – vocalist

-Come stai vivendo queste giornate?
“La necessità di seguire le linee guida dettate dal governo e dal buonsenso fanno da filo conduttore nelle mie giornate e non ti nascondo che la drammaticità del momento le vivo ogni giorno pensando ai miei cari (figlio, nipoti e madre la quale si trova ricoverata in un centro per anziani) poi penso a tutta la comunità, a tutti gli italiani che in questo momento come me soffrono ma devono soffocare i sentimenti familiari e dare ascolto all’intelletto, al raziocinio”.

-Come ha influito sul tuo lavoro; pensi che in futuro sarà lo stesso?
“Certo lo stato attuale ha influito e continua ad influire sul mio lavoro, così come credo sul lavoro di tutti gli artisti, musicisti e non, basti solo pensare che i concerti annullati sono tanti anche perché questa emergenza cade in un momento dell’anno in cui si concretizzano tante nostre presenze sui palchi di tutto il territorio nazionale ed anche europeo. Ma su questo vorrei dire che queste giornate di forzata reclusione in casa ci sta permettendo di rallentare i tempi sia di lavoro che di pensiero in generale creando, o meglio generando una forza introspettiva maggiore e ciò porterà immancabilmente ad una crescita interiore più consapevole e profonda e di tutto ciò avremo la tangibilità in un futuro prossimo e come ciò che accade dopo grandi eventi disastrosi che  inevitabilmente portano indietro le lancette dell’orologio sociale e umano, arriverà un momento di primavera interiore che verrà (come già accade) percepito nelle composizioni musicali che scriveremo con animo diverso”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?

“Attualmente sono titolare di cattedra di canto jazz presso il conservatorio A. Corelli di Messina, quindi a differenza di tanti altri colleghi musicisti credo di potermi reputare fortunata, almeno per la mia sopravvivenza fisica. Ma la mia attività artistica ne risente: le collaborazioni, i progetti in fase di realizzazione, ed altro non vedranno la luce a breve termine. Tutto ciò è gravissimo per un artista”.

-Vivi da sola o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Anche in questo caso visto la reclusione forzata sono stata fortunata, condivido questo periodo (ma già tutta la vita) con il mio compagno Enrico il quale non mi fa mancare l’affetto, le attenzioni e una profonda e proficua collaborazione. Abbiamo un figlio anch’egli musicista (suona meravigliosamente il sax soprano) e inoltre ci affolliamo la famiglia con due bellissimi nipotini. Purtroppo in questo periodo, ovviamente, non possiamo frequentarci ma ci colleghiamo ogni giorno su WhatsApp o su Skype per sentirci vicini”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Sì credo che in questo specifico momento storico di sofferenza umana in cui tutto dovrebbe essere condiviso e in cui l’individuo non viene visto solo come “individuo” ma così come il macrocosmo ingloba il microcosmo riusciremo ad avere una maggiore visione dell’uomo nella sua interiorità e integrità universale. La nostra stessa sorte (ma non solo per questo singolo evento) è posta in uno dei periodi più difficili della storia del mondo; un periodo caratterizzato da profondi sconvolgimenti, dalla rottura di vecchi metodi, legami e rapporti anche e soprattutto con la terra, dal delinearsi all’orizzonte della distruzione di una civiltà. Una visione del dopo ci viene fornita e la troviamo attuale nella letteratura anche in quella greca antica ma soprattutto in un testo scritto nel finire dell’ottocento da H.G.Wells scrittore inglese che ha scritto tra le altre opere : “La guerra dei mondi” scritta nel 1898 e narra di un tempo in cui la terra viene attaccata e invasa da forze aliene, noi terrestri ci difendiamo con cannoni, navi, aerei etc. e mettendo in campo tutte le nostre forze militari, ma veniamo sottomessi dagli alieni che sono in possesso di armi di distruzione più avanzate e a noi sconosciute. Dobbiamo solo ribaltare i piani di visione, come in uno specchio, ed ecco che tutto cambia: << Noi “umani” abbiamo attaccato la terra, e finiamo con…un “semplice raffreddore” che ci stermina tutti, così come nella guerra dei mondi gli alieni verranno sconfitti da un “semplice raffreddore” a cui loro non erano immunizzati, e i terrestri vincono la guerra aiutati dalla “terra”>>. Credo che questo periodo di transizione contiene in sé le più grandi promesse che il mondo abbia mai veduto, e non bisogna disperarsi ma essere profondamente ottimisti. Le strutture del pensiero religioso e filosofico sembrano sul punto di modificarsi, ma non sappiamo ancora come. Se la distruzione avviene, è soltanto perché la vita possa evolvere. Nel processo cosmico ognuno ha la propria minuscola parte da compiere”.

-Credi che la musica possa dare forza per superare questo terribile momento?
“Sì sono certa e credo che la musica ne uscirà più forte e più insostituibile che mai anzi il linguaggio musicale sarà veicolo di vita essendo stata essa stessa “incipit di vita” con l’universo. A questo proposito voglio citare: <<esisteva Eru, l’uno, chiamato Iluvatar che creò per primi gli Ainur, i santi scaturiti dal suo pensiero ed erano con lui prima che ogni altro fosse creato. Ed egli parlò loro, proponendo temi musicali; ed essi cantarono al suo cospetto ed egli ne fu lieto[…] ciascuno di essi penetrava quella parte della mente di Iluvatar da cui proveniva. Ma già solo ascoltando si perveniva ad una comprensione più profonda e s’accresceva l’unisono e l’armonia. E all’improvviso gli Ainur (santi, scaturiti dal pensiero dell’uno indivisibile Iluvatar ) scorsero una remota luce, quasi una nuvola con un vivente cuore di fiamma; e seppero che non era soltanto visione, ma che Iluvatar aveva “creato con il loro canto” una nuova cosa: “Ea”, “il mondo che e’ “ >>. [dal Silmarillion di J.R.R.Tolkien ]. Il suono del cristallo stabilizza, amplifica e trasmette il tono puro. Le campane di cristallo emettono una purissima nota dominante, creando un campo vibrazionale armonico che entra in risonanza con il corpo, queste vibrazioni esprimono la più alta armonia e purezza del suono. Nell’universo tutto è energia in vibrazione, anche il corpo umano ed ogni suo organo risponde ad una risonanza. La voce è lo strumento magico per eccellenza e la base è il canto degli armonici studiati nell’antichità dal matematico musicista e filosofo Pitagora che troviamo nella sua pitagorica musica delle sfere, ed è il cosiddetto canto degli armonici, conosciuto anche come canto degli angeli e che oggi con espressione americana è detto overtones. La riscoperta attuale di questa antica tecnica consente di aumentare come una canopia l’effetto del suono. La voce si moltiplica allora in due o tre note contemporanee che agiscono con lenezza su diversi livelli psicofisici, tecnica che io applico nei miei concerti. La vocalizzazione funziona da massaggio psichico e consente di ritrovare l’armonia della propria identità vocale, smarrita nello stress, nel rumore, nello squilibrio del corpo e della mente. Si può riscoprire così il silenzio (tanto trattato e divulgato dal monaco tibetano Thích Nhất Hạnh con il “dono del silenzio”) troppo spesso dimenticato perché lo riempiamo di pensieri negativi e parole inutili, brutta musica, rumore. Invece è il “suono della meditazione”, la voce del futuro: sembra vuoto, ma è pieno di “fantasia e creatività” “.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare
“Certo che per me la musica è fondamentale diciamo che è una necessità di vita e <<tra le righe di ogni mia composizione c’è sempre l’espressione jazz, da me mediata fino al punto da utilizzare il jazz come nutrimento della mia cultura mediterranea ed europea>>. Comunque la mia passione per la pittura a olio è riuscita ad appassionarmi al punto tale che spesso mi ritrovo a dipingere in tutti i ritagli di tempo possibili che la musica mi lascia. Ho già organizzato diverse mostre personali sia in
Italia che in Europa e comincio ad essere sempre più apprezzata e questo mi fa stare bene. In questo periodo di quarantena forzata non posso incontrarmi con i miei musicisti con i quali abbiamo lasciato progetti in sospeso e approfitto di tutto questo per comporre e suonare da sola, certo prima viene l’insegnamento, svolgo on line le mie lezioni di canto jazz (detengo, come già detto, la cattedra e fino a ieri sono stata la coordinatrice del dipartimento jazz nel conservatorio A. Corelli di Messina), e debbo dire che gli allievi mi seguono. L’altro mio grande interesse è la lettura con la poesia in primo piano seguita dalla filosofia, e anche se durante la giornata lavorativa non ho spazio da dedicarle, la sera a letto prima di dormire leggo sempre almeno mezz’ora”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Platone la chiamava psicagogia (formazione degli animi per mezzo della parola). Oggi più che mai credo che il governo italiano, e l’opposizione  parlamentare di estrema destra (come oramai  quest’ultima si è qualificata venendo allo scoperto) facciano riferimento alla retorica sull’unità nazionale ognuno a proprio vantaggio; il governo cerca di tenere compatta la nazione in un momento di grave crisi sanitaria, ideologica e socio-economica mentre l’opposizione di destra fa sì richiami all’unità ma con chiaro riferimento  al popolo specificatamente  solo di alcune regioni italiane”.

-Sei soddisfatta di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Se per rappresentanza intendiamo ciò che stanno facendo i sindacati per noi artisti, sinceramente direi di sì, ad esempio il nostro sindacato abc con a capo Giancarlo Iacomini segue con molta attenzione tutti gli iter burocratici e legislativi  legati alla nostra figura professionale soprattutto (ma non solo) per l’insegnamento, addirittura creando tavoli di lavoro con il ministero suggerendo soluzioni  per meglio collocare i musicisti nel mondo del lavoro, soprattutto come insegnanti nelle scuole di ogni ordine e grado compresi conservatori e università. Abbiamo un canale on line in cui veniamo informati in tempo reale e aiutati se necessario negli iter da seguire. Esiste anche un gruppo di lavoro denominato MIDJ (musicisti italiani di jazz) che sotto la guida di Paolo Fresu, Ada Montellanico e oggi Simone Graziano, è nato qualche anno fa con l’intento di creare un circuito musicale per i jazzisti ed ha concretizzato anche altre iniziative molto importanti, presente con i referenti (di cui anche io ho fatto parte per la Sicilia) in quasi tutto il territorio nazionale”.

Se avessi la possibilità di essere ricevuta dal governo, cosa chiederesti?
“In questo momento drammatico sento forte il problema sanitario, quindi di attenzionare la sanità pubblica ri-statalizzarla, togliendola dalle mani delle regioni, tutte. Riportare al primo posto cultura e ricerca e quando parlo di cultura parlo di scuole, dalle elementari alle università, conservatori e accademie comprese, la musica in tutte le sue forme di rappresentazione e organizzazione, teatro, editoria, biblioteche, musei, ripristinare la storia dell’arte come materia fondamentale in un Paese come l’Italia che vive di arte. Affrontare e risolvere il conflitto di interessi grande quanto una montagna, di un imprenditore italiano proprietario di giornali e TV che egemonizza la comunicazione di massa. Oramai in nessun canale televisivo troviamo informazioni chiare e neutrali senza l’intervento di manipolazione per interessi di parte”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Sì, subito ti dico: gli Azimut con il disco “Depart” con una grandissima Norma Winstone alla voce, (divina, sensibile e intramontabile Norma), John Taylor al piano, Kenny Wheeler alla tromba e ospite Ralph Towner chitarra. Poi “Kind of Blue” di Miles Davis, pietra miliare di questo grande trombettista che ha saputo incarnare il jazz nella sua accezione più assoluta e in questo disco si è avvalso della collaborazione di John Coltrane, Bill Evans, Wynton Kelly, Paul Chambers, Jimmy Cobb.  Altro artista importante per cultura musicale e voce è il grande cantante e scrittore di testi Kurt Elling anche lui dell’area newyorchese come Jazzmeia Horn che invece trova ispirazione in un jazz più Hard nel suo “Love and Liberation” e per finire la più innovativa e poetica Gretchen Parlato nel suo “Live in NYC”. Buon ascolto”.


Francesco Branciamore – Batterista, pianista

-Come sta vivendo queste giornate?
“Sicuramente mordendo il freno in attesa che qualcuno ci dia una data definitiva per ritornare al fluire normale pur con le dovute precauzioni”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro; pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Intanto l’annullamento di alcune date per l’emergenza ha influito sull’umore musicale. Preparare un concerto richiede un dispendio d’energie non indifferente, come nel mio caso per il piano solo. Se ne esce continuando a rinforzare la vis creativa con nuove composizioni e a prepararsi ancora meglio al primo concerto utile che faremo. Il futuro spero sia migliore di questo che stiamo vivendo noi musicisti e jazzisti in modo particolare, che abbiamo sempre suonato senza paracadute di alcun tipo. Quindi prevedo concerti con meno gente, anche per grosse star, perché le sale da concerto saranno rimodulate per garantire la distanza di sicurezza, magari faranno due turni nello stesso giorno per artista, per permettere a tutti di gustare la performance”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?  
“Sono concertista e docente di composizione jazz al conservatorio di Vibo Valentia, in stato di stabilizzazione, con cattedra annuale”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“La mia famiglia è un piccolo nucleo familiare, siamo 3 persone. Io, mia moglie, docente di Storia dell’Arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Catania e mio figlio ventenne prossimo alla maturità al liceo scientifico. Diciamo che per adesso lo status di sopportazione reciproco è buono. Forse perché ognuno ha un suo spazio vitale dove annullarsi e rigenerarsi. Comunque una bella esperienza. Cerchiamo di animarci l’un l’altro inventandoci ruoli per stupirci reciprocamente e quale miglior modo se non cimentarsi a turno in cucina?  A parte qualche lieve malessere allo stomaco, specialmente quando sono io ai fornelli, il resto è condivisibile”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Direi che saremo più selettivi. Perché continuare ad abbracciare gente che è stata lontana da noi in un momento in cui il contatto, anche se virtuale, poteva accendere entusiasmo e spegnere ansie? Direi pochi ma buoni, come le note in musica, Miles Davis docet”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica è un grande antidoto universale, sia per chi la fa che per chi l’ascolta. Me ne accorgo con i miei studenti, con cui sono in contatto giornalmente. Non li ho mai visti lavorare così tanto e sentirli così vicino. Vogliono sicurezze e abbracciando la musica in toto riescono ad avere quella leggerezza positiva che permette loro di superare questo difficile momento”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Ognuno ha un suo angolo di fede e la cerca dove è abituato a cercarla”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Beh, si stanno muovendo tutti verso un over exposition per mettersi in luce per raccogliere fondi. Mi riferisco agli artisti di musica pop in genere e non solo, a cui va riconosciuto il merito. Ma quelli famosissimi, tipo le regine e i re dello show business con lauti guadagni di diritti d’autore e con conti in banca sostanziosi, potevano far a meno di fare il siparietto mediatico e invece fare di tasca propria una donazione alla protezione civile. Il jazz non ha di questi leoni in Italia, se non davvero pochi”.

-E’ soddisfatto di come si stanno muovendo i V/si organismi di rappresentanza?
“Oggi la Siae manda a tutti i soci un invito a corrispondere un buono spesa agli artisti bisognosi. La NuovoImaie ha organizzato un fondo già attivo per emergenza Coronavirus per dare un contributo a tutti coloro che hanno avuto date annullate da aprile a giugno, ben fatto quindi. Il MIDJ e altre istituzioni jazz  so che si sono mosse in tal senso, ma hanno solo chiesto  per adesso, si attende che venga recepito dagli organi istituzionali”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Maggior tutela per la nostra categoria di musicisti, una maggiore considerazione per il ruolo sociale che la musica e l’arte in genere hanno e una maggiore visibilità mediatica di tutti i protagonisti del  mondo del jazz per la raccolta di fondi per l’emergenza, noi non siamo da meno degli altri, lo abbiamo dimostrato nel triennio di raccolta fondi per l’Aquila nel context “Il jazz per le terre del sisma”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
https://vimeo.com/145825359 – The Ballad of Fred Hersch”.


Stefano Maltese, sassofonista, con Gerlando Gatto

-Come sta vivendo queste giornate?
“Trascorro il tempo suonando, scrivendo musica, leggendo, studiando. Da questo punto di vista per me non è cambiato molto. Allo stesso tempo cerco di comprendere quello che sta accadendo e i pensieri sono molto contrastanti. In questo maltrattato pianeta la maggior parte dei governanti – indotti da coloro che controllano l’economia – ha sempre preferito rafforzare il proprio potere investendo ingentissime somme in armamenti e guerre e sviluppando nel corso del tempo una sopraffina capacità di manipolare le masse e indurle a seguire stili di vita che sempre più allontanano gli esseri umani dal vivere in armonia con sé stessi, con la natura e con i propri simili. Avviene così che un microscopico organismo – un virus – nel volgere di breve tempo riesca a stravolgere l’esistenza degli abitanti di questo mondo. Abbiamo aerei da guerra che si rendono invisibili, navi portaerei che possono colpire da enormi distanze, missili telecomandati che possono colpire obiettivi con assoluta precisione, ma non abbiamo ospedali attrezzati per situazioni come quella che stiamo vivendo; abbiamo telefonini dalle funzioni fino a qualche tempo fa inimmaginabili e sulle nostre teste satelliti di ogni genere per poter essere sempre connessi ma non possiamo fermare una pandemia. Si è costretti alla reclusione – con tutti i rischi che potrebbero esserci di qualsiasi espansione autoritaria – ma non si è in grado di capire qual è la situazione reale”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Ovviamente sono stati annullati concerti e tutte le proposte sono congelate, probabilmente disperse in questo mare di incertezze. Inoltre, saltano a data da destinarsi due rassegne di cui sono direttore artistico, “Labirinti Sonori” e una nuova rassegna prevista per l’inizio dell’estate, e altre due rassegne di cui sono collaboratore. Credo che occorrerà molto tempo prima che si possa ricominciare a lavorare come prima e probabilmente bisognerà organizzarsi in modi differenti”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Per il momento non ho difficoltà di questo genere, e spero che lo stato di inattività non si prolunghi troppo”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia compagna, Roberta Maci, come è noto anche lei musicista, il che aggiunge un punto di forza al legame affettivo, poiché ogni giorno condividiamo ascolti, suoniamo insieme, progettiamo le nostre attività e così via”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Io sono stato sempre abbastanza solitario, conosco la forza interiore che possono dare l’introspezione e la riflessione – nonché le buone letture e l’ascolto di buona musica –, quindi mi auguro che questo triste periodo possa comunque essere colto come un momento di rinascita, che possa far prendere coscienza della necessità di rallentare i ritmi della vita, di prendersi maggior cura di sé stessi e di ciò che ci circonda, capire che lo sfrenato consumismo porta alla distruzione di qualsiasi valore umano ed etico, nonché alla devastazione del pianeta. Questa pandemia, anche se molto dolorosa per i molti che si sono ammalati e per i deceduti, dovrebbe veramente essere un monito, un ulteriore segnale per far riflettere l’Umanità, anche se non nutro molte speranze, in merito. Se pensiamo che ogni giorno muoiono per fame circa 24.000 persone, che oltre due miliardi e mezzo di persone vivono con circa due dollari al giorno e che situazioni catastrofiche di questo genere sono in atto da tempo immemorabile in varie parti del pianeta, senza che la parte di mondo benestante, quella che oggi è più colpita dal Coronavirus, abbia mai veramente cercato di risolvere il problema, non è facile essere ottimisti. Bisognerebbe sanare certe diseguaglianze sociali, bisognerebbe riscoprire il valore di una vita più semplice e ricca di soddisfazioni culturali: ma temo che la maggioranza sia troppo pigra per compiere la più grande rivoluzione che si possa mai attuare, appunto quella culturale”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica è una delle più grandi forze dell’universo e certamente può contribuire in modo determinante per avere consapevolezza, per lo sviluppo delle capacità cerebrali, per sviluppare maggiore sensibilità, per risvegliare sentimenti umani. Nella scena finale di “Orizzonti di gloria”, il capolavoro di Stanley Kubrick, una ragazza tedesca viene costretta a cantare in un bar di fronte a soldati francesi in procinto di ritornare al fronte: questi iniziano a sbeffeggiarla in quanto appartenente alla nazione nemica. La ragazza, con il volto segnato da lacrime silenziose, incomincia a cantare una canzone nella sua lingua, sola, senza alcuno strumento, e i militari pian piano smettono di insultarla e rimangono in impietrito silenzio, poi sommessamente si uniscono al canto della ragazza – senza parole, perché non le conoscono – e i loro occhi diventano umidi e piangono insieme a lei. Non ci sono più nemici, solo essere umani accomunati dal terribile dolore della guerra e dall’impossibilità di comprendere perché tutto ciò sta accadendo. Ecco la forza della musica, potente, che annulla le barriere e diventa il più alto livello di comunicazione e fratellanza”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Come dicevo prima, bisogna affidarsi alle buone letture, riconsiderare gli stili di vita, interrogarsi, cercare di capire come affrontare il futuro”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Di solito non guardo la televisione, adesso lo faccio quel poco che serve per informarmi sulla situazione, quindi non so molto di richiami all’unità, ma in quel po’ che ho sentito la retorica è veramente tanta, e poi non capisco: unità per cosa? Sono assolutamente allergico a questi luoghi comuni”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
“Non saprei, non seguo ciò che accade in tal senso, ho una certa riluttanza verso aggregazioni di questo genere, troppo spesso ho visto che servono al beneficio di pochi. Credo che manchi qualcosa che possa far sentire i musicisti come parte di un unico organismo culturale, e a mio avviso questo dovrebbe essere il primo obiettivo da raggiungere, altrimenti le esigenze e le aspettative saranno sempre troppo differenti all’interno della stessa categoria, se così posso definirla”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Ma io non vorrei mai essere ricevuto da nessun esponente di questo governo! Tranne rari e isolati casi, sono più di vent’anni che il Paese è stato portato verso una deriva culturale che ne ha segnato in modo devastante il declino. Insisto sull’importanza della vita culturale perché da ciò dipende la possibilità di progettare un serio programma per lo sviluppo della società, perché se regna l’ignoranza allora nascono corruzione, diseguaglianze sociali, sopraffazione, povertà e crimine, e non potrà mai esservi un vero sviluppo sociale. Certo, se questo governo non affronta subito il problema immediato di una crisi economica più che incombente non so quali scenari potranno prospettarsi. E qui tornano i dubbi: in questi ultimi 15-20 anni una serie di crisi economiche ha portato la gente a essere sempre più sfiduciata e sempre meno interessata all’arte, più propensa a cambiare telefonino due volte all’anno piuttosto che andare a concerti, mostre e altro”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Suggerirei di cercare qualcosa che non si conosce o si conosce poco, la curiosità può ripagarci piacevolmente, a volte. Detto questo potrei suggerire qualcosa: “November Steps” e “A Flock Descends Into The Pentagonal Garden”, di Toru Takemitsu; “Pres and Teddy” e “Cool Riffs” di Lester Young; Bach, “The Well-Tempered Clavier Complete” by Glenn Gould; “Mingus Oh Yeah” e “Mingus Pre Bird”, di Charles Mingus; “Black Brown and Beige” di Duke Ellington; “The Inflated Tear” e “I talk with the Spirits”, di Roland Kirk; “Bring ‘Em In”, di Buddy Guy; “Rubber Soul” e “The White Album”, dei Beatles, “The Complete Decca Recordings” e “Lady In Satin”, di Billie Holiday. Mi fermo qui, perché di buona musica ce n’è veramente tanta, basta cercare”.

                                                                                                                                     Gerlando Gatto

Lee Konitz: dopo Charlie Parker il più grande altosassofonista. Il musicista è venuto a mancare a 93 anni a causa del Coronavirus

Stanno cadendo come i birilli: uno dopo l’altro i grandi vecchi del jazz ci lasciano per andare a riposare in un altrove sicuramente meglio del mondo in cui stiamo vivendo queste terribili giornate.

Ultimo, in ordine di tempo, Lee Konitz; nato a Chicago il 13 ottobre 1927, il sassofonista è venuto meno mercoledì 15 aprile al Lenox Hill Hospital New York stroncato dal Coronavirus, che ha trovato poca resistenza in un organismo di 93 anni, anche se, ad onta dell’età, Lee era ancora molto attivo suonando spesso e volentieri.

Lee Konitz

Io non credo che ci sia un solo appassionato di jazz che non abbia ascoltato almeno qualche brano di Konitz o su disco o live; certo l’uomo non era dei più facili, ma l’artista aveva raggiunto vette inimmaginabili essendo a ben ragione considerato il più grande alto-sassofonista del jazz dopo Charlie Parker. Il quale, come ricorda l’amico Claudio Sessa, lo gratificò con la famosa frase “Sei l’unico che non mi imita”.

E non v’è dubbio alcuno che Konitz nell’arco di una lunghissima carriera seppe elaborare un suo stile assolutamente personale, frutto di studi molto approfonditi e di una carica inventiva illimitata. Certo i suoi punti di riferimento più evidenti si ritrovano nel cool jazz, ma ciò non toglie che nella sua musica siano ben percepibili input provenienti tanto dal bebop quanto dal jazz d’avanguardia, influenzando altri sassofonisti come Paul Desmond e Art Pepper. Di qui il fatto che ritroviamo Konitz in moltissime registrazioni sia a nome altrui con artisti di impronte assai diversificate, sia sotto suo nome.

Non è il caso di ripercorrere in questa sede le tantissime tappe della sua carriera, soffermandoci, piuttosto, su quelle che riteniamo gli eventi più significativi. Eccolo, quindi, ancora giovanissimo, abbandonare l’originario clarinetto per dedicarsi esclusivamente al sax contralto; eccolo quindi studiare a fianco del pianista di origini italiane Lennie Tristano che lo avvicina in maniera sostanziale sia alla musica colta sia all’intera storia del jazz, con in primo piano sempre l’urgenza di una esecuzione quanto mai rigorosa.

Successivamente nel 1948 Miles Davis lo chiama a far parte di un gruppo che avrebbe cambiato le sorti del jazz, uno straordinario nonetto di cui fanno parte oltre all’arrangiatore canadese Gil Evans, anche Gerry Mulligan, John Lewis, Max Roach…

Negli anni a venire il sassofonista collabora con alcuni dei più grandi artisti del jazz quali, tanto per fare qualche nome, Michel Petrucciani (in “Toot Sweet”), Charles Mingus, Bill Evans, Ornette Coleman, Dave Brubeck, Bill Frisell, Bud Powell, e Stan Kenton.

In tale quadro non vanno dimenticate le collaborazioni con artisti europei e anche italiani; ricordiamo, al riguardo, il duetto con Glauco Venier immortalato nell’album “Ides of march” (artesuono – 2000), “Velvet Soul” (Splasc (H) 1986) con il gruppo di Guido Manusardi; l’album dedicato a Billie Evans di Davide Santorsola (Philology – 1997); la partecipazione ad alcune registrazioni della Jazz Class Orchestra; accanto a Enrico Pieranunzi, Enrico Rava e Roberto Gatto rispettivamente in “Ma l’amore no” (Soul Note – 1997), “Note necessarie” del 1960 e “Sul lungotevere” del 1993.

Konitz è tra i pochi a incidere per solo sax: ecco quindi l’ottimo “Lone-Lee” registrato per l’etichetta danese Steeple Chase il 15 agosto 1974 che consta di due soli brani “The Song Is You” (Jerome Kern, Oscar Hammerstein II) lungo oltre 38 minuti e “Cherokee” (Ray Noble) vicino ai 18 minuti. Straordinaria anche l’intuizione di valorizzare una formula assai rischiosa come quella del duo: ecco quindi “Suite for Paolo” con Stefano Bollani (Philology – 2012), “Live-Lee” con il pianista Alan Broadbent (Fantasy – 2003); nel 2001, insieme a Franco D’Andrea incide l’album “Inside Rodgers”, mentre del 2007 è “The Soprano Sax Albums: Standards” (Philology) con il pianista Riccardo Arrighini.

Insomma un artista assolutamente straordinario che, sicuramente, in questo periodo di forzato riposo (chiamiamolo così), vi invito a riascoltare e riscoprire così uno degli aspetti più coinvolgenti e affascinanti della nostra musica.

***

Per sottolineare quanto sia stato terribile per il mondo del jazz questi primi mesi del 2020 ricordo che, oltre agli artisti di cui ci siamo già occupati, sono venuti meno il 1 aprile il chitarrista Buck Pizzarelli a 94 anni e Ellis Marsalis a 85 anni, il trombettista Wallace Roney a 59 anni il 31 marzo, il bluesman Bill Withers il 30 marzo a 81 anni, il batterista Franco Del Prete 76 anni il 13 febbraio.

Gerlando Gatto