Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Max De Aloe, armonicista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Max De Aloe, armonicista

-Come sta vivendo queste giornate?
“Per tre settimane sono stato isolato da tutto e tutti perché ho avuto il Covid 19 per cui è solo da pochi giorni che sto bene e sto ricominciando a suonare, a studiare e a godermi la famiglia”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“La mia scuola di musica è chiusa e i concerti sono tutti annullati. L’unica speranza è che si riesca a salvare almeno una parte della stagione estiva. Mediamente i musicisti di jazz hanno la maggior parte degli introiti dei concerti tra la primavera e l’estate quando ci sono rassegne e festival per cui per ora è tutto fermo e molti organizzatori stanno già cancellando le rassegne estive”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Con i risparmi”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Ho una famiglia ed ovviamente in questo momento è un sostegno soprattutto dal punto di vista psicologico”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e    professionali sotto una luce diversa?
“No. Non penso che qualcosa migliorerà. Nel campo della cultura e della musica era già un continuo piagnisteo di mancanza di soldi e stimoli. Sarà solo peggio. Ma cercheremo di farcela. Non ho nessuna fiducia in aiuti statali a questo riguardo. Siamo stati sempre ignorati e continuerà ad essere così. Saremo l’ultima categoria professionale che potrà ricominciare a lavorare perché nella visione italiana siamo solo qualcosa di più che un gioco”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica è sogno, vita, stupore, luce, impegno, sacrificio, bellezza. Certamente che in questo momento può aiutare. Aiuta sempre. Io non posso pensare alla mia vita senza musica. Nella mia vita è totalizzante. Un amore mai sopito che porto con me fin da quando ero bambino”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?

“Ai veri rapporti tra le persone che ci vogliono bene. In questi giorni in cui sono stato male ho avuto delle bellissime testimonianze di persone che mi hanno scritto e telefonato tutti i giorni o quasi. Persone che erano preoccupate per me. Che non avevano timore di mostrare il loro affetto e le loro paure. Questa cosa mi ha aiutato moltissimo a sorpassare dei momenti non molto facili”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?

“Un po’ ma ognuno la vive a sua maniera ed è giusto che sia così”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i Vostri organismi di rappresentanza?
“Se intende gli organi di rappresentanza della categoria dei musicisti devo dire che non seguo moltissimo il loro operato ma comunque li stimo per la loro voglia di fare. Non potrei mai criticarli perché per avere il diritto di criticare bisogna essere disposti a rilanciare idee, darsi da fare, investire del tempo. Troppo facile la critica rimanendo a casa davanti a un computer”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Questa è una domanda difficile perché richiederebbe molto tempo per rispondere. Se la domanda è riferita a cosa chiederei rispetto alla mia categoria sicuramente mi accontenterei che venga veramente riconosciuta la nostra professione, spesso relegata a un ruolo da saltimbanchi di fine Ottocento. Suggerirei ai nostri politici di studiarsi il trattamento che viene riservato ai musicisti in Francia. Ma non ho neanche più voglia di lamentarmi e tanto meno di sperare. Le dico solo che in questo paese l’IVA sulla didattica musicale e sui CD è del 22%. Se va nel ristorante di Cracco scoprirà che l’IVA è del 10% e che se compra un libro di Ezio Greggio l’IVA è del 4% perché è un bene culturale. Per cui un CD di Stravinsky ha l’Iva al 22% e un libro di Ezio Greggio iva al 4%. Questo è il paradosso che purtroppo è realtà. Pensiamo a quanto non si sta facendo per salvare i negozi di dischi. Possiamo continuare a suonare e cantare su tutti i balconi ma in questo Paese non riusciremo probabilmente ad acquistare una dignità professionale. Se poi dovessimo parlare dei contributi pensionistici dei musicisti si aprirebbe un capitolo ancora più imbarazzante”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Ne avrei tantissimi:
NOCTURNE – Charlie Haden; DIANE – Chet Baker & Paul Bley; SAIL AWAY – Tom Harrell; PARKER’S MOOD – Roy Hargroove; Trio TOOTS THIELEMANS – Only trust your heart; DJAVAN – Rua dos Amores; DANIELE DI BONAVENTURA – Ritus; JORDI SAVALL- Les Voix Humaines; NILS PETTER MOLVAER – Solid Ether; FRANK MAROCCO – Ballads…
e mille altri dischi

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Antonella Vitale, vocalist

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Antonella Vitale, vocalist – foto Víctor Sokolowicz

-Come stai vivendo queste giornate?
“Non è stato facile accettare una condizione così “surreale”. Ricordo che dopo il primo Decreto restrittivo dell’8 Marzo sono stata sopraffatta dall’ansia, dall’incredulità, poi come tutti mi sono dovuta adattare alla nuova condizione cercando di mettere a fuoco l’unico aspetto positivo e anche anomalo della quarantena, cioè il “tempo libero”, pare assurdo ma la sensazione di avere 12 ore libere a disposizione senza nessun impegno mi ha spiazzata!  Il grande silenzio per le strade completamente svuotate dalla routine giornaliera, che magari in altri momenti sarebbe   stato un fantastico generatore di creatività, questa volta suonava strano e un po’ inquietante, così la capacità di concentrazione è venuta meno anche solo per leggere la pagina di un libro. Adesso va meglio, riesco a ritagliarmi i miei spazi, non vedo i TG, ho la giornata scandita da incombenze familiari e domestiche, dipingo, canto e registro video con amici musicisti (ognuno rigorosamente a casa propria) e cerco di non pensare. L’amara consapevolezza di quanto il famoso delirio di onnipotenza dell’uomo in circostanze come questa esca di scena per lasciare posto al sentimento della paura che forse è più pandemica di ogni altro virus,  mi passa nella testa come insidiose interferenze radio”.

-Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso?
“Non credo che tutto ritorni come prima, per un buon periodo le misure restrittive impediranno sicuramente che le nostre abitudini tornino alla normalità. L’allontanamento sociale cui siamo sottoposti avrà delle conseguenze future e per tutto il settore artistico rappresenterà un problema serio. Proprio giorni fa in una conversazione telefonica io e te caro Gerlando, ci chiedevamo come potranno in futuro riempirsi nuovamente le platee dei teatri, dei cinema, dei Festival… saremo tutti condizionati dal “contagio” dal mantenimento delle distanze almeno fino a che non troveranno delle cure mirate… e che questo virus non scompaia del tutto.
I social come FB, Instagram,  in giornate così particolari, permettono a tutti, specie a chi è costretto a vivere questi giorni in solitudine, di sentirsi in compagnia. Il musicista poi ha  bisogno di quel pizzico di visibilità che rappresenta un nutrimento necessario per vivere, vedo molte dirette FB in cui chi può organizza delle piccole session o delle brevi interviste… insomma cerchiamo tutti  di mantenere alto lo stato vitale e per il momento ci adattiamo  così. Io stessa ogni tanto pubblico dei video “#ai tempi del coronavirus” registrati a casa con mezzi rudimentali, insieme ad  amici musicisti,  è un modo per sentirsi  in una collettività dove come sempre la Musica fa da collante e panacea per l’anima”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Io fortunatamente ho un impiego part-time che mi permette un minimo garantito, i concerti rappresentavano un piccolo incentivo in più (l’esiguo cachet degli ultimi anni,  non permette certo un’agiatezza economica) ma il punto è che noi  musicisti  abbiamo la sindrome da “palco”, e questo non perché siamo malati, anzi! Le esibizioni live rappresentano l’unico momento di contatto reale con il pubblico con il quale  dialoghi attraverso la tua musica le tue emozioni, la tua espressività. Questa è la vera magia”.

-Vivi da solo o con qualcuno. E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con mio marito e mio figlio. Ho dato sempre alla famiglia la priorità assoluta. Ho costruito qualcosa di importante cui non posso prescindere. Mio marito è un uomo che stimo molto anche per le sue qualità professionali, Oltre ad essere un docente di Storia dell’arte è anche un eccellente fonico con il quale ho realizzato praticamente tutti i miei lavori discografici. La musica ti accende, ti nutre ma spesso può anche spegnerti e interferire nei tuoi stati d’animo, la famiglia è il mio angolo protetto dove trovare rifugio nella routine quotidiana e dove ritrovare un po’ di me stessa”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa? 

“Credo proprio di sì. Abbiamo bisogno delle relazioni senza di cui la vita non avrebbe senso. Attraverso gli altri abbiamo modo di conoscere meglio noi stessi e credo che un evento come questo ci stia facendo riflettere. Vedo i segnali ovunque… ci telefoniamo… ci video-chiamiamo… ci scriviamo… abbiamo bisogno di conforto reciproco e di sapere che non siamo soli. Non saprei se i rapporti professionali subiranno dei cambiamenti, al momento c’è un grande spirito di collaborazione che speriamo continui anche in futuro con lo stesso entusiasmo”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Come ogni forma d’arte la musica è molto importante perché lavora sulle emozioni attraverso i suoni, smuove l’immaginazione, attiva la corteccia cerebrale, il pensiero, insomma è terapeutica, universale e non lo affermo io ma lo hanno  da sempre dichiarato filosofi, musicologi  e scienziati. Cosa potrei dire di più? È evidente che se oggi la musica nel nostro Paese venisse considerata un elemento di alto valore educativo e culturale per la nostra società, probabilmente sarebbe di grande aiuto sotto tanti aspetti primo tra tutti quello di fungere da supporto psicologico in un momento così particolare in cui il nostro stato d’animo è stato messo a dura prova”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?

“Ci si può affidare a noi stessi, alla nostra umana capacità di resistere ai cambiamenti. È sempre stato cosi, abbiamo risorse infinite, i nostri antenati vivevano nelle caverne e si trovavano in un habitat sconosciuto in balia di ogni pericolo. Ne è passato del tempo, tra glaciazioni, carestie guerre… insomma la specie umana è ancora qui e siamo miliardi di persone, forse un motivo ci sarà”.

Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“La retorica è diventata d’uso comune, si parla per stereotipi, c’è l’appello continuo rivolto ai cittadini di restare uniti, compatti, si tira spesso in ballo il termine “resilienza”. Va tutto bene, in Italia vivono circa 60 milioni di persone ed è giusto uniformarsi a delle direttive prese dal governo per arginare la pandemia, ma l’unità fino a quando? Cosa accadrà dopo questo lockdown? E soprattutto quanto durerà?”.

Sei soddisfatta di come si stanno muovendo i Vostri organismi di rappresentanza?
“Al momento quello che noto è una grande confusione. La quarantena dura da più di un mese e la mancanza a tutt’oggi di terapie per sconfiggere il virus ci lasciano timorosi, preoccupati, stanchi del distanziamento imposto. La politica dovrebbe essere coesa a garantire a tutti un sostegno immediato veloce, lasciando da parte la burocrazia farraginosa. Il governo manterrà l’impegno di tutelare tutte le classi lavorative più fragili e colpite, nessuna esclusa? Il settore “Cultura e spettacolo” per il quale la conta dei danni è una voragine enorme, lascia sospesi nel vuoto della precarietà artisti di ogni categoria e purtroppo sento sollevare pochissimo il problema da parte dei vari ministri. Questo mi spiace, perché siamo un paese che ha insegnato l’arte al mondo e non dovremmo dimenticarlo mai”

Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“È partita una petizione  #velesuoniamo, diretta al Governo proprio per chiedere un tavolo interministeriale tra MiBACT, Inps e Ministero del Lavoro per la tutela previdenziale e la protezione per tutto il settore dei lavoratori dello spettacolo promossa da Paolo Fresu, Ada Montellanico e Simone  Graziano e sono state già raggiunte quasi 60.000, firme… speriamo bene. Chiederei a questo al Governo di prendere in seria considerazione gli incentivi e gli aiuti alla Cultura e al mondo dello Spettacolo e siccome sono una musicista lo farei citando una bellissima frase di Nietzsche che recita…”Senza la musica la vita sarebbe un errore” “.

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Ermanno Maria Signorelli, chitarrista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Ermanno Maria Signorelli, chitarrista

Come stai vivendo queste giornate?
“È come se il tempo si fosse interrotto, le consuete scansioni che fissavano i ritmi delle mie giornate avessero assunto qualità e valori diversi: non si corre più, non si rende necessariamente tutto ciò che facciamo spendibile. Ci è stata data la possibilità di ricomporre noi stessi in un reale concetto di libertà che si realizza, al di là di qualsivoglia luogo fisico, in uno spazio confinato nella nostra mente. Ovviamente, mi riferisco a chi come me se lo può permettere, in quanto appartiene a quelle categorie di lavoratori costretti all’isolamento forzato, pur non dimenticando, con profonda riconoscenza, tutti quei lavoratori chiamati a sostenere il Paese”.

-Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso?
“Al di là di questa ovvia e necessaria impossibilità di svolgere qualunque attività concertistica, la “questione creativa”, invece, mi pone da musicista, come tutti gli artisti d’altronde, in una condizione di maggiore fertilità. Mi permetto, con tutta la cautela del caso e le dovute proporzioni, di ricordare che la storia ci ha consegnato, in una sorta di staffetta generazionale, una quantità incalcolabile di esempi di capolavori generati in periodi permeati da tragedie sociali: Guernica di Picasso, Il sopravvissuto di Varsavia di Schönberg, e tanti altri… La cosa più scoraggiante dei giorni nostri è aver reso tutto, arte compresa, un prodotto da commercializzare, annullando così la possibilità di riconoscere l’autenticità, anche quando questa è presente: perché in alcuni casi, per fortuna, ancora c’è.  Ma c’è, anche la voglia di urlare al mondo il tuo disappunto, ma qualcosa ti frena e il timore di sentirti un “traditore” ti assale.  Com’è difficile oggi sentirsi credibili!  Riguardo al futuro, ritengo, purtroppo, che nulla cambierà e, come un centometrista ai blocchi di partenza, al fischio del giudice di gara si ripartirà ancor più veloci e produttivi di prima”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Caro Gerlando, oltre al concertismo, mi occupo anche di didattica da molto tempo: insegno nella scuola pubblica, tengo corsi di perfezionamento, dirigo orchestre giovanili e partecipo a corsi indetti dalla comunità europea per il contrasto al disagio giovanile, questione che mi ha sempre visto in prima linea e per la quale ho sempre sentito una forte dedizione.
Nell’ultimo periodo, prima di questa emergenza, sono stato invitato a tenere delle lezioni nel centro Felsoors, la località ungherese sul lago Balaton sede dello Snétberger Talent Center, fondazione che si occupa del recupero, attraverso la musica d’eccellenza, di giovani con disagio sociale e culturale, prevalentemente ma non solo, Rom e Sinti.
Quindi, in conclusione, per mia fortuna, o meglio per una certa vocazione alla formazione dei giovani, riesco anche in questo difficile momento a sostenermi economicamente”.

-Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?

“Come si direbbe a Napoli: “Tengo Famiglia”. Alessandra, mia moglie, è psicologa dell’età dello sviluppo e in questo periodo si è attivata per realizzare delle letture filmate di fiabe per bambini, nell’intento di rallegrare un po’ le loro giornate e quelle dei loro genitori. In questa sorta di mini “Cinecittà” familiare, ho provato a defilarmi, ma come poteva mancare la musica per dar ancor più senso a tutta questa messa in scena?! Quindi, eccomi reclutato, mio malgrado, nella composizione di mini sonorizzazioni che mi hanno, comunque, molto divertito e dato la possibilità di riscoprire un mondo, quello delle fiabe per bambini, ormai da me dimenticato. Pietro, mio figlio, che ha l’età del tuo Beniamino, frequenta il liceo ed è in una sua bolla spazio-temporale, alle prese con la didattica a distanza che lo impegna quasi più di quanto gli era richiesto prima della chiusura.  Come puoi ben capire, stare con loro a tempo pieno mi riempie di gioia e nel contempo mi dà l’occasione di rinnovare quel senso di appartenenza che, nei periodi più ordinari della nostra routine, tende a offuscarsi. Tutto ciò è molto importante per me”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Sinceramente non credo che le nostre relazioni umane possano prendere una piega diversa dal solito, a meno che questa pandemia si perpetui troppo nel tempo stravolgendo tutti quei già precari equilibri che reggono la nostra società, e ci scagli verso una forte recessione economica, attraverso la quale, come di prassi, regna la logica del più forte.  A farne le spese è, quasi sempre, l’arte. Se penso che lo stato ha deciso di stanziare un contributo, una tantum, di 600 euro, questa la dice lunga sulla considerazione della vita degli artisti e del loro operato”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica, come tutte le altre forme artistiche, prefigurano un’arma a doppio taglio: hanno la capacità di scandagliare in profondità, sia la vita che la natura umana, e ciò che troviamo può sorprenderci piacevolmente, oppure spaventarci, destabilizzarci, rendendo i nostri messaggi più difformi all’ascolto, più graffianti e simili a un urlo”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?

“Sono molteplici le cose che faccio quotidianamente per tenermi su in questo periodo: la musica, una buona lettura, curare il giardino, studiare, ecc. Ma la riflessione che più pervade i miei pensieri in questo periodo, e non solo, è rivolta a decifrare come abbiamo fatto ad arrivare a tanto…quanto abbiamo manipolato la Natura, che da “matrigna” è diventata vittima agonizzante, fino a una tale devastazione che sembra abbia imboccato una via di non ritorno e di cui non riusciamo più ad avere il controllo (virus compreso). Ho visitato tempo addietro la mostra multidisciplinare “Anthropocene” che si è tenuta a Bologna, in cui viene documentato l’impatto dell’uomo sulla terra e tutto il disastro di cui è responsabile: un vero e proprio pugno nello stomaco! Quindi, con una certa concitazione, affermo che se sapremo considerare il pianeta come l’unica vera nostra casa, e dando vita a nuove forme di cooperazione che possano corrispondere con più equità alle reali esigenze delle persone, arte compresa, forse, potremmo garantire la vita a noi stessi e soprattutto a quella delle prossime generazioni”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Questi richiami continui alla patria, “concerti pensili”, “andrà tutto bene”, messaggi rassicuranti con tanto di pubblicità dei prodotti, non fanno altro che rafforzare l’idea che la retorica, aggiungo anche il moralismo, sono le armi dei MISERABILI”.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i Vostri organismi di rappresentanza?
“Che io sappia, gli unici organismi di rappresentanza nell’ambito musicale, sono rivolti esclusivamente al sostegno degli enti lirici-sinfonici. Per il resto, musica jazz compresa, è una specie di ginepraio in cui, per una ovvia debolezza della categoria, per una certa comodità della committenza e per scarsa considerazione, manca qualsiasi tutela e la dovuta rappresentanza. Riguardo alla SIAE, sì, è vero che risulta formalmente un ente pubblico, ma in realtà agisce con un regime più o meno aziendale e, quindi, non risulta ufficialmente un reale organismo di rappresentanza”.

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Chiederei di ascoltare con attenzione gli insegnamenti che questo periodo ci consegna, e di agire tempestivamente nel mettere in atto politiche che spingano tutti a considerare che siamo parte del mondo naturale e che se continuiamo in questa devastazione, in realtà devastiamo noi stessi e il futuro dei nostri figli”.

Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“In questa spinta verso le cose più sincere, consiglio, come ho fatto io, di riprendere, per chi ha la fortuna di averla, quella meravigliosa collana della Fabbri editori anni ’70 “I grandi del Jazz” che conservo come una reliquia, e che tanto ha contribuito alla mia giovanile formazione musicale”.

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Giovanni Palombo, chitarrista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Giovanni Palombo, chitarrista – ph Roberto Moretti

-Come sta vivendo queste giornate?
“Il periodo di “clausura” ci ha preso tutti in contropiede, io sono dovuto tornare un po’ affannosamente da alcuni concerti in Germania, e dunque son dovuto passare improvvisamente da giornate di continui spostamenti alla immobilità di questi giorni. All’inizio la sensazione era di un fermo circoscritto nel tempo, e una sorta di allarme interiore risuonava solo saltuariamente. Nei momenti meno coscienti sembrava di essere in una bolla, al limite di una situazione sognata, nonostante la dura realtà appresa dai media e dalle poche uscite permesse. La reazione è stata di organizzarmi in pochi giorni con una specie di tabella di marcia, flessibile e non rigida ma costante delle attività che voglio e posso fare, con la musica ovviamente al centro di questo programma”.

– Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“La situazione sul lavoro ha influito enormemente, azzerando concerti (per me 12 date in tre mesi!), lezioni, ipotesi di progetti con altri musicisti. Di fondo sono un ottimista per cui penso che le cose troveranno una soluzione, ma come tutti nel nostro settore temo che ci vorrà veramente molto tempo, soprattutto per i concerti live, che comportano comunque gruppi di persone riunite. Soprattutto i club ne soffriranno a lungo. Forse ci sarà una ripresa graduale, con situazioni iniziali possibili dove ci sono spazi più ampi. Sembra veramente irreale, i luoghi dei concerti sono posti di condivisione, vicinanza, emozione condivisa, saluti, abbracci, incontri di persone…”.

– Come riesce a sbarcare il lunario?
“La precarietà economica dell’essere musicista è proverbiale, con continui ondeggiamenti nei vari periodi, tra lezioni e periodi di stasi, concerti pagati poco e qualche data remunerata più dignitosamente (soprattutto all’estero devo dire). Adesso siamo nella incertezza più completa, è vero che non siamo i soli in questa situazione, ma spesso la musica e l’arte in genere sono considerate purtroppo una delle attività secondarie, di contorno. Sono riuscito a organizzare delle lezioni on line, quindi l’insegnamento in questa forma va avanti. Certo in modo più limitato, e comunque la lezione senza contatto umano sa sempre di ripiego”.

– Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia famiglia, quasi al completo perché mia figlia è all’estero. In questa situazione trovo che la famiglia abbia un ruolo molto importante. Ti dà forza, voglia di uscirne, condivisione di emozioni, dai momenti “down” agli slanci nel pensare a cosa si farà in futuro. Non invidio chi in questi giorni è costretto a vivere in solitudine, penso che tranne rari casi sia una ulteriore sofferenza. Questo stare così vicini tutti i momenti ha ovviamente anche dei limiti ed evidenzia momenti di crisi, ma soprattutto esprime con forza le sfaccettature dei sentimenti e della personalità di noi tutti, una cosa che spesso viene trascurata o percepita solo occasionalmente nella quotidianità usuale”.

Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Il timore di “risvegliarsi” diversi, e che la situazione possa obbligare a mantenere distanza e diffidenza purtroppo c’è. Tutto un contorno di misure di prevenzione e controllo evocano sempre di più una società che tende al “grande fratello”, che penso sia uno dei grandi timori per tanti, e soprattutto per quelli della mia generazione. Non posso neanche negare il timore di dover vivere una professionalità diversa, più artificiosa e difficile da realizzare. D’altra parte ho anche fiducia nelle risorse umane, nei sentimenti di solidarietà che nonostante tutto si intravedono un po’ ovunque. Ripeto che sono un ottimista, e vedo anche delle lezioni utili in questa crisi, che spero siano capitalizzate da noi tutti, dalla società e dai politici, per impostare un modo più equo ed ecologico di vivere”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica può avere un ruolo formidabile in questi momenti. Forse dobbiamo dimenticare il ruolo performativo e assumere una funzione di esaltazione dei sentimenti e delle passioni, della essenza interiore nostra e degli altri. Per arrivare a una sorta di verità condivisa che guarda al meglio, e che spesso è difficile vedere”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Ci si deve affidare a una razionalità che viva di buon senso, senza dimenticare i buoni sentimenti, non dimenticare di sforzarsi di tendere sempre al meglio. Questo ciascuno nel proprio settore, e direi anche nel proprio piccolo”.

– Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“La retorica è un elemento costante degli italiani, ereditata dalla civiltà greca e romana, ci accompagnerà sempre. In giorni come questi può assumere aspetti patetici, soprattutto quando è manipolata dai politici o dai media. E se sfiora il nazionalismo diventa anche pericolosa. A volte accompagna la portentosa vena polemica che è un’altra costante del carattere nostrano. Forse a volte la smussa un po’, non saprei, ma mi sembra inevitabile viste le nostre caratteristiche”.

– È soddisfatto di come si stanno muovendo i Vostri organismi di rappresentanza?
“È una domanda difficile. La sensazione che i nostri rappresentanti mostrino un livello di confusione e contraddittorietà è spesso presente, ma anche questo è un elemento storicamente presente. D’altra parte è anche evidente che in questa situazione è difficile orientarsi, e che le certezze siano poche. Lo dimostrano le posizioni di altri paesi europei, sbandierate inizialmente con forza e poi cambiate. Quello che vedo è che le misure prese alla fine sono condivise a livello mondiale direi, quindi pur nella precarietà e confusione si è andati nella direzione giusta”.

– Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Capisco che è una affermazione generica ma chiederei che gli interventi di sostegno non si dimentichino di nessuno. D’altra parte è una posizione dichiarata, e speriamo mantenuta”.

– Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Posso consigliare questi ascolti: 1) Renaud Garcia Fons, in particolare il CD “La linea del sur”, e i concerti live reperibili su YouTube. 2) Ralph Towner, “My Foolish Heart” e molto altro, anche con gli Oregon. 3) Tigran Hamasyan, su YouTube un mucchio di cose, ad es. Fides Tua. 4) Egbert Gismonti, quasi tutto. 5) Questo è diverso, non è jazz ma mi ha preso molto lo stesso: David Crosby, “Croz”, cantautorato californiano di qualità. 7) De Andrè, “Creuza de Ma” e “Anime Salve”. L’ordine non è di preferenza, e ci sarebbe molto altro…”.

I NOSTRI CD. Le forme del duo

Daniele Di Bonaventura, Michele Di Toro – “Vola Vola” – Caligola Records.
Nel jazz la coppia scoppia … di salute. È il caso di “Vola Vola”, l’album, edito da Caligola Records, in cui il bandoneon di Daniele Di Bonaventura sposa il pianoforte di Michele Di Toro nel mettere le ali a dieci brani esemplari dell’estetica musicale della partnership. Diceva Horacio Ferrer che “il bandoneon è una fatalità del tango”. Non solo tango, verrebbe da aggiungere ascoltando questo lavoro intitolato ad una delle canzoni abruzzesi più famose reinterpretata, fra le altre, su arrangiamento dello stesso bandoneonista. Perché un tale strumento dal suono struggente, se accostato ad una tastiera ispirata, anche quando fuoriesce dal ventre latino, amplia la gamma di possibilità espressive, per aprirsi ad una varietà sconfinata di opzioni.
Con Di Bonaventura e Di Toro la musica “trasvola”, scivola via in modo aeriforme, non imbocca false piste né infila uscite tortuose. E se può sembrare che il giusto grembo per quelle note sia il Piazzolla di “Jeanne y Paul” e i Gardel-Le Pera di “Soledad” e “Sus Ojos se cerraron”, la eccentricità del duo risalta quando è alle prese con “Blossom” di Keith Jarrett. Non c’è, intendiamoci, nessuna “slatinizzazione” del repertorio semmai si è all’approdo verso nuovi mondi sonori. Sono quelli per cui i due musicisti si fanno attori di spirali armoniche, propulsori di sintesi calde fra dimensioni tecnica ed artistica, addensatori colto-popular in pezzi quali “Touch Her Soft Lips And Part” di William Turner Walton. I due solisti si destreggiano inoltre in partiture proprie – Di Bonaventura in “Sogno di primavera”, Di Toro in “Corale” e in “Ninna nanna” – e quando si cimentano con la poesia insita in un brano altrui tipo “One Day I’ll Fly Away” applicano al meglio i propri elegiaci modi al lirismo vibrante di questa intensa composizione di Nils Landgren e Joe Sampler.

Alice Ricciardi, Pietro Lussu –“Catch A Falling Star” – Gibigiana Records.
Come zumare insomma inquadrare dei soggetti musicali tramite la macchina da presa uditiva? Facciamo l’esempio del canto femminile: qual è il contesto strumentale più idoneo a focalizzarne le doti? La soluzione proposta con il disco “Catch A Falling Star” della vocalist Alice Ricciardi col pianista Pietro Lussu è più che idonea: la voce, semplicemente cruda, affidata alla “cura” della tastiera, elettrica in questo caso. Beninteso la materia prima, quella canora, ed il contorno armonico della tastiera devono essere di prim’ordine perché il risultato sia adeguato alle aspettative.
Ed è quanto avviene con la Ricciardi, artista di stile e raffinatezza non comuni, che propone nell’album tredici brani sia di propria scrittura (fra cui spiccano “Clues Blues” a firma anche del pianista e”Y-Am”con i testi di Eva Macali) che standards di Berlin, Vance (vedansi il titolo del cd), Rodgers-Hammerstein, Gershwin, Van Heusen, Porter, Ellington ed una originale immersione nel pop d’annata con “Good Vibrations” dei Beach Boys. La forza del lavoro sta ulteriormente nella capacità di Lussu di inseguire in punta di piedi le di lei giravolte sui registri più acuti, nell’orchestrarla di ornamenti ed arabeschi, nell’abilità di rarefarne le atmosfere swing, nella discrezione nel defilarsi al momento opportuno e lasciare che la cantante segua il proprio filo d’Arianna, jazzisticamente proteso, con l’orientamento deciso che le è proprio.

Josh Deutsch, Nico Soffiato – “Redshift” – Nusica.org
Sembra alquanto inusuale la struttura binomica del piccolo gruppo formato dal trombettista John Deutsch – Grammy Award 2019 per il miglior album latin jazz – con Nico Soffiato alla chitarra baritona. Il duo, artisticamente nato a Boston, nel terzo disco, Redshift appena edito da Nusica.org, si arricchisce di loop, sinth e sovratracce, e si “rinforza” in diversi brani grazie alla presenza “extra” di due batteristi come Allison Miller alternato a Dan Weiss. Dunque un duo plus se si considera il featuring degli ospiti citati che vanno a ben incidere sulla tenuta ritmico-percussiva delle esecuzioni senza per questo minimizzare la validità del costrutto sonoro impastato dalla coppia leader. Il sodalizio ultradecennale di Josh e Nico si basa su una “bilancia” musicale, in bilico fra acustica ed elettronica, su due creste, estetica jazz/rock/pop ed anima classica (“44.2” è un riarrangiamento da Robert Schumann mentre “John My Beloved” è la nota cover di Sufjan Stevens laddove con “Paul” siamo nell’indie rock degli statunitensi Big Thief). Le composizioni di Soffiato si distinguono per scelta sussequenziale di accordi funzionali allo sviluppo melodico ed ad impro contenute (“Endnote”, “Remember”) con qualche deviazione funky (“Tooch Taach”). Dal canto suo il Deutsch autore si caratterizza per l’ondeggiare gravitazionale della tromba che va ad illuminare di rossastro gli antri sonori di “Time Lapse” o le luci basse di “Arrival” mentre in “Triad Tune” e nella stessa “Consolation Prize”, scritta a quattro mani col chitarrista, dà sfogo ad un eloquio modulato e intenso, istintivo e profondo, per rimanere a descrizioni “dual”. Il tutto viene shakerato avendo sullo sfondo la skyline di New York, metropoli in cui i nostri eroi si sono da tempo trasferiti assorbendone in pieno lo spirito innovativo. Da precisare che Redshift, oltre ad essere il nome della storica band inglese fondata da Mark Shreeve, sta ad indicare la maggiore lunghezza d’onda di un qualcosa che si allontana. Da qui il richiamo subliminale al gioco più/meno di frequenze del duo in questione.

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Maria Pia De Vito, cantante, compositrice

Foto di Gianfranco Rota

Intervista raccolta da Daniela Floris

 

Come stai vivendo queste giornate?

Dopo una prima fase di incredulità / imbambolamento, adesso approfitto della possibilità di stare a lungo a casa mia; per me è una novità. Studio molto, scrivo e leggo molto, mi occupo della manutenzione della casa, del corpo, delle orecchie e della testa! Sono serena, ma anche inquieta, come credo sia normale.

 

Tutto ciò come ha influito sul tuo lavoro?

Ovviamente è un cambiamento radicale. Fermo il lavoro dei concerti, in stallo l’uscita di un disco pronto. Ho iniziato l’insegnamento online con gli studenti del Conservatorio. E’ impegnativo, devi fare quasi un viaggio extra-corporeo per far passare l’energia a distanza… ma è bellissimo. E sono contenta che in questo momento di sperdimento con gli allievi  stiamo riuscendo a mantenere  un filo rosso di motivazione e apprendimento.
Il contraccolpo per lo spostamento in avanti  del Festival Bergamo Jazz,con la mia prima direzione artistica, dopo un anno intenso di lavoro con il bel team della fondazione Teatro Donizetti, e un programma di cui ero fiera, è stato straniante. Ma di fronte alla tragedia immensa che ha travolto  Bergamo, Brescia, tutta la Lombardia, e pian piano il resto del mondo, francamente il rammarico personale è passato decisamente in secondo piano.
Devo dire che con il team di Bergamo Jazz abbiamo avviato in questa clausura una cosa bella:una campagna di raccolta fondi per l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, tramite la Onlus Cesvi, tramite una serie di Concerti online, iniziata con un mio mini concerto e contributi di Tino Tracanna e altri musicisti bergamaschi.  L’associazione dei Festival Jazz  I-jazz ha subito aderito e rilanciato, ed è nata la campagna #iljazzitalianoperbergamo, una catena bellissima. Il concerto di Noa , che ha poi spontaneamente aderito all’iniziativa, è stato una bomba mediatica: la campagna durerà fino a fine maggio, con la massima collaborazione di tanti promoter e tantissimi musicisti che si sono messi a disposizione. Un altra possibilità di lavoro online.

 

Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?

Fare una previsione sui tempi e i modi dell’uscita dall’emergenza è impossibile. Ma è proprio su come si uscirà da tutto ciò che dipende il futuro di tante persone: bisogna capire subito come ricominciare.
La categoria dei musicisti, degli artisti dello spettacolo, senza distinzione di genere, è colpita in maniera drammatica: sappiamo  che i guadagni da vendite di musica online sono irrisori, il vero indotto per la maggioranza dei musicisti è il Live. I limiti imposti dalla sicurezza agli “assembramenti”, le distanze di sicurezza imposte nella fruizione dei concerti saranno un problema per  tutta la filiera: musicisti, organizzatori di festival, promoters, agenzie. Bisogna che qualcosa in questa Nazione cambi, in rapporto ai propri artisti e ai lavoratori della cultura. Per il resto  dobbiamo sperare nella scienza , che un vaccino venga fuori presto, i danni sono già incalcolabili.

 

Come te la cavi senza poter suonare?

Ho di base le  entrate derivanti dal mio insegnamento in Conservatorio, e mi sento già fortunata così. Sono molto preoccupata per i tanti colleghi le cui entrate dipendono esclusivamente dai concerti.

 

Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?

Credo  che da questa quarantena  usciremo  tutti senz’ altro diversi, più consapevoli sul piano personale e su quello del rispetto dell’ambiente, perché  la paura e l’istinto di sopravvivenza ci stanno facendo,nell’immediato, correre ai ripari. Si stanno attivando moltissime catene di solidarietà, ed è una bella cosa. Per chi riesce a mettersi in “pausa” nella pausa, è come un ritiro spirituale, una grande pulizia interna.
Ma non ho molte  illusioni sulle dinamiche dei “poteri” che ritroveremo all’ uscita da tutto questo. Quello che stavamo vivendo prima del Covid non è mica sparito da un giorno all’ altro. E’ solo tutto congelato dalla pandemia e dal lockdown. E la “promiscuità psichica” dei social  è un’arma così facilmente a portata di mano per chiunque voglia manipolare… bisognerà  partecipare e combattere molto .

 

Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

La musica, la poesia, l’arte, il pensiero e la memoria,  sì, possono aiutare molto.

 

Se non alla musica a cosa ci si può affidare?

Al nutrimento della propria anima. La meditazione , la lettura, l’arte praticata o fruita, la condivisione della bellezza, la solidarietà vera, pratica.

 

Mi racconti una tua giornata tipo?

Al mattino, lettura dei giornali, un po’ di lavoro online , pulizie di casa a tempo di musica, un po’ di  warm up fisico, tecnica vocale, e un po’ di spazio “creativo“,ogni giorno diverso. Dopo pranzo studio  al piano e composizione, un po’ di Tai – Chi sulla terrazza  condominiale del mio palazzo, e lezioni online nel pomeriggio avanzato fino a sera.  Dopo cena mi aspetta qualche buon libro o qualche film e qualche raro talk show per aggiornarmi, ma non allo spasimo.


Se avessi la possibilità di essere ricevuta dal Governo, cosa chiederesti?

Tante cose, che si possono riassumere in questo: in generale, massimi investimenti su Sanità, Cultura, Istruzione e Ricerca. L’istruzione e la diffusione della cultura sono la  nostra assicurazione sulla vita
E in questo momento in particolare chiederei un trattamento previdenziale meno iniquo di quello che il nostro paese ha finora offerto ai propri artisti. Un riconoscimento vero, pratico, dell’importanza del nostro lavoro.  Chiederei di guardare al modello francese, o tedesco, o scandinavo.

 

Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?

Come sempre ascolto di tutto, nella mia maniera magmatica e seguendo i fili della ricerca… suggerisco pertanto di ascoltare di tutto, ma con una raccomandazione: esplorare  il presente .
La musica è cosa viva,e va tenuta viva col nostro ascolto del nuovo.

 

Quale tuo progetto è rimasto incastrato in questa emergenza e che invece vuoi segnalare?

Ho un disco appena finito,con Julian Oliver Mazzariello, Enzo Pietropaoli e Alessandro Paternesi, che si chiamerà “ Dreamers”, e uscirà per i tipi della Jando records. Un disco sui grandi songwriter che dagli anni 60/70 in poi hanno scritto e  sognato di un mondo decisamente migliore di quello che stavamo vivendo prima del Covid;  capaci di  parlare di intimità e tenerezza ma anche di esprimere in musica il loro  sguardo critico sulla storia, la politica, le istanze sociali dei loro e dei nostri tempi. Da Paul Simon, Bob Dylan, David Crosby, alla mia amata Joni Mictchell a Tom Waits.  Appena si riapriranno le porte lo daremo alle stampe, e  spero al più presto potremo tornare ai concerti dal vivo.