L’Estate alla Casa del Jazz, ricca di splendida musica

Una splendida giornata di caldo e di sole ha fatto da cornice alla conferenza stampa di presentazione di “Summertime 2019“, la rassegna estiva della Casa del Jazz di Roma, che si aprirà il 24 giugno per concludersi il 1° agosto con oltre 30 concerti. Approfittando del clima finalmente favorevole, l’incontro si è tenuto all’esterno della palazzina di viale di Porta Ardeatina; al tavolo delle autorità Aurelio Regina, presidente di Fondazione Musica per Roma, Josè R. Dosal, amministratore delegato di Fondazione Musica per Roma, Teresa Azzaro, direttore artistico de “I concerti nel parco” e Luca Bergamo, vicesindaco e assessore alla Crescita culturale di Roma; in prima fila, tra il pubblico,  tre artisti di assoluto rilievo come Enrico Pieranunzi, Sergio Cammariere e Javier Girotto.

È toccato al vicesindaco rompere il ghiaccio; Bergamo ha illustrato gli ottimi risultati ottenuti dal suo assessorato nel Comune di Roma: nei primi tre mesi dell’anno, sono stati organizzati dalle istituzioni culturali partecipate dal Comune di Roma, esclusi i musei, duemilanovecento eventi con circa cinquecentomila presenze. Ora senza voler minimamente contestare tali numeri, chi avesse ascoltato le parole di Bergamo non abitando a Roma, avrebbe potuto credere che la Capitale stia vivendo un momento di particolare fulgore. Purtroppo non è così, ché gli eventi cui Bergamo accennava si sono svolti all’interno di un contesto cittadino non proprio ottimale, per usare un eufemismo. Nessun accenno, quindi, ai molti guai che continuano ad affliggere Roma e che solo molto, molto parzialmente possono essere leniti da quei successi cui il vice sindaco ha fatto riferimento.

Ma veniamo alla musica. Aurelio Regina ha sottolineato il valore sociale e civico che ha la Casa del Jazz, luogo tolto alla malavita organizzata e restituito alla città per cui “fare musica qui ha un valore doppio rispetto ad altri luoghi”. Fare musica che, anche quest’anno, si svolge sotto l’egida di Musica per Roma, dopo che lo scorso anno la manifestazione si era chiusa con un bilancio gratificante di oltre ventimila presenze. E tutto lascia supporre che anche quest’anno si potranno raggiungere risultati altrettanto positivi, vista la qualità del programma che comprende jazz, blues, soul, tango, swing, funky, acid jazz e musiche del Mediterraneo.

Come al solito ci soffermiamo sugli appuntamenti a nostro avviso più interessanti. In quest’ambito si inserisce l’apertura del 24 giugno con il Quinteto Astor Piazzolla, formazione di virtuosi sotto la direzione di Laura Escalada Piazzolla creata per proteggere e diffondere l’enorme lascito del musicista argentino.

L’8 luglio toccherà agli Incognito che riproporranno il loro inconfondibile mix di groove, soul e funk. Tanto atteso, poi, il ritorno del chitarrista Bill Frisell, che si esibirà in trio con Thomas Morgan e Rudy Royston il 10 luglio. Il 15 luglio ecco la Band guidata da Steve Gadd uno dei più influenti batteristi dell’intera storia della musica contemporanea; il 17 sarà la volta di un duo d’eccezione composto dal pianista belga Eric Legnini e da uno dei più talentuosi interpreti della New Jazz Generation italiana Raffaele Casarano. Il 19 luglio, a nostro avviso l’appuntamento più importante dell’intera rassegna: arriva Charles Lloyd, uno dei più grandi sassofonisti viventi, una vera leggenda, noto tra l’altro per alcune incisioni storiche (“Forest Flower” tanto per citarne una) e per aver lanciato le carriere di molteplici pianisti, tra cui Keith Jarrett e Michel Petrucciani. Il 21 luglio sarà la volta del trio composto da Peter Erskine, Eddie Gomez e Dado Moroni.

Il 30 luglio, grande festa per i 25 anni di uno dei gruppi più noti per aver reinterpretato il tango argentino in chiave jazz: Javier Girotto & Aires Tango “25 anos”. Come al solito “robusta” e di assoluta qualità la presenza del jazz italiano.

Il 26 giugno prima serata con la Roma Sinfonietta che eseguirà Trouble in Tahiti, opera nata nel 2018 in occasione del centenario della nascita di Leonard Bernstein, mentre la seconda serata – in programma il 4 luglio – sarà dedicata al genio compositivo di George Gershwin.  Il 29 giugno sarà il turno del poliedrico vocalist Gegè Telesforo mentre il 6 luglio ritorna la NTIO New Talent Jazz Orchestra, formata da giovani talenti del jazz italiano diretta da Mario Corvini che, per l’occasione, interpreterà le composizioni e la musica di Enrico Pieranunzi, egli stesso sul palco come ‘special guest’ (progetto che diverrà presto un disco per Parco della Musica Records).

Il 25 luglio troviamo la tromba di Paolo Fresu unita al bandoneon di Daniele di Bonaventura che incontreranno il violoncellista carioca Jacques Morelenbaum per gettare un ponte tra Mediterraneo e Brasile.  Il 26 luglio Sergio Cammariere presenterà al pubblico romano il suo ultimo disco “La fine di tutti i guai” pubblicato dalla Parco Musica Records; il 29 luglio Antonello Salis e Simone Zachini, virtuosi della fisarmonica e improvvisatori totali, si incontreranno per sperimentare una musica senza confini. Il 31 luglio l’eccezionale duo Fabrizio Bosso (alla tromba) e Julian Mazzarielo (al pianoforte) presenterà il nuovo disco ‘Tandem Live’.

Ma “Summertime 2019 – L’estate a Casa del Jazz” non finisce qui e prosegue anche con la 29esima edizione de “I concerti nel parco” – per la quarta volta nella location in via di Porta Ardeatina – con la direzione artistica di Teresa Azzaro. Vera e propria anima della manifestazione, la Azzaro è persona sicuramente capace, competente… peccato che non possieda il dono della sintesi. Il suo intervento, davvero lungo… molto lungo, ha reso impossibile seguirla con attenzione sino alla fine. Comunque, scorrendo il ricco programma, ci sono alcuni appuntamenti di rilievo anche per gli appassionati di jazz.

In particolare, l’11 luglio sarà di scena Sarah Jane Morris, una delle vocalist più carismatiche e interessanti dell’intero panorama musicale al di là di qualsivoglia etichetta mentre il 16 luglio il fisarmonicista di statura mondiale, Richard Galliano, e il flautista Massimo Mercelli si incontreranno con i Solisti Aquilani.

Il 27 luglio il duo Omar Sosa (pianoforte) e Yilian Canizares (violino e voce) si esibiranno con il percussionista Gustavo Ovalles nelle vesti di special guest. Infine, il 1° agosto, il graditissimo ricorso dell’Orchestra di Piazza Vittorio con la direzione artistica e musicale di Mario Tronco.

Gerlando Gatto

 

Centrato omaggio di Riccardo Fassi all’arte di Herbie Nichols

Un centenario passato sotto silenzio, quello del pianista-compositore afroamericano Herbie Nichols nato nel 1919 e scomparso nel 1963, quarantaquattrenne, a causa di una leucemia. Il suo amico ed allievo Roswell Rudd, trombonista, sosteneva che a favorire, se non a causare, la morte di Nichols fosse stata anche la profonda frustrazione di un artista eccelso, all’avanguardia, che non riusciva a vivere della propria musica ma sopravviveva facendo il sideman in gruppi dixieland oppure suonando in locali scadenti. Lo raccontava già A.B. Spellman nel 1966, nel suo bel libro “Four Jazz Lives” (tradotto in italiano nel 2013, da minimum fax).

Ci volle la lungimiranza del produttore Alfred Lion a portare nel 1955-’56 Nichols in sala di incisione per uno dei suoi pochi album, in trio. In realtà il songbook del pianista contava circa centosettanta composizioni (svariate con liriche di suo pugno) e Rudd – tra i più esperti in materia – ne conosceva una settantina. Un centinaio di lavori sono, quindi, andati persi ma una parte significativa del repertorio nicholsiano resta nelle incisioni Blue Note e Bethelem, più altri inediti che man mano vengono proposti. Tanti e significativi jazzisti, americani ed europei, hanno infatti valorizzato nel tempo una musica di sorprendente attualità: Steve Lacy, Rudd, la ICP con Misha Mengelberg ed Han Bennink, Buell Neidlinger, Simon Nabatov tra gli altri.

Di grande spessore appare, quindi, la serata “Herbie Nichols 100” che la romana Casa del Jazz, per iniziativa del direttore Luciano Linzi, ha organizzato venerdì 17 maggio scorso, serata che ha visto una breve introduzione storico-biografica sul musicista newyorkese di chi scrive seguita da un ottimo concerto del Riccardo Fassi Quintet. Come ha spiegato il leader-pianista, il “testimone” del repertorio di Herbie Nichols gli è stato direttamente passato da due musicisti: il pianista e didatta inglese Martin Joseph, che nelle sue lezioni di storia del jazz alla Scuola Popolare di Musica di Testaccio gli dedicava particolare attenzione; il trombonista Roswell Rudd che, in occasione del disco “Double Exposure” (Wide, 2009, Fassi 4tet con Rudd, Paolino Dalla Porta e Massimo Manzi), gli regalò partiture inedite che aveva ricevuto direttamente dal padre di Nichols.  In realtà il concerto romano ha avuto una doppia valenza: la realizzazione in quintetto con due fiati (Torquato Sdrucia, Carlo Conti; Steve Cantarano al contrabbasso e Pietro Iodice alla batteria, tutti eccellenti come il pianista-leader) che ha dato spessore e ricchezza a brani eseguiti dall’autore solo in trio, anche se pensati per organici più ampli; l’esecuzione di una serie di inediti di notevole bellezza e visionarietà. Unico appunto alla serata la mancanza nel pubblico degli studenti di musica di scuole e conservatori che avrebbero potuto ascoltare dal vivo un repertorio pregevole e modernissimo, che secondo A.B.Spellman – se debitamente promosso – avrebbe potuto costituire un’alternativa (a livello di estetica) a quello di Bud Powell e John Lewis negli anni ’50.

La scaletta del concerto ha, in effetti, montato con sagacia composizioni note ed inedite, ampliandone la tavolozza timbrica ed esaltandone la dinamica, sottolineando la forte e caratterizzante componente ritmica di Nichols; apprezzato da Mary Lou Williams, il pianista aveva studiato attentamente la musica di Monk ma la propria aveva radici e riferimenti amplissimi (Bartok, Prokofiev, Hindemith, la musica caraibica ed una conoscenza enciclopedica del jazz, dal ragtime all’hard-bop). Si sono ascoltati “Third World” dalle armonie molto moderne, con un bel solo di piano, uno scambio (Four) tra batteria e pianoforte ed un assolo al tenore di Carlo Conti che ha esaltato gli aspetti coltraniani (prima di Coltrane) insiti nel brano; “Cro-magnon Nights” dalla particolare linea melodico-ritmica, con colori quasi mingusiani; “Shuffle Montgomery” dal tema suadente, impreziosita da un arioso assolo di piano e da un efficace solo di baritono (Sdrucia); “The Happening” che sfrutta un tempo di marcia; la poco conosciuta “Ina” che per le sue armonie sembra uscita dalla penna di Wayne Shorter; la ballad inedita – e magistrale – “I Never Loved or Cared With Love”; l’asimmetrica e monkiana “Double Exposure”; un altro inedito basato su una scala della musica classica indiana, “Carnacagi”: nulla sfuggiva alla colta e onnivora curiosità di Herbie Nichols. Il concerto si è concluso con il brano più noto dello sfortunato pianista: “Lady Sings The Blues”, un omaggio-ritratto a Billie Holiday di cui scrisse anche le parole.

A volte – come scrisse il critico letterario, saggista e romanziere Giacomo Debenedetti – progetto e destino non coincidono.

Luigi Onori

A Grado Jazz by Udin&Jazz Gonzalo Rubalcaba e Snarky Puppy

L’estate si avvicina e i vari festival del jazz che ogni anno affollano lo stivale scaldano i motori e presentano i rispettivi programmi.

Chi segue “A proposito di jazz” sa bene come oramai non amiamo particolarmente questo tipo di manifestazioni il più delle volte inutili passarelle di grandi nomi che tra l’altro si ha modo di ascoltare anche durante il resto dell’anno. Ci sono tuttavia eventi che sfuggono a questa regola e che quindi siamo ben lieti seguire e di segnalarvi, manifestazioni che si caratterizzano anche per la volontà di valorizzare i talenti locali dando loro il giusto spazio.

E’ in questa categoria che va inserita “Udin&Jazz” che quest’anno ha cambiato nome e location: ecco quindi il “Festival Internazionale GradoJazz by Udin&Jazz”, organizzato da Euritmica con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e del Comune di Grado, in collaborazione con i comuni di Cervignano del Friuli, Marano Lagunare, Palmanova e Tricesimo. Giunta alla sua 29° edizione, la rassegna si è oramai imposta all’attenzione generale per aver offerto al suo pubblico il meglio della scena jazz contemporanea, tra avanguardia e tradizione, ospitando grandi artisti internazionali e italiani, con un’attenzione particolare, come si accennava, ai musicisti del Friuli Venezia Giulia.

Il Festival si svolge a cavallo tra i mesi di giugno e luglio in diverse località della regione per approdare a Grado, che da quest’anno ospita il clou della storica manifestazione.

Nella settimana gradese, sono in programma concerti, workshop, mostre, libri, incontri, proiezioni, visual art, il tutto impreziosito da una piacevole ospitalità nello scenario magnifico della laguna di Grado, l’isola del sole, un lembo di terra sospeso tra mare e vento, tra storia e futuro.

Dopo un prologo già dal 25 giugno con concerti a Tricesimo, Cervignano del Friuli, Savogna d’Isonzo e un weekend a Marano Lagunare, il Festival entra nel vivo il 6 luglio, a Palmanova (Ud), città stellata patrimonio mondiale dell’Unesco, dove i mitici King Crimson, progressive rock band britannica di livello mondiale, si esibiranno nella  Piazza Grande nella prima delle quattro date italiane del Tour che celebra il 50°anniversario di attività per il gruppo di Robert Fripp e compagni; la serata finale  a Grado (Go), dove l’11 luglio gli Snarky Puppy, una delle più belle realtà della nuova scena musicale internazionale, saliranno sul palco del Jazz Village al Parco delle Rose, nella prima delle cinque date in Italia, per presentare il nuovo album “Immigrance”, uscito il 15 marzo.

Ma, procedendo con ordine, diamo un’occhiata più da vicino al ricco cartellone.

Il 25 giugno, la Piazza Garibaldi di Tricesimo vedrà esibirsi le vocalist e la band del NuVoices Project; il 26 sarà Cervignano del Friuli ad accogliere i Pipe Dream, una band internazionale con quattro delle personalità più interessanti nella nuova scena creativa italiana e con il violoncellista americano Hank Roberts; il 27, l’incantevole Castello di Rubbia a Savogna d’Isonzo ospiterà un “piano solo” di Claudio Cojaniz; nel weekend del 28, 29 e 30 giugno ritorna a Marano Lagunare la rassegna Borghi Swing by Udin&Jazz – seconda edizione – con un programma costruito ad hoc per valorizzare da un canto le migliori espressioni del panorama jazzistico del FVG, dall’altro i luoghi, l’ambiente, la storia, i riti, la cultura e l’enogastronomia del territorio in cui tale musica si è sviluppata.

Dal 3 luglio il festival si trasferisce a Grado, con una mostra di sassofoni d’epoca curata da Mauro Fain e proiezioni di filmati di concerti jazz storici; il 6 luglio, in occasione del “Sabo Grando”, la fanfara jazz Bandakadabra allieterà con la sua musica le vie del centro; il 7 luglio, GradoJazz entra nel vivo con la formula dei due concerti su due diversi palcoscenici (alle 20 e alle 21.30), nel Jazz Village del Parco delle Rose, dove lo spettatore, oltre alle emozioni della musica, potrà vivere anche una “street food experience” con degustazioni di prodotti dell’enogastronomia del FVG. Le cinque serate saranno precedute alle ore 18.00 da incontri con artisti, giornalisti, scrittori che animeranno i Jazz Forum nella struttura del Velarium, accanto all’ingresso principale della spiaggia.

Le notti gradesi si allungheranno al Jazz Club, dal 7 all’11 luglio, sulla spiaggia principale, verso mezzanotte, night music dal vivo, sorseggiando un drink sotto la luna a due passi dal mare…

La prima serata gradese del festival, il 7 luglio (ore 20), ci porterà ad immergerci nelle suggestive atmosfere argentine con il Quinteto Porteño, un tributo alla musica del grande Astor Piazzolla; alle 21.30, l’attesissima performance di uno tra i musicisti più noti d’Italia: il trombettista Paolo Fresu, con il suo nuovo progetto discografico “Tempo di Chet”, in trio con Dino Rubino (uno dei pochissimi musicisti che suona altrettanto bene tromba e pianoforte), e Marco Bardoscia (uno dei più interessanti contrabbassisti del jazz europeo). Questo dialogo a tre voci, raffinato, di grande impatto emotivo e intellettuale, è iniziato per l’avventura teatrale del progetto “Tempo di Chet – La versione di Chet Baker” e tutte le musiche sono composte da Fresu.

L’8 luglio, nel primo dei due concerti in programma, un’eccezionale performance: quella del trio del pianista Amaro Freitas, uno dei nuovi talenti del jazz contemporaneo brasiliano. A seguire, alle 21.30, una grande festa musicale con la North East Ska* Jazz Orchestra, formazione di 20 elementi cresciuta in regione, forte di un sound travolgente rodato sui palchi di mezza Europa, che qui presenta il suo nuovo lavoro discografico.

Il 9 luglio, a più di dieci anni dal disco “Licca-Lecca”, premiato dal pubblico con oltre 10.000 copie vendute, i Licaones ripropongono a Grado (ore 20) il loro progetto musicale con ai fiati, il sassofonista Francesco Bearzatti e il trombonista Mauro Ottolini, all’organo Oscar Marchioni e alla batteria Paolo Mappa.

Alle 21.30, sale sul palco del Parco delle Rose una delle stelle del jazz mondiale: il pianista Gonzalo Rubalcaba, in trio con Armando Gola al basso e Ludwig Afonso alla batteria. Definito dal New York Times “un pianista dalle capacità quasi sovrannaturali”, Rubalcaba è il più celebre musicista cubano della sua generazione, un virtuoso dalla tecnica strabiliante, la cui abilità improvvisativa ha contribuito a spianare la strada al movimento del jazz latino-americano e oggi ai vertici del pianismo jazz mondiale. Ed è proprio questo, a nostro avviso, l’evento clou del Festival. Personalmente conosciamo Gonzalo da molti, molti anni, avendolo incontrato ad un Festival della Martinica quando ancora era un giovane talentuoso pianista ma poco- se non per nulla – conosciuto in Europa. Da allora Gonzalo ha di molto modificato il suo stile pianistico che se prima era perfettamente riconoscibile come ‘cubano’ adesso non è in alcun modo etichettabile essendo espressione di un talento purissimo che mal sopporta qualsivoglia schematizzazione

Il 10 luglio, serata dedicata al blues! S’inizia con la Jimi Barbiani Band, nuovo progetto di uno dei migliori chitarristi blues rock slide d’Europa. Si prosegue, alle 21.30, con il grande bluesman californiano Robben Ford, il musicista che fondò i mitici Yellowjackets! La sua è una musica difficile da definire; suona e canta il blues con grande classe ma il suo percorso artistico prevede importanti incursioni nel jazz, nella fusion e nel funky. Non a caso vanta collaborazioni discografiche eccellenti con artisti di assoluto livello quali, tanto per fare qualche nome, Miles Davis, i Kiss, Burt Bacharach, Muddy Waters, George Harrison, Joni Mitchell. Cinque volte candidato ai Grammy, è stato definito dalla rivista Musician “uno dei più grandi chitarristi del XX secolo”.

La serata finale del festival, giovedì 11 luglio, sarà aperta da Maistah Aphrica, progetto che porta i suoni dell’Africa rivisitati dai migliori protagonisti del panorama jazz made in FVG. Il concerto-evento degli Snarky Puppy, collettivo con base a New York e con circa 25 membri in rotazione, fondato dal bassista Michael League, chiuderà l’edizione 2019 di GradoJazz by Udin&Jazz.

Gerlando Gatto

 

 

Al FIM di Milano “Globetrotter”: il nuovo album di Luca di Luzio prodotto da Jimmy Haslip

E’ uscito “Globetrotter”: l’album del chitarrista Luca di Luzio prodotto da Jimmy Haslip, membro fondatore dei celebri Yellowjackets e vincitore di 2 Grammy Awards, noto anche per essere stato uno dei primi bassisti ad aver utilizzato il basso a 5 corde.
Da oltre un mese ai primi posti della classifica americana Roots Music Report tra gli album più trasmessi in radio, “Globetrotter” comprende 9 tracce: 2 omaggi – “Naima” di John Coltrane e “Sunshower” di Kenny Barron – più 7 brani scritti da Luca di Luzio coniugando melodia e groove.
Nel disco una grande lineup: lo stesso Jimmy Haslip al basso elettrico, Dave Weckl alla batteria, Max Ionata al sassofono, George Whitty alle tastiere e altri ospiti tra cui Alessandro Fariselli.
Dopo l’anteprima negli Stati Uniti al NAMM Show, Luca di Luzio presenterà il suo lavoro discografico il 16 maggio al FIM di Milano e poi a luglio con un tour in diverse città italiane.

Chitarrista dallo stile versatile, di Luzio suona l’elettrica, l’acustica, la classica e spazia dagli standard alla bossa nova fino al funky, passando per la fusion ed il blues. Ha un talento creativo ed è impegnato in numerosi progetti musicali per i quali ha collaborato e suonato con artisti a livello nazionale e internazionale: Dave Weckl, Jimmy Haslip, George Whitty, Marvin “Smitthy” Smith, Max Ionata, Fabrizio Bosso, Paolo Fresu, Bob Stoloff, Lauren Bush, Giancarlo Schiaffini, Javier Girotto e molti altri.
Da oltre 5 anni è direttore artistico del Comacchio Jazz Festival, e da oltre 4 cura con l’Associazione Jazzlife la programmazione della rassegna jazz del Mariani Lifestyle di Ravenna, oltre ad aver diretto diverse manifestazioni musicali nel territorio dell’Emilia-Romagna.

Luca di Luzio racconta di “Globetrotter”:
“Dopo 30 anni di musica ho deciso di raccontare la mia storia attraverso 7 brani originali e 2 standard. Tra questi: “Smile!”, uno dei miei primi brani, sintesi del mio linguaggio musicale fatto in gran parte di melodie semplici e groove. Max Ionata esegue un solo fantastico in questo brano; “Mr Brown” è dedicato a Dean Brown, un musicista che mi ha dato molto sia musicalmente che umanamente, mi ha guidato nell’affrontare grandi sfide musicali e mi ha sempre spronato a “tirare su l’asticella” degli obiettivi da raggiungere; in “Jazzlife” l’amico e collega Alessandro Fariselli suona un gran solo con il suo sax tenore; “Sunshower” è un brano di Kenny Barron che suonavo spesso con Marco Tamburini. Mi piace ricordare Marco così e ogni volta che lo suono sento ancora il suo timbro. “POP FLA” è la mia passione per la musica latina e per la tradizione, lo swing insieme in un brano dove George Whitty e Dave Weckl hanno costruito un canovaccio armonico e ritmico incredibile. Ho scritto questo brano un paio di anni fa in Florida. “Naima” è uno dei miei standard preferiti, lo suono da circa 20 anni. Ho riarmonizzato il tema ad accordi e cambiato la tonalità originale per poter usare le corde a vuoto della chitarra.

“Globetrotter” è su Spotify http://bit.ly/globetrotterSPOTIFY e su iTunes http://bit.ly/globetrotterITUNES mentre la copia fisica è disponibile cu CD Baby: https://store.cdbaby.com/cd/lucadiluzio. Tutte le info e gli aggiornamenti sul tour sono sul sito www.lucadiluzio.it

Laureato in Chitarra Jazz presso il Conservatorio di Musica Frescobaldi di Ferrara, Luca di Luzio ha suonato con la SIDMA Orchestra dal 2008 al 2013, nella Jazzlife Orchestra, nella Big Band del Conservatorio Frescobaldi. Nel 2008 fonda il quartetto di musica brasiliana Barioca insieme a Chica Piazzolla, Tom Sheret, Flavio Piscopo, formazione con cui si esibisce in oltre 100 concerti.
Nel 2010 costituisce un trio a proprio nome, il Luca di Luzio Electric Trio insieme a Stefano Peretto (dr) e Pier Mingotti (bs). Nel 2016 nasce il Luca di Luzio Blue(s) Room Trio, un Organ trio con Sam Gambarini all’Hammond e Max Ferri alla batteria. Con questa formazione si esibisce in clubs e Festival in tutta Italia e ospita spesso la cantante canadese Lauren Bush.
Nel 2018 Luca registra l’album “Globetrotter” con Dave Weckl alla batteria, Jimmy Haslip al basso elettrico, George Whitty alle tastiere Max Ionata al sassofono. L’album è prodotto dallo stesso Jimmy Haslip.
Partnership e endorsement: Luca di Luzio collabora come endorser con alcune aziende leader del settore nella produzione di strumenti musicali e accessori come Benedetto Guitars, DV Mark Amps, D’Orazio Strings, Eventide Pedals, Zoom Multieffects, Timber Tones picks.Con queste aziende partecipa come dimostratore a numerose manifestazioni nazionali ed internazionali come il SHG, il Frankfurt Musikmesse, il NAMM Show di Los Angeles. Con la D’Orazio Strings, l’azienda produttrice di corde per chitarra più antica al mondo, ha realizzato un set di corde per chitarra Jazz (a sei e a sette corde), oggi commercializzato come suo Signature set. Ha inoltre curato il design di una borsa speciale per le chitarre Archtop (www.jazzbag.it) ed una pedaliera prodotta dall’azienda polacca G-Lab.

CONTATTI
www.lucadiluzio.it – info@jazzlife.it
UFFICIO STAMPA
Fiorenza Gherardi De Candei – tel. 3281743236 – email info@fiorenzagherardi.com

VICENZA JAZZ 2019: Uri Caine Trio, la poesia dell’improvvisazione e delle dinamiche

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Vicenza Jazz 2019

Teatro Olimpico, domenica 12 maggio, ore 21

URI CAINE TRIO, Calibrated Thickness
Uri Caine, pianoforte:
Mark Helias, contrabbasso
Clarence Penn, batteria

Il pianoforte di Uri Caine apre il concerto con accordi liberi eseguiti in pianissimo. Un pianissimo molto intenso, percettibile seppure molto vicino al sussurro… il Teatro osserva un attento silenzio perché quel pianissimo, così sonoro, attira irresistibilmente l’attenzione. Il contrabbasso di Mark Helias si inserisce, sommessamente, dopo poco ed improvvisa, con l’arco, intrecciandosi al piano. Infine si unisce Clarence Penn,, con le sue spazzole di legno, e il Trio procede con una cura particolare nel creare un timbro complessivo denso di suggestioni, nonostante ogni musicista proceda, pur nell’evidente ascolto reciproco, con digressioni totalmente individuali.



Ad un tratto appare un walkin’ bass e l’atmosfera cambia totalmente: parte un blues, Penn passa alle bacchette, appaiono scambi pianoforte / batteria ogni 12 battute, il pubblico quasi si sente a casa, è un’incursione in un mondo sonoro noto, sicuro…  ma non per molto.
Il blues si disgrega, si torna ad un pianissimo profondo, espressivo, sottile ma non esile, appena udibile ma pieno di pathos: la certezza dunque si dilegua, nascono idee improvvisate su un qualcosa di non strutturato. Clarence Penn in un ambito come questo può permettersi di cambiare tipo di bacchette tutte le volte che vuole, talvolta propendendo anche per una asimmetria tra le due.
Ogni idea estemporanea che si concretizza, viene curata, variata, e valorizzata da ognuno dei tre musicisti. Uri Caine gradatamente rumoreggia con arpeggi cupi, Mark Helias con il suo contrabbasso ne enfatizza i suoni scuri, il volume si alza ma sfuma presto in un diminuendo che arriva ad un altro pianissimo impalpabile eppure, ancora una volta, denso di suono.

 

Un assolo di contrabbasso introduce l’episodio successivo. Clarence Penn sceglie i mallets, che risuonano su un tom coperto da un asciugamano e sui ride. Il tema introdotto dal contrabbasso viene ripreso dal pianoforte e si procede di nuovo verso un episodio più definito, riferibile ad un mondo sonoro noto, questa volta un funky trascinante, in cui di nuovo le dinamiche sono fondamentali: si passa da volumi alti a volumi bassissimi con forchette molto ampie, quei pianissimo vedono tacere la batteria (già volutamente non amplificata) ed apparire piccoli sonagli, quasi sparire il contrabbasso se non per dare piccoli punti di riferimento armonici, diminuire esponenzialmente il tocco sul pianoforte.

 

Piano piano si delinea lo schema di un concerto che è molte cose insieme.
La prima caratteristica che emerge man mano è la cura dello SPESSORE sonoro.
Thickness in inglese significa spessore. E lo spessore sonoro in effetti è la caratteristica più notevole dell’andamento della musica suonata da questo Trio: da sottilissimo a intensissimo, da pianissimo a fortissimo, da sussurrato a percussivo.  Calibrated Thikness, spessore calibrato: le dinamiche portate ai loro minimi e ai loro massimi con un rigore che dà luogo alla perfezione, specialmente in quei pianissimo che più volte sono stati descritti e che davvero denotano tutto l’andamento del concerto.
La seconda è l’alternanza tra episodi di improvvisazione completamente libera e episodi che si rifanno a schemi jazzistici più definiti: lo swing, la ballad, il funky, il blues. In ogni episodio c’è comunque quella ricerca raffinata delle dinamiche che è la cifra espressiva di questo Trio.
Contrasto dunque tra atmosfere diverse e tra spessori/ dinamiche diverse. Un’idea di performance pensata con cura, progettata a monte nei particolari dal punto di vista della sua impalcatura , ma allo stesso tempo caratterizzata da  un enorme spazio concesso all’improvvisazione, libera ed estemporanea, o all’interno di schemi più noti.
Nonostante la struttura sia, come detto, rigida per alternanze di episodi e di dinamiche, ciò che accade non è mai uguale. Ad un capitolo libero che parte con un bicordo altalenante di contrabbasso, in cui la batteria è percossa dolcissimamente con le sole mani, si alterna, come parte jazzistica riconoscibile ‘Round Midnight: alla quale segue un altro capitolo libero fatto di ondate sonore, senza temi melodici, in cui conta il timbro complessivo e quel passare da un ribollire magmatico del pianoforte all’improvviso scampanellio di note acute, a cui segue di nuovo un walkin’ bass cui segue un accenno di ragtime.
Di nuovo la libertà improvvisativa, stavolta leggera, a volume minimo, suggestiva ed evocativa, e poi una atmosfera pop quasi alla Elton John. E poi un loop martellante e così via fino a due bis, cominciando da un assolo di batteria tribale e concludendo il concerto con uno di quei pianissimo eseguiti su un fraseggio che evoca Bill Evans.


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L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

L’alternarsi di episodi diversi, l’attenzione poetica alle dinamiche hanno reso questo concerto un’esperienza a tratti veramente emozionante. L’altalenare tra la libertà assoluta nella quale ci si può cullare stupiti e l’approdo successivo a mondi sonori conosciuti è interessante, crea aspettativa e, una volta che lo schema avviluppa chi ascolta, crea una certa dipendenza nell’attesa che arrivi l’episodio successivo. Ma, a prescindere da quell’ altalenare “strutturale”, i pianissimo così traboccanti di suono, di armonici, di particolari affascinanti sono parsi, senza esagerare, incantevoli: a chi vi scrive, ma a sentire alla fine del concerto i commenti di chi c’era, non solo a chi vi scrive.
Uri Caine in stato di grazia, Mark Hellas versatile, creativo, poetico, e Clarence Penn sinceramente straordinario per forza, delicatezza, fantasia, poesia.



Alla fine di questo concerto abbiamo fatto un salto al Caffè Trivellato perché suonava una compagine inusuale: quattro baritoni e batteria, per la formazione Barionda della sassofonista Helga Plankensteiner

Helga Plankensteiner, Massimiliano Milesi, Giorgio Beberi, Javier Girotto: sax baritono
Mauro Beggio: batteria

Siamo arrivate quasi alla fine della performance, ma in tempo per ascoltare una compagine davvero singolare, energica e con la capacità di far arrivare ben distinti e percepibili le linee ritmico melodiche nel loro intreccio polifonico, tutt’altro che confuso, nonostante la potenza, come potete immaginare, del suono complessivo di quattro sax baritoni, strumenti possenti,  con la batteria di Beggio impagabile nel tirare le fila di una sonorità così ridondante.

Ecco le foto, dalle quali forse potete immaginare un po’ di ciò che è accaduto!


 

 

“Avec le temps”: un disco e un concerto di Giovanni Guidi all’insegna della buona musica

La grandezza di un leader si misura anche dalla compagnia che si sceglie. Ebbene, anche sotto questo aspetto, il pianista Giovanni Guidi si dimostra assolutamente all’altezza della stima che lo circonda. Così, quando nel novembre del 2017 è entrato negli studi di registrazione de “La Buissonne”, a Pernes-les-Fontaines, per registrare un nuovo album per la ECM, ha portato con sé quattro jazzisti di assoluto livello internazionale: Francesco Bearzatti al sax tenore, Roberto Cecchetto alla chitarra elettrica, Thomas Morgan al contrabbasso e João Lobo alla batteria.

Ed è questo stesso gruppo che abbiamo ascoltato il 4 maggio scorso presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. In programma la presentazione del su citato album, “Avec le temps”, dedicato esplicitamente a Leo Ferré che nel 1969 scrisse questa magnifica canzone, una delle più toccanti in assoluto del panorama musicale di tutti i tempi.

Il disco è ottimo e altrettanto lo è stato il concerto anche se con differenze soprattutto di forma: così, ad esempio, l’album si apre con il brano di Ferré che durante il concerto è stato offerto come gradito bis, e l’esecuzione live di alcuni brani non presenti nell’album come “Te lo leggo negli occhi” portato al successo da Franco Battiato e “Morti di Reggio Emilia”.

Comunque, sia che i brani eseguiti fossero tratti dall’album o meno, la sostanza della musica non cambiava di una virgola.

Da un punto di vista stilistico, il quintetto, se da un canto sembrava porre in evidenza il lato melodico e lirico della sua musica, dall’altro non disdegnava escursioni su terreni altri, vicini ad esempio al free, con la front-line nella sua interezza sempre in primo piano. Il gruppo procedeva spedito, cementato da una perfetta intesa, con ognuno dei cinque che ricopriva un ruolo ben preciso. Così se Guidi si riservava il non facile compito di introdurre i brani e di ripercorrere in un secondo tempo la linea melodica, tessendo una tela armonica, spesso modale, Francesco Bearzatti faceva cantare il suo sax disegnando volute perfette con un sound sempre riconoscibile che richiamava comunque grandi del sax tenore con Albert Ayler tra tutti; quando la trama passava nelle mani di Cecchetto era come se la musica acquistasse all’improvviso nuovo spazio, se superasse i ristretti limiti di un teatro per immergersi in una globalità senza spazio e senza tempo, restando così sospesa, difficile da afferrare. Dal canto suo la sezione ritmica si muoveva con estrema pertinenza, contribuendo in maniera determinante a disegnare l’architettura dei brani: davvero impressionante il lavoro di Thomas Morgan, che con la sua cavata possente e un fraseggio essenziale, riusciva con pochissime note a dare corpo e consistenza a tutta la musica del gruppo (per non parlare delle stupefacenti sortite solistiche) mentre il portoghese João Lobo alla batteria, con un drumming non proprio in coerenza con il tempo base,  evidenziava quell’intesa che oramai da molto tempo lo porta a suonare con Guidi.

Interessanti tutti i brani con una menzione particolare, forse, per il significativo e trascinante “You Ain’t Gonna Know Me ‘Cos You Think You Know Me”, una sorta di inno, assai caro a Guidi, sempre suonato nei suoi concerti, dedicato alla fratellanza e all’eguaglianza, scritto dal trombettista Mongezi Feza, straordinario musicista sudafricano espatriato in Inghilterra per le note vicende del suo Paese e scomparso prematuramente a soli 30 anni.

Gerlando Gatto