VICENZA JAZZ 2019: Uri Caine Trio, la poesia dell’improvvisazione e delle dinamiche

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Vicenza Jazz 2019

Teatro Olimpico, domenica 12 maggio, ore 21

URI CAINE TRIO, Calibrated Thickness
Uri Caine, pianoforte:
Mark Helias, contrabbasso
Clarence Penn, batteria

Il pianoforte di Uri Caine apre il concerto con accordi liberi eseguiti in pianissimo. Un pianissimo molto intenso, percettibile seppure molto vicino al sussurro… il Teatro osserva un attento silenzio perché quel pianissimo, così sonoro, attira irresistibilmente l’attenzione. Il contrabbasso di Mark Helias si inserisce, sommessamente, dopo poco ed improvvisa, con l’arco, intrecciandosi al piano. Infine si unisce Clarence Penn,, con le sue spazzole di legno, e il Trio procede con una cura particolare nel creare un timbro complessivo denso di suggestioni, nonostante ogni musicista proceda, pur nell’evidente ascolto reciproco, con digressioni totalmente individuali.



Ad un tratto appare un walkin’ bass e l’atmosfera cambia totalmente: parte un blues, Penn passa alle bacchette, appaiono scambi pianoforte / batteria ogni 12 battute, il pubblico quasi si sente a casa, è un’incursione in un mondo sonoro noto, sicuro…  ma non per molto.
Il blues si disgrega, si torna ad un pianissimo profondo, espressivo, sottile ma non esile, appena udibile ma pieno di pathos: la certezza dunque si dilegua, nascono idee improvvisate su un qualcosa di non strutturato. Clarence Penn in un ambito come questo può permettersi di cambiare tipo di bacchette tutte le volte che vuole, talvolta propendendo anche per una asimmetria tra le due.
Ogni idea estemporanea che si concretizza, viene curata, variata, e valorizzata da ognuno dei tre musicisti. Uri Caine gradatamente rumoreggia con arpeggi cupi, Mark Helias con il suo contrabbasso ne enfatizza i suoni scuri, il volume si alza ma sfuma presto in un diminuendo che arriva ad un altro pianissimo impalpabile eppure, ancora una volta, denso di suono.

 

Un assolo di contrabbasso introduce l’episodio successivo. Clarence Penn sceglie i mallets, che risuonano su un tom coperto da un asciugamano e sui ride. Il tema introdotto dal contrabbasso viene ripreso dal pianoforte e si procede di nuovo verso un episodio più definito, riferibile ad un mondo sonoro noto, questa volta un funky trascinante, in cui di nuovo le dinamiche sono fondamentali: si passa da volumi alti a volumi bassissimi con forchette molto ampie, quei pianissimo vedono tacere la batteria (già volutamente non amplificata) ed apparire piccoli sonagli, quasi sparire il contrabbasso se non per dare piccoli punti di riferimento armonici, diminuire esponenzialmente il tocco sul pianoforte.

 

Piano piano si delinea lo schema di un concerto che è molte cose insieme.
La prima caratteristica che emerge man mano è la cura dello SPESSORE sonoro.
Thickness in inglese significa spessore. E lo spessore sonoro in effetti è la caratteristica più notevole dell’andamento della musica suonata da questo Trio: da sottilissimo a intensissimo, da pianissimo a fortissimo, da sussurrato a percussivo.  Calibrated Thikness, spessore calibrato: le dinamiche portate ai loro minimi e ai loro massimi con un rigore che dà luogo alla perfezione, specialmente in quei pianissimo che più volte sono stati descritti e che davvero denotano tutto l’andamento del concerto.
La seconda è l’alternanza tra episodi di improvvisazione completamente libera e episodi che si rifanno a schemi jazzistici più definiti: lo swing, la ballad, il funky, il blues. In ogni episodio c’è comunque quella ricerca raffinata delle dinamiche che è la cifra espressiva di questo Trio.
Contrasto dunque tra atmosfere diverse e tra spessori/ dinamiche diverse. Un’idea di performance pensata con cura, progettata a monte nei particolari dal punto di vista della sua impalcatura , ma allo stesso tempo caratterizzata da  un enorme spazio concesso all’improvvisazione, libera ed estemporanea, o all’interno di schemi più noti.
Nonostante la struttura sia, come detto, rigida per alternanze di episodi e di dinamiche, ciò che accade non è mai uguale. Ad un capitolo libero che parte con un bicordo altalenante di contrabbasso, in cui la batteria è percossa dolcissimamente con le sole mani, si alterna, come parte jazzistica riconoscibile ‘Round Midnight: alla quale segue un altro capitolo libero fatto di ondate sonore, senza temi melodici, in cui conta il timbro complessivo e quel passare da un ribollire magmatico del pianoforte all’improvviso scampanellio di note acute, a cui segue di nuovo un walkin’ bass cui segue un accenno di ragtime.
Di nuovo la libertà improvvisativa, stavolta leggera, a volume minimo, suggestiva ed evocativa, e poi una atmosfera pop quasi alla Elton John. E poi un loop martellante e così via fino a due bis, cominciando da un assolo di batteria tribale e concludendo il concerto con uno di quei pianissimo eseguiti su un fraseggio che evoca Bill Evans.


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L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

L’alternarsi di episodi diversi, l’attenzione poetica alle dinamiche hanno reso questo concerto un’esperienza a tratti veramente emozionante. L’altalenare tra la libertà assoluta nella quale ci si può cullare stupiti e l’approdo successivo a mondi sonori conosciuti è interessante, crea aspettativa e, una volta che lo schema avviluppa chi ascolta, crea una certa dipendenza nell’attesa che arrivi l’episodio successivo. Ma, a prescindere da quell’ altalenare “strutturale”, i pianissimo così traboccanti di suono, di armonici, di particolari affascinanti sono parsi, senza esagerare, incantevoli: a chi vi scrive, ma a sentire alla fine del concerto i commenti di chi c’era, non solo a chi vi scrive.
Uri Caine in stato di grazia, Mark Hellas versatile, creativo, poetico, e Clarence Penn sinceramente straordinario per forza, delicatezza, fantasia, poesia.



Alla fine di questo concerto abbiamo fatto un salto al Caffè Trivellato perché suonava una compagine inusuale: quattro baritoni e batteria, per la formazione Barionda della sassofonista Helga Plankensteiner

Helga Plankensteiner, Massimiliano Milesi, Giorgio Beberi, Javier Girotto: sax baritono
Mauro Beggio: batteria

Siamo arrivate quasi alla fine della performance, ma in tempo per ascoltare una compagine davvero singolare, energica e con la capacità di far arrivare ben distinti e percepibili le linee ritmico melodiche nel loro intreccio polifonico, tutt’altro che confuso, nonostante la potenza, come potete immaginare, del suono complessivo di quattro sax baritoni, strumenti possenti,  con la batteria di Beggio impagabile nel tirare le fila di una sonorità così ridondante.

Ecco le foto, dalle quali forse potete immaginare un po’ di ciò che è accaduto!


 

 

“Avec le temps”: un disco e un concerto di Giovanni Guidi all’insegna della buona musica

La grandezza di un leader si misura anche dalla compagnia che si sceglie. Ebbene, anche sotto questo aspetto, il pianista Giovanni Guidi si dimostra assolutamente all’altezza della stima che lo circonda. Così, quando nel novembre del 2017 è entrato negli studi di registrazione de “La Buissonne”, a Pernes-les-Fontaines, per registrare un nuovo album per la ECM, ha portato con sé quattro jazzisti di assoluto livello internazionale: Francesco Bearzatti al sax tenore, Roberto Cecchetto alla chitarra elettrica, Thomas Morgan al contrabbasso e João Lobo alla batteria.

Ed è questo stesso gruppo che abbiamo ascoltato il 4 maggio scorso presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. In programma la presentazione del su citato album, “Avec le temps”, dedicato esplicitamente a Leo Ferré che nel 1969 scrisse questa magnifica canzone, una delle più toccanti in assoluto del panorama musicale di tutti i tempi.

Il disco è ottimo e altrettanto lo è stato il concerto anche se con differenze soprattutto di forma: così, ad esempio, l’album si apre con il brano di Ferré che durante il concerto è stato offerto come gradito bis, e l’esecuzione live di alcuni brani non presenti nell’album come “Te lo leggo negli occhi” portato al successo da Franco Battiato e “Morti di Reggio Emilia”.

Comunque, sia che i brani eseguiti fossero tratti dall’album o meno, la sostanza della musica non cambiava di una virgola.

Da un punto di vista stilistico, il quintetto, se da un canto sembrava porre in evidenza il lato melodico e lirico della sua musica, dall’altro non disdegnava escursioni su terreni altri, vicini ad esempio al free, con la front-line nella sua interezza sempre in primo piano. Il gruppo procedeva spedito, cementato da una perfetta intesa, con ognuno dei cinque che ricopriva un ruolo ben preciso. Così se Guidi si riservava il non facile compito di introdurre i brani e di ripercorrere in un secondo tempo la linea melodica, tessendo una tela armonica, spesso modale, Francesco Bearzatti faceva cantare il suo sax disegnando volute perfette con un sound sempre riconoscibile che richiamava comunque grandi del sax tenore con Albert Ayler tra tutti; quando la trama passava nelle mani di Cecchetto era come se la musica acquistasse all’improvviso nuovo spazio, se superasse i ristretti limiti di un teatro per immergersi in una globalità senza spazio e senza tempo, restando così sospesa, difficile da afferrare. Dal canto suo la sezione ritmica si muoveva con estrema pertinenza, contribuendo in maniera determinante a disegnare l’architettura dei brani: davvero impressionante il lavoro di Thomas Morgan, che con la sua cavata possente e un fraseggio essenziale, riusciva con pochissime note a dare corpo e consistenza a tutta la musica del gruppo (per non parlare delle stupefacenti sortite solistiche) mentre il portoghese João Lobo alla batteria, con un drumming non proprio in coerenza con il tempo base,  evidenziava quell’intesa che oramai da molto tempo lo porta a suonare con Guidi.

Interessanti tutti i brani con una menzione particolare, forse, per il significativo e trascinante “You Ain’t Gonna Know Me ‘Cos You Think You Know Me”, una sorta di inno, assai caro a Guidi, sempre suonato nei suoi concerti, dedicato alla fratellanza e all’eguaglianza, scritto dal trombettista Mongezi Feza, straordinario musicista sudafricano espatriato in Inghilterra per le note vicende del suo Paese e scomparso prematuramente a soli 30 anni.

Gerlando Gatto

 

L’Arcadia Trio presenta l’album “Don’t call it justice” al NOF di Firenze per Mondieux Jazz

Lunedì 6 maggio arriva a Firenze il tour dell’Arcadia Trio del sassofonista Leonardo Radicchi: dopo una esaltante serie di concerti insieme al trombonista Robin Eubanks (vincitore di 2 Grammy Awards), il trio – completato dal contrabbassista Ferdinando Romano e dal batterista Giovanni Paolo Liguori – continua a conquistare i palchi italiani con il nuovo album “Don’t Call it Justice” uscito lo scorso febbraio per l’etichetta AlfaMusic (distr. EGEA Music/Believe digital). Il 6 maggio alle ore 22 la formazione salirà sul palco del club NOF (Borgo San Frediano 17r) per l’8a edizione della rassegna Mondieux Jazz, a ingresso gratuito.
Talentuoso ed eclettico musicista, uno dei più attivi e apprezzati a livello nazionale, Leonardo Radicchi ha scelto di percorrere una strada alternativa a quella di molti suoi colleghi: dopo gli eccellenti studi presso il Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front, è tornato in Italia evolvendosi in una ricerca musicale parallela alla crescita della sua consapevolezza come individuo nella società civile. Le sue attività in ambito sociale, tra cui una lunga esperienza in prima linea con Emergency per il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (in Afghanistan), hanno contribuito a conferire un significato “politico” alla sua musica. Non attraverso uno schieramento partitico, ma con una maturata consapevolezza dell’ingiustizia sociale e delle contraddizioni da cui essa deriva.
Così l’Arcadia Trio racconta la sua musica come un manifesto, articolato in 10 brani: 10 storie che raccontano fatti, persone e idee che lasciano il segno: il brano “Child Song”, ad esempio, racconta di bambini che “devono” essere adulti e di altri che potrebbero non diventarlo mai; la titletrack “Don’t call it Justice” urla forte che una legge non fa giustizia se rende illegale un essere umano; “Necessary Illusions” è un omaggio alla visione dell’intellettuale e filosofo statunitense Noam Chomsky. I titoli degli altri brani: “Utopia – A song for Gino Strada”, “Stop selling lies”, “Peace”, “Change and Necessity – Pointless Evolution”, “In memory of Idy Diene”, “Our anger is full of joy”, “Salim of Lash”.
Prodotto da Leonardo Radicchi insieme a Rosso Fiorentino, l’album è stato registrato dal trio, insieme a un piccolo ensemble, lo scorso giugno presso la Sala del Rosso di Firenze e masterizzato alla White Sound Mastering Studio. Ospite del disco è Marco Colonna, impegnato al clarinetto basso.

Leonardo Radicchi, che negli ultimi anni è impegnato in un centro per richiedenti asilo della Toscana, ha raccontato le sue storie anche nel libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole (collana Letteratura di Confine) e attualmente in ristampa.
Con questo disco, e quindi attraverso il jazz, vuole raccontare, far riflettere, incitare a un senso di riscossa della mente e del cuore di fronte a una costante di ogni società: l’ingiustizia. Tutto questo attraverso il jazz e la musica, con note portatrici di energia e di un messaggio positivo, che ritroviamo nella track n. 3: our anger is full of joy – la nostra rabbia è piena di gioia.
Secondo Radicchi “La musica ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani. Il mondo è un posto complesso, ci serve una musica in grado di raccontarlo.” Le esperienze che ha scelto di vivere, e di condividere attraverso questo album, hanno cambiato il suo modo di vedere la vita, rafforzando un sentimento di riscossa e operatività.

Che impatto può avere una musica non di massa sulle grandi dinamiche del nostro tempo? La stessa dei saggi, della poesia, della letteratura, dell’arte in generale. Questo è ciò che muove l’Arcadia Trio.

Le date precedenti del tour 2019: il 7 febbraio al Padova Jazz Club, l’8 febbraio a Perugia, il 9 febbraio a Modena, il 10 febbraio a Pisa Jazz, il 12 febbraio alla Casa del Jazz di Roma, il 13 febbraio al Teatro Dante Carlo Monni di Campi Bisenzio (Firenze), il 14 febbraio a Mestre, il 15 marzo a Challand-Saint-Victor (Aosta); il 16 marzo a Reggio Emilia; il 12 aprile a Cremona, il 13 aprile a Milano.

CONTATTI
Info e prenotazioni: www.nofclub.it – tel. 3336145376
Facebook > Leonardo Radicchi Music
Ufficio stampa Arcadia Trio > Fiorenza Gherardi De Candei info@fiorenzagherardi.com  tel. 3281743236
Booking > leonardoradicchi@gmail.com –  arcadiatriobooking@gmail.com tel. 320.4233404

 

Bille Holiday vive nei nostri cuori: un libro e un disco la ricordano vividamente

Qualche settimana fa, durante la presentazione a Monfalcone del mio libro “L’altra metà del jazz”, una gentile signora mi ha chiesto perché avessi scelto, come immagine di copertina, una foto di Billie Holiday. La risposta è stata ed è molto semplice: Billie Holiday è un’icona della musica jazz (seppur non la sola) ma soprattutto rappresenta quanti sacrifici, umiliazioni, peripezie hanno dovuto sopportare le donne per affermarsi in un ambiente difficile e ancor oggi piuttosto maschilista come quello del jazz.

E la veridicità di queste affermazioni è dimostrata dal fatto che ancora oggi, a distanza di sessanta anni dalla morte della Holiday, escono nuovi libri sulla sua vita e vengono ripubblicati i suoi dischi. E in questa sede vogliamo parlarvi proprio di un libro e di un disco che se ne occupano.

 “Billie Holiday – Una biografia” è un volume di John Szwed edito da “ilSaggiatore” per la traduzione di Elena Montemaggi (pgg.272, € 26,00). John Szwed è professore di Music and Jazz Studies presso la Columbia University e prima di questo volume ha già dato alle stampe “Jazz! Una guida completa per ascoltare e amare la musica jazz” (Edt 2009) e “Space Is The Place. La vita e la musica di Sun Ra” (minimum fax 2013) nonché “So What. Vita di Miles Davis” (ilSaggiatore 2015). Insomma si tratta di uno studioso, uno scrittore che conosce assai bene la materia. Ed in effetti il libro è intitolato a Billie Holiday ma va ben oltre i confini di una, per quanto accurata, biografia.

L’opera è suddivisa in due grandi parti: la prima, intitolata “Il mito” prende le mosse dalla autobiografia dell’artista, “Lady sings the blues” (la prima edizione italiana a cura di Mario Cantoni fu pubblicata da Feltrinelli nel 1979 con il titolo “La signora canta il blues”) per articolarsi successivamente in due capitoli “Il resto della storia” e “Film, televisione e fotografia”. La seconda parte analizza “La Musicista” e viene declinata attraverso diversi capitoli dedicati rispettivamente a “La preistoria di una cantante”, “La cantante I e II” e “Le canzoni I e II”.

Ma questa suddivisione non deve trarre in inganno ché si parte da questi concetti per affrontare in lungo e in largo tutte le tematiche che Billie Holiday ha posto in primo piano nel corso degli anni in cui ha sviluppato la propria arte. Così, ad esempio, parlando del suddetto volume autobiografico, Szwed approfondisce alcuni aspetti finora non sufficientemente lumeggiati come l’amicizia tra Billie e Orson Welles, amicizia ostentata con tanta noncuranza da provocare guai sia a lui sia a lei. E bastano poche righe a Szwed per tracciare un quadro di ciò che era la società statunitense dell’epoca, una società in cui un’amicizia, una relazione tra un bianco e una nera, era considerata impensabile, disdicevole.

Ma questo è solo un esempio, giacché all’autore basta un elemento, un fatto di cronaca per allargare il discorso e andare ben al di là della biografia. Così in apertura del capitolo intitolato “la preistoria di una cantante” Szwed apre una finestra molto esplicativa sugli spettacoli dei menestrelli tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento con specifico riferimento al tipo di canzoni che venivano più utilizzate; apprendiamo, quindi, la differenza tra le “flappers”, le “red-hot mamas” e le “torch singers” concetti su cui non mi pare si siano spesi fiumi di inchiostro.

Altrettanto interessante la trattazione dei vari tipi di “canzoni” e di come sia errata la conclusione di considerare la Holiday una cantante blues.

Avvincente la parte in cui l’autore si occupa delle specificità vocali e interpretative della vocalist, sottolineandone le capacità improvvisative, la potenza esplicativa del gesto, il vibrato usato in modo molto selettivo, la capacità di ornare versi semplici con “piccole e indimenticabili torsioni, impennate e avvallamenti, sfumature e cadute”.

Molto approfondita, ma non poteva essere altrimenti, l’ultima parte in cui viene esaminata la produzione discografica della cantante; particolarmente interessanti le considerazioni a proposito di uno degli album più discussi della Holiday “Lady in satin” che è per l’appunto il disco cui si accennava in apertura.

“Lady in Satin” (Green Corner 100902- 2 CD) venne registrato dal 18 al 20 febbraio del 1958 a New York con l’orchestra di Ray Ellis. Il doppio CD, proposto dalla Green Corner, contiene le duplici versioni – mono e stereo – dell’originario LP cui si aggiungono molte bonus track: nel primo CD l’album integrale “Live At The Monterey Jazz Festival, October 5th 1958” in cui la Holiday canta con Benny Carter al sax alto, Gerry Mulligan sax baritono, Eddie Khan basso, Buddy De Franco clarinetto, Dick Berk batteria e Mal Waldron piano; nel secondo CD  tre brani registrati a Londra il 25 febbraio 1959 con Mal Waldron al piano e l’orchestra diretta da Peter Knight, e sei pezzi incisi live allo Storyville Club di Boston negli ultimi giorni di aprile del 1959 con ancora Mal Waldron, Champ Jones basso  e Roy Haynes batteria.

Per anni i critici si sono esercitati nel demolire questo album classificandolo tra i peggiori registrati dalla Holiday; John Szwed ha un’opinione assolutamente contraria e la illustra assai chiaramente. In effetti, sottolinea l’autore, se è vero che Billie in quel periodo stava male, faceva fatica a leggere e a ricordarsi i testi delle canzoni, è altrettanto vero che adesso contava solo sulla “forza del suo recitativo, sulla capacità di cantare fuori tempo senza mai perdersi…insomma il suo fraseggio era ancora sensibile alle parole riuscendo a dar loro nuova enfasi”. E questa è una dote assai rara da trovare, una dote propria solo delle grandi, grandissime artiste. E non è un caso che un’altra stella del jazz come Miles Davis, sicuramente più esperto di mille esperti, abbia dichiarato, ascoltando l’album, “preferisco ascoltarla ora. E’ diventata molto più matura. A volte puoi cantare le stesse parole ogni sera per cinque anni e tutto d’un tratto capisci il vero senso della canzone”.

E se si ascolta l’album scevri da ogni pregiudizio non si può non concordare con i giudizi di Szwed e di Davis: la Holiday, certo non perfetta dal punto di vista squisitamente musicale, ha tuttavia conservato una capacità interpretativa straordinaria, scandendo ogni singola parola, attribuendo alla stessa uno specifico peso e riuscendo così a tramettere un mondo di emozioni. La si ascolti, ad esempio, in “Violets for Your Furs” uno dei brani preferiti dalla Holiday, per verificare quanto detto in precedenza.

Insomma un album fondamentale che non dovrebbe mancare nelle collezioni di chi davvero ama il jazz.

Gerlando Gatto

 

Dave Samuels: un artista dai molteplici aspetti – Il vibrafonista è recentemente scomparso all’età di 70 anni

Un’altra stella del jazz è andata a brillare lassù nel cielo: il 22 aprile si è spento a New York City, dopo una lunga malattia, il vibrafonista e percussionista Dave Samuels. Aveva 70 anni.

Nato a Waukegan, nello Stato dell’Illinois, il 9 ottobre 1948, Dave Samuels ha legato il suo nome al celebre gruppo fusion “Spyro Gyra” con cui ha suonato per molti anni.

Ma, ovviamente, la sua storia di musicista comincia molto prima, e precisamente nel 1954 quando, a soli sei anni, inizia a prendere lezioni di batteria e pianoforte influenzato dai due fratelli maggiori che suonano, rispettivamente, sassofono e pianoforte. Successivamente, negli anni dell’università a Boston, passa al vibrafono e alla marimba studiando, tra gli altri, con Gary Burton e frequentando il Berkley College of Music.

Non ancora trentenne, nel 1974, si trasferisce a New York dove viene immediatamente, chiamato a suonare in occasione del celebre concerto alla Carnegie Hall del 24 novembre dello stesso anno per la reunion tra Gerry Mulligan e Chet Baker, concerto che per fortuna possiamo riascoltare grazie al doppio LP registrato dal vivo e pubblicato dalla CTI.

Più o meno dello stesso periodo è l’altra prestigiosa collaborazione con Carla Bley, e poi con Frank Zappa (lo si ascolta nell’album “Zappa in New York” del ’77), Paul McCandless e David Friedman, suo insegnante a Boston e con il quale crea il duo Double Image e incide due album, nel 1977 e nel 1994.

Nel 1977 inizia la sua lunga e fruttuosa collaborazione con “Spyro Gyra”, di cui diventa membro effettivo e stabile solo in occasione dell’album del 1983 “City Kids”; grazie all’apporto di Samuels, “Spyro Gyra” viene nominato dalla rivista Billboard come miglior gruppo di jazz contemporaneo degli anni ’80.

Ma gli interessi di Samuels non si limitano alla fusion essendo egli un grande estimatore della musica caraibica; eccolo, quindi, nel 1993 dare vita al “Caribbean Jazz Project” con Paquito D’Rivera e Andy Narell specialista di steel pan, che diventa ben presto la sua creatura preferita, lanciandolo definitivamente nell’olimpo dei grandi. Così nel 2005 lascia “Spyro Gyra” e si dedica al nuovo progetto declinato attraverso la ricerca dei molti stili che animano il jazz latino e afro-caraibico. E che la ricerca abbia dato fruttosi succosi è dimostrato dal fatto che il gruppo vince un Grammy per il Miglior Latin Jazz Album (“The Gathering” del 2002) e un Latin Grammy nella stessa categoria (“Afro Bop Alliance” del 2008).

A fianco di queste prestigiose realizzazioni, Samuels prosegue la sua carriera da solista: nel 1980 incide, con un gruppo di musicisti italiani (Furio Di Castri, Tullio De Piscopo, Giorgio Baiocco), “One Step Ahead” il primo di dieci album da leader.

Samules è stato anche un valido didatta avendo insegnato al Berklee e al New England Conservatory of Music; ha scritto anche due volumi didattici “Mallet Keyboard Musicianship” nel 1988 e “Contemporary Vibraphone Technique” nel 1992.

Insomma con Samuels se n’è andato un grande artista che traeva le sue motivazioni da tutti gli aspetti dell’essere musicista: la composizione, l’arrangiamento, il solismo…senza trascurare il desiderio di trasmettere ai più giovani il suo sapere.

Gerlando Gatto

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 39′ Edizione – seconda parte


Tutte le foto sono di Carlo Mogavero

Un sabato densissimo di avvenimenti non solo musicali, che comincia con le performance in piazza delle Scuole di Danza Baobab, Arabesque e Accademia di Danza e spettacolo.
E oltre alle già citate mostre di pittura e fotografia a Santa Marta e al Caffé del Teatro (rispettivamente Sguardi Africani di Odina Grosso e i sette artisti di Arte in Fuga), eravamo alla presentazione del libro di Davide Ielmini Il suono ruvido dell’innocenza: Musica, gesti e immagini di Enten Eller. Un interessante e a tratti illuminante dibattito sulla musica di un gruppo, Enten Eller, che continua a fare un Jazz autentico: improvvisazione pura, sperimentazione, rimescolamento di linguaggi. Ciò che il Jazz è davvero, e ciò che porta alla constatazione, benefica, che il Jazz, se non cartolina fatta di stilemi replicati, e replicanti, non morirà mai. Massimo Barbiero racconta, la sala è piena, il pubblico, tra cui chi vi scrive è non solo attento, ma partecipativo.
La cultura bisogna proporla. La musica è cultura ed è cultura non solo ascoltarla, ma anche parlarne, e leggerla.

Il giovane pianista Emanuele Sartoris, dopo la presentazione del libro su Enten Eller, dà una sua personale lettura della musica Enten Eller, da solo, alle tastiere.

Sala Santa Marta, ore 19:00

Music of Enten Eller

Emanuele Sartoris, keyboard

La musica di Enten Eller è libertà compositiva, tematica, è improvvisazione. Dunque è materiale sonoro molto connotato, denso eppure malleabile per diventare altra musica suonata in maniera completamente diversa da come era in origine.
Emanuele Sartoris sceglie di ricomporre i brani in una sonata tripartita: Adagio – Allegro – Adagio.

Egli stesso improvvisa, ma tramuta Enten Eller in musica prettamente pianistica. Dinamiche marcate, da silenzi impercettibili a volumi importanti, ricerca armonica, visione drammatica del suono: nulla di minimalista, un suono travolgente che si tramuta improvvisamente in qualcosa di più introspettivo, ma sempre in una chiave teatrale e certamente avviluppante. Una scelta timbrica imponente, un ampio uso dei pedali, delle ottave parallele, di arpeggi velocissimi e trasposizioni ardite trasformano brani come Mostar, Teseo, Indaco, in musica “altra”. Quando la musica nasce libera, come la musica di Brunod, Mandarini, Mayer e Barbiero, questa  può davvero tramutarsi in maniera totale.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Sartoris possiede una notevole cultura musicale. Ha una padronanza pressoché totale dello strumento. Nella sua musica si sente l’eco dei grandi compositori che sono entrati a far parte della sua musicalità: Debussy, Beethoven, Bach. Ma anche i grandi pianisti Jazz come Monk, tanto per dirne uno. Il suo suonare è un’originale mix tra il linguaggio cosiddetto colto e quello jazzistico: nelle due sere al Caffé del Teatro lo abbiamo sentito fare un Jazz convincente ed energico con i Night Dreamers Quartet, insieme a Simone Garino al sax, Antonio Stizzoli alla batteria e Dario Scopesi al basso.
La sua rivisitazione della musica di Enten Eller è coinvolgente, potente e curata.
Poi c’è ciò che ho percepito a prescindere dalla musica che ho ascoltato: energia interiore, impellenza espressiva, tormento, persino.
Dunque ho una cosa da suggerire a Emanuele Sartoris:  tutto ciò che sa e che ha studiato e ascoltato può ora  dimenticarlo, tanto farà sempre parte di lui. Perché c’è tutto un non ancora espresso che traspare sempre di più dalla sua musica ed è lì lì per tracimare.
Nel senso che oramai questo pianista ha la maturità di osare suoni ancora mai suonati e che ancora non ha la motivazione di liberare, o che forse ancora non pensa possibili: Emanuele Sartoris può ora ascoltare se stesso e creare la propria, irripetibile musica. E’ un lusso che non tutti possono permettersi.

 

 

Teatro Giacosa, ore 21:15

Wolfgang Schmidtke Orchestra
Monk’s Mood

Ryan Carniaux: tromba
John-Dennis Renken: tromba
Rainer Winterschladen: tromba
Nikolaus Neuser: tromba
Gerhard Gschlössl: trombone
Thobias Wember: trombone
Mike Rafalczyk: trombone
Peter Cazzanelli: trombone basso
Nicola Fazzini: sax contralto e soprano
Gerd Dudek: sax tenore e soprano
Helga Plankensteiner: sax baritono
Michael Lösch: pianoforte
Igor Spallati: contrabbasso
Bernd Oezsevim: batteria
Wolfgang Schmidtke: sax soprano, clarinetto basso, arrangiamento e direzione

La musica di Thelonius Monk in mano ad un’orchestra composta da solisti. Quattro tromboni, quattro trombe, quattro sax, pianoforte contrabbasso e batteria e la particolarità di un ensemble costituito da solisti, che lavorano ognuno con il proprio particolarissimo timbro, che improvvisano ognuno con il proprio particolarissimo stile. Ogni musicista partecipa con il proprio personale suono da solista provvede alle parti scritte, ai background, agli obbligati, senza tentare di uniformarsi al gruppo.


Il repertorio di Monk viene eseguito liberamente, le sezioni si fronteggiano in formazioni sempre diverse e si ascolta un Jazz multiforme che si avvicina allo swing ma che improvvisamente vira su episodi atonali e quasi free, per poi arrivare ad unisoni inaspettati. I sax possono diventare le chiavi ritmiche insistendo con un’unica nota nei tempi deboli. Si può formare un inusuale trio tra tromba pianoforte e batteria perché improvvisamente il contrabbasso tace, o un duo tra tromba, o trombe,  e contrabbasso perché è improvvisamente il pianoforte a tacere.


Grande spazio agli assoli e pubblico felice.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Una sonorità inusuale, continue sorprese, una musica leggendaria, quella di Monk, con arrangiamenti divertenti e tutt’altro che ossequiosi. Un concerto divertente ed energico, non il solito omaggio deferente ad un genio che replicare sarebbe impossibile.

 

 

Teatro Giacosa, ore 2230

Bosso / Guidi

Not a What

Fabrizio Bosso: trumpet
Aaron Burnett: tenor sax
Giovanni Guidi: piano
Dezron Douglas: bass
Joey Dyson: drums

“Iazz is not a what, it is a how”: è una celebre frase di Bill Evans, che Fabrizio Bosso e Giovanni Guidi prendono come ispirazione e nome del loro nuovo gruppo, in procinto di diventare album. A Ivrea un quasi numero zero dunque, in attesa di disco e tour europeo.
Musicisti oramai da anni divenuti eccellenze a livello internazionale, Bosso e Guidi con Burnett, Douglas e Dyson, hanno portato al Giacosa tutto il proprio repertorio espressivo e virtuosistico.

Il concerto prende il via con una lunga intro, composta da un unisono solenne, mosso da suggestivi arpeggi al pianoforte, fino a quando il sax di Burnett non si libra in un assolo, sostenuto armonicamente da una alternanza  ciclica di due accordi a distanza di una quarta.
Durante tutto il concerto si ascolta un’alternanza tra obbligati perfetti, con unisoni tra tromba e sax anche a velocità supersonica, e momenti di improvvisazione libera, in cui il pianoforte di Giovanni Guidi definisce l’atmosfera dei brani: torrenziale, armonico, a volte impetuoso a volte indefinito e fiabesco.


Può capitare che tromba e pianoforte si incontrino in uno di quegli obbligati, può accadere che sugli affreschi sonori di Guidi Bosso ricami linee melodico ritmiche variegate, nette, acrobatiche persino.
Può accadere che il contrabbasso di Douglas si sciolga in un assolo puramente Jazzistico o proceda con un tradizionale walkin’ bass, come invece capita che lo si ascolti impastato armonicamente con il pianoforte, contribuendo, con un andamento timbrico grave e vibrante, al suo evocativo rumoreggiare.

Oppure si possono ascoltare melodie adrenaliniche suonate da sax e tromba a distanza di una trasgressiva quarta parallela che si disgiungono inaspettatamente per seguire ognuno la sua strada di improvvisazione, sottolineati da una batteria dal groove e dal timing notevolissimi.


Il bis è una bella My funny Valentine, della quale personalmente ringrazio questo quintetto: oramai è uno standard ritenuto A TORTO troppo eseguito, e  quasi nessun musicista lo esegue più. Dunque, paradossalmente, è oramai raro ascoltarla suonata da musicisti di livello.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto energico, cucito addosso alle personalità spiccatissime di Fabrizio Bosso e Giovanni Guidi, a tratti muscolare, a tratti strutturato, sempre definito da un notevole dialogo creativo tra i cinque musicisti, che trovano ognuno il proprio spazio espressivo, e anche quello per momenti di puro virtuosismo strumentale, di cui nessuno dei cinque difetta. Questo mix di espressività e virtuosismo ha reso entusiastico il finale di Open Papyrus Jazz Festival.