Antonio Baiano: fotografo AFIJ del mese di luglio – la gallery e l’intervista

Nel prosieguo della felice collaborazione di A Proposito di Jazz con l’Associazione Fotografi Italiani di Jazz AFIJ, s’inserisce l’iniziativa “Il fotografo AFIJ del mese”. Luglio mi ha riservato un’inaspettata sorpresa, l’intervista ad Antonio Baiano. Devo dire che le sue risposte e le sue immagini mi hanno trascinata in un viaggio dell’anima che ha messo in moto anche la mia sete di conoscenza, accendendo i sensori della mia curiosità; un viaggio che mi ha portato a scoprire il suo modo intimo di fotografare il jazz e la sua capacità di cogliere l’istante perfetto, come nella foto che ha scattato a Carla Bley e Paul Swallow… delicata, tenera… emozionante. Attraverso le sue foto sulla Santeria, una religione che fonde le pratiche animiste dell’Africa occidentale e il cattolicesimo, mi si è svelato un aspetto inconsueto e affascinante di Cuba. Al netto della passione per il jazz e per i viaggi, ho scoperto di avere in comune con lui anche quella per i Van der Graaf Generator e per i King Crimson!  (Marina Tuni)

Nato a Napoli nel 1962, Antonio Baiano, vive a Torino dal 1990 ed ha iniziato la sua attività fotografica nel 1997 fotografando concerti jazz.
Nel suo percorso formativo ha frequentato i seminari di David H. Harvey, Kent Kobersteen, Tomasz Tomaszewski, Ernesto Bazan e Alexandra Boulat.
Oltre alle immagini di spettacolo, predilige i reportage, che considera il mezzo perfetto per approfondire l’esplorazione e la conoscenza di tematiche sociali e diversità culturali.
Nel 2001 parte il suo progetto “Roots” sulle religioni afro-caraibiche; negli anni ha portato avanti un lungo progetto sui riti della Santeria Cubana e sul Candomblé, in Brasile.
Le immagini di questi reportage sono state esposte a Cuba, in Francia e in Italia e sono conservate nel museo “Casa de Africa” ​​de L’Avana e nel Museo Etnografico “Pigorini” di Roma. Suoi scatti sono pubblicati su varie riviste e giornali come Musica Jazz, Repubblica, Volunteers for Development, Collections Edge ed è anche autore di diverse copertine di CD.
Collabora regolarmente con la webmagazine All About Jazz ed è membro dell’American Society of Media Photographers (www.asmp.org) dal 2002.

Ci racconti qualcosa di te? Cos’è che ti ha fatto capire che la fotografia, di jazz soprattutto, sarebbe stata una parte determinante della tua vita?
“Sono vissuto in una famiglia amante della musica: ho un fratello ed una sorella musicisti classici che, fin da piccoli, hanno riempito la casa e la mia vita di musica. Fra i dischi di Beethoven e Stravinsky c’erano alcuni “V Disc” e una copia di “Giant Steps” di mio padre, ed io ho cominciato con essi ad ascoltare il jazz. Mio padre mi fece avvicinare alla fotografia dandomi la sua Nikon F con la quale ho fatto i miei primi scatti. Il connubio tra fotografia e musica è stato quindi inconsciamente sempre naturale. Mi sono avvicinato alla fotografia di Jazz dopo aver lasciato lo studio della chitarra, forse è stato un atto compensativo per questa rinuncia perché, quando fotografo i concerti, mi sembra di partecipare attivamente ad essi. A volte mi sembra quasi di scattare al ritmo del brano che stanno suonando!”

-Ho letto – e devo dirti che mi ha colpita molto – del tuo progetto dedicato alla Santeria Cubana, con gli scatti che hai realizzato a Cuba in un periodo molto lungo. So che per i cubani la Santeria rappresenta non solo un culto, che peraltro si mescola al cattolicesimo, ma una vera e propria filosofia di vita basata sulla ricerca della felicità e sul fatto che la realizzazione di una persona non può avvenire se ciò arreca infelicità all’altro. Determinante è stato per te l’incontro con Yadira, che hai conosciuto nel 1999 quand’era ancora una bambina e che continui a seguire anche ora che è diventata donna e madre. La sua storia è legata a doppio filo alla Santeria, alla quale fu iniziata dai genitori in tenera età. Credo che un’esperienza così intensa possa aver influito profondamente nella tua vita personale e forse anche nel tuo modo d’intendere la fotografia. È così?

“Sicuramente l’incontro con Yadira è stato un elemento determinante della mia vita; siamo profondamente legati e ormai dei momenti della mia vita passata e futura sono legati a lei ed alla sua famiglia. Ma non penso che abbia cambiato il mio modo di intendere la fotografia, perché almeno per me è sempre dipeso dall’etica con cui l’affronto e dai motivi per cui fotografo. Quando affronto un progetto fotografico, avendo il raccontare come elemento di base, il mio principio è prima di tutto quello di essere sincero nei confronti sia del soggetto fotografato sia di chi poi guarda le mie foto e “legge” la mia storia. Così è stato per Yadira e così per altri lavori, come quello sulla Santeria o sul Kurdistan. Poichè la fotografia non descrive la realtà, ma in qualche modo la interpreta o comunque lascia gli spazi all’interpretazione, ritengo sia necessario che il proprio approccio sia quanto più possibile onesto e sincero, perlomeno in un campo come quello del reportage”.

-Da più parti si sostiene che la fotografia è un elemento oggettivo. A mio avviso è esattamente l’opposto dal momento che è il fotografo a scegliere i vari parametri dello scatto. Qual è la tua opinione a riguardo?
“Sono totalmente d’accordo con te! Come ho detto sopra, la fotografia interpreta e lascia interpretare. È il fotografo che decide cosa e come inquadrare, e con che parametri, come la focale o l’esposizione. È il fotografo che decide cosa lasciare all’interpretazione, cosa svelare, cosa nascondere, se ingannare o meno lo spettatore. D’altronde, artisti in altri campi ci hanno insegnato che anche gli oggetti reali possono non essere quello che sembrano. Come potrebbe quindi la fotografia essere oggettiva?”

-Una foto ben fatta ha un’anima e soprattutto mostra l’essenza del musicista, quel filo che lo unisce al suo pubblico. Spesso, quando scrivo un articolo, una recensione, mi soffermo a pensare al peso, all’impatto che ogni singola parola potrà avere in chi mi legge… È una grossa responsabilità, non trovi? Capita anche a te di pensarlo per le fotografie che scatti?

“Sicuramente. Anche io faccio una scelta molto ponderata (di cui magari poi mi pento dopo la pubblicazione) delle foto che ho scattato, cercando di restituire al meglio ciò che ho ascoltato e fotografato. A mio avviso però qui entra in gioco maggiormente (rispetto al reportage) il voler raccontare sé stessi in quella foto o meglio mostrare come si vede  quel musicista e la sua personalità. Rimane sempre presente quel filo legato alla soggettività della fotografia”.

-La musica, si sa, è una fenomenale attivatrice di emozioni… anche estetiche, se vogliamo. Esiste persino una ricerca che dice che le nostre menti hanno la capacità di elaborare una sorta di libreria musicale che riesce a richiamare, attraverso una singola emozione collegata ad un brano, una multiforme combinazione di sentimenti ad esso associati. Quando scatti una fotografia, quanto la tua mente è condizionata dal fatto che ti piaccia o meno la musica dell’artista che stai fotografando e quanto ciò influisce sul risultato finale?
“Penso che in qualche modo la musica che viene suonata mi condizioni, ma in modo limitato. Alla fin fine sono un fotografo, quindi cerco forme, ombre e luci. Sono molto più condizionato da questi elementi e da come e cosa il musicista fa in scena e di come interagisce con gli eventuali partner”.

Immagino che tu, come un padre nei confronti dei suoi figli, ami ogni tuo singolo scatto… tuttavia, ne ricordi qualcuno di cui sei particolarmente orgoglioso?
“Alcune delle mie immagini preferite sono fra quelle che ho scelto per questo articolo, come quella di Carla Bley e Steve Swallow. È un momento così sincero di tenerezza fra i due che penso descriva molto di questi due musicisti e sono sempre stato felice di aver colto quell’attimo. Un’altra foto che mi piace molto è quella di Ralph Towner mentre accorda la chitarra. Ralph è un musicista determinante nella mia vita perché fu ascoltando lui che decisi di studiare chitarra classica. Accordare lo strumento, se vogliamo, è un gesto banale ma fondamentale che il chitarrista ripete spesso durante un concerto. Quella foto coglie l’estrema attenzione con cui il musicista lo compie. Poi la foto di David Jackson (la numero nove, ndr). Non potevo credere di conoscere uno dei musicisti di uno dei miei gruppi preferiti, i Van der Graaf Generator. È una persona estremamente cordiale e disponibile, ricca di umanità; ebbi una bella discussione con lui, che sfociò in quello scatto. Penso che descriva molto della sua personalità. Poi sicuramente (ed ovviamente) tanti degli scatti fatti a Yadira o della Santeria sono parte integrante di me!”

Marina Tuni

 

Giuseppe Arcamone: fotografo AFIJ del mese di giugno – la gallery e l’intervista

Dopo l’articolo (qui il link) in cui presentavo la collaborazione di A Proposito di Jazz con  l’Associazione Fotografi Italiani di Jazz AFIJ, nata nel 2019, intervistando anche il suo Presidente Pino Ninfa, e la creazione di una nuova sezione del nostro portale dove stiamo raccogliendo gli scatti dei fotografi aderenti, inauguriamo oggi con piacere l’iniziativa “Il fotografo AFIJ del mese”.

Giuseppe Arcamone

Con cadenza mensile, presenteremo dunque le opere dei fotografi che fanno parte dell’Associazione, partendo da Giuseppe Arcamone, che ho intervistato per voi.
Nato nel 1969, si interessa alla fotografia da quando era adolescente. Una laurea in Architettura, alla Federico II di Napoli, un forte interesse per il movimento del Popolo della Tammorra e per il Jazz, ha coniugato la sua passione per la fotografia con il suo percorso professionale nel mondo della scuola. Nel 2006, il trasferimento a Mantova, le cui atmosfere – diametralmente opposte alla città di Napoli – ispirano scatti vagamente malinconici e di rara intensità. Qui, sperimenta anche il ritratto sportivo, immortalando – da freelance – le gesta delle squadre di rugby e di basket.

Ci racconti qualcosa di te? Tu sei laureato in Architettura, cos’è che ti ha fatto capire che la fotografia sarebbe stata una parte determinante della tua vita?
“La pratica fotografica mi accompagna dalla giovane età. Gli studi di architettura hanno molto influito, mi hanno orientato nel rivedere e nello strutturare la mia personale visione fotografica poiché in essi è implicito il rapporto con la comunicazione visiva. Pur non avendone fatta una professione, la fotografia con il tempo è divenuta una maniera per comunicare il mio mondo interiore”.

Fotografi il jazz ma anche lo sport, la natura… Ho notato che sei attratto soprattutto dai dettagli, da piccoli ma profondamente significativi particolari. Usi molto il bianco e nero e le tue foto spesso comunicano sensazioni di movimento e di velocità. Nel Jazz il ritmo e l’improvvisazione sono fondamentali: “l’improvvisazione sviluppa un’estetica dell’imprevisto”, scrive Jacques Siron, musicista e artista multidisciplinare. Quest’ultimo è un concetto che si può applicare ai tuoi scatti?
“Il dettaglio è un qualcosa che si percepisce puntando a fondo lo sguardo su tutto ciò che ci circonda. Massimo Urbani, alto-sassofonista jazz, sosteneva che “l’avanguardia è nei sentimenti “. Ogni essere umano è dotato di sentimenti, i sentimenti sono dentro ognuno di noi. Cerco di farli emergere guardandomi intorno, reinterpretando tutto ciò che mi circonda, a cominciare dal dettaglio”.

Una foto ben fatta ha un’anima e soprattutto mostra l’essenza del musicista, quel filo, dicevamo, che lo unisce al suo pubblico. Spesso, quando scrivo un articolo, una recensione, mi soffermo a pensare al peso, all’impatto che ogni singola parola potrà avere in chi mi legge… È una grossa responsabilità, non trovi? Capita anche a te di pensarlo per le fotografie che scatti?
“Ebbene si, bisogna pensare a questo. Nel momento in cui si sceglie di manifestare le proprie idee, l’intento deve essere quello di far vibrare le corde dell’animo dell’osservatore,  suscitare emozioni  ed evocazioni uniche”.

-La musica è una fenomenale attivatrice di emozioni.. anche estetiche, se vogliamo. Esiste persino una ricerca che dice che le nostre menti hanno la capacità di elaborare una sorta di libreria musicale che riesce a richiamare, attraverso una singola emozione collegata ad un brano, una multiforme combinazione di sentimenti ad esso associati. Quando scatti una fotografia, quanto la tua mente è condizionata dal fatto che ti piaccia o meno la musica dell’artista che stai fotografando e quanto ciò influisce sul risultato finale?
“Siccome mi definisco un ascoltatore di musica onnivoro, non mi pongo il problema. Talvolta mi capita, azzardando, di fotografare anche musicisti che non ho mai visto né ascoltato in precedenza. Potrei documentarmi prima di incrociarli ma, volutamente, non lo faccio al fine di alimentare un certo fascino dell’imprevisto. Molto probabilmente è un rischio ma mi  concedo di correrlo. Le condizioni ambientali, il flusso sonoro, l’interplay che si instaura con i musicisti e le mie condizioni del momento determinano il risultato finale”.

-Immagino che tu, come un padre nei confronti dei suoi figli, ami ogni tuo singolo scatto… tuttavia, ne ricordi qualcuno di cui sei particolarmente orgoglioso?
“Credo di poter essere orgoglioso di aver potuto fotografare un umilissimo Ornette Coleman. L’ho incontrato nel retropalco e lui, vedendomi munito di fotocamera, si è fermato, si è messo in posa dandomi anche il tempo di organizzarmi, facendosi beffe del suo manager, intento ad impedire a chiunque di fotografare. Un gran signore!”.

Marina Tuni

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Pippo Guarnera, organista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Pippo Guarnera, organista

– Come sta vivendo queste giornate?
“Il fatto di dover formulare la risposta a tale domanda mi risulta piuttosto vago e non ben delineabile in quanto non è chiaro neanche a me stesso, mi sento in uno stato altalenante tra sconforto, pseudo euforia, paura (per i miei cari), rabbia, noia, frustrazione”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Un nostro illustre, qualificato e talentoso collega ha scovato il termine intermittente per definire il tipo di attività in cui mi muovo seppur goffamente. So solo che, nonostante si siano moltiplicate le iniziative concertistiche “on line”, mi trovo e mi sento orfano del suonare ”live” con altri musicisti, il far succedere delle cose musicali al momento, tramite la complicità di altri musicisti, ciò che nel Jazz e non solo si chiama “cooking” e in più la percezione della presenza del pubblico a qualche spanna da te, dove anche ogni occhiata casuale a qualcuno degli astanti riesce a restituirti una corrente di sensazioni non esprimibili sia nel pensiero che tanto meno nello scrivere, ma che alimenta il processo in atto.
Tutto questo è rimandato a chissà quando, dal momento che se l’interruzione è stata causata inizialmente dai motivi sanitari di cui tutti sappiamo, in seguito verrà protratta da quello che è realistico attendersi come una lunghissima sospensione in attesa di un vaccino che potrebbe non arrivare mai; in più ci sarà da mettere in conto una depressione economica senza precedenti. Così, ciò che si viveva già prima del patatrac come un’attività ingrata, asfittica e magra, da adesso in poi arriverà alla cancellazione del concetto dell’intermittenza, stabilizzando lo switch sulla posizione “OFF” lasciando così lo spazio musicale al buio”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“In queste condizioni il lunario non si riesce e non si riuscirà a farlo sbarcare in nessun porto. L’unica mia fortuna è quella di avere un pochino di denaro da parte, cosa che mi sta permettendo di non attaccarmi alla canna del gas (almeno per adesso) come invece tanti miei colleghi in sofferenza stanno purtroppo facendo, tanto che mi sento anche abbastanza colpevole a causa del mio temporaneo privilegio”.

Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Sarei dovuto partire il 10 marzo scorso per gli USA dove ho mia moglie (a Chicago) che sta facendo da badante a mia suocera, andare a visitare successivamente mio figlio, il maggiore, ad Atlanta GA e andare a visitare mia figlia con annessi genero e due nipotini (già… sono nonno) a Honolulu HI. Ovviamente tutto è stato cancellato quasi una settimana prima di quella data, di fatto bloccandomi a casa in provincia di Bologna. Diciamo che non sono contento, l’unica salvezza sta nella comunicazione tramite WhatsApp … Per il resto, stare in lockdown per me non è un gran sacrificio, anche prima di tutto questo uscivo da casa solo per andare a suonare e procurarmi il cibo, per tutte le altre cose non mi estraevano da casa neanche col forcipe. Diciamo che l’essere e vivere da solo rende più facile l’isolamento sanitario pur pesandomi in maniera considerevole la separazione dalla famiglia, magari sarà una questione di karma e chi lo sa. Ultimamente prendo anche della vitamina D3 come integratore e sembra giovi all’umore, a volte abissalmente tetro”.

– Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Praticamente inevitabile la rimodulazione dei rapporti umani a seguito di questi eventi, anche se non so quanto sarebbe corretto aspettarsi una maggiore apertura nei rapporti interpersonali dell’eventuale dopo; comunque c’è maggior voglia di “chiacchiera” tra la gente, avverto però anche molto nervosismo e tensione. Per quanto riguarda gli altri musicisti c’è il macigno della separazione fisica, molti dei miei amici e colleghi non abitano vicino per niente. In Italia, a differenza degli Stati Uniti, non abbiamo mega centri urbani con larghe comunità di musicisti dove puoi sostenere un’attività musicale restando sempre nell’ambito dell’area cittadina. I colleghi con i quali interagisco abitano distanti da me, batterista a Pistoia oppure a Forlì, chitarrista a Napoli oppure a Padova e così via … Nel quadro della limitazione degli spostamenti questo stato di cose diventa praticamente atroce”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica potrebbe dare forza sì, però è anche vero che ciò che ti rende sensibile alla musica – ed anche la musica stessa – ti renderà indifeso e cagionevole di fronte alla follia di un mondo che sembra uniformarsi sempre più al vecchio mito di Babele. In effetti non ho neanche la più vaga idea di come potrebbe essere il mio esistere senza la musica. La percezione della musica anche la più casuale, cosa che non puoi mai spegnere, il tuo essere e tutto ciò che ti circonda.  La musica si fonde con la tua vita come una sorta di benevola metastasi che rende indistinguibili e inseparabili entità, pensiero, musica, quotidiano … tutto”.

Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Per le ragioni espresse al punto precedente non ho risposta a questo, ma non sono di sicuro il tipo da impugnare il rosario (abbiamo tristissimi esempi)”.

– Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità? E’ soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“L’insopportabile retorica chiamata in causa ultimamente dai media e autorità varie mi ricorda il ritrovarsi a nuotare nel Mar dei Sargassi dove, al posto delle omonime alghe, si trovano a galleggiare masse di deiezioni di tutti i generi.
Abbiamo semplicemente raccolto ciò che abbiamo seminato negli ultimi 30/40 anni, come Italiani (chi si ricorda della barzelletta dove all’inferno l’organizzazione viene affidata agli Italiani?) senza quasi alcun senso civico e appestati dall’analfabetismo funzionale (credo che ne possiamo vantare il primato in Europa). Qui è costume che il merito venga deriso ed evitato come la peste, in seguito a questo ci gestiamo malissimo e affidiamo i nostri voti per il 99% dei casi ad emeriti e pomposi imbecilli, con le varie cariche istituzionali ridotte a vuoti contenitori di stupidaggini. In più abbiamo un nostro sotterraneo sentimento antiscientifico che finisce per condurre le cose pubbliche ad usare la rudimentale irrazionale logica della convenienza e della scorciatoia illetterata al posto del cuore e dell’intelligenza. Inoltre quando sento rivisitato in varie salse l’inno di Mameli (che personalmente trovo musicalmente orrido, non so neanche se dovrei scusarmi per questo) mi sale la rabbia e m’incazzo, mi ricordano quelli che pensano che mettere il rossetto ad un maiale lo possa elevare ad uno status superiore, azione vana… sempre maiale resta. In questa ottica mi aggrappo a quello che “passa il governo”, tutti in ordine ben sparso con poche idee e ben confuse. Praticamente non ho scelta”.

– Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“La domanda è forse un po’ surreale, non ho alcunché da chiedere. Mi potrei augurare che l’immaginario collettivo possa cambiare verso zone più artisticamente frequentabili. Dove l’onestà, la curiosità, l’intelligenza e i valori umani possano avere un peso maggiore nella conformazione del quotidiano, anche se questo purtroppo sarà difficilmente realizzabile nella pratica e restare una dolce utopia”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Duke Ellington: “Harlem Airshaft”; Thelonious S. Monk: “Crepuscule With Nellie”; John Adams: “Harmonium – Part 2 — Because I Could Not Stop For Death”; Evan Ziporyn: “Frog’s eye”; John Corigliano: “Symphony No. 2 For String Orchestra – II. Scherzo”; Andrew Hill: “Ball Square” – “Shades”; Horace Silver:  “Sister Sadie”; Pergolesi: “Stabat Mater” – “Stabat Mater dolorosa”.

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Pino Jodice, pianista e compositore

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Pino Jodice, pianista e compositore

Come sta vivendo queste giornate?
“In realtà nulla è cambiato dal punto di vista creativo… un pianista, compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra vive da sempre solo con se stesso, il pianoforte, la partitura e la sua anima… vivo solo male la mancanza di libertà e l’incognita del domani…”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Dal punto di vista professionale, come concertista, mi manca il contatto umano con i musicisti e con il pubblico, come docente riesco da casa a non abbandonare i miei allievi del conservatorio di Milano, facendo lezione on line più del dovuto e cercando di iniettare loro con convinzione più dose possibile di positività, coraggio e speranza per il futuro. Il futuro per ora è una incognita… ma la prima cosa per la quale combatterò in prima linea sarà una campagna “Anti-Distanziamento-Sociale” per riportare la gente a Teatro… senza questo non ci sarà mai una ripresa del nostro settore, incluso tutto l’indotto dell’industria culturale che è immensa e non sacrificabile…”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Io sono tra i fortunati che dopo 14 anni di precariato è riuscito a diventare di ruolo come docente di Composizione Jazz al Conservatorio di Milano. Ricevo comunque lo stipendio, sebbene sia nel nostro settore in Europa il più basso… comunque arriva… e non risento in maniera particolare questa crisi… ma la sento come concertista… poiché, se pur docente, la mia attività si estende prevalentemente nei teatri “affollati” e come direttore e  pianista non ho mai smesso, né ho voglia di smettere di suonare… ho iniziato la mia carriera per il piacere di suonare e continuerò a farlo per tutta la mia vita…”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Ho appena divorziato a Natale e quindi vivo da solo. In questo periodo avrei voluto condividere la quarantena con chi ti è caro… ma la vita ti mette sempre alla prova e nei momenti difficili ancora di più… noi Artisti, però, abbiamo riserve di Amore infinite… e sappiamo focalizzare e concentrare nella giusta direzione le nostre energie positive, con l’aiuto della Musica, per superare i momenti più complessi della nostra vita”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Non voglio neanche immaginarlo… e non ci penso nemmeno. Se tutto non tornerà come prima… andremo tutti a casa…perché la nostra attività senza le relazioni umane “Vere” non può andare avanti…. e tra l’altro non è tutelata da nessuno e poi, che facciamo con il Teatro San Carlo di Napoli, L’Arena di Verona, La Scala di Milano, La Fenice di Venezia, Il Massimo di Palermo… insomma li facciamo andare in malora? Non ci penso neanche! Tutto deve tornare come e meglio di prima… anzi si dovrà pensare di investire di più in Cultura, Ricerca, Sanità ecc…”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Ne sono pienamente convinto!!! Senza Se e senza Ma!!!”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Al buon senso… ma senza la Musica non ha “senso” “.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“La Politica!”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“In parte… ma comprendo il peso e la responsabilità di scelte difficili e della ricerca disperata di soluzioni plausibili ed efficaci”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“La Tutela economica e la considerazione professionale del nostro settore e di tutto l’indotto culturale, che serve a rendere grande l’Italia nel Mondo!”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Si. Ho 3 ascolti che coprono 3 generi musicali: Musica Jazz: Bill Evans Trio with Symphony Orchestra diretto e arrangiato da Claus Ogerman.
Musica Classica: Il Concerto in FA per pianoforte e orchestra di George Gershwin
Musica Pop: Mark Ronson – Uptown Funk ft. Bruno Mars (un Groove della Madonna e un Bruno Mars unico…)

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Ermanno Maria Signorelli, chitarrista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Ermanno Maria Signorelli, chitarrista

Come stai vivendo queste giornate?
“È come se il tempo si fosse interrotto, le consuete scansioni che fissavano i ritmi delle mie giornate avessero assunto qualità e valori diversi: non si corre più, non si rende necessariamente tutto ciò che facciamo spendibile. Ci è stata data la possibilità di ricomporre noi stessi in un reale concetto di libertà che si realizza, al di là di qualsivoglia luogo fisico, in uno spazio confinato nella nostra mente. Ovviamente, mi riferisco a chi come me se lo può permettere, in quanto appartiene a quelle categorie di lavoratori costretti all’isolamento forzato, pur non dimenticando, con profonda riconoscenza, tutti quei lavoratori chiamati a sostenere il Paese”.

-Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso?
“Al di là di questa ovvia e necessaria impossibilità di svolgere qualunque attività concertistica, la “questione creativa”, invece, mi pone da musicista, come tutti gli artisti d’altronde, in una condizione di maggiore fertilità. Mi permetto, con tutta la cautela del caso e le dovute proporzioni, di ricordare che la storia ci ha consegnato, in una sorta di staffetta generazionale, una quantità incalcolabile di esempi di capolavori generati in periodi permeati da tragedie sociali: Guernica di Picasso, Il sopravvissuto di Varsavia di Schönberg, e tanti altri… La cosa più scoraggiante dei giorni nostri è aver reso tutto, arte compresa, un prodotto da commercializzare, annullando così la possibilità di riconoscere l’autenticità, anche quando questa è presente: perché in alcuni casi, per fortuna, ancora c’è.  Ma c’è, anche la voglia di urlare al mondo il tuo disappunto, ma qualcosa ti frena e il timore di sentirti un “traditore” ti assale.  Com’è difficile oggi sentirsi credibili!  Riguardo al futuro, ritengo, purtroppo, che nulla cambierà e, come un centometrista ai blocchi di partenza, al fischio del giudice di gara si ripartirà ancor più veloci e produttivi di prima”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Caro Gerlando, oltre al concertismo, mi occupo anche di didattica da molto tempo: insegno nella scuola pubblica, tengo corsi di perfezionamento, dirigo orchestre giovanili e partecipo a corsi indetti dalla comunità europea per il contrasto al disagio giovanile, questione che mi ha sempre visto in prima linea e per la quale ho sempre sentito una forte dedizione.
Nell’ultimo periodo, prima di questa emergenza, sono stato invitato a tenere delle lezioni nel centro Felsoors, la località ungherese sul lago Balaton sede dello Snétberger Talent Center, fondazione che si occupa del recupero, attraverso la musica d’eccellenza, di giovani con disagio sociale e culturale, prevalentemente ma non solo, Rom e Sinti.
Quindi, in conclusione, per mia fortuna, o meglio per una certa vocazione alla formazione dei giovani, riesco anche in questo difficile momento a sostenermi economicamente”.

-Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?

“Come si direbbe a Napoli: “Tengo Famiglia”. Alessandra, mia moglie, è psicologa dell’età dello sviluppo e in questo periodo si è attivata per realizzare delle letture filmate di fiabe per bambini, nell’intento di rallegrare un po’ le loro giornate e quelle dei loro genitori. In questa sorta di mini “Cinecittà” familiare, ho provato a defilarmi, ma come poteva mancare la musica per dar ancor più senso a tutta questa messa in scena?! Quindi, eccomi reclutato, mio malgrado, nella composizione di mini sonorizzazioni che mi hanno, comunque, molto divertito e dato la possibilità di riscoprire un mondo, quello delle fiabe per bambini, ormai da me dimenticato. Pietro, mio figlio, che ha l’età del tuo Beniamino, frequenta il liceo ed è in una sua bolla spazio-temporale, alle prese con la didattica a distanza che lo impegna quasi più di quanto gli era richiesto prima della chiusura.  Come puoi ben capire, stare con loro a tempo pieno mi riempie di gioia e nel contempo mi dà l’occasione di rinnovare quel senso di appartenenza che, nei periodi più ordinari della nostra routine, tende a offuscarsi. Tutto ciò è molto importante per me”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Sinceramente non credo che le nostre relazioni umane possano prendere una piega diversa dal solito, a meno che questa pandemia si perpetui troppo nel tempo stravolgendo tutti quei già precari equilibri che reggono la nostra società, e ci scagli verso una forte recessione economica, attraverso la quale, come di prassi, regna la logica del più forte.  A farne le spese è, quasi sempre, l’arte. Se penso che lo stato ha deciso di stanziare un contributo, una tantum, di 600 euro, questa la dice lunga sulla considerazione della vita degli artisti e del loro operato”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica, come tutte le altre forme artistiche, prefigurano un’arma a doppio taglio: hanno la capacità di scandagliare in profondità, sia la vita che la natura umana, e ciò che troviamo può sorprenderci piacevolmente, oppure spaventarci, destabilizzarci, rendendo i nostri messaggi più difformi all’ascolto, più graffianti e simili a un urlo”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?

“Sono molteplici le cose che faccio quotidianamente per tenermi su in questo periodo: la musica, una buona lettura, curare il giardino, studiare, ecc. Ma la riflessione che più pervade i miei pensieri in questo periodo, e non solo, è rivolta a decifrare come abbiamo fatto ad arrivare a tanto…quanto abbiamo manipolato la Natura, che da “matrigna” è diventata vittima agonizzante, fino a una tale devastazione che sembra abbia imboccato una via di non ritorno e di cui non riusciamo più ad avere il controllo (virus compreso). Ho visitato tempo addietro la mostra multidisciplinare “Anthropocene” che si è tenuta a Bologna, in cui viene documentato l’impatto dell’uomo sulla terra e tutto il disastro di cui è responsabile: un vero e proprio pugno nello stomaco! Quindi, con una certa concitazione, affermo che se sapremo considerare il pianeta come l’unica vera nostra casa, e dando vita a nuove forme di cooperazione che possano corrispondere con più equità alle reali esigenze delle persone, arte compresa, forse, potremmo garantire la vita a noi stessi e soprattutto a quella delle prossime generazioni”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Questi richiami continui alla patria, “concerti pensili”, “andrà tutto bene”, messaggi rassicuranti con tanto di pubblicità dei prodotti, non fanno altro che rafforzare l’idea che la retorica, aggiungo anche il moralismo, sono le armi dei MISERABILI”.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i Vostri organismi di rappresentanza?
“Che io sappia, gli unici organismi di rappresentanza nell’ambito musicale, sono rivolti esclusivamente al sostegno degli enti lirici-sinfonici. Per il resto, musica jazz compresa, è una specie di ginepraio in cui, per una ovvia debolezza della categoria, per una certa comodità della committenza e per scarsa considerazione, manca qualsiasi tutela e la dovuta rappresentanza. Riguardo alla SIAE, sì, è vero che risulta formalmente un ente pubblico, ma in realtà agisce con un regime più o meno aziendale e, quindi, non risulta ufficialmente un reale organismo di rappresentanza”.

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Chiederei di ascoltare con attenzione gli insegnamenti che questo periodo ci consegna, e di agire tempestivamente nel mettere in atto politiche che spingano tutti a considerare che siamo parte del mondo naturale e che se continuiamo in questa devastazione, in realtà devastiamo noi stessi e il futuro dei nostri figli”.

Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“In questa spinta verso le cose più sincere, consiglio, come ho fatto io, di riprendere, per chi ha la fortuna di averla, quella meravigliosa collana della Fabbri editori anni ’70 “I grandi del Jazz” che conservo come una reliquia, e che tanto ha contribuito alla mia giovanile formazione musicale”.

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Paolo Fresu, trombettista e compositore

Intervista raccolta da Marina Tuni

Paolo Fresu – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © Udin&Jazz 2016

–Come stai vivendo queste giornate?
Tutto sommato bene. Ho la fortuna di avere una casa in collina immersa nel verde e mi ritengo fortunato rispetto a tanti. È un momento in cui dobbiamo sempre pensare a chi sta peggio di noi…
Sto con la famiglia più del solito e non posso non sottolineare il fatto che non ho trascorso un tempo così lungo con loro negli ultimi 40 anni. Inoltre scrivo musica, registro musica, leggo, sento i dischi e seguo con attenzione le istanze del mondo dei lavoratori dello spettacolo che versano in condizioni di estremo disagio. Partecipo ad una miriade di tavoli di discussione su questi tempi e si sta tentando di mettere assieme tutti e di dialogare perché il nostro mondo è molto vasto ed altrettanto sfilacciato.
Dirigo anche le attività della Federazione Nazionale il Jazz Italiano, della quale sono il presidente. Insomma, le giornate al tempo del coronavirus sono più brevi, intense e più impegnate del solito.

-Come ha influito la situazione attuale sul tuo lavoro?.
Quale lavoro? Dal lockdown non c’è lavoro per gli artisti e per l’esercito di coloro che mandano avanti la filiera dello spettacolo! Lavoriamo tanto ma senza introiti. Da parte mia posto tante cose sui social e la cosa mi piace. Ho comprato una scheda audio e mi diverto a registrare da solo o su cose già esistenti e anche a montare video ma questo è un lavoro per l’anima, non per le tasche. Io posso anche permettermi di stare a casa a ‘divertirmi’ e a dare un senso alla mia clausura attraverso la creatività ma per molti è un vero dramma…

-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
Spero di no e spero si riprenda il prima possibile. Con le ovvie restrizioni. Se non si riprenderà in tempi brevi parte della nostra categoria sarà rasa al suolo e non si rialzerà.
Se ciò avverrà anche lo sforzo che il Governo sta facendo nel riconoscere i 600 Euro mensili sarà uno sforzo inutile. Perché con 600 Euro non si campa se non c’è dell’altro.
Sono fermamente convinto che l’unica musica per evitare lo sfacelo sia quella di sforzarci, tutti e nel rispetto di tutti, a riaprire le attività dello spettacolo (ovviamente non quello dei concerti da stadi e palazzetti dello sport) prima dell’inizio dell’estate. Sarà una tesa di mano verso le imprese culturali e queste potranno ridistribuire economia ai lavoratori che, a loro volta, la distribuiranno sulla socialità. C’è bisogno di arte, di cultura e di musica per alimentare lo spirito.

Come riesci a sbarcare il lunario in questo periodo?
Personalmente vivo con quello che avevo messo da parte prima. L’unico introito possibile, seppure minimo, può essere la monetizzazione della rete ma non basta a giustificare il lavoro e l’impegno profuso. Viviamo di ciò che suoniamo con il nostro strumento per gli altri. Se lo facciamo solo per noi stessi ciò ci riempie solo l’anima pur alimentando lo spirito.
Anche le attività della mia etichetta discografica in questo momento sono quasi ferme e abbiamo deciso di pubblicare per ora i dischi futuri solo sulla rete. L’unico lavoro fisico è “2re-Wanderlust” perché era già in stampa ma i negozi di dischi sono chiusi. In compenso riaprono le librerie… Speriamo nella prossima Siae semestrale e molti artisti sperano in un aiuto sia da parte della Siae che di Nuova Imaie e ItsRight per i diritti connessi. Alcuni altri invece riescono a prendere i 600 Euro dallo Stato ma purtroppo non tutti, solo quelli che nel 2019 hanno maturato almeno 30 prestazioni professionali. Cosa impossibile per molti lavoratori del nostro mondo.

-Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante in questo delicato momento?
Ho la grande fortuna di vivere con una bella famiglia unita. Con mia moglie e mio figlio, che ha dodici anni e suona la batteria e ama i Beatles. Credo sia la più grande fortuna in questo momento. Perché ci si scambia il piacere delle piccole cose e si limano i piccoli contrasti. Come regalo per il suo compleanno avevo comprato tre biglietti per andare a sentire Paul McCartney a Napoli il 10 giugno. Ci riconosceranno un voucher da spendere in 12/16 mesi ma non voglio cambiare i biglietti di McCartney per un altro artista…
La musica non è un supermercato dove se non c’è la carta igienica di una certa marca ne compri un’altra…

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
Assolutamente si. Lo spero vivamente…

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
Già lo sta facendo. Peccato che continui ad essere poco considerato il suo valore e il suo senso nella società. Soprattutto nella fase di ricostruzione e di riapertura. Si sta dando valore alla rete e allo streaming ma, in tutta sincerità, spero non sia il futuro della musica perché questa va vista, sentita e respirata con gli altri. Sono cosciente che la rete e lo streaming possono diventare dei nuovi strumenti di lavoro e di introito – soprattutto ora – ma è altrettanto necessario che ci sia una attenzione etica e una legislazione adeguata perché altrimenti usciremo dal tempo del coronavuirus con un messaggio sbagliato: quello che la musica può arrivare nelle nostre case a costo zero annichilendone il senso e non comprendendo che dietro c’è una filiera enorme che investe e che contribuisce al PIL del nostro Paese. Inoltre ciò che si fa in rete deve essere di assoluta qualità e questo non avviene sempre. Non si può assistere a un concerto in rete senza quelle modalità e quelle attenzioni che riversiamo nella performance dal vivo perché la macchina  dello spettacolo, qualsiasi questa sia, ha delle regole e delle esigenze costruite in anni e anni di lavoro.
Il coronavirus non può distruggere quello che abbiamo faticosamente costruito con le nostre vite, con il nostro impegno e con la grande passione che ci anima.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
Ognuno si affida a ciò in cui crede. Ci si affida a noi stessi, ci si affida altri altri, ci si affida a un Dio. A un fiore che sboccia in queste giornate di primavera intensa. Ciò è un segnale importante perché qualsiasi segnale dovrebbe portarci a riflettere e a considerarlo non solo un segnale ma un monito.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
Non ho idea e non mi interessa. Tutto può essere retorico e tutto può essere giusto. Dipende solo da noi. Dalla nostra capacità introspettiva di guardare dentro di noi e allo stesso tempo di guardare gli altri. Ben venga il concetto di unità, ad esempio, se questa è sentita ed è vera. Ben venga tutto ciò che è vero se lo è veramente…

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
Purtroppo no. Riconosco il grande sforzo che si sta facendo ma c’è molta confusione e la tesa di mano non è sufficiente. Si sta ad ascoltare molto le esigenze di alcuni ma non di tutti. Il mondo della cultura e delle spettacolo ad esempio è il primo ad essere stato chiuso e non si sa quando ripartirà ma intanto si riaprono le spiagge (e ne sono felice come tutti) come se in queste non ci siano gli stessi problemi di assembramento come in un piccolo concerto. Pur comprendendo il bisogno del nostro Governo di stare a sentire soprattutto la parte legata alla sanità e nel rispetto dei troppi morti questa non è oggi l’unica priorità. Se non si affrontano tutti gli argomenti e non si sta a sentire le istanze e i consigli di tutti, i morti sul campo saranno molti di più.

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
Un sacco di cose. Troppe da poterle riportare in questa intervista… E avrei un sacco di idee. Anzi, ho un sacco di idee da proporre. E non solo io…

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
Resistete. Resistiamo. Tutti assieme ce la faremo… Retorica?