A Grado Jazz by Udin&Jazz Gonzalo Rubalcaba e Snarky Puppy

L’estate si avvicina e i vari festival del jazz che ogni anno affollano lo stivale scaldano i motori e presentano i rispettivi programmi.

Chi segue “A proposito di jazz” sa bene come oramai non amiamo particolarmente questo tipo di manifestazioni il più delle volte inutili passarelle di grandi nomi che tra l’altro si ha modo di ascoltare anche durante il resto dell’anno. Ci sono tuttavia eventi che sfuggono a questa regola e che quindi siamo ben lieti seguire e di segnalarvi, manifestazioni che si caratterizzano anche per la volontà di valorizzare i talenti locali dando loro il giusto spazio.

E’ in questa categoria che va inserita “Udin&Jazz” che quest’anno ha cambiato nome e location: ecco quindi il “Festival Internazionale GradoJazz by Udin&Jazz”, organizzato da Euritmica con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e del Comune di Grado, in collaborazione con i comuni di Cervignano del Friuli, Marano Lagunare, Palmanova e Tricesimo. Giunta alla sua 29° edizione, la rassegna si è oramai imposta all’attenzione generale per aver offerto al suo pubblico il meglio della scena jazz contemporanea, tra avanguardia e tradizione, ospitando grandi artisti internazionali e italiani, con un’attenzione particolare, come si accennava, ai musicisti del Friuli Venezia Giulia.

Il Festival si svolge a cavallo tra i mesi di giugno e luglio in diverse località della regione per approdare a Grado, che da quest’anno ospita il clou della storica manifestazione.

Nella settimana gradese, sono in programma concerti, workshop, mostre, libri, incontri, proiezioni, visual art, il tutto impreziosito da una piacevole ospitalità nello scenario magnifico della laguna di Grado, l’isola del sole, un lembo di terra sospeso tra mare e vento, tra storia e futuro.

Dopo un prologo già dal 25 giugno con concerti a Tricesimo, Cervignano del Friuli, Savogna d’Isonzo e un weekend a Marano Lagunare, il Festival entra nel vivo il 6 luglio, a Palmanova (Ud), città stellata patrimonio mondiale dell’Unesco, dove i mitici King Crimson, progressive rock band britannica di livello mondiale, si esibiranno nella  Piazza Grande nella prima delle quattro date italiane del Tour che celebra il 50°anniversario di attività per il gruppo di Robert Fripp e compagni; la serata finale  a Grado (Go), dove l’11 luglio gli Snarky Puppy, una delle più belle realtà della nuova scena musicale internazionale, saliranno sul palco del Jazz Village al Parco delle Rose, nella prima delle cinque date in Italia, per presentare il nuovo album “Immigrance”, uscito il 15 marzo.

Ma, procedendo con ordine, diamo un’occhiata più da vicino al ricco cartellone.

Il 25 giugno, la Piazza Garibaldi di Tricesimo vedrà esibirsi le vocalist e la band del NuVoices Project; il 26 sarà Cervignano del Friuli ad accogliere i Pipe Dream, una band internazionale con quattro delle personalità più interessanti nella nuova scena creativa italiana e con il violoncellista americano Hank Roberts; il 27, l’incantevole Castello di Rubbia a Savogna d’Isonzo ospiterà un “piano solo” di Claudio Cojaniz; nel weekend del 28, 29 e 30 giugno ritorna a Marano Lagunare la rassegna Borghi Swing by Udin&Jazz – seconda edizione – con un programma costruito ad hoc per valorizzare da un canto le migliori espressioni del panorama jazzistico del FVG, dall’altro i luoghi, l’ambiente, la storia, i riti, la cultura e l’enogastronomia del territorio in cui tale musica si è sviluppata.

Dal 3 luglio il festival si trasferisce a Grado, con una mostra di sassofoni d’epoca curata da Mauro Fain e proiezioni di filmati di concerti jazz storici; il 6 luglio, in occasione del “Sabo Grando”, la fanfara jazz Bandakadabra allieterà con la sua musica le vie del centro; il 7 luglio, GradoJazz entra nel vivo con la formula dei due concerti su due diversi palcoscenici (alle 20 e alle 21.30), nel Jazz Village del Parco delle Rose, dove lo spettatore, oltre alle emozioni della musica, potrà vivere anche una “street food experience” con degustazioni di prodotti dell’enogastronomia del FVG. Le cinque serate saranno precedute alle ore 18.00 da incontri con artisti, giornalisti, scrittori che animeranno i Jazz Forum nella struttura del Velarium, accanto all’ingresso principale della spiaggia.

Le notti gradesi si allungheranno al Jazz Club, dal 7 all’11 luglio, sulla spiaggia principale, verso mezzanotte, night music dal vivo, sorseggiando un drink sotto la luna a due passi dal mare…

La prima serata gradese del festival, il 7 luglio (ore 20), ci porterà ad immergerci nelle suggestive atmosfere argentine con il Quinteto Porteño, un tributo alla musica del grande Astor Piazzolla; alle 21.30, l’attesissima performance di uno tra i musicisti più noti d’Italia: il trombettista Paolo Fresu, con il suo nuovo progetto discografico “Tempo di Chet”, in trio con Dino Rubino (uno dei pochissimi musicisti che suona altrettanto bene tromba e pianoforte), e Marco Bardoscia (uno dei più interessanti contrabbassisti del jazz europeo). Questo dialogo a tre voci, raffinato, di grande impatto emotivo e intellettuale, è iniziato per l’avventura teatrale del progetto “Tempo di Chet – La versione di Chet Baker” e tutte le musiche sono composte da Fresu.

L’8 luglio, nel primo dei due concerti in programma, un’eccezionale performance: quella del trio del pianista Amaro Freitas, uno dei nuovi talenti del jazz contemporaneo brasiliano. A seguire, alle 21.30, una grande festa musicale con la North East Ska* Jazz Orchestra, formazione di 20 elementi cresciuta in regione, forte di un sound travolgente rodato sui palchi di mezza Europa, che qui presenta il suo nuovo lavoro discografico.

Il 9 luglio, a più di dieci anni dal disco “Licca-Lecca”, premiato dal pubblico con oltre 10.000 copie vendute, i Licaones ripropongono a Grado (ore 20) il loro progetto musicale con ai fiati, il sassofonista Francesco Bearzatti e il trombonista Mauro Ottolini, all’organo Oscar Marchioni e alla batteria Paolo Mappa.

Alle 21.30, sale sul palco del Parco delle Rose una delle stelle del jazz mondiale: il pianista Gonzalo Rubalcaba, in trio con Armando Gola al basso e Ludwig Afonso alla batteria. Definito dal New York Times “un pianista dalle capacità quasi sovrannaturali”, Rubalcaba è il più celebre musicista cubano della sua generazione, un virtuoso dalla tecnica strabiliante, la cui abilità improvvisativa ha contribuito a spianare la strada al movimento del jazz latino-americano e oggi ai vertici del pianismo jazz mondiale. Ed è proprio questo, a nostro avviso, l’evento clou del Festival. Personalmente conosciamo Gonzalo da molti, molti anni, avendolo incontrato ad un Festival della Martinica quando ancora era un giovane talentuoso pianista ma poco- se non per nulla – conosciuto in Europa. Da allora Gonzalo ha di molto modificato il suo stile pianistico che se prima era perfettamente riconoscibile come ‘cubano’ adesso non è in alcun modo etichettabile essendo espressione di un talento purissimo che mal sopporta qualsivoglia schematizzazione

Il 10 luglio, serata dedicata al blues! S’inizia con la Jimi Barbiani Band, nuovo progetto di uno dei migliori chitarristi blues rock slide d’Europa. Si prosegue, alle 21.30, con il grande bluesman californiano Robben Ford, il musicista che fondò i mitici Yellowjackets! La sua è una musica difficile da definire; suona e canta il blues con grande classe ma il suo percorso artistico prevede importanti incursioni nel jazz, nella fusion e nel funky. Non a caso vanta collaborazioni discografiche eccellenti con artisti di assoluto livello quali, tanto per fare qualche nome, Miles Davis, i Kiss, Burt Bacharach, Muddy Waters, George Harrison, Joni Mitchell. Cinque volte candidato ai Grammy, è stato definito dalla rivista Musician “uno dei più grandi chitarristi del XX secolo”.

La serata finale del festival, giovedì 11 luglio, sarà aperta da Maistah Aphrica, progetto che porta i suoni dell’Africa rivisitati dai migliori protagonisti del panorama jazz made in FVG. Il concerto-evento degli Snarky Puppy, collettivo con base a New York e con circa 25 membri in rotazione, fondato dal bassista Michael League, chiuderà l’edizione 2019 di GradoJazz by Udin&Jazz.

Gerlando Gatto

 

 

Bille Holiday vive nei nostri cuori: un libro e un disco la ricordano vividamente

Qualche settimana fa, durante la presentazione a Monfalcone del mio libro “L’altra metà del jazz”, una gentile signora mi ha chiesto perché avessi scelto, come immagine di copertina, una foto di Billie Holiday. La risposta è stata ed è molto semplice: Billie Holiday è un’icona della musica jazz (seppur non la sola) ma soprattutto rappresenta quanti sacrifici, umiliazioni, peripezie hanno dovuto sopportare le donne per affermarsi in un ambiente difficile e ancor oggi piuttosto maschilista come quello del jazz.

E la veridicità di queste affermazioni è dimostrata dal fatto che ancora oggi, a distanza di sessanta anni dalla morte della Holiday, escono nuovi libri sulla sua vita e vengono ripubblicati i suoi dischi. E in questa sede vogliamo parlarvi proprio di un libro e di un disco che se ne occupano.

 “Billie Holiday – Una biografia” è un volume di John Szwed edito da “ilSaggiatore” per la traduzione di Elena Montemaggi (pgg.272, € 26,00). John Szwed è professore di Music and Jazz Studies presso la Columbia University e prima di questo volume ha già dato alle stampe “Jazz! Una guida completa per ascoltare e amare la musica jazz” (Edt 2009) e “Space Is The Place. La vita e la musica di Sun Ra” (minimum fax 2013) nonché “So What. Vita di Miles Davis” (ilSaggiatore 2015). Insomma si tratta di uno studioso, uno scrittore che conosce assai bene la materia. Ed in effetti il libro è intitolato a Billie Holiday ma va ben oltre i confini di una, per quanto accurata, biografia.

L’opera è suddivisa in due grandi parti: la prima, intitolata “Il mito” prende le mosse dalla autobiografia dell’artista, “Lady sings the blues” (la prima edizione italiana a cura di Mario Cantoni fu pubblicata da Feltrinelli nel 1979 con il titolo “La signora canta il blues”) per articolarsi successivamente in due capitoli “Il resto della storia” e “Film, televisione e fotografia”. La seconda parte analizza “La Musicista” e viene declinata attraverso diversi capitoli dedicati rispettivamente a “La preistoria di una cantante”, “La cantante I e II” e “Le canzoni I e II”.

Ma questa suddivisione non deve trarre in inganno ché si parte da questi concetti per affrontare in lungo e in largo tutte le tematiche che Billie Holiday ha posto in primo piano nel corso degli anni in cui ha sviluppato la propria arte. Così, ad esempio, parlando del suddetto volume autobiografico, Szwed approfondisce alcuni aspetti finora non sufficientemente lumeggiati come l’amicizia tra Billie e Orson Welles, amicizia ostentata con tanta noncuranza da provocare guai sia a lui sia a lei. E bastano poche righe a Szwed per tracciare un quadro di ciò che era la società statunitense dell’epoca, una società in cui un’amicizia, una relazione tra un bianco e una nera, era considerata impensabile, disdicevole.

Ma questo è solo un esempio, giacché all’autore basta un elemento, un fatto di cronaca per allargare il discorso e andare ben al di là della biografia. Così in apertura del capitolo intitolato “la preistoria di una cantante” Szwed apre una finestra molto esplicativa sugli spettacoli dei menestrelli tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento con specifico riferimento al tipo di canzoni che venivano più utilizzate; apprendiamo, quindi, la differenza tra le “flappers”, le “red-hot mamas” e le “torch singers” concetti su cui non mi pare si siano spesi fiumi di inchiostro.

Altrettanto interessante la trattazione dei vari tipi di “canzoni” e di come sia errata la conclusione di considerare la Holiday una cantante blues.

Avvincente la parte in cui l’autore si occupa delle specificità vocali e interpretative della vocalist, sottolineandone le capacità improvvisative, la potenza esplicativa del gesto, il vibrato usato in modo molto selettivo, la capacità di ornare versi semplici con “piccole e indimenticabili torsioni, impennate e avvallamenti, sfumature e cadute”.

Molto approfondita, ma non poteva essere altrimenti, l’ultima parte in cui viene esaminata la produzione discografica della cantante; particolarmente interessanti le considerazioni a proposito di uno degli album più discussi della Holiday “Lady in satin” che è per l’appunto il disco cui si accennava in apertura.

“Lady in Satin” (Green Corner 100902- 2 CD) venne registrato dal 18 al 20 febbraio del 1958 a New York con l’orchestra di Ray Ellis. Il doppio CD, proposto dalla Green Corner, contiene le duplici versioni – mono e stereo – dell’originario LP cui si aggiungono molte bonus track: nel primo CD l’album integrale “Live At The Monterey Jazz Festival, October 5th 1958” in cui la Holiday canta con Benny Carter al sax alto, Gerry Mulligan sax baritono, Eddie Khan basso, Buddy De Franco clarinetto, Dick Berk batteria e Mal Waldron piano; nel secondo CD  tre brani registrati a Londra il 25 febbraio 1959 con Mal Waldron al piano e l’orchestra diretta da Peter Knight, e sei pezzi incisi live allo Storyville Club di Boston negli ultimi giorni di aprile del 1959 con ancora Mal Waldron, Champ Jones basso  e Roy Haynes batteria.

Per anni i critici si sono esercitati nel demolire questo album classificandolo tra i peggiori registrati dalla Holiday; John Szwed ha un’opinione assolutamente contraria e la illustra assai chiaramente. In effetti, sottolinea l’autore, se è vero che Billie in quel periodo stava male, faceva fatica a leggere e a ricordarsi i testi delle canzoni, è altrettanto vero che adesso contava solo sulla “forza del suo recitativo, sulla capacità di cantare fuori tempo senza mai perdersi…insomma il suo fraseggio era ancora sensibile alle parole riuscendo a dar loro nuova enfasi”. E questa è una dote assai rara da trovare, una dote propria solo delle grandi, grandissime artiste. E non è un caso che un’altra stella del jazz come Miles Davis, sicuramente più esperto di mille esperti, abbia dichiarato, ascoltando l’album, “preferisco ascoltarla ora. E’ diventata molto più matura. A volte puoi cantare le stesse parole ogni sera per cinque anni e tutto d’un tratto capisci il vero senso della canzone”.

E se si ascolta l’album scevri da ogni pregiudizio non si può non concordare con i giudizi di Szwed e di Davis: la Holiday, certo non perfetta dal punto di vista squisitamente musicale, ha tuttavia conservato una capacità interpretativa straordinaria, scandendo ogni singola parola, attribuendo alla stessa uno specifico peso e riuscendo così a tramettere un mondo di emozioni. La si ascolti, ad esempio, in “Violets for Your Furs” uno dei brani preferiti dalla Holiday, per verificare quanto detto in precedenza.

Insomma un album fondamentale che non dovrebbe mancare nelle collezioni di chi davvero ama il jazz.

Gerlando Gatto

 

Dave Samuels: un artista dai molteplici aspetti – Il vibrafonista è recentemente scomparso all’età di 70 anni

Un’altra stella del jazz è andata a brillare lassù nel cielo: il 22 aprile si è spento a New York City, dopo una lunga malattia, il vibrafonista e percussionista Dave Samuels. Aveva 70 anni.

Nato a Waukegan, nello Stato dell’Illinois, il 9 ottobre 1948, Dave Samuels ha legato il suo nome al celebre gruppo fusion “Spyro Gyra” con cui ha suonato per molti anni.

Ma, ovviamente, la sua storia di musicista comincia molto prima, e precisamente nel 1954 quando, a soli sei anni, inizia a prendere lezioni di batteria e pianoforte influenzato dai due fratelli maggiori che suonano, rispettivamente, sassofono e pianoforte. Successivamente, negli anni dell’università a Boston, passa al vibrafono e alla marimba studiando, tra gli altri, con Gary Burton e frequentando il Berkley College of Music.

Non ancora trentenne, nel 1974, si trasferisce a New York dove viene immediatamente, chiamato a suonare in occasione del celebre concerto alla Carnegie Hall del 24 novembre dello stesso anno per la reunion tra Gerry Mulligan e Chet Baker, concerto che per fortuna possiamo riascoltare grazie al doppio LP registrato dal vivo e pubblicato dalla CTI.

Più o meno dello stesso periodo è l’altra prestigiosa collaborazione con Carla Bley, e poi con Frank Zappa (lo si ascolta nell’album “Zappa in New York” del ’77), Paul McCandless e David Friedman, suo insegnante a Boston e con il quale crea il duo Double Image e incide due album, nel 1977 e nel 1994.

Nel 1977 inizia la sua lunga e fruttuosa collaborazione con “Spyro Gyra”, di cui diventa membro effettivo e stabile solo in occasione dell’album del 1983 “City Kids”; grazie all’apporto di Samuels, “Spyro Gyra” viene nominato dalla rivista Billboard come miglior gruppo di jazz contemporaneo degli anni ’80.

Ma gli interessi di Samuels non si limitano alla fusion essendo egli un grande estimatore della musica caraibica; eccolo, quindi, nel 1993 dare vita al “Caribbean Jazz Project” con Paquito D’Rivera e Andy Narell specialista di steel pan, che diventa ben presto la sua creatura preferita, lanciandolo definitivamente nell’olimpo dei grandi. Così nel 2005 lascia “Spyro Gyra” e si dedica al nuovo progetto declinato attraverso la ricerca dei molti stili che animano il jazz latino e afro-caraibico. E che la ricerca abbia dato fruttosi succosi è dimostrato dal fatto che il gruppo vince un Grammy per il Miglior Latin Jazz Album (“The Gathering” del 2002) e un Latin Grammy nella stessa categoria (“Afro Bop Alliance” del 2008).

A fianco di queste prestigiose realizzazioni, Samuels prosegue la sua carriera da solista: nel 1980 incide, con un gruppo di musicisti italiani (Furio Di Castri, Tullio De Piscopo, Giorgio Baiocco), “One Step Ahead” il primo di dieci album da leader.

Samules è stato anche un valido didatta avendo insegnato al Berklee e al New England Conservatory of Music; ha scritto anche due volumi didattici “Mallet Keyboard Musicianship” nel 1988 e “Contemporary Vibraphone Technique” nel 1992.

Insomma con Samuels se n’è andato un grande artista che traeva le sue motivazioni da tutti gli aspetti dell’essere musicista: la composizione, l’arrangiamento, il solismo…senza trascurare il desiderio di trasmettere ai più giovani il suo sapere.

Gerlando Gatto

Winona, l’epopea dei nativi americani nella “All Indian Opera” di Alberto Bimboni

Minna Pelz Il soprano Minna Pelz nella parte di Winona, durante le prove per la prima rappresentazione dell’opera a Portland, Oregon, autunno 1926. In: Alberto Bimboni, Scrap Book; Bimboni Collection, The ICAMus Archive.

Sfogliando The New Grove Dictionary of Opera (Sadie, Londra, 1982), dopo Bellini e Berlin e poco prima di Bizet, è situata la scheda biografica di Alberto Bimboni (Firenze 1882/New York 1960) compositore, direttore d’orchestra e didatta stabilitosi negli Stati Uniti, autore di Winona, in tutti i sensi una “All Indian Opera”.
Quella dei Bimboni è una prestigiosa famiglia di musicisti fiorentini. Il DEUMM dell’Utet edito nel 1985 censisce Gioacchino (1810/1895) trombettista, suo fratello Giovanni (1813/1893) clarinettista, il di lui figlio Oreste (1846/1905) direttore d’orchestra. C’è pertanto un vuoto informativo su Alberto, un mancato aggiornamento comprensibile perché Bimboni aveva eletto a propria patria di adozione gli Stati Uniti d’America. Ed aveva sposato la musica dei nativi americani.
La sua principale opera Winona, di cui ad oggi non esiste edizione a stampa, tratta da una leggenda sioux-dakota, rappresentata nel 1926 a Portland e nel 1928 a Minneapolis, aveva raccolto diffusi consensi sia a livello di pubblico che di critica. Il lavoro, in cui si narra di una principessa indiana e del suo rapporto con le leggi del proprio popolo, contiene canti tradizionali di nativi, canzoni Sioux, Chippewa. La verosimiglianza è rafforzata da scene corali all’unisono che danno ancor più il senso comunitario della tribù.

Il manoscritto e tutta la collezione Bimboni ė confluita nel 2014 presso l’Archivio ICAMus, grazie all’amica di famiglia Julia Jacobs. The International Center For American Music si avvale della competente attività della fondatrice, la presidentessa Aloma Bardi che alterna la propria attività fra Firenze e New York e con la quale abbiamo colloquiato.

Alberto Bimboni
Il compositore Alberto Bimboni (1882-1960) in ritagli di giornale dell’ottobre 1926, al tempo delle prove per la prima esecuzione di Winona a Portland, Oregon.
In: Alberto Bimboni, Scrap Book; Bimboni Collection, The ICAMus Archive.

L’ICAMus è una organizzazione no profit costituita a Firenze che promuove sin dal 2002 la conoscenza della musica americana sia contemporanea che del passato. Il sito www.icamus.org ben rende l’idea dell’impegno che il Centro profonde come veicolo di cultura musicale fra Italia ed U.S.A.. Un suo profilo sintetico?
“The International Center for American Music si occupa dello studio delle fonti musicali e della vita musicale negli Stati Uniti, possiede un archivio, la biblioteca, delle collezioni speciali, collabora con molte istituzioni e accademie in Italia, U.S.A., Francia, Germania, insomma in Europa, organizza concerti, performance, incisioni, produzioni editoriali, si forniscono consulenze, si partecipa a trasmissioni radiofoniche… insomma un lavoro su più fronti sulla musica negli States”.

Parliamo di uno dei fulcri della ricerca e divulgazione dell’ICAMus, la figura di Alberto Bimboni. In particolare di Winona, quest’opera straordinaria ambientata sul lago Pepin, fra Minnesota e Wisconsin, della quale lei ha curato a Firenze una riproposizione in forma di concerto.

“Esattamente. Lavorando ad una riduzione dello spartito per canto e pianoforte sulla base dell’orchestrazione originale, ho realizzato una versione condensata dell’opera della durata di 70 minuti in modo da rispettare la continuità della vicenda; non solo un’antologia dell’opera, seppure ridotta, ma una versione che pur priva delle parti corali che hanno una importanza centrale, rappresenta una sintesi che ha conservato in meno minuti le principali arie ed i relativi accordi strumentali.

Da precisare, per la cronaca, che l”estratto” è stato eseguito da alcuni allievi del conservatorio Cherubini di Firenze in concomitanza col convegno “Intersections” (Kent State University), a conclusione di una sessione dell’iniziativa stessa tenutasi nel giugno 2017 con la partecipazione di diverse cattedre di canto del conservatorio. Ma torniamo a Bimboni. Come nacque questo suo interesse, musicale e antropologico, per la Native American Music? Penso alla folgorazione che ebbe Dvořák per il Nuovo Mondo ma anche all’osservazione di etnografi come Franz Boas….”.
“Impressione corretta. Con la partitura di Winona siamo in un’epoca, fra il 1915 e il 1918, che è al culmine di un interesse per i nativi americani sbocciato negli ultimi due decenni dell’800 grazie a studiosi e studiose come Frances Densmore che soggiornarono nelle tribù, ne assorbirono la cultura musicale, trascrissero raccolte di canti per la caccia, il corteggiamento, i cicli del giorno a partire dal sole che nasce, il calendario, la guerra. Un vero e proprio patrimonio di pubblicazioni!”.

Erano tempi in cui questa tematica affascinava altri musicisti. Si pensi ad esempio all’ “indian style” di Charles Wakefield Cadman. Ma per Bimboni quando e come scoccò la scintilla che lo portò ad incorporare le melodie dei nativi in un’architettura lirica?
“Si innamorò della materia quando nel 1912 fece parte della compagnia che portò in giro per gli States la Fanciulla del West di Puccini. Bimboni rimase affascinato da questo modello di interpretazione e cominciò a informarsi in particolare sulle melodie indiane. Poi, nell’età del jazz, gli anni ’20, la direzione dell’interesse si sarebbe spostata verso la musica afroamericana. In un certo senso lui si ritrovò a guardare all’indietro, ed è forse per questo che da allora Winona non è stata più ripresa. Un peccato! Perché è un lavoro in cui pur sentendo la melodia tipica dell’opera italiana l’essenza rimane intimamente americana. Meriterebbe di essere riproposta integralmente!”.

Winona come occasione di integrazione fra più culture attraverso la musica. Ma c’è di più. Ed è il contributo che di fatto la produzione di questo musicista italiano diede al movimento indianista ricevendo imprimatur dalla stessa comunità nativa. Tale argomento è stato peraltro oggetto di studi nella ricordata conferenza i cui saggi ed interventi, reperibili sul sito, sono pubblicati nei Papers Intersections 2017.
“Il contributo italiano al movimento indianista è stato particolarmente significativo, pensiamo all’opera Alglala di Francesco Bartolomeo DeLeone andata in scena nel 1924, uno dei capisaldi dell’Indianist Movement nella musica americana; ma Winona è importante in quanto prima opera indiana, riconosciuta tale dagli stessi nativi, ad opera di un italiano. È che gli operisti italiani sono capaci di guardarsi intorno, sono abili nel trovare soggetti nuovi ed amalgamarli in linguaggio musicale in modo irripetibile, originale, unico. Ci fu per Bimboni una grande ammirazione da parte di pubblico, critici e giornalisti per i due allestimenti del ’26 e del ‘28 nel cui cast erano presenti alcuni nativi dotati di preparazione canora lirico-operistica.

Perry S. Williams
Il librettista di Winona, lo scrittore, critico, giornalista e uomo politico Perry S. Williams (1886-dopo il 1970).
In: Alberto Bimboni, Scrap Book; Bimboni Collection, The ICAMus Archive.

Al di là dell’input creativo, è possibile una qualche analogia di Alberto Bimboni che utilizza musiche indiane strutturalmente monofoniche con il Puccini orchestrale di La fanciulla del West? 

L’ambientazione, soprattutto. Bimboni, per di più, era ben immerso nella cultura statunitense dell’epoca, in un mondo in cui ormai viveva stabilmente da docente emigrato a New York, sbarcato il 30 giugno del 1911, proveniente dalla Mauritania. Un mondo in cui presto si affermò. Basti pensare che fu direttore della Henry Savage Opera Company e della Century Opera Company (negli ultimi anni all’Havana Opera House)”.

Sulla nota che Thomas Warburton ha scritto per il Grove operistico si ricorda anche che insegnò al Curtis Institute ed all’Università di Pennsylvania quindi per 20 anni fu direttore alla Chautauqua Opera Association. Una domanda, ora sul rapporto fra nativi e non nativi. Che tipo di relazione può intravedersi fra la musica degli autoctoni americani e quella degli afroamericani, partendo da una condizione storicamente data di comune subalternità?

“A livello musicale l’interesse su ambedue le comunità si focalizzò sugli esotismi, indipendentemente da aspetti etnici o razziali, e furono viste come sorgenti ispirative per la loro diversità, il primitivismo … La discriminazione fu filtrata dallo stesso Gershwin in Porgy and Bess. Dunque entrambe furono ritenute di grande freschezza per il ritmo, la danza, le credenze… il tutto non semplicemente decorativo ma quale espressione di esotica autenticità. Indubbiamente esisteva una condizione di emarginazione. Ma sul piano artistico tale differente ricchezza culturale fu vista come un comune elemento di originalità a cui Bimboni fu sensibile. Una volta dichiarò di non volersi occupare di cultura colonialista, proposito che oggi suona brillante, geniale, a dir poco innovativo”.

Progetti futuri, oltre la divulgazione dell’epopea musicale di Bimboni? Ho letto di Lo sguardo poetico americano: poeti e compositori negli Stati Uniti visti attraverso concerti, presentazioni, letture dedicate alla lirica d’arte statunitense, musa per compositori e compositrici. Ci sarà un focus anche sugli autori afroamericani?
“Stiamo proprio in questi giorni definendo il programma pluriennale del progetto – partirà dal 2020 – in vari appuntamenti con università ed altre istituzioni.
Di certo ci saranno letture incentrate sulla poesia afroamericana, con cicli dedicati a compositori neri su versi per esempio di Langston Hughes, della Harlem Renaissance, e di autrici che hanno ispirato compositori neroamericani. Anche la poesia ha rappresentato uno dei passaggi attraverso cui si è divenuti compositori in America”.

                                                                                                             Amedeo Furfaro

“La scelta di non scegliere”: Franco Ambrosetti racconta e si racconta

Un importante volume edito da Jazzit ci apre le porte sulla vita di uno degli artisti e compositori più significativi degli ultimi decenni: Franco Ambrosetti. Con la sua tromba ha girato il mondo e ha incontrato artisti importanti, ha suonato la sua musica ovunque, e anche in veri e propri templi del Jazz.
Eppure la sua esistenza non è disegnata solo dal Jazz.

In questa intervista sveliamo qualcuna delle suggestioni che leggendo questo libro ci hanno incuriosito e appassionato, in quanto racconto non solo autobiografico, ma fortemente evocativo di una storia che riguarda tutti gli appassionati di Jazz.
L’intervista è divisa in piccoli paragrafi ispirati proprio dal libro – racconto di Franco Ambrosetti.

IL LIBRO

D.
Come nasce l’idea di dare vita ad un volume così importante, esaustivo, cronologico? Durante la lettura di questo libro sembra emergere una urgenza anche per se stesso di guardare e ricostruire il mosaico della          propria vita, oltre che di farne il racconto (di certo affascinante) ai suoi lettori. E’ così? O c’è altro ancora?

R.
In realtà non avevo alcuna intenzione di scrivere un libro autobiografico. Ma devo dire che amici, critici, booking agents, in generale persone appartenenti al mondo dello spettacolo hanno insistito al punto tale da presentarmi un giornalista, Marco Buttafuoco, che si è prestato a raccogliere le mie memorie. Per svariati giorni durante 6 mesi, ci siamo incontrati affrontando tematiche non solo autobiografiche ma di contenuto riguardo al vasto mondo musicale che frequento e al jazz in particolare.
A pagina 162 esprimo i miei sentimenti riguardo allo scrivere autobiografie e le ragioni per cui, rileggendo il riassunto di tante ore di conversazione mi decisi a riscrivere il testo da capo, dando un taglio personale alla mia storia. E mentre scrivevo, capitolo dopo capitolo mi appassionavo sempre più al viaggio nei ricordi…Forse per questo può sembrare che ci sia alla base una urgenza di raccontare la propria vita ad altri. Non è così, mi stavo soltanto divertendo a rivivere, raccontandoli, oltre settant’anni di vita, con lo stesso  piacere che provo quando faccio un assolo in concerto.

LA DICOTOMIA, IL DILEMMA

D.
Nel suo libro è costante il richiamo al dilemma principale della sua vita: Università o Musica? Musicista o Imprenditore?

R.
ll dilemma deriva dal fatto di CREDERE di dover scegliere. La società, la famiglia, i benpensanti, i conformisti chi ti circondano te lo fanno capire: dovresti decidere cosa vuoi fare da grande.
Ma nel mio caso il  musicista e l’imprenditore sono assolutamente la stessa persona. Il medico che svolge un’ attività politica non esercita forse anche lui attività molto diverse tra loro, pur essendo la stessa identica persona impegnata in due ruoli? L’unico criterio fondamentale per riuscire a combinare musica e industria è avere talento musicale. Se sei nato musicista puoi fare qualsiasi  mestiere. È solo una questione di gestione del tempo.

D.
Potrebbe tracciare episodi specifici della sua vita in cui a questo dilemma ha dato risposte, anche magari temporeggiando? O prendendo decisioni fondamentali, propulsive, che le hanno permesso di andare avanti invece che arenarsi nell’incertezza?

R.
La mia vita ha smesso di essere avvolta dall’incertezza una volta capito che è assolutamente possibile esercitare due professioni in modo assolutamente professionale. Borodin era chirurgo e chimico eccellente, scriveva sinfonie splendide e faceva parte del gruppo dei cinque con (Rimskji Korsakof, Musorskji ecc).

LA CONTINUITA’, LA SCELTA

D.
Lei si definisce, a ragione, dicotomico. Ma si nota anche un fil rouge continuo nella vita della sua famiglia: in fondo ha avuto un padre musicista, lei è musicista, suo figlio è musicista. Tutti e tre però non siete solo musicisti: è una sorta di predisposizione familiare, genetica, o un valore che si è tramandato, consciamente, o naturalmente?

R.
Forse c’è qualcosa di genetico nel fatto che in famiglia tre generazioni si sono dedicate professionalmente alla musica. Ma penso che la consuetudine nell’ascoltare musica quotidianamente oltre che il frequentare ambienti musicali e i musicisti serva a risvegliare i cromosomi deputati alla funzione musicale. Mio padre, io e mio figlio abbiamo fratelli o sorelle. Loro hanno scelto di non fare musica anche se, a mio parere,  avevano talento e avrebbero potuto fare lo stesso. Hanno scelto di non seguire la nostra strada.

D.
La determinazione di portare avanti (con successo) due vite presuppone, a me sembra, non una indecisione paralizzante ma al contrario una volontà ferrea che permetta l’unione delle due vite: per potersi permettere di essere dicotomici occorre avere una cintura di sicurezza ideale che permetta di compiere le acrobazie tra entrambe senza farsi male. Quale è stata e quale è la sua cintura di sicurezza?

R.
La cintura di sicurezza consiste nel sapere di essere la stessa persona che senza conflitto alcuno passa dall’esame dei bilanci o dalla riunione con i sindacati al palcoscenico per intonare “Giant Steps”. Sempre io sono, con o senza tromba. Aggiungo che la musica è un ottima forma di psicoterapia, di valvola di sfogo per qualsiasi problema non direttamente legato alla musica stessa. Aiuta a prendere distanza da ansie e problemi. Ma anche l’attività industriale è un rifugio dai problemi che il mondo musicale può porre.


IL RIGORE

D.
Lei ha condotto e conduce due vite parallele. Imprenditore e Jazzista. Nel suo libro descrive il suo arrivo al Politecnico di Zurigo, come matricola alla facoltà di ingegneria. Un periodo difficile che la vedeva dormire di giorno mentre i suoi compagni di corso la mattina presto andavano a lezione, all’incirca all’ora in cui lei invece tornava dai club in cui suonava. Verrebbe da pensare al rigore degli studenti e dei futuri ingegneri, contrapposto, come lei stesso racconta, all’etichetta di nato stanco affibbiatagli dai suoi colleghi, o allo stereotipo del musicista senza regole, fuori norma.
Ma la musica non prevede anch’essa un certo rigore? In quel periodo quale era la sua disciplina “altra” rispetto agli studenti del Politecnico?

R.
La disciplina “altra” erano le 5-6 ore di esercizio quotidiano che facevo all’Africana, il club dove suonavo a Zurigo. Per 4 anni.

Tutti i giorni. Oltre ai concerti…

D.
Lei ricorda, del periodo di Zurigo negli anni 60, due anni in cui suonò con un musicista che definisce esattamente così, rigoroso: Kenny Clarke. Perché rigoroso?

R.
Rigoroso perché razionale, preciso e intransigente. Come ogni genio.

D.
Leggendo il suo libro emerge una Zurigo vivacissima in quegli anni: molta musica, un viavai di grandissimi musicisti. Lei ne dipinge un ritratto davvero nitido, e a dire il vero chi immagina la Svizzera non la immagina esattamente così. Fino a quando si arriva all’episodio della mancata Jam Session di John Coltrane all’ Africana. E’ il tipico rigore svizzero?

R.
No, è peggio: è la tipica cultura svizzera tedesca in cui tutto ciò che non è obbligatorio è proibito. 

D.
Un altro tipo di rigore che mi piacerebbe lei raccontasse è quello dimostratole da suo padre che, presente ad una Jam Session con Charlie Mingus, decise che lei non doveva accettarne la scrittura, perché aveva gli esami alla facoltà di economia.

R.
Quello non fu rigore. Piuttosto il fatto che io, primogenito e quarta generazione di industriali, ero destinato a gestire le aziende di famiglia. Era per difendere gli interessi familiari, anche rispetto a mio nonno che allora era ancora a capo delle aziende.

D.
Esiste, a suo parere, una categoria di strumentisti più rigorosa di altre, o il rigore è una questione personale, di indole, di carattere?

R.
Il rigore è indirettamente proporzionale al talento. Meno talento, meno facilità con lo strumento, più rigore cioè più ore di studio.

LA VOGLIA DI VIVERE

D.
Questa frase nel suo libro appare a pagina 42, quando descrive l’estate passata a Villa Pirla, residenza presa in affitto da Enrico Intra a Castiglioncello. Cos’è la voglia di vivere per lei? E’ una sensazione legata alla musica o è più in generale una sorta di fiducia nella vita stessa, a prescindere dalla musica? E come ha influenzato le sue scelte, se le ha influenzate?

R.
La voglia di vivere è tutto per me. Sono un ottimista, ho fiducia nella vita al di là della musica, non vedo mai il bicchiere mezzo vuoto. E non sopporto i nichilisti.

 

LE EMOZIONI

D.
La stretta al braccio da parte di Miles: chi vorrà leggerà i particolari di quella particolare serata. Ma quanto ha contato poi nella sua vita di musicista quella stretta fugace ma forte?

R.
Ha contato moltissimo. Anni dopo Miles espresse  opinioni molto lusinghiere su di me, in un’ intervista di cui conservo la copia.
Ma la stretta al braccio ce l’ho nel cuore.

D.
Herbie Hancock al contrabbasso e lei al pianoforte possiamo annoverarla tra le grandi emozioni da raccontare?

R.
Oh sì! Anche se tutta la serata fu un emozione forte. Ma messa nel suo contesto temporale, nel 1965  Herbie non era il mito che è divenuto oggi, e noi giovani affrontavamo le jam session con quella sana incoscienza e leggerezza  che contraddistingue la gioventù.

D.
Le emozioni negative contano anch’esse. Penso alla rabbia ad Umbria Jazz che le fece abbandonare il palco, o alla delusione a Los Angeles per una performance difficile davanti ad Horace Silver. Per lei le emozioni negative sono comunque fonte di creatività? E invece l’amore, gli affetti?

R.
I miei affetti sono sempre stati al centro della mia vita, l’ amore mi ha ispirato innumerevoli composizioni  come “Silli in the Sky” o “ Silli’s Nest” e tra le ultime “ Silli’s long Wave” che ho appena registrato a New York. Anche le delusioni amorose sono fonte di ispirazione per comporre ma il risultato è appesantito dal dolore che si prova in quel momento, pur rimanendo  uno stimolo alla creatività, uno sfogo, una specie di antidolorifico.

 

LE CITTA’, I LUOGHI

D.
Zurigo, Basilea, Lugano, le Cicladi. E un’infinità di viaggi. Quali sono le città che sente più visceralmente parte della sua vita, di musicista e di imprenditore?

R.
New York per la musica. New York come imprenditore. Paros per il relax. Venezia almeno una volta all’anno per spaesarsi.

D.
Se potesse fissare una differenza profonda, per la sua esperienza di musicista, tra Zurigo e New York, quale sarebbe? E quale invece una affinità profonda e inaspettata?

R.
New York è molto più competitiva, più dinamica. È stimolante e frenetica. Zurigo è una delle città più vivibili del pianeta, come Vienna. Tutto funziona. 

Entrambe, Zurigo e Vienna promuovono la creatività di un artista in modo più umano, a ritmi più lenti. In fondo il movimento Dada è nato a Zurigo. E la secessione a Vienna….

D.
Lei ha suonato nei templi del Jazz di tutto il mondo. Quale è quello che di più la ha emozionato, colpito, e quale quello che invece la ha deluso?

R.
La delusione: Lussemburgo. Al concerto c’erano due persone, il portinaio e sua moglie perché la manifestazione non era stata annunciata. Quelle belle sono troppe. Ma diciamo che la prima volta al Blue Note di New York è stato emozionante.

 

I MUSICISTI, I PROGETTI

D.
Un progetto realizzato e uno non realizzato?

R.
Realizzato: l’ultima registrazione fatta in gennaio a New York con John Scofield, Uri Caine, Scott Colley e Jack de Johnette. Uscirà in giugno per l’etichetta Unit. Non realizzato: Suonare una volta con John Coltrane.

 

D.
Un musicista amato e uno meno amato?

R.
Se deve essere uno, l’amato è Frank Zappa. Meno amato, Ted Curson.

IL TEMPO

D.
Lei parla del metodo da lei inventato per ottimizzare il tempo e riuscire ad esercitarsi con la tromba nonostante viaggiasse continuamente per lavoro. Il far quadrare il tempo le è stato facilitato dall’essere musicista? O dalla sua formazione manageriale? O entrambe?

R.
Far quadrare il tempo quando se ne ha poco è una questione manageriale. È parte del concetto di produttività, produrre di più  in meno tempo.

I CRITICI MUSICALI

D.
Io che la intervisto scrivo di musica. E così le chiedo qualcosa sul duro giudizio che lei da dei critici musicali a pagina 59. Non pensa che, come in alcuni casi c’erano e ci sono pregiudizi su musicisti dal doppio mestiere come è lei, non ce ne siano anche sulla competenza di chi scrive di musica? Una delle frasi che sento dire più spesso è “se scrive è solo un musicista mancato”

R.
Ci sono critici buoni e altri no. Come in tutti i mestieri.Sicuramente ci sono molti pregiudizi verso chi, come nel mio caso, è fortunato.

Schönberg scriveva, a proposito di Mahler ,spesso  oggetto di pessime critiche durante la sua vita, che ciò fosse giusto. Perché il critico coperto di onore durante la sua vita potesse avere una compensazione per la vergogna che lo avrebbe sommerso dopo la sua morte. Musicisti e critici fanno mestieri diversi. Uno fa, l’altro giudica. Ma quando ci si mette in vetrina ci si espone automaticamente alla critica. Poco importa che sia competente, corretta o totalmente sballata e scritta da un musicista mancato. Nessuno è obbligato ad andare in scena. Se ci va è il rischio che si corre in ossequio al diritto di critica che è una delle libertà fondamentali della democrazia liberale.
Poi è diritto di ciascuno essere d’accordo o no.

 

IL FUTURO

D.
La mia ultima domanda riguarda il suo futuro di musicista. Dunque i suoi progetti a breve, medio e lungo termine. Ci sono? Quali sono?

R.
Il prossimo progetto è una registrazione in duo con 4-5 pianisti, solo di ballads. Forse in qualche brano aggiungo un bassista.

È previsto per fine anno a New York. I pianisti verranno contattati a breve. Le farò sapere quali saranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I nostri CD. Curiosando tra le etichette (parte 1)

Il mondo del jazz, oramai da anni, vive un paradosso difficile da risolvere: se da un lato i dischi si vendono sempre meno (non a caso trovare un negozio ben fornito è una sorta di mission impossible), dall’altro il mercato è costantemente rifornito di CD molti di buona qualità, ma altrettanti francamente inutili. Il fatto è, come ammettono gli stessi artisti, che il CD è divenuto una sorta di biglietto da visita e un modo di documentare la propria attività in un dato momento storico.
Partendo da queste considerazioni, abbiamo deciso, con l’ausilio di Amedeo Furfaro, di proporvi questa puntata della rubrica “I nostri CD” prendendo le mosse non dai singoli album ma dalle case discografiche più attive nei settori di nostro interesse.

“abeat” sempre all’avanguardia

E partiamo quindi, in rigorosissimo ordine alfabetico, dalla italianissima “abeat” .
Fondata nel 2001 da Mario Caccia a Solbiate Olona (VA), ABEAT RECORDS ha da sempre prodotto dischi che interpretassero le nuove tendenze della musica jazz. Da allora sono numerosi gli artisti del panorama nazionale ed internazionale che hanno realizzato i loro dischi con questa etichetta. Tratte dalle ultimissime produzioni della “abeat records”, vi presentiamo quattro album firmati rispettivamente da Luigi Di Nunzio (“The Game”), Andrea Domenici Trio (“Playing who i am”), Guido Manusardi (“Swingin”) e Michele Perruggini (“In volo”).

Luigi Di Nunzio è un giovane sassofonista napoletano che può vantare una solida preparazione di base avendo conseguito nel 2010 il diploma di sassofono classico con il massimo dei voti con il maestro Andrea Pace. Successivamente inizia una carriera che lo porta ad esibirsi accanto a musicisti di vaglia quali Antonio Faraò, Massimo Nunzi, Francesco Cafiso, David Liebman, Michael Bublé. Il 10 ottobre 2014 esce il suo album d’ esordio dal titolo “Inexistent” sempre per abeat. Nel settembre del 2018 registra “The Game” unitamente a Marco Fiorenzano, synth e piano rhodes, Umberto Lepore, basso e bass synth, e Marco Castaldo, alla batteria, con l’aggiunta di ospiti in alcuni brani L’album è di sicuro interesse dando all’ascoltatore la possibilità di scoprire non solo le capacità esecutive di Di Nunzio ma anche le sue qualità compositive dal momento che tutte le dieci tracce sono sue composizioni. La caratteristica principale del CD va ricercata nel fatto che il sassofonista ha voluto mettere assieme una serie di esperienze e collaborazioni, vissute negli ultimi quattro anni, in generi musicali a lui sconosciuti come l’hip hop, rap, musica elettronica. Di qui un sound abbastanza originale in cui stilemi propri del jazz canonico si fondono con suggestioni provenienti dall’elettronica. Certo, per chi ama il jazz alla Coltrane o alla Gillespie l’album farà storcere il naso, ma, viceversa, per chi ascolta la musica con mente aperta e rivolta al futuro sicuramente troverà nell’album in oggetto parecchi motivi di interesse.

“Playing Who I Am” è il disco d’esordio come leader del pianista Andrea Domenici, classe 1992. Già allievo, tra gli altri, di Mario Rusca, Dado Moroni, Kenny Barron si è diplomato presso The New School for Jazz and Contemporary Music e dal 2012 si è trasferito negli States. Da allora ha cominciato a collaborare con alcuni veri e propri giganti del jazz quali Wynton Marsalis, Gary Bartz, Billy Harper e Dave Douglas. A supportarlo in questo CD Billy Drummond al basso e Peter Washington alla batteria. In repertorio nove brani che spaziano dal jazz canonico (Thelonious Monk) a standard quali “It’ Easy To Remember” di Rodgers cui si aggiungono tre original del leader, a dimostrazione di come Andrea da un lato abbia saputo interiorizzare il linguaggio dei grandi del jazz, dall’altro sia riuscito a sintetizzare le diverse influenze in uno stile del tutto personale. L’album, almeno per chi scrive, rappresenta, quindi, una bella sorpresa. Il linguaggio di Domenici è fluido, sempre pertinente, con una armonizzazione mai banale e un tasso di improvvisazione elevato. L’interazione con i compagni d’avventura è assoluta ad evidenziare un’intesa che va ben oltre il fatto squisitamente musicale. Insomma un artista di cui sentiremo parlare molto e bene.

Swingin” è il titolo del CD inciso dal trio del pianista Guido Manusardi con Roberto Piccolo al contrabbasso e Gianni Cazzola alla batteria nell’ottobre del 2017. Mai titolo fu più azzeccato nel senso che uno swing straordinario, trascinante, profondamente sentito da tutti e tre i musicisti pervade l’album dalla prima all’ultima nota. In repertorio undici brani tra cui un solo original del pianista. Da quanto sin qui detto è facile dedurre che il trio si muove in estrema scioltezza, guidati da quel grande artista che è Guido Manusardi. In effetti Manusardi è sulla cresta dell’onda da tanti anni e mai ha deluso i suoi numerosi ammiratori grazie ad una tecnica sopraffina, ad una squisita sensibilità che gli consente di coniugare rispetto per la tradizione e modernità espressiva, ad un senso della misura che mai lo porta ad esagerare in virtuosismi che pure sarebbero alla sua portata. E questo album è l’ennesima riprova di tutto ciò: si ascolti con attenzione con quanta delicatezza l’ottantaduenne pianista disegna il celeberrimo “Love For Sale” o la carica di swing (per restare in tema) che caratterizza “I’ll Remember April”. Come si diceva in precedenza, è tutto il trio che funziona bene…ciò per sottolineare come i partners scelti da Manusardi, vale a dire il giovane Piccolo e il meno giovane Cazzola (classe 1938), siano stati perfettamente all’altezza della situazione contribuendo in maniera determinante alla bella riuscita dell’impresa. Non a caso l’unico original di Manusardi presente nell’album, “Mister G”, è dedicato proprio al batterista.

Il compositore e arrangiatore Michele Perruggini è il protagonista del quarto album significativamente intitolato “In volo”. Avevamo già avuto modo di apprezzare il talento di questo musicista nel precedente album “Attraverso la nebbia” – sempre per abeat – in cui Michele si presentava anche nella veste di batterista. In questo nuovo CD l’artista abbandona il ruolo di strumentista e si sottopone al giudizio degli ascoltatori come compositore e arrangiatore (coadiuvato da Leo Gadaleta che ha curato gli arrangiamenti degli archi). E il giudizio non può che essere positivo data la bellezza della linea melodica che viene sviluppata in ogni singolo brano. La musica ha un andamento quasi filmico, come se volesse accompagnare alcuni attimi – chissà forse i più significativi – della nostra esistenza, vissuta celebrandone, suggerisce lo stesso Perruggini, “ogni istante, assaporando profondamente con lentezza”. Di qui una musica introspettiva, spesso malinconica, ben resa da tutti i musicisti, a partire da Mirko Signorile sempre presente con il suo pianoforte per finire con la sezione archi composta da Leo Gadaleta e Serena Soccoia ai violini, Teresa Laera alla viola e Luciano Tarantino al violoncello. Il ritmo è sostenuto dall’ottimo contrabbassista Giorgio Vendola e il tutto funziona così bene che mai si avverte la mancanza della batteria.

*****

Con “ACT” uno sguardo sul Nord-Europa.

L’etichetta tedesca, fondata nel 1992 da Siggi Loch, già per venti anni ai vertici della Warner International, nell’arco di pochi decenni è riuscita ad ottenere una posizione di assoluto prestigio nel panorama musicale internazionale. Ciò perché nel suo catalogo figurano alcuni degli artisti – specie del Nord Europa – più significativi quali, tanto per fare qualche nome, Joachim Kühn, Nils Landgren, Michael Wollny, Jon Christensen…e grosse formazioni come l’Hannover NDR Radio Philharmonic Orchestra. Per non parlare della scoperta e del lancio di uno degli artisti che hanno profondamente segnato gli ultimi anni del pianismo jazz, quell’Esbjörn Svensson scomparso nel 2008 a 44 anni in un incidente mentre effettuava pesca subacquea. Non mancano, ovviamente, artisti fuori dagli immaginari confini del Nord Europa come Rudresh Mahanthappa, Youn Sun Nah e il ‘nostro’ Paolo Fresu. E proprio il trombettista di Berchidda è il protagonista di una vera e propria perla: Danielsson-Fresu, “Summerwind”. Il contrabbassista svedese e il trombettista sardo evidenziano un’intesa straordinaria, come se avessero da sempre suonato assieme mentre questo è in realtà il loro primo progetto in duo. E l’intesa si instaura immediatamente al punto tale che –come sottolineato nelle note di copertina – il brano “Dardusò” viene creato spontaneamente in studio durante le registrazioni. La loro è una musica raffinata, elegante, che si sviluppa quasi per sottrazione, nel senso che il linguaggio è essenziale, scarno, senza che mai si avverta una nota fuori posto, un qualcosa che avrebbe potuto essere eliminato. I due disegnano linee melodiche dalla struggente bellezza e poco importa l’assenza di una carica ritmica qualche avrebbe potuto essere assicurata da una batteria. Insomma poesia allo stato puro che traspare da ogni brano, interpretato con sincera partecipazione e assoluta onestà intellettuale. I due non si schermano dietro la loro arte, ma lasciano fluire il suono così come ‘ispirato’ dalle sensazioni del momento, dalle emozioni che avvertono nell’eseguire un repertorio caratterizzato da brani originali scritti dai due (singolarmente o a quattro mani) cui si aggiunge il celeberrimo “Autumn Leaves” porto con originalità, un brano della tradizione svedese e una composizione di Bach arrangiata dal contrabbassista.

Tra le altre recenti produzioni vi ricordiamo altri due album che ci sembrano particolarmente interessanti.

Il pianista Joachim Kühn è una delle punte di diamante del catalogo ACT. In questo “Love & Peace” appare in trio con Chris Jennings al basso e Eric Schafer alla batteria, impegnato su un repertorio di undici brani con ben sei pezzi scritti dallo stesso pianista, uno per parte dal batterista e dal bassista, cui si affiancano “Night Plans” di Ornette Coleman, un pezzo dei Doors e una composizione di Mussorgsky a ricordarci la sua formazione classica. La formazione è la stessa del precedente “Beauty & Truth” del 2016 e l’album in oggetto non aggiunge alcunché a quanto già non si conosca sulla statura artistica del pianista tedesco: un musicista completo, che fonda la sua arte su una solida preparazione di base e che ha percorso una luminosa e lunga carriera avendo costituito il suo primo trio già nel 1964. Ciò non toglie, comunque, che nel corso degli anni il settantacinquenne pianista di Lipsia abbia cambiato pelle nel senso che ad un pianismo strabordante, spesso virtuosistico ha sostituito un linguaggio più asciutto, un fraseggio meno funambolico e più attento all’espressività. Ne abbiamo molti esempi in alcuni brani di questo album come nel già citato pezzo di Coleman a conferma della grande stima che lega i due artisti. Coleman e Kuhn si incontrarono per la prima volta a Parigi nei primi anni 90, e fu l’inizio di una straordinaria relazione artistica; dopo il loro primo concerto in duo a Verona, Kuhn divenne l’unico pianista con il quale il sassofonista si esibiva regolarmente in duo. Altre esecuzioni di grande interesse la rilettura di “The Crystal Ship” dei Doors e la “lussureggiante” versione di “Le Vieux Chateau” da “Pictures From An Exhibition” di Modest Mussorgsky. Come Al solito eccellente il lavoro della sezione ritmica.

Unbreakable” della Nils Landgren Funk Unit vede la storica formazione del trombonista e vocalist Nils Landgren ‘rinforzata’ dall’innesto di solisti di livello quali il leggendario chitarrista di Detroit Ray Parker Jr., conosciuto ai più per il suo indimenticabile brano per il film Ghostbusters del 1984, e i trombettisti Randy Brecker e Tim Hagans. L’album, presentato in anteprima all’”XJazz Festival” del 2017, si colloca nel solco delle precedenti registrazioni effettuate dal gruppo, quindi un massiccio groove, una travolgente miscela di jazz e funk, nel segno di un esplosivo mix sonoro con una fortissima e trascinante carica ritmica. Il tutto declinato attraverso dieci brani tra cui “Stars In Your Eyes” di Herbie Hancock e “Rockin´After Midnight” di Marvin Gaye impreziosito dall’assolo di Randy Brecker. Il gruppo si muove con una intesa perfetta, cementata attraverso la lunga militanza, e more solito la mano del leader dal trombone rosso si fa sentire sia nella conduzione dell’ensemble, sia nella ripartizione tra pagina scritta e improvvisazione e quindi nel lasciare ai vari solisti un adeguato spazio per i relativi assolo. Un’ultima considerazione: ad evidenziare l’importanza dell’etichetta nella carriera di Nils Landgren, anche in questo album l’artista rivolge uno speciale ringraziamento a Siggi Loch e a tutto lo staff ACT per credere e supportare la sua musica.

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“Alfa Music” da oltre vent’anni sulla scena

Alfa Music ha ormai alle spalle ventiquattro anni di attività. L’ etichetta nasce nel 1990 per volontà di Fabrizio Salvatore e di Alessandro Guardia, soci fondatori. Inizialmente era solo uno studio di registrazione focalizzato verso il circuito romano. Successivamente, verso la metà degli anni ’90, la situazione si evolve e Alfa Music diventa vera e propria etichetta discografica che ad oggi vanta un catalogo particolarmente ricco ed importante. In quest’ambito si inseriscono le nuove produzioni che qui di seguito segnaliamo.

Le Valentine (al secolo Valentina Cesarini accordeon, bandoneon e Valentina Rossi voce) hanno registrato il cd “Recuerdo” dedicato al tango. Quanti seguono questa rubrica conosceranno la nostra passione per il tango, un genere che presenta una caratteristica peculiare: la capacità di raccontare delle storie, spesso amare, ma storie assai vicine alla realtà. A tutto ciò la rivoluzione di Astor Piazzolla ha aggiunto una carica di intenso pathos assai difficile da riprodurre. Di qui, a nostro avviso, una conseguenza logica: nell’esecuzione del tango la bravura nell’interpretazione, nel trasmettere un’emozione fa premio – e di gran lunga – sulla mera abilità, strumentale o vocale che sia. Ecco, partendo da questi parametri, il CD in oggetto non ci ha convinti appieno, ed è un peccato in quanto di elementi positivi ce ne sono. Innanzitutto la scelta del repertorio: undici tracce tra brani originali e riletture di grandi classici tra cui “Por una cabeza” di Carlo Gardel e il celeberrimo “Jealousy”, scritto da Jagob Gade nel 1925, fino ad arrivare ad Astor Piazzolla di cui vengono presentati “Yo soy Maria” con i testi di Horacio Arturo Ferrer, “Oblivion” con parole di Alba Fossati e “Che tango che music” con testi di Angela Denia Tarenzi. E poi la struttura dell’organico incentrata sul duo delle Valentine (Valentina Cesarini accordeon, bandoneon e Valentina Rossi voce) cui si affiancano Pierluca Cesarini, chitarra e Alessandro Aureli, flauto, cajon, percussioni. Ferma restando la bravura tecnica dei musicisti manca però qualcosa, manca quella capacità di trasmettere emozioni, pathos cui prima si faceva riferimento. E’ come se le due protagoniste si fossero preoccupate più di evidenziare le rispettive indubbie capacità che scavare nei brani proposti per carpirne l’intima essenza e restituircela irrorata dalla propria personalissima lettura.

E’ con vero piacere che vi presentiamo questo album inciso a quattro mani da Stefania Tallini e Cettina Donato e quindi giustamente intitolato “Piano 4Hands”. Spesso quando ci troviamo a recensire album di musicisti che conosciamo molto bene e con i quali c’è anche un rapporto di amicizia proviamo un certo imbarazzo e ci poniamo il problema se motivazioni di altro genere possano far premio su un giudizio equilibrato e il più possibile obiettivo. Bene, nel caso in oggetto non abbiamo alcuna difficoltà a dirvi che si tratta di un disco superlativo inciso da due artiste di grandi qualità dal punto di vista tecnico, esecutivo e compositivo. In programma undici pezzi di cui quattro di Cettina, sei di Stefania e uno di ambedue. I motivi che ci inducono a definire questo album “superlativo” sono molteplici. Innanzitutto il coraggio nell’incidere un CD composto da undici originali tutti suonati a quattro mani sulla stessa tastiera, organico tanto insolito quanto scivoloso (anche se ad onor del vero in un brano si ascolta il sempre straordinario clarinetto di Gabriele Mirabassi e in un altro la suadente voce di Ninni Bruschetta). Poi la straordinaria intesa che si è sviluppata tra queste due pianiste, compositrici, arrangiatrici, intesa cementata da un anno di studio, di concerti all’insegna di quell’idem sentire che costituisce una delle principali caratteristiche dell’album. Infine la grande “sapienza” musicale evidenziata dalle due. In questo album, senza che ne venga minimamente intaccata l’omogeneità, c’è davvero di tutto: un certo swing alla Bach (ci si perdoni l’accostamento), un richiamo pertinente al tango (“Minor Tango” e “Duotango”), la giocondità di fare musica (“Danza dei suoni” e “Ditty Duo”), la classe di Mirabassi che si appalesa cristallina e malinconica in “A Veva” di Stefania Tallini, l’irrequieto swing di “Tempus Fugit”, la delicatezza di “Amuri Miu” dolcemente cesellato in siciliano dall’attore Ninni Bruschetta che già da qualche tempo ha instaurato una felice collaborazione artistica con Cettina Donato, c’è la dolce chiusura di “Bluesy Prayer” che ci riconduce al jazz propriamente inteso…ma c’è soprattutto la piena consapevolezza di due artiste cha hanno voluto incontrarsi e fondere la loro arte in un unicum che, ne siamo sicuri, non mancherà di stupirvi.

Ancora diversa l’atmosfera che si respira con il Trio Filante di “Granchio senza scampo”. Non c’è dubbio, infatti, che questo trio sia ‘filante’ di nome e di fatto. ‘Filante’ nel senso che la musica scorre fluida, gradevole, dal primo all’ultimo istante, declinata sull’onda di una consolidata intesa (i tre suonano assieme da una decina d’anni), di melodie ben costruite (grazie alla penna di Francesco Mazzeo, chitarrista nonché autore di tutti i pezzi eccezion fatta per due standard “All The Things You Are” di Jerome Kern e “Someday my prince will come” di Frank Churchill proposta in una versione piuttosto originale) e di una forte pulsione ritmica tanto più stupefacente ove si tenga conto che nel trio mancano batteria e contrabbasso. In effetti Mazzeo è coadiuvato da altri due grandi musicisti che rispondono al nome di Davide Grottelli ai sax e Alessandro Gwis anch’egli compositore ma soprattutto pianista del famoso gruppo “Aires Tango”. Così i tre si ritrovano con estrema facilità lanciandosi in improvvisazioni che non è facile distinguere dalla pagina scritta. E ciò sia che il gruppo affronti brani sostenuti sia che ci si muova su atmosfere più intime, rarefatte. Si ascolti il brano d’apertura “Alici fritte dorate”, un tango finemente cesellato da Francesco Mazzeo e “Tutti i bambini dormono”, dall’andamento ondeggiante, in cui Gwis dà l’ennesima dimostrazione della sua versatilità con Grottelli e Mazzeo anch’essi impegnati in un centrato assolo. Il tutto comunque condito da una sottile ironia che si manifesta nei titoli sia dell’intero album sia dei vari brani, da “Alici fritte dorate” a “Telline affogate”, da “L’ora del vino” a “Gricia” fino al conclusivo “Tisana Live”.

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“Artesuono” valorizza i musicisti friulani

Negli ultimi decenni è successo di rado che una etichetta si identificasse, totalmente, con il suo creatore. E’ stato il caso della ECM (di cui parleremo nella prossima puntata) mentre in Italia l’unico caso è accaduto solo con “Artesuono”. Pronunciare questa parola significa, infatti, richiamare immediatamente la figura di Stefano Amerio, prestigioso artefice di suoni che venti anni fa lanciava l’ ”Artesuono Recording Studio” cui oggi si rivolgono i principali artisti e le più importanti etichette italiane e non solo dato che da alcuni anni è uno degli studi di riferimento della prestigiosa etichetta tedesca ECM. Da questa realtà è poi nata la casa discografica in oggetto. Oltre 170 album di artisti nati e cresciuti in Friuli, pubblicati per diffondere la grande tradizione musicale e artistica di questa Regione ed esportarla al di fuori dei confini regionali e nazionali. Tra le ultimissime produzioni ne abbiamo scelte tre che qui di seguito vi presentiamo.

Mauro Costantini Bus Horn Band – Volume 1” evidenzia come taluni strumenti siano strettamente legati ad un mood; così parlando dell’organo Hammond il pensiero corre immediatamente ad artisti come Keith Emerson, Booker T. Jones, Brian Auger, Tony Banks (Genesis), Billy Preston, Steve Winwood, Joey DeFrancesco, John Medeski e soprattutto James Oscar “Jimmy” Smith, musicisti assai diversi tra di loro ma tutti accomunati dalla fortissima carica ritmica, dal travolgente swing. Ovviamente anche questo album, non sfugge alla regola: Costantini è organista di eccellente livello, padrone dello strumento e perfettamente in grado di piegarlo alle sue esigenze espressive. Esigenze che si manifestano nel rileggere un repertorio del tutto originale, frutto del leader, in cui tuttavia si avvertono echi più disparati: dall’hard-bop, al soul, dal gospel al latin, dal funky allo swing…al pop il tutto porto con apparente semplicità senza alcuna pretesa né di sperimentazione né tanto meno di voler stupire alcuno. Ecco, probabilmente l’apparente semplicità è la miglior chiave di lettura per apprezzare questo album in cui tutti i musicisti sono perfettamente convinti della strada scelta riuscendo così ad assecondare il leader nelle sue scelte. Si ascolti, al riguardo, con quanta partecipazione venga eseguita la conclusiva delicata “After We’ve Gone” dedicata, come illustra lo stesso Mauro Costantini a “Rosanna e Oscar, genitori di un bambino autistico e alle loro dolorose riflessioni sul futuro”. E in chiusura pensiamo valga la pena citare i musicisti che suonano con Costantini: Luca Calabrese alla tromba,
Piero Cozzi sax alto e baritono, Miodrag Ragovic batteria e Federico Luciani percussioni.

Polyphonies” è l’album d’esordio del pianista e compositore friulano Emanuele Filippi alla testa di un nonetto in cui spiccano i nomi di Mirko Cisilino alla tromba e Filippo Orefice al sax tenore. Anche Filippi può vantare una solida preparazione di base avendo iniziato lo studio del pianoforte all’età di otto anni, e ottenuto i diplomi in pianoforte classico e jazz con il massimo dei voti al conservatorio “Jacopo Tomadini” di Udine. Successivamente si è trasferito a New York, dove attualmente vive e studia. Negli anni ha avuto modo di studiare e perfezionarsi con alcuni grandi del panorama internazionale tra cui: Glauco Venier, Michele Corcella, Fred Hersch, Kevin Hays, Bruce Barth. In questo suo primo album, Filippi evidenzia la sua discendenza dal mondo classico dal momento che, come evidenzia lo stesso titolo, le nove composizioni, di cui otto originali (composte in massima parte prima del trasferimento negli States), si rifanno alla musica corale polifonica, in particolare quella di Johann Sebastian Bach. Di qui una musica non facilissima ma ben costruita, ben arrangiata anche se alcuni passaggi avrebbero forse meritato un ulteriore approfondimento. Ma si tratta di peccati veniali tenendo conto che, come si diceva in apertura, si tratta dell’album d’esordio di Emanuele Filippi. Album che, non a caso, è uscito per l’etichetta “Artesuono Sketches”, la nuova linea di Stefano Amerio dedicata proprio alla giovane generazione di talenti locali e non.

In “Meraki” il contrabbassista trevigiano Marco Trabucco si presenta in quartetto con Federico Casagrande alla chitarra, Giulio Scaramella al pianoforte e Luca Colussi alla batteria. Ciò che caratterizza l’album è un’eleganza di fondo declinata attraverso sei composizioni originali del leader cui si affianca un brano della tradizione spagnola. Sin dalle primissime battute si avverte una profonda intesa tra i componenti il quartetto: in particolare se è Trabucco a dettare il clima generale con i suoi interventi sempre ottimamente calibrati (si ascolti il modo in cui introduce l’intero album) sono poi i suoi compagni d’avventura a completare l’opera. Ecco quindi la chitarra di Casagrande salire in cattedra e dialogare magnificamente con il contrabbasso di Trabucco; ecco Scaramella sciorinare un pianismo affascinante nella sua essenzialità (lo si ascolti tra l’altro in “Open Space”) mentre Luca Colussi è batterista completo sotto ogni punto di vista, colonna portante di molte delle sezioni ritmiche che si possono ascoltare nel nostro Paese. Così nella musica del gruppo – come sottolinea nelle note che accompagnano il CD, Enzo Pietropaoli – melodia, armonia e ritmo fluiscono liberamente, grazie al fatto che i quattro artisti posseggono allo stesso tempo esperienza e buon gusto che mettono al servizio della narrazione musicale

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“Auand”, il coraggio del Sud

La Auand Records è un’etichetta discografica di Bisceglie, in Puglia, fondata nel 2001 da Marco Valente. Il significato del nome vuol dire “agguanta” e “attento”; il logo, che è di colore verde e nero, rappresenta una mano con un buco nero in mezzo. Fin dagli inizi l’etichetta si è caratterizzata per la volontà di non seguire strade precostituite e di scovare nuovi talenti. E il risultato è stato ampiamente raggiunto: basti, al riguardo, ricordare il nome di Gianluca Petrella. Della Auand vi proponiamo tre produzioni.

Giovanni Guidi è oramai, a ben ragione, considerato uno degli artisti più rappresentativi del jazz made in Italy e questo “Drive” lo conferma appieno. Guidi suona in trio con Joe Rehmer al basso e Federico Scettri alla batteria, due musicisti di assoluto rilievo: Rehmer si è fatto le ossa suonando con musicisti come Gianluca Petrella, Fabrizio Sferra e Dan Kinzelman, mentre Federico Scettri può vantare collaborazioni con, tra gli altri, Paolo Fresu, William Parker e Francesco Bearzatti. Insomma tre personalità molto spiccate che si sono riunite dando vita ad un album la cui cifra stilistica è costituita da un’improvvisazione che si evidenzia nel modo in cui i tre interagiscono. Basta un soffio, una nota, un accordo lanciati lì e da quel punto si riparte per una nuova avventura, una nuova esplorazione verso terreni prima sconosciuti. Ma c’è un altro elemento che connota fortemente l’album: la voglia di Guidi di abbandonare quelle concezioni estetiche che si riscontrano, ad esempio, nei suoi lavori targati ECM, per cercare un suono più aspro, magmatico, meno ovattato. Di qui la scelta di abbandonare il pianoforte acustico a favore del piano elettrico e tastiere e di ricorrere ad un particolare montaggio dei suoni in fase di postproduzione. Risultato: come si accennava eccellente Anche perché Guidi e compagni, pur evidenziando una profonda conoscenza di quel jazz elettrico degli anni’70 che li ha sicuramente influenzati, sono riusciti ad andare avanti per una strada che è tutta loro, affatto personale.

Right Away” è un album in trio con il reggino Giampiero Locatelli al pianoforte (anch’egli al disco d’esordio), Gabriele Evangelista al contrabbasso ed Enrico Morello alla batteria. In programma otto originali del leader (classe 1976) che evidenzia una buona maturità sia esecutiva sia compositiva. In effetti l’album si fa ascoltare per più di un motivo; innanzitutto la valenza delle composizioni, tutte piuttosto ben strutturate con un giusto equilibrio tra scrittura e improvvisazione e un’armonizzazione complessa a sottolineare la buona preparazione di Locatelli, musicista di estrazione prevalentemente classica, con significative esperienze anche in campo concertistico. In secondo luogo il trio evidenzia un sound del tutto particolare, assai moderno, declinato attraverso un mutare di atmosfere per cui si passa dal clima energetico, materico di forte tensione (si ascolti “Fizzle, Deed Slow, Whistle” e “Right Away”) a pezzi più meditativi come “Path” (splendido nell’occasione il fraseggio di Locatelli), a brani decisamente inquietanti ma coinvolgenti (“Toward Backward” impreziosito da un assolo di Evangelista) fino alla struggente delicatezza di “From The Last Frame”, probabilmente il brano meglio riuscito dell’intero album. Da sottolineare ancora il gran lavoro svolto da Evangelista e Morello che sono risultati determinanti per la riuscita dell’album che in ultima analisi soddisferà non solo gli passionati di jazz.

Frank Martino, Level2 Chaotic Swing”. Il chitarrista Frank Martino si presenta con il suo Disorgan Trio, pianista Claudio Vignali, batterista Niccolò Romanin. Un cognome, il suo, che ricalca quello del grande Pat Martino, ma lo si ricorda solo per un calembour: Pat è jazzista cool, Frank è cool nel senso che è di tendenza, con la sua innovante musica “disorganica”. Sentendolo eseguire “Magnificient Stumble2” di Venetian Snares si potrebbe semmai pensare a certi esperimenti avanzati di Robert Fripp e della sua Lega di chitarristi…Sará/è l’uso di una otto corde, con contorno di live electronics, strumento che consente di ottenere armonizzazioni più ampie, accordi più pieni, arpeggi più estesi, melodie più espanse, echi più ridondanti, ed il brano T”he Glass Half” ne è forse l’esempio più palese! Altra cosa da rimarcare è quella di una formazione abbastanza “classica” ma che esprime suoni neo/postmoderni quasi a voler immettere un proprio DisOrdine nel caos across the universe. Sono sette su nove (l’altro brano non originale è Waltz For Debbie di Evans) composizioni a firma Vignali-Martino a dare saggio di cosa si intenda per Chaotic Swing: un approccio ad elevato tasso elettronico, per come già traspariva nel precedente cd ‘Revert’, che punta ad un sound “trattato”, proiettato verso possibili traiettorie di un jazz futuribile, per uno swing avvolto dal flusso di rumori e sonorità di una società mutante. Dove la musica non può che esserne parziale rappresentazione. (recensione di Amedeo Furfarto)