Paolo Fresu e Massimo Martinelli: doppia intervista, dal Teatro dell’Opera di Roma, al grande trombettista sardo e al Direttore della Banda dei Carabinieri

Il 27 maggio 2019 si è tenuto, al Teatro dell’Opera di Roma, il concerto della Banda Musicale dei Carabinieri, in occasione del 205° annuale di Fondazione dell’Arma.

La formazione di oltre cento elementi, diretta dal M° Massimo Martinelli, ha ospitato due musicisti straordinari: la virtuosa violinista americana Caroline Campbell e uno tra  i trombettisti più conosciuti e amati in Italia e nel mondo, Paolo Fresu.

A Proposito di Jazz ha ricevuto dal Comando Generale il gradito invito, per il secondo anno, a partecipare per raccontare la prestigiosa serata (questo il link alla mia recensione: http://www.online-jazz.net/2019/06/03/la-banda-dei-carabinieri-a-roma-con-paolo-fresu-e-caroline-campbell-le-affascinanti-contaminazioni-sinestetiche-della-musica/ ).

Nell’occasione, il direttore Gerlando Gatto ed io abbiamo intervistato Paolo Fresu, che ci parla anche della 32esima edizione di Time in Jazz, il festival sardo di cui è direttore artistico e che si svolgerà a Berchidda dal 7 al 16 agosto, e il M° Massimo Martinelli, che dirige la Banda dell’Arma da quasi vent’anni.

Marina Tuni

Paolo Fresu

 -Tu hai cominciato a suonare da ragazzo con la Banda Musicale “Bernardo De Muro” di Berchidda, tuo paese natale. Che ricordi hai di quel periodo e quanto è stata importante questa esperienza?

« Ho iniziato a suonare a 11 anni e il mio universo musicale era la Banda di Berchidda – a quell’epoca non c’era internet o youtube – che vedevo passare in tutti i momenti significativi della vita, una ricorrenza speciale, un matrimonio, un funerale, la festa del paese… Ricordo ancora l’odore e la luce particolare della sala dove sono entrato per la prima volta, ricordo gli strumenti appesi ai muri… la mia crescita musicale e umana è imprescindibilmente legata alla banda di Berchidda, della quale porto ancora la divisa quando mi capita di suonarvi! La banda è una scuola di vita, non solo di apprendimento della musica, e io le devo molto, al punto che senza di lei non sarei diventato un musicista ma, con ogni probabilità, un tecnico della Sip! Un altro ricordo legato a quei tempi è il gruppo che formammo per suonare alle feste e ai matrimoni, che a Berchidda si festeggiano per giorni… ed è di quell’epoca il mio primo approccio al jazz. Uno di noi, il pianista, aveva in casa una notevole collezione di dischi e fu così che oltre alla musica tradizionale provammo ad inserire in repertorio alcuni pezzi dei Nucleus (band prog-jazz-rock inglese fondata nel 1969 dal trombettista Ian Carr – N.d.R) però la gente si fermava stupita, smettendo di ballare, e quindi dovevamo correre ai ripari, ritornando al liscio!”

(Courtesy: timeinjazz.it)

 -Dunque dopo questa esperienza bandistica sei approdato al Conservatorio ma lì le cose non sono andate molto bene

“Sì e no; innanzitutto per entrare in Conservatorio ho faticato perché dovevo fare l’esame di ammissione; era un esame banalissimo ma egualmente mi cacciarono dicendo che non ero musicale. Evidentemente in quel momento avevano bisogno di altri strumenti, di altre cose… io me la presi parecchio e testardamente riuscii poi ad entrare in Conservatorio, anche se non è stata effettivamente un’esperienza straordinaria. Ciò perché ho incontrato un insegnante poco flessibile… erano gli anni in cui il jazz veniva ancora visto da alcuni – non da tutti – come una musica del diavolo; gli allievi che facevano jazz erano visti come un po’ diversi e gli insegnanti ci dicevano di non suonare il jazz e cose di questo genere”.

-In che anni siamo?

“Siamo a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Io mi sono diplomato, credo, nel 1981, ’82. Contemporaneamente frequentavo l’Istituto Tecnico Industriale a Sassari, mi sono diplomato come perito elettrotecnico e l’ultimo dei cinque anni della scuola frequentavo contemporaneamente il Conservatorio di Musica. Poi, come ho ricordato prima, non accettai un posto di lavoro che mi era stato offerto dalla Sip perché mi ero diplomato con il massimo dei voti (erano gli anni in cui le aziende si informavano dalle grandi scuole professionali e assumevano immediatamente). Presi poi il diploma di teoria e solfeggio, cominciai a insegnare nelle scuole medie per tre anni e questo mi diede la possibilità di essere autosufficiente. Nel frattempo avevo formato il mio primo gruppo con Roberto Cipelli, Bonati, Roberto Billi Sechi, che era un batterista sardo, e andavo un po’ in giro a suonare… sia a Cagliari, dove avevo degli amici che avevo conosciuto… sia nel continente, dove suonavo in vari posti, ad esempio al Capolinea di Milano o in altri luoghi; poi insegnavo e quindi avevo già una certa autonomia che mi permetteva di gestire la mia vita senza gravare sulle spalle  dei miei genitori”.

-Quand’è che hai cominciato a vivere professionalmente di musica?

“Nel 1982, ’83; in quel periodo venni a Roma per partecipare ad un programma con Bruno Tommaso che si chiamava “Un certo discorso”, con Pasquale Santoli in via Asiago; quello fu il primo ingaggio professionale serio… era un’orchestra di giovani che fu costruita ad hoc; nello stesso ’82 feci anche una cosa a Cremona, abbastanza importante, si chiamava “Recitar cantando” che era una rassegna di musica soprattutto contemporanea; formammo un’orchestra con Bruno Tommaso, Renato Geremia, Albert Mangelsdorff, c’erano Schiaffini, Eugenio Colombo, Filippo Monico… Tutti quelli della creatività, insomma! Mi trovai quindi, nell’arco di poco tempo, a fare “Recitar cantando”, che era un progetto più sul free, diciamo così, e contemporaneamente suonavo con Bruno Tommaso delle cose molto raffinate, che avevano a che fare con la musica barocca, con Pergolesi… Sempre in questo stesso periodo iniziai a suonare anche col mio gruppo che poi nacque nel 1983, perché il primo disco dell’84 è proprio del quintetto, quello storico. Suonavo con Paolo Damiani in un progetto mediterraneo dove c’erano anche Danilo Terenzi, Julie Goell una cantante argentina, Giancarlo Schiaffini, Ettore Fioravanti. Il secondo disco della mia vita l’ho registrato a Roma, si chiama “Flashback” ed è un disco della Ismez; in questa produzione figurano molti dei musicisti cui prima facevo riferimento e questa è stata in assoluto la mia prima registrazione in studio. Poi, con Paolo Damiani si formò il quintetto “Roccellanea” in cui c’erano sempre Ettore Fioravanti e Giancarlo Schiaffini, con l’aggiunta di Gianluigi Trovesi al sax alto e clarinetto basso. Nel 1984 pubblicai il mio primo disco come leader, “Ostinato”, e vinsi il premio come miglior talento del jazz italiano, indetto da Adriano Mazzoletti per RadioUno Rai. Lì, in occasione della premiazione, conobbi Flavio Boltro che suonava con i “Lingomania” di Maurizio Giammarco: fino ad allora ero convinto di essere l’unico nuovo giovane trombettista jazz! Non perché fossi il più bravo ma perché non ce n’ erano, o almeno tutti dicevano che non ce n’erano. In effetti in quegli anni, tolti quelli della vecchia generazione come Valdambrini, Fanni, Nunzio Rotondo, non è che i giovani trombettisti abbondassero, tutt’altro! C’era la generazione di mezzo, quella, per intenderci, di Enrico Rava che in qualche modo aveva spazzato via gli altri; Enrico è stato il primo musicista italiano ad essere conosciuto all’estero e ad essere andato a vivere a New York e a Buenos Aires… e quindi si attendeva qualche giovane; c’erano giovani jazzisti in tutti gli strumenti ma non c’erano trombettisti. Io quindi ebbi molta fortuna, non perché fossi particolarmente bravo ma perché altri non ce n’erano e quindi mi chiamavano di frequente. Comunque, come accennavo, a Roma scoprii che di trombettisti giovani ce n’erano almeno due, entrambi, guarda caso, nati nel 1961. Poi ovviamente ne son venuti molti altri, bravissimi…

-L’ attività didattica quanto ti è servita, se ti è servita, nell’essere musicista?

“Mi è servita moltissimo anche perché me la sono costruita in autonomia. Un po’ sulle spalle degli allievi, diciamocelo, perché allora si faceva così, non essendoci ancora una metodologia didattica del jazz che fosse già matura. Ripeto, in quei primi anni ‘80 ognuno si costruiva un suo metodo funzionalmente a quello che aveva appreso. Io, considerandomi per il jazz un autodidatta – non dimenticare che io vivevo in Sardegna, non ho mai studiato jazz in particolare, sentivo dei dischi, apprendevo dai dischi e poi suonavo con gli altri – tutto quello che facevo, le frasi, le idee erano cose che mi venivano in automatico, che si erano sedimentate in me da qualche parte. Quindi, nel momento in cui andai a Siena, nel 1980 e nell’82 come allievo – un allievo che non sapeva nulla… – e poi dal 1985 come insegnante, ho dovuto crearmi un metodo, ho dovuto studiare me stesso in qualche modo, per non dover dire agli altri “guardate che quello che faccio lo faccio perché ho imparato dai dischi” e quindi evitare che qualcuno dicesse “sì va be’, ho capito ma  noi che abbiamo pagato 500 mila lire e veniamo dalla periferia più profonda e ci siamo fatti un mazzo così, allora perché siamo venuti fino a Siena?”. Ho sentito quindi il dovere di costruirmi una metodologia che permettesse, per lo meno a loro, di arrivare più velocemente ad un risultato; così ho fatto un’indagine su me stesso: suonavo delle cose e mi chiedevo: “perché le suono, qual è il motivo per cui metto una nota prima e una nota dopo?” E poi cercavo di trasferire tutto ciò ai ragazzi. Tornando a quel che dicevo prima, quando andai a Siena, nell’80, non c’era ancora il corso di tromba; quando tornai nell’82 il corso esisteva ed era affidato a Enrico (Rava N.d.R);  però Enrico era un insegnante sui generis, lui diceva sentite quello che faccio ed entrate; saremmo stati una decina di allievi, ebbene nove  andarono via molto scontenti e io invece fui l’unico felice perché avevo orecchie grandi e stavo a sentire; in realtà quella fu per me un’esperienza preziosissima, però mi rendevo conto che non poteva essere quella la metodologia migliore da offrire a dei ragazzi che venivano lì, facendo anche molti sacrifici. Quindi, pur mantenendo quella idea quasi poetica, diciamo così, di creatività e di immediatezza, con la musica che sta per aria… eccetera eccetera… sentivo anche il bisogno di dare delle certezze; come vi dicevo mi sono creato un metodo per spiegare cos’è lo swing, oppure per spiegare che cos’è una cadenza di secondo quinto primo, che era un’introspezione rispetto a me stesso. Ecco, io cercavo di capire come facevo le cose in modo spontaneo e una volta compreso cercavo di raccontarlo agli allievi”.

-Sempre sulla base di quello che ci siamo detti, secondo te che cosa andrebbe fatto per valorizzare meglio il ruolo delle bande, di cui poche realtà si interessano?

“Ma intanto credo che si sia tutti d’ accordo sull’importanza e sul valore delle bande”.

-A parole si. Ma con i fatti?

“Le bande continuano ad esistere. Forse sono meno di prima ma vedo che al sud ce ne sono di fiorenti; l’anno scorso ho fatto una bellissima esperienza con la banda di Montescaglioso, che è una fantastica banda da giro, divenuta anche famosa perché Chet Baker suonò con loro molti anni fa. Ho avuto modo, diciamo così, di conoscere un po’ la realtà delle bande da giro, che sono delle bande che sviluppano, peraltro, anche un meccanismo di professionalità importante: girano per mesi e mesi, hanno tutto un sistema estremamente organizzato di vita, oltre che di musica. Comunque, per rispondere alla tua domanda, le bande vanno finanziate perché se sono sostenute possono vivere, se non hanno i denari per andare avanti, non ce la fanno. Per cui bisogna che in quella che oggi è la nuova legge sullo spettacolo dal vivo e nei decreti attuativi ci sia più attenzione verso le bande, perché sono una straordinaria scuola che mette insieme molti contesti diversi, quali la musica, la capacità di suonare con gli altri, l’improvvisazione… la banda effettivamente è la più importante scuola della musica italiana, perlomeno per ciò che riguarda i fiati”.

-Come sei arrivato al concerto di questa sera?

“Perché, appunto, essendo appassionato di bande, sempre di più in questi ultimi anni mi viene offerta la possibilità di fare un concerto con questi organici ed io accetto molto volentieri. Ne ho fatto uno due anni fa per i suoni delle Dolomiti con la musica di Pozza di Val di Fassa ed è stato bellissimo; l’anno scorso ho fatto questa esperienza a Montescaglioso, di cui ti ho parlato. Il Maestro Martinelli già dall’anno scorso mi ha offerto l’opportunità di partecipare al classico concerto che la Banda dei Carabinieri dà in città, ma prima proprio non potevo; me l’ha riproposta nuovamente quest’anno e stavolta ci siamo riusciti”.

Dal programma di sala leggiamo che suonerai tra l’altro un pezzo della tradizione sarda, “No photo reposare”, pezzo che sappiamo hai suonato spesso anche con jazzisti. Come sarà eseguirlo adesso con la Banda dei Carabinieri?

“Tutto torna … credo che sarà molto emozionante; devo dire che con le big band, con le quali mi esibisco meno, dopo aver suonato Porgy and Bess e aver approfondito tutto il repertorio di Miles e di Gil Evans… insomma, dopo aver suonato con quei suoni lì, ovvero i suoni di Gil Evans che vestiva Miles Davis, devo dire che a suonare con altre big band ti manca l’aria, perché lì c’è proprio la poesia che esce, il canto della tromba… Gil Evans è come un bravissimo sarto che appena ti vede, senza chiederti alcunché, senza prendere alcuna misura, sa perfettamente cosa metterti addosso. Quando suono con le altre big band sento che c’è poco spazio, non per l’egoistico assolo ma per l’innesto della tua voce. Devo dire, invece, che quando suono con una banda c’è ancora quella cosa lì, perché questa idea dei legni, degli ottoni è molto più simile alla concezione di Gil Evans, per certi versi, in quanto quella scrittura viene dal ‘900 europeo… insomma nella banda ritrovo di più quella libertà di spazi e anche quei suggerimenti un po’ poetici e di atmosfera che la big band tende a toglierti. Ovviamente la banda non è jazzistica come lo è un’orchestra, non credo tuttavia che qui si stia parlando di jazz o non jazz ma semplicemente di musica. Credo che non ci si debba porre più di tanto il problema della qualità dello swing di una banda rispetto ad un’orchestra jazz”.

-Hai mai pensato di inserire nel catalogo della tua casa discografica – la Tuk – un’incisione con una banda?

“No non l’ho mai pensato però… “why not?” e penso che non sarebbe male, visto che abbiamo una serie di sezioni dedicate a mondi diversi; quello delle bande è molto interessante, peraltro, e non so se ci sia in Italia una una label che ha un catalogo espressamente dedicato alle bande. Comunque constato che mi arrivano pubblicazioni al riguardo da varie nazioni, vedo che ci sono persone che scrivono, che arrangiano ed una buona prerogativa delle bande è che spesso si suona musica originale, nuova, cosa che in Italia, purtroppo, accade poco anche negli altri generi musicali. Quindi effettivamente la banda non è  importante solamente perché mette insieme i musicisti e perché ti insegna a suonare da piccolo ma perché c’è anche un aggancio con la contemporaneità che, come vi dicevo, spesso manca in altri generi musicali e in altri organici”.

 -Abbiamo dato un input e speriamo che si realizzi e se effettivamente accadrà spero ci penserai.

“Perché no!”

-Di chi sono gli arrangiamenti dei pezzi che suonerai al Teatro dell’Opera con la Banda dei Carabinieri?

“Credo che la maggior parte degli arrangiamenti siano di Massimo Martinelli, che è il direttore della banda, mentre il mio “Fellini” è stato riarrangiato da Daniele Di Bonaventura, che ne aveva fatto una versione per archi; poi questa versione è stata a sua volta riadattata da Agostino Panico, che è colui che arrangiò “Fellini” per la banda di Montescaglioso, con la quale abbiamo eseguito più pezzi miei; in questo caso ce n’è uno solo”.

-Poi ci sarà il tuo festival di Berchidda, dal 7 al 16 agosto, con un sacco di musicisti jazz ma anche artisti di altri generi…

“Certo, ci saranno, ad esempio, Mirko Casadei e Ornella Vanoni e poi quest’anno, in particolare, c’è una marea di musicisti italiani giovani che si aggiungono a quelli dello scorso anno, che sono sempre di più. Berchidda secondo me – e lo dico con piacere – è uno dei pochi festival che può permettersi oggi di programmare anche le cose meno conosciute, diciamo, perché la gente viene, e viene perché si fida di quello che facciamo e accorre sempre più numerosa, indipendentemente da quello che troverà. E quindi questo è un dato molto importante perché ci permette di spingere non necessariamente sui grandi nomi… certo, ogni tanto ci sono anche dei grandissimi ma non è fondamentale”.

-Non deve esserlo perché se un festival non valorizza i talenti locali, a che serve?

“Assolutamente; l’esperienza con i musicisti italiani, ovviamente, c’è sempre… però in questi tre anni è molto cresciuta perché proprio tre anni fa, in occasione dell’anniversario dei trent’anni, sette musicisti italiani che negli anni precedenti avevano suonato da noi, rimanendo estasiati da Berchidda (come quasi tutti i musicisti che arrivano), mi dissero che sarebbero tornati anche come volontari. Dunque, inizialmente un po’ per scherzo, ho chiesto loro di venire non solo per suonare, regolarmente pagati, ma anche come volontari. In che modo? Magari vendendo le magliette ai concerti dei colleghi… ed è stata un’esperienza straordinaria anche perché loro si sono divertiti moltissimo a contatto diretto con la gente; quella stessa gente, che il giorno prima li aveva visti sul palco per un concerto straordinario, il giorno dopo li vedeva al banchetto a misurare le magliette! Inoltre, quegli stessi sette musicisti, nell’edizione dei trent’anni, li abbiamo mischiati tra loro ed è quindi nata una serie di progetti estemporanei e degni di nota. Dall’anno scorso, invece, abbiamo deciso di continuare ad avere dei musicisti che si fermano qualche giorno per stare con noi, diciamo così, a fare i volontari e a dare una mano; ma adesso ognuno viene con il proprio progetto e poi magari il giorno dopo fa anche un’ospitata con un altro musicista; questo dà l’idea di un festival che prova a fotografare il presente attraverso i molti concerti che propone: quelli degli italiani (c’è anche Gegè Munari), quelli dei giovanissimi, in una mescolanza di tutti gli stili musicali perché credo che sia importante, in questo momento soprattutto, poter raccontare che cos’è il jazz italiano senza necessariamente dover fare né le quote nazionali né le quote rosa… queste cose non fanno parte della nostra concezione di musica… più semplicemente disegniamo dei programmi che crediamo debbano essere sviluppati con musicisti italiani, non per il mero fatto che siamo italiani ma perché i musicisti italiani valgono. Valgono, raccontano delle cose straordinarie e la gente rimane sconvolta; quelli che non li conoscono dicono “ma come è possibile che uno suoni così bene?” e quindi penso che questo sia molto importante per sviluppare ancora di più la musica. Comunque ci sono anche i grossi nomi, Omar Sosa oppure Nils Petter Molvær e, con un po’ di follia, apriremo il parco centrale con la produzione teatrale “Tempo di Chet”, che è un’impresa molto impegnativa. Dal continente arrivano appositamente due TIR, con otto attori, le scene, sarta, macchinisti… Berchidda, almeno per un giorno, diventa una sorta di piccola Edimburgo. Faremo una sola replica, però ci sembrava bella l’idea di proporre lo spettacolo, ecco. Quest’anno siamo giunti alla 32°, edizione – che ha come emblematico sottotitolo “Nel mezzo del mezzo” – e oltre all’omaggio a Fabrizio De André, a cui Time in Jazz, nel ventennale dalla scomparsa, dedica la serata inaugurale a L’Agnata (la tenuta nei pressi di Tempio Pausania che fu la dimora del cantautore genovese – N.d.R.), c’è una novità molto importante, a cui io tengo moltissimo: un festival parallelo dedicato all’infanzia. L’iniziativa si svolge attraverso sei appuntamenti, che sono progetti legati al jazz, alla musica improvvisata e che sono destinati proprio al pubblico dei bambini. Anche questa è una cosa per noi molto importante, che vogliamo abbia un seguito in futuro e speriamo che venga accolta da altri festival, visto che in seno alla Federazione è nata anche l’associazione ‘Il Jazz va a scuola’, che vuole spingere sul bisogno che si ha di portare la musica improvvisata in seno alla scuola, a partire da quella dell’infanzia. Per cui quello che vorremmo fare è proprio suggerire a tutti i festival italiani di dedicare sempre spazi per i bambini, il che fuori dall’Italia si fa da tempo. Basti vedere cosa accade nei paesi scandinavi o in Germania… in Italia devo dire un po’ meno… sì qualche festival lo fa, però è sempre lasciato un po’, diciamo così, ad una casualità mentre questa proposta potrebbe e dovrebbe essere incanalata meglio e ridisegnata su scala nazionale”.

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Colonnello Massimo Martinelli, direttore della Banda dei Carabinieri

Maestro Martinelli, data la natura della nostra testata, partiamo dal Jazz! Già lo scorso anno scrivemmo con piacere del concerto per i 204 anni di fondazione dell’Arma, alla Nuvola di Fuksas, rimanendo piacevolmente sorpresi del fatto che, oltre al repertorio classico ed “istituzionale”, lei inserì quelle che noi definimmo “pennellate di jazz”. In quella performance avvenne attraverso le note di Benny Goodman, suonate da una delle ospiti, la bravissima pianista Gilda Buttà e anche con una sua composizione d’ispirazione jopliniana; quest’anno c’è Paolo Fresu, forse il più importante trombettista jazz italiano (e non solo). Ci racconta le sue frequentazioni con il jazz?

“Mi sono avvicinato al jazz in maniera graduale, essendo un musicista di formazione classica. Gli studi al conservatorio, con il mio primo diploma in Musica corale e direzione di coro, mi ha consentito di allargare i miei orizzonti in più direzioni… anche in quella della popular music. Un’innata predilezione per Bernstein e i compositori americani che hanno assorbito gli stilemi jazzistici, rileggendoli e inserendoli in un loro stile personale, sono stati il tramite per avvicinarmi ad un linguaggio della contemporaneità in cui il jazz risulta sempre presente. E poi la curiosità per la musica di Scott Joplin e i ritmi sincopati, che ho assorbito suonandola per la danza, quando ero accompagnatore al pianoforte presso l’Accademia Nazionale di Danza nella mia città natale, Roma. Come ricordava lei, la mia formazione professionale ha influenzato sicuramente la composizione da cui è tratto il Ragtime che abbiamo suonato lo scorso anno alla Nuvola di Fuksas: “Jazzman Swinging”, dedicato a Corrado Troiani, primo Flicorno soprano della Banda dell’Arma; si tratta di 5 pezzi brevi per solista e banda alcuni dei quali di notevoli difficoltà virtuosistiche.”

-Nelle vostre esecuzioni è lasciato un qualche spazio alle improvvisazioni?

“L’improvvisazione, che ho praticato dopo il diploma (classico) in pianoforte, è stata per me un modo assai utile per sperimentare un livello sconosciuto di profondità musicale, attraverso il quale esprimere me stesso. Qualcuno pensa che la libertà espressiva che c’è nell’improvvisazione è un qualcosa che va oltre qualsiasi schema, formale, melodico e armonico; è vero l’esatto contrario: non è il sentirti libero da schemi a farti improvvisare, è l’improvvisazione che ti fa sentire libero, ma all’interno di schemi formali, armonici, tonali o modali o su qualsiasi altra scala (nel caso del jazz, blues o pentatonica che sia) che bisogna conoscere e praticare con disinvoltura. Non è la libertà musicale che ti fa improvvisare bene ma la conoscenza di un patrimonio musicale estremamente variegato; per questo è così difficile improvvisare bene: bisogna conoscere la struttura del pezzo, l’armonia, l’altro o gli altri con cui improvvisi, un dialogo continuo in cui ci si scambia un flusso continuo di informazioni tra individui a volte di formazione musicale totalmente diversa e che hanno seguito percorsi altrettanto diversi; ecco perché mi piace incentivare nei miei musicisti, tra l’altro bravissimi anche in questo, il gusto e il piacere per l’improvvisazione, che ho inserito quest’anno nel mio arrangiamento di “Moonlights”, una serie di brani ispirati alla luna che ha visto protagonisti Caroline Campbell e Paolo Fresu in un’esecuzione strabiliante dal punto di vista sia tecnico che espressivo.”

-La matrice di parecchi musicisti proviene dalle bande tradizionali o da quelle militari. Quale potrebbe o dovrebbe essere il ruolo di queste formazioni nell’attuale panorama socio-culturale del nostro Paese?

“Come ho scritto in un mio libro dal titolo “La Fedelissima”, che parla dei musicisti con le stellette, vi è una continua osmosi di strumentisti a fiato che transita dalle bande musicali di piccoli o grandi centri italiani per approdare alle bande militari; queste rappresentano un punto di arrivo professionale che consente ai più bravi neo laureati in discipline musicali di trovare una stabilità economica e un coronamento alle loro aspettative professionali. Nel tessuto sociale italiano le bande hanno sempre rappresentato innanzitutto un luogo di aggregazione e di socializzazione e allo stesso tempo di apprendimento della musica; tale ruolo è venuto sempre meno negli ultimi anni, poiché i giovani vengono ‘distratti’ da internet e dai social media, che rappresentano un tramite immediato al raggiungimento degli stessi obbiettivi: la conoscenza tra individui e la conoscenza della musica. Ma come si sa, la strada più breve non sempre è quella migliore e le nuove generazioni rischiano di perdere una serie di passaggi importanti nella formazione personale, fatta di contatti umani diretti e non mediati dal computer, da esperienze musicali vissute in prima persona e condivise con altri più o meno esperti, in grado comunque di avviarti alla professione in maniera naturale e talvolta appassionata.”

-Lei dirige la banda da quasi venti anni. Quali sono stati, in questo periodo, le trasformazioni, i cambiamenti che ha apportato?

“È stato un processo lento ma continuo quello di ampliare il repertorio in ogni direzione, non trascurando nessuna delle opzioni che consentono alla banda di esprimersi al meglio; ho cercato di incentivare le occasioni di far esprimere i musicisti della banda come singoli musicisti o in piccoli gruppi strumentali, in tal modo tutti si sono sentiti protagonisti di un progetto musicale di lungo periodo che ha portato nella banda stimoli positivi e confronti costruttivi all’insegna del far musica con lo spirito giusto, quello della condivisione di emozioni positive. Anche dal punto di vista strumentale, l’entrata in banda del fagotto, l’utilizzo sempre più massiccio del pianoforte, della batteria, delle cornette e di strumenti rari, quali il saxofono sopranino, ha consentito al complesso musicale di sperimentare sonorità nuove e più moderne. Infine una maggiore attenzione data alla registrazione e alla comunicazione audio-visiva ha permesso alla Banda dell’Arma di farsi ulteriormente conoscere rendendosi ‘visibile’ a un pubblico sempre più vasto di appassionati e non.”

Interviste realizzate “a quattro mani” da Marina Tuni e Gerlando Gatto

 

A Proposito di Jazz ringrazia il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, il Maestro Direttore della Banda, Colonnello Massimo Martinelli, l’Ufficio Cerimoniale e Paolo Fresu per la collaborazione.

Photo courtesy: Fototeca Ufficio Cerimoniale Arma dei Carabinieri

Gonzalo Rubalcaba: è difficile restare in alto

 

 

L’appuntamento è fissato per le 18,30 nel migliore albergo di Grado, poche ore prima del concerto che lo vedrà trionfare alla prima edizione di Grado Jazz.

Ogni volta che ci incontriamo ho sempre un po’ di timore: lui è diventato una stella di primaria grandezza, acclamato da pubblico e critica sotto ogni latitudine; io un cronista di jazz che continua a fare il suo lavoro con passione e onestà intellettuale. E quindi: sarà affettuoso come sempre o sarà annoiato dalla mia presenza?

Per fortuna anche questa volta i miei dubbi si sciolgono immediatamente: appena mi vede mi corre incontro e mi abbraccia con il calore e l’affetto di sempre.

In effetti molta acqua è passata sotto i classici ponti da quando nel 1991, in Martinica, ho avuto il piacere di conoscere Gonzalo Rubalcaba; da allora ci siamo mantenuti in contatto e ogni volta che viene in Italia se possibile lo raggiungo e lo sottopongo alla rituale tortura di un’intervista, cui egli non si sottare…anzi.

Entriamo subito in argomento, regalandogli il mio libro – “Gente di jazz” – contenente la prima intervista che gli feci nell’oramai lontano 1991.

 

-Gonzalo, dopo tutti questi anni, come ci si sente ad essere considerati una stella di assoluta grandezza nel firmamento del jazz?

“Bene, ovviamente, anche se tu mi conosci bene e sai che ho dovuto faticare non poco per raggiungere questi risultati. Credo, per rispondere più dettagliatamente alla tua domanda, che oggi sono un pò più in linea con ciò che per molti anni ho cercato di raggiungere. Però questa è una carriera come altre in cui non si arriva mai. Certo, ciò dipende da ciascun individuo, da ciascuna persona, da ciò che ognuno pensa. Ci sono alcuni che trovano – e si accontentano – la formula di fare musica, per me è molto importante trovare la forma di fare musica. La forma io credo che non sia legata ad alcun tipo di ordine di moda, o di ordine commerciale. La forma è essere più fedele alla creazione stessa senza che tu sia troppo interessato a quali siano le strade che ti portano ad un risultato più rapido; l’importante per me è sentirmi bene con ciò che faccio e sentire che sono sincero, coerente con ciò che dico. Comunque non ti credere, anche se sono arrivato in alto, la vita è sempre difficile anche perché c’è molta concorrenza e quando questa è leale no problem, quando invece è scorretta allora le cose si complicano”.

-Senti mai il bisogno di rifugiarti in seno alla tua famiglia?

“No anche perché ho sempre accanto a me la mia famiglia. Noi viviamo in Florida, a Coral Springs, un’ora di macchina più su di Miami. Come forse ricorderai ho tre figli, due maschi ed una femmina e tutti e tre sono in qualche modo impegnati nella musica”.

 

-Chissà perché la cosa non mi stupisce affatto. Come articolerai il concerto di questa sera e cosa puoi dirmi dei tuoi attuali partner?

“Per quanto riguarda il repertorio sarà una sorta di summa della mia carriera sino a questo momento, vale a dire brani, suggestioni tratti dai molti album che ho registrato fino ad oggi. Per quanto concerne i miei attuali compagni di viaggio, con il bassista Armando Gola collaboro oramai da molti anni e quindi l’intesa è perfetta, quasi telepatica. Il batterista, Ludwig Afonso, è con me solo da un anno ma sentirai: è un drummer sontuoso”.

 

-Conoscendo la cura con cui scegli i tuoi partner non ne dubito. Poco fa hai fatto cenno alla tua produzione discografica. Quali progetti hai in cantiere al riguardo?

“Come probabilmente saprai, qualche anno fa ho fondato una mia etichetta indipendente – “5 Passion” – con cui realizzo i miei nuovi album. Adesso ne ho pronti tre ma sto ancora cercando la casa di distribuzione. Il primo di questi CD si chiama “Skyline” e vorrei uscisse entro quest’anno”.

 

-Mi sembra di aver letto che si tratta di una sorta di omaggio a Ron Carter e Jack DeJohnette.

“Esatto: il trio è composto da me e da questi due straordinari artisti. L’album lo abbiamo registrato in ottobre ai Power Station di New York durante una session di due giorni. Sono gli studi di registrazione un tempo chiamati Avatar ricchi di ricordi per tutti noi tre”.

 

-Perché hai sentito l’esigenza di questo omaggio?

“Perché non dimenticherò mai quello che artisti come Ron Carter e Jack DeJohnette, fra molti altri, hanno fatto per me al mio arrivo negli Stati Uniti quando avevo meno di trent’anni. Mi vengono in mente, oltre a Ron e Jack, Joe Lovano, Chick Corea, Herbie Hancock, Paul Motian… tutte persone che si sono prese cura di me, accettandomi all’interno della comunità musicale. E da loro ho cercato di imparare il più possibile. Da allora ho cercato, quasi, di pagare loro un tributo invitandoli a suonare con me 20 o 30 anni dopo. L’album sarà composto da 6 tracce originali, due firmate da ognuno di noi tre. Ho poi voluto aggiungere due brani di piano solo, il primo scritto da Jose Antonio Mendez mentre il secondo è una versione di “Lágrimas negras” reso famoso in tutto il mondo dai Buena Vista Social Club, c he presenterò anche questa sera. A chiudere un brano nato spontaneamente, quasi un blues, che è venuto davvero bene”.

 

-Questo senza ovviamente dimenticare Dizzy Gillespie e soprattutto Charlie Haden con il quale, come tu stesso hai avuto speso modo di dichiarare, hai avuto un rapporto stretto, non solo in campo artistico ma anche personale.

“Certo”.

-Bene parliamo adesso degli altri due album pronti sulla rampa di lancio.

“Il secondo è stato inciso dal “Trio d’été” che mi vede accanto a Matthew Brewer basso  ed Eric Harland batteria. E con questa formazione mi sono esibito anche all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il terzo, cui tengo particolarmente, è la registrazione di un recital per piano solo che ho tenuto il 16 maggio del 2017 al Teatro Olimpico di Vicenza, un concerto che ricordo con particolare piacere per le sensazioni straordinarie che ho vissuto”.

-Dischi a parte, hai qualche altro progetto in mente?

“Sì, tra qualche mese con una tournée in Giappone, partirà un progetto particolare con la vocalist Aymee Nuviola che si chiama “Viento y Tiempo”. Aymee è una straordinaria vocalist cubana che conosco praticamente da sempre. Quando avevo dieci anni, e lei sette, andavamo dalla stessa maestra di piano, Silvia; abitavamo nello stesso barrio e ci vedevamo spesso. Poi, come puoi ben immaginare, le vicende della vita ci hanno portato lontani. Ma poco tempo fa ci siamo rivisti, abbiamo ricordato i vecchi tempi e abbiamo scoperto la possibilità, anzi la voglia di mettere su un progetto assieme, incentrato non sul jazz ma sulle musiche tradizionali cubane. L’abbiamo fatto ed ora siamo sui blocchi di partenza. E’ un progetto di cui sono davvero entusiasta e spero tanto che vada bene”.

 

-Se non sbaglio avete già collaborato in passato

“Sì, sono stato suo ospite nell’album “First Class to Havana”.

 

-Quando pensi che sarà possibile ascoltarlo in Italia?

“Lo porteremo in Europa il prossimo anno e sono sicuro che verremo anche in Italia dove so di poter contare su molti estimatori”.

 

-Ci sono altri artisti cubani che si stanno mettendo particolarmente in luce?

“Ce ne sono davvero tanti e sparsi in tutto il mondo. Tanto per farti qualche nome c’è Alfredo Rodriguez, pianista e compositore che adesso ha 33 anni e che ha collaborato con Quincy Jones; c’è David Virelles statunitense d’adozione; a Madrid opera Iván ‘Melón’ Lewis che viene da Pinar del Río; ad Amsterdam è possibile ascoltare Ramón Valle… insomma ce n’è davvero tanti e come vedi sono davvero in giro per il mondo”.

 

-Un’ultima domanda che spero non ti crei imbarazzo: come vedi la situazione attuale a Cuba?

“Come sempre… nel senso che non vedo segni di profondo cambiamento. Negli ultimi cinquant’anni Cuba è stata totalmente scollegata dal resto del mondo per cui reputo improbabile una sua veloce e specifica ripartenza. Certo, è possibile che tra poco si possano trovare anche a Cuba quantità rilevanti di prodotti di qualità ma le incrostazioni nella struttura mentale dei cubani, il modo in cui ormai intendono la vita sono assai difficili da sconfiggere. C’è chi da tempo si è messo l’animo in pace con ciò che passava il convento e non ha altre ambizioni; altri, invece, sperano nel cambiamento; vedremo!”.

 

I NOSTRI LIBRI

Camilla Poesio – “Tutto è ritmo, tutto è swing”- Quaderni di storia – Le Monnier – pgg.175 – € 14,00
Mai volume fu più attuale, forse al di là delle stesse intenzioni dell’autrice. In un momento storico in cui si parla tanto di fascismo, come se le camice nere fossero nuovamente in agguato alle porte di Roma, Camilla Poesio, Dottore di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in cotutela con la Freie Universität di Berlino, ci ricorda in poche pagine cos’era realmente il fascismo. Un regime liberticida, in cui nessuna forma di dissenso era tollerata, un regime che invadeva pesantemente ogni aspetto della vita del cittadino, decidendo per lui cosa fare, quali divertimenti scegliere, con quali restrizioni e quali permessi. Un regime che pretendeva addirittura di comandarti quali canzoni ascoltare e quali no, che censurava anche i titoli dei pezzi americani…arrivando al ridicolo di italianizzare “St. Louis Blues” in ” La tristezza di San luigi”.
Ebbene la Poesio incentra la sua analisi su quale fu, in quegli anni, la sorte del jazz nel nostro Paese, e lo fa con lucidità e precisione. Il jazz era giunto nel nostro Paese con i transatlantici di ritorno da New York, con gli emigrati, le grandi orchestre in tournée, i balli ma soprattutto la radio e il cinema. Per non parlare del fatto che alcuni illustri esponenti della nuova musica, quali Cole Porter, soggiornarono per un certo lasso di tempo, in alcune località italiane quali Venezia.
Ecco quindi uno scenario per lo meno contraddittorio al cui interno le autorità dominanti da un lato cercano di impedire la diffusione del jazz come musica proveniente dagli States, dall’altro, però, si rendono conto che questa musica fa presa sugli ascoltatori italiani, specie i più giovani, e cercano quindi di limitare i danni. Cosa fare, dunque? Giocando di sponda anche con la Chiesa che cannoneggia un giorno sì e l’altro pure contro i nuovi ritmi considerandoli amorali e pericolosi, il regime fascista cerca di incorporare nel suo seno anche queste nuove espressioni artistiche ma non ci riesce ché anche sotto le spire di una censura sempre più opprimente, il jazz conserva una propria identità con cui poi giunge sino ai nostri giorni.
Tutto ciò lo trovate ben illustrato nel libro in oggetto che caldamente raccomandiamo a chi segue queste vicende. Il volume è corredato da una ricca bibliografia e da un utile indice analitico
Un’ultima notazione di carattere metodologico: bisogna una volta per tutte mettersi d’accordo sulle note. Sono importanti o no? Se un autore le mette, e in gran quantità come in questo caso, è perché ritiene che debbano essere lette. Allora perché riunirle tutte alla fine del volume costringendo il lettore volenteroso ad un avanti e indietro con le pagine che alla fine ti stanca e lasci perdere? Non sarebbe molto più opportuno collocarle a piè di pagina?

Neri Pollastri – “Riccardo Tesi – Una vita a bottoni” – Squilibri – pgg 306 con CD – € 22,00

Ho conosciuto Riccardo Tesi nel 1994 a Sassari mentre stava registrando un disco, per altro molto bello, “Islà”, con un gruppo comprendente tra gli altri, Enzo Favata, Marcello Peghin, Federico Sanesi e Salvatore Maiore. Ne ebbi subito un’ottima impressione non solo del musicista, straordinariamente bravo ed originale tanto da essere considerato già allora il migliore organettista italiano, ma anche dell’uomo, aperto, cordiale, simpatico, che se aveva qualcosa da dire te la comunicava senza tanti orpelli.

Devo dire che questa impressione mi è stata confermata tutte quelle volte – in realtà non moltissime – in cui ci siamo successivamente incontrati. Ed in tutti questi anni Tesi si è costruito una solida reputazione affermandosi come uno dei musicisti più autorevoli della scena world europea, un musicista capace di far dialogare le sonorità “contadine” dell’organetto con il rock e con i più sofisticati linguaggi del jazz, della musica colta. Il tutto impreziosito dalle numerose collaborazioni con musicisti di assoluto livello internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Caterina Bueno, Patrick Vaillant, Kepa Junkera, Gabriele Mirabassi e Gianlugi Trovesi. Ed è lo stesso Tesi a spiegare questo suo percorso: “ho studiato la musica del centro-sud Italia, quella sarda, ma poi ho capito che non sarei mai potuto diventare un musicista tradizionale. Ed è allora, quando mi sono messo a cercare la mia strada, che sono riaffiorati anche tutti i ricordi delle tante musiche che avevo ascoltato in passato: il rock, il jazz, la canzone d’autore, musiche distanti ma unite da un denominatore comune, il Mediterraneo, inteso come pensiero e come sensibilità”.

E’ quindi con grande piacere che mi sono accinto a leggere questo volume di Neri Pollastri sicuro di ritrovarvi tutte quelle caratteristiche umane e artistiche che ai miei occhi avevano caratterizzato Riccardo Tesi. E le mie attese non sono andate deluse.

Con quello stile essenziale e chiaro che lo contraddistingue, Neri Pollastri racconta la carriera di Tesi. Il volume è articolato in ben 30 capitoli che corrispondono grosso modo ad altrettanti momenti della vita artistica del musicista. Si parte, così, dai “primi passi con Caterina Bueno” per chiudere con un contributo di Ezio Guaitamacchi, critico musicale. In mezzo le varie tappe della carriera di Tesi raccontate con dovizia di particolari, impreziosite da un canto da interventi dello stesso Tesi, dall’altro da testimonianze di vari personaggi che con lui hanno collaborato. Ma non basta ché spinto dalla necessità di argomentare al meglio i contenuti del volume, Neri Pollastri illustra brevemente la storia dell’organetto, mentre Tesi ci racconta la bontà degli strumenti costruiti dalla ditta Castagnari, sul mercato da generazioni.

Prima del già citato contributo di Guaitamacchi, il volume contiene una interessante intervista dello stesso Neri Pollastri a Riccardo Tesi nel tentativo, all’approssimarsi del sessantesimo compleanno dell’artista, di “capire meglio l’uomo e il musicista rivolgendogli alcune domande dirette non solo su questioni artistiche ma anche personali e umane”.

Il volume è completato dagli spartiti di “Fulmine” e “Pomodhoro”, due brani di Riccardo Tesi, una ben articolata discografia (comprendente anche le collaborazioni), un ricco corredo fotografico e soprattutto un cd di brani selezionati che illustrano assai bene l’arte di Riccardo.

Gerlando Gatto

A Cettina Donato il Premio speciale Alumni Eccellenti

 

Finalmente anche in Italia è tempo di jazz al femminile: le nostre jazziste stanno, infatti, ottenendo i riconoscimenti ufficiali che spettano loro a testimonianza dell’elevatissimo livello raggiunto oramai da tempo.

Nei giorni scorsi vi abbiano riferito delle prestigiose onorificenze attribuite a Rita Marcotulli.

Oggi vi segnaliamo un altro premio attribuito a Cettina Donato, pianista, compositrice e direttore d’orchestra messinese, che siamo stati tra i primi a sottoporre alla vostra attenzione perché la ritenevamo assolutamente degna delle più importanti platee e non già perché siamo ambedue siciliani e quindi – come purtroppo mi è capitato di leggere in questi giorni su FCB –un pochino, ma solo un pochino, mafiosi e omertosi.

Ma torniamo a Cettina: il 28 giugno nell’Aula Magna dell’Università di Messina, l’artista ha ricevuto dall’Associazione Alumni ME, con il patrocinio dell’Università di Messina, il Premio speciale Alumni Eccellenti dedicato agli ex studenti dell’Ateneo peloritano che si sono distinti in Italia e all’estero per le loro eccellenti attività.

Cettina ha conseguito proprio all’Università di Messina la Laurea in Scienze dell’Educazione con una tesi in Psicologia Sociale, un percorso di studi completato con due Master sulla didattica speciale, che ha tradotto in una grande passione per la didattica musicale, insegnando nei Conservatori di Livorno, Alessandria e Messina. Attualmente è docente di Pianoforte jazz al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari.

In ambito sociale, da anni è impegnata nella realizzazione della Residenza artistica “VillagGioVanna” dedicata all’accoglienza di ragazzi autistici www.villaggiovanna.org, a cui ha devoluto l’intero ricavato della vendita del suo quarto album “Persistency – The New York Project” (ed. Alfa Music) e il cui testimonial è il noto attore e regista Ninni Bruschetta. Proprio con Ninni Bruschetta è nato un sodalizio artistico che l’ha portata a calcare le scene teatrali in qualità di direttore d’orchestra, pianista, arrangiatrice e compositrice per produzioni teatrali quali “I Siciliani di Antonio Caldarella”, Il Giuramento” (Claudio Fava) e “Il mio nome è Caino” (Claudio Fava), attualmente in tour nei teatri italiani.

 

Nella sua formazione musicale, oltre alla Laurea in Pianoforte classico al Conservatorio di Reggio Calabria, ha conseguito la Laurea al Berklee College of Music dove è stata nominata “Best Jazz Revelation Composer and Performer” e ha ricevuto l’ambito Carla Bley Award for “Best Jazz Composer.

Ha ricoperto il ruolo di International President of Women in Jazz del South Florida, associazione volta alla promozione di musiciste e compositrici di tutto il mondo. Attualmente, è membro del Worldwide Association of Female Professionals di New York

Tornando al premio del 28 giugno, lo stesso, come si accennava, arriva a riconoscimento di una carriera oramai prestigiosa che si è sviluppata lungo l’asse Europa – Stati Uniti – Giappone, ottenendo ottimi consensi di pubblico e critica per i diversi ruoli che ricopre: è la prima donna italiana direttore d’orchestra e arrangiatrice ad avere diretto orchestre sinfoniche classiche con repertorio jazzistico, rock e popular e allo stesso tempo ad aver riscosso ampi riconoscimenti come pianista jazz, compositrice e arrangiatrice. Insomma, quel che si dice un’artista a 360 gradi in grado di affrontare imprese musicali le più disparate.

Eccola, quindi, sul palco di teatri celebri come il Petruzzelli di Bari, il Teatro Antico di Taormina e il Teatro Di Verdura di Palermo; eccola a collaborare con l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, l’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, la Lucca Jazz Donna Orchestra, la New Talents Jazz Orchestra di Roma, l’Orchestra Giovanile “Città di Molfetta”, la Late Night Jazz Orchestra di Los Angeles.  Eccola a Boston fondare un’orchestra a suo nome, la “Cettina Donato Orchestra”, composta da musicisti provenienti dai cinque continenti, con cui ha inciso, nella stessa Boston, un album.

Negli ultimi anni il Jazzit Award la annovera tra i migliori arrangiatori jazz di nazionalità italiana.

Nel corso della sua carriera, si è esibita con alcuni jazzisti di assoluto livello internazionale tra cui Eliot Zigmund, Stefano Di Battista, Fabrizio Bosso, Joanne Brackeen, Greg Hopkins, Jackson Schultz, Dick Lowell, Adam Nussbaum, Scott Free, Matt Garrison… E’ stata invitata in importanti festival italiani, e negli USA si è esibita in vari contesti tra cui il Blue Note di New York City, il South By Southwest di Austin, il Regattabar di Boston.

Gerlando Gatto

È “Overland” il nuovo album di Paolo Russo, maestro del bandoneon “adottato” dalla Danimarca

È uno dei musicisti di punta della scena nordeuropea.
Vero maestro del bandoneon, accolto ed esaltato dagli stretti circoli di Parigi e Buenos Aires, Paolo Russo è originario di Pescara ma da oltre 23 anni risiede a Copenaghen, città che lo ha inizialmente “adottato” e poi artisticamente ispirato: si è affermato nel jazz danese e scandinavo sia per il suo stile espressivo e dirompente al pianoforte, sia per l’unicità del suo approccio al bandoneon, uno strumento con il quale è stato invitato nelle location più prestigiose in tutto il mondo, tra cui la Carnegie Hall e il Symphony Space di New York, la Berliner Konzerthaus, la Musikverein di Vienna.

“Vibranti suoni mediterranei, eterei paesaggi nordici, sognanti reminiscenze cinematografiche che si colorano improvvisamente di jazz, permeate da un’eco lontana di tango argentino”: così viene descritta la sua musica.
Nella sua carriera, Paolo Russo ha collaborando con grandi artisti della scena italiana e internazionale, tra cui Lelo Nika, Stefano Bollani, Paolo Fresu, Caroline Henderson, Howe Gelb, Marilyn Mazur, Nico Gori, Gianluigi Trovesi, Pablo Ziegler, Bo Stief, Etta Cameron, Line Kruse, Thomas Clausen, Robertinho Silva, Diego Figueiredo, Poul Krebs, Jesper Bodilsen, Emanuele Cisi, Eliel Lazo, Diego Schissi, Calixto Oviedo, Karima Nayt.

Tra i vari progetti con musicisti italiani, il trio Russo-Bollani-Fresu con cui si è esibito in Danimarca, Svezia e Norvegia.
Per il bandoneon ha scritto diversi arrangiamenti per duo, ensemble e orchestra, formazioni con cui stabilmente si esibisce dal vivo. Il suo recente disco “Bandoneon Solo Vol.II – Originals” è un’antologia di composizioni originali per lo strumento, edita sia come disco fisico che come libro-manuale, ed è stata definita un capolavoro del grande Maestro argentino Néstor Marconi (che ne ha anche scritto le note introduttive), mentre il suo recente lavoro “Imaginary Soundtrack”, registrato in studio in Italia lo scorso gennaio, ispirato alla magia della musica cinematografica italiana, è un coraggioso tentativo di presentare una colonna sonora senza un film, invitando il pubblico a creare, ascoltando, le proprie immagini, personaggi, scenografie e dialoghi.
Nei prossimi mesi sarà presentato in anteprima europea e in Sud America il suo primo Concerto per Bandoneon e Orchestra da Camera.
All’attivo ha 15 album a suo nome (e ha partecipato oltre 50 collaborazioni discografiche), il nuovo si intitola “Overland”, che ha co-prodotto con l’etichetta statunitense Odradek Records. Dieci brani originali dalla narrativa trascinante e carismatica, a tratti sognante e malinconica, per i quali Paolo Russo ha voluto come compagni di viaggio il contrabbassista svedese Thommy Andresson – con cui ha collaborato per diverse produzioni discografiche – e il batterista Marcello Di Leonardo, collega e amico di lunga data con cui ha già condiviso momenti del suo percorso musicale.
L’alternanza timbrica tra il suo pianoforte – strumento d’origine – ed il bandoneon e la sua variopinta interazione sonora con la sezione ritmica, arricchita a tratti dalla presenza del sax soprano di Fabrizio Mandolini e dei colori delle percussioni di Bruno Marcozzi (ospiti nell’album), rivelano una sorprendente varietà nella tessitura del racconto musicale, tipica dell’estetica di Paolo Russo. I 10 brani Nobil son e fatal, Ruinen, Filastrocca, Kinsarvik, O Golfinho Azul, Riviera, Rita, Carioca dream, The chant, Overland – sono 10 racconti che danzano tra atmosfere nordiche, pregnanti sapori mediterranei, sincopati accenti sudamericani.

Il tour
Dopo una anteprima a Pescara, e un concerto di presentazione lo scorso 9 maggio a Copenaghen presso l’Istituto Italiano di Cultura, le prossime date vedono Paolo Russo impegnato nei concerti dedicati all’album “Overland” tra la Danimarca e l’Italia: il 7 luglio sarà a Krudttønden nell’ambito del Copenaghen Jazz Festival. In Italia suonerà il 28 luglio a Fossacesia e l’11 settembre a Firenze; di nuovo si esibirà in Danimarca il 19 settembre a Espergaerde, il 27 e 28 settembre al Jazzhus Montmartre di Copenaghen.

Paolo Russo si è diplomato in pianoforte al Conservatorio di Pescara e ha conseguito il diploma in perfezionamento al Rytmisk Musikkonservatorium di Copenaghen. Negli ultimi 23 anni ha portato la sua musica in tutta Europa, ma anche in Argentina, Uruguay, Brasile, Giappone, Thailandia, Tanzania, Mozambico, Algeria, Russia, USA, Isole Faroe, Groenlandia e Cuba. A New York si è perfezionato suonando con il pianista americano Richie Beirach (1995) e a Buenos Aires con il bandoneonista argentino Néstor Marconi (2004/2013).

Di recente pubblicazione (giugno 2017), la mini-opera strumentale in 11 movimenti per ottetto “Tangology”, insieme all’Ensemble Midtvest (DK), presentata anche al Symphony Space di New York nel marzo 2016 e in Italia. Nel 2018 ha pubblicato il terzo volume dedicato all’esplorazione del bandoneon diatonico, “Bandoneon Solo Vol. III – Songs From The Forest”, il cui materiale interamente costituito di brani originali e di libere improvvisazioni, trova ispirazione nella piacevole quiete del bosco danese, a contatto con il misterioso spirito e con la vibrante energia della foresta. Eskar Trio meets Paolo Russo, è una nuova collaborazione con uno dei più importanti e attivi trii di pianoforte scandinavi.

LINK
Spotify > http://bit.ly/spotifyOVERLAND
Amazon > http://bit.ly/amazonOVERLAND
iTunes > http://bit.ly/itunesOVERLAND
www.paolorusso.comwww.odradekrecords.com

CONTATTI
Ufficio Stampa per l’Italia: Fiorenza Gherardi De Candei
Tel. 3281743236 email info@fiorenzagherardi.com

 

La pianista e direttore d’orchestra Cettina Donato premiata all’Università di Messina

Il 28 giugno nell’Aula Magna dell’Università di Messina, la compositrice, pianista e direttore d’orchestra Cettina Donato riceverà dall’Associazione Alumni ME, con il patrocinio dell’Università di Messina, il Premio speciale Alumni Eccellenti dedicato agli ex studenti dell’Ateneo peloritano che si sono distinti in Italia e all’estero per le loro eccellenti doti artistiche.
Con una carriera parallela tra Europa e Stati Uniti – e reduce da una serie di concerti in Giappone – Cettina Donato è riuscita a distinguersi nel panorama internazionale ottenendo ottimi consensi di pubblico e critica per i diversi ruoli artistici che ricopre: è la prima donna italiana direttore d’orchestra e arrangiatrice ad avere diretto orchestre sinfoniche classiche con repertorio jazzistico, rock e popular e allo stesso tempo riscuote ampi riconoscimenti come pianista jazz, compositrice e arrangiatrice.

Le sue spiccate doti di versatilità musicale le permettono di dedicarsi con disinvoltura alla produzione musicale concertistica e teatrale.

Sul palco di teatri celebri come il Petruzzelli di Bari, il Teatro Antico di Taormina e il Teatro Di Verdura di Palermo, ha collaborato con l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, l’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, la Lucca Jazz Donna Orchestra, la New Talents Jazz Orchestra di Roma, l’Orchestra Giovanile “Città di Molfetta”, la Late Night Jazz Orchestra di Los Angeles.  A Boston ha fondato un’orchestra a suo nome, la “Cettina Donato Orchestra”, composta da musicisti provenienti dai cinque continenti, con cui ha inciso a Boston un album dal titolo “Crescendo” pubblicato in Italia dall’etichetta Jazzy Records.
Negli ultimi anni il Jazzit Award la annovera tra i migliori arrangiatori jazz di nazionalità italiana.

Nel corso della sua carriera, si è esibita con alcuni tra i jazzisti più importanti, tra cui Eliot Zigmund, Stefano Di Battista, Fabrizio Bosso, Ray Santisi, Laszlo Gardony, Joanne Brackeen, Greg Hopkins, Jackson Schultz, Ken Pullig, Dick Lowell, David Santoro, Adam Nussbaum, Ron Savage, Scott Free, Ken Cervenka, Marcello Pellitteri, Marco Panascia, Matt Garrison.
Ha portato il suo stile pianistico e le sue composizioni in importanti festival italiani, e negli USA si è esibita in vari contesti tra cui il Blue Note di New York City, il South By Southwest di Austin, il Regattabar di Boston.

Sarà l’Aula Magna del Rettorato ad ospitare la cerimonia di premiazione: Cettina Donato ha conseguito proprio all’Università di Messina, sua città natale, la Laurea in Scienze dell’Educazione con una tesi in Psicologia Sociale, un percorso di studi completato con due Master sulla didattica speciale, che ha tradotto in una grande passione per la didattica musicale, insegnando nei Conservatori di Livorno, Alessandria e Messina. Attualmente è docente di Pianoforte jazz al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari.

In ambito sociale, da anni è impegnata nella realizzazione della Residenza artistica “VillagGioVanna” dedicata all’accoglienza di ragazzi autistici www.villaggiovanna.org, a cui ha devoluto l’intero ricavato della vendita del suo quarto album “Persistency – The New York Project” (ed. Alfa Music) e cui testimonial è il noto attore e regista Ninni Bruschetta.
Proprio con Ninni Bruschetta è nato un sodalizio artistico che l’ha portata a calcare le scene teatrali in qualità di direttore d’orchestra, pianista, arrangiatrice e compositrice per produzioni teatrali “I Siciliani di Antonio Caldarella”, Il Giuramento” (Claudio Fava) e “Il mio nome è Caino” (Claudio Fava), attualmente in tour nei teatri italiani.

Nella sua formazione musicale, oltre alla Laurea in Pianoforte classico al Conservatorio di Messina, ha conseguito la Laurea al Berklee College of Music dove è stata nominata “Best Jazz Revelation Composer and Performer” e ha ricevuto l’ambito Carla Bley Award for “Best Jazz Composer.
Ha ricoperto il ruolo di International President of Women in Jazz del South Florida, associazione volta alla promozione di musiciste e compositrici di tutto il mondo. Attualmente, è membro del Worldwide Association of Female Professionals di New York.

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www.cettinadonato.com

Ufficio Stampa: Fiorenza Gherardi De Candei
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