Sant Andreu Jazz Band al TrentinoInJazz

TRENTINOINJAZZ 2018
e
Panorama Music Festival
presentano:

Domenica 15 luglio 2018
ore 21.00
Teatro Navalge
Piazzale Navalge
Moena (TN)

SANT ANDREU JAZZ BAND

ingresso gratuito

Domenica 15 luglio evento speciale per la sezione Panorama Music del TrentinoInJazz. Si scende eccezionalmente a valle – al Teatro Navalge di Moena – per la prima assoluta in Italia dell’orchestra giovanile Sant Andreu Jazz Band di Barcellona, con la partecipazione straordinaria di Pietro Tonolo e Luigi Grasso. Un “evento lancio” pensato appositamente per presentare la novità di questa quarta edizione di Panorama Music, che dedica parte dei suoi appuntamenti ad una “rassegna nella rassegna “ dal titolo Lingue minoritarie, giovani e Musica Jazz, organizzata in collaborazione con l’Associazione di Cultura e Musica “La Grenz” di Moena: quattro gruppi composti da giovani talenti, tutti appartenenti a minoranze linguistiche d’Europa, si esibiranno quest’estate in Val di Fassa. L’intenzione è quella di toccare da vicino ed entrare in contatto con un Panorama diverso, quello vivace e sempre in evoluzione della musica in lingua minoritaria, che in questo nuovo millennio vive una nuova vita grazie ai molti giovani che la coltivano.

A dare il via a questa rassegna, prima di tornare in quota, la Sant Andreu Jazz Band, orchestra giovanile nata all’interno della scuola municipale di musica di Sant Andreu – Barcellona, è diretta dal maestro Joan Chamorro. L’approccio innovativo nella didattica musicale ha fatto sì che i ventidue giovani musicisti, dagli 8 ai 22 anni di età, abbiano acquisito una padronanza dei loro strumenti e dell’improvvisazione tale da richiamare a collaborare con loro grandi nomi del jazz mondiale come Jesse Davis, Terell Stafford, Scott Hamilton. Il concerto fa parte della rassegna “Lingue minoritarie, giovani e Musica Jazz”, promossa dall’Associazione di Cultura e Musica “La Grenz” di Moena con il contributo della Regione Trentino – Alto Adige, della Provincia Autonoma di Trento e del Comun General de Fascia.

Prossimo appuntamento con il TrentinoInJazz 2018 martedì 17 luglio: Tiziano Bianchi Sextet a Mezzolombardo (TN).

Comincia ORTACCIO JAZZ 14′ edizione

E’ al via Ortaccio Jazz, già arrivato alla 14′ edizione. Si parte mercoledì 11 luglio. Noi di A proposito di Jazz abbiamo conosciuto dal vivo questo Festival l’anno scorso: Daniela Floris ha passato tre giorni in mezzo al Jazz, alla gente di Vasanello, ad un paese in fermento, assistendo ad eventi di grande livello organizzati da un gruppo di amici che sono riusciti a creare l’atmosfera giusta, in un posto incantato, e tutti ad ingresso libero.
Il programma di questa nuova edizione è ricchissimo. E vale la pena di affacciarsi su un Festival “alternativo” a quelli patinati e un po’ impersonali dell’estate. Sono i Festival che ci piacciono e che seguiamo volentieri, quelli che danno ossigeno al mondo del Jazz.  Nella piazzetta fervono gli ultimi preparativi

Qui sotto il programma  completo. Date un’occhiata!

ORTACCIO JAZZ 2018

14^ Edizione

11-15 LUGLIO 2018

VASANELLO (VT)

#OJ2018

INGRESSO GRATUITO

 

L’Ortaccio Jazz Festival è ai nastri di partenza. Mercoledì 11 luglio 2018 prenderà il via la quattordicesima edizione che si annuncia, anche quest’anno, densa di appuntamenti interessanti e di buona musica.

La rassegna è organizzata dall’Associazione Culturale “Messico e nuvole” con il patrocinio della Regione Lazio, della Provincia di Viterbo, del Comune di Vasanello e dell’Università Agraria di Vasanello. La manifestazione sarà ad ingresso gratuito e tutte le sere in attesa dei concerti offrirà la possibilità di degustazioni enogastronomiche in Piazzetta OJ nella ormai amatissima Cantina OJ

 

Cinque serate di grande jazz italiano da ascoltare nel cuore del centro storico di Vasanello.

 

PROGRAMMA 2018

11 LUGLIO          NTJO – New Talents Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini

12 LUGLIO          NOT A WHAT- FABRIZIO BOSSO GIOVANNI GUIDI

13 LUGLIO          STEFANO DI BATTISTA QUARTET

14 LUGLIO          FAR EAST TRIP – GIOVANNI FALZONE

15 LUGLIO          DEAR JOHN – FRANCESCO BEARZATTI

 

La direzione artistica è lieta di presentare il programma della 14° edizione di Ortaccio Jazz Festival.

SUONARE IL JAZZ. Cinque sere, cinque diversi modi di suonare la tradizione. Cinque diversi interpreti alle prese con autori, stili e generi del passato. Si parte dalle suggestioni musicali di Thelonious Monk, compositore e pianista dalle incredibili doti improvvisative, passando attraverso il confronto con le sonorità orientali della “Far East Suite” di Duke Ellington fino ad arrivare all’omaggio esplicito ed originalissimo ad uno dei più grandi sassofonisti della musica jazz: John Coltrane. Senza dimenticare il confronto con la tradizione melodica europea ed italiana.

Del resto se, come diceva Bill Evans, il jazz “is not a what, it’s a how” anche Ortaccio, nel suo piccolo, cerca di coglierlo.

DESCRIZIONE DEI CONCERTI

11 LUGLIO NTJO – New Talents Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini

Con il sostegno del MiBACT e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”.

Nel 2018 la New Talents Jazz Orchestra presenta il progetto musicale “Our Monk”, dedicato interamente a Thelonious Monk, artista eclettico e originale, che ha rappresentato la sfera bebop a New York.

Dagli anni ’40 ad oggi le sue composizioni sono tra le più suonate nel repertorio jazz, ma gli arrangiamenti pensati e realizzati ad hoc dai giovani talenti dell’orchestra daranno una propria visione della sua musica fuori dagli schemi strutturali. Il materiale compositivo di Thelonious Monk è il punto di partenza delle composizioni originali realizzate dall’orchestra, che opera trasformando i pattern e i riff originari in opere nuove, così da mantenere una linea stilistica unica, rendendo l’opera fluida e innovativa.

Solista per l’occasione sarà il giovane sassofonista Vittorio Cuculo, cresciuto tra le fila dell’Orchestra e talento ormai riconosciuto a livello nazionale.

La New Talents Jazz Orchestra è una formazione musicale nata nel 2012 sotto la guida del trombonista e arrangiatore Mario Corvini e costituita da 17 giovani talentuosi musicisti provenienti da varie regioni italiane.

Nei sei anni di attività la New Talents Jazz Orchestra ha proposto progetti molto differenti l’uno dall’altro, confrontandosi con il repertorio classico delle orchestre jazz fino ad arrivare alla presentazione di lavori originali. In questo percorso musicale numerose sono state le collaborazioni con musicisti di fama internazionale quale Enrico Pieranunzi, Stefano Di Battista, Roberto Gatto, Maurizio Giammarco, J. Girotto, ecc.

 

12 LUGLIO NOT A WHAT FABRIZIO BOSSO GIOVANNI GUIDI

Fabrizio Bosso, Tromba

Aaron Burnett, Sax Tenore

Giovanni Guidi, Pianoforte

Dezron Douglas, Contrabbasso

Joe Dyson, Batteria

Giovanni Guidi e Fabrizio Bosso hanno percorso strade molto diverse: Guidi pianista per anni alla corte di Enrico Rava, dopo alcune incisioni per CAM Jazz è   approdato alla blasonata etichetta ECM, con cui ha già registrato tre album da leader, Bosso, arrivato ai massimi vertici a livello mondiale del suo strumento, ha inciso da leader per Blue Note, Verve ed ora Warner. I due incontratisi durante la scorsa estate ad Umbria Jazz, dove hanno diviso il palco, l’uno con il quintetto di Enrico Rava e Tomasz Stanko, l’altro con il proprio progetto dedicato a Gillespie “ The Champ” , hanno pensato bene di unire le loro forze in una idea che li potesse spingere a oltrepassare i confini della loro personale ricerca musicale.  Per far ciò hanno voluto che il gruppo fosse completato da tre giovani talenti indiscussi del jazz newyorchese del calibro di Aaron Burnett, sax tenore che sta bruciando le tappe a New York (Wynton Marsalis, Esperanza Spalding, Kurt Rosenwinkel), Dezron Douglas affidabilissimo e propulsivo contrabbassista (Ravi Coltrane, Louis Hayes, Cyrus Chestnut) e Joe Dyson, tra i più richiesti giovani batteristi oggi in circolazione. Il gruppo, che prende spunto per la sua denominazione da una frase del grande Bill Evans “jazz is not a what, it is a how”.

 

13 LUGLIO STEFANO DI BATTISTA QUARTET

Stefano Di Battista, sax alto e soprano

Andrea Rea, pianoforte

Daniele Sorrentino, basso

Luigi Del Prete, batteria

Torna a Ortaccio Jazz Festival uno dei più importanti sassofonisti della scena italiana ed internazionale. Stefano di Battista con il suo quartetto, ripercorrerà le tappe della sua carriera attraverso il repertorio dei suoi best-of! Il concerto è proprio da non perdere! Di Battista nasce a Roma da una famiglia di musicisti ed appassionati di musica. Ha iniziato a studiare il sassofono all’età di 13 anni in una banda di un piccolo quartiere, composta principalmente da ragazzini. E’ qui che, fino all’età di 16 anni, Stefano ha sperimentato quella che sarebbe diventata una delle qualità essenziali della sua musica: l’allegria. Durante questo periodo ha due incontri decisivi che lo indirizzano verso la sua vocazione: scopre il jazz, innamorandosi del suono “acidulo” di Art Pepper (“…immediatamente volevo suonare in quel modo… fu l’inizio della mia passione”) e incontra l’uomo che diventerà il suo mentore, il leggendario alto sassofonista Massimo Urbani (“lui era un mostro, suonava senza conoscere cosa venisse dopo. Istintivamente.”). La sua strada è ormai segnata: Stefano sarà un musicista jazz. Viaggerà in lungo e largo in Italia e nel mondo portando la sua musica e diventando uno dei musicisti di jazz italiani più famosi al mondo.

14 LUGLIO GIOVANNI FALZONE FAR EAST TRIP

Giovanni Falzone, tromba e arrangiamenti

Massimo Marcer, tromba

Massimiliano Milesi, sax tenore e baritono

Andrea Baronchelli, trombone e tuba

Alessandro Rossi, batteria

Giovanni Falzone, uno dei più interessanti e creativi trombettisti europei rilegge la Far East Suite di Duke Ellington accostando 4 brani della suite originale -Tourist Point Of View; Blue Bird Of Delhi; Blue Pepper; Amad – ad altrettante sue composizioni originali concepite e scritte come omaggio al pensiero musicale del Duca. Ne viene fuori un mix intrigante di old & new jazz con esplosioni di lontano oriente. Facendo un lavoro di ricerca compositiva convenzionale e non, Falzone ha cercato di miscelare il jazz con tutte le forme di scrittura e improvvisazione che durante il XX Secolo si sono avvicendate. Le composizioni sono caratterizzate da una forte componente ritmica e melodica, attraverso la quale il gruppo muove l’intero quadro sonoro. Fanno parte di questo progetto musicisti capaci e attenti con i quali il Leader ha instaurato un rapporto di complicità ed intesa musicale, grazie soprattutto alla loro sensibilità e capacità di muoversi in diversi contesti creativi.

 

15 LUGLIO FRANCESCO BEARZATTI DEAR JOHN

Francesco Bearzatti | sassofoni

Luca Colussi | batteria

Benjamin Moussay | tastiere, fender rhodes

Dopo la morte di John Coltrane, avvenuta il 17 luglio 1967, il mondo della musica si è come tutto sintonizzato sul suo stile del periodo di mezzo: quello del quartetto modale, il più accessibile ed euforico, profondamente legato a un’ispirazione spirituale.

Questo stile è diventato parte del linguaggio jazzistico ed è spesso ridotto a pura formula. E’ per questo che per MetJazz 2017 Francesco Bearzatti (1966) ha immaginato questo omaggio a John Coltrane. Perché Bearzatti viene stilisticamente da un mondo piuttosto lontano e vive un diverso rapporto tra la musica e valori civili. Eppure come sax tenore non può non fare i conti con Coltrane, con la sua energia, con l’alta aspirazione spirituale, con la lucida apertura di ricerca. Per questo l’omaggio di Bearzatti non può che essere personale ed eccentrico, fin dalla scelta della formazione, un trio rhythm’n’blues (il sound con cui Coltrane è maturato). Ci sono tutte le premesse per affrontare una pagina nuova su Coltrane.
Francesco Bearzatti ci ha abituato ad aspettarci l’imprevisto. Nel corso della sua carriera, ogni nuovo progetto ha costruito immagini inaspettate e sorprendenti: Thelonious Monk mescolato al rock’n’roll, una suite dedicata alla fotografa Tina Modotti, il sax che viene filtrato dall’elettronica fino a trasformarsi in una chitarra elettrica. Stavolta, ha scelto di rendere omaggio a John Coltrane, a cinquant’anni dalla morte, ma lo ha fatto a modo suo, scrivendo una lettera aperta al grande sassofonista. La formazione è un trio sax-batteria-Fender, che richiama le sonorità del soul-jazz e del rhythm’n’blues: quelle, guarda caso, con cui Coltrane esordì e crebbe, prima di lanciarsi nell’esplorazione introspettiva della musica e dello spirito. Lo accompagnano il batterista Luca Colussi e il tastierista francese Benjamin Moussay, un artista abituato a incrociare mondi sonori diversi, dal jazz alla classica, fino al rock e all’elettronica.

 

TESSERA SOCIO ORTACCIO JAZZ FESTIVAL

Vuoi diventare socio di OJ Festival? Anche quest’anno hai la meravigliosa opportunità di sottoscrivere la tessera SOCIO SOSTENITORE e vivere il festival in prima fila! Nelle due versioni GOLD (50 euro) e SILVER (20 euro) avrai diritto ad una consumazione gratis per sera. In più, per chi sottoscrive la tessera GOLD, anche uno sconto del 50% sull’acquisto della maglietta e un posto in prima fila per tutti i concerti. [PER AVERLA] Ti aspettiamo il mercoledì e il sabato presso l’ufficio “Informa Turismo” di via Roma a Vasanello.

Puoi anche prenotare la tessera inviando un messaggio a info@ojfestival.it oppure, con un SMS, ai numeri: 335 7533476 e 3342556798 e ritirarla la sera dei concerti al banco bar della piazza.

 

CANTINA OJ

 

 

Tutte le sere, prima dell’inizio dei concerti, si può comodamente cenare alla Cantina OJ. Aperta esclusivamente solo durante i giorni del festival. Piatti tipici della tradizione, alimenti a Km 0 e vino delle migliori cantine della zona.

Anche quest’anno il menù presenta delle grandi novità: oltre al piatto OJ che ormai è un must della Cantina (salumi, verdure grigliate, formaggi freschi e stagionati) si potranno gustare anche:

 

  • Prosciutto e melone
  • Friselle con pomodorini e mozzarella di bufala
  • Fieno al ragù
  • Farro con pomodori, olive e rucola
  • Cous Cous di verdure
  • Zuppa di moscardini
  • Porchetta
  • Fricciolose
  • Dolci secchi

 

CONTATTI

Associazione Culturale “Messico e nuvole”

Via G. Marconi, 46 – 01030 VASANELLO (VT)

mail: info@ojfestival.it – masterclass@ojfestival.it

web: www.ojfestival.it

info e prenotazioni: 335 7533476

 

#OJ2018
📍 Tutti i concerti sono gratuiti
📍 Kids friendly
📍 Cena con #CantinaOJ

 

INFO POINT
Vasanello Città > http://bit.ly/2qEcxOH
Come Arrivare > http://bit.ly/2qEcxOH
ORTACCIO JAZZ ☎ 348 5739663
tutti i Concerti http://bit.ly/OJConcert
Sito Web > http://ojfestival.it/
OJ Storia > http://bit.ly/2q0kPwh
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I NOSTRI CD. Tanta buona musica da ascoltare in vacanza

Aca Seca Trio – “Trino” – Sud 019

Sotto l’insegna di “Aca Trio” ecco tre straordinari musicisti argentini: Juan Quintero (chitarra, voce), Andrés Beeuwsaert (piano, tastiere, voce) e Mariano Cantero (batteria, percussioni, voce). I tre suonano assieme da quando nel 1998 si incontrarono all’Università de La Plata. Dal 2000 iniziano ad esibirsi in varie località dell’Argentina e del Brasile, ma anche in Cile, Cina, Ecuador, Spagna, Stati Uniti, Francia, Giappone, Italia, Uruguay e Venezuela, dividendo la scena con importanti artisti quali, a mo’ di esempio, Pedro Aznar, Ivan Lins e Javier Malosetti. I loro successi di carattere internazionale si devono, soprattutto, ad alcune caratteristiche ben precise: innanzitutto la valenza di tutti e tre i musicisti, in secondo luogo la felicissima scelta del repertorio. In effetti oggi quando si parla di musica argentina si pensa immediatamente al tango, senza considerare che viceversa nel grande Paese sudamericano ci sono ben altre musiche. Ed è proprio a questo immenso patrimonio che si rivolge il Trio Aca Seca; ma non basta ché la loro musica spazia anche al di fuori dell’Argentina passando attraverso il Brasile e l’Uruguay, ovvero il jazz, la bossa nova, il folklore più autentico Il risultato è un repertorio molto vasto e di grande fascino che è stato sufficientemente declinato nei precedenti album e che trova, in quest’ultimo “Trino”, probabilmente la sua migliore espressione. Dieci brani che confermano appieno l’originale cifra stilistica del trio che evidenzia una perfetta empatia ovvero la capacità di ogni singolo musicista di ascoltare chi gli sta accanto e soprattutto di saper sviluppare qualsivoglia impulso ritmico, melodico, armonico che gli venga fornito. Una musica alle volte dal sapore antico declinata però con modernità grazie, soprattutto, all’incredibile sostegno ritmico di Mariano Cantero, probabilmente la punta di diamante della formazione. Tra i brani, tutti gradevoli, la nostra personalissima preferenza va a “Formas” dell’uruguaiano Hugo Fattoruso, riletto in modo assai personale.

Julian Cannonball Adderley – “Them Dirty Blues” – Jazz Images 24738

Siamo tra gli anni ’50 e ’60 e Julian Cannonball Adderley attraversa uno dei periodi più felici della sua vita artistica: ha appena inciso “Milestones” e lo storico “Kind of Blue” nel super gruppo di Miles Davis regalando alla storia del jazz il memorabile assolo di “So What”; contemporaneamente incrementa la sua attività di band leader costituendo gruppi di assoluta eccellenza. L’album in oggetto testimonia proprio questa attività di leader facendoci riascoltare l’alto sassofonista alla testa di due differenti gruppi: il primo con il fratello Nat alla cornetta, Barry Harris o Bobby Timmons al pianoforte, Sam Jones al contrabbasso e Louis Hayes alla batteria, il secondo con Wynton Kelly al piano, Paul Chambers o Percy Heath al basso, Jimmy Cobb o Albert Heath alla batteria. E già questa semplice elencazione di nomi credo la dica lunga su che tipo di musica si ascolta. Siamo nell’ambito di un jazz che più canonico non si può, impreziosito sia dalla bellezza dei temi sia dalla bravura di ogni singolo musicista, con il leader in testa capace di inanellare una serie di splendidi assolo, uno più convincente dell’altro, sempre sorretti da una estrema fluidità, da un suono allo stesso tempo leggero ed energico, di assoluta originalità che poneva Cannonball su un piano già diverso rispetto ai sassofonisti che avevano dato vita alla rivoluzione del bop. Quanto al repertorio ecco alcune perle oramai considerate classici del jazz: intendo riferirmi soprattutto a “Work Song” di Nat Adderley e “Dat Dere” di Bobby Timmons, pianista che nello stesso periodo stava ottenendo uno strepitoso successo con il brano “Moanin” inciso con i Jazz Messengers di Art Blakey. Ma è tutto l’album che si ascolta con estremo piacere; tra gli altri brani in programma una particolarissima menzione per “Serenata” il suggestivo brano scritto da Leroy Anderson che ebbe l’onore di essere eseguito in prima assoluta il 10 maggio del 1947 dalla Boston Pops Orchestra diretta da Arthur Fiedler.

Chico Buarque – “Caravanas” – Biscoito Fino 248

E siamo a quota quarantotto: tanti sono gli album inciso da Chico Buarque nell’arco di una lunga e prestigiosa carriera che lo ha visto spesso in prima linea anche dal punto di vista sociale e politico. All’età di 73 anni sfodera questo “Caravanas” che si impone immediatamente per la delicatezza con cui il cantautore brasiliano presenta la sua musica anche quando, come suo solito, affronta tematiche non proprio semplici. E’, ad esempio, il caso della title track in cui la “caravana” è costituita dai molti giovani neri che, a bordo di autobus ricolmi, si riversano nelle zone della classe media a Rio de Janeiro; splendida la musica, significativo il testo impreziosito da una frase – “Filha do medo a raiva é mãe da covardia”, “figlia della paura, la rabbia è la madre della codardia” che ci fornisce un’iea abbastanza precisa di quale sia il clima che si respira oggi in Brasile. Ma è tutto l’album intriso di riferimenti al sociale: così nella parte finale di “Dueto”, canzone già registrata nel 1980 da Chico Buarque con Nara Leão, e qui eseguita con la nipote Clara con un nuovo arrangiamento più vicino al jazz, viene inserito un esplicito riferimento alle varie app su cui si costruiscono i nuovi amori, da Tinder a Whatsapp fino a Telegram; ancora in “Jogo de bola” il gioco del calcio, da sempre passione di Chico, viene evocato come metafora per invitare il mondo ad una maggiore concordia mentre in “Blues pra Bia” viene trattato quasi in punta di piedi, con grande delicatezza, l’amore omosessuale. Ma, se tutto questo concerne i testi, ciò non significa che la musica passi in secondo piano. Buarque rimane un grandissimo musicista e la sua voce, in unicum con la chitarra, riesce ad essere sempre moderna, attuale, per non parlare della raffinatezza insita in taluni arrangiamenti come quello di
“A Moça do Sonho”, composto a quattro mani con Edu Lobo, in cui la scena è lasciata a una chitarra classica e a qualche contrappunto di violoncello sì da lasciare campo libero al canto ispirato di Buarque. Ciò detto resta comunque un appunto da muovere all’album: è troppo breve e lascia l’ascoltatore come insoddisfatto, desideroso di qualcos’altro che purtroppo non arriva…. Ma forse è meglio questa brevità che l’insulso sbrodolarsi di chi ha poco o nulla da dire.

Francesco Cafiso Nonet – “We Play For Tips” – EFLAT

Quello del rapporto tra musicisti e case discografiche è un problema che va assumendo toni sempre più preoccupanti: da un canto i jazzisti lamentano il fatto che incidere un disco viene a costare troppo, dall’altro le case discografiche rispondono che oramai i dischi non si vendono. Insomma un bel ginepraio che non escludiamo di approfondire prossimamente. Intanto, tornando all’attualità alcuni musicisti preferiscono creare una propria etichetta indipendente: è il caso del sassofonista siciliano Francesco Cafiso che ha creato una propria etichetta, la “E FLAT”. Questo “We play for tips” (distribuito da Egea Music) ne è la prima realizzazione e se, come si dice, il buongiorno si vede dal mattino allora è facile prevedere per la nuova arrivata un futuro più che roseo.
Cafiso si presenta alla testa della sua nuova formazione, un nonetto completato da Marco Ferri sax tenore, clarinetto; Sebastiano Ragusa sax baritono, clarinetto basso; Francesco Lento e Alessandro Presti tromba, flicorno; Humberto Amésquita trombone; Mauro Schiavone pianoforte; Pietro Ciancaglini contrabbasso; Adam Pache batteria. In programma dieci composizioni dello stesso Cafiso registrate live nel giugno del 2017 durante il Vittoria Jazz Festival di cui Cafiso è direttore artistico. Come afferma lo stesso sassofonista nelle note che accompagnano l’album, questo CD rappresenta un’estensione del precedente album “20 Cents Per Note” (2015) e racconta alcune delle esperienze vissute tra cui un viaggio di un mese a New Orleans. In effetti il titolo del disco fa riferimento alla scritta che i musicisti di strada di New Orleans portavano sul loro cappello per chiedere la mancia. Insomma la musica che si ascolta è fortemente ancorata al jazz nella sua accezione più completa del termine, quindi, swing, blues, arrangiamento, improvvisazione. Non a caso due brani – “Blo-Wyn’” e “Pops’ Character” – sono dedicati rispettivamente a Wynton Marsalis (artista legato a Cafiso da una profonda amicizia) e Louis Armstrong. Insomma una vera manna per chi ama un certo tipo di jazz lontano dagli sperimentalismi ma non per questo banale, tutt’altro! Si ascolti con quanta perizia tutti i musicisti eseguano i loro assolo e si apprezzi la qualità degli arrangiamenti curati da Cafiso e Schiavone che fanno suonare il nonetto come una vera e propria big band memori delle lezioni di alcuni grandi del passato.

Emanuele Cisi – “No Eyes” – Warner Music

Come recita il sottotitolo “Looking at Lester Young” l’album è un omaggio che il sassofonista italiano ha voluto tributare ad uno dei grandi geni del jazz, Lester Young.
Ad accompagnarlo in questa non facile impresa il pianista e trombettista Dino Rubino, il contrabbassista Rosario Bonaccorso, il batterista Greg Hutchinson e la vocalist Roberta Gambarini. Il repertorio si articola su undici brani di cui tre a firma di Cisi e otto tratti dal grande songbook statunitense. Impresa difficile, si diceva, sia perché Lester è stato artista fondamentale per l’evoluzione del jazz sia perché, assieme a Coleman Hawkins, può a ben ragione essere considerato l’inventore del sax tenore nel jazz; suonava, quindi, lo stesso strumento di Cisi per cui il raffronto è ravvicinato e inevitabile. Fermo restando che l’arte di Young risulta ancora oggi ineguagliabile (né credo che Cisi abbia per un solo attimo pensato di eguagliare il maestro) l’album risulta apprezzabile e per più di un motivo. Innanzitutto il sincero trasporto con cui Cisi ha voluto rendere omaggio a “Prez” evidenziato sia nelle modalità esecutive, sia nel far ricorso prevalentemente a brani o scritti e portati al successo dallo stesso Young o a lui dedicati, sia, infine, nella scelta dei testi tratti liberamente da un poema di David Meltzer. In effetti “No Eyes” ha un triplice significato: nel particolare linguaggio adoperato da Lester significava “non mi interessa”, è il titolo di un celebre blues inciso dal sassofonista nel 1946 ed infine, come accennato, è il titolo di un poema scritto da David Meltzer e ispirato all’ultimo anno di vita di Young che morì a soli 50 anni nel 1959. E crediamo non a caso Cisi abbia scelto di aprire l’album con questo brano da lui composto, particolarmente significativo per i motivi suddetti. Di qui il CD si sviluppa lungo le direttrici dettate dal leader che non si risparmia di certo prendendo significativi assolo in ogni brano sempre sorretto dal pianismo discreto ma essenziale di Rubino (che si esprime benissimo anche al flicorno in “Tickle Toe” e soprattutto in “Jumpin’ With Symphony Sid”) e da una sezione ritmica semplicemente magistrale con un Bonaccorso che sa far cantare il suo strumento come pochi e con un Hutchinson in grado di conferire ad ogni brano una precisa ed originale carica ritmica non disgiunta da una timbrica ricercata (lo si ascolti con quanta e quale dovizia dialoga con il sax di Cisi in “Jumpin’ at the Woodside”). Roberta Gambarini si conferma vocalist di squisita sensibilità ben adatta a tradurre in musica le intuizioni di Cisi il quale con questo album crediamo abbia raggiunto uno dei punti più significativi della sua poetica.

Elina Duni – “Partir” – ECM 2587

Conoscevamo Elina Duni per i due precedenti album incisi sempre per la ECM con il suo quartetto, “Matanë Malit” (Beyond the Mountain), un omaggio musicale al suo Paese natale l’Albania del 2012 e “Dallëndyshe” (The Swallow) del 2015. Per questo terzo album – registrato negli Studios La Buissone nel sud della Francia nel luglio 2017 – la vocalist ha cambiato decisamente strada e si presenta da sola accompagnandosi con il pianoforte, la chitarra e le percussioni. Qui il terreno prettamente jazzistico è abbandonato per approdare su sponde più intimistiche, alla riscoperta di un patrimonio musicale che affonda le sue radici nelle tradizioni di diversi Paesi. Ecco, quindi musica tradizionale dell’Albania, del Kosovo, dell’Armenia, della Macedonia, della Svizzera e dell’Andalusia cui si affiancano brani cantautorali quali “Je ne sais pas” di Jacques Brel, “Meu Amor” di Alain Oulman, “Amara Terra Mia” di Domenico Modugno e un originale della stessa Duni. Insomma un repertorio quanto mai variegato e difficile da eseguire mantenendone una certa omogeneità, tanto più che l’artista lo presenta in nove differenti lingue. Ebbene la Duni è riuscita nell’intento grazie ad alcune doti di fondo che in questa occasione è riuscita ad esprimere appieno: innanzitutto una grande sensibilità musicale che le consente di transitare da un brano all’altro, seppur differenti, con estrema naturalezza senza denotare sforzo alcuno; in secondo luogo un’eccellente preparazione tecnica sia vocale sia strumentale per cui l’interpretazione appare sempre ben calibrata, grazie anche agli arrangiamenti essenziali ma funzionali. Scegliere qualche brano da segnalare in modo particolare è piuttosto difficile, tuttavia vi invitiamo ad ascoltare con particolare attenzione il brano di Modugno in quanto sicuramente lo conoscete e potrete quindi meglio apprezzare la valenza interpretativa della Duni.

Duke Ellington – “Due Ellington meets Coleman Hawkins” – Poll Winners Records 27365

Siamo nei primissimi anni ’60, per l’esattezza nel 1962 e Duke Ellington macina musica straordinaria sia alla testa della sua celebre big band sia a capo di piccole formazioni com’è il caso di questo splendido album. Questa volta a coadiuvare il Duca c’è un quintetto di straordinari musicisti quali Aaron Bell contrabbasso, Harry Carney clarinetto basso e sax baritono, Johnny Hodges sax alto, Ray Nance violino e cornetta,
Sam Woodyard batteria. Tutti insieme incontrano un altro grande del jazz quale il tenorsassofonista Coleman Hawkins per dar vita ad uno splendido album che a ben ragione è stato adesso ristampato con l’aggiunta di cinque bonus tracks registrati da diverse band tra il 1955 e il 1962 in cui il sassofonista si misura con alcuni brani di Ellington inclusa “The Star Crossed Lovers” dalla suite Shakesperiana “Such Sweet Thunder” raramente sentita – come spiega Arnold Marcus nelle note di copertina – nell’interpretazione di Coleman Hawkins Inutile negarlo: ascoltando questi brani, a chi come il sottoscritto ha superato gli ‘anta’ (quali fate un po’ voi) un attacco di nostalgia è inevitabile. Ma è solo un momento ché subito dopo ci si riprende e si ascolta il tutto con la solita attenzione. E alla fine dell’album resta impressa la sensazione di aver ascoltato qualcosa di formidabile. Merito di Coleman Hawkins che ha saputo integrarsi magnificamente nelle atmosfere disegnate da Ellington, ma egualmente merito del Duca che ancora una volta riesce a far suonare i “suoi” musicisti al meglio delle loro possibilità: si ascolti il puntuale sostegno ritmico di Sam Woodyard, si ascolti il sofisticato dialogo tra gli altri due sassofoni partecipanti alla registrazione, Johnny Hodges e Harry Carney. Insomma se ancora non possedete questo album, è il caso che corriate a comprarlo.

Claudio Fasoli Samadhi Quintet – “Haiku Time” – abeat 178

Che Claudio Fasoli sia uomo di vasta cultura, al di là del fatto squisitamente musicale, lo dimostra anche la particolare sensibilità che pone nell’intitolare i suoi album. Così per quest’ultimo ha fatto ricorso al termine giapponese “Haiku” – componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo di particolare brevità – ad indicare lo specifico intendimento di presentare undici brani caratterizzati da estrema sobrietà non solo nella dimensione temporale ma anche nella durata degli assolo e negli stessi titoli. Di qui un comunicare emozioni che risulta diretto, senza orpelli, tutto affidato alla valenza della musica e alla bravura dei musicisti. Questi, grazie alla sapiente scrittura del leader, hanno la possibilità di esprimersi pienamente sia in assolo sia negli episodi d’assieme evidenziando un grado d’affiatamento davvero notevole. D’altro canto la formazione è ben rodata: Michael Gassmann tromba e flicorno, Michelangelo Decorato piano, Andrea Lamacchia contrabbasso e Marco Zanoli batteria li avevamo già incontrati nel precedente album di Fasoli “Inner Sounds” del 2016. La musica, quindi, può dipanarsi facilmente transitando dalle semplici enunciazioni dei brani allo sviluppo degli stessi affidato soprattutto ai due fiati con Decorato impegnato a cucire il tutto, portando ad unità i mille dettagli, le mille sfaccettature contenute nella musica di Fasoli. Ed è questa una sensazione che si coglie evidente sin dalle primissime note dell’album, quando il tema di “Fit” viene introdotto dalla tromba di Gassmann e poi sviluppato dal sax del leader. Ma come si accennava c’è spazio davvero per tutti: si ascolti, ad esempio, con quanta musicalità Andrea Lamacchia fa vibrare il suo strumento nell’assolo di “Bag” mentre la batteria di Zanoli si pone in particolare evidenza nell’introdurre il tema di “Dim”. Dal canto suo Fasoli non si risparmia facendosi apprezzare in ogni singolo brano sia come autore sia come interprete. Ma non scopriamo certo l’acqua calda affermando che Claudio oramai da tempo è da considerare uno dei migliori sassofonisti che il jazz internazionale possa vantare.

Maurizio Giammarco Syncotribe – “So To Speak” – 2plet Records

“Syncotribe” è la formazione varata dal sassofonista Maurizio Giammarco con Luca Mannutza all’organo e Enrico Morello alla batteria e live elctronics. La formula del trio sax, organo, batteria non è certo nuova nell’ambito del jazz internazionale e nazionale: così ricordiamo il trio del sassofonista James Carter con Alex White batteria e Gerard Gibbs organo, mentre, per restare nell’ambito dei nostri confini vanno citate le esperienze di Nevio Zaninotto (sax tenore, soprano) con Renato Chicco (organo Hammond) e Andy Watson (batteria) e dell’altro sassofonista Max Ionata con Luca Mannutza all’organo e Adam Pache alla batteria. Ma Giammarco è musicista troppo intelligente, personale ed inventivo per ripercorrere strade già battute. Ecco quindi una scrittura (i brani sono tutti suoi ad eccezione di “Decoy” di R. Irwing III) che declina il trio nell’ambito di un jazz moderno molto, molto lontano dalle classiche sonorità dell’organ trio solitamente vicine al funky e/o al soul. Ecco quindi il sassofono di Giammarco librarsi con la solita levità e sicurezza a disegnare ampie volute sempre caratterizzate da un sound robusto, asciutto, personale mentre i compagni d’avventura
si rendono essi stessi protagonisti del progetto. Si ascolti con quanta maestria la batteria di Morello dialoga con il sax di Giammarco nel già citato “Decoy” mentre Mannutza dimostra di conoscere appieno le potenzialità dello strumento sia che accompagni sia che si produca in assolo: lo si ascolti, ad esempio, in “Nueva vista”… ma si può ben dire che il suo apporto si avverte distintamente in ogni singolo brano. Un’ultima notazione non secondaria: i tre musicisti che si ascoltano nell’album appartengono a tre diverse generazioni eppure riescono a dialogare con la massima libertà ed empatia a dimostrazione di come davvero il jazz sia un linguaggio universale, che non conosce barriera alcuna.

Simone Graziano – “SnailSpace” – Auand 9073

Periodo decisamente positivo per il pianista fiorentino Simone Graziano che nell’aprile del 2017 ha inciso questo album e il 2 maggio del 2018 è stato eletto presidente del MIDJ, l’Associazione dei Musicisti Italiani di Jazz. Ma veniamo a ciò che maggiormente ci interessa in questa sede, vale a dire l’album. Per questa sua quinta fatica discografica, Simone Graziano (pianoforte, synth e fender rhodes) si ripresenta in trio con Francesco Ponticelli al contrabbasso e sintetizzatore e Tommy Crane alla batteria. E’ lo stesso leader ad illustrare, nelle poche note di presentazione, il significato del titolo “A passo di lumaca”: non una lentezza in quanto tale ma una concezione secondo cui la lentezza non si riferisce tanto ad uno spazio temporale quanto al tempo necessario per capire dove si vuole andare, per scoprire la propria creatività, per coltivarla e condurla a risultati importanti. Ed in questo senso l’album appare perfettamente coerente: il trio si muove lungo coordinate non nuovissime ma di certo non banali. Intendo riferirmi all’uso intelligente e misurato dell’elettronica, alla ricerca di una timbrica particolare, alla raffinatezza della linea melodica, all’attenzione per i dettagli, alle modalità sempre misurate con cui si esprime la sezione ritmica. Tutte queste caratteristiche si evidenziano lungo tutto l’album (nove brani di cui ben otto a firma del leader) ma trovano forse la loro più completa estrinsecazione in “Aleph 3”: il brano si apre in territorio d’ispirazione hip-hop dopo di che entra in gioco l’elettronica per trasportare il pezzo in territori più arditi grazie anche alla batteria di Tommy Crane; dopo qualche minuto le atmosfere si fanno più rarefatte, quasi un jazz da camera, con in evidenza piano e synth che ci conducono verso un epilogo non scontato.

Pino Jodice – “Infinite Space” – Cose Sonore 18024

Pino Jodice è artista maturo, perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi, di assoluto livello sia che si esprima come pianista, come compositore, come arrangiatore, come direttore d’orchestra o come docente di Composizione jazz presso il Conservatorio G. Verdi di Milano. In questo ‘concept’ album lo ritroviamo nella classica formazione del trio coadiuvato da Luca Pirozzi al contrabbasso e Pietro Iodice alla batteria, con l’aggiunta di Andrea Centrella al live electronics. Una formazione, quindi, di eccellenza su cui non c’è bisogno di ulteriori parole. Di parole ne merita, invece, e tante la musica dell’album, nove brani tutti dovuti alla penna del leader. Il titolo del CD richiama, esplicitamente, una certa visione dell’artista che rivolge il suo sguardo verso l’alto come a volersi distaccare dalle miserie, dalle angosce che affliggono l’esistenza umana. Insomma la musica come una sorta di redenzione ma nello stesso tempo di ricerca: non a caso lo stesso Jodice dedica l’album a Stephen Hawking e Margherita Hack il cui approccio e passione per la ricerca e le relative capacità di divulgazione rappresentano per Jodice un modello da seguire nella ricerca musicale, nella composizione e nella divulgazione di questa materia. Ecco, quindi, che Pino ci prende per mano e partendo dal decollo dell’Apollo 1 ci invita a seguirlo in questo fantastico viaggio. Ora, quando un album parte da un enunciato così esplicito, la musica non sempre riesce ad essere coerente con le parole. Bisogna, in questo caso, dare atto a Jodice di aver saputo declinare la sua ansia di “osservare lo straordinario spettacolo del cosmo” (per usare le sue parole) con una musica che effettivamente richiama questi concetti. Una musica, quindi, di ampio respiro che scorre fluida in tutti e nove i brani, tutti composti dal leader, in cui Jodice evidenzia da un lato la sua sapienza compositiva, mai banale e sempre originale, dall’altro le grandi, grandissime capacità esecutive che a mio avviso lo collocano tra i più grandi pianisti jazz non solo italiani. Il tutto impreziosito dal lavoro di Pirozzi e Pietro Iodice a costituire una delle più affiatate formazioni che il jazz italiano possa vantare, e la cosa non stupisce più di tanto ove si consideri che questi tre musicisti suonano assieme oramai da più di vent’anni. Tutt’altro che marginale, infine, il ruolo di Andrea Centrella.

Reis Demuth Wiltgen – “Once In A Blue Moon” – Cam Jazz7926-2

E’ un trio jazz senza se e senza ma quello che ascoltiamo in questa nuova produzione targata Cam Jazz: Michel Reis al pianoforte, Marc Demuth al contrabbasso e Paul Wiltgen alla batteria si misurano su un terreno usato (e fors’anche abusato) qual è quello del trio pianoforte più sezione ritmica. Di qui da un lato l’impossibilità di attendersi qualcosa di trascendentale dati gli illustri precedenti, dall’altro, però, la possibilità di ben valutare l’artista proprio perché i termini di paragone sono innumerevoli. Ebbene, partendo da questa duplice considerazione, occorre sottolineare come questo trio lussemburghese se la cavi più che bene grazie soprattutto alla bravura di ogni singolo musicista. Reis è pianista ben preparato, che si muove con agilità lungo tutta la tastiera evidenziando una spiccata propensione per la linea melodica senza però disdegnare momenti di più forte incisività come in “Push”. Demuth è batterista musicale e raffinato (si ascolti il suo gioco di spazzole in “22 May 15”) che riesce a dialogare sempre con estrema pertinenza con i colleghi di viaggio mentre Wiltgen è bassista poco appariscente ma solido nel sottolineare i momenti fondamentali del disegno armonico. Il tutto condito da una profonda empatia che lega i tre musicisti e che si respira lungo tutto l’arco del CD declinato su 13 brani di cui 12 originali cui si affianca “Both Sides Now” di Joni Mitchell. E proprio il rifacimento di questo brano rappresenta uno dei momenti clou dell’album: introdotto da un centrato assolo del bassista, cui si affianca dopo quaranta secondi la batteria, il brano viene sviluppato da un intenso dialogo tra contrabbasso e pianoforte, quest’ultimo impegnato in un assolo di rara poesia, tutto giocato su note singole a voler evidenziare la bellezza del tema. Altra esecuzione particolarmente riuscita è quella di “Dante” caratterizzata da un originale andamento ritmico,

Antonio Sanchez – “Bad Hombre” – CamJazz 7919-2

“Channels of Energy” – CamJazz 79922-2

Non si può certo dire che il batterista Antonio Sanchez si risparmi: eccolo infatti protagonista di un singolo -“Bad Hombre”- e di un doppio CD -“Channels of Energy”- ambedue pubblicati da CamJazz. I due album sono molto diversi dal momento che mentre nel primo Sanchez è il vero e proprio ‘deus ex machina’ essendo l’unico protagonista (scrive la musica, l’arrangia, la esegue con batteria, tastiere, electronics e voce), nel secondo è inserito in un contesto assai più vasto rappresentato dalla WDR Big Band arrangiata e condotta da Vince Mendoza. Ma procediamo con ordine; dopo la felice esperienza di autore ed esecutore della colonna sonora di “Birdman” film che tutti ricorderanno per la sua particolarità e per la straordinaria interpretazione di Michael Keaton, Sanchez si cimenta con questo “Bad Hombre”, che, come confessato dallo stesso artista, rappresenta “un progetto sperimentale nel senso che si distacca completamente da tutto ciò che ho fatto in precedenza come batterista, compositore, produttore”. Ma non è il solo obiettivo dal momento che Sanchez si prefigge altresì da un canto di rispondere in qualche modo al senso di frustrazione che cresce in lui a causa dell’attuale situazione politica degli States, dall’altro di rappresentare in musica le sue origini messicane. Di qui un pastiche di batteria, strumenti elettronici, fondali creati a posteriori, suoni alterati che volutamente non frequentano i territori della superficiale godibilità addentrandosi piuttosto in quelli ostili, del non facile ascolto che richiedono una particolare attenzione per essere valutati sotto una giusta luce. Completamente diverso il secondo doppio album: smessi i panni del contestatore, Sanchez torna a suonare la batteria come sa fare, al servizio di un disegno complessivo condotto da Vince Mendoza a capo della WDR Big Band. In repertorio otto brani tutti scritti dallo stesso Sanchez. Il risultato è superlativo. Sotto la sapiente regia di Mendoza l’orchestra si muove con compattezza eseguendo alla perfezione i non semplici arrangiamenti. Di qui un sound, che pur mantenendo una propria specificità, richiama comunque alcune grandi orchestre del passato come, ad esempio, quelle di Duke Ellington e di Gil Evans. Il tutto impreziosito da alcuni elementi della band che si pongono in particolare evidenza come, tanto per fare qualche nome, il pianista Omer Klein (lo si ascolti in “Grids and Patterns”), Johan Hörlen (sax) e Shannon Barnett (trombone) particolarmente brillanti nel brano conclusivo che dà il titolo all’album. Superlativa la prova di Sanchez che dimostra di trovarsi perfettamente a suo agio in qualsivoglia contesto. Nel caso specifico il suo drumming è allo stesso tempo possente ma non invadente sì da sposarsi magnificamente sia con i pieni orchestrali sia con quei momenti in cui il sound si fa più delicato, prezioso.

Bobo Stenson – “Contra la indecisiòn” – ECM 2582

Il pianista Bobo Stenson (classe 1944) è una delle personalità più importanti del jazz scandinavo, uno dei pochissimi in grado di non far rimpiangere quel Esbjorn Svensson di cui ci occupiamo in questa stessa rubrica. In “Contra la indecision” Stenson si ripresenta con il suo abituale trio completato da Anders Jormin al basso e Jon Fält alla batteria. Il repertorio è piuttosto vario ed esplica appieno le molteplici sfaccettature del leader. Così dello Stenson compositore abbiamo qui due soli esempi, “Alice”, e “Kalimba Impressions” composto da tutti e tre i membri del combo; la maggior parte dei brani sono a firma di Anders Jormin, la title track è opera del cantautore cubano Silvio Rodríguez mentre gli altri tre pezzi – rispettivamente di Béla Bartok, Erik Satie e Frederic Mompou – illustrano l’abilità di Stenson nell’affrontare anche la musica classica. Ferma restando la statura artistica del leader, ogni brano fa quasi storia a sé dal momento che il bilanciamento tra scrittura e improvvisazione dà la stura, di volta in volta, ad interventi solistici di squisita fattura che mai mettono in pericolo l’equilibrio globale del trio. Così, tanto per fare qualche esempio, in “Doubt Thou The Stars” ascoltiamo una splendida improvvisazione di Jormin che adopera anche l’archetto ben sorretto dalla batteria prima dell’entrata in scena del pianoforte che illustra il tema in tutta la sua bellezza; in “Kalimba Impressions” è Jon Fält a salire alla ribalta suonando la marimba in un fitto dialogo con i compagni d’avventura; in “Alice” i tre disegnano un percorso quasi a zig-zag, sghembo, straniante ma di indubbio misterioso fascino; in “Elégie” , come accennato, riscopriamo il coté classico di Stenson che affronta la partitura di Satie con pertinenza, eleganza ed originalità; “Stilla” è un blues, sempre di Jormin, che evidenzia come tutti e tre questi musicisti conoscano bene la storia della musica afro-americana; in “Oktoberhavet” ancora una splendida intro della batteria dopo di che il tema è sviluppato da Jormin all’archetto con il pianoforte di Stenson che si limita a punteggiare prima di prendere in mano le fila del discorso.

John Surman – “Invisible Threads” – ECM 2588

“Invisibili fili” è il titolo, tradotto in italiano, di questa nuova fatica discografica di John Surman ai sax soprano e baritono e al clarinetto basso. Ed in effetti di fili invisibili è fatta la musica di questo album, una ragnatela di straordinaria eleganza che Surman tesse ben coadiuvato dai due compagni d’avventura, il pianista di San Paolo, Nelson Ayres, jazzista ma anche frequentatore di terreni vicini al pop brasiliano e Rob Waring, docente “classico” al conservatorio di Oslo, al vibrafono e alla marimba. Quindi una formazione del tutto inconsueta mancando, contemporaneamente, di contrabbasso e batteria. Ma i tre suppliscono egregiamente con un affiatamento ed un’empatia che si evidenzia in ogni momento: così quando è Surman a disegnare la linea melodica gli altri due fungono da contrappunto e da sostegno ritmico; ma la stessa cosa accade quando il pallino passa nelle sapienti mani di Ayres: Surman lo contrappunta a meraviglia e Waring si assume il difficile compito di organizzare da solo una sezione ritmica. Questo idem sentire si manifesta altresì nelle reciproche influenze che i tre non nascondono: così se è vero che nella poetica di Surman è sempre presente quel riferimento alle vecchie melodie inglesi e più in generale alla musica del Nord Europa, in questo album non mancano specifici richiami alla musica brasiliana come si può apprezzare in “Summer Song” unico brano non scritto da Surman ma per l’appunto da Nelson Ayres, in “Pitanga Pitomba” introdotto da un centrato assolo di Rob Waring e sviluppato da un fitto dialogo tra Surman e Ayres mentre “Autumn Nocturne” e “The Admiral” si fanno apprezzare per la delicatezza della linea melodica; da segnalare in quest’ultimo brano l’introduzione affidata ad un dialogo tra clarinetto basso e marimba, forse uno dei momenti più belli dell’intero album.

Esbjörn Svensson Trio – “E.S.T. live in London” – ACT 9042-2

Sono trascorsi dieci anni dal quel 14 giugno 2008 quando il pianista svedese Esbjörn Svensson scomparve improvvisamente a causa di un incidente subacqueo, proprio quando la sua fama aveva oramai raggiunto appassionati e critici di tutto il mondo. La formazione proposta in questa realizzazione discografica è quella storica che prese le mosse nel 1990 quando il pianista fondò il suo primo gruppo con l’amico di infanzia Magnus Öström alle percussioni; nel 1993 si aggiunse il bassista Dan Berglund a costituire quell’Esbjörn Svensson Trio (o E.S.T. Trio) che nell’arco di pochi anni ottenne un successo planetario. Non a caso sono stati la prima band europea ad apparire nel 2006 sulla copertina di Downbeat e sempre non a caso il doppio cd “Live in Hamburg”, registrato nella città tedesca nel novembre del 2006, è stato definito “L’album jazz del decennio 2000-2010” dal Times. Il perché di tanto successo si capisce facilmente ascoltando questo doppio album registrato live al Barbican Centre di Londra il 20 maggio del 2005. La performance, articolata su dieci brani piuttosto lunghi, testimonia in modo inequivocabile la trascinante forza del gruppo che in quell’anno era in tournée per promuovere l’album “Viaticum” (e ben cinque pezzi eseguiti a Londra facevano parte di quest’album). La musica è superlativa, ricca di forza, energia, caratterizzata da una profonda carica innovativa che coniugava un linguaggio prettamente jazzistico con atmosfere tipiche del rock. Anche da qui la grande influenza che il gruppo ha esercitato specialmente sulle nuove generazioni nel corso dei suoi diciassette anni di esistenza. Un vuoto di cui si avverte ancora la gravità e che non sarà banale colmare.

Gianluigi Trovesi – “Mediterraneamente” – Dodicilune

Titolo quanto mai esplicativo questo “Mediterraneamente” con cui il “nordico” Trovesi ha voluto chiamare questa sua ultima creatura. Conosciamo Gianluigi da molti anni e contrariamente a tanti che hanno sempre visto in lui lo spericolato sperimentatore multistrumentista, capace di mandare in visibilio le platee di tutto il mondo, abbiamo sempre riscontrato nel suo stile, nella sua poetica un coté lirico che in questo album viene prepotentemente alla ribalta. Ben coadiuvato dal suo ‘Quintetto Orobico’ composto da Paolo Manzolini (chitarre), Marco Esposito (basso), Vittorio Marinoni (batteria) e Fulvio Maras (percussioni), Trovesi presenta un repertorio di dodici brani in cui a composizioni originali (“Gargantella”, “Cadenze Orfiche”, “Rina e Virgilio”, “Materiali”, “Siparietto”), si alternano pezzi della tradizione (“Carpinese”), brani del pop italiano (“Le Mille bolle blu”) e della canzone napoletana (“Tu ca nun chiagne”, “Tammurriata Nera”), nonché standard internazionali (“Yesterdays”, “In your Own Sweet Way”) e un pezzo (“La Suave Melodia”) del compositore barocco Andrea Falconieri (1585-1656). Il tutto trattato con grande delicatezza, dolcezza, ad evidenziare sempre la linea melodica della composizione ed è lo stesso Trovesi a sottolineare questo aspetto quando afferma che “per me molti di questi brani sono come delle serenate”. Serenate eseguite con trasporto, senza alcun timore di evidenziare quel coté lirico cui si faceva riferimento in apertura. Ma, ovviamente, non è il solo Trovesi a seguire questa linea: si ascolti, ad esempio, con quanta modernità espressiva la chitarra di Manzolini dialoga con i fiati del leader che in questo album predilige, comunque il sax contralto. Per non parlare della sezione ritmica che asseconda alla perfezione le idee del leader quando affronta, in modo originale, sia grandi classici del jazz sia brani pop ben noti come “Le mille bolle blu”.

Gaetano Valli – “Thirty Years” – artesuono 139

Quello di Chet Baker è davvero un caso unico nel pur variegato panorama del jazz internazionale. Nonostante per buona parte della sua vita artistica Chet sia stato afflitto da numerosi problemi che lo hanno portato, tra l’altro, a doversi reinventare un modo di suonare la tromba, non conosciamo un solo jazzista che non adori Baker, non abbiamo incontrato un solo musicista che non ci abbia parlato in termini entusiastici del trombettista di Yale; di qui una serie di tributi, di omaggi a lui rivolti con sincera partecipazione. In questo clima si inserisce l’album in oggetto che vuole essere un ricordo di Chet a trent’anni dalla sua scomparsa avvenuta il 13 maggio del 1988. Il progetto è del chitarrista Gaetano Valli che ha chiamato accanto a sé il trombettista Fulvio Sigurtà e il contrabbassista Riccardo Fioravanti. Quindi un trio senza batteria, senza cioè quello strumento con cui Baker incontrava spesso problemi di sintonia. Valli è da sempre un profondo estimatore di Baker tanto da dedicargli già nel 1998 un lavoro intitolato “Tre per Chet”, pubblicato dalla Splasc(h) records, con Mario Brioschi alla tromba e ancora Riccardo Fioravanti al contrabbasso. Adesso Valli ritorna sull’argomento con un repertorio che tende in qualche modo a legare il Chet delle origini con il Chet degli ultimi tempi quando il tasso tecnico era inferiore ma quello poetico superiore. Così accanto a “Bea’s Flat” scritto da Russ Freeman all’inizio degli anni’50 e all’inedito dello stesso Valli “Thirty Years” caratterizzati da notevoli difficoltà esecutive, ascoltiamo altri brani in cui la tecnica è ridimensionata a tutto vantaggio dell’espressività quali, tanto per citare qualche titolo, “My Funny Valentine”, “I remember You, “Beatiful Black Eyes”. Ciò detto, occorre sottolineare come l’album sia eccellente: assolutamente pertinenti i brani scritti da Valle per l’occasione che si conferma altresì chitarrista dal tocco morbido, dal linguaggio personale e soprattutto dal gusto delicato; perfetto il modo in cui Sigurtà interpreta questi brani nel segno di Chet; notevole come sempre l’apporto di Fioravanti che si è caricato il peso dell’intera sezione ritmica non disdegnando di uscire in assolo di assoluta compiutezza.

Antonio Zambrini – “Pinocchio e altri racconti” – abeat 183

Se l’intelligenza di un leader si valuta anche sulla base di come sceglie i compagni di viaggio, allora non c’è dubbio sulle qualità non solo artistiche di Antonio Zambrini. Il pianista, per questa sua nuova fatica discografica, ha richiamato accanto a sé due giganti dei rispettivi strumenti, vale a dire i danesi Jesper Bodilsen al basso e Martin Andersen alla batteria con cui collabora già da qualche tempo. A ciò si aggiunge la felice scelta del repertorio: un omaggio a Fiorenzo Carpi il quale è stato uno dei più grandi rappresentanti della scuola melodica italiana unitamente a Ennio Morricone, Piero Piccioni, Nino Rota… tanto per citare qualche nome. Il disco è intitolato a Pinocchio ed in effetti vi si possono ascoltare tre brani tratti dallo sceneggiato televisivo del 1972 diretto da Luigi Comencini, cui si aggiungono altri cinque brani sempre di Carpi e un originale di Zambrini, “Giovedì”, che, come spiega lo stesso leader, appartiene alla sua lunga collaborazione con “Cineteca Italiana di Milano”. Tracciate le linee programmatiche entro cui si inscrive l’album, occorre sottolineare come le interpretazioni del trio siano del tutto coerenti con l’assunto. La musica scorre fluida evidenziando, di volta in volta, le varie caratteristiche che si ritrovano nella produzione di Rota, vale a dire il suono mediterraneo chiaramente riscontrabile, ad esempio, in molti brani di Pinocchio, le influenze di un certo rock inglese… fino a toccare la musica brasiliana in “Notte italiana” in cui lo stesso Zambrini dichiara di aver adottato lo stile “Choro”. Insomma un album in cui la pagina scritta si equilibra assai bene con l’improvvisazione cui si abbandona Zambrini che conferma il suo stile sobrio, elegante con una costante attenzione alla timbrica e alla dinamica, in ciò perfettamente coadiuvato da una sezione ritmica che dimostra di aver ben assorbito la lezione di altre storiche formazioni come lo E.S.T. trio di Esbjörn Svensson di cui ci siamo in precedenza occupati.

Enrico Zanisi – “Blend Pages” – Cam Jazz7928-2

E’ una musica particolare quella che Enrico Zanisi ci propone in questo album, una musica dal sapore «cameristico» che assume comunque connotazioni differenziate. Così, ad esempio, in apertura il pianismo di Zanisi appare crepuscolare, quasi impressionistico in alcuni passaggi, per poi virare, decisamente, sempre nel corso dello stesso primo brano, verso territori più vicini alla musica colta contemporanea. E questa sorta di duplicità si avverte lungo tutto l’album senza che lo stesso perda in omogeneità. D’altro canto la stessa strutturazione dell’organico è del tutto coerente a quanto sin qui esposto: pianoforte, clarinetto (nella collaudate mani di Gabriele Mirabassi), percussioni e live electronics (affidate al ‘poeta’ Michele Rabbia) cui si aggiunge un classico quartetto d’archi francese, “Quatuor IXI”, formato da Régis Huby (violino), Clément Janinet, (violino), Guillaume Roy (viola) e Atsushi Sakaï (violoncello) costituiscono un ensemble ben attrezzato per navigare in acque difficili come quelle che lambiscono la musica moderna. Ora, se la cosa non stupisce con riguardo sia a Mirabassi sia a Rabbia, rappresenta viceversa una piacevole novità per il pianista che, giunto al suo quinto album, dimostra con queste incisioni di aver raggiunto una sua specificità, una ben precisa consapevolezza delle proprie possibilità…insomma di potersi considerare non più una promessa quanto una delle più belle realtà del panorama jazzistico nazionale. In effetti nei nove brani, tutti di sua composizione, Zanisi da un canto conserva sempre una certa struttura di sapore classicheggiante, dall’altro lascia ampi spazi per le improvvisazioni dei compagni d’avventura, spazi come potrete ben immaginare magistralmente occupati sia dallo stesso Zanisi con il suo incedere elegante sia da Mirabassi, superlativo come sempre.

Soundcheck di GeGè Telesforo festeggia 500 puntate su Radio24

GeGè Telesforo: “In un momento critico che vede l’arte non valorizzata dai principali veicoli mediatici, SoundCheck, in onda su Radio 24, rappresenta un caso unico nel suo genere. Obiettivo della trasmissione non è la promozione discografica, come avviene in molti network, dove la musica in playlist è quasi esclusivamente quella ‘del momento’: a SoundCheck gli argomenti sono conditi e sottolineati da un airplay vario che punta solo ed esclusivamente alla qualità, pur spaziando in contesti sonori diversi e senza età. Dai grandi capolavori del jazz e del blues, agli eroi della soul music e della rythm’n’blues fino alle nuove tendenze e ai nuovi talenti del contemporary R&B, dell’indie, dell’elettronica, molti dei quali indipendenti nella produzione e nella distribuzione, che oggi avviene in forma liquida e digitale.”

Il prossimo 16 giugno andrà in onda la 500esima puntata di SoundCheck, la trasmissione di GeGè Telesforo in onda da 5 stagioni su Radio 24 il sabato e la domenica pomeriggio dalle ore 19.15.
Un programma unico nel suo genere, nato nel 2013 e da subito in crescita sia dal punto di vista artistico sia per i dati di ascolto.
Presentatore e produttore radio-televisivo, eclettico musicista, produttore discografico e, dal 2017, Goodwill Ambassador per l’UNICEF, GeGè Telesforo celebrerà questo importante traguardo proprio durante la puntata del 16 giugno, ripercorrendo la storia del programma: dagli inizi, in cui costituiva una striscia quotidiana di 15 minuti nel pomeriggio di Radio 24, sino alla conquista, dopo soli sei mesi, delle due puntate nel week-end. Un totale di 3 ore settimanali in orario drive time, catturando sempre di più l’attenzione dell’ambiente musicale – in primis i musicisti stessi e un numero crescente di appassionati di musica che si sentono maggiormente rappresentati dalle playlist di SoundCheck.
Prodotta e realizzata nel Groove Master Studio di GeGè Telesforo (vera e propria fucina di progetti di successo del poliedrico artista, tra cui programmi televisivi, album e iniziative per l’UNICEF), la trasmissione ha ospitato molti nomi illustri della scena musicale internazionale e italiana come Robert Glasper, Gregory Porter, Dee Dee Bridgewater, Sarah Jane Morris, Renzo Arbore, Sergio Cammariere, Maria Pia De Vito, Tosca, Rita Marcotulli, Ben Sidran e Leo Sidran, Dario Deidda, ma anche artisti della nuova generazione come Willie Peyote, Israel Varela, Greta Panettieri, Ainè, Giovanni Truppi, Eleonora Bianchini, Aca Seca Trio.
Intervistati anche operatori del settore come promoter, giornalisti, produttori, direttori artistici e uffici stampa. Avvalendosi della collaborazione preziosa del giornalista musicale Francesco Tromba e dell’ingegnere del suono Riccardo Bomarsi, in questa quinta stagione Telesforo ha introdotto una grande novità: la possibilità per gli ospiti di effettuare performance live in diretta, grazie all’allestimento e alla strumentazione del Groove Master Studio.
IL PROGRAMMA Sound Check è un talk show musicale ideato e condotto da GeGè Telesforo. Si aprono le porte alla musica (dal Jazz al Pop, dalla Classica alla World Music), al variegato mondo sonoro, ai musicisti, professionisti e nuovi talenti, con l’obiettivo di proporre un’informazione musicale completa, stimolante, propedeutica, ma non banale, con l’intento di intrattenere piacevolmente, ricercando e promuovendo l’arte e il talento. E’ un programma fatto di musica e di storie di musica, che svela anche cosa e chi c’è dietro al successo e al lavoro di una band o di un artista: compositori, arrangiatori, ingegneri del suono, tour manager, producer discografici e di grandi eventi live. Al termine della stagione radiofonica verranno assegnati, da una commissione scelta dalla produzione, i “The Sound Check Music Awards”, destinati agli artisti, band, musicisti, operatori del settore che si saranno distinti durante l’anno.

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Quando la musica jazz incontra gli iPhoneografi del New Era Museum

Oggi le modalità di fruizione della musica sono molteplici e differenziate a seconda del genere. Così per la musica classica e per la lirica l’ascolto diretto in teatro conserva un suo pubblico. Per la pop e il jazz il discorso è completamente diverso.

Si va sempre più affermando la cosiddetta ‘musica liquida’, cioè quella musica che scaricata direttamente dalla rete si ascolta sul computer senza alcun bisogno di supporto sia esso CD, lp o cassetta. Come ho avuto modo di affermare diverse volte, personalmente non frequento questo tipo di ascolto dal momento che la resa sonora è quanto meno discutibile. Certo, esistono delle apparecchiature che migliorano, e di molto, il suono ma sono ancora molto care.

Di qui la mia preferenza per i concerti e i classici supporti: innanzitutto gli lp e poi i cd.

C’è comunque un’altra modalità di presentare la musica che, se ben condotta, ottiene risultati straordinari e molto coinvolgenti: accompagnare la musica live con proiezioni sia di filmati sia di foto. Un esempio esauriente si è avuto sabato 12 maggio con l’evento organizzato presso la Sala delle Donne, dove il musicista Marco Testoni e il fotografo Andrea Bigiarini, con gli artisti internazionali del New Era Museum, hanno proposto MAJE, una vera e propria Mobile Art Opera.

In buona sostanza mentre Marco Testoni – handpan, tastiere e live electronics – e Simone Salza – sax e clarinetto – propongono un jazz spesso incentrato sull’improvvisazione, sulle pareti della sala e sui due grandi pannelli posti all’ingresso e alla fine della stessa, scorrono una serie di immagini tutt’altro che casuali, realizzate con supporti digitali mobili, smartphone e tablet.

Si tratta di circa 600 opere fotografiche, suddivise in atti, per stati d’animo del soggetto ripreso, proiettate ad alta definizione e tratte dalla mostra Impossible Humans: una scelta dei migliori ritratti contemporanei realizzati dagli iPhoneografi del New Era Museum di Andrea Bigiarini, selezionati da una giuria di fotografi internazionali composta da Andrea Bigiarini (Italia), Cadu Lemos (Brasile), Manuela Matos Monteiro (Portogallo), Joanne Carter (UK), Linda Hollier (Emirati Arabi), Lee Atwell (Usa), Nettie Edwards (UK), Sukru Mehmet Omur (Turchia). Di qui un connubio interessante, a tratti trascinante, in cui la spettacolarità delle immagini che avvolgono lo spettatore si coniuga alla perfezione con una musica che interpreta al meglio quanto si vede sugli schermi: uno scambio di sensazioni, di emozioni che evidenzia come, in coerenza con quanto accennato in apertura, esistono ancora frontiere da esplorare per una fruizione musicale che non sia banale.

Certo, affinché eventi del genere abbiano successo, occorre che siano soddisfatte almeno tre condizioni: che l’allestimento sia curato al meglio (spazi adatti, luci, ambiente accogliente), che la qualità delle immagini sia superlativa ad onta degli apparecchi usati, che la musica sia di assoluto spessore. Ebbene, tutte e tre le condizioni sono state rispettate.

In chiusura concedetemi di spendere qualche ulteriore parola sui musicisti. Marco Testoni è personaggio ben noto agli appassionati di jazz dal momento che, tra l’altro, guida il Pollock Project, di cui ho personalmente recensito un album su queste stese colonne. Artista preparato, innovativo, è in grado di far ricorso ad un misurato uso dell’elettronica cui si contrappone il sound degli strumenti acustici, a disegnare un puzzle dove si inseriscono, senza problema alcuno, le pause che i due musicisti si ritagliano, lasciando fluttuare la musica preregistrata. Così il flusso sonoro si mantiene costante, ora onirico ore incalzante, ora fortemente percussivo a soddisfare le esigenze sia di chi ama sonorità più moderne, più caratterizzate dall’elettronica, sia di chi preferisce il jazz più canonico, grazie soprattutto alle sortite solistiche di Simone Salza, sassofonista che avevamo imparato ad apprezzare nel già citato Pollock Project.

In definitiva una serata interessante all’insegna della novità… ma anche della buona musica.

Gerlando Gatto

VICENZA JAZZ: Manhattan Transfer al Teatro Comunale (sold out)


Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

VICENZA JAZZ
Teatro Comunale, 18 maggio 2018, ore 21

Manhattan Transfer

Alan Paul, Cheryl Bentyne, Janis Siegel, Trist Curless (voce)
Yaron Gershovsky (pianoforte)
Boris Kozlov (basso)
Ross Pederson (batteria)

A Vicenza Jazz, Festival arrivato alla XXIII edizione e che quindi possiamo definire storico, il direttore artistico Riccardo Brazzale ha voluto uno di quei gruppi divenuti leggendari e che matematicamente, o quasi, attirano un vasto pubblico: e, io aggiungo, Brazzale ha fatto un’ottima scelta. In una programmazione molto varia tra eventi collaterali e concerti serali (ove per collaterale non si debba intendere “di seconda categoria” ) l’evento Manhattan Transfer, stava benissimo.

Parliamo di uno spettacolo che ha fatto il sold out al Teatro Comunale di Vicenza, 900 posti di capienza.
Accompagnati da un trio di tutto rispetto i Manhattan Transfer appaiono sul palco fedeli a se stessi e fanno un’ora e mezzo di musica di cui coloro che li conoscono bene già sanno quasi tutto: arrangiamenti vocali perfetti, di complessità notevole a dispetto dell’impatto molto diretto sul pubblico, glissando funambolici che atterrano sulla nota di arrivo con precisione matematica, dinamiche espanse all’inverosimile, swing a mille, momenti a cappella sublimati da silenzi improvvisi del trio, soli gigioneggianti ma ineccepibili formalmente e stilisticamente, interplay, acrobazie vocali compiute con la divertita ed eccitata disinvoltura di chi ha le spalle coperte da una preparazione ferrea, e in forza della quale può godersi la velocità, la caduta, la rapidissima ascesa, un po’ come credo succeda a tuffatori, acrobati, piloti ed equipaggio del bob a tre, senza rischiare troppo per la propria incolumità fisica: in fondo si tratta solo (!) di cantare. 


Musica – spettacolo, ma di altissimo livello.
Il repertorio? Quasi tutto quello che li ha fatti amare in questi 40 anni di carriera sfolgorante, compresi Java Jive, Birdland, A Tisket A Tasket, Soul Food to go (come terzo bis, con la voce registrata del fondatore Tim Hauser  scomparso quattro anni fa), altri ancora, e qualcosa dal nuovo cd un po’ più in veste bossanova – tranquilla, come spesso accade, meno coinvolgente perché il nuovo o è veramente nuovo oppure un po’ delude.

 

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Mi sono sentita di dover avvisare i nostri lettori più esigenti, più attenti alle novità e alla sperimentazione, a volte ritenuta un valore assoluto nell’arte e nel Jazz, che questa è una recensione più che positiva su un gruppo vocale oramai storico e che non ha cambiato quasi una virgola nel modo di fare musica dalla sua nascita. Ha cambiato solo un membro del gruppo per cause del tutto naturali, come si accennava più sopra.
Premetto per correttezza che io stessa, per anni ho cantato musica arrangiata per quartetti vocali, e che alcuni dei brani che ho studiato erano proprio presi dai loro arrangiamenti.
Premetto che io amo moltissimo i Manhattan Transfer e i gruppi vocali (penso ai Take Six, anche, ma non solo) . Premetto anche che amo il Jazz mainstream e gli spettacoli musicali.
Fatte queste doverose premesse, i Manhattan Transfer mi sono sembrati strepitosi. Dal vivo li avevo visti una sola volta moltissimi anni fa. Poi li ho sempre ascoltati nei dischi. Speravo facessero i pezzi più noti del loro repertorio, e li hanno fatti. Speravo nelle loro coreografie, nella loro comunicativa, nella loro musica di intrattenimento, certo, ma complessa, strutturata, a partire dagli arrangiamenti, per arrivare alla precisione quasi maniacale volta ad ottenere determinati effetti, senza mai separare il virtuosismo dalla capacità di coinvolgere il pubblico. E le mie aspettative non sono state deluse, anzi!
I Manhattan Transfer portano in scena se stessi, e vale la pena di andarli ad ascoltare dal vivo, almeno una volta, fino a che suoneranno, perché quando non ci saranno più li si andrà a cercare su Youtube come testimonianza di musica di altissimo livello.  E’ un gruppo straordinario di musicisti, che fanno ottima musica, con la quale trascinano un pubblico del tutto eterogeneo.
Voglio rassicurare i musicisti avanti, anche i più sperimentatori, e ai fruitori della loro musica, che li amo e ascolto il loro lavoro con attenzione, cura, ammirazione.
Consiglio di andare ad ascoltare questo gruppo di musicisti, una volta nella vita: l’ intrattenimento e lo spettacolo possono essere di grande qualità.
Nella foto qui sotto scattata da Daniela Crevena : i Manhattan Transfer ed il loro selfie con il pubblico che li acclama. Noi li abbiamo trovati bellissimi.

Altri concerti seguiti a Vicenza:
Gavino Murgia e Cantar Lontano Officium Divinum