“Grado Jazz by Udin&Jazz”: un festival all’insegna dell’ottimismo!

Come preannunciato nelle scorse settimane “Grado Jazz by Udin&Jazz” sarà uno dei pochi festival jazz che avranno luogo nel corso di questa travagliata estate 2020. L’occasione è particolare in quanto si festeggia il trentennale di una manifestazione che ha saputo conquistarsi un posto di rilievo nel pur variegato panorama delle manifestazioni jazzistiche grazie alla costante ricerca di una precisa identità declinata attraverso due precise direttive: musica di alta qualità e grande spazio alle eccellenze locali.

Il festival si terrà dal 28 luglio al primo agosto, nel massimo rispetto delle norme anti-Covid, in compagnia di alcune stelle italiane e un’incursione internazionale d’avanguardia con Michael League & Bill Laurance (Snarky Puppy).

Con questa iniziativa “Euritmica”, che organizza il Festival, vuole rispondere alla necessità, da più parti sollecitata, di considerare la cultura per quello che realmente è, vale a dire un bene necessario e vitale. Già con l’iniziativa JazzAid, Euritmica ha voluto dare un importante segnale di vicinanza agli artisti, per rinnovare anche la consapevolezza che… #JazzWillSaveUs. “Grado Jazz” si inserisce in questa logica fornendo una tangibile speranza dato che i concerti si faranno dal vivo in presenza e in sicurezza. E non ci vogliono certo molte parole per spiegare quanto tutto ciò sia costato agli organizzatori anche in termini economici (distanze, sanificazioni, provvedimenti anti assembramento).
I concerti si svolgeranno nel Parco delle Rose, allestito con uno spazioso palco e centinaia di poltroncine distanziate, con un angolo food&drinks ove si potranno gustare i prodotti enogastronomici del territorio.

Ed ora un rapido sguardo al programma.

Martedì 28 luglio apertura con due concerti. Alle 20 saranno di scena i Quintorigo, con il progetto “Between the Lines”. La serata continua alle 22 con lo straordinario duo di Michael League & Bill Laurance (contrabbasso e pianoforte), anime degli Snarky Puppy (già ascoltati a Grado nella passata edizione).

Mercoledì 29 luglio tocca ad Alex Britti in quartetto, protagonista della scena musicale italiana da molti anni con successi quali “Solo una volta”, “Settemila caffè”, “Mi piaci”.

Alex Britti

Giovedì 30 luglio il duo Musica Nuda, vale a dire Petra Magoni (voce) e Ferruccio Spinetti (contrabbasso); dopo diciassette anni di attività, 1500 concerti in tutta Europa, 11 cd, i due continuano a incantare le platee più diversificate.
Alle 22 una prima assoluta: due grandi donne del jazz italiano per la prima volta insieme, la pianista Rita Marcotulli e Chiara Civello (voce e chitarra), supportate dal violoncello di Marco Decimo.

Venerdì 31 luglio l’immagine più rappresentativa del jazz italiano e grande amico di Udin&Jazz, Paolo Fresu; il trombettista sardo porta a Grado “Re-wanderlust”, progetto composto da vecchie e nuove composizioni dello storico Quintetto, nato nel 1984 (Paolo Fresu, tromba e flicorno; Tino Tracanna, sax tenore e soprano; Roberto Cipelli, pianoforte e Fender Rhodes electric piano; Attilio Zanchi, contrabbasso; Ettore Fioravanti, batteria) cui nell’occasione si aggiunge il giovane trombonista Filippo Vignato.

Paolo Fresu 5et feat Filippo Vignato

Finale in grande stile, sabato 1 agosto con un doppio concerto: alle 20 il quintetto di Francesco Cafiso (sassofonista tra i più rappresentativi del jazz europeo) rende omaggio al genio di Charlie Parker nel centenario dalla nascita, con il progetto “Confirmation” (Francesco Cafiso, sax; Stefano Bagnoli, batteria; Alessandro Presti, tromba; Andrea Pozza, pianoforte; Aldo Zunino, contrabbasso).
A chiudere GradoJazz è il piano solo di Stefano Bollani (ore 22) con il suo nuovo progetto “Piano Variations on Jesus Christ Superstar”: una versione totalmente inedita e interamente strumentale dell’opera rock di Andrew Lloyd Webber che custodisce, come un tesoro, l’originale e che è stata registrata per ECM.

 

Gerlando Gatto

Nuova presentazione romana per “L’altra metà del Jazz”, di Gerlando Gatto

Dopo il successo e le due ristampe del primo libro “Gente di Jazz”, ritorna nelle librerie Gerlando Gatto, con “L’altra metà del Jazz”, pubblicato per i tipi di KappaVu / Euritmica Edizioni – Udine. Il volume, dopo l’anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino e diverse presentazioni sul territorio nazionale, arriva nuovamente a Roma, all’Elegance Café Jazz Club (Via Francesco Carletti, 5 info www.elegancecafe.it ).

Sabato 9 novembre 2019 l’opera sarà illustrata alla presenza dell’autore e della giornalista Marina Tuni, in rappresentanza dell’editore, prima della performance di una delle musiciste intervistate: Lara Iacovini (inizio alle ore 21.30); la vocalist presenterà un repertorio tratto dai suoi ultimi lavori discografici, in particolare “Right Together”, l’album realizzato in collaborazione con il grande bassista newyorkese Steve Swallow, sulla cui musica la jazz vocal ha composto i testi.

Gatto è tra i più importanti giornalisti e critici musicali jazz italiani, nonché Direttore Responsabile di questo portale nazionale da lui stesso fondato.

Dopo la raccolta di interviste “Gente di Jazz”, dunque, in cui il giornalista ci ha fatto scoprire aspetti artistici ed umani di una nutrita schiera di musicisti, tutti protagonisti in varie edizioni del festival Udin&Jazz, casualmente tutti maschi, questa nuova pubblicazione racchiude una serie di interviste raccolte nel ricchissimo panorama del jazz al femminile nazionale e internazionale.

Donne che amano il jazz, lo vivono e ne fanno territorio in cui esprimere una creatività intensa e spesso dirompente, attraverso scelte anche non facili come affiora chiaramente da molte di queste interviste.

Non solo cantanti, ma molte strumentiste, compositrici, arrangiatrici, vere protagoniste del jazz moderno in cui hanno trovato una loro forte dimensione con personalità, capacità, determinazione e con una profondità che può emergere solo dall’Altra Metà del Jazz. Trenta interviste a personaggi assai noti – e meno noti – tutti accomunati dall’essere donna e, in quanto tali, dall’avere una storia da raccontare, da rivivere assieme al lettore.

La prefazione è a cura della giornalista Rai Claudia Fayenz e tra le musiciste intervistate, oltre a Lara Iacovini, figurano Dee Dee Bridgewater, Chiara Civello, Rita Marcotulli, Petra Magoni, Sarah Jane Morris, Tiziana Ghiglioni e molte altre; alcune delle interviste non erano mai state pubblicate, come quella a Dora Musumeci, una delle prime pianiste jazz in Italia, scomparsa nel 2004.

Redazione A Proposito di Jazz

 

Il Jazz contro ogni barriera: presentata la 43° edizione del Roma Jazz Festival

“No borders. Migration and integration: questo il tema di estrema attualità e di grande rilevanza politica scelto da Mario Ciampà per la 43° edizione del “suo” Roma Jazz Festival. Tema che effettivamente si attaglia alla musica jazz che nel corso della sua storia ha sempre abbattuto steccati e barriere di ogni sorta: religiose, di colore, di nazionalità. Peccato che nella terra dove il jazz è nato e si è sviluppato, una vera equiparazione fra bianchi, neri e nativi è ben lungi dall’essere effettivamente raggiunta. Di qui il messaggio che questo Festival intende veicolare: possiamo comprendere il concetto di confine solo se accettiamo anche la necessità del suo attraversamento, attraversamento declinato sia con l’affermazione di una nuova generazione di musiciste che rompono le discriminazioni di genere, sia con le sperimentazioni di inedite ibridazioni dei linguaggi e la riflessione sul dramma delle nuove migrazioni.

La manifestazione che dal 1° novembre al 1° dicembre 2019 animerà la Capitale con 21 concerti fra l’Auditorium Parco della Musica, la Casa del Jazz, il Monk e l’Alcazar, è stata presentata mercoledì 2 ottobre presso l’Auditorium alla presenza di numerosi giornalisti, dei soliti “sedicenti tali”, di Mario Ciampà direttore artistico del Festival e naturalmente dei responsabili della Fondazione Musica per Roma, Aurelio Regina, Presidente e José R. Dosal, Amministratore Delegato. E anche in questa occasione non sono mancati i distinguo tra i due, così mentre Dosal sottolineava come le statistiche dell’ultimo anno ponessero l’Auditorium in cima alle preferenze culturali del pubblico romano, molto più correttamente Regina ribadiva che l’Auditorium fin dalla sua comparsa ha focalizzato attenzione e preferenze degli spettatori capitolini.

Dianne Reeves

E veniamo adesso al folto e interessante programma: come si diceva apertura il primo novembre con due concerti, i Radiodervish alle 21 nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica e gli attesissimi Kokoroko alle 21.30 al Monk Club. Collettivo di otto elementi inglesi di origine africana guidati dalla trombettista Sheila Maurice-Grey, i Kokoroko mescolano le loro radici nigeriane e West Africa con l’urban sound londinese.

Sabato 2 novembre alle 21 in Sala Sinopoli dell’Auditorium primo appuntamento da non perdere: sarà di scena la statunitense Dianne Reeves, considerata una delle più importanti interpreti femminili di jazz del nostro tempo, mentre il 4 novembre, sempre all’Auditorium ma in sala Petrassi, sarà possibile ascoltare il batterista messicano Antonio Sanchez & Migration. Sanchez ha dedicato il suo ultimo lavoro discografico “Lines in the Sands” al tema dell’immigrazione come risposta alle politiche del Presidente Donald Trump e al suo famigerato muro anti-immigrati.

Altro appuntamento di particolare rilievo mercoledì 6 novembre (h21, Sala Petrassi)  con il Cross Currents Trio, “supergruppo” formato da una leggenda del contrabbasso, l’inglese Dave Holland, affiancato dal sassofonista statunitense Chris Potter e dal percussionista indiano Zakir Hussein, specialista del tabla. La loro musica esplora le relazioni tra la musica folk indiana e il jazz a partire dalla rilevanza che l’improvvisazione ha in entrambe.

Archie Shepp

Lunedì 11 novembre nella Sala Sinopoli dell’Auditorium, une delle chicche del Roma Jazz Festival 2019: di scena Archie Shepp, accompagnato dal suo Quartet. Carismatico, intensissimo, capace di battaglie artistiche e sociali che hanno davvero cambiato il corso degli eventi nel ventesimo secolo, ancora oggi Archie Shepp, dopo ben 60 anni di carriera, è un autentico fuoriclasse e rappresenta la reale incarnazione dell’incontro fra l’avanguardia del free jazz e l’impegno politico.

Mercoledì 13 novembre, alle ore 21 nella Sala Borgna dell’Auditorium PdM, è la volta dell’armeno Tigran Hamasyan, in piano solo.

Il giorno dopo, sul palco della Sala Borgna dell’Auditorium, si presenterà il pianista cubano Dayramir Gonzalez, che ha esordito dal vivo all’età di 16 anni nell’orchestra afrocubana di Oscar Valdes Diàkara. Gonzalez presenta “The Grand Concourse”, il disco che lo ha consacrato come uno dei più autorevoli esponenti della tradizione afrocubana a New York.

Sempre il 14 novembre ma al Monk Club il chitarrista Cory Wong mentre il giorno dopo all’Alcazar arriva il sassofonista Donny McCaslin, noto anche fuori i confini del jazz per la sua partecipazione a “Blackstar”, album canto del cigno di David Bowie.

Sabato 16 novembre alla Casa del Jazz un appuntamento che sento di consigliarvi caldamente: sto parlando della musicista albanese Elina Duni, impegnata in un concerto in solitaria per voce, pianoforte e chitarra. Nata a Tirana, Elina Duni ha lasciato l’Albania insieme alla madre subito dopo la caduta del regime comunista. In Svizzera ha conosciuto il jazz e se ne è innamorata. Il suo ultimo album, “Partir” (ECM 2018) che si apre con un’abbagliante versione di “Amara terra mia” di Domenico Modugno, è composto da 12 brani cantati in nove lingue diverse e da sonorità che evocano le tradizioni albanesi, svizzere, armene, arabo-andaluse, portoghesi e yiddish. Sono canzoni d’amore e di perdita, che cantano la struggente nostalgia di chi si mette in viaggio, fra il dolore della separazione e il coraggio di cercare nuovi inizi.

Abdullah Ibrahim

Domenica 17 novembre alla Sala Sinopoli dell’Auditorium un artista la cui vita è stata interamente dedicata al superamento delle barriere razziali: Abdullah Ibrahim.  Con il nome di Dollar Brand il pianista sudafricano, oggi ottantenne, rimase nel suo paese d’origine fino agli inizi degli anni ’60 suonando al fianco di Miriam Makeba e fondando la prima importante jazz band del continente africano. Costretto all’esilio in Svizzera per fuggire dagli orrori dell’Apartheid, fu scoperto nel 1965 da Duke Ellington che lo portò a New York. Negli States divenne membro dell’avanguardia al pari di John Coltrane e Ornette Coleman, con cui collaborò in diverse occasioni, imponendosi grazie al suo originale stile pianistico. Nel 1968 Brand si convertì all’Islam e prese il nome di Abdullah Ibrahim, che gradualmente negli anni fece svanire il ricordo del precedente nome d’arte. Durante gli Anni Settanta e Ottanta, divenne la figura più rappresentativa per l’integrazione della scena jazz africana. Figura simbolo della lotta al razzismo, il pianista è ritornato in Patria dopo la fine del regime.

Lunedì 18 novembre in Sala Borgna il chitarrista, pianista e compositore statunitense Ralph Towner, capace di padroneggiare i diversi linguaggi della musica classica, del jazz, delle musiche popolari, e di saperli fondere in una sintesi avanzata sempre in linea con lo spirito dei tempi. Componente essenziale della storica band Oregon, Towner ha una carriera solistica documentata da oltre quarant’anni dalla casa discografica ECM.

Carmen Souza

Beat voodoo, rock haitiano, blues americano è la miscela esplosiva che viene fuori da “Siltane”, l’ultimo album della cantante Moonlight Benjamin, definita dalla stampa la Nina Hagen di Haiti, sul palco dell’Alcazar giovedì 21 novembre alle ore 21.30.

Si ritorna al Monk la sera successiva, venerdì 22 novembre, per l’incontro fra Gary Bartz, un pioniere del genere fusion, e i Maisha, band esponente della nuova scena londinese.

Fra i momenti più attesi di tutto il festival c’è anche il concerto di Carmen Souza venerdì 29 novembre alle 21 nella Sala Borgna per presentare il suo ultimo disco in uscita nel mese di ottobre. Il disco è “The Silver Messengers” ed è un tributo al pianista pioniere dell’hard bop Horace Silver, fra le sue principali fonti di ispirazione.

Domenica 1° dicembre il festival si chiude con il concerto Mare Nostrum, ensemble composto da musicisti che non hanno bisogno di presentazioni: Paolo Fresu, tromba e flicorno, Richard Galliano, fisarmonica e accordina, Jan Lundgren, pianoforte. In Sala Sinopoli dell’Auditorium il viaggio del Roma Jazz Festival termina così dov’era cominciato, richiamando con il nome dell’ensemble quel Mediterraneo che è ricordo e promessa di una convivenza fertile.

Mare_Nostrum_Fresu_Galliano_Lundgren

Particolarmente significativa la presenza italiana; oltre ai già citati Radiodervish e Paolo Fresu, il 9 novembre alla Casa del Jazz la Big Fat Orchestra diretta da Massimo Pirone, ospite speciale Ismaele Mbaye (voce e percussioni), presenterà la produzione originale, “Journey Suite”. Sempre alla Casa del Jazz il 23 novembre Federica Michisanti Horn Trio, una delle musiciste che si stanno imponendo nella scena del jazz italiano come contrabbassiste, compositrici e leader di propri gruppi e progetti. In particolare, nel caso di Federica ero stato facile profeta nel pronosticarle un futuro radioso date le capacità che questa artista ha evidenziato sin dal suo primo apparire sulla scena romana. Per questo importante appuntamento la Michisanti si presenta con Francesco Bigoni al sassofono e Francesco Lento alla tromba e al flicorno.

Mercoledì 27 novembre nella Sala Borgna dell’Auditorium (ore 21) sarà possibile ascoltare il Leonard Bernstein Tribute a opera del sassofonista Gabriele Coen, il musicista italiano che più ha indagato e lavorato sul rapporto tra jazz e musica ebraica in tutte le sue forme e reciproche acquisizioni.

Si rimane in Sala Borgna anche il giorno seguente, giovedì 28 novembre, con Il Jazz visto dalla Luna di Luigi Cinque e la sua Hypertext O’rchestra che vanta come componenti, fra gli altri, la cantante Petra Magoni, il pianista Antonello Salis e il percussionista Alfio Antico. Special guest della serata Adam Ben Ezra al contrabasso e voce. Il progetto e le musiche originali de Il Jazz visto dalla Luna sono di Luigi Cinque con citazioni di grandi del blues e del jazz nonché di Stravinsky, Varèse, Cage, Davis, Balanescu, AREA, Kraftwerk, African and Balkanian music.

Il penultimo concerto della 43° edizione del RJF è affidato al sassofono di Roberto Ottaviano che sabato 3 novembre in Sala Borgna, presenta “Eternal Love”, la sua ultima produzione discografica. In “Eternal Love”, Ottaviano presenta una serie di composizioni di Abdullah Ibrahim, Charlie Haden, Dewey Redman, Elton Dean, John Coltrane, Don Cherry, accanto a suoi brani originali.

Gerlando Gatto

Una nuova recensione del libro “L’altra metà del Jazz” di Gerlando Gatto

Continua il percorso del secondo libro del nostro direttore, Gerlando Gatto, “L’altra metà del Jazz”, tra presentazioni in tutta Italia e recensioni. Pubblichiamo con grande piacere l’ultima di esse, scritta dal filosofo e critico musicale Neri Pollastri, pubblicata su All About Jazz, che ringraziamo.

L’altra metà del jazz
Gerlando Gatto
255 pagine
ISBN: 978-88-97705-81-9
Kappa Vu, Udine
2018″Circa un anno dopo il suo Gente di Jazz (clicca qui per leggerne la recensione) Gerlando Gatto torna a pubblicare un nuovo libro di interviste. La novità—come annuncia il titolo parafrastico—sta nel tipo di protagonisti delle interviste: L’altra metà del jazz sono infatti le interpreti femminili di questa musica, quelle “voci di donne nella musica jazz”—come recita il sottotitolo—spesso trascurate in misura perfino maggiore rispetto a quanto già non avvenga in altri ambiti della società e ciononostante—come ben mostra l’ampiezza del libro—tutt’altro che marginali sia numericamente, sia qualitativamente.

Altra cosa che differenzia il presente lavoro dal suo antecedente è che le interviste siano state in larga misura realizzate appositamente per questa raccolta, quindi quasi tutte piuttosto recenti. Con qualche eccezione, talvolta eccellente—l’intervista a Tiziana Ghiglioni unisce un’intervista del 1990 con una del 2013, così da integrare momenti diversi della sua vita, mentre quella a Karin Krog è del 1991—talvolta anche dolorosa—come nel caso di due artiste oggi scomparse, la cantante norvegese Radka Toneff, suicidatasi nel 1982, e la pianista catanese Dora Musumeci, brillante pioniera del nostro jazz investita da un ignoto pirata della strada nel 2004.

Tra le ben trenta artiste intervistate—delle quali undici sono straniere—troviamo figure di primo piano accanto ad altre meno conosciute, scelta che permette da un lato di vedere più da vicino musiciste delle quali già si apprezza la produzione, dall’altro di venire a conoscenza di artiste ignote ai più. Per tutte, comunque, le interviste toccano tanto il versante artistico, quanto quello personale, per provare a comprendere in che modo le donne vivano un mondo popolato perlopiù di uomini e anche in come questi ultimi si relazionino con loro. Da questo punto di vista, la buona notizia è il fatto che le intervistate alle quali venga richiesto (non tutte, ma molte) se si siano imbattute in più o meno pressanti “richieste indecenti,” rispondono nella quasi totalità negativamente e anche le poche che non lo fanno affermano di essersi liberate con un semplice diniego. Ma ovviamente l’esplorazione fatta da Gatto del rapporto tra femminilità e attività artistica in ambito jazz non si limita a questo e tocca molteplici temi, intrecciandosi con quelli relativi all’attività artistica.

Anche la selezione delle artiste è piuttosto varia sia per tipo di interpretazione, sia per genere: molte, ovviamente, le cantanti, da Dee Dee Bridgewater a Youn Sun Nah, passando per Karin KrogSarah Jane Morris e molte delle migliori voci nostrane; diverse le pianiste, con Myra MelfordIrene Schweizer, e Hiromi Uehara, senza dimenticare Rita Marcotulli e appunto la Musumeci; ma non mancano giovani sassofoniste come Giulia Barba, contrabbassiste come Silvia Bolognesi, fino all’arpista Marcella Carboni.

Lo spessore delle singole interviste dipende ovviamente dall’interlocutrice. A nostro personalissimo giudizio sono sembrate particolarmente interessanti quelle della Melford e della Schweizer, mentre tra le italiane quelle di Petra Magoni e Ada Montellanico. Una nota particolare meritano tuttavia le interviste a Enrica Bacchia, vocalist dallo straordinario percorso di ricerca, e a Donatella Luttazzi, figlia di Lelio, per lo spessore umano che vi traspare. Ma, con pochissime eccezioni, tutte le interviste sono interessanti, vuoi per quanto le artiste hanno da comunicare, vuoi per il garbo con cui sono realizzate.

Un bel libro, che Gatto confessa di aver messo in cantiere dopo alcune critiche ricevute per l’assenza di figure femminili nel suo lavoro precedente. In effetti, da questo punto di vista si tratta di un libro che si può a buon diritto definire necessario.” (Neri Pollastri)

courtesy: All About Jazz

 

Le riflessioni di Marco Giorgi su “L’altra metà del Jazz” di Gerlando Gatto

Riflessioni indotte dalla lettura de “L’altra metà del Jazz” di Gerlando Gatto

Gerlando Gatto pubblica per KappaVu/Euritmica  “L’Altra Metà Del Jazz”, ideale prosecuzione del precedente “Gente Di Jazz”, che ha ottenuto molti riscontri positivi ma che ha anche ricevuto qualche bonaria critica. La moglie di Gerlando Gatto, infatti, così come anche l’attenta giornalista Claudia Fayenz a cui è affidata la prefazione, avevano notato che “Gente Di Jazz” conteneva esclusivamente interviste agli uomini del jazz e che la componente femminile ne era quindi assente. Non per assicurarsi la quiete familiare (happy wife happy life dicono gli americani), Gatto ha recepito l’osservazione e già nel corso della conferenza stampa di presentazione di “Gente Di Jazz” aveva promesso di realizzare un nuovo volume dedicato alle donne nel jazz. Dato che l’autore è una persona di parola, eccoci qui a scrivere del suo nuovo lavoro, una raccolta di bellissime conversazioni con artiste italiane e straniere. 
Al contrario del precedente volume, la nuova opera contiene per il 90% interviste realizzate specificatamente per questo libro. Anche se voi potreste pensare che un’intervista è solo un’intervista e che tante interviste insieme fanno un libro di interviste, il fatto che Gatto le abbia realizzate quasi tutte avendo in mente questo progetto editoriale conferisce al libro un carattere di unitarietà e omogeneità che è immediatamente rilevabile. 
Sono trenta le donne di questo libro, ordinate in rigoroso ordine alfabetico, e comprendono nomi noti e meno noti del panorama jazz nazionale e internazionale. Dalla cubana Daymé Arocena alla partenopea Maria Pia De Vito, da Petra Magoni a Tiziana Giglioni, da Karin Krog alla sfortunata Radka Toneff, da Ada Montellanico alla sudcoreana Youn Sou Nah, da Rita Marcotulli a Sarah Jane Morris, da Dee Dee Bridgewater a Enrica Bacchia…

(Radka Toneff)

Gatto riesce a far emergere la personalità delle varie musiciste, il loro spessore artistico e spesso umano. Qualche volta la conversazione scorre fluida e riesce ad esulare dall’ambito jazzistico scendendo più in profondità sino ad arrivare alla sfera personale, altre volte, quasi sempre con le artiste straniere, il riserbo per il privato ha il sopravvento e l’intervista viene saldamente ancorata all’aspetto tecnico artistico. Gatto è molto bravo a mettere le musiciste a proprio agio e a ricevere da loro informazioni sempre interessanti e mai banali.

La lettura del libro, soffermando l’attenzione soprattutto alle conversazioni con le artiste i cui nomi possono risultare meno familiari al grande pubblico, ci ha indotto ad alcune riflessioni. La prima è quanto lavoro, quanto amore, quanto impegno queste musiciste mettano nella loro professione. Quanta fatica si debba profondere per un applauso, quanto difficile sia la vita per chi ha scelto l’arte e il jazz in particolare, come scopo della propria vita. In tutto il libro non c’è mai un rimpianto, un “se avessi fatto un’altra cosa”, ma solamente la volontà di andare avanti e di migliorare e di non voltarsi indietro. La seconda riflessione che il libro di Gatto ci ha indotto a fare è che anche l’artista meno nota, che esprime il suo pensiero in questo libro, è importante, indipendentemente dall’apporto che è in grado di dare alla musica e al jazz. Di solito noi alziamo lo sguardo verso le stelle, ammiriamo chi per meriti propri o per sue fortunate traiettorie “ce l’ha fatta” e tendiamo invece ad ignorare chi al di sotto della volta stellata lavora con costanza e amore alla musica, pur nella consapevolezza che il successo è, il più delle volte, solo una chimera. Dovremmo invece smettere di scrutare costantemente il cielo con il telescopio e rivolgere il nostro sguardo sulla terra, come ha fatto Gerlando Gatto, andando a cercare attorno a noi la bellezza che ci circonda e che spesso, per nostri limiti o pigrizia, siamo portati a ignorare.

Marco Giorgi per www.red-ki.com

Udin&Jazz 2017: ottima anche l’edizione di quest’anno con alcuni concerti che resteranno negli annali del Festival

“Questa musica non ha passato e non ha futuro. Non ha passato perché mai è stata eseguita, non ha futuro perché mai sarà eseguita: questa è una musica che si crea e si consuma nel momento stesso in cui la si suona”. Con questa parole – citate più o meno testualmente – Massimo De Mattia ha introdotto il suo concerto a Udine&Jazz 2017. Abbiamo voluto iniziare questo reportage sul Festival friulano, ideato e condotto con passione e professionalità da Giancarlo Velliscig, citando De Mattia perché in queste frasi sono raccolte alcune delle linee guide della manifestazione: innanzitutto proposte sempre di alta qualità sia che si tratti di mainstream sia che si tratti della più radicale sperimentazione; dare ampio spazio ai musicisti “locali”. Di qui il concerto di De Mattia, ma anche le performance di Francesco Bearzatti (ascoltato ed apprezzato in differenti contesti), della violinista Ludovica Burtone, del chitarrista Gaetano Valli, della “Udin&Jazz Big Band”, di Claudio Cojaniz, della collaudata e acclamata sezione ritmica costituita da Alessandro Turchet contrabbasso e Luca Colussi alla batteria.

Accanto a ciò l’altra linea portante del festival, il tema che caratterizza questa edizione, “Ethnoshock!”, ossia la palese dimostrazione di come oggi il jazz, forse più che nel recente passato, riesca ad inglobare i più differenti linguaggi, anche quelli derivanti dalla musica etnica. Ecco, quindi, gli applauditi concerti di “Shabaka & The Ancestors”, Adnan Joubran, Mulatu Astatke e Bombino.

Ma procediamo con ordine.

Dopo i concerti del 30 giugno a Cervignano del Friuli (B4Swing Vocal Quartet e Renato Strukelj Big Band) e del primo luglio a Tricesimo (Gianluca Mosole Overmiles 4et), il 4 luglio il Festival è entrato nel vivo con i concerti “udinesi”.

A dar fuoco alle polveri, alle 18 in Piazza Matteotti, è stata un’artista di casa, la violinista Ludovica Burtone, oggi residente a New York, in quartetto con Leandro Pellegrino chitarra, Alessandro Turchet contrabbasso e Luca Colussi alla batteria. Dopo aver frequentato con profitto i territori della musica classica, esibendosi tra l’altro dal 2001 con L’Orchestra Sinfonica del Friuli VG, Ludovica si è trasferita negli States studiando e lavorando presso il Berklee College of Music di Boston dove ha avuto modo di conoscere e collaborare con diversi musicisti di elevato spessore quali Danilo Perez, Joe Lovano e Susana Baca, della quale conserva un vivissimo ricordo. A contatto con queste realtà, la Burtone ha concepito il progetto presentato a Udine, dove tornava ad esibirsi dopo un lungo periodo. L’emozione di trovarsi dinnanzi al pubblico di casa deve essere durata pochi secondi, perché sin dall’inizio la violinista ha mostrato tutte le sue potenzialità: una tecnica sopraffina, un sound particolare, un perfetto equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione, una raffinata facoltà compositiva e soprattutto la capacità di rapportarsi con gli altri musicisti e di guidare il gruppo con mano sicura. Perfetta l’intesa con il chitarrista e di sicura valenza il repertorio in cui echi della classica, della musica brasiliana, del jazz si fondono a costituire un unicum di raffinata eleganza.

A seguire, sempre in piazza Matteotti, il già citato concerto di Massimo De Mattia 4et “SuonoMadre” con Luigi Vitale vibrafono, balafon, elettronica, Giorgio Pacorig Fender Rhodes, Zlatko Kaucic batteria, percussioni, elettronica. Come si accennava, quello presentato dal flautista è stato un set totalmente improvvisato; quando De Mattia si è espresso nei termini di cui in apertura, abbiamo dato uno sguardo alla platea per capire quanti spettatori sarebbero rimasti sino alla fine; ebbene, quando il concerto è finito, tra gli appalusi generali, gli spettatori c’erano tutti e ci ha particolarmente colpiti un bambino biondo, di uno o due anni, che ha seguito il concerto con il pollice in bocca divertendosi un mondo. Questo a dimostrazione di come la musica, quando è vera, sincera, espressione dell’anima, arriva al cuore di chi ascolta anche se non rispetta canoni conosciuti. In effetti quella di Massimo e compagni è stata una delle performance più riuscite dell’intero festival: la musica scorre fluida, senza un attimo di stanca, con tutti e quattro i musicisti con le orecchie e la mente bene aperte per individuare, magari con un attimo di anticipo, la strada che il compagno intende seguire. È uno spettacolo vedere come nessuna sollecitazione rimanga senza risposta, come l’improvvisazione totale non significhi caos senza senso ma costruzione di un discorso con un suo preciso perché. E così la musica si frantuma in mille rivoli per ricondursi successivamente ad unità, in un’orgia di suoni che richiamano atmosfere jazz, rock, etniche. Il momento più elettrizzante si è avuto verso le 20, quando le campane della Chiesa di San Giacomo hanno cominciato suonare; il gruppo ha immediatamente accettato la sfida alzando i volumi e le dinamiche al massimo mantenendo comunque una coerenza di fondo… e il pubblico, con il fiato sospeso, a seguire questa incredibile contesa in religioso silenzio come se vedesse un thriller di Brian De Palma; insomma un set memorabile che resterà scolpito in quanti hanno avuto la fortuna di assistervi.

In serata, nella Corte di Palazzo Morpurgo, Vanessa Tagliabue Yorke con il suo progetto “We Like It Hot” (“A noi piace il Jazz caldo”) di recente pubblicato nell’omonimo album della ‘artesuono’. Il gruppo è lo stesso del CD: ad accompagnare la vocalist, Paolo Birro al pianoforte, Francesco Bearzatti al clarinetto e Mauro Ottolini al trombone. L’idea di fondo è quella di ricreare le atmosfere del jazz anni Venti riproponendo soprattutto il repertorio di Annette Hanshaw (1901-1985), vocalist che con il suo modo di cantare, rilassato, suadente e con quella  voce così particolare che mescolava l’ingenuità tipica dell’età adolescenziale con  lo spirito delle “flapper”, le ragazze alla moda dell’epoca, si guadagnò una vastissima popolarità tanto da essere soprannominata dagli stessi musicisti “The Personality Girl”. La Tagliabue entra benissimo nel personaggio e sul palco si muove con bella disinvoltura presentando i vari brani, per l’appunto, con una certa ingenuità (vera o finta francamente non siamo in grado di affermarlo). La voce è giusta, perfettamente in linea con il repertorio, mentre l’accompagnamento strumentale è superlativo. Ma d’altro canto non c’è da stupirsi vista la statura dei personaggi: Paolo Birro è pianista che tutti gli appassionati di jazz conoscono e apprezzano; Francesco Bearzatti è una delle punte di diamante del nostro jazz e come egli stesso ci ha confermato, si è divertito moltissimo a suonare il clarinetto e ad affrontare un repertorio per lui certo non usuale; dal canto suo Mauro Ottolini, trombonista, compositore, arrangiatore,  è un altro dei “grandi” del jazz italiano, in grado di affrontare con innegabile maestria sia un repertorio “classico” sia brani di assoluta modernità.

Ed eccoci alla giornata del 5 luglio.

Alle 18, ancora in piazza Matteotti, il chitarrista Gaetano Valli in “Hallways –

Remembering Jim Hall”. Anche in questo caso si tratta della presentazione in anteprima di un lavoro discografico di recente pubblicato dalla Jazzy Records anche se il gruppo di Udine è stato diverso rispetto a quello su disco. In effetti sul CD figurano, oltre a Valli, Sandro Gibellini alla chitarra semi-acustica, Giovanni Mazzarino al pianoforte, Fulvio Vardabasso alla chitarra semi-acustica, Flavio Davanzo alla tromba, Alessandro Turchet al contrabbasso e Aljosa Jeric alla batteria. Per la performance festivaliera Gaetano Valli aveva pensato alle tre chitarre più la sezione ritmica ma la indisponibilità di Gibellini e Vardabasso ha fatto sì che Valli dovesse reinventare il tutto; alcuni arrangiamenti sono stati rivisti, Flavio Davanzo, il trombettista, si è reso disponibile a studiare anche alcune delle parti che sul disco vengono suonate dalle chitarre… e il tutto ha funzionato a meraviglia. Il gruppo si è mosso con disinvoltura alla scoperta non tanto dello stile di Jim Hall quanto – come ci ha dichiarato lo stesso Valli – della mentalità organizzatrice del chitarrista, di come, cioè, Jim Hall fosse in grado di esprimersi al meglio all’interno dei contesti più disparati, collaborando con pianisti, trombettisti, contrabbassisti Di qui una serie di brani che si rifanno alle formazioni storiche guidate dal chitarrista con Gaetano Valli e Flavio Davanzo in grande spolvero, perfettamente coerenti nel rendere omaggio ad una delle figure più importanti della storia del jazz. Da sottolineare la coesione della sezione ritmica con Turchet e Jeric che hanno offerto a chitarra e tromba un tappeto ritmico-armonico di straordinaria fattura.  Il pubblico ha seguito con attenzione il concerto; particolarmente gradito il brano “Calypso” di Gaetano Valli impreziosito dalla partecipazione di Marinella Pavan all’ukulele.

A seguire, sempre in piazza Matteotti, il trio Bearzatti-Gatto-Bex in “Dear John – open letter to Coltrane” ovvero un omaggio scritto da Francesco Bearzatti per i cinquant’anni dalla morte del grande sassofonista. Omaggiare Coltrane non è certo impresa facile data l’importanza, non solo artistica, che il grande sassofonista ha avuto nella storia della musica tout court. Quindi, come ricordare Coltrane? Imitandone lo stile, ripercorrendone il repertorio? Strade chiaramente non percorribili. Occorre quindi trovare una via nuova che riesca in qualche modo a trasmettere l’energia, l’ansia di ricerca, la spiritualità del sassofonista. Bearzatti ha tentato di raggiungere questo obiettivo con un trio atipico rispetto al Coltrane più conosciuto: sax, batteria e organo Hammond. Risultato: una performance interessante ma discontinua nel senso che mentre nei brani più lenti, melodici il trio si integrava alla perfezione, nei brani più mossi questa unità si perdeva e Bex appariva non sempre in linea con i compagni d’avventura. Viceversa si mantenevano sui soliti ottimi standard per tutta la durata del concerto sia Bearzatti sia Gatto, che ha preso il posto di Jeff Ballard presente alla prima esecuzione del progetto a Prato.

In serata, presso la Corte di Palazzo Morpurgo, ad incantare il pubblico di Udine è stato il sassofonista inglese Shabaka Hutchings, insieme ai The Ancestors, straordinaria band sudafricana, in un progetto che arriva per la prima volta in Italia. Ed è stato un altro dei momenti più significativi della rassegna, specie con riferimento al tema “Ethnoshock!”; in effetti il gruppo guidato dal sassofonista rappresenta un esempio di come il jazz possa ancora collegarsi alla madre Africa senza scadere nel deja vu o peggio ancora nel manierismo. Londinese di origini caraibiche, Shabaka è considerato elemento di spicco tra le stelle nascenti del nuovo jazz mondiale; non a caso, a poco più di 30 anni ha già vinto un MOBO Award, un Mercury Prize ed ha registrato e suonato con artisti di assoluto spessore come la Sun Ra Archestra, Courtney Pine, Mulatu Astatke e gli Heliocentrics, Jack DeJohnette, Charlie Haden, Evan Parker…Per quest’ultimo progetto – “Wisdom of Elders” fissato su cd – il sassofonista si è presentato a Udine con Mthunzi Mvubu sax alto, Siyabonga Mthembu voce, Ariel Zomonsky basso, Tumi Mogorosi batteria, Gontse Makhene percussioni, un ensemble, come accennato, di musicisti sudafricani con i quali intende recuperare le radici del Jazz Sudafricano per proiettarle in una nuova dimensione. Shabaka scrive temi assolutamente fruibili in cui suggestioni provenienti da mondi diversi – Africa, Stati Uniti, Caraibi – si fondono in un unicum di straordinario interesse. Del tutto funzionale a questi obiettivi, la band assolutamente compatta con la voce emozionante, straniante di Siyabonga Mthembu che rappresentava il legame più stretto con l’Africa anche se ad un orecchio poco attento poteva apparire distonica rispetto al resto del gruppo.

Il 6 luglio ci trasferiamo alla Loggia del Lionello per ascoltare l’“Udin&Jazz Big Band” rinforzata da Francesco Bearzatti. L’orchestra, nata nel 2016 da un’idea di Emanuele Filippi e Mirko Cislino, e prodotta da Euritmica, riunisce molti tra i migliori giovani musicisti jazz del triveneto con alcune punte di eccellenza quali il già citato trombettista Mirko Cislino, il sassofonista Filippo Orefice e Filippo Vignato al trombone. Dopo l’esordio dello scorso anno con l’apporto del sassofonista inglese Soweto Kinch, questa volta la band ha presentato un progetto – “Sounds Across Boundaries” – che nasce dalla volontà di presentare musica originale ispirata dal canto popolare di diverse tradizioni di tutto il mondo. Di qui una serie di temi, alcuni davvero entusiasmanti, scritti da Emanuele Filippi, Mirko Cislino e Max Ravanello. Notevole l’impatto sonoro della big band lungamente applaudita da un pubblico folto e competente.

Pubblico che ha accolto con entusiasmo anche il concerto delle 20 alla Corte di Palazzo Morpurgo con “Musica Nuda” ovvero Petra Magoni voce e Ferruccio Spinetti contrabbasso. Non c’è dubbio che questo duo funzioni, specie dal vivo. Indubbia la capacità della Magoni di stare sul palco grazie anche alle acrobazie virtuosistiche di una voce duttile ed elegante, ben sorretta dal contrabbasso di Spinetti che riesce a riempire lo spazio sonoro senza ricorrere a particolari accorgimenti. Di qui un successo di pubblico che si rinnova ad ogni uscita discografica. A questa regola non sfugge l’ultimo cd, “Leggera”, disco cantato per la prima volta tutto in italiano e che è stato presentato a Udine. L’album si collega direttamente alla leggerezza delle canzoni delle popstar italiane degli anni ’60, vero e proprio periodo d’oro della musica italiana. Come si accennava, alla fine del concerto pubblico soddisfatto a richiedere un bis prontamente concesso. Nella mente del vostro cronista resta tuttavia un dubbio: “Musica Nuda” è più interessata al successo di pubblico o a realizzare qualcosa di artisticamente valido? In effetti le potenzialità ci sono, ma il repertorio di quest’ultimo cd è davvero leggero, forse un po’ troppo leggero.

In serata eccoci al Piazzale del Castello; mentre sullo schermo scorrono le immagini del film “Da Clay ad Ali, la metamorfosi” diretto da Emanuela Audisio e andato in onda in prima TV il giorno in cui Ali avrebbe compiuto 75 anni, Remo Anzovino & Roy Paci propongono “Fight For Freedom – Tribute To Muhammad Ali” ovvero 12 brani inediti che ne costituiscono la colonna sonora.

Venerdì 7 luglio forse la giornata migliore del Festival. Nel pomeriggio, alle 18, alla Loggia del Lionello Claudio Cojaniz & Second Time in “Songs for Africa”. Il pianista friulano, con Alessandro Turchet contrabbasso, Luca Grizzo percussioni e voce, Luca Colussi batteria ha presentato il suo ultimo progetto già fissato sull’omonimo album uscito proprio in questi giorni per la Caligola in collaborazione con l’associazione Time for Africa di Udine. Declinato attraverso composizioni originali quasi tutte di Cojaniz, ispirate per l’appunto all’Africa, concerto (e album) hanno confermato – se pur ce ne fosse bisogno – la classe cristallina di un artista che riesce a coniugare sincerità di ispirazione, capacità di scrittura e di improvvisazione, umiltà nel rapporto con i compagni e nel mettersi semplicemente al servizio della musica. Così l’ascoltatore si lascia docilmente trasportare in questa sorta di viaggio immaginario attraverso i vari aspetti della molteplice e variegata cultura dei popoli africani. Come al solito ora lirico ora trascinante il pianismo senza fronzoli di Cojaniz ottimamente sostenuto da Turchet, bravo anche all’archetto, e da una formidabile coppia ritmico-percussiva costituita dai due Luca, Colussi e Grizzo.

Subito dopo il concerto di Cojaniz, il clima ha pensato bene di sferrare un tiro mancino agli organizzatori e ad Adnan Joubran che presentava il suo nuovo progetto “Borders Behind”, unica data italiana del suo tour europeo; pioggia, anche se non forte, e quindi inagibilità della Corte di Palazzo Morpurgo. In tutta fretta si è cercata un’altra sede e la si è trovata in una piccola sala adiacente, che ha costretto gli artisti ad esprimersi in due set per far sì che tutto il pubblico accorso numeroso, potesse assistere al concerto. Ed in effetti perderlo sarebbe stato un peccato dal momento che l’artista palestinese ha dimostrato di meritare appieno la fama che l’aveva preceduto. Specialista dell’oud, nato e cresciuto in una famiglia di musicisti (attualmente è parte integrante anche di un trio con gli altri due fratelli), Joubran ha suonato con Prabhu Edouard alle tablas, Valentin Mussou al violoncello, Jorge Pardo flauto e sax e Habib Muftah Busheri alle percussioni. E la struttura stessa dell’organico ci dà un’indicazione precisa di quale sia la direzione che Adnan ha voluto prendere con questo gruppo: mescolare la sua cultura araba con le influenze derivanti dalla musica indiana, dal jazz, dalla musica classica fino a giungere al flamenco grazie all’apporto di Jorge Pardo che ha suonato anche con Paco De Lucia. Di qui una musica tutt’altro che banale, ben strutturata e impreziosita dagli assolo di tutti i musicisti tra i quali comunque Adnan si faceva notare non solo per la maestria tecnica ma anche per la sicurezza con cui guidava il gruppo, in una situazione logistica tutt’altro che facile… anche se in un’intervista che ci ha concesso il giorno dopo, (e che leggerete tra qualche settimana) Adnan ci ha confessato che questo di Udine era stato uno dei concerti migliori della sua vita data la vicinanza così stretta con il pubblico.

Finita la pioggia, tutti al Piazzale del Castello per assistere all’evento forse più atteso dell’intero festival, Mulatu Astatke con “Sketches of Ethiopia”, unico concerto italiano del suo tour. Il leggendario vibrafonista, compositore, arrangiatore, padre dell’Ethio Jazz non ha deluso le aspettative. Ad onta dei suoi 74 anni, Astatke sul palco non ha denotato la minima stanchezza passando con disinvoltura dal vibrafono alle percussioni e guidando con mano sicura un ottetto in cui i fiati di James Arben (sax clarinetto flauto) e Byron Wallen (tromba) duettavano magnificamente sia tra di loro sia con il vibrafono del leader sia con le tastiere di Alexander Hawkins mentre il violoncello di Danny Keane provvedeva a colorare il tutto con un timbro particolare e la sezione ritmica – John Edwards al basso (semplicemente spettacolare in alcuni assolo), Tom Skinner alla batteria e Richard Olatunde Baker alle percussioni – riportava il tutto a sonorità più propriamente africane. Così abbiamo ascoltato alcune composizioni di Astatke che si iscrivono sicuramente nell’ambito del JAZZ senza se e senza ma, ricche di profumi africani, particolarmente suggestivi specie sotto il profilo ritmico, con una band che scomponendosi e ricomponendosi in diversi organici, rispondeva perfettamente alle sollecitazioni del leader.  Insomma è stato come vedere sul palco un pezzo di storia del jazz di questi ultimi cinquant’anni, tenuto conto che nel curriculum di Astatke figurano, tra l’altro, le collaborazioni con John Coltrane, Miles Davis e Duke Ellington, quest’ultima datata 1973, la colonna sonora del film “Broken Flowers” di Jim Jarmush che l’ha reso famoso anche al di fuori degli stretti confini del jazz… oltre al fatto di essere stato il primo musicista africano ad essere ammesso nel celebre  Berklee College of Music di Boston, e non ci vogliono certo molte parole per spiegare cosa ciò abbia significato.

Sabato 8 luglio ancora due concerti di livello.

Alle 18,30 nella Corte di Palazzo Morpurgo, il Giorgia Sallustio Quintet impegnato nella riproposizione dell’album “Around Evans” con Roberto Cecchetto, chitarrista tra i più autorevoli della scena jazz europea, l’esperto pianista e arrangiatore friulano  Rudy Fantin e le giovani e talentuose Roberta Brighi al basso elettrico (davvero notevole il suo sound) ed Evita Polidoro alla batteria. Alle prese con un repertorio certo non facile, costituito da brani di Evans, da pezzi che il pianista amava comunque includere nelle sue performance e da alcuni original, la vocalist friulana ha evidenziato una sicurezza, una padronanza dei propri mezzi vocali ed espressivi e soprattutto una naturalezza nel porgere la voce, propria solo di una vera artista. Di qui un set estremamente gradevole, grazie anche agli arrangiamenti di Fantin e della stessa Sallustio che hanno trovato rispondenza in un pubblico ancora una volta folto e competente.

Alle 21,30, sempre in Corte Morpurgo, un altro dei concerti più attesi. Protagonista il chitarrista e vocalist Bombino, con Illias Mohamed chitarra, calabash, cori, Youba Dia basso e Corey Wihelm batteria. Goumar Almoctar, nome d’arte Bombino (storpiatura dell’italiano bambino), è personaggio davvero incredibile: nato e cresciuto in Niger, ad Agadez, nel nord dell’Africa, nella tribù dei Tuareg Ifoghas, diventa allievo del chitarrista tuareg Haia Bebe entrando poco dopo a far parte della sua band. Di qui ad interessarsi ed appassionarsi di chitarristi ‘occidentali’ come Jimi Hendrix e Mark Knopfler, assorbendone la lezione, il passo è davvero breve. Nel 2009 l’incontro con il regista Ron Wyman che gli dedica gran parte del documentario sulle tribù Tuareg; nel frattempo Bombino suona in diversi contesti e comincia ad essere conosciuto in tutto il mondo fino a quando nel 2013 ottiene il grande riscontro di pubblico con l’album Nomad, pubblicato dalla Nonesuch Records. Durante il concerto udinese, si è capito perfettamente perché questo artista stia riscuotendo un così grande successo. Il suo stile è assolutamente personale in quanto combina la passione per il blues rock e per la chitarra elettrica con le sonorità tipiche dell’Africa subsahariana, con le armonie arabe, con le strutture convenzionali della forma canzone occidentale. Di qui un ritmo incalzante e la reiterazione ipnotica di brevi moduli tematici grazie a innovativi riff chitarristici; spesso Bombino ha accoppiato al suono della chitarra quello della sua voce tutta giocata sui registri medio-alti con il resto del gruppo a supportarlo in queste lunghe escursioni che portano il pubblico dapprima a battere il classico piedino e quindi ad alzarsi e ballare… e così il concerto si è chiuso in un clima festoso con musicisti e spettatori contenti di aver partecipato ad un evento che vedeva nella partecipazione collettiva una delle sue peculiari caratteristiche.

Il 13 luglio nel Piazzale del Castello, chiusura del Festival con Letizia Felluga Trio, Maria Gadù in quartetto e Toquinho Quartet. Il vostro cronista non era presente, ma osservatori degni di fede ci raccontano che è stata una serata memorabile illuminata soprattutto dalla classe del celebre musicista brasiliano.

Parallelamente ai concerti si sono svolti eventi comunque legati al mondo del jazz. Così il 5 luglio il sottoscritto ha presentato il proprio libro “Gente di jazz”; il 6 luglio Marcello Lorrai ha intervistato la star del Festival, Mulatu Astatke, ripercorrendo i momenti più significativi della sua vita di uomo e di artista.

Venerdì 7 luglio abbiamo assistito alla proiezione di alcuni filmati di Gianni Amico recentemente ristampati in DVD dalla cineteca di Bologna. In primo luogo il suggestivo “We Insist! – Noi insistiamo! Suite per la libertà subito” del 1964 che è un montaggio di foto delle lotte di emancipazione sia degli Stati Africani sia degli Stati Uniti contrappuntate da un tappeto sonoro costituito dall’album di Max Roach con Abbey Lincoln, lavoro che ha vinto il primo premio al Festival di Mannheim. A seguire “Appunti per un film sul jazz” imperniato sul Festival di Bologna del 1965, con interviste, prove, che vedevano protagonisti grandi personaggi come Don Cherry, Steve Lacy, Johnny Griffin.

In definitiva un’altra riuscita edizione del festival udinese che ci fa ben sperare per l’edizione del prossimo anno. Quali sorprese ci riserverà Giancarlo Velliscig?

Gerlando Gatto