McCoy Tyner e il quarto d’ora di ritardo

Ho sempre amato molto il mio lavoro, ma in questo periodo, lo confesso, un po’ meno: il fatto è che sempre più spesso mi trovo seduto davanti al computer per commemorare qualcuno che se n’è andato, molto spesso qualcuno che ho conosciuto, apprezzato ed ammirato. Oggi il dispiacere è duplice perché il mondo del jazz ha dovuto subire una duplice perdita: McCoy Tyner e Peppo Spagnoli, l’uno straordinario e impareggiabile pianista, l’altro produttore discografico senza il quale probabilmente il jazz italiano non sarebbe assurto agli onori di oggi.

Ma consentitemi per il momento di soffermarmi su McCoy Tyner ché di Spagnoli parlerò domani.

Chi sia stato il pianista di Filadelfia e cosa abbia rappresentato per l’evoluzione del jazz lo spiega assai chiaramente nel contributo qui accanto Marina Tuni per cui non mi pare sia necessario aggiungere altro.

Io invece voglio raccontarvi un episodio che mi ha coinvolto personalmente da cui traspare la grandezza non solo dell’artista ma anche e soprattutto dell’uomo.

E’ il gennaio del 1996 e l’ambasciata norvegese mi invita ad assistere al Festival Jazz di Molde in programma dal 15 al 20 luglio. Naturalmente accetto in quanto si tratta di una delle più belle realtà musicali del Vecchio Continente. Istituito nel 1961, il Festival sito in questa cittadina della Norvegia situata nella contea di Møre og Romsdal, ha visto transitare nel corso degli anni alcuni dei più bei nomi del jazz internazionale, oltre ovviamente i “campioni” del jazz norvegese quali, tanto per fare qualche esempio, Jon Balke (1975), Karin Krog (1978), Knut Riisnæs (1984), Terje Rypdal (1985, 1986, 1988) e Jon Eberson. Anche il cartellone del 1996 è di tutto rispetto con la presenza, tra gli altri, di Meredith D’Ambrosio, James Carter, Søyr, Bob Dylan… ma l’evento clou è rappresentato dalla performance del gruppo di McCoy Tyner con Avery Sharpe al contrabbasso, Aaron Scott alla batteria, e, in veste di ospite, Michael Brecker al sax tenore.

Tyner era da sempre uno di quei musicisti che avrei voluto intervistare per cui prima del concerto mi rivolgo all’ufficio stampa del festival per vedere se fosse possibile organizzare un incontro con il pianista all’ora e nel luogo in cui egli avesse deciso. Dopo appena un’oretta l’ufficio stampa mi risponde dicendomi che McCoy Tyner era disponibile e che mi attendeva in camerino un quarto d’ora dopo il concerto.

Sinceramente non stavo nella pelle; il concerto è straordinario come sempre: il pianista non si risparmia dando un saggio più che eloquente del perché venisse considerato uno dei più grandi pianisti del jazz di tutte le epoche.

Emozionato come un bambino, trascorso il quarto d’ora convenuto, mi reco nel camerino ma lui non c’è; passano dieci minuti ed ecco comparire sulla soglia McCoy Tyner in maniche di camicia, visibilmente affaticato ma sorridente. Mi tende la mano e mi dice “I’m sorry, I’m late” dopo di che si siede accanto a me e mi spiega per filo e per segno i motivi del suo ritardo.

Ma vi rendete conto? Un gigante come McCoy Tyner che chiede scusa per un leggero ritardo quando mi è capitato diverse volte di aspettare per un’intervista mezz’ore intere con personaggi che non valgono un’unghia di Tyner.

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Quasi inutile dire che l’intervista si è svolta in un clima particolarmente caldo, quasi affettuoso, con il pianista che ha risposto a tutte le mie domande.

Ecco un episodio forse piccolo ma per chi conosce il mondo della musica credo possa essere significativo di ciò che era McCoy Tyner e di come amava rapportarsi con gli altri.

Gerlando Gatto

Storie di jazz e d’amore con il Jim Rotondi 5et e la cantina Villa Russiz, nel secondo appuntamento di Jazz&Wine Experience Trieste

Sorprendente per diversi aspetti il secondo concerto della rassegna Jazz&Wine Experience, con il quintetto del trombettista statunitense Jim Rotondi, svoltosi domenica 16 febbraio all’Hotel Double Tree by Hilton di Trieste, città che figura sempre ai primi posti nel mondo tra le tendenze e le preferenze di viaggio, e questa location da sogno sta diventando in brevissimo tempo un punto di riferimento dell’hôtellerie stellata tergestina, con tutte le potenzialità per candidarsi ad essere anche un rilevante hub culturale, grazie all’offerta di proposte, specialmente musicali.

In questo luogo, dall’appeal indiscutibile, Michela Parolin, direttore artistico di Jazz&Wine Experience, ha scelto di portare il trittico di concerti itineranti (le altre location sono l’Hotel Bauer di Venezia e il Camera Jazz Club di Bologna). L’idea vincente sta nell’accostamento di eccellenze, ovvero concerti di musica jazz di alta qualità e  rinomate aziende vinicole, facendo uscire queste ultime dalle rispettive cantine ed innestando il tutto in ambienti di grande pregio, con una visione sistemica di marketing valoriale del territorio.

Non vi nascondo che ho provato una forte emozione, in apertura di concerto, ascoltando le parole di Giulio Gregoretti, direttore generale della fondazione Villa Russiz. Il mio viaggio in un inconsueto cosmo noetico inizia degustando un Sauvignon Cru De La Tour, frutto della vendemmia manuale di vigneti selezionati che dimorano nella parte più alta e rivolta a nord-est di una collina, dove le piante ricevono e assorbono il primo lucore dell’alba; poi, assecondando la rotazione del sole, rimangono a meditare nell’ombra per il resto della giornata. Lo sorseggio piano, reincontrando sul palato ciò che il mio olfatto aveva percepito.

Tuttavia, lo stupore più profondo si manifesta quando Giulio inizia la sua narrazione sull’origine della cantina, generata dalla storia d’amore tra Elvine Ritter de Zahony e il conte Theodor Karl Leopold Anton de la Tour Voivrè, che proviene da un’antica e nobile famiglia francese. Gli sposi ricevono in dote dal padre di Elvine le terre di Russiz, 100 ettari nel Collio Goriziano, un terroir prezioso per la coltivazione dei vigneti.

Siamo nel 1868 e qualche anno dopo il conte, esperto viticoltore, importa in modo rocambolesco le barbatelle dalla Francia. Come? Accuratamente nascoste in grandi bouquet floreali da regalare alla sua amata sposa. I due coniugi riescono a fondere mirabilmente le rispettive competenze e inclinazioni a Villa Russiz: l’uno rivoluzionando le tecniche di coltivazione e contribuendo a fare del Collio la zona di alta eccellenza vinicola che è attualmente e l’altra seguendo la sua vocazione filantropica avviando, a partire dal 1872, un ente assistenziale per l’infanzia abbandonata a Gorizia, un progetto di accoglienza a Trieste e una struttura di assistenza per bambini bisognosi e per anziani alcolizzati a Treffen, In Austria. Un modello d’impresa etica ante litteram.

Purtroppo, la Grande Guerra blocca le encomiabili attività della Contessa e Villa Russiz diviene, per volere del Generale Cadorna, un ospedale militare nel quale presta la sua opera la crocerossina (poi decorata al valore militare) e nobildonna piemontese Adele Cerruti. Nel 1919 Adele, figlia di un Ministro del Regno d’Italia, sfrutta a fin di bene la sua posizione per riportare alla destinazione originale la struttura creata da Elvine, che diventa quindi un istituto per orfane di guerra. Attualmente, l’anima etica di Villa Russiz esprime la sua vocazione all’accoglienza per i minori in difficoltà (in questo momento 12) nella Casa Elvine, spirito guida di questo importante e caritatevole percorso umanitario.

Ma… “Now’s the Time” (cfr Charlie Parker) di parlare di jazz! Jim Rotondi, trombettista americano di fama mondiale, fa dichiaratamente parte della schiera di musicisti “folgorati sulla via del jazz” ascoltando Clifford Brown, gran maestro dell’Hard bop, nonostante sia morto in giovane età.

Il suo percorso artistico l’ha portato ad esibirsi con il gotha del jazz, finanche con il mitico Ray Charles e con Lionel Hampton. E scusate se è poco… Nel mini tour italiano è accompagnato da Andy Watson, batterista newyorchese, componente stabile del Jim Hall Trio, che figura spesso tra i top 10 di varie riviste specializzate di tutto il mondo, e dagli italiani ma dal respiro internazionale Renato Chicco al pianoforte, Aldo Zunino al contrabbasso e Piero Odorici al sax.

Si parte con una composizione originale di Rotondi: “Blues For BC”. Il titolo è una dedica alla provincia canadese della British Columbia. Tromba e sax dialogano a colpi di riff e il raffinato pianismo di Chicco si palesa immediatamente con un bellissimo assolo elegantemente stilizzato da un tocco cristallino e da una notevole varietà nelle coloriture e nella dinamica.

L’esecuzione di “Martha’sPrize”, un classico di Cedar Walton che, ricordiamolo, faceva parte della line-up dei mitici Jazz Messengers, si contraddistingue per gli ottimi svolazzi bebop del sax di Odorici e per un’idea di groove geniale nella sua essenzialità. Il flicorno di Jim ha movenze morbide e un timbro pastoso. Durante l’assolo di sax, colgo un’espressione estatica di Rotondi, appoggiato vicino ad una finestra della sala, mentre si lascia trasportare dalla musica sorridendo…

I cromatismi di Thelonius Monk irrompono come un arcobaleno dopo una pioggia scrosciante: è la romantica “Reflections”, in un arrangiamento che presenta linee aperte nelle quali trovano un giusto bilanciamento le dimensioni improvvisative e di scrittura. Un Monk riletto in chiave light post-bop. Fantasioso e incisivo l’assolo di Chicco, ricco di fraseggi serrati, ritmicamente incalzanti e aperture melodiche; stretto il giuoco delle parti tra sax e tromba. La sezione ritmica Watson-Zunino? Grandissima classe, elasticità e squisito drive.

Parte “You Taught My Heart to Sing” classicone di McCoy Tyner: “hai insegnato al mio cuore a cantare…”, seguo l’esecuzione canticchiando sottovoce… molto sottovoce… non essendo (purtroppo) Diane Reeves, che ricordo inarrivabile nella sua interpretazione di questo brano, accompagnata al piano da Mulgrew Miller. È Piero Odorici, qui, a dettare la linea melodica principale cogliendone ogni sfumatura e riempiendo ogni spazio con delicatezza rara.

Il cuore batte sempre più forte nel riconoscere le “immagini sonore” di George Gershwin, tra i più geniali compositori dell’ “età del jazz”. Il musical “Pardon my English”, che non ebbe certo una vita fortunata, né il successo sperato, continua tuttavia a regalarci diverse perle musicali… tra le quali “Isn’t a Pity”, dove il suono carezzevole e viscerale del flicorno di Rotondi è intriso di lirismo e dove il pianoforte di Renato Chicco sprigiona note che paiono gocce di cristallo lucente.

Un intenso botta e risposta tra la tromba con sordina di Jim e il sax  di Piero e un assolo di batteria al fulmicotone di Andy Watson, sono gli ingredienti principali di “My Shining Hour”, note di pure joy.

Ci si avvia alla conclusione con una dedica al pianista Harold Mabern, figura iconica del bebop recentemente scomparso. La sua “I Remember Britt” (Mabern la scrisse per il trombettista Lee Morgan, ammazzato con un colpo di pistola dalla moglie, a 33 anni soltanto, in un jazz club di New York) inizia in modo spiazzante, con quello che interpreto come un divertissement, ossia con le inconfondibili note della canzoncina “Fra’ Martino Campanaro”, suonate al piano. Non capisco ma mi adeguo. Il resto è uno splendido saggio di jazz, energia cinetica che muove la storia.

Il brillante set si chiude con un richiestissimo bis, la swingheggiante “On a Misty Night” di Tadd Dameron. Ve la ricordate suonata dal pianista di Cleveland con John Coltrane? Si, quella di “Mating Call”, anno 1956. Un richiamo d’amore.

E cos’è, in fondo, il jazz se non un irresistibile e ammaliatore canto, dal quale siamo inesorabilmente sedotti? Chissà se Duke Ellington pensò a questo quando compose “Circe” (una registrazione del 1946 che rimase inedita fino al 1994), dedicandola alla maga che mise in guardia Odisseo sulle insidie del canto delle sirene.

Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce; poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose…

Grazie alla musica jazz, al Jim Rotondi 5et, al buon vino, alle storie d’amore e di solidarietà, a Trieste e al suo mare per aver evocato tutto questo…

Marina Tuni

Immagini: courtesy Jazz&Wine Experience / Giorgio Bulgarelli / Fondazione Villa Russiz / M. Tuni

Yonathan Avishai: ovvero il pianismo secondo una personale linea espressiva

Ne ’Il libro del jazz’’ uscito nel 1952 il giornalista Joachim Ernst Berendt esponeva una propria articolata definizione del termine jazz : “È un modo artistico di suonare la musica.” Così esordendo, trasportava il concetto sul piano operativo, pragmatico.
Secondo Berendt il jazz sarebbe in primis un modo, una pratica, un ‘come’ piuttosto che un ‘cosa’, gesto paralogico la cui sostanza si colloca al di là, o al di qua, del linguaggio.
Vi sarebbe poi un’idea di “artisticità”, un sentire iperbolico che ci trasporta verso una dimensione altra, non codificabile, percepita in modo chiaro, nelle sue peculiarità, dalla comunità degli artisti, meno chiaramente da parte di chi non sappia o non voglia cogliere la qualità della musica.
Si annida infine nel verbo “suonare” l’aspetto esteriore, plastico. La ricerca dell’effetto come manipolazione del sentimento dell’ascoltatore.
Il ‘jazz’ sarebbe allora musica di pancia più che di testa, sapere pratico prima che pensiero codificato su carta. Aspetti che andrebbero a dire il vero ben approfonditi, e fattori tutti decisivi quanto non esaurienti.
Comunque, simili concetti si affacciavano alla mia mente in ordine sparso domenica 23 febbraio dopo il concerto del pianista Yonathan Avishai al Teatro Franco Parenti di Milano nell’ambito della rassegna ‘Pianisti di altri mondi’, curata dall’ottimo Gianni Morelenbaum Gualberto in seno alla stagione della Società del Quartetto.


Trovare una definizione, infatti, per questo recital sotto il profilo del repertorio non era affatto semplice – e aggiungerei per fortuna.
Il timido e intelligente Avishai è noto jazzista e attualmente incide per l’etichetta ECM di Manfred Eicher. Il suo ultimo album, realizzato in duo con il trombettista Avishai Cohen, si intitola “Playing the room” ed è uscito nel 2019 (c.f.r. rubrica “I nostri cd” del 30 gennaio 2020). A Milano però egli non ha suonato il jazz che ci si aspetta ovunque, si è rivolto ad autori, oltre a se stesso, come il brasiliano Ernesto Nazareth, il cubano Ernesto Leucona e l’americano Scott Joplin, tutti apparentati alla musica concertistica più che all’idioma afro-americano. E li ha eseguiti ‘iuxta propria principia’. Scelta non consueta essendo il jazz un “mantram” che ritorna come riferimento obbligato ogniqualvolta si parli di musica improvvisata, quasi che l’improvvisazione non possa ormai articolarsi secondo approcci che non siano quello, sincopato e reattivo, inaugurato da James P. Johnson, che del jazz si autoproclamava il padre. Avishai ha saputo andare oltre, al cuore di linguaggi lontani e mondi paralleli, guidato da una personale linea espressiva. Il virtuosismo non sembra essere la dimensione che più gli si confà. Non è un difetto, anzi, egli punta su altro. Ascoltandolo, il nostro orecchio si è preso una vacanza da quegli aspetti protervamente muscolari che spesso infestano le esecuzioni pianistiche. La capacità maggiore dell’artista israeliano, domiciliato in Francia, è sembrata invece il saper avvicinare tali musiche non ‘mainstream’ con raffinatezza, lirismo, sconfinando in altri mondi sì, ma in punta di piedi, l’improvvisazione limitata allo stretto necessario. Perché una bella melodia la si può porgere anche in purezza, senza forzature e manierismi. Ci siamo ritrovati allora in una camera degli specchi dove non soltanto il pianista ritrovava sé medesimo negli autori proposti, ma gli stessi sembravano riconoscersi e stringersi in vicendevoli abbracci, gemelli di quelli tra pensiero e suono.
Ho apprezzato in modo particolare l’idiomaticità con cui è stato riletto Scott Joplin, specie sotto il profilo della scelta dei tempi.
Joplin, considerato “cheap” da qualche male informato, è in realtà difficilissimo da eseguire con proprietà. Non è raro sentire il rag-time, questa così delicata mistura musicale, violentato da esecuzioni sguaiate, perennemente troppo rapide (il rag non va suonato velocemente), irrispettose dei colori e del delicato connubio tra armonia e ritmo approntato da Joplin. Avishai ha saputo conferire ai dispositivi apparentemente semplici quanto in realtà complessi di questa musica lo spirito e il make-up necessari, proponendolo non alla lettera ma in azzeccatissime rielaborazioni personali. Ernesto Nazareth è in fondo – possiamo dirlo? – una sorta di Joplin brasiliano, armonicamente anche più ricercato: così come Lecuona era detto Chopin cubano (ma anche Liszt cubano, Gershwin cubano e via denominando). Siamo sicuri, in Italia, di essere così ricchi da poterci permettere di ignorare questi compositori di terre lontane?
Comunque sia, le loro opere sono state ritratte dal paesaggista Yonathan Avishai con perizia. Il pubblico ha colto il rapporto splendidamente interiore intessuto tra esecutore e autori e si è abbandonato alla musica, come il gatto, chiatton chiattoni, ci si apparecchia tra le ginocchia e cade in stato alfa.


Che Yonathan abbia letto André Gide: “Non si vuole la felicità già fatta, ma su misura” ?
Il concerto è stato introdotto da Roberto Zadik il quale, con entusiasmo, sottolineava quanto la musica israeliana, di cui in Italia si conosce poco, sia variopinta, intessuta di voci diversissime d’accento, meritevole di figurare in una nuova avanguardia. Ben detto. Ma ci vorrebbe un’avanguardia di segno nuovo, che respiri aria libera, sganciata da avalli accademici. Il tempo nostro, complesso, frammentato e decadente, sommerso da sonorità e clangori, attende ancora di venir musicato. Di certo, musicisti come Yonathan Avishai sono un acconto su questi tempi futuri, che speriamo di veder nascere presto.
Se la rassegna “pianisti di altri mondi” aveva tra i suoi obiettivi quello di riappropriarsi di un senso più vasto della musica, dei repertori, degli stili esecutivi direi che ci sta riuscendo bene. Simili programmi si pongono al di fuori del consueto per metterci in rapporto col mondo, anzi permettono di osservarne di nuovi, e Yonathan Avishai ha proposto una musica del senso più che del consenso.
Perciò il pubblico lo ha accolto, dopo l’iniziale circospetto pudore, con affettuoso entusiasmo.
Ecco la scaletta del concerto:

1. Carioca (Nazareth)
2. Maple leaf rag (Joplin)
3. Danza Lucumi (Lecuona)
4. Tango (Avishai)
5. Batuque (Nazareth)
6. Confidencias (Nazareth)
7. Danza del Nanigos (Lecuona)
8. La Comparsa (Lecuona)
9. Lya (Avishai)
10. Elite Syncopations (Joplin)

Bis: La Vie en Rose e Starting from Tomorrow (Avishai)

Massimo Giuseppe Bianchi

A Proposito di Jazz ringrazia Cesare Guzzardella per le immagini inserite nell’articolo.

Dopo i sold out, lo spettacolo contro la mafia “Il mio nome è Caino” alla Sala Umberto di Roma

“Roma è una città difficile. Questo grande successo, con il tutto esaurito, mi fa credere che il tema del nostro spettacolo sia molto sentito anche qui. Perché la mafia, di cui noi raccontiamo solo le origini, è un fenomeno drammaticamente nazionale.” Ninni Bruschetta
Dopo il sold out di tutte le otto repliche al Teatro Brancaccino, martedì 31 marzo torna a Roma – a grande richiesta – il gioiello teatrale contro la mafia “Il mio nome è Caino”, interpretato con grande pathos dal noto attore e regista Ninni Bruschetta (I cento passi, Boris, Quo Vado? Distretto di Polizia, Paolo Borsellino, I bastardi di Pizzofalcone,…) insieme alla pianista, compositrice e direttore d’orchestra Cettina Donato, che per lo spettacolo firma anche le musiche e gli arrangiamenti.

Sarà Il Teatro Sala Umberto di via della Mercede ad ospitare la nuova replica dello spettacolo ispirato all’omonimo romanzo di Claudio Fava, edito da Dalai Editore nel 1997 e da Baldini e Castoldi nel 2014.
Bruschetta veste i panni del protagonista “Caino”, un killer di mafia “fuori dalla cronaca, costruito interamente all’interno della coscienza”, così come lo ha definito la regista Laura Giacobbe, che così commenta il successo di pubblico della tournée italiana: “Questa grande partecipazione del pubblico sta mostrando, replica dopo replica, come la drammaturgia affilata di Claudio Fava e il rigoroso lavoro attoriale di Ninni Bruschetta abbiano portato all’attenzione degli spettatori un modo diverso di rappresentare la mafia. A partire da quel soprannome archetipico, “Caino”, e dalle esecuzioni “disinteressate” e amorali del killer, riusciamo a intuire un livello più nascosto, profondo e forse poco esplorato della violenza mafiosa.”

Prodotto da Nutrimenti Terrestri, “Il mio nome è Caino” è specchio dinamico e lucido dell’essere e del fare mafioso e si intreccia alle musiche di Cettina Donato: due brani editi insieme a composizioni inedite scritte per sostenere il racconto di Caino. Frutto di uno studio condiviso con Ninni Bruschetta, la colonna sonora dello spettacolo è eco della freddezza quanto dell’umanità del personaggio, sostenendo le modulazioni emotive con contaminazioni classiche, popolari e jazz.
Cettina Donato: “La colonna sonora è un tutt’uno con la narrazione. Emoziona e allo stesso tempo scuote lo spettatore, enfatizza la durezza del testo, oppure ridicolizza il personaggio. Le note accarezzano Caino e poi lo disprezzano, lo esaltano e lo incoraggiano, e poi lo ridicolizzano.”
La collaborazione artistica tra Bruschetta e Donato è partita nel marzo 2017 ed ha registrato molti consensi di pubblico e critica, da “I Siciliani di Antonio Caldarella” a “Il giuramento” di Claudio Fava. Il lungo tour di “Il mio nome è Caino”, che ha preso avvio a marzo 2019 da Messina, continuerà nei teatri e nei festival di tutta Italia inoltrandosi per tutta la primaver 2020. Le prevendite per il 31 marzo sono già disponibili sul sito del teatro Sala Umberto alla pagina http://bit.ly/SalaUmberto31marzo e su TicketOne al link http://bit.ly/TicketOneSalaUmberto31marzo.

CONTATTI SALA UMBERTO
Via della Mercede 50, Roma
info e botteghino: www.salaumberto.com – prenotazioni@salaumberto.com, tel. 06.6794753
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La scomparsa di Jon Christensen, vero innovatore del linguaggio ritmico

Non si può certo dire che questo 2020 sia iniziato sotto i migliori auspici per il mondo del jazz: dopo la recente scomparsa a 66 anni del pianista Lyle Mays, il 17 febbraio ci ha lasciati Jon Christensen uno dei più grandi batteristi degli ultimi anni.

Per chi scrive, Christensen è legato ad una delle stagioni più entusiasmanti della sua vita: a cavallo tra l’82 e l’83 abitavo a Stavanger ed ero divenuto amico del gestore del locale jazz club, Terry Nilssen-Love, pittore di vaglia nonché padre del celebre batterista Paal Nilssen-Love (classe 1974) che ho quindi conosciuto sin da bambino. Ebbene, “approfittando” di questa amicizia, quasi ogni sera ero lì, al jazz-club di Stavanger dove ho avuto l’opportunità di conoscere moltissimi musicisti norvegesi e non. Tra questi c’è stato anche Jon Ivar Christensen, personaggio straordinario tanto sul palco quanto al di fuori di esso.

Nato a Oslo il 20 marzo del 1943, Jon è stato uno degli artefici di quel movimento non solo musicale che ha completamente cambiato il volto del jazz europeo…e probabilmente anche di quello internazionale. La sua carriera inizia presto quando nel

1961 è membro prima del quartetto di Arild Wikstrøm e quindi del trio di Egil Kapstad e Karin Krog; particolarmente fruttuoso il periodo dal 1962 al 1965 quando incontra e suona con parecchie star di carattere internazionale quali Bud Powell, Don Ellis e Dexter Gordon. Negli anni a venire particolarmente importanti il 1964 quando ha inizio la collaborazione con Jan Garbarek, il 1975 quando viene eletto “Drummer of the Year” dalla “European Jazz Federation”, il 1976 quando esce il primo e se non erro unico album sotto suo nome, “No Time for Time”, con Arild Andersen al basso, un giovane Pål Thowsen alla seconda batteria e Terje Rypdal alla chitarra, album che gli vale lo “Spelleman award” premio conferito agli artisti musicali norvegesi, equiparabile ai Grammy Awards.

Per tutto il periodo successivo, Christensen è rimasto sulla cresta dell’onda e non c’è anno in cui non abbia prodotto qualcosa di interessante, imponendosi come il batterista preferito in casa ECM…ma in questa sede sarebbe assolutamente inutile ripercorrere passo dopo passo quella che è stata una carriera semplicemente straordinaria, e mai come in questo caso l’aggettivo è pertinente. Mi limito a ricordare solo le sue collaborazioni con musicisti italiani: nel 1993 incide con Rava “L’Opera Va”, per la Label Bleu, dedicato a una rivisitazione del melodramma italiano nonché le incisioni con Rita Marcotulli e Paolo Fresu che su Facebook ha ricordato con parole commosse l’amico scomparso “È venuto a mancare prematuramente Jon Christensen, uno dei più innovativi e raffinati batteristi jazz della scena contemporanea. Più volte presente a ‘Time In Jazz’, ho avuto l’onore di condividere con lui i palcoscenici europei con il gruppo Heartland assieme a David Linx e Diederik Wissels. Un pezzo di storia che se ne va ma che lascia il testimone a tanti musicisti contemporanei. Un pensiero va alla moglie Ellen Horn e alla sua famiglia oltre che all’amico Palle Danielsson, con il quale formava una delle sezioni ritmiche più elastiche e fantasiose della storia recente”.

Probabilmente, quindi, è più importante chiedersi quale sia stato il contributo che il batterista norvegese ha dato allo sviluppo del jazz. Ebbene, sotto questo profilo io credo che la lezione di Christensen sia paragonabile a quella di alcuni batteristi afro-americani come Jack DeJohnette, Tony Williams e Roy Haynes. Non è certo un caso che dal suo modo di suonare abbiano preso spunto altri due eccezionali batteristi norvegesi quali Audun Kleive e il già citato Paal Nilssen-Love. Personale la sua concezione del ritmo, concepito in maniera ‘elastica’ ed eseguito in termini di ‘ondate sonore’, il tutto impreziosito dal suono secco del piatto vero e proprio suo marchio di fabbrica. Come sottolinea acutamente Massimo Giuseppe Bianchi, non solo eccellente pianista ma anche attento ascoltatore e critico musicale, Jon Christensen “non si limitava a delineare i ritmi, ma estraeva colori dalla batteria, strumento timbricamente poverissimo, che sotto l’effetto delle sue bacchette si trasformava nella tavolozza di un pittore manierista”.

Ma i riconoscimenti nei confronti di Jon non vengono solo adesso che se n’è andato; sono stati molti, negli anni scorsi, i giornalisti e i critici che si sono espressi in maniera lusinghiera nei suoi confronti; così ad esempio Ken Micallef, batterista egli stesso nonché critico musicale, sulla rivista “Modern Drummer” nell’agosto del 1995  scriveva che Christensen “ha contribuito a lasciare un’impronta unica e originale nel jazz, un’impronta che nel corso dei suoi quarant’anni di carriera, ha solo potuto approfondirsi. In Norvegia e all’estero, la sua informale ed elastica interpretazione del tempo, e lo stile straordinario con i piatti, hanno contribuito alla definizione del suono della musica ECM”.

Insomma un’altra grave perdita per la comunità del jazz, una perdita con non sarà facile rimpiazzare.

Gerlando Gatto

Prosegue la rassegna Jazz & Wine Experience all’Hotel DoubleTree by Hilton Trieste, con il Jim Rotondi quintet e il Bob Sheppard trio

Altri due concerti strepitosi per la rassegna che combina live internazionali, degustazioni, cene a tema e incontri con i produttori in uno dei luoghi più esclusivi e storici della città di Trieste. Il Berlam Coffee Tea & Cocktail dell’Hotel DoubleTree by Hilton Trieste si trasforma in un vero e proprio jazz club per una serie di eventi che valorizzano il connubio tra musica, vino e territorio.

Dopo la straordinaria esibizione del quartetto della newyorkese pianista e cantante Dena DeRose, definita dai critici e dal pubblico una delle più grandi voci e interpreti del jazz internazionale, prosegue con altri due strepitosi concerti la rassegna JAZZ & WINE TRIESTE, ospitata negli esclusivi interni del nuovo Hotel.

La rassegna, nata con lo scopo di valorizzare il connubio tra musica live internazionale di alto profilo, eccellenze enologiche locali e ambienti storici e di charme, trasforma il Berlam Coffee Tea & Cocktail in un vero e proprio jazz club e si svolge parallelamente a Trieste, Venezia e Bologna.

E’ già sold out il concerto del Jim Rotondi quintet, in programma domenica 16 febbraio alle 19.30. Jim Rotondi, trombettista newyorkese di fama mondiale, sarà accompagnato da Andy Watson alla batteria e dagli italiani Renato Chicco al pianoforte, Aldo Zunino al contrabbasso e Piero Odorici al Sax. Nato in Montana nel 1962, Jim Rotondi ha vissuto per vent’anni a New York, dove ha collaborato con Lionel Hampton, Ray Charles, Lou Donaldson, Curtis Fuller e George Coleman. Ha registrato quattordici dischi a proprio nome per varie etichette indipendenti di jazz, con diverse formazioni che spaziano dall’hard bop al jazz elettrico. La sua è una sonorità molto particolare e personale che unisce la forza di Freddie Hubbard con il timbro di Chet Baker. Il suono, l’anima, il senso dello swing di Rotondi saranno gli ingredienti di un concerto che racconta la storia del jazz, dall’immenso songbox americano fino all’hard bop, di cui Rotondi è uno dei massimi esponenti viventi. Protagonista, oltre alla musica, sarà la Fondazione Villa Russiz di Capriva del Friuli, altra realtà rappresentativa della storia e delle eccellenze del Collio Friulano, di cui si potranno degustare i vini eleganti, minerali e di grande piacevolezza. Per la serata proporrà il grande CRU bianco Sauvignon De La Tour dedicato al conte Theodor De la Tour, fondatore della cantina. Dopo il concerto sarà possibile cenare al Novecento Restaurant Trieste, con un menù a tema in perfetto stile Jazz & Wine.

Ci sono invece ancora posti disponibili per il concerto di chiusura dell’edizione invernale di JAZZ & WINE TRIESTE, che domenica 8 marzo alle 19.30 avrà come protagonista il trio newyorkese del grande sassofonista Bob Sheppard, accompagnato da Josh Ginsburg al contrabbasso e Anthony Pinciotti alla batteria. Il repertorio comprende standard jazz della tradizione e brani originali, eseguiti in una perfetta comunicazione tra artisti e pubblico, caratteristica preponderante dello stile del trio. Bob Sheppard è uno tra i più richiesti sassofonisti della scena jazzistica internazionale e vanta collaborazioni di massimo livello, sia nell’ambiente jazz che pop, come Freddie Hubbard, Mike Stern, Randy Brecker, Horace Silver, Manhattan Transfer, Burt Bacharach, Kurt Elling, Diane Reeves, solo per citarne alcuni.
Il concerto sarà accompagnato dai vini della cantina Serafini e Vidotto di Nervesa della Battaglia, realtà produttiva di grande tradizione e prestigio. Sono vini che denotano passione e serio lavoro, entusiasmo, impegno e costanza: non è un caso che Serafini & Vidotto abbia dato vita al Rosso dell’Abazia, un vino che ha segnato la storia enologica d’Italia. Si potrà degustare insieme a Phigaia, Incrocio Manzoni e Recantina.

Per informazioni e prenotazioni contattare l’organizzatrice e direttrice artistica Michela Parolin (T: +39 393 0318595, info@jazz-wine.com).

PROGRAMMA

Domenica 16 febbraio 2020 h. 19:30: JIM ROTONDI QUINTET “FEATURING ANDY WATSON”

(Jim Rotondi: tromba e flicorno, Andy Watson: batteria, Piero Odorici: sax tenore, Renato Chicco: piano, Aldo Zunino: contrabbasso)

Wine tasting: VILLA RUSSIZ

Domenica 08 marzo 2020 h. 19:30: BOB SHEPPARD TRIO

(Bob Sheppard: sax, Josh Ginsburg: contrabbasso, Anthony Pinciotti: batteria)

Wine tasting: SERAFINI & VIDOTTO

Costi:

Concerto € 15,00 compreso calice di benvenuto.

Al termine del concerto gli ospiti potranno cenare presso il Novecento Restaurant Trieste con proposta “Menù Jazz & Wine” e sconto 20% sul menù à la carte.