John De Leo special guest Rita Marcotulli, The Winstons special guest Morgan e Rodrigo D’Erasmo e oltre 250 artisti per MArteLive

Il 13 e 14 dicembre torna a Roma MArteLive – lo spettacolo totale: nelle sale del Planet Live Club (ex Alpheus – via del Commercio 36) la grande kermesse con oltre 250 artisti emergenti che si sfideranno nelle 16 discipline artistiche tra musica, teatro, danza, circo contemporaneo, pittura, fotografia, artigianato artistico, graficart, live painting e street-art, proiezioni, installazioni, reading e video-arte.
Tra gli ospiti, grandi nomi come John De Leo, Gio Evan, Bunna, The Winstons feat. Rodrigo D’Erasmo e special guest Morgan.
Grande anteprima dell’eclettica due giorni, mercoledì 12 dicembre alle ore 21, sarà il celebre spettacolo “Pitecus”, una delle opere più acclamate del duo Antonio Rezza e Flavia Mastrella – Leoni d’oro alla Carriera alla Biennale di Venezia 2018.
Il 13 dicembre sul palco del Planet, attesissimo dopo il clamore mediatico delle ultime settimane che ha scatenato la stampa nazionale e richiestissimo dalle maggiori emittenti televisive, sarà il poeta e performer Gio Evan – reduce dal successo del doppio disco MArteLabel “Biglietto di solo ritorno” e con un milione e mezzo di ascolti su Spotify del singolo “A piedi il mondo”. Ribattezzato “Gio Evan” in Argentina da un Hopi, Giovanni Giancaspro è un artista poliedrico, scrittore e poeta, filosofo, umorista, cantautore e artista di strada. Con la performance al MArteLive conclude una grande stagione di successi, per tornare live sul palco dalla primavera 2019.  Dopo il suo live, salirà sul palco la band The Winstons ft. Rodrigo D’Erasmo e special guest Morgan con “Pictures at a Christmas Exhibition”. Power trio basso, batteria, tastiere e voci, la band è composta da tre grandi musicisti della scena italiana: Enrico Gabrielli (Calibro 35/Pj Harvey), Lino Gitto (Ufovalvola) e Roberto Dell’Era (Afterhours), che per il loro concerto al MArteLive dal titolo “Pictures at a Christmas Exhibition” avranno come special guest d’eccezione Morgan e Rodrigo D’Erasmo (violinista degli Afterhours e tutor in compagnia di Agnelli a X Factor). Sul palco suoneranno brani dall’album “Pictures in Exhibition” oltre a nuovi pezzi in esclusiva tratti dal prossimo disco in uscita nella primavera 2019.
Il 14 dicembre grande ospite sarà John De Leo, considerato una delle voci più interessanti del panorama italiano. Artista eclettico, ha partecipato e promosso innumerevoli progetti non strettamente a carattere musicale, collaborando con molti artisti tra cui la pianista Rita Marcotulli che sarà special guest nel suo live sul palco di MArteLive. Ha lavorato, tra gli altri, con Stefano Benni, Teresa De Sio e Metissage, Ambrogio Sparagna, Banco del Mutuo Soccorso, Carlo Lucarelli, Stefano Bollani, Paolo Fresu Quintet, Danilo Rea, Franco Battiato, Enrico Rava, Carmen Consoli, Ivano Fossati, Antonello Salis, Alessandro Bergonzoni, Fabrizio Bosso, Trilok Gurtu, Stewart Copeland e Uri Caine. Co-fondatore dell’ensemble Quintorigo, con cui ha vinto il Premio Tenco nel 1999, ne ha fatto parte dal 1992 al 2004. Sul palco principale del MArtelive si esibirà con un live looping sampler, un karaoke giocattolo e un laringofono insieme al chitarrista Fabrizio Tarroni: uno dei suoi primi connubi musicali, capace di interpretare la sua Gibson semi-acustica anche come una vera e propria percussione, fondendo la sua tecnica originale con le idee e la voce eclettica di De Leo.
Sul palco del 14 dicembre, il ritmo sarà scandito anche dallo spettacolo del noto collettivo cumbiero Istituto Italiano di Cumbia, che ha aggregato Malagiunta (Filo Q e Paquiano) le canzoni di Cacao Mental e Los3Saltos, Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti e alcuni nuovi interpreti.
Il dj set sarà nelle mani di Bunna, fondatore insieme a Madaski degli Africa Unite, una delle realtà più importanti del panorama reggae italiano, e non solo. Nel suo set esplorerà le varie evoluzioni e sfaccettature della cultura musicale giamaicana. Il set di Bunna cade nell’anno in cui il reggae è stato riconosciuto “patrimonio Unesco” ed è organizzato in collaborazione con RUM (Rome Underground Movement).
Tra i protagonisti dell’ultima giornata di MArteLive anche Gianluca Secco, perla nel panorama della musica d’autore italiana e vincitore nel 2016 del Premio Tenco-NuovoImaie per la miglior interpretazione.

Con l’obiettivo costante di promuovere il talento e i giovani emergenti, oltre ai grandi nomi “Lo Spettacolo Totale” di MArteLive vede protagonisti 250 artisti che si esibiranno ed esporranno contemporaneamente nella 2 giorni al Planet Live Club, suddivisi nelle sezioni artistiche di appartenenza: musica, teatro, danza, circo contemporaneo, pittura, fotografia, artigianato artistico, graficart, live painting e street-art, proiezioni, installazioni, reading e video-arte.

I biglietti, dai €10 ai €12 sono già acquistabili in prevendita sul sito Marteticket.it.

Nato nel 2001 da un’idea del direttore artistico Peppe Casa, MArteLive è realizzato con il contributo della Regione Lazio – Assessorato alle Politiche Culturali. Sin dalla prima edizione, è concepito e pensato come uno spettacolo totale in cui tutte le arti e gli artisti che le rappresentano entrano in una sinergia empatica: MArteLive è il girotondo delle muse, lo scambio tra un linguaggio estetico e l’altro. Tutte le sezioni artistiche sono sapientemente amalgamate tra di loro in un gioco di forze artistiche ed equilibri sinestetici che, serata dopo serata, sala dopo sala, creano emozioni irripetibili nella loro essenza.
Nell’idea originaria di Peppe Casa, l’intento era quello di tessere un filo immaginario per unire armonicamente le singole performance: “A distanza di quindici anni il filo continua a rimanere teso. La differenza di questo format, che è anche la sua forza, è la capacità ad ogni evento di riproporre qualcosa di diverso che incuriosisca il pubblico, offrendo un’esperienza sensoriale unica. La multidisciplinarietà dello spettacolo che presentiamo è estremamente difficile da mettere in pratica, forse il vero successo sta nell’equilibrio tra le arti che si viene a creare; e l’esclusività è riuscire a farlo ogni volta in modo nuovo e sorprendente”.
L’appuntamento di dicembre è solo la prima delle due finali regionali che si terranno su tutto il territorio nazionale, la prima tappa verso la prossima BiennaleMArteLive, prevista per dicembre 2019, che vedrà esibirsi circa 1000 artisti provenienti da tutta Italia, insieme a special guest internazionali.

CONTATTI
www.martelive.it
Prevendite su www.marteticket.it  – biglietti da €12 a €10 e sconti per gruppi di 10 persone
Informazioni: info@martelive.it
Ufficio Stampa: Francesco Lo Brutto – tel. 331.4332700 email francesco.lobrutto@martelive.it
Fiorenza Gherardi De Candei – tel. 328.1743236 email fiorenza.gherardi@martelive.it

Relendo Villa Lobos al TrentinoInJazz 2018

TRENTINOINJAZZ 2018
Katharsis
e
TrentinoIn Jazz Club
presentano:

Sabato 8 dicembre 2018
ore 17.00
Sala Sosat
Via Malpaga
Trento

Domenica 9 dicembre 2018
Ore 20.30
Bar Circolo Operaio Santa Maria
Via Santa Maria 8
Rovereto (TN)

SONATA ISLANDS:
RELENDO VILLA LOBOS

Volge al termine una magnifica e ricca edizione del TrentinoInJazz 2018, con il terzultimo e penultimo dei concerti in cartellone. Doppio appuntamento con Relendo Villa Lobos, un progetto al quale il pubblico del TrentinoInJazz è da sempre affezionato. Presentato per la prima volta in assoluto proprio al Festival nell’edizione del 2013, lo spettacolo dedicato al grande compositore brasiliano torna in un atteso fine settimana, con il quale si chiude la sezione Katharsis e si avvia alla conclusione anche il TrentinoIn Jazz Club. Appuntamento dunque sabato 8 dicembre a Trento e domenica 9 a Rovereto, con un quartetto d’eccezione, i Sonata Islands schierati con Cristina Renzetti (voce, chitarra, percussioni), Michele Francesconi (pianoforte), Gabriele Zanchini (fisarmonica e arrangiamenti), Emilio Galante (flauto, ottavino).

Relendo Villa Lobos è un concerto crossover fra musica classica e contemporanea, fra musica scritta e improvvisata, dedicato a Hector Villa Lobos, compositore colto brasiliano internazionalmente più conosciuto, considerato addirittura un eroe nazionale. Pochi musicisti come lui si prestano a questo tipo di operazione, proprio perché la sua poetica assume lucidamente la musica popolare brasiliana come comune radice di musica colta, jazz e pop. La musica brasiliana come crossover per definizione. La ricerca di Sonata Islands consiste nel mostrare e sviluppare le origini melodiche e ritmiche dell’ispirazione di Villa Lobos, riscrivendo in modo jazz-popolare alcune sue composizioni, affiancate a quelle di Tom Jobim (l’inventore della Bossa Nova), Guinga (compositore e chitarrista la cui carriera spiccò il volo dopo i 40 anni) e alcuni brani dello stesso Galante.

Prossimo e ultimo appuntamento con il TrentinoInJazz domenica 16 dicembre: Carlo Cattano Quartet a Rovereto.

Marilena Paradisi e Kirk Lightsey: A New Birth

Mercoledì 23 gennaio 2019
Ore 21.00
Auditorium Parco della Musica
Teatro Studio Borgna
Viale Pietro de Coubertin 30
Roma

MARILENA PARADISI & KIRK LIGHTSEY
IN CONCERTO:
A NEW BIRTH

Biglietti: da 15.00 €
Biglietteria 892.101

Ticket One:
https://www.ticketone.it/tickets.html?affiliate=FMR&doc=erdetaila&fun=erdetail&erid=2311400

Una rinascita. O meglio, una nuova nascita. A New Birth. E’ questa la parola d’ordine di un graditissimo ritorno, quello di Marilena Paradisi e Kirk Lightsey, che a un anno di distanza dal loro ultimo concerto romano risalgono sul palco dell’Auditorium Parco della Musica mercoledì 23 gennaio 2019 in un prezioso happening di grande jazz per voce e pianoforte, che suggella il primo passo di un nuovo percorso insieme.

Lo straordinario duo si ricompone sull’onda lunga del successo dell’album Some Place Called Where (pubblicato dalla norvegese Losen Records e per l’occasione distribuito in Italia da Egea), recensito in tutto il mondo e premiato per l’eccezionale interplay e l’intesa artistica tra il pianista di Detroit, figura monumentale della storia del jazz, e la cantante italiana, autrice di otto album assai apprezzata dalla critica internazionale per l’abilità nel produrre un timbro aderente all’estetica dei brani, per la presa sul testo e la capacità interpretativa. Sul palco romano nuove magiche storie da raccontare, un repertorio fortemente condiviso da questo duo che propone una fusione tra la tradizione, la storia del jazz e la sperimentazione.

Some Place Called Where ha ottenuto recensioni importanti su prestigiosi magazine stranieri come JazzTimes, JazzHot, Jazz Profile, Music Web International, Albany Jazz (che ha menzionato l’album tra i Top 2017), ma anche su importanti testate italiane come Musica Jazz, Jazzit, Italia In Jazz, A proposito di Jazz oppure Il Manifesto, Internazionale, Jazz Convention e L’Isola della musica italiana: i giornalisti hanno apprezzato la combinazione di esperienze, sensibilità e maturità, nonchè l’intrigante scelta dei brani. Un “repertorio di nicchia” utile all’espressività diretta, immediata e toccante di Marilena e Kirk, che aprono le porte sul loro mondo: quello dell’improvvisazione e della voce come strumento per la Paradisi, quello degli anni passati con Chet Baker, Dexter Gordon, Pharoah Sanders e Lester Bowie, ma anche dell’amore per la musica classica, per Lightsey.

Il titolo dell’album proviene dall’omonimo pezzo di Wayne Shorter, scelto da Marilena in una scaletta sentita e vissuta con Kirk. Come dichiara David Fishel nelle note di copertina, «Portrait (Mingus), Little Waltz (Carter) e Like A Lover (Caymmi) sono un buon esempio di questa musica scelta per profondità e sincerità, Fresh Air è un brano di Kirk che rappresenta bene il dialogo tra i due, Kirk ci regala anche un solo di flauto incantevole e lirico. Il suono complessivo è molto più pieno di quanto si possa aspettare da un duo, con la progressiva gamma armonica di Kirk e la qualità del tocco, quasi da accompagnamento orchestrale. Ma è l’intimità dell’interazione tra i due che più colpisce».

Info:

Marilena Paradisi:
https://www.facebook.com/marilenaparadisiofficial/

I NOSTRI CD

Emanuele Coluccia – “Birthplace” – Workin Label
Emanuele Coluccia, pianista e multistrumentista, presenta “Birthplace”, cd edito da Workin Label in collaborazione con Puglia Sound.  Un disco in cui si relaziona ai validi Luca Alemanno al contrabbasso e Dario Congedo alla batteria, che ha come idea di partenza anzi di ritorno il rientro a casa dopo lo smarrimento del viaggio, l’approdo al luogo di nascita, inteso come proprio presente emotivo, vita interiore, come culla di sentimenti ed espressione creativa. Sono otto suoi brani, a parte “Azzurro” di Paolo Conte, che all’origine si configurano come semplici appunti, idee melodiche affiorate nei momenti più imprevedibili della giornata, non dunque come ci si potrebbe aspettare sollecitate davanti ad un pianoforte, un sax, una chitarra, ma fuori, in movimento, fissate in genere sul cellulare.  Schizzi che poi al momento opportuno vengono organizzati sul piano armonico e inquadrati seguendo una sintassi jazzistica all’interno di una cornice che è appunto quella stilistica del mondo musicale d’appartenenza, formatasi anche tramite la pluriennale esperienza artistica in Europa ed a New York.
L’album si presenta come note di un diario di note, genius loci di storia umana e artistica, in una narrazione fatta di temi (in uno dei quali, “Eagle’s Wish”, c’ė l’apporto della vocalist Carolina Bubbico) costruiti con attenzione al suono, al suo scorrere, resi con un pianismo immediato, dai riflessi coloristici mutevoli, fluido, come la placenta di un grembo materno, sia detto metaforicamente, per indicare quel luogo di provenienza e d’arrivo a cui l’album, tutto, protende.

Double Cut – “Mappe” – Parco della Musica Records
Il quartetto Double cut presenta “Mappe”, secondo album pubblicato da Parco della Musica Records. La formazione, abbastanza inusuale, annovera i due sassofoni di Tino Tracanna e Massimiliano Milesi, con una sezione ritmica composta Giulio Corini al contrabbasso e Filippo Sala alla batteria e affini. Ma perché mai Mappe? Proviamo ad immaginare un navigatore satellitare che non sia ben aggiornato e che porti, si, a destinazione ma attraverso un percorso frastagliato, più lungo, certamente più panoramico e variegato. È così che si passa da un brano alla Ornette Coleman (“Spiritual Legacy”) ad un omaggio a Jimmy Giuffre con la riproposizione della sua “The Train and The River” a mò di boogie-shuffle; dall’omaggio divertito a Tom Waits in “Love and Love Again” ai giochi infantili dell’onirico “Biglie e Castelli di Sabbia”, scritto dal batterista (le altre composizioni sono in alternanza di Milesi e Tracanna). Il sat nav ci porta su e giù per la carta geomusicale, fra esplosioni ritmiche (“Olii esausti”) e contrasti armonici (“Triads”), twist (“Charivari”) e improvvisazioni corali (“Settepersette”) fino a “Pow How”, l’indianino animato dei Caroselli di una volta che diventa titolo per un brano basato su una nota sola (no, la samba omonima non c’entra!) legata ad una sequenza ben ritmicizzata. Buon per Tracanna aver trovato un alter ego ideale in Milesi. C’era gente, nel jazz, come Roland Kirk che i due sax se li suonava da solo! I due musicisti, per quanto di personalità differente, lavorano, è il caso di dire, di concerto, impiegando energia e voglia di sperimentazione in congiunzione. Double Cut, Doppio taglio, allora, per I Due Tenori (ma anche soprano e strumentario vario) sta per questo approccio duplice al materiale da segnare durante il percorso: put on the map.

Marco Magnelli – “Dress Code” – Nusica.org
In diverso modo legata allo stato d’animo degli artisti è la proposta discografica del chitarrista trentaseienne Marco Magnelli, cosentino di nascita, bolognese d’adozione, che licenzia in Trio, per i tipi musicali di Nusica.org, l’album “Dress Code”. Titolo che dà l’idea di una musica che “veste” la nudità del vuoto, con una chitarra struccata che abbiglia il suono in modo circolare, lo avvolge di accessori funk e rock, lo avviluppa entro collane di note e si mostra, come in un fashion show, su una pedana dove una compiacente sezione ritmica ne sostiene il passo a volte felpato altre volte calcato con decisione. I modelli, in senso musicale, sono Brill Frisell e Esbjörn Svensson ma la trama del tessuto è di conio artigianale, preparata in team con Federico Gueci al contrabbasso e Simone Sferruzza alla batteria. Il “Dress Code” di Magnelli and partners è casual, nelle parti improvvisate; sofisticato, nei momenti più soft dell’esecuzione; a tratti di taglio semiformale. La scaletta si alterna fra “Ironic Smile” e “Piccoli Idilli” per trasformarsi infine in “Wild”, che è il brano in cui partecipa l’ospite Mariolino Stancati, musicista sperimentale conterraneo di Magnelli. Quasi come se il cerchio si facesse quadrato per occupare integralmente l’habitus entro cui i musicisti si son mossi fino a qualche momento prima.

Federica Michisanti – “Silent Rides“ – Filibusta Records
Stefano Bonnot di Condillac riconduceva le facoltà attive dell’anima alle sensazioni.
Le quali, secondo il filosofo, si trasformavano in azione attraverso fibre nervose e movimenti non essendo l’anima, senza il corpo, in grado di generare alcuno sviluppo. Questo è quanto ricordava, nel 1832, lo storico della filosofia Guglielmo Tennenmann nel suo manuale storico-filosofico. E questo è quanto è venuto in mente al cospetto dell’album “Silent Rides”, del Federica Michisanti Horn Trio, edito da Filibusta Records. In effetti la giovane contrabbassista romana potrebbe esser vista come una ideale continuatrice di Condillac per il rilievo che l’impulso delle sensazioni assume nella sua pratica musicale. Fatta di un jazz molto “a pelle” in cui lo strumento ė funzionale ad “animare” armonie attraverso contrappunti, fraseggi in sequenza, linee improvvisative… qualità che si vanno sempre più riscontrando nella consolidanda tradizione del contrabbassismo femminile. In questa direzione l’essere affiancata, nella suite in otto tracce, dal sax e clarinetto di Francesco Bigoni e dalla tromba di Francesco Lento, la affranca ulteriormente da quei compiti canonici che di norma vengono assegnati ai bassisti. Per girare o meglio viaggiare (Rides) verso territori espressivi già silenti, senza ostruzioni e paletti stilistici e, con tono discorsivo e tocco leggero, cesellare il proprio percorso ricucendone le trame creative unificandoci gli interessanti spunti dei due fiati, spesso intersecati, protagonisti per niente complementari del progetto.

Angélique Kidjo trascinante come sempre… Oded Tzur una bellissima scoperta!

Domenica 25 novembre si è chiusa nel migliore dei modi l’edizione 2018 di Romaeuropa Festival: cinque concerti all’Auditorium Parco della Musica di Roma, che hanno interessato le varie sale, dalla Santa Cecilia alla Petrassi, passando per la Sinopoli e il Teatro Studio Borgna. Dalle ore 16 alle 21, si sono passati il testimone cinque concerti che hanno avuto come protagonisti, in ordine di orario, Ryoji Ikeda ”Eklekto”, Franco D’Andrea Octet “Intervals I – II”, Ryoji Ikeda “Datamatics”, Angélique Kidjo e , Matthew Herbert, per la prima volta in Italia con la sua Brexit Big Band.

La scelta non è stata facile ma sia per l’entusiasmo che mi aveva trasmesso Angélique Kidjo nell’ultimo suo concerto in Italia, sia per l’esplicita richiesta di mio figlio grande appassionato di musica anch’egli, sia per la comodità dell’orario (perché non pensare più seriamente ad organizzare i concerti nel tardo pomeriggio?) ho scelto di andare a sentire la star del Benin e mai scelta fu più giusta.

Già all’ingresso dell’Auditorium si respirava l’atmosfera delle grandi occasioni: moltissima gente ed una lunga fila davanti al botteghino nella speranza – rivelatasi poi vana – di trovare qualche biglietto. Quindi sold out ed un pubblico pronto a recepire le suggestioni della vocalist che, come al solito, non si è certo risparmiata.

Vincitrice di tre Grammy award, Angélique, nella sua unica data italiana, ha presentato il nuovo disco “Remain in Light”, l’album dei Talking Heads registrato dal gruppo insieme a Brian Eno nel 1980 e contaminato dalla poliritmia africana (esplicito il richiamo a Fela Kuti), dal funk e dalla musica elettronica.

Prodotto da Jeff Bhasker (Rihanna, Kanye West, Harry Styles, Bruno Mars, Drake, Jay-Z) con la collaborazione di Ezra Koenig dei Vampire Weekend, Tony Allen e molti altri artisti, il nuovo lavoro della Kidjo si fa apprezzare per la riattualizzazione di una musica per certi versi “storica” nulla perdendo dell’originaria valenza. In altri termini, introducendo dei testi cantati in lingue del suo paese d’origine e percussioni trascinanti, la vocalist ha confezionato un piccolo capolavoro ovviamente più africanizzato rispetto all’originale e più accessibile. E se ne è avuta una palpabile conferma nel concerto romano: già a metà serata il pubblico cominciava ad accalcarsi sotto il palco per rispondere meglio ai ripetuti inviti della Kidjo a cantare, a ballare, a godersi la vita dimenticando, almeno per un po’, i molti guai che ci affliggono; e non sono mancati neanche gli appelli a rispettare le donne.  In effetti l’artista non si è limitata a riproporre il repertorio dell’album, ma ha aggiunto alcuni suoi storici cavalli di battaglia come “Cure” contro la pratica molto diffusa in Africa dei matrimoni combinati e due classici della musica africana come “Mama Africa” e il celeberrimo “Pata Pata” portato al successo da Miriam Makeba. E proprio intonando questi brani la vocalist si è immersa nell’abbraccio del pubblico prima cantando e ballando in platea con gli spettatori entusiasti e quindi, risalita sul palco, invitando molti giovani a raggiungerla dando così a molti la possibilità di esibirsi in siparietti di ballo di qualche minuto. Insomma davvero uno spettacolo forse artisticamente non esaltante, ma umanamente e sentimentalmente toccante. Peccato che, come al solito, c’era qualche signora che forse non si rendeva conto di cosa stesse accadendo e si lamentava perché la gente in piedi non le consentiva di vedere bene cosa accadeva sulla scena. E qui il discorso si farebbe molto serio … ma non è il caso di affrontarlo in questa sede, anche se prima o poi una riflessione occorre farla!

*****

Adesso facciamo un passo indietro fino a domenica 11 novembre quando, su consiglio di Lucianio Linzi, mi reco alla Casa del Jazz per ascoltare il quartetto del sassofonista Oded Tzur con Nitai Hershkovit al pianoforte, il greco Petros Klampanis al basso e Colin Stranahan alla batteria.

Prima di proseguire nel racconto del concerto, devo premettere a) che il sax tenore è il mio strumento preferito; b) talmente preferito che l’ho studiato per circa una decina d’anni senza però giungere ad un livello tale che mi permettesse di esibirmi in pubblico; c) questo per far capire che sono in grado di valutare se qualcuno il sax lo sa suonare per davvero o meno.

Ebbene in tanti anni di frequentazione con il jazz raramente mi era capitato di ascoltare un ‘tenorista’ che sapesse districarsi così bene tra le dinamiche offerte dal sax tenore. In effetti Oded è in grado di suonare con un volume assai basso mantenendo una intonazione perfetta, cosa, vi assicuro, tutt’altro che facile e banale. Ma ovviamente non è solo questa caratteristica che fa di Tzur un grande musicista. Alla straordinaria abilità tecnica aggiunge un’espressività non comune, una non banale capacità di raccontare delle storie, una intensa attività di ricerca tesa a coniugare linguaggio jazzistico, musica medio-orientale e musica classica indiana (ha studiato al Conservatorio di Rotterdam con il flautista indiano Hariprasad Chaurasia), e grandi capacità compositive e improvvisative. Ed è proprio partendo dallo studio della musica indiana che Oded ha elaborato, dopo una decina d’anni di approfonditi studi, una tecnica per sassofono da lui stesso chiamata “Middle Path”, che estende la capacità microtonale dello strumento.

Cresciuto a Tel Aviv, Oded si è stabilito a New York nel 2011 entrando quasi subito in contatto con altri grandi artisti israeliani che l’avevano preceduto quali Avishai Cohen e Shai Maestro. Insomma una sorta di apprendistato che ha giovato non poco alla sua maturazione tanto che oggi Oded Tzur è considerato una stella nascente nel panorama jazzistico mondiale.

Considerazione più che meritata stando a ciò che abbiamo ascoltato nel concerto romano. Se Tzur mi ha stupito per quanto sottolineato in precedenza, è tutto il gruppo chi si fa ascoltare con attenzione. Tutti bravi a livello individuale costituiscono un gruppo affiatato in grado di sorreggere le escursioni dinamiche del leader, eseguendo con estrema disinvoltura anche partiture complesse ed instaurando un clima di profonda spiritualità sulla scorta della via segnata da geni quali Sonny Rollins e soprattutto John Coltrane con il suo “A Love Supreme”.

Un’ultima considerazione: erano davvero tantissimi anni che non mi capitava di vedere sul palco un giovane jazzista in giacca e cravatta; un dettaglio? Forse sì…o forse no!

Gerlando Gatto

 

 

Mattia Parissi Trio e Òligo al Rossini Jazz Club di Faenza

Giovedì 6 dicembre, alle 22, si terrà il primo doppio concerto della stagione del Rossini Jazz Club di Faenza. Sul palco infatti si esibiranno il Mattia Parissi Trio, formato da Mattia Parissi al pianoforte, Emanuele Di Teodoro al contrabbasso e Andrea Ciaccio alla batteria, e, a seguire, Òligo, il trio costituito da Enrico Ronzani al pianoforte, Henrique Molinario al contrabbasso e Giacomo Scheda alla batteria. La rassegna diretta da Michele Francesconi si presenta in questa stagione con due cambiamenti sostanziali: il Bistrò Rossini di Piazza del Popolo è il nuovo “teatro” per i concerti che si terranno di giovedì. Resta immutato l’orario di inizio alle 22. Il concerto è ad ingresso libero.

Il Mattia Parissi Trio nasce principalmente dall’amicizia che lega i tre componenti e dalla loro grande passione comune per il jazz. Se i tre musicisti si propongono insieme solo da qualche mese, e questo rende la formazione un progetto a tutti gli effetti inedito, Parissi, Di Teodoro e Ciaccio hanno già collaborato insieme in altri contesti e in formazioni più ampie. Il Mattia Parissi Trio intende il Jazz nel suo senso più ampio, senza porsi barriere stilistiche o di genere: la sua musica si apre a ogni forma di contaminazione e spazia dallo swing alla musica brasiliana, passando per riferimenti importanti come Bill Evans, Wayne Shorter, Chick Corea o Pat Metheny. Influenze presenti tanto nell’arrangiamento di standard appartenenti alla tradizione quanto nell’esecuzione di brani originali.

Òligo è “quantità limitata”. Limitata nel numero di elementi che compongono la formazione, limitata come la durata di un disco per sintetizzare una storia lunga dieci anni, storia che a tratti procede univoca, a tratti divisa in tre. Tre idee e background musicali sempre messi in discussione, divergenti, che improvvisamente entrano in collisione. Questo il percorso distillato da Enrico Ronzani, Henrique Molinario e Giacomo Scheda nella loro musica e nell’approccio stilistico ed estetico al jazz. Il trio suonerà i brani del disco in uscita a febbraio 2019.

La rassegna musicale diretta da Michele Francesconi, dopo oltre dieci anni, cambia sede e si sposta al Bistrò Rossini che diventerà, ogni giovedì, il Rossini Jazz Club: la seconda importante novità riguarda proprio il giorno della settimana, si passa appunto al giovedì come giorno “assegnato” ai concerti. Resta invece immutato lo spirito che anima l’intero progetto: al direttore artistico Michele Francesconi e all’organizzazione generale di Gigi Zaccarini si unisce, da quest’anno, la passione e l’accoglienza dello staff del Bistrò Rossini e l’intenzione di offrire all’appassionato e competente pubblico faentino una stagione di concerti coerente con quanto proposto in passato.

Giovedì 13 dicembre, sempre alle 22, la prima parte della stagione del Rossini Jazz Club di Faenza si competa con il concerto del duo formato da Andrea Massaria e Bruce Ditmas, rispettivamente chitarra e batteria.

Il Bistrò Rossini è a Faenza, in Piazza del Popolo, 22.