VICENZA JAZZ 2019: Top Jazz Night, il Jazz premiato nel Top Jazz 2019

VICENZA JAZZ 2019

Ridotto del Teatro Comunale Vicenza, venerdì 17 maggio, ore 21

FEDERICA MICHISANTI HORN TRIO (miglior nuovo talento italiano dell’anno)

Federica Michisanti, contrabbasso
Francesco Lento, tromba e flicorno
Francesco Bigoni, sax tenore e clarinetto

FRANCO D’ANDREA NEW THINGS

Franco D’Andrea, pianoforte
Mirko Cisilino, tromba
Enrico Terragnoli, chitarra

VICENZA JAZZ 2019: Uri Caine Trio, la poesia dell’improvvisazione e delle dinamiche

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Vicenza Jazz 2019

Teatro Olimpico, domenica 12 maggio, ore 21

URI CAINE TRIO, Calibrated Thickness
Uri Caine, pianoforte:
Mark Helias, contrabbasso
Clarence Penn, batteria

Il pianoforte di Uri Caine apre il concerto con accordi liberi eseguiti in pianissimo. Un pianissimo molto intenso, percettibile seppure molto vicino al sussurro… il Teatro osserva un attento silenzio perché quel pianissimo, così sonoro, attira irresistibilmente l’attenzione. Il contrabbasso di Mark Helias si inserisce, sommessamente, dopo poco ed improvvisa, con l’arco, intrecciandosi al piano. Infine si unisce Clarence Penn,, con le sue spazzole di legno, e il Trio procede con una cura particolare nel creare un timbro complessivo denso di suggestioni, nonostante ogni musicista proceda, pur nell’evidente ascolto reciproco, con digressioni totalmente individuali.



Ad un tratto appare un walkin’ bass e l’atmosfera cambia totalmente: parte un blues, Penn passa alle bacchette, appaiono scambi pianoforte / batteria ogni 12 battute, il pubblico quasi si sente a casa, è un’incursione in un mondo sonoro noto, sicuro…  ma non per molto.
Il blues si disgrega, si torna ad un pianissimo profondo, espressivo, sottile ma non esile, appena udibile ma pieno di pathos: la certezza dunque si dilegua, nascono idee improvvisate su un qualcosa di non strutturato. Clarence Penn in un ambito come questo può permettersi di cambiare tipo di bacchette tutte le volte che vuole, talvolta propendendo anche per una asimmetria tra le due.
Ogni idea estemporanea che si concretizza, viene curata, variata, e valorizzata da ognuno dei tre musicisti. Uri Caine gradatamente rumoreggia con arpeggi cupi, Mark Helias con il suo contrabbasso ne enfatizza i suoni scuri, il volume si alza ma sfuma presto in un diminuendo che arriva ad un altro pianissimo impalpabile eppure, ancora una volta, denso di suono.

 

Un assolo di contrabbasso introduce l’episodio successivo. Clarence Penn sceglie i mallets, che risuonano su un tom coperto da un asciugamano e sui ride. Il tema introdotto dal contrabbasso viene ripreso dal pianoforte e si procede di nuovo verso un episodio più definito, riferibile ad un mondo sonoro noto, questa volta un funky trascinante, in cui di nuovo le dinamiche sono fondamentali: si passa da volumi alti a volumi bassissimi con forchette molto ampie, quei pianissimo vedono tacere la batteria (già volutamente non amplificata) ed apparire piccoli sonagli, quasi sparire il contrabbasso se non per dare piccoli punti di riferimento armonici, diminuire esponenzialmente il tocco sul pianoforte.

 

Piano piano si delinea lo schema di un concerto che è molte cose insieme.
La prima caratteristica che emerge man mano è la cura dello SPESSORE sonoro.
Thickness in inglese significa spessore. E lo spessore sonoro in effetti è la caratteristica più notevole dell’andamento della musica suonata da questo Trio: da sottilissimo a intensissimo, da pianissimo a fortissimo, da sussurrato a percussivo.  Calibrated Thikness, spessore calibrato: le dinamiche portate ai loro minimi e ai loro massimi con un rigore che dà luogo alla perfezione, specialmente in quei pianissimo che più volte sono stati descritti e che davvero denotano tutto l’andamento del concerto.
La seconda è l’alternanza tra episodi di improvvisazione completamente libera e episodi che si rifanno a schemi jazzistici più definiti: lo swing, la ballad, il funky, il blues. In ogni episodio c’è comunque quella ricerca raffinata delle dinamiche che è la cifra espressiva di questo Trio.
Contrasto dunque tra atmosfere diverse e tra spessori/ dinamiche diverse. Un’idea di performance pensata con cura, progettata a monte nei particolari dal punto di vista della sua impalcatura , ma allo stesso tempo caratterizzata da  un enorme spazio concesso all’improvvisazione, libera ed estemporanea, o all’interno di schemi più noti.
Nonostante la struttura sia, come detto, rigida per alternanze di episodi e di dinamiche, ciò che accade non è mai uguale. Ad un capitolo libero che parte con un bicordo altalenante di contrabbasso, in cui la batteria è percossa dolcissimamente con le sole mani, si alterna, come parte jazzistica riconoscibile ‘Round Midnight: alla quale segue un altro capitolo libero fatto di ondate sonore, senza temi melodici, in cui conta il timbro complessivo e quel passare da un ribollire magmatico del pianoforte all’improvviso scampanellio di note acute, a cui segue di nuovo un walkin’ bass cui segue un accenno di ragtime.
Di nuovo la libertà improvvisativa, stavolta leggera, a volume minimo, suggestiva ed evocativa, e poi una atmosfera pop quasi alla Elton John. E poi un loop martellante e così via fino a due bis, cominciando da un assolo di batteria tribale e concludendo il concerto con uno di quei pianissimo eseguiti su un fraseggio che evoca Bill Evans.


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L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

L’alternarsi di episodi diversi, l’attenzione poetica alle dinamiche hanno reso questo concerto un’esperienza a tratti veramente emozionante. L’altalenare tra la libertà assoluta nella quale ci si può cullare stupiti e l’approdo successivo a mondi sonori conosciuti è interessante, crea aspettativa e, una volta che lo schema avviluppa chi ascolta, crea una certa dipendenza nell’attesa che arrivi l’episodio successivo. Ma, a prescindere da quell’ altalenare “strutturale”, i pianissimo così traboccanti di suono, di armonici, di particolari affascinanti sono parsi, senza esagerare, incantevoli: a chi vi scrive, ma a sentire alla fine del concerto i commenti di chi c’era, non solo a chi vi scrive.
Uri Caine in stato di grazia, Mark Hellas versatile, creativo, poetico, e Clarence Penn sinceramente straordinario per forza, delicatezza, fantasia, poesia.



Alla fine di questo concerto abbiamo fatto un salto al Caffè Trivellato perché suonava una compagine inusuale: quattro baritoni e batteria, per la formazione Barionda della sassofonista Helga Plankensteiner

Helga Plankensteiner, Massimiliano Milesi, Giorgio Beberi, Javier Girotto: sax baritono
Mauro Beggio: batteria

Siamo arrivate quasi alla fine della performance, ma in tempo per ascoltare una compagine davvero singolare, energica e con la capacità di far arrivare ben distinti e percepibili le linee ritmico melodiche nel loro intreccio polifonico, tutt’altro che confuso, nonostante la potenza, come potete immaginare, del suono complessivo di quattro sax baritoni, strumenti possenti,  con la batteria di Beggio impagabile nel tirare le fila di una sonorità così ridondante.

Ecco le foto, dalle quali forse potete immaginare un po’ di ciò che è accaduto!


 

 

Vicenza Jazz 2019: Chucho Valdés – Jazz Batà

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

VICENZA JAZZ FESTIVAL 2019
Vicenza, Teatro Comunale, ore 21

Chucho Valdés – Jazz Batà

Chucho Valdés, pianoforte
Dreiser Durruthy, batà
Ramon Vazquez, contrabbasso e basso elettrico
Yaroldy Abreu, percussioni

Un pubblico affettuoso e anche emozionato saluta l’entrata sul palco di Chucho Valdés con un applauso quasi liberatorio dopo quasi un’ora di attesa, dovuta ad un ritardo aereo, che ha costretto i musicisti a svolgere il sound check in fretta e furia mentre la gente già arrivava in teatro: teatro praticamente sold out.
Chucho Valdés, imponente, si siede al pianoforte. I suoi musicisti prendono posto davanti ai propri strumenti, e il concerto finalmente comincia, con una intro di pianoforte carica di blues, accordi per niente cubani, suoni impastati e amplificati dai pedali, e anche qualche fraseggio con reminiscenze classiche. Chucho si presenta, con il suo pianoforte.

Quando si inseriscono il contrabbasso le batà e le congas la portata armonica complessiva diventa più indefinita, sognante, complice anche lo stesso pianoforte: Chucho si abbraccia ai suoi musicisti e diventa parte egualitaria del quartetto, per una buona manciata di minuti.
Poi ad un tratto accade ciò che accadrà ripetutamente durante tutto il concerto: emerge da quell’episodio corale (che potrà essere onirico, o atonale, o carico di accordi e battiti potenti, ma comunque corale) un riff, una cellula melodico ritmica, un piccolo ostinato, che diventa una sorta di richiamo potente “all’ordine” del leader ai suoi musicisti, e su cui in un secondo momento si impernia l’improvvisazione del pianoforte, e anche degli altri strumenti, o l’esecuzione di un brano ben definito.

Il riff parte generalmente dal pianoforte stesso, risuona da solo per un po’ e poi viene ereditato magari dal contrabbasso: a quel punto Valdés comincia a improvvisare e dare fondo al suo ricchissimo arsenale di possibilità ritmico – melodiche, che vanno dal Jazz, alla musica cubana, alla musica classica, assemblate in maniera sempre diversa e bisogna dire spesso inaspettata: stilemi noti, ma in sequenze sempre nuove.
Il primo riff proviene dalla registro grave della tastiera e va avanti ostinatamente: solo per pochi istanti Valdés vi aggiunge una seconda voce a distanza di una terza maggiore. Per il resto sono quattro potenti note all’unisono che improvvisamente si disgregano in un piccolo, delicato, malinconico brano cantabile, struggente, melodicamente molto cubano, in tonalità minore, del quale batà e congas creano il suggestivo substrato ritmico.

Una cascata cromatica di note cristalline chiude il pezzo, dando spazio ad un lungo e intenso assolo del contrabbasso di Vazquez.

L’ultima nota del contrabbasso viene ripresa dal pianoforte che costruisce un episodio meno definito dal punto di vista tonale, fatto di  fraseggi frammentati, colmati nei loro silenzi dai suoni delle conchiglie e delle percussioni di Abreu.
Ed ecco ancora una volta il riff, ritmico, al cui richiamo, costruito in modo da apparire per i musicisti irresistibile, si accodano subito il contrabbasso (che lo replica esattamente), le batà e congas. Chucho Valdés a quel punto, sulla base da lui creata, improvvisa liberamente.
Il concerto prosegue così: piccoli dialoghi tra contrabbasso, pianoforte e percussioni, riff di richiamo, improvvisazione. Con ambiti sonori sempre diversi: brani dolci e lenti o molto intensi e ritmici, o virtuosistici, anche, ché il pianismo di Chucho Valdés ha questa caratteristica dell’essere cangiante, della capacità cioè di andare dal minimalismo di due piccole note ripetute all’infinito, magari variandone al massimo le dinamiche, alla ridondanza degli accordi percussivi che saltano velocissimamente da un punto all’altro della tastiera al massimo volume, usando anche i suoi potenti strisciando, eseguiti a due mani, e che strappano gli applausi del pubblico, come è normale che avvenga. O ci si trova davanti a un blues, che improvvisamente si tramuta in canto religioso, con Durruthy, Vazquez e Abreu che eseguono brani della tradizione Yoruba, alla quale le batà, come strumenti a percussione, sono legate.

Non mancano citazioni di ogni tipo (Poinciana, Spain, la Marcia Turca di Mozart, persino), che si intensificano fino alla conclusione, emergendo tra gli strisciando, i riff sempre più accattivanti, e le progressioni di accordi sempre più inequivocabilmente cubane. Conclusione applauditissima, con i musicisti che danzano (compreso lo stesso Valdés) e che incitano il pubblico con canti e battiti di mani.

L’ IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Chi vi scrive ama la musica cubana, il pianismo cubano in tutte le sue forme, anche quelle più stereotipate, e ama Chucho Valdés. Questo va detto da subito, per sgombrare il campo da pretese di scientificità o di verità obiettive calate dall’alto: d’altronde questo spazio è dichiaratamente lo spazio di un giudizio personale che può dunque agevolmente essere saltato a piè pari.

Qui a Vicenza ho ascoltato un concerto coinvolgente, dalla sonorità elegante ed equilibrata anche nei momenti di virtuosismo più spinto: complice anche la mancanza della batteria, sostituita dalle batà, ma soprattutto dalla capacità dei musicisti di bilanciarsi e di rimanere all’interno di dinamiche e timbriche mai esagerate.
Valdés sa come fare l’occhiolino al pubblico, e lo fa, certamente, ma ci tiene a far emergere la sua musicalità, la sua espressività da subito, prima di accontentare le aspettative della platea: non a caso il concerto era iniziato in modo molto “jazzistico” (semplificando, che non me ne vogliano i puristi) e via via fino alla fine procedendo sempre di più verso una esplicita, accattivante ed ammiccante sonorità cubana.
Negli episodi più lenti non sono mancati momenti di intenso lirismo. Fondamentale durante tutto il concerto l’aspetto prettamente melodico di batà e congas, e la funzione irrinunciabile del contrabbasso che si è rivelato prezioso punto di riferimento, una vera tagliente, trainante corda metallica sonora.
L’impianto armonico spesso è apparso complesso, tanto da rendere melodie magari molto semplici tutt’altro che scontate.
Una performance divertente, più variegata nella prima parte che nella seconda, e più multiforme e articolato di quanto non ci potesse aspettare. E anche un bello spettacolo da vedere, come si può vedere dagli scatti di Daniela Crevena.

Dave Samuels: un artista dai molteplici aspetti – Il vibrafonista è recentemente scomparso all’età di 70 anni

Un’altra stella del jazz è andata a brillare lassù nel cielo: il 22 aprile si è spento a New York City, dopo una lunga malattia, il vibrafonista e percussionista Dave Samuels. Aveva 70 anni.

Nato a Waukegan, nello Stato dell’Illinois, il 9 ottobre 1948, Dave Samuels ha legato il suo nome al celebre gruppo fusion “Spyro Gyra” con cui ha suonato per molti anni.

Ma, ovviamente, la sua storia di musicista comincia molto prima, e precisamente nel 1954 quando, a soli sei anni, inizia a prendere lezioni di batteria e pianoforte influenzato dai due fratelli maggiori che suonano, rispettivamente, sassofono e pianoforte. Successivamente, negli anni dell’università a Boston, passa al vibrafono e alla marimba studiando, tra gli altri, con Gary Burton e frequentando il Berkley College of Music.

Non ancora trentenne, nel 1974, si trasferisce a New York dove viene immediatamente, chiamato a suonare in occasione del celebre concerto alla Carnegie Hall del 24 novembre dello stesso anno per la reunion tra Gerry Mulligan e Chet Baker, concerto che per fortuna possiamo riascoltare grazie al doppio LP registrato dal vivo e pubblicato dalla CTI.

Più o meno dello stesso periodo è l’altra prestigiosa collaborazione con Carla Bley, e poi con Frank Zappa (lo si ascolta nell’album “Zappa in New York” del ’77), Paul McCandless e David Friedman, suo insegnante a Boston e con il quale crea il duo Double Image e incide due album, nel 1977 e nel 1994.

Nel 1977 inizia la sua lunga e fruttuosa collaborazione con “Spyro Gyra”, di cui diventa membro effettivo e stabile solo in occasione dell’album del 1983 “City Kids”; grazie all’apporto di Samuels, “Spyro Gyra” viene nominato dalla rivista Billboard come miglior gruppo di jazz contemporaneo degli anni ’80.

Ma gli interessi di Samuels non si limitano alla fusion essendo egli un grande estimatore della musica caraibica; eccolo, quindi, nel 1993 dare vita al “Caribbean Jazz Project” con Paquito D’Rivera e Andy Narell specialista di steel pan, che diventa ben presto la sua creatura preferita, lanciandolo definitivamente nell’olimpo dei grandi. Così nel 2005 lascia “Spyro Gyra” e si dedica al nuovo progetto declinato attraverso la ricerca dei molti stili che animano il jazz latino e afro-caraibico. E che la ricerca abbia dato fruttosi succosi è dimostrato dal fatto che il gruppo vince un Grammy per il Miglior Latin Jazz Album (“The Gathering” del 2002) e un Latin Grammy nella stessa categoria (“Afro Bop Alliance” del 2008).

A fianco di queste prestigiose realizzazioni, Samuels prosegue la sua carriera da solista: nel 1980 incide, con un gruppo di musicisti italiani (Furio Di Castri, Tullio De Piscopo, Giorgio Baiocco), “One Step Ahead” il primo di dieci album da leader.

Samules è stato anche un valido didatta avendo insegnato al Berklee e al New England Conservatory of Music; ha scritto anche due volumi didattici “Mallet Keyboard Musicianship” nel 1988 e “Contemporary Vibraphone Technique” nel 1992.

Insomma con Samuels se n’è andato un grande artista che traeva le sue motivazioni da tutti gli aspetti dell’essere musicista: la composizione, l’arrangiamento, il solismo…senza trascurare il desiderio di trasmettere ai più giovani il suo sapere.

Gerlando Gatto