I NOSTRI CD. Grandi nomi alla ribalta

Nik Bärtsch’ S Ronin – “Awase” – ECM 2603
Una musica iterativa, a tratti quasi ipnotica: questo il tratto caratterizzante questo nuovo album del pianista zurighese che nell’occasione si presenta in quartetto con Kaspar Rast alla batteria, Thomy Jordi al contrabbasso e Sha al clarinetto basso e al sax alto. La musica appare del tutto coerente con le posizioni più volte espresse dallo stesso musicista secondo cui “alcune tra le nostre strategie musicali e drammaturgiche sembrano abbeverarsi di procedure minimali: concentrazione dei materiali, consapevolezza attraverso la ripetizione, combinazione di pattern” procedure che si ritrovano non solo nel mondo del jazz ma anche in altre espressioni musicali come il funky. Comunque, tornando al jazz e a Bärtsch c’è da sottolineare come il pianista ancora una volta sia riuscito a coniugare la fedeltà a quei modelli cui prima si faceva riferimento con una sincera ansia di ricerca che ha sempre caratterizzato la sua arte. In questo nuovo album da evidenziare ancora il significativo apporto di tutti i componenti il quartetto, dal batterista che con il suo drumming costante e preciso è servito da collante per tutto il gruppo, al contrabbassista ‘fornitore’ di un flusso armonico-ritmico tanto elegante quanto funzionale per finire con le ance di Sha che si fa apprezzare non solo come strumentista (specialmente al clarinetto basso) ma anche come compositore (suo “A” uno dei brani più suggestivi dell’intero album). Dal canto suo il leader evidenzia come si possa strutturare un minimalismo di marca europea, distinto da quello statunitense, in cui ripetitività e groove, si conciliano con improvvisazione da un lato e disciplina, dall’altro. Tra i vari pezzi da segnalare il lungo “Modul 58” in cui dopo un’introduzione soft il clima si trasforma man mano fino a trasportare l’ascoltatore in un’atmosfera funky, assai movimentata che si distacca nettamente dal resto dell’album.

Greg Burk – “As a River” – Tonos Records
Musicista di rara sensibilità e uomo di squisito garbo, Greg Burk è uno dei non tantissimi musicisti con cui è gradevole parlare non solo di musica. Ma evidentemente in questa sede ci occupiamo di Greg in quanto jazzista ed in quanto autore di questo gradevolissimo piano solo. Esperienza non nuova per Burk che nel 2016 incise per la Steeplechase Lookout, sempre per piano solo, “Clean Spring”. “As a River”, registrato a Milano nel 2018, rappresenta comunque l’ennesima testimonianza di un talento che più passa il tempo e più si affina. Un talento che riguarda congiuntamente esecutore e compositore in quanto anche questa volta, come spesso nei precedenti album, i brani eseguiti sono da lui stesso composti. I pezzi appaiono ben strutturati, sorretti da un solido impianto formale in cui Burk riesce a sintetizzare i molteplici input che rendono così variegata la sua arte. Ecco quindi il sapiente mescolarsi di scrittura e improvvisazione, ecco una ricca tavolozza timbrica cui far ricorso, ecco un fraseggio sempre elegantemente ritmico, ecco quella varietà di situazioni che costituisce un’altra delle sue caratteristiche peculiari. Così, ad esempio, al clima quasi onirico di “The Slow Hello” si contrappone il fraseggio più libero, improvvisato di “Into The Rapids”, fino a giungere all’evocativo “Sequoia Song” scritto a seguito di una visita al Sequoia National Park. Dal punto di vista più strettamente pianistico, il linguaggio di Greg è allo stesso tempo forte e fluido, sempre caratterizzato da una evidente cantabilità che mai lo porta a forzare sul lato meramente spettacolare (si ascolti con attenzione “Sun Salutation” in cui Greg fornisce un’evidente dimostrazione di cosa significhi per un pianista l’indipendenza delle mani o ancora “Serena al telefono” caratterizzato da un ritmo latineggiante ben introdotto da un fraseggio con la sinistra).

Javier Girotto – “Tango nuevo revisited – act 9878-2
Chi segue “A proposito di jazz” sa bene quanto il sottoscritto ami Piazzolla e la sua musica. Di qui l’interesse con cui ascolta ogni nuovo album che includa brani del compositore argentino e la difficoltà di trovare un interprete che, in qualche modo, possa rielaborare e far rivivere adeguatamente la sua musica. Con questo album ci troviamo dinnanzi ad un’operazione assolutamente nuova e assai ben riuscita: la riproposizione di un album oramai considerato storico, vale a dire quel “Tango Nuevo” (conosciuto anche come “Summit” o “Reunion Cumbre”), registrato nel 1974 da Astor Piazzolla con il sassofonista Gerry Mulligan. Accanto a questi due grandi c’era un organico piuttosto ampio composto da Angel Pocho Gatti (pianoforte, Fender Rhodes, organo Hammond), Filippo Daccò e Bruno De Filippi (chitarre), Pino Presti (basso), un giovane Tullio De Piscopo (batteria e percussioni), Alberto Baldan Bembo e Gianni Zilioli (marimbe), Umberto Benedetti Michelangeli (violino), Renato Riccio (viola) e Ennio Miori (violoncello). Fu un successo internazionalmente straordinario e questo nuovo album si riallaccia prepotentemente a quelle registrazioni del ’74: in effetti – come spiega lo stesso Girotto – Siegfried “Siggi” Loch, fondatore e produttore di ACT, particolarmente affezionato al lavoro di Piazzolla e Mulligan avendone curato la produzione e la distribuzione su scala mondiale, ha proposto al sassofonista argentino ma oramai italiano d’adozione, di registrare nuovamente il disco che consolidò l’incontro tra l’ultimo innovatore del tango e uno dei migliori sax-baritonisti dell’intera storia del jazz. Girotto ha accettato, scelto l’organico (Gianni Iorio bandoneon e Alessandro Gwis (piano, tastiere)…ed ecco questo nuovo straordinario album. L’organico come si nota, è notevolmente ridotto rispetto alla versione originale ma è stato fortemente voluto da Girotto per “dare più apertura all’improvvisazione e spazio ad ogni solista”. In programma “Close Your Eyes And Listen”, “Twenty Years Ago”, “Summit”, “Reminiscence”, e “Years Of Solitude” già presenti in “Summit” cui si aggiungono “Escualo”, “Deus Xango” e “Fracanapa” sempre composti da Piazzolla nonché “Aire de Buenos Aires” e “Etude for Franca” di Gerry Mulligan. Dieci brani che se da un canto ci riportano, vivissima, l’immagine di un compositore straordinario come Piazzolla, dall’altro ci confermano la statura artistica di un personaggio come Javier Girotto che non ha paura di misurarsi con dei veri e propri mostri sacri della musica globalmente intesa.

Larry Grenadier – “The Gleaners” – ECM 2560
La discografia jazzistica per solo contrabbasso non è certo ricchissima: sono passati cinquant’anni da quando Barre Phillips incise da solo “Journal violone” subito acclamato da pubblico e critica. Da allora non sono stati moltissimi i bassisti che si sono cimentati in questa non facile impresa: tra di loro ricordiamo Barry Guy, Stanley Clarke, Dave Holland, Eberhard Weber, Miroslav Vitous… Adesso è la volta di Larry Grenadier, strumentista sontuoso che si è fatto le ossa suonando con alcuni mostri sacri del jazz quali, tanto per fare qualche nome, Herbie Mann, Paul Motian, Charles Lloyd ma soprattutto Brad Mehldau con il quale ha collaborato per molti anni. Nessuna sorpresa, quindi, che il patron della ECM, Manfred Eicher, gli abbia proposto questa sfida, vinta brillantemente. L’album è infatti profondo, stimolante e porta in primo piano la straordinaria tecnica di Larry nonché la sua sensibilità interpretativa. Il titolo s’ispira al film The Gleaners di Agnès Varda, in cui la regista racconta i suoi incontri ovunque in Francia con spigolatori e spigolatrici, recuperanti e robivecchi. Tra i pezzi composti dallo stesso Grenadier una dedica al suo primo eroe Oscar Pettiford, cui si accompagnano riproposizioni di temi firmati da George Gershwin, John Coltrane, Paul Motian, Rebecca Martin e Wolfgang Muthspiel. E in ognuna di queste parti Larry adotta uno stile differente, creando anche mirabili compilation con brani di compositori assai differenti come “Compassion” di John Coltrane e “The Owl of Cranston” di Paul Motian “. Egualmente mirabile il linguaggio vagamente folk adoperato nell’interpretazione di “Woebegone”. Insomma un album pregevole sotto ogni punto di vista che risponde pienamente a quell’esigenza, esplicitata dallo stesso Grenadier, di operare “uno scavo sugli elementi fondamentali di chi sono io come bassista. La mia era una ricerca verso un centro di suono e timbro, fili di armonia e ritmo che formano il punto cruciale di un’identità musicale. ”

Vijay Iyer e Craig Taborn – “The Transitory Poems” – ECM 2644
E’ il 12 marzo del 2018 quando Vijay Iyer e Craig Taborn salgono sul palco della Franz Liszt Academy di Budapest per dar vita ad un concerto che la ECM registra e che ci viene proposto in questo eccellente album. I due pianisti sono personaggi noti nella comunità del jazz, così come nota è la loro intesa cementata da lunghi anni di collaborazioni: era, infatti, il 2002 quando i due iniziarono a collaborare nella Note Factory di Roscoe Mitchell, partecipando ambedue agli album di Roscoe Mitchell «Song For My Sister» (PI, 2002) e «Far Side» (ECM, 2010). Questa nuova realizzazione in duo non presenta, quindi, particolari sorprese restituendoci due artisti nel pieno della maturità e perfettamente consapevoli delle proprie possibilità. Di qui una musica senza confini stilistici che si rivolge al futuro senza tuttavia dimenticare il passato. Ecco quindi tre significativi omaggi ad altrettanti giganti del jazz: “Clear Monolith” dedicato a Muhal Richard Abrams, “Luminous Brew” per Cecil Taylor e la riproposizione di “Meshwork/Libation – When Kabuya Dances” composta da Geri Allen, mentre “Sensorium” è un omaggio a Jack Whitten, pittore e scultore americano scomparso nel 2018, che nel 2016, è stato insignito della National Medal of Arts. Queste citazioni non sono fine a sé stesse ma illustrano la mentalità di due grandi musicisti che non si chiudono in una torre eburnea ma vanno incontro ad un universo culturale onnicomprensivo. Ovviamente la musica non è fatta per palati semplici: qui non c’è alcunché di consolatorio né ascrivibile alla categoria del facile ascolto. E l’unico momento in cui i due si lasciano andare ad un qualche risvolto melodico è nel finale dell’album, ovvero nell’interpretazione di “When Kabuya Dances”, della Allen Occorre, quindi, una fattiva partecipazione da parte dell’ascoltatore che sia in grado di percepire l’onestà intellettuale dei due pianisti che non si lasciano andare a virtuosismi di sorta preferendo addentrarsi, pur tra indubbie difficoltà, nei meandri dei rispettivi animi.

Landgren, Wollny, Danielsson, Haffner – “4WD”- ACT 9875 2
Album godibile questo “4 Wheel Drive” che vede assieme per la prima volta quattro fra le maggiori personalità del jazz europeo, vale a dire Nils Landgren (trombone e voce), Michael Wollny (piano), Lars Dannielsson (basso e cello) e Wolfgang Haffner (batteria). Questi quattro jazzisti si erano incrociati molte volte in passato, ma prima di adesso mai avevano avuto la possibilità di registrare tutti assieme. E il fatto di aver titolato l’album “4 Wheel Drive” (“Quattro ruote motrici”) è tutt’altro che casuale: in buona sostanza i quattro hanno voluto sottolineare come il gruppo non abbia un vero leader ma tutti i musicisti sono sullo stesso piano ed hanno la stessa responsabilità nella strutturazione e nell’esecuzione dei brani. Quindi, a seconda dei vari pezzi, ognuno di loro riveste ora il ruolo di solista ora quello di accompagnatore…ed essendo tutti dei maestri nei rispettivi strumenti è facile avere un’idea della qualità offerta. Qualità rafforzata dalla felice scelta del repertorio: quattro original firmati da ciascuno dei musicisti e poi una serie di cover tratte dalla produzione di alcuni giganti della musica: Paul McCartney, Billy Joel, Phil Collins e Sting. Insomma un album di chiara impostazione moderna anche se non riconducibile completamente al jazz. In effetti i quattro interpretano le cover alla luce della loro sensibilità evidenziando come gioielli della musica pop possano validamente entrare a far parte del repertorio di jazzisti di vaglia. Si ascolti con quanta sincera partecipazione Nils Landgren interpreti vocalmente “Another Day in Paradise” di Phil Collins, “Shadows in the Rain” di Sting, “Maybe I’m Amazed” di Paul McCartney mentre dal punto di vista strumentale lo si apprezza nella intro e nella parte finale di “If You Love Somebody Set Them Free”; Michael Wollny è superlativo soprattutto in “Just The Way You Are” di Billy Joel mentre Lars Danielsson fa cantare il suo cello in “That’s All”. Quanto a Wolfgang Haffner non ‘cè un solo brano in cui il suo apporto non sia determinante.

Dominic Miller – “Absinthe” – ECM
Sarà la mia natura un po’ malinconica, sarà la mia passione per il tango o comunque per le atmosfere legate a questa musica, fatto sta che ho trovato questo album del chitarrista argentino Dominic Miller semplicemente straordinario. Ben coadiuvato da Santiago Arias al bandoneon, Manu Katché alla batteria, Nicolas Fiszman al basso e Mike Lindup alle tastiere, Miller distilla le sue preziose note rifuggendo da qualsivoglia pretesa virtuosistica accompagnando l’ascoltatore nella scoperta di un universo sonoro che man mano si dipana con sempre maggior chiarezza sotto i nostri sensi. Universo disegnato con mano sicura dallo stesso Miller autore di tutti e dieci i brani in programma, in cui la bellezza della linea melodica la fa da padrona assoluta. In apertura facevo riferimento al tango: in effetti qui le atmosfere tanghere sono ricreate magnificamente dal bandoneon di Arias che non disdegna, comunque, di ricordarci che buona musica si può fare anche ricorrendo a linee, a stilemi propri del pop più significativo. E così nell’album tutti hanno un proprio spazio: splendidi Manu Katché alla batteria e Nicolas Fiszman al basso in “Christiania”, mentre Lindup si fa ammirare in “Mixed Blessing” (al sintetizzatore), in “Étude” (al piano) e nel brano di chiusura, “Saint Vincent”, di cui sottolinea ed evidenzia il toccante lirismo. Dal canto suo il leader si mette in evidenza, come strumentista, soprattutto nel già citato “Étude” caratterizzato da un crescendo di ritmo e volume e da un ostinato arpeggio di chitarra che dona al brano un andamento circolare tutt’altro che banale.

Sokratis Sinopoulos – “Metamodal” – ECM 2631
Sokratis Sinopoulos, lyra; Yann Keerim, pianoforte; Dimitris Tsekouras, contrabbasso; Dimitris Emmanouil, batteria: questi i componenti del quartetto che nel luglio del 2018 ha inciso questo album, “Metamodal”, apparso quattro anni dopo “Eight Winds”. Ma il tempo non sembra essere trascorso invano nel senso che il quartetto ha abbandonato certi toni forse un po’ troppo patinati, per avvicinarsi maggiormente ad una world music in cui le diverse influenze dei musicisti si amalgamano in un linguaggio oscillante tra musica cameristica di impostazione classicheggiante e improvvisazione jazzistica. Il tutto impreziosito da una ricerca sul suono che rimane forse la caratteristica principale dell’artista greco, sempre straordinario con la sua lyra. E per quanti non lo conoscono è forse opportuno spendere qualche parola su Sinopoulos. Dopo aver studiato chitarra classica e musica bizantina alla Tsiamoulis school – una scuola della capitale dove fa anche parte del coro dell’istituto- nel 1988 si avvicina alla lira bizantina, strumento ad arco, risalente alla Bisanzio del decimo secolo dopo Cristo. Studia altresì il liuto con Ross Daly e nello stesso periodo dà vita al suo primo gruppo musicale, i Labyrinthos,. Nel 1999 riceve il Melina Mercouri National Award, fra i più importanti premi ellenici in campo musicale, nella categoria miglior giovane artista. Nel 2010 fonda il Sokratis Sinopoulos Quartet, con cui debutta nel 2015 con il già citato album ‘Eight Winds’ mischiando tradizione e sperimentazione. Indirizzo cui non si sottrae in questo “Metamodal”: in tal senso assolutamente riuscito il connubio con il pianoforte di Yann Keerim, connubio che si lascia apprezzare in ogni brano (si ascolti solo a mò di esempio con quale e quanta delicatezza il pianista introduca la lyra di Sokratis in “Metamodal II – Illusions”). E a proposito del repertorio, occorre sottolineare come a conferma delle notevoli capacità di scrittura del leader, i nove brani del CD sono tutti composti dal leader eccezion fatta per la chiusura “Mnemosyne” riservata ad una improvvisazione collettiva. Ci siamo già soffermati su Sinopoulos e Keerim, ma il quartetto non avrebbe la valenza che ha se al contrabbasso e alla batteria non ci fossero altri due strumentisti di classe eccelsa che forniscono al tutto un delizioso tappeto ritmico-armonico.

David Torn, Tim Berne, Ches Smith – “Sun of Goldfinger” – ECM 2613

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Album sotto molti aspetti straniante questo che vede protagonisti David Torn alla chitarra elettrica, Tim Berne al sax alto e Ches Smith alla batteria cui si aggiungono nel secondo brano Craig Taborn al piano ed effetti elettronici, il quartetto d’archi Scorchio e altri due chitarristi, Mike Baggetta e Ryan Ferreira. Il fatto che il trio Torn-Berne-Smith sia giunto a questa realizzazione discografica è la logica conseguenza di una lunga collaborazione che a partire dal 2010 li ha visti protagonisti in numerosi concerti. Per non parlare del fatto che da un canto Torn e Berne vantano una fruttuosa collaborazione di vecchia data (si ricordi «Prezens», del 2007) mentre Ches Smith collabora con Berne già dal 2012 quando fu inciso «Snakeoil». Tutto ciò per inquadrare il contesto anche storico in cui l’album si inserisce e che comunque la dice lunga sul tipo di musica che si ascolta. Mattatore del primo pezzo, “Eye Meddle” è l’inesauribile Tim Berne che fornisce un’impronta precisa all’esecuzione del brano all’insegna di quel “caos organizzato” al cui interno è praticamente impossibile (ammesso che poi sia così importante) distinguere tra parti scritte e libera improvvisazione. Il linguaggio di Berne è more solito magmatico, trascinante, senza un attimo di pausa, mirabilmente sostenuto dalla batteria di Ches, mentre Torn scarica sull’ascoltatore altre vagonate di masse sonore. Il secondo brano, “Spartan, Before It Hit”, si differenzia notevolmente innanzitutto per l’allargamento dell’organico che vede impegnati anche i già citati Craig Taborn al piano ed effetti elettronici, il quartetto d’archi Scorchio e altri due chitarristi, Mike Baggetta e Ryan Ferreira. Questo ha un effetto immediato sulla musica cha appare più aperta, più strutturata in cui il quartetto d’archi ha un ruolo importante nell’evocare atmosfere più cameristiche e, perché no, godibili. Dal canto suo Craig Taborn interviene con un pianismo misurato ma del tutto pertinente e quindi capace di ricondurre a sé anche le sortite solistiche di un Berne altrimenti inarrestabile. Nella terza parte dell’album, si ritorna alle temperie del primo brano ossia a quella sorta di magma ribollente, di caos in qualche modo ordinato al cui interno rifulgono le capacità improvvisative dei singoli.

Huw Warren, Mark Lockheart – “New Day” – Cam Jazz 79442
Anche questo album fa parte delle registrazioni effettuate da Stefano Amerio per la CAM JAZZ nelle cantine del Friuli-Venezia Giulia; in particolare questa volta siamo nella cantina Livio Felluga di Brazzano di Cormòns. Protagonisti il pianista Huw Warren e il sassofonista Mark Lockheart impegnati su un repertorio di otto brani di cui cinque scritti da Warren, due da John Taylor e uno dal sassofonista. Dopo quello di Vijay Iyer e Craig Taborn ecco quindi un altro album in duo. Ora, quando ci troviamo dinnanzi ad un duo ci assale sempre il dubbio che i due artisti siano in grado di superare brillantemente una prova difficile. L’impresa appare ancora più ardua quando il mini-organico è costituito soltanto da pianoforte e sassofono. Bene, ma come si dice spesso si fanno i conti senza l’oste, ovvero senza tenere nella giusta considerazione i due musicisti che, nel caso in oggetto, sono due autentici fuoriclasse. Huw Warren l’abbiamo imparato a conoscere grazie anche alle collaborazioni con Maria Pia De Vito; il pianista e compositore gallese costituisce una delle più interessanti realtà del panorama jazzistico europeo grazie alla sua straordinaria versatilità che gli consente di affrontare con disinvoltura diversi generi musicali. Mark Lockheart è un sassofonista del jazz britannico che si è fatto le ossa come membro della grande band di Loose Tubes negli anni ’80, dopo di ché ha proseguito una brillante carriera solistica. In questo album i due offrono il meglio del loro repertorio: grande empatia, linguaggi che si compenetrano alla perfezione, capacità di articolare il discorso musicale senza far rimpiangere la mancanza di batteria e contrabbasso ché il pianoforte esalta le doti armoniche di Warren mentre il sostegno ritmico è costantemente assicurato da ambedue i musicisti in un gioco ora di chiamata e risposta ora di reciproche puntualizzazioni che mai denunciano sbandamenti o rifugi nella banalità espressiva.

Stefano Colpi Atrio al TrentinoInJazz 2019

Sabato 29 giugno
ore 21,30
Cortile Museo del pianoforte antico
Via Santa Caterina, 1
Ala (TN)

STEFANO COLPI ATRIO

Ingresso 10 Euro

Un altro concerto importante per l’edizione 2019 del TrentinoInJazz: nel programma del Lagarina Jazz, ad Ala (TN), sabato 29 giugno torna Stefano Colpi con il suo Atrio, insieme a Roberto Cipelli (pianoforte) e Mauro Beggio (Batteria).

Il progetto Atrio scaturisce dall’attività compositiva di Stefano Colpi, stimolata in un primo momento dal contatto con il pianista Stefano Battaglia e con il batterista Carlo Alberto Canevali, e documentata dal cd Where Do We Go From Here? (2003). Da più di dieci anni il nome è lo stesso (quando l’organico si amplia, diventa Open Atrio) ma i componenti cambiano, seguendo le avventure compositive del contrabbassista trentino. Sotto questa formula si sono dunque alternati vari musicisti: dagli apprezzati pianisti Stefano Battaglia e Roberto Cipelli, al clarinettista Mauro Negri, ai batteristi Carlo Canevali e Stefano Bertoli. Sono stati coinvolti vari solisti di rango della scena regionale trentina, come Walter Civettini, Michele Giro, Michael Lösch, Giuliano Cramerotti, Enrico Tommasini.

Nel 2009, la versione di Open Atrio con Mauro Negri, Roberto Cipelli e Stefano Bertoli fu presentata ad Ala, nel cartellone di Lagarina Jazz. Torna ora nella città di velluto, con la formula originaria del trio con pianoforte, coinvolgendo due figure di spicco del panorama jazzistico nazionale e internazionale, quali Roberto Cipelli e Mauro Beggio. Il primo, pianista di grande sensibilità, vanta collaborazioni con molti tra i più rappresentativi musicisti italiani e stranieri, tra cui Dave Liebman, Sheila Jordan, Tom Harrell, Paolo Fresu, Gianluigi Trovesi. Il secondo, autentico virtuoso del proprio strumento, ha iniziato giovanissimo nel quartetto di Enrico Rava e in seguito ha collaborato tra l’altro con Johnny Griffin, Toots Thielemans, Paul Bley, Kenny Wheeler.

“Laura Avanzolini Sings “Laura Avanzolini Sings Bacharach” è il nuovo disco pubblicato dalla cantante Laura Avanzolini per Dodicilune Dischi” è il nuovo disco pubblicato dalla cantante Laura Avanzolini

Laura Avanzolini pubblica il suo nuovo lavoro per Dodicilune Dischi, nella collana editoriale Koinè. ” Laura Avanzolini Sings Bacharach” è il titolo del disco dedicato al songbook di Burt Bacharach, uno dei più intriganti e geniali autori di canzoni del nostro tempo, canzoni rese immortali dall’interpretazione di voci straordinarie come Dionne Warwick, Aretha Franklin, Barbra Streisand, Luther Vandross.

I dieci brani scelti dalla cantante (Anyone Who Had a Heart, Close to You, The Look of Love, Wives and Lovers, That’s What Friends Are For, I’ll Never Fall in Love Again, The April Fools, I Say a Little Prayer, Raindrops Keep Fallin’ on My Head, Baby It’s You), sono stati arrangiati da Michele Francesconi appositamente per il settetto che si può ascoltare nel disco. La voce di Laura Avanzolini è affiancata da Giacomo Uncini (tromba e flicorno), Antonangelo Giudice (sax tenore e clarinetto), Paolo Del Papa(trombone), Walter Pignotti (chitarra e banjo), Tiziano Negrello (contrabbasso), Michele Sperandio (batteria).
«In questi ultimi anni molti musicisti jazz si sono dedicati alla rilettura di materiale di provenienza pop, operazione spesso rivelatasi poco produttiva e soprattutto rischiosa», sottolinea Gianna Montecalvo nelle note di copertina. «In queste contaminazioni spesso la percezione è quella di ascoltare progetti forzati nell’intento di “sembrare jazz” e di avere come effetto una riduzione della forza espressiva ed evocativa della melodia della canzone pop. Confrontandosi con i brani di Burt Bacharach, si può aggiungere altro a ciò che appare già perfetto? La risposta è in questo lavoro che “profuma” di sincera espressività jazz e forte di una serie di elementi: gli arrangiamenti eleganti, moderni ed ispirati del bravissimo Michele Francesconi, una sezione ritmica solida e compatta, una vivace sezione fiati che costituisce il vero tappeto armonico e contrappuntistico del disco su cui si muove la voce flui da, sicura, intensa di Laura Avanzolini. Ogni brano meriterebbe una attenta analisi sul “come” ogni melodia sia stata enfatizzata, valorizzata dal continuo intreccio della voce con i fiati e dall’attento, funzionale e variegato comping della chitarra», prosegue la Montecalvo. «Ascoltate con attenzione l’intro vocale percussiva di Wives and Lovers, il dialogo della voce con i fiati nell’esposizione del tema e il lungo interludio con gli scambi unisono voce-tromba e voce-trombone (il bravissimo Paolo Del Papa) dove Laura si distingue per la cura dei suoni vocali orchestrali. Il lirismo di Michele Francesconi si afferma prepotente nel bellissimo ed inaspettato corale di That’s What Friends Are For, concepito come ponte tra le due esposizioni del tema ed ancora l’ironica I Say a Little Prayer preceduta dal solo di batteria di Michele Sperandio, o ancora l’intensa esposizione tematica di Raindrops Keep Fallin’ On My Head con la chitarra di Walter Pignotti, l’intro di contrabbasso di Tiziano Negrello in The Look of Love impreziosito dalla verve di Giacomo Uncini sull’ostinato background dei fiati e della voce e le numerose e belle sortite improvvisative di Antonangelo Giudice al sax tenore. La grana vocale di Laura Avanzolini è di rara bellezza, sincera e rassicurante, vicina alla tradizione e nello stesso tempo moderna e lontana da un certo manierismo di molte giovani jazz vocalist. Un disco da ascoltare e riascoltare più volte e da applaudire (spero) in molti live.»

Laura Avanzolini, classe 1985, si avvicina giovanissima alla musica grazie allo studio del pianoforte e della chitarra, per poi approdare allo studio del canto e del jazz con Martina Grossi. Diplomata con il massimo dei voti e la lode in Canto Jazz al Conservatorio “Gioacchino Rossini” di Pesaro sotto la guida di Bruno Tommaso, ha studiato al Biennio di Canto Jazz del Conservatorio “G. Martini” di Bologna con Diana Torto. Parallelamente studia inglese e spagnolo grazie alla laurea in “Comunicazione Interlinguistica Applicata”, conseguita presso la Sslmit di Forlì. Approfondisce l’universo della voce grazie al Corso Universitario di Alto Perfezionamento in Vocologia Artistica. Ha studiato con Roberta Gambarini, Rachel Gould, John Taylor, Joey Blake, Maria Pia De Vito, Cristina Zavalloni, Amy London, Cinzia Spata, Sheila Jordan, Cameron Brown. Insegna canto jazz presso il Conservatorio “J. Tomadini” di Udine. Insegna canto jazz presso i corsi pre-accademici del Conservatorio “B. Maderna” di Cesena (Fc). Ha inciso “Skylark” (Zone di Musica, 2013), insieme a Michele Francesconi, Giacomo Dominici e Marco Frattini. Dal 2011 collabora con la Colours Jazz Orchestra diretta dal M° Massimo Morganti, con la quale ha inciso il disco “Quando Mi Innamoro In Samba” (Egea, 2013). Dal 2014 collabora con Fabio Petretti e Daniele Santimone, con i quali ha inciso “I’m all smiles”, uscito nel 2016 per l’etichetta Dodicilune. Nel 2016 ha inciso “Songs” in duo con Michele Francesconi: il disco raccoglie i brani presentati nella lezione-concerto “Vi racconto una song” ed è stato pubblicato da Alfa Music nel 2017.

“Laura Avanzolini sings Bacharach” è distribuito in Italia e all’estero da Ird e nei principali store on line da Believe Digital.

LORENZO TUCCI TRIO a Gianicolo in Jazz

Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI

GIANICOLO IN JAZZ
Terrazza del Gianicolo, 11 giugno 2019, ore 21:30

LORENZO TUCCI TRIO

Lorenzo Tucci, batteria
Luca Mannutza, pianoforte
Jacopo Ferrazza, contrabbasso

Gianicolo in Jazz è una location suggestiva, con concerti ad ingresso libero, un panorama notturno mozzafiato, un po’ di quel vento che a Roma viene chiamato ponentino e che dona refrigerio, la sera, dopo giornate cittadine ormai torride: il cielo, stasera, è limpido.  Comincia la musica.

Il primo brano si intitola Afrodolce, ed è una nuova composizione di Lorenzo Tucci, che evidenzia ancora una volta  la propensione di un batterista dalle lampanti, inconfutabili doti ritmiche, per melodie cantabili, dolci, ma persistenti, anche quando inserite in schemi armonici per nulla scontati, e che mantengono la loro forza melodica anche durante l’intensificarsi dei volumi e della polifonia del suo strumento.
L’andamento è cullante e terzinato, le bacchette percuotono soprattutto i ride e il rullante (sui bordi).  I tamburi appaiono meno, inizialmente, ma poi i colori aumentano, complice anche il pianoforte di Luca Mannutza, che interviene con accordi sempre più pieni.

L’intenzione dolce, poetica, però rimane intatta, e l’assolo di Jacopo Ferrazza è la pausa sospesa che prelude al finale, in cui il tema ritorna.

Si prosegue con brano imperniato su un martellante riff di pianoforte fatto di note ribattute, discendenti nell’ambito di un intervallo di terza minore, in progressione cromatica, che contrasta con la leggerezza della batteria. Il tutto avviene su un ostinato di contrabbasso. Il loop iniziale di pianoforte e contrabbasso è sottolineato dai contrasti timbrici e dinamici creati da questo schema fisso, in cui paradossalmente la parte più “melodica” è quella attribuita alla batteria: a lungo il clima rimane quello, tanto da diventare quasi ipnotico.


Improvvisamente però tutto muta: è proprio Lorenzo Tucci a cambiare le carte in tavola con la sua batteria, prende ad improvvisare, intensificando battiti, schemi ritmici, introducendo variazioni continue, seguito da Luca Mannutza, che a quel punto alla batteria si intreccia, percussivamente, con accordi pieni e percorrendo tutta la tastiera: Ferrazza invece strenuamente mantiene il punto con il suo ostinato, fino ad un istante in cui la batteria tace. Il cerchio si chiude su quel riff potente iniziale di note ribattute discendenti.

 


Si prosegue con Hope, una delle composizioni più note di Tucci, un brano intenso, placido, il cui tema classicamente è affidato al contrabbasso: Ferrazza lo espone accendendolo con accenti e dinamiche poetici.
Tucci suona inizialmente con i mallets, toccando soprattutto i ride.

All’assolo di pianoforte, in cui Mannutza improvvisa intensificando il volume, allargando lo spessore sonoro con accordi complessi, le bacchette sostituiscono i mallets. Eppure non viene smentita l’atmosfera iniziale, sognante, placida: come? il Trio è sempre, costantemente bilanciato. Non vi sono strappi improvvisi. I volumi si alzano in maniera costante, le note aumentano mentre i battiti aumentano, l’insieme rimane “armonico”.


Il concerto prosegue con i brani presenti nel cd Sparkle, tra assoli sinceramente stupefacenti della batteria ed improvvisazioni intense del pianoforte e del contrabbasso. Fino ad un Bis richiestissimo , e applauditissimo.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto divertente, travolgente, a tratti delicato e suggestivo. Tutta musica originale: originale anche perché Tucci compone con una sua cifra precisa, presentando melodie e arrangiamenti che hanno il pregio di rimanere impressi anche molto dopo che la musica è terminata. Sono efficaci, mai banali. E soprattutto vengono continuamente sottolineati, coccolati, incorniciati da continue varianti che sgorgano da un drumming veramente inarrestabile, in cui le capacità tecniche sono asservite ad una incessante fantasia creativa. La batteria canta, insieme al pianoforte di Mannutza (che raccoglie e offre continui spunti), i ruoli si scambiano, il contrabbasso di Ferrazza è presente sia nelle situazioni dai volumi sommessi che nei momenti più vigorosi, risultando persino, appropriatamente, sgargiante.

L’intesa tra Tucci, Mannutza e Ferrazza è totale, e questo si traduce in un bilanciamento continuo, qualsiasi sia l’atmosfera, dalla più lieve a quella più adrenalinica: la musica, quando è così, semplicemente, è bella.

 

È “Overland” il nuovo album di Paolo Russo, maestro del bandoneon “adottato” dalla Danimarca

È uno dei musicisti di punta della scena nordeuropea.
Vero maestro del bandoneon, accolto ed esaltato dagli stretti circoli di Parigi e Buenos Aires, Paolo Russo è originario di Pescara ma da oltre 23 anni risiede a Copenaghen, città che lo ha inizialmente “adottato” e poi artisticamente ispirato: si è affermato nel jazz danese e scandinavo sia per il suo stile espressivo e dirompente al pianoforte, sia per l’unicità del suo approccio al bandoneon, uno strumento con il quale è stato invitato nelle location più prestigiose in tutto il mondo, tra cui la Carnegie Hall e il Symphony Space di New York, la Berliner Konzerthaus, la Musikverein di Vienna.

“Vibranti suoni mediterranei, eterei paesaggi nordici, sognanti reminiscenze cinematografiche che si colorano improvvisamente di jazz, permeate da un’eco lontana di tango argentino”: così viene descritta la sua musica.
Nella sua carriera, Paolo Russo ha collaborando con grandi artisti della scena italiana e internazionale, tra cui Lelo Nika, Stefano Bollani, Paolo Fresu, Caroline Henderson, Howe Gelb, Marilyn Mazur, Nico Gori, Gianluigi Trovesi, Pablo Ziegler, Bo Stief, Etta Cameron, Line Kruse, Thomas Clausen, Robertinho Silva, Diego Figueiredo, Poul Krebs, Jesper Bodilsen, Emanuele Cisi, Eliel Lazo, Diego Schissi, Calixto Oviedo, Karima Nayt.

Tra i vari progetti con musicisti italiani, il trio Russo-Bollani-Fresu con cui si è esibito in Danimarca, Svezia e Norvegia.
Per il bandoneon ha scritto diversi arrangiamenti per duo, ensemble e orchestra, formazioni con cui stabilmente si esibisce dal vivo. Il suo recente disco “Bandoneon Solo Vol.II – Originals” è un’antologia di composizioni originali per lo strumento, edita sia come disco fisico che come libro-manuale, ed è stata definita un capolavoro del grande Maestro argentino Néstor Marconi (che ne ha anche scritto le note introduttive), mentre il suo recente lavoro “Imaginary Soundtrack”, registrato in studio in Italia lo scorso gennaio, ispirato alla magia della musica cinematografica italiana, è un coraggioso tentativo di presentare una colonna sonora senza un film, invitando il pubblico a creare, ascoltando, le proprie immagini, personaggi, scenografie e dialoghi.
Nei prossimi mesi sarà presentato in anteprima europea e in Sud America il suo primo Concerto per Bandoneon e Orchestra da Camera.
All’attivo ha 15 album a suo nome (e ha partecipato oltre 50 collaborazioni discografiche), il nuovo si intitola “Overland”, che ha co-prodotto con l’etichetta statunitense Odradek Records. Dieci brani originali dalla narrativa trascinante e carismatica, a tratti sognante e malinconica, per i quali Paolo Russo ha voluto come compagni di viaggio il contrabbassista svedese Thommy Andresson – con cui ha collaborato per diverse produzioni discografiche – e il batterista Marcello Di Leonardo, collega e amico di lunga data con cui ha già condiviso momenti del suo percorso musicale.
L’alternanza timbrica tra il suo pianoforte – strumento d’origine – ed il bandoneon e la sua variopinta interazione sonora con la sezione ritmica, arricchita a tratti dalla presenza del sax soprano di Fabrizio Mandolini e dei colori delle percussioni di Bruno Marcozzi (ospiti nell’album), rivelano una sorprendente varietà nella tessitura del racconto musicale, tipica dell’estetica di Paolo Russo. I 10 brani Nobil son e fatal, Ruinen, Filastrocca, Kinsarvik, O Golfinho Azul, Riviera, Rita, Carioca dream, The chant, Overland – sono 10 racconti che danzano tra atmosfere nordiche, pregnanti sapori mediterranei, sincopati accenti sudamericani.

Il tour
Dopo una anteprima a Pescara, e un concerto di presentazione lo scorso 9 maggio a Copenaghen presso l’Istituto Italiano di Cultura, le prossime date vedono Paolo Russo impegnato nei concerti dedicati all’album “Overland” tra la Danimarca e l’Italia: il 7 luglio sarà a Krudttønden nell’ambito del Copenaghen Jazz Festival. In Italia suonerà il 28 luglio a Fossacesia e l’11 settembre a Firenze; di nuovo si esibirà in Danimarca il 19 settembre a Espergaerde, il 27 e 28 settembre al Jazzhus Montmartre di Copenaghen.

Paolo Russo si è diplomato in pianoforte al Conservatorio di Pescara e ha conseguito il diploma in perfezionamento al Rytmisk Musikkonservatorium di Copenaghen. Negli ultimi 23 anni ha portato la sua musica in tutta Europa, ma anche in Argentina, Uruguay, Brasile, Giappone, Thailandia, Tanzania, Mozambico, Algeria, Russia, USA, Isole Faroe, Groenlandia e Cuba. A New York si è perfezionato suonando con il pianista americano Richie Beirach (1995) e a Buenos Aires con il bandoneonista argentino Néstor Marconi (2004/2013).

Di recente pubblicazione (giugno 2017), la mini-opera strumentale in 11 movimenti per ottetto “Tangology”, insieme all’Ensemble Midtvest (DK), presentata anche al Symphony Space di New York nel marzo 2016 e in Italia. Nel 2018 ha pubblicato il terzo volume dedicato all’esplorazione del bandoneon diatonico, “Bandoneon Solo Vol. III – Songs From The Forest”, il cui materiale interamente costituito di brani originali e di libere improvvisazioni, trova ispirazione nella piacevole quiete del bosco danese, a contatto con il misterioso spirito e con la vibrante energia della foresta. Eskar Trio meets Paolo Russo, è una nuova collaborazione con uno dei più importanti e attivi trii di pianoforte scandinavi.

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iTunes > http://bit.ly/itunesOVERLAND
www.paolorusso.comwww.odradekrecords.com

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Ufficio Stampa per l’Italia: Fiorenza Gherardi De Candei
Tel. 3281743236 email info@fiorenzagherardi.com

 

La pianista e direttore d’orchestra Cettina Donato premiata all’Università di Messina

Il 28 giugno nell’Aula Magna dell’Università di Messina, la compositrice, pianista e direttore d’orchestra Cettina Donato riceverà dall’Associazione Alumni ME, con il patrocinio dell’Università di Messina, il Premio speciale Alumni Eccellenti dedicato agli ex studenti dell’Ateneo peloritano che si sono distinti in Italia e all’estero per le loro eccellenti doti artistiche.
Con una carriera parallela tra Europa e Stati Uniti – e reduce da una serie di concerti in Giappone – Cettina Donato è riuscita a distinguersi nel panorama internazionale ottenendo ottimi consensi di pubblico e critica per i diversi ruoli artistici che ricopre: è la prima donna italiana direttore d’orchestra e arrangiatrice ad avere diretto orchestre sinfoniche classiche con repertorio jazzistico, rock e popular e allo stesso tempo riscuote ampi riconoscimenti come pianista jazz, compositrice e arrangiatrice.

Le sue spiccate doti di versatilità musicale le permettono di dedicarsi con disinvoltura alla produzione musicale concertistica e teatrale.

Sul palco di teatri celebri come il Petruzzelli di Bari, il Teatro Antico di Taormina e il Teatro Di Verdura di Palermo, ha collaborato con l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, l’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, la Lucca Jazz Donna Orchestra, la New Talents Jazz Orchestra di Roma, l’Orchestra Giovanile “Città di Molfetta”, la Late Night Jazz Orchestra di Los Angeles.  A Boston ha fondato un’orchestra a suo nome, la “Cettina Donato Orchestra”, composta da musicisti provenienti dai cinque continenti, con cui ha inciso a Boston un album dal titolo “Crescendo” pubblicato in Italia dall’etichetta Jazzy Records.
Negli ultimi anni il Jazzit Award la annovera tra i migliori arrangiatori jazz di nazionalità italiana.

Nel corso della sua carriera, si è esibita con alcuni tra i jazzisti più importanti, tra cui Eliot Zigmund, Stefano Di Battista, Fabrizio Bosso, Ray Santisi, Laszlo Gardony, Joanne Brackeen, Greg Hopkins, Jackson Schultz, Ken Pullig, Dick Lowell, David Santoro, Adam Nussbaum, Ron Savage, Scott Free, Ken Cervenka, Marcello Pellitteri, Marco Panascia, Matt Garrison.
Ha portato il suo stile pianistico e le sue composizioni in importanti festival italiani, e negli USA si è esibita in vari contesti tra cui il Blue Note di New York City, il South By Southwest di Austin, il Regattabar di Boston.

Sarà l’Aula Magna del Rettorato ad ospitare la cerimonia di premiazione: Cettina Donato ha conseguito proprio all’Università di Messina, sua città natale, la Laurea in Scienze dell’Educazione con una tesi in Psicologia Sociale, un percorso di studi completato con due Master sulla didattica speciale, che ha tradotto in una grande passione per la didattica musicale, insegnando nei Conservatori di Livorno, Alessandria e Messina. Attualmente è docente di Pianoforte jazz al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari.

In ambito sociale, da anni è impegnata nella realizzazione della Residenza artistica “VillagGioVanna” dedicata all’accoglienza di ragazzi autistici www.villaggiovanna.org, a cui ha devoluto l’intero ricavato della vendita del suo quarto album “Persistency – The New York Project” (ed. Alfa Music) e cui testimonial è il noto attore e regista Ninni Bruschetta.
Proprio con Ninni Bruschetta è nato un sodalizio artistico che l’ha portata a calcare le scene teatrali in qualità di direttore d’orchestra, pianista, arrangiatrice e compositrice per produzioni teatrali “I Siciliani di Antonio Caldarella”, Il Giuramento” (Claudio Fava) e “Il mio nome è Caino” (Claudio Fava), attualmente in tour nei teatri italiani.

Nella sua formazione musicale, oltre alla Laurea in Pianoforte classico al Conservatorio di Messina, ha conseguito la Laurea al Berklee College of Music dove è stata nominata “Best Jazz Revelation Composer and Performer” e ha ricevuto l’ambito Carla Bley Award for “Best Jazz Composer.
Ha ricoperto il ruolo di International President of Women in Jazz del South Florida, associazione volta alla promozione di musiciste e compositrici di tutto il mondo. Attualmente, è membro del Worldwide Association of Female Professionals di New York.

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www.cettinadonato.com

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