Antonello Vannucchi: un signore del jazz – Il pianista e vibrafonista è scomparso il 14 febbraio

Un altro pezzo, importante, della storia del jazz italiano se n’è andato: Antonello Vannucchi è scomparso all’età di 82 anni giovedì 14 febbraio in punta di piedi così com’era nel suo stile. Musicista eccellente ed uomo di grande sensibilità e signorilità, aveva segnato alcune delle tappe più importanti del jazz italiano, a partire dalla seconda metà degli anni’50 quando cominciò a suonare ed incidere con il ‘Quartetto di Lucca’. Diplomato al conservatorio di Lucca in pianoforte, (cui accompagna una laurea in scienze politiche all’Università di Pisa), Vannucchi è rimasto sulla scena musicale per tanti anni; così è stato tra l’altro pianista titolare nell’orchestra della Rai a Roma, suonando anche in varie altre formazioni con solisti del calibro di Chet Baker, Sonny Rollings, Freddie Hubbard, Lionel Hampton, solo per citare alcuni.

In questa sede lo ricordiamo con un sentito omaggio di un altro grande musicista, Nicola Mingo, che con Vannucchi ha avuto modo di lavorare e vivere a stretto contatto di gomito.

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Come ben saprai nella musica accadono delle cose senza che tu le prestabilisci e nel caso del mio incontro musicale con Antonello devo dire che una sera a casa del grande Giorgio Rosciglione durante una delle tante prove che facevamo, il batterista Ermanno Marcangeli, grande amico di Antonello mi invitò a suonare con lui in una serata. Io lo conoscevo solo di fama e fu molto bello l’incontro perché oltre ad essere un grande musicista notai subito la sua umiltà nel parlare di cose molto complesse, era un vero appassionato di musica e apprezzava molto il bebop.

Io gli regalai il mio cd ‘ We Remember Clifford’ che era un tributo al genio di Clifford Brown, e dopo il concerto, parlammo per molto tempo, decidemmo di suonare insieme e registrare il mio futuro c.d ‘Swinging’ con altri due grandi musicisti come Giorgio Rosciglione e Gegè Munari.

Antonello era entusiasta! Aveva grandi qualità e doti di umanità; era un vero Maestro e conosceva benissimo l’armonia la composizione e non lesinava certo preziosi consigli sull’arrangiamento dei brani! Giorgio Rosciglione (grandissimo musicista e caro amico, oserei dire per me una sorta di padre spirituale) ci apriva gentilmente le porte di casa sua e provavamo il nuovo repertorio. E, tra aneddoti, risate, e correzioni ai brani nacque ‘Swinging’, un OMAGGIO allo Swing ed al Bebop anni 60! Antonello fu molto felice di far parte di quel progetto ed io fiero della sua stima musicale.

Ricordo la sua flemma il suo grande senso dello humor che uniti ad una grandissima disciplina e professionalità gli conferivano un carisma incredibile. Registrammo ‘Swinging’ in due giorni allo studio Nuccia di Giuseppe Vadalà e dopo pochi mesi l’Universal Music produsse il cd, molto apprezzato da Franco Galliano, direttore artistico, molto competente in materia di Jazz che espresse la sua ammirazione per la Line up formata da 3 colonne storiche del Jazz Italiano: Giorgio Rosciglione, Gegè Munari ed Antonello Vannucchi.

Poi partì il Tour e suonammo in giro per l’Italia con grande successo di pubblico e di critica.

Antonello era molto soddisfatto del cd e partecipava attivamente a tutti i concerti: ricordo Music Art a Napoli da Giuseppe Reale e Giuseppe de Lollis, Pozzuoli Jazz Festival da Antimo Civero, Leonessa Jazz da Andrea Ungari, Around Midnight da Vincenzo De Falco, Vittoria Jazz da Angelo Cafiso dove si unì a noi anche Beverly Lewis sua compagna e cantante jazz, e tanti Club a Roma come l’Alexanderplatz Jazz Club, Cotton Club, Bebop Jazz Club ed il Charity Cafe’… e tanti altri concerti.

Una grande forza unita ad una energia vitale e un entusiasmo di tipo giovanile, caratteristiche comuni a Giorgio e Gegè, gli conferivano quel carisma che lo rendeva un Grande Musicista senza fartelo mai pesare. Aveva suonato nel corso della sua carriera con i più grandi musicisti Jazz come Freddie Hubbard, e accompagnato grandissime cantanti come Mina ed Ornella Vanoni, ma ne parlava in modo molto naturale.

Aveva il dono della semplicità e della sintesi e amava la Musica ed il Jazz! Ci mancherà la sua umiltà ed il suo carisma, è stato per me di grande esempio musicale ed umano.

Ciao Antonello, riposa in pace e grazie per i tuoi preziosi insegnamenti.

Nicola Mingo

Michel Legrand: dal cinema al jazz, un viaggio senza barriere

Era un jazzista? Certo che sì…ma era soprattutto un grande compositore che amava il jazz e che dal mondo del jazz era profondamente ricambiato.
Michel Legrand se n’è andato a Parigi all’età di 86 anni dopo una vita intensa dedicata alla musica e densa di soddisfazioni: ha composto più di duecento colonne sonore per film e televisione e diversi musical e ha registrato oltre un centinaio di album. Ha vinto tre volte l’Oscar per la migliore colonna sonora: nel 1969 con “Il caso Thomas Crown” di Norman Jewison, nel 1972 con “Quell’estate del ’42” di Robert Mulligan e nel 1984 con “Yentl” di Barbra Streisand, meritandosi inoltre numerose nominations, a partire da quella per le musiche di “Les parapluies de Cherbourg” (1964) di Jacques Demy.
Michel comincia ad interessarsi di musica, e in special modo di pianoforte, sin da bambino da autodidatta, nei pomeriggi passati da solo a casa, mentre la madre è al lavoro. Entra, quindi, al Conservatorio di Parigi, dove studia direzione d’orchestra e composizione con Nadia Boulanger e Henri Chaland. Dopo il diploma, comincia a farsi conoscere come cantante e autore di canzoni nonché come pianista e direttore di gruppi di musica leggera e di jazz. A partire dagli anni Sessanta si dedica in modo quasi esclusivo alla musica da film; nel 1968 si trasferisce negli Stati Uniti, alla ricerca di migliori condizioni di lavoro, ma successivamente torna in Francia, pur continuando a collaborare con Hollywood.


Il primo grande successo arriva presto, nel 1954, all’età, quindi, di 22 anni: il suo primo album, “I Love Paris”, diviene uno dei dischi strumentali più venduti mai pubblicati.
Qualche anno dopo, a New-York City, il 5, 27 e 30 giugno 1958 viene registrato “Legrand Jazz”: si tratta di un vero e proprio atto d’amore del compositore francese verso la musica afro-americana; undici le tracce, tutti standard scelti e arrangiati dallo stesso Legrand che assume anche il ruolo di direttore d’orchestra; tra i musicisti presenti nelle nelle tre sedute di registrazione figurano alcuni grandi del jazz come Herbie Mann (flauto) Phil Wood (saxophone alto), Bill Evans (piano), Paul Chambers (contrabbasso), Ben Webster (saxophone tenore), Hank Jones (piano), George Duvivier (contrabbasso), Art Farmer e Donald Byrd (tromba)… e soprattutto Miles Davis con il quale Legrand avrebbe collaborato anche in seguito. Eccoli quindi ancora assieme nel 1990 quando collaborano alla scrittura della colonna sonora del film “Dingo”.
Nel 1970, quasi parafrasando il titolo di “Legrand Jazz”, Michel pubblica “Le Jazz Grand” sempre coadiuvato da illustri jazzisti quali Phil Woods (sax alto), Gerry Mulligan (sax baritono), Ron Carter (basso), Jon Faddis (tromba); questa volta il repertorio non è costituito da standard ma da cinque original di Legrand che more solito siede al piano e arrangia il tutto. Anche se di eccellente livello, questo album non raggiunge comunque i vertici toccati dal disco del ’58.
Ma gli inizi, le collaborazioni con Davis e gli altri grandi jazzisti, i due album sopra citati non restano episodi isolati nel corso della vita di Legrand; le sue frequentazioni con il mondo del jazz se non proprio assidue sono comunque costanti nel tempo: eccolo, ad esempio, nel 2001 in quartetto con Phil Woods a Montreal; nel 2009 è in trio al Ronnie Scott’s di Londra con Geoff Gascoyne al basso e Sebastiaan de Krom alla batteria; ancora in trio nel 2018 è invitato a festeggiare il trentesimo anniversario del BlueNote di Tokyo.
Ma a confermare l’amore del compositore francese verso il jazz forse è ancora più probante dare un’occhiata a quanti jazzisti hanno inciso sue composizioni.
A livello internazionale le registrazioni in cui si ritrovano brani di Legrand sono davvero innumerevoli; qui di seguito un sommario elenco di grandi artisti che si sono misurati con le partiture del compositore francese: Rosewll Rudd, Blossom Dearie, Bill Evans, Kenny Burrell, Richard Galliano, Lena Horne, Carmen McRae, Dee Dee Bridgewater, George Shearing… e l’elenco potrebbe continuare a lungo ma credo sia inutile dal momento che il concetto dovrebbe essere ben chiaro.
Per quanto concerne, infine, il jazz made in Italy gli artisti che hanno preso in considerazione brani di Legrand sono tutti di eccelso livello e appartenenti a stili, correnti assolutamente diversificati: da Massimo Urbani a Marcello Rosa, da Esmeralda Ferrara a Raimondo Meli Lupi, da Enzo Randisi ad Antonio Flinta (pianista argentino ma oramai naturalizzato italiano), da Marilena Paradisi a Lara Iacovini, da Andrea Dulbecco a Claudio Filippini… ad Ada Montellanico con Jimmy Cobb.

Gerlando Gatto

La poetica straniante di Chet Baker

Ho conosciuto Chet Baker molti anni fa e ne ho sempre ammirato l’enorme statura artistica. Ciò detto però, mi ha colpito l’ammirazione, direi quasi la dedizione che nei suoi confronti dimostrano quanti hanno avuto l’opportunità di suonarci assieme. E non si tratta tanto della stima verso l’artista o della comprensione verso un uomo che ha attraversato periodi non facili, ma di un vero e proprio ‘amore’ – non ci si scandalizzi se uso questo termine – verso un artista che aveva il dono unico di trasportarti altrove, di farti trascendere la realtà del momento. E la cosa più straordinaria è che Chet ha mantenuto e anzi rafforzato queste caratteristiche anche dopo che, per le note vicissitudini inutili da richiamare in questa sede, non era più in grado di suonare la tromba come prima e la sua voce si era fatta più flebile… il tutto coniugato con un carattere non dei più facili che spesso lo faceva platealmente litigare anche con chi lo accompagnava sul palco (in special modo i batteristi).

Proprio a Chet Baker è dedicata la nuova uscita della Hachette per la serie “I capolavori del jazz in vinile- Verve”.

L’album preso in considerazione si intitola “Chet Baker Quartet Vol.1” e, registrato l’11 e il 14 ottobre del 1955 a Parigi, vede il trombettista affiancato da Dick Twardzik al piano, Jimmy Bond al basso, Peter Littmann alla batteria; in repertorio nove brani tutti firmati da Bob Zieff, un allora giovane compositore di Boston, ad eccezione di “The Girl From Greeland” composto da Dick Twardzik   qui colto in una delle sue migliori performance (il pianista sarebbe morto per overdose pochi giorni dopo queste registrazioni il 21 ottobre nella stessa Parigi).

Ma il merito della riuscita dell’album va ripartito tra tutti i membri del quartetto che avevano raggiunto un’alchimia incredibile tanto da far dire al critico Marco Giorgi (curatore delle parti scritte che accompagnano l’LP) che le registrazioni effettuate da Baker “in Francia rappresentano la vetta artistica della sua intera carriera”.

In effetti Chet attraversava un momento artisticamente positivo: ammirato e rispettato in quel di Francia, cosa che non accadeva in patria, il trombettista si rendeva perfettamente conto dell’affetto che riceveva e cerva di ricambiarlo alla sua maniera, suonando bene, benissimo. E ci riusciva. Si ascoltino con attenzione queste registrazioni e si scoprirà un Baker maiuscolo, un Baker perfettamente in grado di muoversi attraverso le complesse partiture di Zieff molto lontane dagli standard spesso da lui eseguiti.

Insomma un album straordinario cui farà seguito un secondo volume, registrato sempre nel 1955, ma con una formazione diversa in quanto al posto di Twardzik   ci sarà Gérard Gustin mentre alla batteria siederà Nils-Bertil Dahlander; il quartetto è completato dall’unico superstite del precedente quartetto, Jimmy Bond al basso.

Addio a Marcel Azzola il fisarmonicista degli Chansonniers

 

Era nato a Parigi il 10 luglio 1927 il fisarmonicista Marcel Azzola, scomparso lo scorso 21 gennaio nella sua casa di Villennes-sur-Seine.

Figlio di immigrati italiani del bergamasco (il padre era di Pradalunga e la madre di Valbondione), fu talento prodigio (vinse il primo concorso a 11 anni) ed iniziò presto a suonare in bistrot e locali in periodo bellico. Di formazione classica – suo maestro era stato Attilio Bonhommi – scoprì presto il jazz, avendo anche occasione di suonare con Django Reinhardt e Stephane Grappelli, e conoscendo nel tempo grandi jazzmen francesi e non.

Azzola, nello stesso tempo, da virtuoso del suo strumento, si cimentava anche in altri generi nella sua variegata attività artistica densa di collaborazioni, legando il suono della propria fisa alla voce di mostri sacri della chanson française (Brel, Montand, Brassens, la Piaf, la Greco) a metà secolo scorso.

Oltre a costituire un quartetto con il chitarrista Didì Duprat, il bassista Pascal Groffe e il batterista Jacque Irsa con cui effettuò numerosi tour e ad esibirsi in coppia con la cantante Lina Bossati, Azzola ebbe anche prestigiose “vetrine” da solista di grande orchestra, ad esempio con quella di Paul Mauriat nel 1995.
Diverse le registrazioni di musiche da film di grandi registi fra cui Tati (Mon Oncle), Tavernier (Il giudice e l’assassino), Lelouche (Gli uni e gli altri).
Numerosi i premi e le partecipazioni a festival jazz, con immagini reperibili facilmente su youtube; fra queste da segnalare uno strepitoso dialogo con Didier Lockwood in La Javaneise/ Les Victoires du Jazz del 2006, un omaggio in trio a Django (France 2) e il video “chicca” in cui accompagna Jacques Brel in Vesoul.

È anche autore, con Marcel Mouloudji, del libro “En ça tournait”, dedicato alla fisarmonica musette e pubblicato nel 1976.

Una tecnica impeccabile ma soprattutto una leggendaria versatilità sono le caratteristiche principali declinate attraverso un forte senso melodico derivante, è probabile, anche dalla sua origine italica. Grande risalto hanno dato i media europei alla morte di questo “géant de l’accordèon”. Meritatamente, soprattutto perché Azzola ha dimostrato come la fisarmonica abbia una straordinaria capacità di attraversare i generi quando la stessa viene opportunamente guidata da un tocco sicuro, fraseggio discorsivo e da menti artisticamente inventive. Sous le ciel de Paris.

A Siracusa i “Suoni Futuri”

 

Prosegue con successo, presso l’Auditorium Jolly Aretusa Palace Hotel di Siracusa, la seconda edizione di “Suoni Futuri”, diretta da Francesco Branciamore e Raffaele Genovese.

L’apertura, il 28 dicembre scorso, è stata dedicata alla musica di Ted Pease, vincitore di due borse di studio in composizione jazz dal National Endowment of the Arts, che ha progettato l’originale Bachelor of Music major in composizione jazz a Berklee nel 1980. È, altresì, autore di diverse composizioni jazz e arrangiamento di testi che sono stati oggetti di studio per gli studenti di Berklee. Il progetto dei musicisti jazz siciliani ha avuto il preciso scopo di rendere omaggio alla figura del grande didatta e arrangiatore americano con i cui testi anche essi si sono formati negli anni di studio accademico in conservatorio. Il tutto rispettando gli scores originali di Ted Pease, aggiungendo delle linee di arrangiamento per mettere meglio in luce le personalità dei musicisti e caratterizzarne il suono di insieme. A cimentarsi in questa impegnativa prova sono stati Gaetano Cristofaro saxes, Tony Brundo piano, Vincenzo Virgillito contrabbasso e lo stesso Francesco Branciamore batteria.

La rassegna prosegue questa sera 6 gennaio con Emanuele Primavera. Il quintetto, diretto per l’appunto da Primavera alla batteria e composizione, è completato da Alessandro Lanzoni al piano, Alessandro Presti alla tromba (ambedue con alle spalle collaborazioni con noti jazzisti italiani), Nicola Caminiti sax e Carmelo Venuto basso.

Il 2 febbraio sarà la volta del piano solo di Giampiero Locatelli impegnato nel progetto “Gershwin leeward” che rappresenta una tappa importante nella produzione artistica del pianista. In effetti da sempre Locatelli ha manifestato l’interesse per il sound gershwiniano, definito da egli stesso come una delle risorse armonico-melodiche più brillanti di tutto il ‘900. Con questo titolo si intende sottolineare che la musica vera, pur trasfigurandola come se si avvertisse in controluce o “sottovento” (da qui il termine “leeward”), rimane sempre una sincera e intramontabile fonte di ispirazione.

Il 17 marzo due voci del jazz contemporaneo, due generazioni a confronto sotto la lente di un grande jazz: Stefano D’Anna sax e Raffaele Genovese pianoforte. Oltre a condividere questo progetto in duo, Stefano e Raffaele collaborano al progetto del Quartetto di Raffaele Genovese leader e compositore assieme a Marco Vaggi e Tony Arco.

Il 6 aprile sarà la volta di Giancarlo Mazzù chitarra acustica e loops. “Pure Landscapes” è una raccolta di visioni pure, composizioni scritte che hanno una forte radice nella pratica costante dell’improvvisazione. Esprime gli aspetti più intimi del personalissimo rapporto di Mazzù con la chitarra acustica, strumento che l’accompagna dall’età di 5 anni. Una serie di “acquarelli sonori” – afferma lo stesso artista – fra suoni acustici ed elettronici, con influenze che vanno dalle musiche afroamericane al classicismo del primo novecento arricchito da sfumature popolari, disegnati con un approccio improvvisativo ed estemporaneo che ne rende unica ogni esecuzione.

A chiudere il 18 maggio ecco “Quasimodale”, progetto multimediale ideato da Rosalba Lazzarotto su liriche di Salvatore Quasimodo, da lei stessa musicate e interpretate, con incursioni nel teatrodanza e nelle arti visive. L’infanzia dell’artista e compositrice ha da sempre incontrato la sensibilità del maestro d’inchiostro, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1959. È questo un anno decisivo per il jazz, data simbolica che vede tra le altre la pubblicazione di “Kind of blue”, progetto musicale di Miles Davis che inaugura la nascita di una corrente del jazz chiamata appunto “modale”, ispiratrice delle musiche e del titolo del progetto. Sul palco, assieme alla Lazzarotto, Luciano Troja pianoforte, Federico Saccà contrabbasso e Francesco Branciamore batteria.

I NOSTRI CD. Jazz internazionale Tante le novità di rilievo

John Abercrombie – “Open Land” Meeting J. Abercrombie – DVD ECM 675
Prodotto e filmato dal regista Arno Oehri (artista multimediale e filmmaker del Liechtenstein) e dal produttore Oliver Primus (musicista e articolista svizzero) questo documentario, al di là delle intenzioni degli autori, si è purtroppo trasformato in un omaggio alla memoria dal momento che l’artista è scomparso nell’agosto 2017, pochi mesi prima che l’opera fosse ufficialmente presentata. Ovviamente ciò nulla toglie alla valenza della produzione che, anzi, ci offre l’occasione per ricordare e riflettere sulla figura di un musicista straordinario non sempre valorizzato in base ai suoi meriti. La tecnica scelta dagli autori per raccontare il chitarrista è quella che personalmente prediligo, vale a dire far parlare direttamente il personaggio. Così i due sono andati ad intervistare Abercrombie nella sua casa e si son fatti raccontare le vicende principali della sua vita e della sua arte. Così ci restituiscono oltre che l’artista anche e forse soprattutto l’uomo Abercrombie, con le sue aspirazioni, i suoi desideri, il suo amore per la moglie Lisa…e perché no le sue paure come quando il 7 dicembre del 2003 si incendiò la sua casa con la conseguente perdita di quasi tutto ciò che possedeva. Il risultato è un ritratto vivido, a tratti toccante, di un artista che ha saputo coniugare la musica con la vita di tutti i giorni. Dal punto di vista musicale, il brano forse più interessante è “Another Ralph’s” registrato al Tangente Club di Eschen (Liechtenstein) nel 2014 dal trio comprendente, oltre ad Abercrombie, Adam Nussbaum alla batteria e
Gary Versace all’organo Hammond (i due sono anche intervistati in merito al loro rapporto umano e professionale con Abercrombie). Tra gli altri momenti degni di nota da ricordare l’esibizione a New York in quartetto con Rob Sheps al sax, Eliot Zigmund alla batteria e David Kingsnorth al basso.

Arild Andersen – “In-House Science” – ECM 2594
Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Arild Andersen a Stavanger, in Norvegia, nell’oramai lontano 1983 quando già era considerato un astro nascente della nuova scena scandinava. Sono passati tanti anni e Arild ha confermato appieno tutte le premesse di quei tempi essendo considerato, oggi, uno dei migliori e più innovativi bassisti dell’intero panorama jazzistico. E questo CD ne è l’ennesima riprova… se pur ce ne fosse stato bisogno. Registrato il 29 settembre del 2016 in un luogo storico quale il museo Villa Rothstein a Bad Ischl in Austria, Andersen capeggia un formidabile trio completato da Tommy Smith al sax tenore e dal “nostro” paolo Vinaccia alla batteria. Quindi un trio che fa a meno di uno strumento armonico senza che ciò abbia la minima influenza sulla qualità della musica. I tre si muovono all’insegna di una empatia totale, con Arild che detta i tempi, Smith che sfoggia un fraseggio elastico, vivace, sempre in linea con le atmosfere volute dal leader (autore, tra l’altro, di tutti e sei i brani in programma) e Vinaccia che si esprime con la solita maestria producendo un volume sonoro denso e trascinante. Di qui una musica che si dipana per tutta la durata dell’album con grande scioltezza passando da atmosfere romantiche, sognanti, a climi più torridi ai confini dell’avanguardia, sempre impreziosita dalla massima attenzione alla più piccola sfumatura. E per avere un’idea di quanto si sta dicendo, basta ascoltare attentamente, in rapida successione “North Of The Northwind” dai toni soffusi e il sax di Smith a ricordare a tratti l’espressività propria di Gato Barbieri, e “In-House” in cui i tre scatenano una vera e propria tempesta sonora con un Andersen che sfoggia una padronanza dello strumento davvero non comune e un Vinaccia che ancora una volta evidenzia il perché sia considerato dai musicisti nordici un sodale imprescindibile.

Maxime Bender – “Universal Sky” – Cam Jazz 7924-2
Per avere una chiara idea di ciò che Maxime propone basta rifarsi alla definizione da lui stesso coniata circa il jazz che ama: “con meno swing e più pop”. Quindi un linguaggio che intende allontanarsi dal jazz canonico per affrontare nuovi lidi. In ciò il multistrumentista lussemburghese (sax tenore, sax soprano, flauto, pianoforte) è coadiuvato nell’occasione da Manu Codjia alla chitarra, Jean-Yves Jung all’organo Hammond B3 e Jérôme Klein alla batteria. Etichette a parte, il risultato è ancora una volta positivo. In repertorio dieci brani di cui otto scritti dallo stesso Bender e gli altri due rispettivamente dal compositore americano Justin Vernon e dal batterista del gruppo Jérôme Klein, quindi una prova di piena maturità per Bender anche come compositore. Ed in effetti i brani sono tutti ben strutturati, altrettanto ben arrangiati, sostenuti da un gruppo quanto mai coeso che riesce ad eseguire in grande scioltezza sia le parti obbligate sia quelle improvvisate tanto che risulta oggettivamente difficile distinguerle. Ogni singola nota è come distillata sapientemente, avendo riguardo a dove andrà a collocarsi, Di qui anche una ricchezza timbrica, dinamica e di atmosfere che prende l’ascoltatore dalla prima all’ultima nota dell’album. Ecco quindi il clima sognante, onirico di “Dust Of Light” (con il chitarrista Manu Codjia in bella evidenza) cui si contrappone la forza ritmica di “Missing Piece”, ecco “Fly” con l’Hammond in grande evidenza mentre in “Infinity” è il sax di Bender a disegnare la sinuosa linea melodica… e via di questo passo in un continuo alternarsi di ruoli che evidenzia quella compattezza cui prima si faceva riferimento.

Ketil Bjørnstad & Anneli Drecker – “A Suite Of Poems” – ECM 2440
La genesi di questo toccante album è illustrata chiaramente dallo stesso Bjørnstad nelle note che accompagnano il CD laddove ci racconta che, durante le sue più che frequenti nottate passate in albergo, riceveva poesie inviategli dall’amico Lars Saabye Christensen dalle varie località che il poeta e scrittore norvegese era solito visitare. Dopo averle custodite per anni, il pianista ha pensato di rivestirle di musica, di affidarne l’interpretazione alla voce di Anneli Drecker eccellente vocalist norvegese, originaria della città di Tromsø, sulla scena oramai da più di vent’anni e già collaboratrice di artisti quali Jah Wobble e Hector Zazou. I titoli dei pezzi sono di per sé esplicativi: ecco quindi l’apertura affidata a “Mayflower, New York”, seguita da “Duxton, Melbourne” e giù fino al conclusivo “Schloss Elmau”. Da quanto sin qui detto risulta abbastanza chiaramente il tipo di musica che si ascolta nell’album tenendo ben presente che Ketil Bjørnstad è pianista capace di interpretare con eguale bravura e partecipazione musica classica, jazz e folk. Bjørnstad cerca quindi, il più delle volte riuscendoci perfettamente, di ricreare con la sua musica le atmosfere suggeritegli dall’amico Christensen e legate alle località visitate. Ecco l’intimismo di “L’Hotel” e di “Lutetia” legati ad una romantica e nostalgica Parigi, ecco il sapore blues di “Astor Crowne, New Orleans”, ecco l’atmosfera vagamente orientaleggiante di “Mayday Inn, Hong Kong”. Insomma un ‘altra prova di grande maestria da parte di Ketil Bjørnstad che ha operato anche una scelta felicissima nel chiamare accanto a sé una interprete come Anneli Drecker capace di dare un peso specifico ad ogni singola sillaba, ad ogni parola, rendendo così giustizia a dei testi di per sé quanto mai significativi.

Art Blakey – “Moanin” – Green Corner – 100901 2 CD
In altra occasione ho illustrato il perché molte case discografiche, in un certo periodo del passato, abbiano preferito immettere sul mercato copie in versione sia stereo sia mono. Ecco, questi due album appartengono per l’appunto a questa serie di registrazioni effettuate ad Hackensack il 30 ottobre del 1958. More solito, in questi casi il doppio album conserva intatto il suo valore sia storico sia musicale. Dal primo punto di vista è la prima volta che la versione mono viene prodotta su CD. Quanto alla valenza della musica non credo ci sia chi dubita della stessa. Si tratta, in effetti, della terza edizione dei Jazz Messengers comprendente artisti quali Lee Morgan alla tromba, Benny Golson nella duplice veste di tenorista e compositore (molti dei brani sono suoi), Bobby Timmons al piano e Jymie Merritt al contrabbasso. Come bonus le sole due alternate tracks tratte dalla seduta del 30 ottobre 1958 e non comprese nell’originario LP, e altri quattro brani registrati dalla stessa formazione durante un concerto all’Olympia di Parigi nel novembre, dicembre dello stesso 1958. Esaurite queste delucidazioni, resta ben poco da dire se non che si tratta di registrazioni davvero imperdibili; basti citare l’entusiasmante “Moanin” di Bobby Timmons e la trascinante “Blues March” di Benny Golson così aderente allo spirito delle marching band di New Orleans. Insomma una ghiotta occasione per chi ancora non avesse queste registrazioni nella propria discoteca.

Rainer Böhm – “Hydor” Piano Works XII
La ACT può vantare una lunga e ricca tradizione in fatto di pianisti dal momento che per l’etichetta hanno inciso personaggi internazionali del calibro di Joachim Kuhn, Esbjorn Svensson e Michael Wollny… tanto per citare qualche nome. Coerentemente con tale impostazione, il produttore Siggi Loch ha creato una collana di album dedicati al piano solo, “Piano Works”, giunta al suo tredicesimo volume. Il nuovo protagonista è Rainer Böhm. Nato a Ravensburg nel sud della Germania nel 1977, Böhm è considerato dai critici tedeschi uno dei migliori pianisti jazz del suo Paese, ma non ha ancora raggiunto una notorietà a livello internazionale. Ecco, quindi, una buona occasione per farne conoscenza. Il suo è, in effetti, un pianismo maturo, consapevole, un linguaggio che coniuga brillantemente una eccellente tecnica pianistica con notevoli capacità espressive. Frutto, tutto ciò, non solo di una squisita sensibilità ma anche di un approfondito studio della letteratura pianistica globalmente intesa. In effetti Böhm si è fatto conoscere in patria soprattutto per gli adattamenti in termini jazzistici dei grandi classici quali Verdi, Wagner, Beethoven e Bach. In questo album Böhm si fa notare anche come eccellente compositore (tutti i tredici brani del disco sono a sua firma), e proprio attraverso questi pezzi l’artista evidenzia la sua capacità di assorbire molto di ciò che i grandi pianisti del passato ci hanno lasciato. Così nel suo stile è possibile rintracciare echi della tradizione classica così come del jazz soprattutto di quello nord-europeo senza che tutto ciò si ripercuota minimamente sull’originalità della proposta.

Jakob Bro – “Bay Of Rainbows” – ECM 2618
L’album è il frutto delle registrazioni effettuate nel luglio del 2017 al club Jazz Standard di New York; protagonista il trio del chitarrista danese Jakob Bro (1978), con il bassista Thomas Morgan e il batterista Joey Baron. L’album assume una doppia importanza nella vita di Bro in quanto da un lato è il coronamento di un sogno più volte espresso dall’artista (registrare un album live a New York), dall’altro è il primo disco live da lui registrato per la ECM. Bro non si lascia sfuggire l’occasione e dà vita ad un album eccellente confermando, anche come autore (tutte e sei le tracce dell’album sono sue composizioni), quanto già di buono si era ascoltato nelle sue precedenti produzioni: una musica nitida, costruita quasi per sottrazione, con la chitarra del leader a imbastire eteree trame sonore ben sostenute da una sezione ritmica esemplare per leggerezza e pertinenza. Così la musica si sviluppa come su un tappeto di nuvole, sorvolando diversi territori senza atterrare completamente. L’andamento generale è quindi piuttosto rarefatto anche se in alcuni brani assume una più concreta matericità: si ascolti, ad esempio, l’unico inedito “Dug” dove l’accompagnamento sostenuto della sezione ritmica si coniuga con una fraseggio chitarristico sicuramente non etereo come nei precedenti brani, ai limiti del free, oseremmo dire. Sottolineavamo come “Dug” fosse l’unico inedito in quanto gli altri brani erano già stati incisi da Bro nei suoi precedenti album. Tornando a “Bay Of Rainbows” il brano che più ci ha colpiti è stato “Evening Song” (già presente in “Balladeering”, Loveland Records, inciso nel 2008 ma pubblicato l’anno successivo in cui Bro capeggiava una all stars comprendente l’altro chitarrista Bill Frisell, Lee Konitz sax alto, Ben Street basso e Paul Motian batteria). L’album si chiude con una differente versione del brano d’apertura, “Mild”.

Miles Davis – “Jazz Track” – Poll Winners 27385
Prima di illustrare brevemente il contenuto di questo album, credo sia importante sottolineare il perché vi sto proponendo molti album della serie “Poll Winners”. In effetti l’etichetta “Poll Winners” dedica il proprio catalogo alle ristampe di quei titoli recensiti dalla rivista ‘Down Beat’ con il massimo dei voti (cinque stelle). Tale premiazione è talmente significativa e importante che molti di questi album diventano spesso dei veri classici. Le nuove edizioni presentano la versione integrale degli album originali a cinque stelle***** con l’aggiunta di brani di altri titoli dello stesso autore all’apice del proprio successo artistico. La raccolta comprende, quindi, vere e proprie pietre miliari della storia del jazz prodotte dai più grandi musicisti del genere, tra cui va senza dubbio annoverato questo “Jazz Track” che nelle sue componenti essenziali ha costituito una parte essenziale nella storia di Miles Davis e quindi del jazz nella sua interezza. Il CD è idealmente suddiviso in tre parti: i primi dieci brani contengono la colonna sonora del film francese “Ascensore per il patibolo” registrata nel dicembre 1957 a Parigi da Miles Davis con il batterista statunitense Kenny Clarke e altri due musicisti locali capitanati dal pianista René Urtreger (Barney Wilen sax tenore e Pierre Michelot basso). I successivi quattro brani sono tratti dalle sedute di registrazione del 26 maggio del 1958 quando Miles Davis rinnovò il suo sestetto con Bill Evans al posto di Red Garland e la riammissione nel gruppo del contralto di Julian Cannonball Adderley che veniva così ad affiancare il sax tenore di John Coltrane; la sezione ritmica era completata dal batterista Jimmy Cobb al posto di Philly Joe Jones e da Paul Chambers al basso. Gli ultimi 3 sono bonus e provengono dalla seduta del 16 marzo 1956, protagonista un quintetto con Davis, Sonny Rollins sassofono tenore, Tommy Flanagan pianoforte, Paul Chambers contrabbasso, Art Taylor – batteria

Mathias Eick – “Ravensburg” – ECM 2584
Tutto all’insegna della ricerca melodica questo album del trombettista norvegese Mathias Eick che dopo aver collaborato con alcune delle formazioni norvegesi più interessanti e innovative (Motif, JagaJazzist, Motorpsycho and Lars Horntvedt) è approdato in casa ECM dando vita a questo suo quarto album da leader (dopo “The Door”, “Skala” e “Midwest”). La più importante novità di questo CD è data dalla presenza del violinista, anch’egli norvegese, Håkon Aase, messosi già in luce collaborando con la formazione di Thomas Strønen. In effetti tromba e violino dialogano magnificamente conferendo al gruppo un sound del tutto particolare e ben sostenuto dal resto del gruppo formato da Andreas Ulvo piano, Audun Erlien basso elettrico e due batteristi, Torstein Lofthus e Helge Andreas Norbakken (quest’ultimo anche alle percussioni) che interagiscono con sapiente equilibrio. Ma il protagonista resta senza alcun dubbio Mathias: il suo linguaggio appare allo stesso tempo antico (molti e ben individuabili i richiami al jazz propriamente detto) e attuale (nel suo stile evidenti le influenze da un canto della musica classica contemporanea, dall’altro della new age intesa soprattutto come un genere in cui si mescolano echi provenienti da culture diverse come quelle indiane, ebree e magrebine)… cui si aggiungono echi della cultura scandinava presenti nella maggior parte dei musicisti nordici. Insomma un universo di riferimento assai vasto e variegato che Eick padroneggia assai bene anche dal punto di vista compositivo dal momento che tutti e otto i brani in programma sono dovuti alla sua penna. Brani che, ferma quella ricerca melodica cui prima si faceva riferimento, alternano atmosfere intimiste, oniriche a climi più materici, terrene.

Sheila Jordan – “Lucky to be me” – abeat 185
Sheila Jordan è una di quelle rare artiste di cui parlano tutti bene: pubblico, critica, colleghi. E questo album non fa certo eccezione alla regola. La vocalist americana, che raggiunse una fama internazionale aggiungendo le parole alla musica di Charlie Parker, è amata ed apprezzata anche in Italia dove ha registrato live questo album l’11 novembre del 2016 a Castellanza (MI) accompagnata da Attilio Zanchi al contrabbasso, Roberto Cipelli al piano e Tommaso Bradascio alla batteria. Da quanto sin qui detto si deduce facilmente che si tratta di un ottimo album che mette in luce da un canto le indiscusse qualità vocali di Sheila, dall’altro la capacità dei musicisti italiani di stare a fianco, validamente, anche delle più importanti stelle del firmamento jazzistico internazionale. E la valenza di Zanchi e compagni è testimoniata dalla stessa Jordan la quale, riferendosi al titolo dell’album, afferma di aver “chiamato questo disco ‘Lucky to be me’ non solo perché è uno dei brani, ma perché mi sento veramente fortunata nella vita ad avere amici e musicisti così meravigliosi, che si divertono a fare musica con me, ad organizzare tour e registrazioni. Sono come una famiglia e mi sento fortunata ad averli con me in questa vita”. Ed è bello avvertire come un’artista che nella sua vita ha conosciuto tantissimi successi, sia ancora sorretta da un tale entusiasmo ed una così grande voglia di cantare, di appassionare il pubblico. E la cosa risulta ancora più straordinaria ove si tenga conto che la Jordan, nata nel 1928, a Detroit, Michigan, frequenta le scene da molti anni avendo debuttato da bambina: poco più che adolescente lavorava già nei club di Detroit. Da allora non si più fermata inanellando una serie di performances – sia live sia su disco – davvero straordinarie. E per quei quattro o cinque che ancora non la conoscessero, ecco questo album è un’ottima occasione per avere un piccolo saggio di chi è Sheila Jordan.

Janne Mark – “Pilgrim” – ACT 9735-2
Questo “Pilgrim” ci presenta la vocalist danese Janne Mark in una sorta di nazionale danese completata dal pianista Henrik Gunde Pedersen, dal bassista Esben Eyermann, dal batterista Jesper Uno Kofoe, dal chitarrista ‘lap steel’ Gustaf Ljunggren cui si affianca, per esplicita volontà della vocalist, il trombettista norvegese Arve Henriksen.
L’album ha una sua specificità che lo pone al di fuori di qualsivoglia schema con cui al difuori della Scandinavia siamo abituati ad ascoltare la musica jazz. Ciò perché Janne Mark scrive, oggi, inni, cosa assolutamente inconsueta…da noi ma del tutto normale al Nord ove questo genere ha una grande importanza costituendo la fonte di molte canzoni. In particolare in Danimarca la tradizione dell’inno è sostanzialmente agraria in quanto la maggior parte della popolazione viveva in campagna e quindi gli inni venivano da quella realtà. Oggi le cose sono ovviamente cambiate e la Mark scrive musica in cui alla tradizione agraria aggiunge l’input derivante dalla realtà urbana; per completare il tutto la vocalist rivolge lo sguardo anche al jazz (proprio per questo ha chiamato Arve Henriksen) giungendo ad un unicum davvero irripetibile. Ed è la stessa Mark ad illustrare il senso della sua poetica affermando che “la musica di Pilgrim è scritta per quanti non hanno alcuna familiarità con la chiesa ma anche per quanti, viceversa, conoscono assai bene la religione”. Ed in effetti ascoltando le dieci tracce dell’album, a farla da padrona è una musica riflessiva, che trasporta l’ascoltatore in una dimensione ‘altra’, lontana dalle problematiche dell’oggi, della vita di tutti i giorni, trasmettendo un senso di pace che difficilmente ritroviamo nelle espressioni artistiche attuali. Insomma un album che ci fa conoscere una musicista di grande spessore, affascinante, matura, dotata di una squisita sensibilità e di una grande capacità di scrittura e ci conferma Arve Henriksen come una delle personalità più spiccate dell’odierno panorama jazzistico del Nord Europa.

Thelonious Monk Quartet – “Monk’s Dream” – Green Corner 100899 2 CD
Anche questo doppio album fa parte della serie “The Stereo & Mono Versions” cui si faceva cenno a proposito dell’album di Art Blakey. Questa volta il protagonista è Thelonious Monk alla testa del suo celeberrimo quartetto con Charlie Rouse al sax tenore, John Ore al basso e Frankie Dunlop alla batteria. In programma il primo LP che Monk, dopo la fine della sua collaborazione con la Riverside Records, incise per la Columbia. “Monk’s Dream”, prodotto da Teo Macero, registrato alla fine del 1962 e pubblicato nel 1963, divenne nel corso degli anni l’album più venduto di Monk e fu determinante nella scelta del Times Magazine di dedicargli una copertina nel 1964. Originariamente l’LP conteneva otto pezzi, di cui cinque originali di Monk, cui si aggiungono “Body and Soul” di Green- Heyman-Sour-Eyton, “Just a Gigolo” di Caesar-Brammer-Casucci e “Sweet and Lovely” di Arnheim-Tobias-Lemare; le esecuzioni sono affidate al quartetto eccezion fatta per “Just a Gigolò” e “Body and Soul” affidate al piano solo di Monk. In questa riedizione come bonus troviamo quattro ‘alternative trakes’ tratte dalle stesse sedute di registrazione dell’ottobre-novembre del 1962, le prime versioni in studio di Monk della maggior parte dei brani dell’album e una versione per pianoforte dal vivo del 1961 di “Body and Soul”. A Questo puto credo non ci sia molto altro da aggiungere: si tratta di grande musica, di alcune delle pietre miliari del jazz che ci raccontano del genio di un grandissimo pianista e compositore quale Thelonious Monk.

Wolfgang Muthspiel – “Where The River Goes” – ECM 2610
Questo album è la logica prosecuzione di “Rising Grace” pubblicato nel 2016; non a caso la formazione è quasi identica dal momento che accanto al chitarrista austriaco ritroviamo Brad Mehldau al pianoforte, Ambrose Akinmusire alla tromba e Larry Grenadier al contrabbasso mentre Eric Harland alla batteria sostituisce Brian Blade.
Ma, come si dice, cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia per cui la musica si mantiene su livelli di assoluta eccellenza grazie, soprattutto, alla valenza del gruppo in quanto tale. Non si tratta, cioè, di cinque grandi musicisti che messi assieme producono buona musica dato il loro peso specifico individuale, ma di cinque artisti che decidono di unirsi per dar vita a qualcosa di nuovo, qualcosa che abbia una propria identità senza per questo trascurare il talento di ognuno. Il tutto impreziosito dalle capacità compositive del leader chitarrista che firma tutte le composizioni in programma eccezion fatta per “Blueshead” di Mehldau e “Clearing” improvvisazione collettiva dell’intero gruppo. E l’improvvisazione non è certo elemento secondario in queste registrazioni caratterizzate da un eccellente equilibrio tra parti scritte e spazio lasciato all’estro dei singoli. Ecco ad esempio il contrabbasso di Grenadier impegnato in un trascinante assolo nel già citato “Blueshead” mentre Muthspiel evidenzia il proprio talento in tutti i brani con una menzione particolare per il pezzo di chiusura, “Panorama”. Ma è l’atmosfera generale del disco che incanta, un’atmosfera in cui la bellezza della linea melodica si impone su tutto grazie soprattutto a Brad Mehldau e Ambrose Akinmusire che riescono ad interpretare al meglio le intenzioni del leader-compositore.

Barre Phillips – “End To End” – ECM 2575
Un album di solo contrabbasso non è certo di facile ascolto anche se ad eseguirlo è un fuoriclasse come Barre Phillips. In buona sostanza si tratta dell’ennesima prova senza rete di uno dei più grandi solisti di tutti i tempi, un artista che, ad onta dei suoi ottantatre anni, pur non avendo alcunché da dimostrare, si lancia in una impresa temeraria come questa. D’altro canto chi conosce Barre Phillips, chi ha imparato ad apprezzarlo negli anni anche attraverso le sue numerose collaborazioni con musicisti d’avanguardia quali Dave Holland, Paul Bley e Evan Parker, non si stupirà più di tanto nel constatare come Barre abbia deciso di imbarcarsi in questa ardua operazione. Risultato? Certo molto dipende da come si ascolta questo tipo di musica: per i tradizionalisti sarà d’obbligo storcere il naso, per chi preferisce stilemi più all’avanguardia si tratta di un’opera assolutamente straordinaria. Barre evidenzia ancora una volta non solo una tecnica sopraffina ma un rapporto quasi simbiotico con lo strumento che lo porta ad esprimersi compiutamente nei tredici brani in repertorio. Quindi la necessità da parte dell’ascoltare di immergersi totalmente nell’universo sonoro immaginato da Phillips per gustarne appieno ogni minimo risvolto e comprendere ciò che l’album rappresenta per il contrabbassista. Al riguardo è lo stesso artista, nelle note di copertina che accompagnano l’album, a chiarire come si tratti della “fine di un ciclo, non un riassunto, ma l’ultima pagina di un diario iniziato cinquant’anni fa”. L’album è diviso in tre parti: “Quest” (comprendente i primi cinque brani); “Inner Door” (con i successivi quattro) e “Outer Window” (gli ultimi quattro). Nonostante la presenza di un unico strumento, le atmosfere sono assai variegate passando da momenti lirici ad altri caratterizzati da una maggiore fisicità con in primo piano sempre tecnica ed espressività

Antonio Sanchez & Migration – “Lines in The Sand” – Cam Jazz 7940-2
Come ho già avuto modo di esprimere in diverse occasioni, non credo molto nella musica “politica” vale a dire in quelle espressioni musicali che ancor prima del contenuto artistico pongono in evidenza quello politico. Ma, come ogni buona regola, anche questa soffre le sue brave eccezioni e “Lines in The Sand” è una di queste. In effetti l’album per specifica ammissione dello stesso batterista, si pone come uno specifico atto d’accusa contro la politica posta in essere da Donald Trump nei confronti degli emigranti che arrivano dal Messico, terra d’origine di Sanchez. Nel libretto che accompagna l’album, Sanchez dichiara di sentirsi un uomo fortunato perché la sorte, oltre a concedergli affetti familiari e un’istruzione gli ha consentito di vivere un quarto di secolo in un Paese che ha saputo accettare il suo talento. Purtroppo gli Stati Uniti di oggi non sono quelli del 1993 quando Antonio si stabilì a New York: alla Casa Bianca è la demagogia a dettar legge. Come accennavo credo fortemente all’onestà intellettuale di Sanchez in quanto dopo aver ottenuto quattro Grammy Awards, una nomina per un Golden Globe e aver collaborato con alcuni dei più grandi jazzisti di sempre (Chick Corea, Charlie Haden, Gary Burton, Toots Thielemans, Pat Metheny tra gli altri) non ha certo bisogno di ricorrere a certi mezzucci per affermare le proprie qualità. E d’altro canto la stessa musica da lui proposta in questo “Lines in The Sand” trasuda tristezza, protesta, ferma volontà di non accettare passivamente questo stato di cose. Dal punto di vista più strettamente musicale, quello proposto da Sanchez è un mix di jazz contemporaneo, rock, elettronica e altre influenze, il tutto declinato attraverso la bellezza delle linee melodiche e un perfetto equilibrio tra sonorità acustiche e suoni elettronici. In questo ambito particolarmente efficace risulta l’affiatamento del gruppo completato da John Escreet piano e tastiere, Matt Brewer al basso, Chase Baird al sax tenore, Thana Alexa alla voce sua compagna nella musica e nella vita, cui si aggiungono in due brani Nathan Shram alla viola e Elad Kabilio al cello.

Ida Sand – “My Soul Kitchen” – ACT 97362
E’ proprio vero che la musica non conosce confini e così eccoci in Svezia per apprezzare una vocalist svedese che canta con pertinenza soul e funky. Si tratta di Ida Sand accompagnata da “Stockholm Undeground” ovvero un quintetto all stars comprendente Jesper Nordenström organo Hammond, synt e tastiere, Henrik Janson chitarra elettrica, Lars DK Danielsson basso elettrico, Per Lindvall batteria e Magnus Lindgren sax tenore e baritono, flauti e clarinetto con in più alcuni ospiti illustri tra cui Nils Landgren trombone e vocale. In repertorio brani, tra gli altri, di Al Green, Stevie Wonder, Ray Charles e The Meters cui si aggiungono alcuni original della vocalist e reinterpretazioni, sempre in chiave soul, di composizioni firmate da John Fogerty e Mike Shapiro. Il risultato, come si accennava, è ottimo in quanto la Sand aderisce perfettamente ai canoni non solo estetici della soul-music. Le sue interpretazioni sono una palese dimostrazione di come ella ami questo genere musicale riuscendo a coglierne l’intima essenza. D’alto canto bisogna riconoscere che in Svezia il soul gode di molta popolarità e che altri artisti vi si sono dedicati con successo; come non ricordare, al riguardo, quel Nils Landgren che con la sua “Funk Unit”, per esplicita ammissione della stessa Sand, ha avuto una indiscussa influenza sul suo stile vocale. Comunque tornando alla Sand, questo suo quarto album si differenzia notevolmente dai precedenti in cui aveva esplorato le vie del jazz, del blues e del folk, coronando un vecchio sogno. In ciò perfettamente coadiuvata dai musicisti scelti per accompagnarla tra cui particolarmente rilevante il ruolo di Magnus Lindgren non solo come solista ma anche come arrangiatore delle parti riservate ai fiati.

Woody Shaw – “Tokyo ‘81” – Elemental 5990429
E’ il 7 dicembre 1981 e il trombettista-flicornista Woody Shaw si esibisce a Tokyo con
Steve Turre trombone e percussioni, Mulgrew Miller piano, Stafford James basso e Tony Reedus batteria. La session viene registrata e adesso è a disposizione di tutti noi. A chi conosce minimamente la storia del jazz, non sfugge l’importanza di Woody Shaw artista che forse non ha ottenuto tutti i riconoscimenti che avrebbe meritato. Nonostante una vita piuttosto breve – scomparve all’età di 45 anni – Woody è considerato da buona parte della critica l’ultimo musicista che sia riuscito ad elaborare un nuovo linguaggio improvvisativo sulla tromba. E queste registrazioni ne sono l’ennesima conferma. Woody suona magnificamente, senza un attimo di stanca, dando nuova linfa a pezzi già ultra battuti. Si ascolti, ad esempio, con quanta maestria interpreti il celeberrimo “’Round Midnight” di Monk perfettamente coadiuvato dal suo quartetto che evidenzia un’intesa difficile da non aggettivare come ‘perfetta’. Turre e Miller seguono le improvvisazioni del leader con il pianista che esplora tutte le possibilità armoniche insite nel brano e Turre che sfoggia il suo solismo così fluido e spesso contrastante con le asperità del linguaggio di Shaw. L’album presenta sette tracce di cui l’ultima, “Sweet Love Of Mine” dello stesso Shaw, registrata live a L’Aia il 14 luglio del 1985 dalla Paris Reunion Band comprendente, oltre al leader, Jimmy Woode al basso, Billy Brooks alla batteria, Kenny Drew al piano, Johnny Griffin al sax tenore, Nathan Davis al sax tenore e soprano, Slide Hampton al trombone e Dizzy Reece alla tromba.

Omar Sosa, Yilian Cañizares – “Aguas” – Otà Records
Il pianista cubano Omar Sosa si è fatto conoscere dal pubblico italiano grazie alle collaborazioni con Paolo Fresu. Abbiamo, quindi, imparato ad apprezzare un musicista colto, sensibile, che lavora quasi per sottrazione, un musicista che mai fa ricorso a virtuosismi puntando, piuttosto, a trasmettere stati d’animo, emozioni. Di qui un pianismo che accarezza le melodie con un andamento ritmico solo all’apparenza semplice ma in realtà mai banale e del tutto coerente con il contesto in cui si inserisce. E questo nuovo album non fa che confermare queste doti. Omar, nell’occasione, suona con la violinista e vocalist Yilian Cañizares, nata a L’Avana nel 1981, e il percussionista Inor Sotolongo, nato anch’egli a L’Avana nel 1971, ma oggi residente in Francia sin dal 2001. Omar e Yilian si sono conosciuti nel corso delle rispettive tournée nel vecchio continente e non c’è voluto molto per scoprire un idem sentire che li ha condotti alla realizzazione di questo album. In repertorio undici tracce scritte da Omar Sosa e Yilian Cañizares e riflette appieno le vedute musicali dei due artisti. Così se Omar Sosa non nasconde la nostalgia per la sua isola rivendicando l’importanza delle tradizioni musicali cubane da cui deriva la sua musica “contemplativa, piena di umiltà, dignità e pace”, la vocalist pone l’accento sulla necessità di “mettere da parte te stessa e il tuo ego” per far sì che la musica possa prendere vita. Così quanto si ascolta in “Aguas” è un mix perfettamente riuscito tra il jazz e la musica tradizionale cubana con qualche rimando anche alla musica classica. Sosa disegna un tappeto melodico- ritmico di rara e moderna lucentezza mentre la Cañizares dimostra di saper improvvisare sia con la voce sia con il violino. Prezioso anche il lavoro del percussionista Sotolongo mai invadente. Tra i vari brani particolarmente rilevanti “Milonga” impreziosito da un assolo di Sosa e ““La Respiracion”

Steve Tibbetts – “Life Of” – ECM 2599
Steve Tibbetts incise il suo primo album nel 1977; nel 1981 l’album d’esordio con la ECM; da allora il chitarrista è divenuto uno degli artisti più presenti nel catalogo della casa tedesca tanto da impersonare, si potrebbe dire, l’estetica voluta da Manfred Eicher. Un’estetica basata sulla raffinatezza, sulla purezza del suono, su una certa atmosfera ‘globalista’ con l’esplicito richiamo a popoli e strumenti esotici. E tutta la carriera di questo personaggio è stata caratterizzata da tali elementi, con la costante di una ricerca che mai si è soffermata sui traguardi raggiunti. Di qui un costante allargamento degli orizzonti musicali di Tibbetts che strada facendo ha trovato nel percussionista Mark Anderson un partner ideale cui, nell’occasione di quest’ultimo album (il nono per ECM), si aggiunge Michelle Kinney (cello, drone). Il risultato è ancora una volta eccellente. L’album si articola attraverso una serie di bozzetti che lasciano all’ascoltatore la possibilità di viaggiare con la fantasia e immaginare luoghi e situazioni. Così non mancano i riferimenti alla musica medioevale, al blues, ma anche a quei luoghi lontani del sud est asiatico, quali il Bali e soprattutto il Nepal dove ha lungamento soggiornato conoscendo il vocalist monaco buddista Chöying Dolma con il quale ha inciso due stupendi album intitolati “Chö” e “Selwa”. E ascoltando anche la musica di “Life Of” non si può non riconoscere come non solo i suoni, ma anche qualcosa di molto più profondo, insito nella spiritualità di quei luoghi, sia rimasta per sempre impressa nell’anima del chitarrista del Minnesota. Anche di qui la ricchezza espressiva della sua chitarra Martin a 12 corde mentre il piano assume spesso coloriture simili ad un gamelan; immancabili alcune campionature che richiamano gong balinesi. Come già accennato, fondamentale anche l’apporto del percussionista Mark Anderson che introduce elementi ritmici tutt’altro che consueti mentre la Kinney, per utilizzare le stesse parole di Tib betts “è capace di portare la struttura musicale del brano come su una nuvola”.

Mark Turner, Ethan Iverson – “Temporary Kings” – ECM 2583
Sicuramente uno dei dischi più interessanti che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi mesi. Uno accanto all’altro un grandioso tenor-sassofonista quale Mark Turner che abbiamo imparato a conoscere sia per le numerose collaborazioni con gruppi di eccellenza quali il Billy Hart Quartet (in cui suonava anche Iverson), e il trio con il bassista Larry Grenadier e il batterista Jeff Ballard, sia per i progetti che lo hanno visto leader, ed un pianista quale Ethan Iverson che ha raggiunto eccezionali livelli di notorietà (assolutamente meritati) con i “Bad Plus” da cui si è staccato negli ultimi tempi. Questa formula del duo senza sezione ritmica è particolarmente rischiosa in quanto praticamente i due artisti sono costretti a muoversi senza rete, inerpicandosi per sentieri impervi da loro stessi immaginati e costruiti. Di qui una musica che definire cameristica non è certo una forzatura: le influenze del cool-jazz sono evidenti – e non solo per la riproposizione di un brano di Warne Marsh, “Dixie’s Dilemma” – così come evidenti appaiono i richiami alla musica colta del Novecento. Tutto ciò crea un’atmosfera generale del tutto atipica e intrigante, grazie anche ad una continua ricerca timbrica e ad un contrapporsi di linee tracciate dai due musicisti che mai scadono nel banale. In repertorio, oltre al già citato brano di Marsh, sei pezzi del sassofonista e due del pianista, tutti declinati attraverso una profonda intesa che trova, forse, nel pianismo di Iverson il suo maggior punto di riferimento. Gli interventi pianistici sono sempre perfetti quanto a tempismo e coerenza con il discorso che si vuol portare avanti, dando così a Turner l’opportunità di librarsi leggero, etereo con il suo bellissimo sound.