Egberto Gismonti un’antologia della musica brasiliana… e non solo

Egberto Gismonti © Roberto Cifarelli RSI

Era da molto tempo che non l’ascoltavo dal vivo e serbavo il ricordo di un artista esplosivo, comunicativo, prorompente, in grado di esprimersi su livelli tecnici di assoluto rispetto, con punte di virtuosismo comunque mai fine a se stesse; è stata, quindi, una sorpresa, seppur relativa, ritrovarlo durante il concerto all’Auditorium di Roma più riflessivo, quasi intimista, più propenso a scavare nelle profondità del proprio io piuttosto che a scaricare sul pubblico una musica ribollente. E forse, non a caso, ha fatto esplicito riferimento alla sua famiglia, con madre siciliana, padre libanese e lui ad imparare come seconda lingua il francese.

Ovviamente, ciò nulla toglie alla prestazione di Egberto che si dimostra ancora una volta – se pur ce ne fosse stato bisogno – artista di punta nel pur variegato panorama musicale, capace di sintetizzare in un unicum di rara bellezza i vari input che gli sono pervenuti dalla musica classica, dalla lunga frequentazione degli indios Xingu dai quali apprende l’utilizzo del loro flauto, dalla musica popolare brasiliana, dal jazz, dalla bossa nova, dal rock e dalla musica classica brasiliana di Heitor Villa-Lobos. Tutto ciò si riflette nella sua ampia produzione in cui troviamo musica per il cinema, il teatro e la televisione e la realizzazione di oltre sessanta dischi, molti targati ECM (in cui, oltre a quelli da leader, suona accanto a musicisti quali Charlie Haden, Ralph Towner, Herbie Hancock, Jan Garbarek, Wayne Shorter, John McLaughlin … tanto per citare qualche nome).

Tornando al concerto romano, in oltre un’ora e mezzo Gismonti ha evidenziato le due facce della sua personalità: i primi quaranta minuti si è fatto ascoltare con la sua particolare chitarra, sfoderando la solita impeccabile tecnica impreziosita da un sound personale. Nella seconda, altrettanto lunga parte, Gismonti si è seduto al pianoforte continuando a deliziare il pubblico nonostante qualche leggera défaillance tecnica.

In repertorio brani tratti dagli ultimi due album «Dança dos Escravos» (1988) per quanto concerne la prima parte del concerto e «Alma» (1986) per il piano solo. In ambedue le situazioni Gismonti ha continuato a tessere le sue trame, a suonare la sua musica in cui, come si accennava, è facile da un canto rinvenire quelle influenze che hanno forgiato il suo stile, dall’altro il profondo rispetto che Gismonti nutre per tutte le culture musicali con cui è venuto a contatto, con una particolare predilezione – che non ha mancato di sottolineare anche questa volta – per la musica brasiliana nelle sue molteplici sfaccettature.

Non a caso il concerto si è chiuso con tre pezzi emblematici della ricchezza e varietà della musica brasiliana: “Retrato Em Branco E Preto” di Tom Jobim, “O Trenzinho do Caipira” di Heitor Villa-Lobos e “Carinhoso” di Pixinguinha.

Gerlando Gatto

Si ringrazia Roberto Cifarelli RSI © per le immagini

Maria Pia De Vito riattualizza le “moresche” di Orlando di Lasso

Maria Pia De Vito è davvero un’artista di livello superiore, come dimostra ampiamente il suo ultimo lavoro discografico “Moresche e altre invenzioni” registrato per la Parco della Musica Records e presentato al pubblico il 3 marzo presso l’Auditorium romano.

La sua ricerca sul canto e sulla voce abbraccia diversi campi d’azione: dalla personale elaborazione della lingua e la cultura napoletana attraverso la musica di improvvisazione e l’incontro con culture diverse (il Brasile di Guinga, Chico Buarque e Ivan Lins…quella africana), free jazz ed elettronica, la prossimità con la musica barocca, il lavoro sulla forma canzone senza limitazioni di genere. Molto attiva dal 2007 con il duo Dialektos con Huw Warren con cui ha inciso due Cd per l’etichetta ‘Parco della musica’, suonando in tutta Europa ed un tour in estremo oriente. E’ stata protagonista dell’opera ‘Diario dell’assassinata’, presso il Teatro San Carlo di Napoli nell’aprile 2014, sempre con Huw Warren al suo fianco. Ha varato nel 2011 il Progetto ‘Il Pergolese’, che ha inciso poi per la prestigiosa etichetta ECM, con François Couturier, Anja Lechner, Michele Rabbia, esibendosi in grandi festival e teatri europei. Nel 2016 la troviamo all’Opera di Lyon in una carte blanche di 5 progetti da lei diretti.

L’ultimo arrivato, in ordine di tempo ma non certo di importanza, è “Moresche e altre invenzioni”, il delizioso progetto di cui in apertura.

Conosciamo Maria Pia De Vito da tanti anni, ne abbiamo seguito con grande interesse le varie fasi dello sviluppo artistico… insomma la conosciamo assai bene, eppure Maria Pia è ancora in grado di stupirci, di presentare qualcosa di assolutamente nuovo e inedito che la conferma una delle più grandi artiste che il panorama musicale europeo possa vantare al di là di qualsivoglia etichetta o stile.

In questo album la vocalist si presenta alla testa di “Burnoguala” un ensemble vocale di una ventina di elementi da lei diretto che dopo vari anni di studio e ricerca approda finalmente ad una prova discografica che definire convincente è del tutto eufemistico. In effetti il disco è semplicemente superlativo così come superlativo è stato il concerto del 3 marzo.

All’Auditorium, per l’attesa presentazione dell’album, la vocalist napoletana si è presentata alla testa del suo nutrito coro, accompagnato dal pianista Lorenzo Apicella, dal contrabbassista Dario Piccioni, dal percussionista Arnaldo Vacca, da Ousmane Coulibaly alla kora e al balafon, da Alessandro D’Alessandro all’organetto e da Giuseppe Moffa detto “Spedino” alla zampogna. Oltre un’ora e mezzo di musica semplicemente straordinaria che ha portato all’entusiasmo il numeroso pubblico, per la qualità e la carica innovativa della proposta.

In effetti oramai da qualche anno, la De Vito, alla testa di questo suo coro, sta conducendo una raffinata ricerca sulle ‘moresche’ di Orlando di Lasso, compositore fiammingo del XVI secolo, ovvero su quelle composizioni a più voci basate su un linguaggio burlesco in voga nel ‘500. Ma l’album, come recita lo stesso titolo, contiene non solo “moresche” ma anche “altre invenzioni” cioè improvvisazioni che in qualche modo si allacciano alla musica di ieri. Così accanto alle otto moresche troviamo sei “invenzioni” dovute alla leader da sola o in collaborazione, sul disco, con Rita Marcotulli, Coulibaly e Ralph Towner mentre un ulteriore brano, “Vecchie letrose”, è di Willaert, con intro da Canto delle Lavandaie di Roberto de Simone – tratto da La Gatta Cenerentola.

Insomma un repertorio che, pur nella sua diversità presenta un notevole tasso di omogeneità dovuto al fatto che tutto questo materiale viene innervato continuamente da inserti sonori tratti dalla musica africana, dalla Napoli rinascimentale, dal jazz, testimoniato, quest’ultimo dalla capacità improvvisativa che gli artisti evidenziano e che rendono il tutto di estrema attualità. E così è davvero straniante ascoltare una musica che data di qualche secolo e che pure suona contemporanea, più moderna di molta roba incisa in questi mesi. Così come straordinario è il lavoro fatto dalla De Vito sulle “invenzioni” tutte perfettamente aderenti al progetto globale. Si ascolti, al riguardo, le tre invenzioni che vedono protagonista Ousmane Coulibaly alla kora e al balafon; l’artista africano si integra, perfettamente, sia con la voce sia con lo strumento, nel ricco tessuto immaginato e realizzato dalla De Vito. Ma queste caratteristiche si riscontrano appieno in tutto l’album: il ritmo è continuo, incalzante, coinvolgente con una ricca tramatura contrappuntistica, in cui il canto, anche improvvisato, si regge ora sulle sue sole forze (a cappella) ora su una impalcatura strumentale che conserva anche dal vivo tutta la sua forza nonostante manchino alcune delle stelle presenti sul disco come Rita Marcotulli e Ralph Towner. Il senso del repertorio è illustrato dalla stessa De Vito: le Moresche sono state scritte da Orlando dopo un periodo a Napoli e il linguaggio che si usa è un miscuglio tra dialetto napoletano storpiato, e parole e frasi derivanti dalla lingua africana Kanuri; queste ‘canzoni’ rappresentano litigi e bisticci fra schiavi e liberti che vivono a Napoli. Una Napoli rinascimentale in cui però c’era anche accoglienza e qui il richiamo alla drammatica attualità di oggi è palese. Quello che ne viene fuori, spiega ancora Maria Pia De Vito, è uno spaccato sulla vita degli schiavi che vengono liberati e possono esprimere la loro cultura musicale. In fondo rappresentano il primo incontro tra la musica europea e quella africana 400 anni prima del “Treemonisha” di Scott Joplin, come argutamente rileva Gianfranco Salvatore nelle note che accompagnano l’album.

Insomma una rappresentazione davvero superlativa per cui ci pare giusto, in conclusione, citare uno per uno tutti i componenti del coro: SOPRANO: Valentina Rossi; Vittoria D’angelo; Ilaria Gampietri; Oona Rea; Mary De Leo – MEZZOSOPRANO: Francesca Fusco; Marta Colombo; Lucia Mossa – CONTRALTO: Laura Sciocchetti; Elisabetta D’aiuto; Margherita Rampelli; Elena Paparusso – TENORE: Danilo Cucurullo; Daniele Giannetti; Tommaso Gatto; Stefano Minder; Paolo Caiti; Flavio Spampinato; Gianfranco Aghedu – BASSO: Marco Lizzani; Sebastiano Forti; Fabio Grasso

Gerlando Gatto

Wes Montgomery è sempre il chitarrista numero uno

 

Nello scorso settembre “uDiscover Music” ha pubblicato The 50 Best Singers Of All Time a firma di Charles Warning, laureando campione di canto di tutti i tempi Ella Fitzgerald, seguita a un palmo da Frank Sinatra e Nat “King” Cole.

La lunga nota seguiva altre precedenti riguardanti grandi maestri di sax, tromba, piano, batteria, insomma una sorta di olimpiadi del jazz con medagliere conferito a tavolino.

Ecco ora finalmente arrivare in rete la classifica dei 50 migliori chitarristi di tutti i tempi, un countdown ragionato, con breve prolusione, singole schede predisposte dall’estensore Charles Waring e un video a commento della scelta (https://www.udiscovermusic.com).

Si tratta di un “ritorno” sulla sei corde in quanto nel 2015 Richard Havers vi aveva pubblicato The Greatest Jazz Guitar Album, con relativi links, anticipando di fatto orientamenti in parte ripresi nella odierna Top 50 chitarristica.

Dunque non un dizionario, ma una sequenza di musicisti, predisposta a mo di conto alla rovescia con quello spirito di “gara” ideale per rendere piacevole la lettura ed il relativo ascolto delle tracce e dei filmati a corredo.

E ciò vale sia per i neofiti che per i jazzofili più esigenti.

La classifica è in larga prevalenza maschile con l’eccezione della chitarrista Mary Osborne (49). E si caratterizza per l’ospitare sia interpreti classici come il mitico Eddie Lang (39) e il caposcuola Charlie Christian (3) che contemporanei come il giovane Julian Lage, classe 1987 (43).

Ci sono artisti di anima latina come Laurindo Almeida (37) e Charlie Byrd (19) anche se non c’è un Paco De Lucia evidentemente da catalogare in ambito più strettamente spanish. Diverse le presenze fusion a partire da Lee Ritenour (30), Larry Carlton (38) il “goldfather” Larry Coryell (17).

Non mancano gli “eclettici” rappresentati in pompa magna da Pat Metheny (10), gli sperimentali alla Kurt Rosenwinkel (44), l’area di radice blues seppure rivisitata quale James “Blood” Ulmer (41), il jazz-rock di Bill Connors (32) e quello contaminato di John McLaughlin(15), inglese come Alan Holdsworth (18).

In assenza di italiani si ritrovano americani di origine italica: Pat Martino (29), John Pizzarelli (50), Joe Pass (9).

E poi personaggi come George Benson (5) che figura anche fra i migliori vocalist al posto n. 33 raddoppiando le postazioni a proprio nome (al pari di Chet Baker che figura sia per la voce che come trombettista).

Al vertice dei chitarristi si situa Wes Montgomery affiancato da Django Reinhardt, quest’ultimo in testa ad una compagine di europei non molto nutrita: il primo della lista dell”Olimpo” dopo Django è l’ungherese Gabor Szabo (14).

La prima, personale, impressione è che, dall’Italia, si ha probabilmente una percezione un po’ diversa dei valori di questi virtuosi di statura eccelsa. Il che dipenderà da fattori di “spostamento” e circuitazione dei concerti in zona, dalla maggiore penetrazione locale nel mercato discografico, dal carisma del personaggio, dalla attrattività e trasversalità del relativo stile, dalla attenzione dei media locali…

Ci saremmo aspettati al riguardo un Ralph Towner molto prima del 28mo piazzamento assegnatogli; altrettanto dicasi di Frisell (26) Al Di Meola (23) Stern (21) e Scofield (20) mentre Stanley Jordan si può dire ben collocato al dodicesimo piazzamento.

Ma è anche vero che la categoria comprende dei “competitor” che si chiamano Jim Hall (4) Barney Kessell (7) Kenny Burrell (8) Tal Farlow (11) e che i numeri, stringi stringi, sono e restano quelli a disposizione.

I 50 chitarristi inseriti in questa “Hall Of Fame” meritano tutti gli onori della critica e del pubblico degli appassionati.

Certo che, se si fosse ampliata la gamma delle nominations, si sarebbero potuti includere ‘Nguyen Lè, Marc Ribot, Terye Rypdal, Derek Bailey, e perché no qualche italiano, un Franco Cerri o un Lanfranco Malaguti, per esempio, visto che la stessa Biographical Encyclopedia Of Jazz di Feather e Gitler ha da tempo aperto le porte agli artisti di casa nostra, a Rava, Fresu, Fasoli, Del Fra, Rea, Di Castri, Pietropaoli…

Va da sé che il jazz è musica nero/afro/americana ma i talenti che ne condividono e ne hanno condiviso il linguaggio sono disseminati in tutto il pianeta.

 

Amedeo Furfaro

I nostri CD. In attesa delle festività natalizie tanta buona musica da ascoltare

Piera Acone & Marco Castelli M&S Band – “La bicyclette” – Caligola 2226
I rapporti tra jazz e canzone francese non datano certo da ieri, dal momento che Parigi è stata per lungo tempo abituale dimora di tanti jazzisti americani. Di qui un filone che mai si è esaurito e che viene riproposto in questo bel disco della vocalist Piera Acone accompagnata dalla M&S Band ovvero Marco Castelli ai sax tenore e soprano, Paolo Vianello al piano, Edu Hebling al contrabbasso e Gabriele Centis alla batteria. Il repertorio è ovviamente tutto incentrato su alcuni classici della canzone francese composti tra il 1936 e il 1938, eccezion fatta per “Sympathique” scritta da Thomas Lauderdale & China Forbes nel 1998. Così accanto alla title track portata al successo da Ives Montand, figurano brani più che celebri come “Sous le ciel de Paris”, “Que reste-t-il de nos amours”, “C’est si bon”… per non parlare di pezzi cantautorali quali “Les cornichons” di Nino Ferrer e “Comment tuer l’amant de ta femme” di Jaques Brel. Acone interpreta il tutto con verve, personalità e sincero rispetto per le melodie originali, pur non rinunciando ad alcune succose personalizzazioni come nel caso di “Mon manège a moi” e “La foule”. Sa a tutto ciò si aggiunge la maestria sassofonistica di Marco Castelli e la sapienza di Paolo Vianello nell’arrangiare l’album, si capisce come ci si trovi dinnanzi ad un disco godibile dal primo all’ultimo minuto. Certo se amate il jazz moderno, le sperimentazioni ardite, le forzature strumentali e/o vocali allora certamente questo non è il disco per voi. Un’ultima considerazione non per questo meno importante: la pronuncia francese della Acone è semplicemente perfetta a conferma dell’interesse che questa vocalist ha sempre coltivato nei confronti della cultura d’oltralpe.

Anthus – “Calidoscopic” – Temps Record 1616
Splendido album di questo vocalist, compositore, arrangiatore catalano giunto al suo terzo CD da leader che lo consacra artista di livello assoluto. Ben coadiuvato da Pol Padrós tromba e flicorno, Max Villavecchia piano, Manel Fortià contrabbasso e Ramón Díaz batteria e percussioni, l’artista presenta un repertorio di dieci brani tutti da lui scritti, con alcune punte di eccellenza come in “Mediterraneum”. E forse non a caso il brano che meglio evidenzia le potenzialità di Anthus anche come compositore prende il nome dal mare che bagna la Spagna, l’Italia e molti altri Paesi. Il fatto è che Anthus, con questo album, si impone alla generale attenzione come uno dei migliori, più completi esponenti di quello che molti definiscono “jazz mediterraneo” ossia una forma espressiva capace di unire input diversificati quali le musiche tradizionali dei Paesi che sul Mediterraneo si affacciano, il pop, il rap, la classica e il jazz ovviamente. E che il jazz costituisce la base su cui l’intera costruzione si basa è dimostrato sia dalla struttura dei brani sia dal fraseggio degli strumentisti con in primo piano il pianista Max Villavecchia a proprio agio tanto con impianti “tradizionali” quanto con linguaggi diversi, più vicini, ad esempio, alla musica araba. Dal canto suo il leader sfodera un vocalismo straordinario, adoperando spesso la voce in funzione strumentale senza articolare verbo ma riuscendo sempre a calamitare l’attenzione dell’ascoltatore. Insomma davvero una bellissima scoperta!

Stefano Battaglia – “Pelagos” – ECM 2CD 2570/71
Immergersi nell’universo sonoro di Stefano Battaglia è impresa tutt’altro che facile: occorre avvicinarsi a questa musica con il cuore aperto, la mente sgombra da qualsiasi pregiudizio e soprattutto la voglia di lasciarsi andare e introitare qualcosa di meravigliosamente oscuro ma altrettanto meravigliosamente affascinante. In effetti Stefano è uno dei musicisti più coerenti e meno banale che abbiamo ascoltato nel corso della nostra storia di cronista e critico. Ogni nota che viene dalle sue dita ha un peso specifico, un ruolo ben preciso nell’ambito del discorso che egli porta avanti con lucida determinazione. Parlare di etichette a proposito della sua musica risulta davvero inopportuno ché tante sono le sponde su cui si rinfrangono le sue composizioni e le sue interpretazioni: dal jazz, alla musica classica, dalle sonorità orientali fino a quelle sperimentazioni di carattere prevalentemente rumoristico che oramai da tempo fanno parte del bagaglio di Battaglia. I due CD ci offrono oltre due ore di musica, eseguita al piano e al piano preparato, tutta giocata su tempi piuttosto lenti e su dinamiche tutt’altro che intense. Battaglia è alla continua scoperta di un filo rosso che lega le sue composizioni (“Pelagos”, “Halap”, “Exklium”, “Migration”, “Mantra” ed Ufratu”), il canto arabo andaluso di “Lamma Bada Yatathanna” e il resto della musica che è “totalmente e spontaneamente improvvisata” come spiega lo stesso pianista milanese nelle note che accompagnano i CD. E il filo rosso è costituito, come si può arguire anche dai titoli dei brani, dal dolente contributo che Stefano vuole offrire al raggiungimento di una soluzione al problema dei migranti la cui cultura non può e non deve essere alternativa alla nostra: possiamo convivere in pace e la musica è lì a manifestarlo nel modo più evidente possibile.

Tim Berne – Incidentals – ECM 2579
Questo è il quarto album dei Tim Berne’s Snakeoil; registrato a New York nel dicembre del 2014, comprende, oltre al leader Tim Berne al sax alto, Oscar Noriega al clarinetto e clarinetto basso, Matt Mitchell al paino ed elettronica, Che Smith batteria, vibrafono, percussioni e timpani cui si aggiunge, nell’occasione, la chitarra elettrica di Ryan Ferreira, con l’obiettivo, spiega Berne, di “raggiungere in qualche modo uno spazio più sonoro”. Inoltre nell’intro di “Hora Feliz” e in “Prelude One” che chiude l’album, si può ascoltare la chitarra del produttore David Torn. Come al solito il livello della musica di Berne è assai elevato per merito sia delle cinque composizioni tutte dello stesso leader (lunghe dai sette ai ventisei minuti) sia della sapienza esecutiva del quintetto. In primo piano, naturalmente, il sax del leader: Berne si incarica di dettare il clima generale che passa da atmosfere assai complesse, dense, in cui le linee tracciate dagli strumenti si intersecano a creare puzzle tutt’altro che banali, ad atmosfere in cui il tutto si dirada ed in queste occasioni è soprattutto Oscar Noriega a salire in primo piano. Così melopee quasi ipnotiche si alternano a frasi sghembe, spigolose sì da rendere praticamente impossibile la distinzione tra pagina scritta e libera improvvisazione. Il tutto mentre il sound della chitarra si integra perfettamente con il sax di Tim, Mitchell si fa ammirare non solo al piano ma anche all’elettronica e la sezione ritmica è impegnata in un lavoro costante, a tratti trascinante, a mantenere mobile, inafferrabile la musica del quintetto.

Franco D’Andrea – “Traditions Today: Trio Music vol.III”
Dopo il primo volume incentrato sull’Electric Tree con dj Rocca & Andrea Ayassot, e il secondo volume con protagonista il Piano Trio con Aldo Mella & Zeno De Rossi, ecco questo terzo volume – in due cd, uno in studio e l’altro live – in cui D’Andrea suona con Mauro Ottolini al trombone e Daniele D’Agaro al clarinetto. Si chiude, così, il progetto discografico Trio Music dedicato al pianista di Merano in occasione del suo settantacinquesimo compleanno e della consegna di un Riconoscimento alla Carriera per il suo percorso artistico e il legame che lo unisce alla Fondazione Musica per Roma. Se dicessimo che l’ascolto dell’album ci ha stupiti diremmo una sesquipedale bugia: conosciamo Franco da oltre quarant’anni e sappiamo benissimo come, ad onta dell’età non proprio verde, egli non sbagli un colpo. Ogni suo album, ogni suo concerto è una delizia per chi ama la buona musica e questo album non fa eccezione alla regola, anzi ché il trio con Ottolini e D’Agaro è attualmente una delle sue formazioni più brillanti. I tre si conoscono alla perfezione e, quel che è più importante, si divertono un mondo a suonare assieme, e questa gioia la comunicano agli ascoltatori. La linea stilistica è oramai ben nota: riuscire a coniugare passato e presente, dimostrare come si possa essere moderni, al passo dei tempi, suonando una musica che appartiene ad un passato anche remoto. Di qui l’esecuzione di brani storici come “I Got Rhythm”, “Basin Street Blues”, “Muskrat Ramble”, “King Porter Stomp”, “St. Louis Blues”, e pezzi più recenti come “Naima” di cui i tre offrono una versione quanto mai originale e convincente.

Dinamitri Jazz Folklore – “Ex Wide – Live” – Caligola 2225
Album sotto certi aspetti straniante ma di sicuro interesse questo in cui i ‘Dinamitri Jazz Folklore’ proseguono la loro ricerca sulla musica africana evidenziandone i rapporti con il blues. Dicevo straniante perché l’album, registrato durante il concerto tenuto all’ExWide di Pisa il 19 dicembre del 2015, si discosta notevolmente da quelle esplorazioni sonore in completa solitudine, alla scoperta di se stessi, che hanno caratterizzato alcuni album del sassofonista tra cui il recentissimo “ReCreatio”; ma si discosta altresì anche dai precedenti album in quanto Dimitri Grechi Espinoza mostra questa volta l’aspetto più gioioso della formazione forse anche a discapito di quella profondità di indagine che aveva distinto i precedenti lavori. Così il repertorio si articola in maniera assai variegata passando dal chitarrista tuareg maliano Ahmed Ag Kaedi al gruppo afro-beat The Daktaris, dallo stesso leader all’altra formazione Tartit proveniente anch’essa dal Mali, fino a giungere a Tony Scott con la sua “African Dance”. Insomma una sorta di rilettura di quelle che sono le radici africane del jazz mescolata alla passione per il funky e il groove: una mistura divertente, spesso entusiasmante e, soprattutto, mai banale. Insomma anche in questo caso Dimitri Grechi Espinoza e i suoi compagni di viaggio (assieme da molti anni) riescono a trovare un buon equilibrio tra il divertimento e l’approfondimento, tra la scrittura e l’improvvisazione, tra l’importanza del collettivo e la specificità dei singoli.

Ferdinando Faraò – “To Lindsay – Omaggio a Lindsay Cooper – Music Center
L’Artchipel Orchestra diretta da Ferdinando Faraò si va affermando, giorno dopo giorno, come una delle più belle realtà del jazz made in Italy. E questo album ne è l’ennesima conferma. Come esplicita il titolo, l’album è dedicato alla figura di Lindsay Cooper, deceduta nel 2013, splendida fagottista, oboista, e attivista politica, membro del gruppo Avant-Prog Rock e Jazz, “Henry Crow” e prima dei “Comus”. Ora, riprodurre la musica di un’artista spesso urticante, sicuramente fuori dagli schemi come Lindsay Cooper non era certo impresa facile; eppure la band l’ha affrontata con grande entusiasmo anche perché Faraò è un grande appassionato della scena jazz e rock inglese degli anni ’70 avendo già eseguito composizioni di artisti quali Hugh Hopper, Alan Gowen, Robert Wyatt, Dave Stewart, Mike Westbrook & Fred Frith. Anche questa volta Faraò è riuscito a a centrare in pieno l’obiettivo. I brani cari alla Lindsay vengono ripresentati con arrangiamenti nuovi, scritti dallo stesso Faraò e basati su trascrizioni di vari musicisti, che riescono a vestire di abiti nuovi composizioni che risalgono agli anni ’80. L’impatto orchestrale è forte, prepotente, sin dall’inizio dell’album con le prime note di “Half The Sky” proveniente dall’ultimo album degli Henry Cow, “Western Culture” del 1978. Ma ascoltare l’album è come rileggere, sempre con estrema pertinenza, alcune delle più belle pagine della vita di Lindsay: così, ad esempio, dall’assolo della danzatrice svizzera Maedée Duprès musicato dalla Lindsay – “Face On” del 1983- proviene “As She Breathes” presentato con un arrangiamento per sole voci, “England Descending” è tratto dall’opera sulla guerra fredda “Oh Moscow” del 1987, frutto del sodalizio con Sally Potter… e via di questo passo sino alla fine dell’album. Da segnalare, infine, la presenza alla batteria di Chris Cutler già a fianco della Cooper negli “Henry Cow” e soprattutto presente nei vari album da cui sono tratti i brani presentati dall’Artchipel Orchestra. Al riguardo da aggiungere che la scaletta contiene anche un brano originale firmato da Ferdinando Faraò.

Tiziana Ghiglioni – “No Baby” – Dodicilune 377
Il già nutrito catalogo della Dodicilune si arricchisce di un altro personaggio di primissimo livello. Lei, Tiziana Ghiglioni, rimane a tutti gli effetti una delle più importanti, originali e dotate vocalist a livello non solo italiano. E questo album ne è l’ennesima riprova… se pur ce ne fosse stato bisogno. Nell’occasione Tiziana si presenta con un trio d’eccezione: Gianni Lenoci al pianoforte è una garanzia dato il curriculum dell’artista pugliese diplomato in pianoforte al Conservatorio “S. Cecilia” di Roma e in musica elettronica al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, dove ha conseguito anche il Diploma Accademico di secondo livello in pianoforte; Steve Potts, ai sax soprano e alto, è ben conosciuto soprattutto per il suo trentennale rapporto con Steve Lacy di cui ha introitato ogni più recondita sottigliezza. Ben coadiuvata da questi due grandi musicisti, Tiziana dà un saggio delle sue straripanti capacità interpretative usando la voce in funzione meramente strumentale o in modo più convenzionale, canonico. Ascoltando i dieci brani contenuti nell’album, di cui ben quattro a firma congiunta Ghiglioni-Lenoci, mai si avverte un attimo di stanca, di deja-vu, di ascoltato. I tre macinano musica a pieno ritmo con una intensità e una consapevolezza davvero uniche, sorretti da una intesa completa che per nulla fa rimpiangere la mancanza del basso. Si ascolti ad esempio con quanta sincera partecipazione i tre dialogano in “Fagan” di Lenoci e Ghiglioni (la quale evidenzia anche un’ottima vena creatrice), con la vocalist che non disegna di mettersi da parte per lasciare spazio ai compagni d’avventura, in particolar modo a Lenoci particolarmente ispirato. Ricca di sfaccettature la riproposizione del classico “Lonely Woman” di Ornette Coleman con il sax di Potts che si staglia sull’ostinato di Lenoci il quale si ritaglia successivamente un convincente assolo mentre la Ghiglioni dopo l’introduzione, si ferma per ricomparire intorno al minuto otto per andare a chiudere con magistrale delicatezza. Ultima segnalazione per “Let Us Live” in cui Tiziana dà veramente un saggio di bravura per il modo in cui lascia emergere tutte le sfumature insite nella composizione di Waldron… ma la cosa non stupisce più di tanto chi ben conosce Tiziana dal momento che Waldron è da sempre uno dei suoi artisti preferiti

Iro Haarla – “Ante Lucem” – ECM 2457
La compositrice/pianista/arpista islandese Iro Haarla è la protagonista di questi interessante album incentrato su una suite in quattro movimenti composta dalla stessa Haarla. La suite è scritta per quintetto jazz e orchestra sinfonica; nell’album accanto alla Haarla pianoforte e arpa troviamo Hayden Powell, tromba, Trygve Seim, sassofoni, Ulf Krokfors, contrabbasso, Mika Kallio, percussioni mentre l’orchestra sinfonica è la Norrlands Operans Symfoniorkester diretta da Jukka Iisakkila. Fatte le dovute presentazioni, parliamo un po’ della musica che non si discosta da quelle che sono sempre state le direttrici su cui si è mossa l’artista islandese. Quindi una non facile ricerca sulla linea melodica all’insegna di un melanconico romanticismo nordico a tratti davvero toccante; un’armonizzazione ricercata, raffinata; una scrittura ben delineata che tuttavia lascia spazio alle parti improvvisate. Ed in effetti il fascino principale dell’album consiste nel modo in cui la Haarla fa interagire il gruppo jazz con l’orchestra sinfonica. Al riguardo è notevole l’omogeneità dell’opera che non soffre della diversa provenienza dei suoi esecutori tutti protesi ad interpretare al meglio le indicazioni del compositore. E l’obiettivo viene raggiunto a pieno ché durante gli oltre sessanta minuti dell’album mai si avverte una qualsivoglia dissonanza tra i jazzisti e l’orchestra sinfonica. C’è da dire, comunque, che in questo caso il clima prevalente è quello sinfonico cui i jazzisti si adattano magnificamente con un Trygve Seim ancora una volta superlativo. Un’ultima notazione: il titolo non si riferisce solo alla lotta tra le tenebre e la luce ma, come spiega la stessa Haarla, “raffigura il nostro pellegrinaggio terreno attraverso le sofferenze, superando le difficoltà e raggiungendo infine la tranquillità dell’animo. Riceviamo la redenzione tramite la luce”.

Vijay Iyer Sextet – “Far From Over “ – ECM 2581
Questo è forse il migliore album che il pianista-compositore abbia finora prodotto confermando appieno i riconoscimenti ottenuti a livello internazionale quali la nomina del “DownBeat Artist of the Year” nel 2012, 2015 e 2016 e le parole del Guardian che descrivono il suo lavoro come “un vertiginoso pinnacolo di jazz contemporaneo multitasking”. Per questa nuova fatica Vijay si è avvalso della collaborazione di un gruppo di validi improvvisatori quali Graham Haynes cornetta e flicorno, Steve Lehman sax alto, e Mark Shim sax tenore con la solita sezione ritmica costituita da Stephan Crump al contrabbasso e Tyshawn Sorey alla batteria. In programma dieci brani tutti composti dal leader che, attraverso la sua musica, tende sempre più a valorizzare sia ogni singolo componente il gruppo sia il collettivo. Di qui alcuni elementi caratterizzanti l’album: il piano elettrico e l’elettronica nel momento in cui richiamano esperienze passate indicano contemporaneamente una nuova via percorribile dal pianista-compositore indiano-statunitense; i tre fiati conferiscono all’ensemble una ricchezza timbrica che non poteva esserci nel classico trio pianoforte e sezione ritmica; il gioco sulle dinamiche appare molto importante così come la profonda interazione tra i musicisti. A quest’ultimo riguardo Iyer non ha calcato la mano sugli arrangiamenti, sulla pagina scritta lasciando così mano libera ai compagni di viaggio per raggiungere quella valorizzazione del tutto cui prima si accennava. Operazione ovviamente complessa, ma perfettamente riuscita dato che il gruppo mai perde la sua compattezza sia nei brani di ispirazione più canonica come la title tracke, “Nope” o “Into Action” dove fa capolino un’atmosfera funky ben sostenuta dalla batteria di Tyshawn Sorey, sia nelle composizioni più sperimentali e ‘tirate’ come “Down to The Wire” impreziosita dagli assolo del leader e di Soreycome o “Good on The Ground”. Una menzione a parte meritano “For Amiri Baraka” (ovvero Everett LeRoi Jones) per la delicatezza e la sincerità dell’omaggio reso ad uno dei grandi personaggi della storia afro-americana e “Wake” per le atmosfere oniriche, quasi ipnotiche che disegna a differenziarsi notevolmente da tutte le altre composizioni.

Greg Lamy Quartet – Press Enter – Igloo
Lo abbiamo già scritto ma forse è opportuno ripeterlo: in questo momento storico la chitarra, nell’ambito del jazz, è tornata strumento di primissimo piano grazie alle continue produzioni di alcuni grandi artisti oramai affermati a pieno titolo (pensiamo a Ralph Towner, Bill Frisell, John Scofield… tanto per citarne alcuni), e all’apparire di altri talenti come questo Greg Lamy. Anche se non più giovanissimo, il quarantatreenne Lamy, nativo di New Orleans e ‘laureato’ al Berklee College of Music di Boston, esercita oramai la sua attività in Europa, principalmente tra il Lussemburgo e Parigi. Di recente lo abbiamo ascoltato assieme al cantautore Marco Massa di cui abbiamo già parlato molto bene in questo stesso spazio. Adesso Lamy si presenta al pubblico del jazz con un suo nuovo album inciso in quartetto con Gautier Laurent al contrabbasso, Johannes Muller al sax e Jean-Marc Robin alla batteria, vale a dire la stessa formazione che avevamo ascoltato e apprezzato nel precedente lavoro del 2009 “I See You”. Anche in queste seconda prova Lamy conferma le buone impressioni avute ascoltando “I See You”, cioè innanzitutto un profondo radicamento nel blues che lo porta a cercare ed ottenere una certa sonorità che ben si attaglia a quel tipo di espressività. In secondo luogo un’eccellente tecnica che gli consente un fraseggio fluido, scorrevole, giocato principalmente su singole note; a tutto ciò si accompagnano una felice vena compositiva e la capacità di guidare con mano sicura il gruppo, duettando spesso in maniera convincente con il sassofonista Johannes Muller.

Luigi Masciari – “The G-Session” – Tosky Records 018
Ecco in primo piano un altro chitarrista: Luigi Masciari. Dopo le felici avventure con “Emoticons” e “Noise in The Box”, l’artista napoletano si ripresenta alla testa di un trio davvero particolare, con Roberto Giaquinto alla batteria e niente popò di meno che Aaron Parks al piano e piano elettrico, con l’aggiunta, in un brano, della voce di Oona Rea. Parks (classe 1983) ha oramai raggiunto una reputazione di carattere internazionale essendosi fatto le ossa con artisti del calibro di Terence Blanchard e Kurt Rosenwinkel e avendo inciso a suo nome una decina di album tra cui due – “Arborescence” e “Find the Way” – per la ECM. Insomma un pianista con i fiocchi il cui contributo, specie al Fender Rhodes, è risultato decisivo per la bella riuscita dell’album, il cui titolo deriva dal fatto che è stato inciso nello studio G di Brooklyn il 7 dicembre del 2015. Dal canto suo Masciari si riconferma ottimo musicista a 360 gradi: non solo strumentista di livello capace di elaborare complesse linee architettoniche che ben si adattano al diverso clima dei brani e perfettamente in grado, quindi, di transitare da brani veloci a pezzi a tempo più lento, ma anche autore maturo, in grado di sfornare composizioni ben equilibrate e altrettanto ben strutturate in cui gli interventi dei singoli trovano il terreno per esprimere le proprie potenzialità. Si ascolti, ad esempio, l’eccellente lavoro di Giaquinto in “Music Man” anche se, a nostro avviso, i brani meglio riusciti sono “Boogie Blue” in cui Masciari riesce nel non facile compito di coniugare modernità e tradizione e Don’t Touvh My Chords” vero e proprio pezzo di bravura per Aaron Parks.

Stephan Micus – “Inland Sea” – ECM 2569
Ecco altre dieci tracce con cui il multistrumentista di Stoccarda si ripresenta, sempre in solitaria, al suo pubblico che lo segue e lo ama incondizionatamente. In effetti quella di Micus non è musica per palati facili, è musica che parla prevalentemente al cuore con un linguaggio di rara raffinatezza frutto non solo della qualità intrinseca della musica ma anche della sua particolare timbrica dovuta agli innumerevoli strumenti che nel corso della sua carriera Micus ha collezionato e suonato. Non si esagera affermando che partendo dagli strumenti di Micus si potrebbe tracciare una sorta di atlante musicale che abbraccia tutti i continenti. Così anche questo suo ventiduesimo album per la ECM non si discosta da quanto sopra detto ché anzi, già nel titolo, c’è un preciso richiamo agli specchi d’acqua che si ritrovano all’interno delle zone caucasiche e dell’Asia Centrale da cui provengono alcuni degli strumenti usati da Stephan. Di qui un’ulteriore considerazione che si attaglia a tutte le produzioni di Micus: i suoi album non vanno ascoltati prendendo in considerazione i singoli brani, ma accogliendo nel proprio io tutta la musica che il multistrumentista ci propone in una sorta di flusso continuo senza soluzione di continuità. Solo così si potrà gustare in tutta la sua dolce malinconia il modo in cui Micus si appropria di suggestioni provenienti da ogni parte del mondo per unificarle in un unicum di rara bellezza e soprattutto di grande originalità. In effetti il modo di periodare di Stephan, le sue capacità compositive non trovano eguali distanziandosi in maniera netta da qualsivoglia espressione di genere new age…. Così come, d’altro canto, parlare di jazz è del tutto inappropriato.

Roscoe Mitchell – “Bells for the South Side” – ECM 2494/95 2cd
Questo doppio album registrato in buona parte al Museum Of Contemporary Art di Chicago nel settembre del 2015 per celebrare il cinquantesimo anno dell’Art Ensemble of Chicago, ci restituisce un Roscoe Mitchell (classe 1940) in piena forma ad onta degli ottanta anni che inesorabilmente si avvicinano. Il sassofonista di Chicago guida un gruppo di eccellenti musicisti divisi in quattro diversi trii la cui genesi è illustrata dallo stesso musicista nelle note di copertina: uno, con Jaribu Shahid (contrabbasso) e Tani Tabbal (batteria e percussioni), rappresenta il riproporre una collaborazione che aveva visto i tre lavorare assieme nel “Sound Ensemble” a metà degli anni Settanta; quello che vede accanto a Mitchell i due suoi colleghi docenti al Mills College, James Frei (fiati) e William Winant (percussioni varie) nasce nel 2011 in occasione di Angel City Jazz Festival; il terzo annovera Mitchell, Kikanju Baku (batteria e percussioni) e Craig Taborn (piano, organo elettronico); il quarto è completato da Hugh Ragin (tromba) e Tyshawn Sorey (trombone, piano, batteria, percussioni). Questi nove musicisti sono chiamati ad interpretare un repertorio dovuto tutto alla penna del laeder. Di qui un variare di situazioni, di atmosfere che comunque trovano un loro punto di raccordo nell’estetica del leader, che individua nel rapporto tra musica e silenzio la sua principale caratteristica. Quasi inutile sottolineare come il facile ascolto non faccia parte di questo progetto: il sassofonista continua ad essere fedele a sé stesso, proseguendo lungo le direttrici che oramai da molti anni informano la sua carriera. L’atmosfera è chiaramente disegnata sin dal brano d’apertura, il lungo “Spatial Aspects of the Sound”, che alterna momenti di assoluta contemplazione in cui i suoni sono quanto mai diradati a momenti di vera e propria esplosività in cui la batteria gioca un ruolo di primissimo piano. Col procedere dell’album si avverte anche la presenza dell’elettronica sempre dominata dalla mente di Mitchell che anche nella più spericolata improvvisazione rimane sempre lucido, presente: così “Dancing in the Canyon” dopo un lungo dialogo tra percussioni ed elettronica tra Craig Taborn e Kikanju Baku si sviluppa attraverso una sfrenata improvvisazione di tutti e tre i musicisti con un Mitchell letteralmente favoloso al sax soprano. Ma questo è solo un esempio di ciò che potrete ascoltare all’interno di questo doppio CD ché di musica intelligente, senza tempo ne troverete parecchia, fino al conclusivo “Odwalla” vecchio cavallo di battaglia dell’Art Ensemble of Chicago.

Marilena Paradisi, Kirk Lightsey – “Some place Called Where” – Losen Records 187-2
Nella scala delle nostre personalissime preferenze Marilena Paradisi è artista che occupa una posizione di rilievo. La seguiamo da tempo e troviamo che mai abbia sbagliato un colpo, ivi compresi quegli album di straordinaria sperimentazione con cui la vocalist ha rischiato molto, uscendo comunque ulteriormente rinforzata dalla difficile prova. Oggi, infatti, Marilena è artista matura, ben consapevole dei propri mezzi espressivi e quindi perfettamente in grado di affrontare qualsivoglia repertorio. Quest’ultimo album, straordinario, in duo con una vera e propria icona del jazz quale il pianista Kirk Lightsey, ne è la piena conferma. Affrontando un repertorio di otto brani, firmati da alcuni dei più grandi esponenti del jazz (da Mingus a Mal Waldron, da Ron Carter a Wayne Shorter… tanto per fare qualche nome) la vocalist dialoga in maniera superlativa con il pianoforte di Kirk: mai un fraseggio, fuori posto, non una singola nota senza un suo specifico peso, nessuna forzatura. Di qui una musica delicata, mai banale, che si insinua dolcemente nell’animo di chi sa ascoltare, con la voce di Marilena che disegna atmosfere di grande suggestione e il pianoforte di Lightsey che evidenzia ancora una volta la sua dimensione orchestrale. Comunque ciò che maggiormente affascina dell’album è la perfetta intesa stabilitasi tra i due che si percepisce immediatamente, la complicità, il sapersi comprendere, il piacere di suonare assieme. I brani sono tutti interessanti anche se ce n’è uno che merita una particolare menzione se non altro per il modo in cui è nato: la scaletta è stata condivisa dai due ma Kirk ha proposto a Marilena una sua composizione, ‘Fresh Air’, incitandola a scriverne i testi di cui fino a quel momento era orfana. La Paradisi ha accettato e ne è nata una piccola perla anche perché Kirk ci regala un bell’assolo al flauto. Insomma un album imperdibile!

Chris Potter – “The Dreamer Is The Dream” – ECM
Questa estate abbiamo avuto modo di riascoltare dal vivo Chris Potter e ne abbiamo ricavato la medesima ottima impressione avuta durante i concerti e ascoltando i suoi dischi. Chris è oramai da considerare uno dei migliori sassofonisti sulle scene internazionali essendo dotato di tutte quelle doti che fanno di un musicista un grande artista: tecnica sopraffina, sound originale, fraseggio liquido e articolato, abilità nello scegliere i compagni d’avventura e nel condurre un gruppo, capacità improvvisativa e per ultima, ma non certo per importanza, grande sapienza compositiva. In questo terzo album targato ECM e registrato in quartetto con David Virelles al piano e alla celeste, Joe Martin al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria, c’è un’evidente esplicazione di quanto sopra detto. E cominciamo dal repertorio: in programma sei brani tutti a firma di Chris e tutti contrassegnati da originalità e lirismo; basti ascoltare la delicatezza della linea melodica disegnata in “Heart in Hand” o il senso della costruzione con cui Potter ha concepito la title trcke. Sotto il profilo esecutivo Potter è un vero e proprio maestro, comunque per chi nutrisse ancora qualche dubbio gli consigliamo di ascoltare con attenzione l’intro di “The Dreamer Is The Dream” in cui Chris si cimenta al clarinetto basso o “Memory and Desire” in cui il leader dà ampia dimostrazione della sua versatilità con un brillante assolo al sax soprano. Quanto alla capacità di scegliersi i compagni di viaggio, tutti i componenti del gruppo hanno modo di mettersi in luce. Così il pianista David Virelles, di origine cubana, ci regala uno strepitoso assolo in “Yasodhara” il brano più sghembo ma forse proprio per questo più interessante dell’intero album. Dal canto loro Marcus Gilmore si pone in bella evidenza in “Ilimba” mentre Joe Martin evidenzia tutta la sua bravura nell’esposizione del tema di “The Dreamer Is The Dream”.

Projeto Brasil – “Projeto Brasil de Antonio a Zé Kéti” – ARTBHZ
Abbiamo ricevuto questo DVD solo ora e quindi ci affrettiamo a segnalarvelo in quanto farà la gioia di quanti amano la musica brasiliana. Protagonista il trio “Projeto Brasil” composto da Célio Balona alla fisarmonica, Clóvis Aguiar al pianoforte e Milton Ramos al contrabbasso. I tre si muovono lungo coordinate ben precise: presentare un repertorio variegato che comprende proprie composizioni ma soprattutto riletture dei grandi compositori brasiliani, attraverso arrangiamenti moderni caratterizzati da una sonorità particolare, sonorità raggiunta soprattutto attraverso l’organico inusuale e il ruolo fondamentale della fisarmonica. Balona e compagni hanno cominciato a lavorare assieme nel 2006 e con questo progetto hanno girato il mondo ottenendo ovunque un clamoroso successo. Nel marzo del 2007 sono stati i protagonisti di uno show al teatro Sesiminas di Belo Horizonte con la partecipazione dell’Orquestra de Cordas diretta dal maestro Geraldo Vianna e del balletto di Lelena Lucas. Ed è per l’appunto questo spettacolo che si può apprezzare nel DVD in oggetto. La musica –ma la conosciamo tutti – è semplicemente superlativa così come l’interpretazione fornita dal trio seppure nell’ambito di una grande orchestra d’archi. Molti i brani degni di menzione anche se i due che ci hanno particolarmente colpiti sono “Velas Içadas” di Ivan Lins e Vitor Martins e la sempre struggente “Beatriz” di Edu Lobo e Chico Buarque, impreziosita nell’occasione da una performance di danza.

Alessandro Rossi – “Emancipation” – CamJazz 3319-2
Per chi segue con attenzione anche le nuove tendenze del jazz, la bontà di questo album non costituirà una sorpresa. In effetti Alessandro Rossi, passo dopo passo, si è costruita una solida reputazione sia come batterista sia come compositore: dopo le esperienze in Conservatorio sotto la guida di Andrea Dulbecco, ha proseguito gli studi prima a Milano e poi a New York avendo come maestri nomi quali Jeff Ballard, Clarence Penn e Nasheet Waits. Nel 2009 il suo primo album ed ora questo “Emancipation” in cui Rossi si presenta in quartetto con Andrea Lombardini al basso elettrico, Massimo Imperatore alla chitarra e Massimiliano Milesi ai sassofoni e al clarinetto. L’album illustra assai bene il percorso compiuto dal musicista. Innanzitutto una scrittura al tempo stesso inventiva e rigorosa nel cui ambito trovano posto riferimenti al passato così come input provenienti dalle correnti più moderne anche al di fuori del jazz propriamente detto. Di qui l’inserimento di elementi elettronici in contesti sostanzialmente acustici, di qui il tentativo di abbattere qualsivoglia barriera stilistica per suonare con molta libertà, ‘emancipazione’ per l’appunto da qualsiasi etichetta. Dal punto di vista esecutivo, Rossi evidenzia una gran tecnica e un superlativo controllo della dinamica oltre alla capacità di guidare il gruppo con mano sicura. E i suoi compagni rispondono ‘presenti’ alle chiamate del leader con un’intesa che mai viene meno. Si ascolti, ad esempio, con quanta sicurezza affrontano “Punjab” di Joe Henderson impreziosito dagli assolo di Imperatore e Milesi, come sono capaci di rimodulare “Lithium” dei Nirvana in una versione piuttosto estremizzata e come affrontino in “Free Spirit” territori molto vicini al free senza per questo alterare l’equilibrio dell’insieme.

Diego Ruvidotti – “Simply Deep” – Music Center
‘Simply Deep” spiega il trombettista Diego Ruvidotti è per me “una predisposizione dell’animo nell’affrontare la vita, dunque anche la musica come sua proiezione. La semplicità di esprimere sinceramente ciò che siamo, di comunicare con trasparenza e di dialogare con il mondo in modo profondo e coraggioso”. Una dichiarazione di intenti abbastanza precisa che ci introduce ad un approccio verso la musica che non consente inutili orpelli, forzature, cervellotiche sperimentazioni. Obiettivo raggiunto? Direi proprio di sì. Il quartetto “Dream Machine”, completato da Alessandro Bravo al piano, Alessandro Bossi al basso elettrico e Fabio d’Isanto alla batteria, è registrato dal vivo al ‘Ricomincio da tre’ di Perugia e, si muove lungo direttrici ben individuabili. Vale a dire una profonda conoscenza della storia del jazz ivi comprese le più moderne tendenze e il desiderio di coniugare passato, presente e futuro in una miscela tanto originale quanto perfettamente fruibile. E così tutte e dieci le composizioni contenute nell’album, a firma del leader, si ascoltano con piacere essendo possibile trovare in ognuna delle componenti di originalità. Così alla sognante linea melodica di “Very Cris’ Song” cesellata dal piano di Alessandro Bravo e soprattutto della title tracke con un sontuoso dialogo tra pianoforte e contrabbasso imitati subito dopo da tromba e percussioni, si contrappone l’andamento quasi funky di “Voiceless Rap”, mentre in “Fastol” la tromba di Ruvidotti sembra ispirarsi a stilemi propri del be-bop. Ma forse le cose migliori sono raccolte nei tre episodi della suite ”Beyond The War” in cui Ruvidotti dà libero sfogo alle sue capacità interpretative adoperando con egual maestria tromba e flicorno.

Zeppetella, Bex, Laurent, Gatto – “Chansons!” – VVJ 113
Un titolo semplice ma estremamente esplicativo: “Chansons!” ovvero “Canzoni” detto alla francese in quanto l’album è imperniato su brani tratti per lo più dalla grande canzone d’autore italiana e francese. Il quartetto, anch’esso italo francese, è di gran classe: Fabio Zeppetella chitarra, Emmanuel Bex organo e voce, Gèraldine Laurent sax alto e Roberto Gatto batteria sono tutti jazzisti che non hanno bisogno di ulteriori presentazioni data la loro fama. In questa situazione i quattro si esprimono al meglio legati da un idem sentire, vale a dire dalla voglia di riproporre pezzi ben conosciuti ma trascolorati attraverso una propria originale visione. Ecco quindi dopo una partecipata versione de “E la chiamano estate”, tutto sommato abbastanza vicina all’originale, una “Bocca di Rosa” di De André filtrata attraverso le maglie prima del sassofono della Laurent e poi dell’organo di Bex e della chitarra di Zeppetella che la destrutturano quasi del tutto. “Buonanotte fiorellino” di De Gregori gode di un trattamento più dolce, volutamente assai breve, affidato alle ance della Laurent. Due i brani scelti dal repertorio di Pino Daniele: “A me piace ‘o blues” la cui linea portante è disegnata in maniera fedele da Zeppetella interrotta solo da un eccellente assolo di Gatto; “Napule è” si avvale di una toccante interpretazione di Bex con voce fitrata dall’elettronica, ben sostenuta dalla Laurent veramente in palla in ogni brano. Il coté italiano si conclude con una “Luna rossa” presentata in versione latineggiante. Il ‘versante’ francese si apre con l’indimenticabile “Avec le temps” di Leo Ferré interpretato in modo del tutto fedele all’originale mentre trasfigurato dall’organo di Bex e dalla chitarra di Zeppetella è il successivo “C’est si bon” che si fatica a riconoscere. Versione piuttosto canonica quella di “L’été indien” e “Le temps des cerises”; l’album si conclude con una scoppiettante versione di “Le bon dieu” di Jacque Brel con l’intero quartetto in bella evidenza.

Parlano Sarah Jane Morris e Antonio Forcione

Come annunciato, dopo il podcast pubblichiamo la trascrizione dell’intervista a Sarah Jane Morris e Antonio Forcione, raccolta poche ore prima dell’applaudito concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma su cui vi abbiamo riferito in questo stesso spazio. Come forse noterete, le prime domande e risposte non figurano nel podcast in quanto abbiamo iniziato a conversare a microfoni spenti con Antonio Forcione nell’attesa che giungesse anche Sarah Jane. Gli scatti sono di Beniamino Gatto.

– Antonio, quale programma presenterete questa sera?

“Attualmente siamo in tour per presentare la nostra fatica discografica “Compared To What”.

– Come è stato accolto questo album?

“Molto bene, direi, anche perché, come ben sapete, Sarah Jane è bravissima sia come vocalist sia come autrice”.

– Come vi siete conosciuti? Come è nata la vostra collaborazione?

“Io e Sarah Jane sapevamo dell’esistenza l’uno dell’altra da tanto tempo ma non avevamo avuto l’occasione di suonare assieme. Qualche anno fa, una comune amica, la cantante e chitarrista Sarah Gillespie, ci invitò come special guest alla serata organizzata per la presentazione del suo nuovo disco. Essendo arrivati in anticipo, ci mettemmo a parlare e scoprimmo molte affinità sia musicali sia più in generale di vita. Allora ci siam chiesti: perché non provare a fare qualcosa assieme?”.

– E di qui è nato “Compared To What”?

“Esattamente. Dopo qualche giorno Sarah Jane è venuta a casa mia con un pacco di fogli, di appunti, di storie che prendevano spunto da fatti reali, magari dolorosi. Abbiamo scelto le storie che ci sembravano le migliori ed io le ho rivestite con una musica che è nata facile, spontanea. E’ stata davvero un’esperienza straordinaria perché abbiamo fatto tutto in un giorno e come ho già detto in altre occasioni è stato come scrivere musica per un cortometraggio”.

A questo punto ci raggiunge Sarah Jane Morris; accendiamo il registratore e le rivolgiamo la prima domanda

– Come ci si sente ad essere considerata una delle migliore vocalist al mondo?

S.J.M. “Accidenti. Non so chi può considerarmi tale!”

– Molta gente.

S.J.M. “Veramente? Bene, io non so com’è che fate i paragoni. Credo che dipenda molto dall’ascoltatore. L’unica cosa che so è che amo quello che faccio. Lo amo con passione. Lo amo ogni giorno di più. So quanto io sia fortunata a poter fare quello che faccio e spero di essere in grado di poterlo fare ancora per molto tempo, perché non do mai per scontato il fatto di poter continuare a cantare e a scrivere quello che vedo nel mondo, a esprimere me stessa attraverso le canzoni. Non lo do mai per scontato. Mi godo il viaggio”.

– Quindi è questo il motivo del suo successo.

S.J.M. “Non sono una grande notorietà in quel senso. Ma credo che il vero successo sia, come dicevo prima, di poter fare quello che amo fare”.

– Lei spesso viene in Italia dove è sempre molto bene accolta. Cosa le piace del nostro paese?

S.J.M. “L’Italia è la mia seconda casa. Mi piace tutto. La cosa principale è il fatto che l’Italia mi permette di essere me stessa. In Italia non mi si giudica, mi si accetta, mentre nel mio Paese, in Inghilterra, non trovo la stessa accettazione: a volte vengo considerata troppo politica… Per quanto concerne il lato artistico, sono vista ora come una cantante pop ora come una cantante jazz, non sono accettata soltanto per quello che faccio. Mentre in Italia tutto quello che tiro fuori viene ben accolto: insomma è Sarah Jane che viene ben recepita semplicemente per quello che fa. Inoltre adoro il cibo italiano, è la miglior cucina al mondo, veramente. È la più salutare al mondo. Il problema per noi inglesi è che quando veniamo in Italia, mangiamo ogni portata come se fosse tutto il pranzo e quindi ingrassiamo. Gli inglesi ingrassano con la cucina italiana perché non accettano il fatto che ci siano piccole porzioni. La cosa migliore è il fatto che voi coltiviate molto del vostro cibo. La luce del sole è una cosa di cui non sappiamo molto in Inghilterra. La cultura, la storia, ma prima di tutto l’accettazione da parte della gente nei miei confronti, ecco quello che mi affascina del vostro Paese”.

– Lei, Sarah, ama tanto l’Italia, Lei invece, Antonio, l’ha lasciata per andare a Londra…

A.F. “Per me succede esattamente il contrario, gli inglesi mi stanno abbracciando e mi dicono di non andare via, me lo chiedono proprio per email di non andare via perché sono un patrimonio per loro, quindi è un po’ strano, proprio oggi ne parlavamo con Sarah in macchina. Molto strano, perché lei si sente a casa qui, io invece sono accolto tanto bene in Inghilterra, in Italia ho qualche problema a tornare, come si dice, siamo un po’ esterofili noi, di più noi degli inglesi, gli inglesi sono un poco più aperti alle cose nuove, diverse…”.

– Lei da quanto tempo sta là?

A.F. “Da 34 anni. Una vita. Infatti i festival li ho fatti tutti là. Io ho girato più in Inghilterra che in Italia, conosco molto di più l’Inghilterra. Avendo detto questo, l’Italia a me piace tantissimo, vengo qua volentieri, però, per amor di Dio, c’è dell’ironia nel fatto che questo duo mi faccia tornare in Italia un po’ di più. È ironico anche che Sarah sia venuta con me anche in Scozia al Festival di Edimburgo… io lo faccio da 23 anni mentre lei non lo faceva da molto tempo. E’ tutto un po’ paradossale”.

– Sarah, se non mi sbaglio, Lei è venuta in Italia per la prima volta per cantare con un gruppo vocal blues chiamato I Panama nel 1980. Quindi è stata al Festival di Sanremo dapprima nel 1990, affiancando Riccardo Fogli, e poi nel 1991 quando ha vinto con la canzone “Se stiamo insieme” con Riccardo Cocciante. Come ricorda queste esperienze?

S.J.M. “Allora, la prima volta che sono venuta in Italia, per unirmi al gruppo, sono arrivata a Pisa e sono andata a vivere a Firenze; avevo bisogno di un luogo dove stare in Italia. È stato molto bello. Il primo concerto fu in occasione dell’apertura del Piper a Roma, che era stato ristrutturato, ed è stata una bellissima esperienza. Inoltre avevo un fidanzato italiano che aveva una Vespa. Ero giovane, sai? Era perfetto. Perfettamente romantico. Ricordo bene San Remo perché tutti i cantanti vorrebbero cantare con una orchestra e là era possibile; era la prima volta che cantavo con una orchestra ed è stato, come lei ricordava, con Riccardo Fogli. Il secondo anno, quando ho scritto insieme a Riccardo Cocciante la canzone che poi avrebbe vinto, ho raggiunto il grande successo in Italia arrivando ad un pubblico di fan molto vasto, dai più giovani ai meno giovani. Ero pazza di gioia perché ho capito che si stava aprendo una porta e mi piaceva l’idea che un paese festeggiasse la sua canzone. L’ho trovata una fantastica idea. Noi non lo facciamo abbastanza in Inghilterra, lo fanno in Francia ed è una grande idea di collaborazione ma il massimo è, come dicevo prima, esibirsi con una orchestra. Ho dei bei ricordi. In seguito, sono tornata al Festival nel 2006 per cantare con Simona Bencini e mi sono esibita anche con Noemi più di recente, credo quattro volte, forse un’altra… chi lo sa”.

– C’è qualcuno cui Lei sente di dover ringraziare in qualche modo per essere stato particolarmente importante nella sua vita di artista?

S.J.M. “Oh, ci sono tantissime persone da ringraziare. Ho tratto molta ispirazione da Nina Simone che era un’artista emotiva, una scrittrice e cantante fortemente combattiva; ho tratto grande ispirazione da Janis Joplin che era un’altra outsider e che non fu mai accettata in vita, lo fu soltanto dopo la sua morte. Sono stata ispirata musicalmente, anche se indirettamente, da Stevie Wonder perché anche lui ama scrivere di quello che accade nella vita, con tutte le sue mille sfaccettature. Sono stata molto ispirata dalle parole di Bob Dylan. Credo che sia uno dei più grandi poeti viventi nella musica. Ce ne sono troppi per poterli nominare tutti, veramente, tanta, tanta gente che devo ringraziare per le loro indicazioni”.

– Sarah ha parlato di Nina Simone, la quale si rifà molto all’Africa, lei, Forcione, ha dimostrato di essere particolarmente affezionato a questo continente avendo intitolato un suo album proprio “Sketches of Africa”. Come mai?

A.F. “All’Africa mi sono affezionato negli ultimi 7, 8 anni, comunque se dovessi ringraziare degli artisti, io non mi rifaccio soltanto all’ambito musicale, Charlie Chaplin è stato quello che mi ha inspirato di più perché mi ha fatto capire che con la creatività ci si può far tutto. È una delle doti che l’essere umano ha e la deve usare. Ovviamente ci sono musicisti come John McLaughlin, Egberto Gismonti, cui devo tantissimo… hanno fatto dei capolavori. John McLaughlin mi ha sempre affascinato come uomo, come persona che rompe le barriere musicali; negli anni settanta faceva Jazz Rock e quando tutti volevano imitarlo, lui prende, lascia tutto, va in India, studia musica indiana e torna con un gruppo Shakti stupendo; queste personalità a me interessano molto. A me non interessano i musicisti, mi interessano gli artisti come persone, quindi ho dei nomi anch’io da menzionare, Pat Metheny fa delle belle cose, John McLaughlin, Ralph Towner che ha scritto delle composizioni stupende, poetiche. Come dicevo a me interessa la creatività, la poesia”.

– Sarah, se lei dovesse scegliere un brano che la caratterizza particolarmente, quale sarebbe? Voglio dire, ogni volta che penso a Lei, non posso non pensare a “Me and Mrs. Jones”…

S.J.M. “Si, credo che “Me and Mrs. Jones” sia stato il brano che mi ha fatto conoscere al pubblico italiano, è stato un successo qui e trovo interessante il fatto che sia diventato un successo in Italia mentre in Inghilterra è stato bandito dalla radio per paura che io fossi lesbica, una clamorosa lesbica! È ridicolo, qui nessuno mi ha mai posto la domanda mentre in Inghilterra a Radio 1 ogni volta mi chiedevano “Lei è lesbica? Lei è lesbica? Lei è lesbica?”. Quando, quattro anni dopo, esplose il fenomeno Katie Lang, che era una lesbica di grande successo, tutti quanti mi volevano lesbica e ancora una volta non lo ero, quindi due volte amareggiata. Non ho nessun problema sul fatto di essere lesbica, semplicemente io non lo sono, non al momento… tutto può succedere nella vita. Chi lo sa… Ma la canzone di cui vado più fiera l’ho cantata prima di “Me and Mrs. Jones”. In Inghilterra ero molto coinvolta nello sciopero dei minatori del 1984 ed alla fine dello sciopero ho scritto con Kay Sutcliffe una canzone intitolata “Coal not dole”, che poi è diventata l’inno dei minatori: questa è stata la mia prima canzone di protesta ed ero molto coinvolta, emozionalmente coinvolta. Ero distrutta, alla fine, quando il governo Thatcher vinse, le miniere furono chiuse e le comunità furono distrutte; quindi, quella è la canzone di cui vado più fiera, avendo anche collaborato alla sua scrittura, nonostante “Me and Mrs. Jones” sia probabilmente uno dei miei maggiori successi”.

– Qual è la collaborazione artistica alla quale pensa con più piacere o più soddisfazione?

S.J.M. “Attualmente mi sto divertendo moltissimo con Antonio e stiamo crescendo insieme, sapevamo dell’esistenza l’uno dell’altro ma non ci conoscevamo quando abbiamo cominciato a scrivere insieme. È stato un viaggio che ha impiegato diversi anni ma adesso abbiamo molta fiducia l’uno nell’altro, ci conosciamo, siamo amici, amici veri, quindi ci capiamo a vicenda e la scrittura diventa ancora di più una gioia. Direi che questa è, al momento attuale, una collaborazione importante ma in passato credo di aver trascorso un’intera settimana vivendo accanto a Pino Daniele e in quella occasione ho scritto tre canzoni con lui. Quello è stato un momento molto speciale; ma io sono una persona che vive il momento e, indipendentemente da quello che faccio, do sempre il 150%. Oggi questa è la nostra creatura, ne parliamo molto, ci piace pensare che questa sia la prima tappa di un lungo viaggio. Antonio fa molti lavori da solo ma poi torniamo sempre a lavorare insieme. Tutto il lavoro che abbiamo fatto, l’abbiamo completato in due giorni. È stato velocissimo il modo in cui ci siamo capiti e come lui abbia compreso i miei testi. Non abbiamo avuto bisogno di parlare, è successo e basta, quindi sono pronta a continuare questa collaborazione”.

– Lei si muove facilmente dal Pop al Jazz. C’è un campo in cui si sente più a suo agio?

S.J.M. “Ho come una sorta di doppia personalità: nel jazz e nel pop. Non ho istruzione musicale, non ho mai studiato musica, quindi in qualche modo sono libera di esplorare qualsiasi genere perché non appartengo a nessuno e non ho nessuna conoscenza teorica, l’unica cosa che ho è il mio orecchio, che adesso è molto sviluppato, ed il mio istinto. Ho sentimento… e siccome sono una cantautrice, i testi per me sono molto importanti. Io racconto delle storie alla gente, forse il rifugiato che ho appena incontrato ed al quale ho dato il mio telefonino… io scrivo sulla vita, storie umane. Tornando più specificamente alla sua domanda, credo che il mio ascolto negli anni settanta del Rhythm and Blues, ma intendo dire l’originale R&B  per cui adoravo Sly and the Family Stone, i Metres, Bobby Womack, Bobby Bland… tutta questa gente ha avuto influenza su di me. Dopo è venuta la Motown ed anch’essa ha avuto su di me una grandissima influenza dal punto di vista musicale. Io sono un amalgama di tutto quello che ho ascoltato. Non appartengo a nessuno, sono come un pulviscolo”.

– Forcione, tra i personaggi con cui lei ha collaborato ce n’è uno che è molto, molto celebrato nel mondo del jazz; Charlie Haden. Come ricorda questa esperienza?

A.F. “Con affetto, ovviamente ascoltavo – e ancora oggi ascolto – la musica di Haden, album fantastici che per me sono come la Bibbia, ricordo ad esempio il magico “Folk songs” del 1979 con Haden, Egberto Gismonti e Jan Garbarek. Quando la casa discografica mi ha telefonato dicendomi ‘guarda che Charlie Haden ti sta cercando’ io pensavo fosse uno scherzo, poi lui la sera mi telefona e mi dice: ‘io voglio fare un disco con te, degli standard’, io gli rispondo ‘perché non facciamo cose tue che a me piacciono tantissimo e qualche brano mio se ti piace’; così  gli ho inviato un mio pezzo e abbiamo deciso la registrazione. Sono poi andato a Los Angeles e successe un fatto strano: quando bussai alla porta di Charlie Haden, uscì un cagnolino che appena mi vide cominciò a scodinzolare. Charlie mi disse ‘vedi, piaci al mio cane, questo vuole dire che hai energia positiva’. E da lì e nata una collaborazione costruttiva che è stata una lezione di musica ma anche di vita. Quell’uomo non aveva solo un paio di orecchie straordinarie, aveva qualcosa di eccezionale. Una volta gli ho fatto una domanda mentre ero a casa sua: ‘cosa cerca lei nella musica?’ Lui si ferma un attimo e poi mi dice: la bellezza. Non so se serve ma mi è rimasta così, la bellezza… nel senso più ampio del termine. Lo ricordo con tanto affetto Charlie Haden”.

S.J.M. ”Sì, in effetti l’hai detto oggi in treno che questa era stata una delle tue più importanti collaborazioni.”

– Sarah, e lei cosa cerca nella musica?

S.J.M. “Il mio viaggio nella musica spero che continui. Quello che cerco è di espandermi, non cerco mai la sicurezza, sono felice di essere portata in luoghi dove a volte devo lottare per la mia sopravvivenza; questo è stato il mio viaggio attraverso la vita e credo che quando sono sul palco, quando canto, vado altrove, sono attenta a ogni persona nel pubblico. E’ come se fossi in un precipizio e tentassi di tenermi con le unghie, sperando che siano abbastanza forti, ed allora, in qualche modo torno. Vado in questi luoghi pericolosi, non ne posso fare a meno. È quello che succede quando salgo sul palco”.

– Com’è la sua routine quotidiana?

S.J.M. “Nessuna routine. Non faccio mai riscaldamento. Non faccio mai pratica di musica. Quindi, questo non fa parte delle mie consuetudini quotidiane. Abbiamo un cane e adoriamo portarlo a passeggio per il bosco. Faccio Pilates quando posso. Per me è impossibile avere una routine perché viaggio sempre quindi sono abituata ad alzarmi alle tre di notte, andare in aeroporto alle cinque, prendere un aereo alle sette, arrivare, fare il check-in in albergo, prepararmi per il sound check, fare un concerto, volare altrove… questa è la mia routine, veramente. Abbiamo comunque un momento nella vita in cui ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di essere più semplici. Ci troviamo inglobati tutto il tempo in orari. Spegni e accendi una volta, e un’altra ancora per ricaricarsi. Fino a quando ero più giovane ero sempre pronta ad andare e via, via, via, e si, si, si; ma adesso mi rendo conto che ogni tanto ho bisogno di un mese in cui non salire sugli aerei, perché la mia vita è prendere sempre aerei…”.

– Ha mai pensato di aver dedicato troppo tempo al suo lato artistico trascurando il lato “normale”?

S.J.M. “No, mai. Da quando mio figlio è nato, l’ho sempre portato con me ovunque … almeno fino a quando ha compiuto cinque anni e quindi doveva andare a scuola. L’ho portato con me attorno al mondo; pagavo un’amica che veniva con noi e prima di andare sul palco lo tenevo in braccio; poi salivo sul palco con dei dolori qui (indica il seno) ma ci mettevo il tempo di una canzone per trasformarmi Sarah Jane Morris, non la mamma, ma non ho mai pensato di averlo trascurato perché lo coinvolgevo tantissimo nella mia vita. Gli ho chiesto se si sentiva trascurato e ha risposto di no. Se non potevo stare con lui, mi assicuravo che la persona che mi sostituiva fosse fantastica e la cosa meravigliosa è che la donna che si prendeva cura di lui quando io non c’ero è diventata la sua seconda madre… lui la tratta proprio come la sua seconda madre. Lei non ha mai avuto figli e c’è tra loro un meraviglioso rapporto; sono felice di poter condividere mio figlio con lei. Come cantante, ho avuto una lunghissima relazione con suo padre, un musicista anche lui, è stata una relazione molto complicata; è molto difficile per due musicisti stare insieme, perché è raro che entrambi abbiano successo contemporaneamente. Questo causa diversi problemi, indipendentemente da quanto importante sia la relazione. Sono stata fortunata, ero leader di una band e lui era un musicista nella band di altri, questo ha creato dei problemi. Forse lui direbbe che si è sentito trascurato ma eravamo tutti e due dei musicisti e sappiamo come è fatto il mondo degli artisti. Mi piace pensare che non ho dei rimpianti. Non mi guardo indietro perché quello che fatto è fatto”.

– Molti artisti sono sempre alla ricerca di nuovi suoni, differenti approcci alla musica. Pensa di appartenere a questa categoria?

S.J.M. “Sì assolutamente. Non sono il tipo di artista che ha successo con una canzone e poi la ripete ancora e ancora perché molta musica è così e credo che Antonio la pensi come me. Noi siamo sempre alla ricerca. Non pianifichiamo. Antonio è un musicista completo. Lui è completamente indipendente, come chitarrista lui non avrebbe bisogno di vocalist, succede, tuttavia, che ci sia tra noi una fantastica combinazione, ma io ho bisogno di Antonio, ho bisogno di qualcuno con cui lavorare. Io non suono nessuno strumento, non bene in ogni caso, quindi adoro queste forme di collaborazione. Chiunque può apportare cose diverse e questo è il mio eterno viaggio: la collaborazione con altre persone. Adoro questa sfida”.

– Moltissime grazie.

S.J.M. / A.F. “È stato un piacere”.

Ferrara in Jazz. Al via la XIX edizione

Ferrara in Jazz 2017 – 2018
40° anno – XIX Edizione
06 ottobre 2017 – 30 aprile 2018

Il 26 aprile 1977 il “Circolo Amici del Jazz” (che in seguito diverrà Associazione Culturale Jazz Club Ferrara) iniziava la propria attività di promozione del patrimonio musicale afroamericano. Da allora sono trascorsi quarant’anni senza alcuna interruzione, durante i quali Ferrara e il suo territorio sono stati teatro delle esibizioni di tutti i più importanti jazzisti nazionali e internazionali. A metà di questa storia si colloca Ferrara in Jazz, rassegna che si svolge nella suggestiva sede del Torrione San Giovanni (bastione rinascimentale iscritto nella lunga lista dei beni UNESCO e location per il cinema di Emilia-Romagna Film Commission), che si appresta ad inaugurare la XIX edizione con il contributo di Regione Emilia-Romagna, Comune di Ferrara, Endas Emilia-Romagna ed il prezioso sostegno di numerosi partners privati.
Con alle spalle un’estate densa di appuntamenti in Riviera, l’inclusione nella guida alle migliori jazz venues al mondo da parte dell’internazionale DownBeat Magazine, la vittoria del bando S.I.A.E “S’illumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”, e quella dei Jazzit Awards 2016 nella categoria “Jazz Club Italia” per il sesto anno consecutivo, Ferrara in Jazz prende il via venerdì 06 ottobre 2017 con la contagiosa energia dell’apprezzata Tower Jazz Composers Orchestra, la resident band del Torrione formata da oltre 20 elementi, diretta da Alfonso Santimone e Piero Bittolo Bon. (altro…)