Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Marco Colonna, clarinettista, sassofonista

Intervista raccolta da Daniela Floris

Foto di ELEONORA CERRI PECORELLA


-Come stai vivendo queste giornate?

Diviso fra la preoccupazione per la salute di molti amici , e le condizioni generali sanitarie ed una sorta di pratica giornaliera più intensa del solito. Numerosi rapporti a distanza che stanno germogliando in produzioni artistiche molto interessanti. E sto cercando di essere puntuale nell’aggiornare il mio diario (sotto forma di lavoro sulla piattaforma Bandcamp, chiamato ATTREZZI DEL MESTIERE.
https://marcocolonna.bandcamp.com/album/attrezzi-del-mestiere


-Come ha influito sul tuo lavoro?

Io lavoro esclusivamente come performer, non sono un insegnante. Questo fa si che il mio lavoro sia stato completamente annullato. Ma invento cose, produco, cerco di fare “marketing” per le mie produzioni.
Sono aperto anche allo scambio di esperienze. (non amo chiamarle lezioni….) ….Ma non essrndo inserito in alcuna struttura, non sono molto appetibile come insegnante.


-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?

Non mi aspetto una soluzione rapida.


Come riesci a cavartela senza poter suonare?

La fortuna vuole che in questo periodo possa tenere botta senza troppi problemi, ma è un caso… Penso che se fosse capitato sei mesi fa la situazione sarebbe stata non solo preoccupante, ma drammatica.


-Vivi da solo o con qualcuno?

Ho una famiglia: una moglie, (attualmente in cassa integrazione), e due figli.


-E quanto ciò risulta importante?

Noi stiamo bene insieme, la nostra casa non è enorme ma abbiamo la fortuna di avere spazio esterno da poter vivere. I ragazzi sperimentano la didattica a distanza , si guardano film, si legge, lavora condividendo gli spazi e scambiando. E’ un momento molto “felice” della nostra vita insieme.
E’ molto importante essere in una comunità, non sento minimamente la solitudine, ma sono ben cosciente che è una condizione privilegiata. La solitudine, la marginalizzazione sociale, anche semplicemente la precarietà sono dei mali che in questo momento rischiano di diventare “esplosivi “ .


-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?

Lo spero. Credo nel mio lavoro come funzione connettiva . Mettere insieme le persone, le storie, le situazioni … Continuo a farlo a distanza, penso al rapporto con la danzatrice Eva Grieco che danza sul la terrazza del suo palazzo a Roma (esempi della nostra collaborazione a distanza si trovano qui www.shadowonawall.blogspot.com ), ma anche al rapporto con Izumi Kimura a Dublino che approccia il lockdown con ritardo rispetto a noi. E al rapporto con Aida Talliente, con cui abbiamo prodotto in questi giorni Diari di una separazione , riflettendo su questa distanza attuale, rispecchiandola in quella vissuta nei Balcani durante la guerra

https://marcocolonna.bandcamp.com/album/diari-di-una-separazione .

Ovvio che poter condividere l’odore dell’aria è un’altra cosa, ma non permetto alla distanza obbligata di fermarmi. La mia comunità è sparsa per il Mondo.  Per cui esercitiamoci a non perderci di vista, a pensare agli altri , e fuori dalla nostra quotidianità possiamo tessere relazioni forti che ci aiuteranno a reinventare il futuro.


-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

La musica è parte della vita, ed è uno strumento per conoscersi e conoscere. E proprio per questo è uno strumento anche per superare questo momento con la capacità di immaginare e reinventare il futuro.


Se non alla musica a cosa ci si può affidare?

Alla profondità. Rifiutare la superficialità che viene proposta dalla maggior parte degli ambienti social, per esempio. Non sta a me dare indicazioni, ma rifletto spesso su quanto sia importante avere coscienza dei nostri ruoli, su quanto sia importante non dimenticare gli altri ponendo l’attenzione solo su noi stessi . E su come questo momento possa essere di stimolo per affrontare il futuro mantenendo la forza di questa esperienza. Da molteplici punti di vista : personali, professionali, sociali e sanitari.


-Quale tuo progetto è rimasto incastrato in questa emergenza e vuoi segnalare?

A parte un tour saltato (con Danilo Gallo), e altri concerti…L’uscita di un disco (FILI, per Neufunken ) e la presentazione di un libro (il mio debutto come scrittore…più o meno….”E mio padre mi disse che non ero normale” per BLONK editore)


-Mi racconti una tua giornata tipo?

Studio, scrittura (composizione) e registrazione per 8 ore al giorno. Il resto famiglia, pasti e una breve uscita con il cane. Con un rigore da monaco.



-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?

Niente che abbia senso scrivere in questa sede.

 

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?

Tutta la musica di artisti viventi, di non avere paura di supportare i musicisti che ci piacciono anche con acquisti digitali. Pensare che la musica è materiale vivente, ed ha bisogno di avere una parte importante nella quotidianità di una società. Perché proviamo a raccontarci, a metterci a confronto con quello che ci circonda.

marcocolonna.blogspot.com

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Silvia Manco, vocalist e pianista

Silvia Manco, vocalist e pianista

Intervista raccolta da Daniela Floris
Le foto sono di  di EMILIA DE LEONARDIS

 

Come stai vivendo queste giornate?

Sono relativamente serena, sto cercando di avere una sorta di routine che mi aiuti a organizzare la giornata.
Mi dispiace molto non poter essere utile alla mia famiglia, in particolare a mia sorella che vive al Nord in zona rossa : vorrei poter badare ai miei due nipoti quando lei o il marito sono a lavoro in ospedale.

Come ha influito sul suo lavoro?

Drasticamente nel senso che da un giorno all’altro i miei impegni sono stati annullati a tempo indeterminato, come per tutti.

Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?

Spero in una graduale riapertura di esercizi commerciali e locali pubblici, realisticamente non prima di maggio. Forse sono persino ottimista.

 

Come te la stai cavando senza poter suonare?

Attingo ai miei risparmi, a parte qualche sparuta lezione on line. Attendo fiduciosa il pagamento di alcuni lavori arretrati.

 

Vivi da sola o con qualcuno?

Vivo da sola in un monolocale con un bellissimo terrazzo con molte piante che curo amorevolmente, molto più della casa in sé.


-E quanto ciò risulta importante?

Per me è importante avere uno spazio solo mio perché questo mi da molta autonomia, è una condizione a cui non posso rinunciare, se non per brevi periodi e con pochissime persone. Sono fortunata di potermi permettere di scegliere se e quando condividere il mio spazio e il mio tempo senza coercizioni. In questa situazione sarebbe davvero difficile per me.


-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?

Certamente sceglieremo con più consapevolezza a chi e a cosa dedicare energia e attenzione


-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

Se io non avessi la musica mi sarei già buttata dal balcone, ma non in questi giorni, bensì in passato: ho avuto decisamente momenti peggiori, fasi di estrema fragilità in cui la musica ha sempre rappresentato per me una risorsa interiore a cui attingere, una fonte di equilibrio conquistato attraverso la dedizione.
Se dai alla musica, la musica ti restituisce moltissimo. Può valere per molte altre cose, naturalmente.


-Se non alla musica a cosa ci si può affidare?

Ci si può affidare a ciò che ci fa stare bene: può essere la lettura, la visione di un film, una chiacchierata con un’ amico, il giardinaggio, la vicinanza, anche solo affettiva, non necessariamente fisica,  delle persone amate, l’hula-hoop. L’importante è trovare queste risorse: si può anche scoprire di amare delle cose che non avevamo mai considerato prima: la ricerca è molto importante.


-Mi racconti una tua giornata tipo?

Mi sveglio non presto perché non sono mai stata mattiniera, ho dei rituali abbastanza precisi che culminano con la prima tazza di the verde della giornata, esco in balcone a fare un po’ di movimento, prendere la luce del sole anche se è nuvoloso, purché non piova, faccio la doccia, prima calda e poi fredda, preparo il pranzo, aspetto le h.16 per iniziare a suonare perché voglio evitare lamentele dai miei vicini, nel frattempo ascolto musica, rispondo a mail e messaggi, poi mi metto a suonare e continuo fino alle h. 20:30/21, preparo la cena, guardo un film in inglese con sottotitoli in inglese. Vado a letto non prima delle 2. Cercherò di anticipare e svegliarmi un po’ prima: è il mio obiettivo prima della fine della quarantena.


-Se avessi la possibilità di essere ricevuta dal Governo, cosa chiederesti?

Di avere dei buoni pasto per la spesa alimentare basati sulla dichiarazione dei redditi. Semplicemente. Non mi addentro in altre questioni perché non sono un’esperta.


-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?

Io sto ascoltando molte cose diverse come al solito: suggerirei di prendersi del tempo quando si ascolta per poter seguire percorsi mentali non lineari che ci possano portare a scoprire cose nuove. Sono davvero troppo caotica per suggerire qualcosa in particolare. Cerchiamo il nome dei compositori di ciò che ci piace, a volte il valore della composizione è sottovalutato rispetto al valore dell’esecuzione o degli assolo mentre io credo che approfondire il jazz  anche dal punto di vista dei compositori possa aiutare i neofiti a forgiare il proprio gusto.


-Quale tuo progetto è rimasto incastrato in questa emergenza e che invece vuoi segnalare?

Forse il disco realizzato dal mio Lemon Three-O che si intitola The Italian Songbook.
Stavo lavorando sul del materiale originale in vista di una registrazione il prossimo autunno. Non voglio avere fretta però…e poi comunque tutto il mondo è in stand by quindi ne approfitto per studiare cose non mie che avrei voluto scrivere io. Quando tornerò alle mie magari non mi piaceranno più ma voglio correre questo rischio.

I nostri CD

Carla Bley – “Life Goes On”- ECM 2669
Carla Bley con il fido Steve Swallow al basso e Andy Sheppard ai sax tenore e soprano sono i protagonisti di questo nuovo album registrato nel maggio del 2019 a Lugano. In repertorio tre suite intitolate rispettivamente “Life Goes On”, “Beautiful Telephones” e “Copycat” tutte composte dalla stessa Bley. Chi ha seguito negli anni la Bley, sa bene come ad onta dei suoi ottantaquattro anni, l’artista di Oakland conservi intatta la sua straordinaria vena creativa e una stupefacente capacità di arrangiare e presentare in forme sempre originali le sue composizioni. Altro dato che si può ricavare dall’ascolto di questo suo ultimo lavoro, è la consapevolezza raggiunta dall’artista di poter finalmente trarre le fila di un discorso portato avanti oramai da molti anni. In effetti la musica che si ascolta soprattutto nella prima suite rappresenta un po’ la cifra stilistica della Bley in cui il blues viene coniugato con una certa malinconia di fondo che ben si affianca a quella carica iconoclasta e ironica che nel passato aveva caratterizzato molte composizioni della pianista. Ed ecco infatti la seconda suite che nel polemico titolo “Beautiful Telephones” richiama quella assurda espressione del presidente Trump che installandosi nello studio ovale della Casa Bianca, fu colpito soprattutto dai telefoni che definì “i più bei telefoni che abbia mai visto in vita mia”. Comunque, al di là di tutto, la musica di Carla Bley convince ancora una volta per la straordinaria carica di eleganza, modernità, coerenza in essa contenuta nonché per aver creato un jazz cameristico – se mi consentite il termine – che dovrebbe mettere d’accordo gli amanti del jazz e quelli della musica “colta” dati gli espliciti riferimenti a quel coté artistico che la Bley spesso mette in campo. Ovviamente la bella riuscita dell’album è dovuta anche alla personalità artistica dei due compagni di viaggio. Steve collabora con la Bley oramai da venticinque anni e la loro intesa è parte integrante di ogni loro album dato il peso specifico che il bassista riesca ogni volta ad assumere (lo si ascolti soprattutto nel primo movimento della “Beautiful Telephones”); dal canto suo Andy Sheppard è in grado di inserirsi autorevolmente e coerentemente nel fitto dialogo pianoforte-basso.

Paolo Damiani – “Silenzi luterani” – Alfa Music 214
Due i riferimenti colti esplicitati dallo stesso Damiani nelle note che accompagnano il CD: da un lato la Riforma di Martin Lutero che nel 1517 si staccò dalla Santa Sede romana introducendo il canto in chiesa di tutti i fedeli e componendo egli stesso musica, dall’altro l’evocazione nel titolo del CD… e non solo, delle “Lettere Luterane” di Pier Paolo Pasolini, articoli scritti nel 1975 e pubblicati sul Corriere della Sera. Ambedue, Lutero e Pasolini, si scagliavano contro i mali della società ovviamente delle rispettive epoche: ebbene, Damiani con la sua musica intende protestare contro uno stato di cose per cui l’indignazione non basta più. Di qui una musica a tratti sghemba, difficile, ma di sicuro fascino, impreziosita dal fatto che viene liberamente interpolata con frammenti melodici scritti da Lutero e testi di Pasolini. Ancora una volta Damiani evidenzia la sua ottima conoscenza del mondo musicale, inteso nell’accezione più ampia del termine, riuscendo così a far convivere nella stessa espressione artistica echi di mondi assai lontani con suggestioni derivate dal presente, in un gioco di incastri, di rimandi che disegnano un universo davvero senza confini. Insomma un’operazione tutt’altro che banale per la cui riuscita era necessaria una perfetta intesa degli esecutori. Ecco quindi la formazione posta in campo da Damiani, formata dai migliori ex allievi del dipartimento jazz del conservatorio di Santa Cecilia, dipartimento fondato e guidato dallo stesso Damiani fino al 2018: quattro voci capitanate da Daniela Troilo (in questa sede anche arrangiatrice), Erica Scheri al violino, Lewis Saccocci al pianoforte, Francesco Merenda alla batteria cui si aggiunge, in veste di ospite, Daniele Tittarelli ai sassofoni. In repertorio sette brani, tutti composti dal leader, registrati in occasione di due concerti tenuti presso la Sala Accademia del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma e la Sala Concerti della casa del Jazz di Roma, nel 2017.

Vittorio De Angelis – “Believe Not Belong” – Creusarte Records
Una delle strade maestre su cui oramai si è indirizzato il jazz è quella di far confluire in un unico linguaggio input derivanti da varie fonti, soprattutto jazz mainstream, soul e funk. Certo, se la strada è la stessa, il modo di percorrerla è diverso ed è proprio su questo parametro che si può valutare oggi la valenza di una esecuzione. Da questo punto di vista, l’album in oggetto si lascia ascoltare non tanto per l’originalità delle composizioni (7 brani tutti composti dal leader sassofonista, flautista e compositore napoletano) quanto per il particolare organico. De Angelis ha infatti scelto di puntare sul “double trio” vale a dire due batterie, due tastiere, due fiati; manca il bassista in quattro dei sette brani sostituito dai due tastieristi (Domenico Sanna al basso sinth e Sebi Burgio al piano basso Rhodes). Insomma due trio indipendenti che suonano assieme e che proprio per questo producono una sonorità particolare, pregio principale di queste registrazioni. E non è poco ove si tenga conto che si tratta del primo album di Vittorio De Angelis leader, il quale, tra l’altro ha avuto l’intelligenza di chiamare accanto a sé musicisti di livello tra cui Domenico Sanna pianista di Gaeta, classe 1984, che ha già collaborato con musicisti di livello internazionale quali Steve Grossman, Rick Margitza, Dave Liebman, JD Allen, Greg Hutchinson; Seby Burgio, altro talentuoso tastierista (Siracusa 1989 ) che può vantare collaborazioni con, tra gli altri, Larry James Ray, Tony Arco, Michael Rosen, Alfredo Paixao; Francesco Fratini uno dei più promettenti trombettisti italiani e Takuya Kuroda trombettista e arrangiatore giapponese, classe 1980, che incide per la Blue Note e ha già al suo attivo cinque album sotto suo nome.

e.s.t. – “Live in Gothenburg” – ACT 9046 2
Ascoltando queste registrazioni effettuate live il 10 Ottobre del 2001 alla Concert Hall di Gothenburg si rinnova il rimpianto per aver perso troppo presto e in maniera davvero assurda un talento come Esbjörn Svensson qui accompagnato dai fidi partner Dan Berglund al basso e Magnus Ostrom alla batteria. Siamo negli anni in cui il trio sta consolidando il proprio essere gruppo omogeneo, compatto in grado di dire qualcosa di nuovo nel pur affollato panorama dei trii piano-basso-batteria. Ciò ovviamente per merito di tutti e tre i musicisti ma in modo particolare, del leader, il pianista Esbjörn Svensson affermatosi in brevissimo tempo come uno dei più fulgidi talenti del piano jazz a livello internazionale. In questo concerto, poi riportato sul doppio CD in oggetto, il trio rivisita alcuni dei brani contenuti nei due album già usciti in quel periodo, vale a dire “From Gagarin´s Point of View” del 1999 e “Good Morning Susie Soho” del 2000. E si è trattato di una performance davvero molto rilevante se lo stesso Svensson aveva più volte dichiarato di considerare questo concerto uno dei migliori della sua carriera. E come dargli torto? La musica è assolutamente ben costruita, ben arrangiata e altrettanto ben eseguita con i tre artisti che si ascoltano e interagiscono con immediatezza e pertinenza. Ascoltando in sequenza tutti e gli undici brani dei due CD è davvero difficile, se non impossibile, capire quando i tre improvvisano e quando seguono qualcosa di stabilito in precedenza. E non credo di esagerare affermando che dopo i mitici trii di Bill Evans, che hanno rivoluzionato il modo di concepire il combo piano-batteria-contrabbasso, questa di Svensson e compagni sia stato la formazione che più di altre è riuscita a dire qualcosa di nuovo e originale in materia.

Giovanni Falzone – “L’albero delle fate” – Parco della Musica
Il trombettista Giovanni Falzone, il pianista Enrico Zanisi, il contrabbassista Jacopo Ferrazza e il batterista Alessandro Rossi sono i protagonisti di questo album registrato nel febbraio del 2019 all’Auditorium Parco della Musica di Roma. La musica è di segno naturistico, se mi consentite l’espressione, in quanto Giovanni per comporla si è ispirato ai sentieri, ai grandi sassi, agli alberi, agli animali, ai colori, alle fonti d’acqua che vivificano il lago di Endine, in provincia di Bergamo, dove il trombettista ama trascorrere parte del suo tempo libero. Di qui nove brani che lo stesso Falzone definisce “cartoline sonore”; ma attenzione, quanto fin qui detto non tragga in inganno ché quella di Falzone resta una musica ben lontana dal New Age e viceversa ben ancorata alle grandi tradizioni del jazz. Così nel suo linguaggio è possibile riscontrare echi di Armstrong così come, per venire a tempi a noi più vicini, di Kenny Wheeler, di Enrico Rava (al quale in occasione dell’ottantesimo compleanno il 20 agosto scorso ha dedicato una intensa ballad), di Miles Davis (ma quale trombettista non è stato influenzato da Miles?). Quindi un jazz ora vigoroso (“Il mondo di Wendy”), ora più intimista (“Capelli d’argento”) ma sempre splendidamente suonato e arrangiato. Frutto evidente dell’intesa che si respira nel gruppo in cui tutti si esprimono al meglio delle rispettive possibilità.

Claudio Fasoli – “The Brooklyn Option” – abeat 206
Questo album è in realtà la riedizione di un CD pubblicato nel 2015; quindi, dal punto di vista del contenuto musicale, nessuna novità; cambia, invece, la copertina adesso rappresentata da una bella foto scattata dallo stesso Fasoli. Il sassofonista è reduce da una serie di brillanti riconoscimenti: nel 2018 ha vinto il Top Jazz come musicista dell’anno mentre nel 2017 il suo album “Selfie” sul mercato francese è stato votato dalla rivista “JazzMagazine” come “disco shock” del mese. In questa occasione è alla testa di un quintetto all stars comprendente Ralph Alessi alla tromba, Matt Mitchell al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e Nasheet Waits alla batteria. Fasoli è in forma smagliante sia come compositore sia come esecutore. In effetti tutti e tredici i brani contenuti nell’album sono da lui stesso firmati e ci mostrano un musicista maturo, assolutamente consapevole dei propri mezzi ed in grado di scrivere musica a tratti coinvolgente, sempre, comunque, interessante e ben lontana dal ‘già sentito’. Ovviamente almeno parte di queste positive valutazioni dipende anche dall’esecuzione: ebbene al riguardo occorre sottolineare come il gruppo funzioni a meraviglia, con un altissimo grado di interplay che consente ai musicisti di muoversi in assoluta libertà, certo che il compagno di strada saprà quasi percepire in anticipo le sue proposte e sarà quindi in grado di condurle alle finalità desiderate. Straordinario, al riguardo, il modo in cui tromba e sassofono dialogano e suonano anche all’unisono sul filo di un idem sentire non facilissimo da raggiungere. Ancora una volta Alessi si qualifica come una delle più belle e originali voci trombettistiche degli ultimi anni. E non c’è un solo momento nel disco che non si percepisca questa intesa, questa gioia di suonare assieme. Tali caratteristiche si colgono sin dall’inizio, vale a dire dai tre movimenti che compongono la suite “Brooklyn Bridge”, aperta da una esposizione del tema armonizzata dai fiati che lasciano quindi spazio alla sezione ritmica con Mitchell, Gress e Waits a dimostrare quanto sia meritata la fama raggiunta nel corso degli ultimi anni.

Luca Flores – “Innocence” – Auand 2 cd
Ascoltare un inedito di Luca Flores è sempre emozionante e non solo per le vicende umane legate alla prematura scomparsa dell’artista, quanto perché la sua musica è come una sorta di scrigno contenente delle perle rare e preziose. Ovviamente anche quest’ultimo doppio album non sfugge alla regola: sedici tracce inedite incise da Luca Flores tra il 1994 e il 1995 di grande livello. Ma prima di spendere qualche parola sul contenuto artistico di “Innocence” vorrei ringraziare, a nome di tutti gli appassionati di jazz, l’amico Luigi Bozzolan, anch’egli valente pianista, il quale da tempo si sta adoperando per illustrare al meglio il lavoro di Flores, Stefano Lugli, il sound engineer che aveva curato quelle registrazioni, e Michelle Bobko, che ne aveva conservate delle copie, per aver ritrovato questo materiale e averlo regalato all’ascolto di noi tutti. E un doveroso riconoscimento va anche al pianista Alessandro Galati che ha curato selezione e mastering dell’opera. Il titolo di questo doppio cd è quello che Luca aveva indicato al produttore Peppo Spagnoli della Splasc(H) per quello che sarebbe stato il suo nuovo lavoro, un disco dedicato alla sua infanzia in Mozambico e che prevedeva un organico allargato con violoncello, percussioni, vibrafono e armonica, nonché la voce di Miriam Makeba. Data la complessità del progetto, dai costi piuttosto elevati, si decise di pubblicare un piano solo (“For Those I Never Knew”, edito da Splasch Records), con l’aggiunta di nuove tracce registrate il 19 marzo 1995; il pianista sarebbe scomparso dieci giorni dopo cosicché l’album uscì postumo. Tornando a “Innocence” i due CD si differenziano per un particolare non secondario: il primo è dedicato a brani mai incisi mentre il secondo presenta versioni alternative di pezzi già registrati. Ovviamente ciò nulla toglie all’omogeneità delle registrazioni che ci restituiscono ancora una volta un musicista straordinario dal punto di vista sia tecnico sia interpretativo. Il suo pianismo è sempre lucido, fluido, mai teso a stupire l’ascoltatore ma sempre rivolto ad esprimere il proprio io, la propria anima. Di qui una capacità di scavare all’interno di ogni singolo brano che solo i grandi possiedono. Si ascolti al riguardo come sia riuscito a fondere in un unicum “Broken Wing” e “Lush Life” e come dimostri di saper padroneggiare diversi stili, dal bop di “Work” di Thelonious Monk e “Donna Lee” di Charlie Parker, allo swing di “Strictly Confidential” fino ad un pianismo di marca intimista in “Kaleidoscopic Beams” impreziosito da un unisono piano/voce prima e dopo il lungo assolo e “Silent Brother” che chiude degnamente il cd.

Jan Garbarek, The Hilliard Ensemble – “Remember me, my dear” – ECM New Series 2625
Ho conosciuto personalmente Jan Garbarek nel 1982 quando abitavo in Norvegia; in quella occasione l’ho trovato persona squisita, cortese, sensibile…oltre che straordinario musicista. E questa valutazione sull’artista nel corso degli anni non è mutata di una virgola…anzi. Quest’ultimo album mi conferma vieppiù nel considerare Jan Garbarek uno dei musicisti più originali, maturi, straordinari degli ultimi decenni. Ancora una volta accanto all’Hilliard Ensemble (questo è il quinto album da loro inciso nel corso degli ultimi ventisei anni), il sassofonista norvegese ci regala un’altra rara perla, una musica assolutamente inconsueta che affascina chi mantiene mente e cuore aperti. Qui non c’è più la distinzione tra generi: non si tratta di jazz, di musica classica, di folk, di musica religiosa ma di una straordinaria miscela di suoni, ricca di pathos, che ci trasporta in una dimensione trascendente l’attualità per instaurare un colloquio diretto con l’anima di chi ascolta. Ecco quindi un repertorio che abbraccia un lunghissimo arco di tempo, con quattordici brani di cui due firmati rispettivamente da Christ Komitas e Nikolai N. Kedrov autori a cavallo tra Otto e Novecento, cinque di autore anonimo, uno a testa per Guillaume le Rouge, maestro Pérotin, Hildegard von Bingen, Antoine Brumel tutti databili da 1098 al 1500,lo splendido “Most Holy Mother of God” di Arvo Pärt, più due composizioni originali dello stesso Garbarek. L’apertura è affidata a “Ov zarmanali” inno battista del religioso armeno Christ Komitas, interpretato da Garbarek in solitudine ed è questo il brano in cui si ascolta maggiormente il sax soprano del musicista norvegese, dal momento che negli altri pezzi a prevalere sono sostanzialmente le voci. Particolarmente degna di nota l’”Alleluia Nativitas” del Maestro Perotino. Un’ultima notazione: la registrazione, effettuata nella Chiesa della Collegiata dei SS.Pietro e Stefano di Bellinzona risale all’ottobre del 2014; come mai è stata pubblicata solo adesso?

Ghost Horse – “Trojan” – Auand 9090
Ecco la nuova formazione posta in essere sulle orme del precedente gruppo “Hobby Horse” dal sassofonista Dan Kinzelman con Filippo Vignato al trombone, Gabrio Baldacci alla chitarra baritona, Joe Rehmer al basso elettrico, Stefano Tamborrino alla batteria e Glauco Benedetti all’eufonio e alla tuba. Come si nota un organico piuttosto insolito così come insolita è la musica proposta. Una musica che trae spunti dal jazz, dal rock, dalla psichedelia cui si riferisce la frequente reiterazione di brevi frasi musicali che finiscono per ottenere un effetto in bilico tra l’onirico e l’ipnotico. Il tutto impreziosito da una intelligente ricerca sul suono, sulla timbrica e sulla dinamica particolarmente evidente nel brano di chiusura “Pyre” di Kinzelman (autore di cinque degli otto brani in repertorio) caratterizzato sul finire da quella reiterazione cui prima si faceva riferimento. Ma è l’intero album che si fa ascoltare con interesse dal primo all’ultimo minuto. Così, tanto per citare qualche altro titolo, la title track che apre l’album evidenzia la volontà del gruppo di non fermarsi su terreni particolarmente frequentati e di ricercare da un canto una propria specificità con frasi oblique, sghembe, tutt’altro che scontate, dall’altro una dimensione quasi orchestrale con un crescendo in cui tutti i componenti il sestetto hanno modo di mettersi in luce. In “Il bisonte” è in primo piano il sound così particolare della tuba utilizzata in un ruolo tutt’altro che coloristico. Convincente l’impianto narrativo di “Five Civilized Tribes” con in primo piano Gabrio Baldacci e Stefano Tamborrino autore del brano. Più legato a stilemi tradizionali, ma non per questo meno affascinante, “Hydraulic Empire” con un Vignato in grande spolvero mentre in “Dancing Rabbit” è in primo piano la sezione ritmica di Tamborrino e Rehmer. Per chiudere una menzione la merita anche la crepuscolare “Forest For The Trees” (di Kinzelman) in cui si avverte forse più che altrove quel fine lavoro di cesello cui si dedicano i fiati.

Rosario Giuliani – “Love in Translation” – VVJ 133
Una sezione ritmica tra le migliori del jazz non solo italiano (Dario Deidda basso e Roberto Gatto batteria; li si ascolti in “Hidden force of love”) e una front line costituita da due grandi performer quali Rosario Giuliani ai sax alto e soprano e Joe Locke al vibrafono: ecco in poche righe spiegati i motivi del perché questo album si percepisce con grande piacere. Come solo i grandi musicisti sanno fare, i brani si susseguono con scioltezza e si ha l’impressione che tutto sia facile anche quando, ascoltando più attentamente, si scopre che le cose non stanno proprio così. In effetti gli arrangiamenti sono tutt’altro che banali e il modo di interloquire vibrafono-sax è il frutto di un’intesa assai solida, cementificata da un ventennio di collaborazione che i due intendono festeggiare proprio con l’uscita di questo album. Il repertorio è quanto mai variegato passando da classici del jazz (“Duke Ellington’s Sound of Love” di Charles Mingus, o “Everything I Love” di Cole Porter”) a hit della musica pop quali “I Wish You Love”, versione inglese della celeberrima “Que reste-t-il de nos amours?” di Charles Trenet o quel “Can’t Help Falling In Love” di Peretti-Creatore-Weiss che inopinatamente troveremo anche nel CD di Oded Tzur di cui si parla più in basso; a questi si aggiungono alcuni original quali “Raise Heaven” dedicato da Joe Locke a Roy Hargrove e “Tamburo” di Rosario Giuliani per l’amico Marco Tamburini. Come prima sottolineato, tutti e dieci i brani in repertorio si ascoltano con molta piacevolezza, tuttavia mi ha particolarmente impressionato il dialogo di sax e vibrafono in “Can’t Help Falling In Love” e le modalità con cui il gruppo nella sua interezza ha approcciato un brano non facile come il mingusiano “Duke Ellington’s Sound of Love”.

Wolfgang Haffner – “Kind of Tango” – ACT 9899-2
Ad alcuni sembrerà forse strano che dei musicisti nordeuropei si interessino di tango, ma si tratta di una impressione totalmente errata. In effetti il Paese dove il tango è più frequentato, ascoltato, ballato – ovviamente al di fuori dell’Argentina – è un Paese del Nord Europa e precisamente la Finlandia. Chiarito questo equivoco, con questo album siamo in terra di Germania dove il batterista Wolfgang Haffner ha costituito un gruppo di stelle a livello internazionale per affrontare un repertorio piuttosto impegnativo dal momento che sotto l’insegna del tango si ascoltano sia brani di compositori celebri come Astor Piazzolla, Gerardo Matos Rodriguez sia original dei componenti il sestetto. Ecco quindi uno accanto all’altro il già citato Haffner, gli altri tedeschi Christopher Dell al vibrafono e Simon Oslender al piano, il francese Vincent Peirani all’accordion, gli svedesi Lars Danielsson al basso e cello e Ulf Wakenius alla chitarra, “rinforzati” dalla presenza in alcuni brani dei tedeschi Alma Naidu vocalist e Sebastian Studnitzky trombettista, dello svedese Lars Nilsson flicorno e del sassofonista statunitense Bill Evans. E c’è un altro equivoco da chiarire. In questo caso non si tratta della m era riproposizione delle atmosfere tipiche del tango, quanto di un’operazione un tantino più complessa e ben illustrata dallo stesso batterista quando afferma che per lui ascoltare e scrivere un tango non è una semplice traduzione in musica di ciò che ha sentito ma l’assorbire e l’adattare degli input ricevuti in un processo da cui può scaturire qualcosa di nuovo e contemporaneo. Ed in effetti ascoltando la riproposizione dei tanghi più celebri da tutti conosciuti quali “La Cumparista”, “Libertango” e “Chiquilin de Bachin” da un lato non c’è quel pathos che caratterizza le esecuzioni di un Astor Piazzolla, dall’altro si avverte la volontà di distaccarsi dai modelli originari per giungere su spiagge inesplorate. Tentativo riuscito? A mio avviso sì, ma ascoltate e giudicate.

Ayler’s Mood “Combat joy” e Pasquale Innarella “Go Dex”Quartet– aut records 051, 053
Due cd dedicati a due giganti del sax: il Trio Ayler’s Mood, costituito da Pasquale Innarella al sax, Danilo Gallo al basso elettrico e Ermanno Baron alla batteria sono i protagonisti di “Combat Joy”, dedicato ad Albert Ayler, e Pasquale Innarella e “Go Dex Quartet” dedicato a Dexter Gordon. Una sfida molto, molto difficile, quella con i mondi sonori di due grandi sassofonisti molto diversi tra di loro e quindi impossibili da ricondurre ad un unicum. Di qui l’intelligenza poetica – mi si passi il termine – di questi due gruppi e di Innarella che, come sassofonista, ben lungi dal voler imitare l’inimitabile, ha voluto con i suoi compagni di viaggio, piuttosto, rileggere le esperienze dei due grandi artisti. In particolare nel primo album, “Ayler’s Mood”, registrato live durante un concerto a “Jazz in Cantina”, zona Quarto Miglio, Roma, il 22 dicembre del 2018, Innarella (nell’occasione anche al sax soprano) coadiuvato da due eccellenti partner quali Danilo Gallo al basso e Ermanno Baron alla batteria, si rivolge all’universo di Albert Ayler (1936-1970) considerato a ben ragione uno dei massimi esponenti del free anni sessanta; lo stile del musicista di Cleveland era caratterizzato da un vibrato molto aggressivo e da un linguaggio che destrutturava gli elementi fondativi della musica, vale a dire melodia, armonia e timbro. Come affrontare quindi, tale musica senza ricorrere a sterile imitazioni? Lasciandosi andare ad una improvvisazione pura, estemporanea (come sottolineato nella presentazione dell’album) è stata la risposta di Innarella e compagni. Un flusso sonoro di circa un’ora che coinvolge l’ascoltatore in una sorta di viaggio senza meta, assolutamente coinvolgente. I tre suonano liberamente ma con estrema lucidità, in un quadro in cui nessuno ha la prevalenza sull’altro e in cui la musica di Ayler rivive in tutta la sua drammatica attualità con lacerti di free che si alternano con accenni di calypso o di R&B…senza trascurare alcune citazioni ben riconoscibili.
Nel secondo CD, “Go Dex”, Innarella è in quartetto con Paolo Cintio al piano, Leonardo De Rose al contrabbasso e Giampiero Silvestri alla batteria. In questo caso il discorso è completamente diverso e non potrebbe essere altrimenti dato che Dexter Gordon (1923-1990) è stato uno degli alfieri del bebop, un artista straordinario di recente ricordato in un bel volume della EDT di cui ci si occuperà quanto prima. Nell’album Innarella esegue sette composizioni di Dexter Gordon con l’aggiunta di un celeberrimo standard, “Misty” di Errol Garner. Ma è già nel termine “Go Dex” che si vuole omaggiare il sassofonista di Los Angeles dal momento che “Go” è il titolo che lo stesso Dexter volle dare ad un suo album registrato nell’agosto del 1962 con Sonny Clark piano, Butch Warren basso e Billy Higgins batteria. Ma Pasquale non si è fermato qui: Gordon ha scritto pochi brani e Innarella ha voluto, quindi, riproporne almeno una parte tenendosi però ben lontano da una pedissequa imitazione. Quindi non un linguaggio boppistico ma un jazz moderno, attuale, che non disdegna incursioni nel mondo del free. Ecco le prime battute dell’album eseguite secondo stilemi molto vicini al free accanto ad una convincente e canonica interpretazione di “Misty” con sonorità più legate alla tradizione; ecco “Soy Califa” dall’andamento funkeggiante, illuminato da uno splendido assolo di Paolo Cintio accanto al conclusivo “Sticky Wichet” che ci riconduce ad atmosfere molto accese… il tutto senza perdere di vista, in alcun momento, quelli che erano i principi ispiratori di Gordon e che ritroviamo intatti in questo pregevole album.

Keith Jarrett – “Munich 2016” – ECM 2667/68
Passano gli anni ma è sempre un’esperienza appagante ascoltare Keith Jarrett specie su disco (ché dal vivo alcune intemperanze sono francamente insopportabili). In questo doppio CD, registrato alla Philarmonic Hall di Berlino il 16 luglio del 2016, ultima sera di un tour europeo, Jarrett, in totale solitudine, ci presenta una suite in dodici parti dal titolo “Munich” totalmente improvvisata e tre bis, “Answer Me, My Love” (versione inglese della canzone tedesca del 1953, “Mütterlein”), “It’s A Lonesome Old Town” e “Somewhere Over The Rainbow”. Com’è facile immaginare, il Jarrett migliore lo si trova nella prima parte, e soprattutto nel primo movimento dove, in circa quindici minuti di musica magmatica e complessa, il pianista improvvisa liberamente mescolando gli input che oramai da tempo costituiscono gli ingredienti fondamentali della sua cifra stilistica, vale a dire jazz, blues, gospel, folk, musica colta. Ed è davvero un bel sentire: gli intricati percorsi disegnati da Jarrett confluiscono sempre laddove l’artista vuole arrivare, nonostante le spericolate armonizzazioni e la velocissima diteggiatura che alle volte non consentano all’ascoltatore, seppur attento, di immaginare il percorso immaginato dall’artista. E seppur meno intense anche i successivi momenti della suite mantengono davvero alto lo standard esecutivo ed improvvisativo di Jarrett. Leggermente diverso il discorso per i tre brani. Jarrett sembra essersi relativamente placato fino a regalarci una splendida versione del celeberrimo “Over The Rainbow” che da solo vale l’acquisto dell’album.

Lydian Sound Orchestra – “Mare 1519” – Parco della Musica Records
Oramai da tempo la Lydian Sound Orchestra viene a ben ragione considerata una delle migliori big band a livello internazionale e ciò per alcuni validi motivi; innanzitutto la bontà dell’organico che prevede artisti tutti di assoluto spessore quali i sassofonisti Robert Bonisolo, Rossano Emili e Mauro Negri anche al clarinetto, Gianluca Carollo alla tromba e flicorno, Roberto Rossi al trombone, Giovanni Hoffer al corno francese, Glauco Benedetti alla tuba, Paolo Birro al piano e al Fender Rhodes, Marc Abrams al basso e Mauro Beggio alla batteria, Riccardo Brazzale piano e direzione, Bruno Grotto electronics e Vivian Grillo voce. In secondo luogo il grande lavoro svolto da Riccardo Brazzale che è stato capace di mettere assieme una compagine di tutto rispetto e di scrivere per essa arrangiamenti coinvolgenti che non a caso sono stati interpretati dall’orchestra con estrema compattezza. A ciò si aggiunga una sempre lucida scelta del repertorio che anche questa volta è composto sia da composizioni originali del leader sia da composizioni di alcuni grandi della musica come Ellington, Monk, Shorter, Miles Davis, Paul Simon. In più questo album è una sorta di concept dal momento che, come spiegato nelle note, due numeri, 1 e 9, accompagnano nel corso dei secoli i viaggi e i viaggiatori, a partire dall’impresa di Magellano del 1519 ( considerata l’inizio dell’era moderna ) per finire al 2019 quando il mar Mediterraneo continua a raccontare di nascite e di morti; insomma questa volta Brazzale vuole prendere per mano l’ascoltatore e condurlo attraverso quel mar Mediterraneo, testimone delle più importanti vicende dell’umanità, per un viaggio che metaforicamente riproduce alcune fasi della storia del jazz. Di qui una musica immaginifica, travolgente a tratti, sempre improntata alla commistione di più elementi, dal jazz al folk alla musica classica, il tutto impreziosito da una originalità di linguaggio vivificata dal grande livello dei vari solisti cui prima si faceva riferimento.

Christian McBride – “The Movement Revisited” – Mack Avenue 1082
“The Movement Revisited: A Musical Portrait of Four Icons” è esplicitamente dedicato a quattro figure chiave del movimento per i diritti civili degli afro-americani: Rev. Dr. Martin Luther King Jr., Malcolm X, Rosa Parks e Muhammad Ali. In realtà questa monumentale opera ha una storia piuttosto complessa che ha origine nel 1998 quando, su commissione della Portland Arts Society, McBride scrisse una composizione per quartetto e coro gospel che rappresenta, per l’appunto, la prima versione di “The Movement Revisited”. Nel 2008 la L.A. Philharmonic chiese a McBride di farne una versione orchestrale e così “The Movement Revisited” diventò una suite in quattro parti per big band jazz, piccolo gruppo jazz, coro gospel e quattro narratori. In questa registrazione, effettuata nel 2013, è stato aggiunto un quinto movimento, “Apotheosis”, dedicato all’elezione di Barack Obama come primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Evidente, quindi, l’intento di Christian McBride (contrabbassista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, poeta, vincitore di due Grammy con “The Good Feeling” nel 2011 e “Bringin ‘It” nel 2017) di presentare un album che andasse ben al di là del fattore squisitamente musicale riallacciandosi direttamente alla lotta per una effettiva eguaglianza tra bianchi e neri, ancora ben lungi dall’essere raggiunta negli States. La suite è eseguita da una big band di 18 elementi, con coro gospel e narratori, questi ultimi nelle persone di Sonia Sanchez, Vondie Curtis-Hall, Dion Graham, e Wendell Pierce. E come accade alle volte, è impossibile scindere il mero valore artistico dal valore sociale, politico, culturale che questa musica veicola. Non a caso l’album ha ottenuto i più sinceri riconoscimenti da parte di accreditati critici statunitensi. In effetti ascoltando il CD è come se ci si muovesse in un contesto teatrale con i quattro attori che riportano stralci dei discorsi dei protagonisti e un sound che è una sorta di summa di tutta la musica nera, quindi jazz, soul, funk, gospel, spiritual…Insomma una musica che è allo stesso tempo un grido di dolore per quanto accaduto e un segno di speranza per un futuro che non può essere disgiunto dal passato in quanto, come nota lo stesso McBride, “ci sono oggi nuove battaglie che stiamo combattendo, ma sento che queste nuove battaglie cadono sotto l’ombrello di uguaglianza, equità e diritti umani – e questa è una vecchia battaglia». Particolarmente emozionante, al riguardo, riascoltare “I Have a Dream”, un discorso che credo tutti dovremmo, ancora oggi, apprezzare nei suoi profondi significati.

Dino e Franco Piana – “Open Spaces” – Alfa Music
Conosco Dino e Franco Piana oramai da tanti anni e mi ha sempre stupito la straordinaria intesa tra padre e figlio che ha portato questi due personaggi ad attraversare l’oceano del jazz con signorilità, competenza e pochi ma significativi album. In effetti i due (il primo nella veste di trombonista dalla classe eccelsa, il secondo nella quadruplice funzione di compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra e flicornista) entrano in sala di incisione solo quando sentono di avere qualcosa di nuovo da dire. Di qui gli ultimi tre album particolarmente significativi, tutti registrati per l’Alfa Music, “Seven” (2012), “Seasons” (2015), e adesso questo “Open Spaces” il cui organico è sostanzialmente lo stesso dell’album precedente cui si aggiungono i cinque archi della Bim Orchestra. Quindi, oltre a Dino e Franco Piana, si possono ascoltare Fabrizio Bosso alla tromba, Max Ionata al sax tenore, Ferruccio Corsi al sax alto, Lorenzo Corsi al flauto, Enrico Pieranunzi al piano, Giuseppe Bassi al basso e Roberto Gatto alla batteria. In repertorio due suite, “Open Spaces” e “Sketch of Colours”, articolate la prima su una Introduzione e tre Variazioni, la seconda su una Introduzione e due Movimenti, ed in più altri tre brani “Dreaming”, “Sunshine” e “Blue Blues”, tutti composti e arrangiati da Franco Piana eccezion fatta per “Sketch of Colours” scritto da Franco Piana e Lorenzo Corsi. L’album è davvero di assoluto livello e per più di un motivo. Innanzitutto la scrittura di Franco che, accoppiata ad una evidente bravura nell’arrangiamento, riesce a ricreare una sonorità caratterizzata da timbri e colori assolutamente originali, rimanendo fedele ad un linguaggio prettamente jazzistico. In secondo luogo l’affiatamento dell’orchestra che pur essendo composta da grandi personalità ha trovato una sua cifra di coesione che l’accompagna in tutte le esecuzioni. In terzo luogo la caratura dei vari assolo che vedono protagonisti tutti i componenti della band. A questo punto non resta che auguravi buon ascolto!

Stefania Tallini – “Uneven” – Alfa Music 226
Ebbene lo confesso: sono un grande amico di Stefania Tallini che ammiro non solo come pianista e compositrice ma anche come persona gentile, equilibrata, mai sopra le righe e soprattutto affettuosa, che si è sempre mantenuta con i piedi per terra nonostante gli innumerevoli successi a livello internazionale. Ecco, questo album inciso in trio con Matteo Bortone valente contrabbassista che ha suonato tra gli altri con Kurt Rosenwinkel, Ben Wendel, Tigran Hamasyan, Ralph Alessi, e Gregory Hutchinson statunitense a ben ragione considerato uno dei migliori batteristi di questi ultimi anni, è probabilmente uno degli album più significativi registrati dalla pianista. La filosofia dell’album è racchiusa nello stesso titolo, “Uneven” ovvero “Irregolare”: in effetti, spiega la stessa Tallini, “questa parola inglese è l’espressione di qualcosa di inatteso, di inaspettato, che rimanda ad un carattere di imprevedibilità, appunto, che è proprio ciò che amo nella musica e nella vita.” E per esplicitare al meglio queste sue posizioni, Stefania ha voluto fortemente accanto a sé i due musicisti cui prima si faceva riferimento. I risultati le danno ragione. L’album è convincente in ogni suo aspetto: intelligente la scelta del repertorio che accanto a dieci composizioni originali della pianista annovera “Inùtìl Paisagem” di Antonio Carlos Jobim e lo standard “The Nearness of You” di Hoagy Carmichael eseguito in solo; assolutamente ben strutturata la scrittura in cui ricerca della linea melodica e armonizzazione si equilibrano in un linguaggio che non consente espliciti punti di riferimento. Tra i vari brani una menzione particolare, a mio avviso, per il brano di Jobim proposto con grande partecipazione e delicatezza, impreziosito anche dagli assolo dei compagni di viaggio, e l’original “Triotango” che ben cattura l’essenza di questo genere musicale.

Oded Tzur – “Here Be Dragons” – ECM 2676
Questo “Here Be Dragons” è l’album d’esordio in casa ECM per il sassofonista israeliano, ma da tempo residente a New York, Oded Tzur. Accanto a lui Nitai Hershkovits al pianoforte, Petros Klampanis al contrabbasso e Johnathan Blake alla batteria, quindi una piccola internazionale del jazz dal momento che se Hershkovits è anch’egli israeliano, il bassista è greco di Zakynthos‎ e il batterista statunitense di Filadelfia. Registrato nel giugno del 2019 presso l’Auditorio Stelio Molo in Lugano, l’album presenta in repertorio otto brani di cui ben sette scritti dallo stesso sassofonista cui si aggiunge “Can’t Help Falling In Love” di Peretti-Creatore-Weiss, portato al successo nientemeno che da Elvis Presley. Fatte queste premesse, anche per inquadrare il personaggio ancora non molto noto presso il pubblico italiano, occorre sottolineare la valenza della musica proposta. Una musica che sottende una particolare bravura di Tzur sia nell’esecuzione sia ancora – e forse di più – nella scrittura, sempre fluida, facile da assorbire seppure non banale e soprattutto frutto di una straordinaria capacità di introiettare input provenienti da mondi i più diversi. In effetti egli, israeliano di nascita, ha dedicato molta parte del suo tempo a studiare la musica classica indiana considerata, come egli stesso afferma, “un laboratorio di suoni”. Ecco quindi stagliarsi in modo del tutto originale il suono del suo sassofono chiaramente influenzato dagli studi con il maestro di bansuri (flauto traverso tipico della musica classica indiana) Hariprasad Chaurasia, iniziati nel 2007. Ed è proprio la particolarità del sound che a mio avviso caratterizza tutto l’album, con i quattro musicisti che si intendono a meraviglia pronti a supportarsi in qualsivoglia momento. I brani sono tutti ben scritti e arrangiati con una prevalenza, per quanto mi riguarda, per “20 Years” la cui linea melodica viene splendidamente disegnata da Hershkovits altrettanto splendidamente sostenuto da Blake il cui lavoro alle spazzole andrebbe fatto studiare ai giovani batteristi.

Kadri Voorand – In duo with Mihkel Mälgand – ACT 9739-2
Ecco un album che sicuramente susciterà l’interesse e la curiosità degli appassionati italiani: protagonisti due artisti estoni, la cantante, pianista e compositrice Kadri Voorand e il bassista Mihkel Mälgand. Kadri da piccola cantava nel gruppo di musica popolare di sua madre, avvicinandosi successivamente al pianoforte classico e quindi al jazz nelle accademie di Tallinn e Stoccolma.  Oggi viene considerata una stella nel proprio Paese grazie ad uno stile versatile che le consente di mescolare jazz contemporaneo, folk estone, rhythm & blues e ritmi latino-americani. Non a caso nel 2017 è stata insignita del premio musicale estone per la miglior artista ed è stata premiata per il miglior album jazz dell’anno (“Armupurjus”). Mihkel Mälgand è uno dei bassisti estoni di maggior successo, avendo lavorato, tra gli altri, con musicisti come Nils Landgren, Dave Liebman e Randy Brecker. In questo album si presentano nella rischiosa formula del duo con la vocalist che suona anche kalimba e violino mentre Mihkel si cimenta anche con bass guitar, bass drum, cello e percussioni. In un brano ai due si aggiunge come special guest Noep. In repertorio 12 brani scritti in massima parte dalla Voorand e cantati in inglese eccezion fatta per due nella sua lingua madre (due splendide song tratte dal patrimonio folcloristico estone). L’album è notevole ed è stato apprezzato anche al di fuori dell’Estonia: Europe Jazz Network, la rete europea di operatori del settore jazz, che stila la Europe Jazz Media Chart, una selezione mensile dei migliori titoli usciti curata da un pool di giornalisti specializzati, ha incluso “Kadri Voorand – In duo with Mihkel Mälgand” tra le migliori registrazioni del marzo 2020. La musica scorre fluida ed evidenzia appieno la valenza dei due musicisti che si muovono con maestria ben supportati da un tappeto intessuto dagli effetti elettronici padroneggiati con misura ed euqilibrio. La voce della Voorand è fresca, e affronta il difficile repertorio con disinvoltura non scevro da una certa dose di ironia. Dal canto suo Mälgand non si limita ad accompagnare la vocalist ma ci mette del suo prendendo spesso in mano il pallino dell’esecuzione sempre con pertinenza.

Peppo Spagnoli, ovvero la storia in dischi del jazz italiano

Dopo McCoy Tyner eccomi a commemorare un altro grande del jazz scomparso in questi giorni: Peppo Spagnoli era nato ad Arcisate, in provincia di Varese, il 4 dicembre 1934. Il mondo della musica lo conosceva come un grande appassionato di jazz, ma Peppo nel corso della sua vita ha sempre coltivato altre due grandi passioni, la pittura e la buona cucina.

La sua creatura, la casa discografica Splasc(H) (acronimo di “Società promozione locale arte spettacolo e cultura” completato con l’acca tra parentesi per ottenere, appunto, Splasc(H) nacque nel 1982. In realtà si trattava di una cooperativa che avrebbe dovuto intervenire nel sociale per mezzo di scambi culturali tra le città e la provincia, soprattutto, attraverso gli spettacoli. Senonché l’aver nominato Peppo Spagnoli, da sempre appassionato di jazz, come presidente della cooperativa, fece sì che l’interesse si spostasse immediatamente verso la musica. Nacque così il n.1 del catalogo Splasc(H), il disco di Gianni Basso “Lunet” con Klaus Koenig (p) Isla Ecjinger (b) Peter Schidlin (dr). Da allora è stato un continuo di uscite discografiche (superato il numero di 900) guidate da un intento ben chiaro: dare spazio a quel jazz italiano che già evidenziava segni di grande maturità ma che ancora non trovava sufficiente spazio nella discografia italiana e tanto meno in quella internazionale.

Oggi il disco ha perso gran parte dell’importanza avuta in passato; se ne producono molti ma se ne vendono davvero pochi per cui il CD assolve la funzione più che altro del biglietto da visita con cui il musicista si presenta ai critici e agli appassionati. “Oggi manca tutto, la cultura, l’interesse” affermava lo stesso Spagnoli parlando della crisi del disco, determinata anche da internet e dalla connessa possibilità di scaricare i brani.  Ma negli anni ’80 la situazione era completamente diversa: il disco serviva a veicolare lo stato di salute non solo del jazz come movimento ma anche del singolo artista. Non dimentichiamo che all’epoca un disco ben fatto, ben riuscito, contribuiva in maniera decisiva a decretare il successo di un artista. Di qui la necessità, per un produttore discografico, di avere l’occhio lungo, di saper percepire in anticipo la valenza di un musicista. E non v’è dubbio alcuno che tali capacità Peppo Spagnoli le aveva: basti ricordare che nel 1984 la Splasc(H) pubblicò il primo disco a nome di Paolo Fresu – “Ostinato” – con Roberto Cipelli, Tino Tracanna, Attilio Zanchi e Ettore Fioravanti.

Ma gli artisti giovani valorizzati da Peppo sono stati davvero molti: tanto per fare qualche nome Arrigo Cappelletti, Giuseppe Emmanuele e Luca Flores, artista al quale era rimasto particolarmente legato: “Lo ricordo con grande affetto – ha dichiarato Peppo nel corso di un’intervista – Ero rimasto molto colpito dalla sua arte e dal suo modo di suonare. In lui non vi era solo tecnica, ma anche emozione. In qualche modo, con la sua produzione artistica, è rimasto legato a me.”

Peppo era davvero instancabile tanto che la sua etichetta, in brevissimo tempo, riuscì a superare il numero dei 100 album pubblicati, divenendo sostanzialmente lo specchio più esaustivo del jazz italiano. Egli seguiva le sue creature in maniera quasi maniacale: oltre a occuparsi della registrazione e della produzione, grazie al suo grande talento pittorico, dipingeva le copertine dei vari album, che alla fine sono risultati dei veri e propri pezzi unici dedicati al jazz nostrano.

E quanto i musicisti italiani siano grati a questo straordinario personaggio è testimoniato dalle dichiarazioni rilasciate in queste ore. Così Paolo Fresu riconosce che “se oggi la nostra musica è ricca è anche per merito suo che l’ha catalogata permettendoci di raccontarla al mondo intero”

Accorate e commosse le parole di Roberto Ottaviano: “Mi mancherà molto la sua presenza ma soprattutto mancherà molto il suo slancio autentico e sincero, il suo mecenatismo a tutto il Jazz Italiano, quello blasonato e non, che a lui deve molto”.

Poche ma sentite parole da Tiziana Ghiglioni: “Grazie Peppo Spagnoli! Hai fatto tanto per il jazz italiano! Un grande amico!”.

E questa rassegna dei ricordi da parte dei musicisti potrebbe continuare ancora a lungo ma l’importante è sottolineare come la sensazione generalizzata sia quella della scomparsa di una figura fondamentale per lo sviluppo del jazz italiano.

Ma l’entusiasmo per la buona musica spinse Peppo anche al di fuori dei confini nazionali, creando la “World Series” con lavori di Anthony Braxton, Dave Douglas, Tim Berne, Henry Texier, David S. Ware e tanti altri. Non è, quindi, un caso se numerosi album della Splasc(H) figurano nella “Penguin Guide to Jazz”.

Personalmente ho conosciuto Peppo nei primissimi anni ’80, quando la Splasc(H) muoveva i primi passi e ho subito avuto l’impressione di trovarmi dinnanzi ad un grande, grande appassionato di jazz che coniugava questo amore con una profonda conoscenza dell’universo jazzistico soprattutto nazionale. “Carattere particolare dell’etichetta – affermava Spagnoli – è quello di offrire una musica fresca, nuova, sempre in divenire. Direi alla pari con le espressioni e le manifestazioni che caratterizzano questa musica in tutto il mondo”.

Quando usciva un disco che Spagnoli riteneva particolarmente importante, ci scappava una telefonata ma non tanto per sentire il mio parere quanto per illustrarmi i motivi che l’avevano spinto a produrre quel disco, a spiegare il perché aveva privilegiato quel musicista rispetto ad altri. Ed era una sorta di vulcano in perenne eruzione, sempre spinto sia da un incontenibile entusiasmo, sia dalla voglia di scoprire nuovi talenti. Ogni tanto ci si vedeva di persona ed erano interminabili chiacchierate, naturalmente incentrate sullo stato di salute del jazz italiano. Alle volte non ci trovavamo d’accordo su alcune valutazioni, ma Peppo mai perdeva la sua carica di buonumore e così, con il solito sigaro in bocca, mi diceva “vedrai che tra poco mi darai ragione”. E spesso non sbagliava.

Insomma un vero e proprio personaggio carismatico, capace di dare davvero una svolta decisiva alla crescita del jazz nazionale.

E consentitemi di chiudere indirizzando alla moglie Enrica e alla sua famiglia un pensiero affettuoso da parte di tutto lo staff di “A proposito di Jazz”.

Gerlando Gatto

Dodo Versino: “la realizzazione del progetto è nel suo esistere, non nella sua diffusione”

Vorrei immediatamente sgombrare il campo da un possibile equivoco di fondo: mi interesso di questa esperienza musicale perché vi è coinvolto mio figlio? Assolutamente no in quanto il “piccolo” Gatto ha già al suo attivo anche prestigiose incisioni, con un altro celebrato coro, di cui mai ho parlato in questa sede. Allora ne tratto perché si tratta di un nuovo strepitoso gruppo di jazz? Sbagliato anche questo.

Come ben sapete “A proposito di jazz” si occupa di jazz… ma non solo. Essendo assolutamente indipendente, il sito tratta anche altre forme musicali purché, ovviamente, di un certo livello artistico.

Ebbene “Il coro che non c’è”, di cui vi parlo oggi, questo livello artistico a mio avviso l’ha già raggiunto imponendosi come una delle realtà più belle e innovative del panorama musicale romano. Nato dall’aggregazione di un centinaio di giovani dai 14 ai 22 anni, provenienti da vari licei romani (Albertelli, De Sanctis, Keplero e Visconti), nel giro di pochissimo tempo il coro, che canta a cappella sotto la direzione del maestro Dodo Versino, ha ottenuto risultati strabilianti: i video su Youtube sono diventati virali, a “Tú sí que vales” ha intonato un medley dei Queen che ha impressionato sia i 4 giudici sia il pubblico (e l’esclusione dalla finale si spiega forse con la difficoltà di gestire burocraticamente un coro con moltissimi minorenni), ha cantato al MIUR, nel dicembre 2019 è stato invitato al Quirinale per una sorpresa al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si è esibito in due occasioni nella prestigiosa cornice dell’Auditorium (una prima volta nel corso della serata “1 x Tutti”,  in favore dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù e successivamente ha preso parte al VokalFest 2020, il festival della voce e della musica vocale, insieme ad altre sei formazioni provenienti da tutta Italia). Di recente ha registrato un video caricato su Youtube, quale testimonial di un’iniziativa che ha lo scopo di promuovere il Numero verde contro il fumo dell’ISS 800 55 40 88 quale strumento di supporto per superare la dipendenza, attraverso una comunicazione «smart» e «giovane per i giovani». Il video, girato e ambientato a scuola, presso il liceo Cavour di Roma, con la regia di Marco Signoretti e la direzione artistica di Dodo Versino, contiene la canzone “Stop what you’re doing”, composta da Gabriele D’Angelo e Massimo Fava e invita alla presa di coscienza e al cambiamento, individuale e collettivo.

Insomma un successo davvero incredibile che non era certo possibile prevedere e che non a caso ha suscitato l’interesse dei più importanti quotidiani nazionali.

Ma quali i perché di simile affermazione? A queste ed altre domande risponde direttamente il direttore del coro, il vulcanico Dodo Versino, egli stesso profondo conoscitore e amante del canto corale.

-Cominciamo dal nome. Perché “Il coro che non c’è”?

“Mi piaceva l’idea di creare un gruppo di fantasia, un gruppo che non esiste, un gruppo che – come dice la nostra presentazione – non ha una fissa dimora, non ha una sede, non ha un repertorio fisso, non ha un organico fisso, non ha una divisa, non ha un logo e quindi mi piaceva il legame con questo spazio immaginario al cui interno dei ragazzi ‘persi’ nella loro passione per il canto, trovassero un’occasione per ritrovarsi e cantare insieme. Quando i ragazzi si ritrovano assieme, ad esempio in attesa di effettuare una registrazione televisiva, spontaneamente un gruppo si raduna e comincia a cantare… poi si aggiungono gli altri e il coro si compone. Ciò che di questa realtà mi piace particolarmente è il fatto che la stessa è partita da una loro iniziativa più che mia. Così gli uni hanno cominciato a frequentare le prove degli altri, a conoscersi tra di loro, al “Festival di Primavera” di Montecatini così come in altre occasioni. E’ chiaro che in una certa misura io li ho spinti a conoscersi a frequentarsi, ma ripeto, il tutto è nato dalla loro disponibilità per cui ad esempio io mi ritrovo alle prove di un liceo e sono arrivati sette, otto da un altro liceo per venire a conoscere altri ragazzi che hanno questa stessa passione. Così hanno cominciato a conoscersi, a frequentarsi, a vivere insieme al di fuori delle prove raggiungendo quell’amalgama che si può apprezzare nelle loro performance. Ecco, per rispondere compiutamente alla sua domanda, mi sembrava giusto dare al coro un nome che in qualche modo rispondesse a questa bella fantasia”.

Se non sbaglio attualmente i ragazzi sono 102. Ma ciò significa che il numero può aumentare, diminuire…?

“In realtà i ragazzi attivi sono un’ottantina. Su WhatsApp siamo un centinaio ma ci sono molti ragazzi che non vengono alle prove o che si fanno vedere solo saltuariamente. A “Tú sí que vales” eravamo 102 perché abbiamo coinvolto dei ragazzi che ancora non fanno parte del “Coro che non c’è” ma che avendo preso parte del video dei Queen provenendo dai cori dei licei, abbiamo pensato che era giusto coinvolgerli anche in questa impresa. Ovviamente quella che ci spinge è una logica inclusiva ma abbiamo pensato che sarebbe opportuno includere nel coro quei ragazzi da un canto particolarmente motivati e dall’altro effettivamente in grado di cantare bene. All’inizio abbiamo preso un po’ tutti coloro che mostravano un certo entusiasmo e che provenivano o dai diversi cori dei licei in cui io insegno o da altre scuole in cui ho insegnato nel passato più o meno recente. Oggi un minimo di selezione c’è: per entrare, come già detto, devi essere motivato, devi essere intonato e devi conoscere il repertorio che presentiamo. Adesso che stiamo crescendo abbiamo istituito una sorta di laboratorio in cui entra chi vuole far parte del coro, passa un periodo di apprendistato, se vuole di studio, e quindi entra da titolare nel coro una volta che conoscerà bene i brani in repertorio”.

-A proposito: come scegliete il repertorio?

“Il repertorio pesca prevalentemente dal pop, dalla musica popolare italiana e internazionale, qualche elemento dai gospel e dagli spiritual. Anche in questo caso il tutto è frutto di una collaborazione: in parte sono io che propongo sulla base delle mie preferenze e del mio universo musicale, dall’altro sono i ragazzi che mi sottopongono dei brani a loro particolarmente cari come è capitato per il fortunato medley dei Queen. Ci tengo a sottolineare che una volta scelto il brano noi lo arrangiamo insieme; ovviamente non tutti ma in venticinque, trenta; io durante l’estate lancio il messaggio “chi vuole venire ad arrangiare questo brano?”; di solito mi rispondono circa venti ragazzi e così ci riuniamo e procediamo a studiare e arrangiare il brano, operazione, le assicuro, tutt’altro che banale. Ovviamente “l’azionista di maggioranza” dell’arrangiamento rimango io, perché sono l’unico a possedere alcune competenze specifiche (relative ad esempio all’articolazione delle sezioni, gli intervalli necessari ecc.) che ne rendono possibile la realizzazione. Noi arrangiamo incidendo direttamente sul multi traccia e questo ci consente alla fine di verificare se i nostri sforzi sono approdati a qualcosa di positivo o no. Quest’estate ad esempio abbiamo lavorato su diversi brani, tra cui “Ex’s & Oh’s” di Elle King, brano contemporaneo proposto al gruppo appunto da una nostra corista”.

-Come lei stesso ha avuto occasione di dichiarare in altre interviste, nel coro ci sono elementi assai differenziati, c’è chi sa solo cantare ma senza alcuna esperienza, c’è chi ha l’orecchio assoluto e c’è chi può vantare esperienze corali di diversi anni. Come riesce a fondere queste competenze così diversificate? In particolare che ruolo rivestono i ragazzi più preparati rispetto a quelli meno esperti?

“I ragazzi più preparati sono preziosi perché servono da supporto, da sostegno, da buon esempio ai meno preparati. Io stesso quando sono entrato in un coro tanti anni fa ero accanto a due bassi bravissimi e seguendo loro soprattutto attraverso le registrazioni (li registravo proprio con un ingombrante registratore a nastro che trascinavo con me a ogni prova) ho imparato molto. Quindi tornando al “Coro che non c’è” i più bravi, i più preparati non solo supportano l’ensemble ma aiutano a crescere tutti gli altri. Questi ultimi, dal canto loro, devono prepararsi più che bene, devono impegnarsi il doppio per raggiungere il livello richiesto e se non lo fanno glielo facciamo notare. Arrivare alle prove preparati, dopo aver studiato le partiture è particolarmente importante. Comunque ci tengo a precisare che nel corso della mia vita ho visto dei ragazzi all’inizio non particolarmente capaci che grazie allo studio, alla passione e alla partecipazione sono negli anni letteralmente sbocciati e diventare degli ottimi cantori e questa, mi creda, è una grandissima soddisfazione: io ho visto trascinati diventare trascinatori”.

-Quando vi è capitato di esibirvi live, che tipo di reazione avete registrato da parte del pubblico?

“Di solito reagisce molto bene sia perché facciamo cose note e/o molto efficaci, così non è un caso che sia il medley dei “Queen” sia “Carezze” di Marco Maiero (musicista, direttore di coro e compositore friulano, ndr) stiano nella stessa scaletta perché entrambi hanno un impatto, un’efficacia per cui sono in grado di dire qualcosa, di dare un’emozione al pubblico. Con ciò intendo dire che non è tanto importante presentare la hit, importante è che quello che fai abbia un suo messaggio e che i ragazzi in primis lo sentano come un proprio messaggio. Se noi prendiamo il brano più bello mai scritto nella storia della musica, ma per qualche motivo a loro non piace o non li convince perché ad esempio non sono soddisfatti dell’arrangiamento, è molto probabile che quel brano non abbia la stessa efficacia. I ragazzi sono i primi ad adorare (quasi sempre) i brani che cantiamo”.

-Lei poco fa ha parlato di messaggio; quale messaggio?

“Il messaggio che diamo con il coro è che si può fare bene, che si può fare qualcosa di bello con un folto gruppo di persone, anche molto eterogenee: tra un quattordicenne e un ventenne, tra uno che è cresciuto in centro ed un altro che ha sempre abitato in periferia qualche differenza forse c’è, eppure il canto riesce ad unirli e a renderli amici e compagni, sgretolando così buona parte di quelle sterili barriere culturali di cui siamo spesso ottusamente circondati. Il messaggio è quindi: guardate quanto ci piace farvi sentire questa cosa che a noi piace tanto, e piace farla insieme, quindi ascoltateci, speriamo di riuscire a trasmettervi la bellezza della musica e di quanto la musica stessa possa essere fattore unificante”.

-Quindi si può dire un messaggio di coinvolgimento…

“Assolutamente sì, perché siamo noi i primi ad essere coinvolti, artisticamente ed emotivamente. E la presenza del pubblico è importante ma non indispensabile… nel senso che quando i ragazzi si incontrano e cominciano a cantare a loro poco importa se ci sono i parenti, i bidelli della scuola, i prof. o chicchessia, l’importante è cantare assieme e ciò crea aggregazione. Mi creda è davvero bello assistere a questi incontri”.

-Siete arrivati al successo inaspettato in pochissimo tempo. Cosa vi aspettate adesso?

“L’idea con cui siamo partiti era e rimane ostinatamente amatoriale. E’ ovvio che se ci invitano a fare un tour mondiale di duecento date in due anni noi siamo ben felici…”

-Data la consistenza numerica del coro mi pare un po’ difficile…

“Certo, naturalmente ciò non accadrà ma in cuor nostro noi rivendichiamo la nostra amatorialità e la nostra imperfezione; non siamo il coro migliore del mondo né crediamo di esserlo, e dunque tutto ciò che viene è buono. Non ci aspettiamo alcunché in particolare; devo dire che ci ha stupiti molto questo successo così repentino, non ci aspettavamo che da quel video girato in due ore – perché il  “Queencubo” è stato effettivamente girato in due ore – scaturisse tutto quel che è successo; sì per arrangiarlo ci son voluti sei mesi e altrettanti per impararlo ma rimane pur sempre una sorta di saggio di fine anno fatto nelle scuole. Da lì sono nate un sacco di cose e ci ha fatto molto piacere. Comunque la realizzazione del progetto non è nella sua diffusione ma nel suo esistere in quanto progetto. Se poi staremo un anno, vedendoci una volta al mese per poi fare un concerto per strada al Pantheon, va bene lo stesso”.

-Questa carica di entusiasmo che io stesso ho potuto notare nei ragazzi, da cosa viene?

“Da tanti elementi primo fra tutti l’evidente potere aggregante e trascinante della musica…ma questo è ben noto. Poi che io sia, come dicono, una sorta di pifferaio magico potrà anche essere vero ma deriva dal fatto che in primis mi piace molto la musica corale per cui ci tengo davvero tanto a questa iniziativa. Quindi se questa mia passione trova terreno fertile in tanti ragazzi che sono o diventano anch’essi appassionati di questo genere, di questa musica, allora ne sono davvero felice e non lesino alcuno sforzo. Comunque, mi creda, io sono davvero felice quando mi accorgo che non servo più: quando vedo che i ragazzi si assembrano e cominciano a cantare senza che io li diriga questa per me è la più grande soddisfazione”.

Gerlando Gatto

Storie di jazz e d’amore con il Jim Rotondi 5et e la cantina Villa Russiz, nel secondo appuntamento di Jazz&Wine Experience Trieste

Sorprendente per diversi aspetti il secondo concerto della rassegna Jazz&Wine Experience, con il quintetto del trombettista statunitense Jim Rotondi, svoltosi domenica 16 febbraio all’Hotel Double Tree by Hilton di Trieste, città che figura sempre ai primi posti nel mondo tra le tendenze e le preferenze di viaggio, e questa location da sogno sta diventando in brevissimo tempo un punto di riferimento dell’hôtellerie stellata tergestina, con tutte le potenzialità per candidarsi ad essere anche un rilevante hub culturale, grazie all’offerta di proposte, specialmente musicali.

In questo luogo, dall’appeal indiscutibile, Michela Parolin, direttore artistico di Jazz&Wine Experience, ha scelto di portare il trittico di concerti itineranti (le altre location sono l’Hotel Bauer di Venezia e il Camera Jazz Club di Bologna). L’idea vincente sta nell’accostamento di eccellenze, ovvero concerti di musica jazz di alta qualità e  rinomate aziende vinicole, facendo uscire queste ultime dalle rispettive cantine ed innestando il tutto in ambienti di grande pregio, con una visione sistemica di marketing valoriale del territorio.

Non vi nascondo che ho provato una forte emozione, in apertura di concerto, ascoltando le parole di Giulio Gregoretti, direttore generale della fondazione Villa Russiz. Il mio viaggio in un inconsueto cosmo noetico inizia degustando un Sauvignon Cru De La Tour, frutto della vendemmia manuale di vigneti selezionati che dimorano nella parte più alta e rivolta a nord-est di una collina, dove le piante ricevono e assorbono il primo lucore dell’alba; poi, assecondando la rotazione del sole, rimangono a meditare nell’ombra per il resto della giornata. Lo sorseggio piano, reincontrando sul palato ciò che il mio olfatto aveva percepito.

Tuttavia, lo stupore più profondo si manifesta quando Giulio inizia la sua narrazione sull’origine della cantina, generata dalla storia d’amore tra Elvine Ritter de Zahony e il conte Theodor Karl Leopold Anton de la Tour Voivrè, che proviene da un’antica e nobile famiglia francese. Gli sposi ricevono in dote dal padre di Elvine le terre di Russiz, 100 ettari nel Collio Goriziano, un terroir prezioso per la coltivazione dei vigneti.

Siamo nel 1868 e qualche anno dopo il conte, esperto viticoltore, importa in modo rocambolesco le barbatelle dalla Francia. Come? Accuratamente nascoste in grandi bouquet floreali da regalare alla sua amata sposa. I due coniugi riescono a fondere mirabilmente le rispettive competenze e inclinazioni a Villa Russiz: l’uno rivoluzionando le tecniche di coltivazione e contribuendo a fare del Collio la zona di alta eccellenza vinicola che è attualmente e l’altra seguendo la sua vocazione filantropica avviando, a partire dal 1872, un ente assistenziale per l’infanzia abbandonata a Gorizia, un progetto di accoglienza a Trieste e una struttura di assistenza per bambini bisognosi e per anziani alcolizzati a Treffen, In Austria. Un modello d’impresa etica ante litteram.

Purtroppo, la Grande Guerra blocca le encomiabili attività della Contessa e Villa Russiz diviene, per volere del Generale Cadorna, un ospedale militare nel quale presta la sua opera la crocerossina (poi decorata al valore militare) e nobildonna piemontese Adele Cerruti. Nel 1919 Adele, figlia di un Ministro del Regno d’Italia, sfrutta a fin di bene la sua posizione per riportare alla destinazione originale la struttura creata da Elvine, che diventa quindi un istituto per orfane di guerra. Attualmente, l’anima etica di Villa Russiz esprime la sua vocazione all’accoglienza per i minori in difficoltà (in questo momento 12) nella Casa Elvine, spirito guida di questo importante e caritatevole percorso umanitario.

Ma… “Now’s the Time” (cfr Charlie Parker) di parlare di jazz! Jim Rotondi, trombettista americano di fama mondiale, fa dichiaratamente parte della schiera di musicisti “folgorati sulla via del jazz” ascoltando Clifford Brown, gran maestro dell’Hard bop, nonostante sia morto in giovane età.

Il suo percorso artistico l’ha portato ad esibirsi con il gotha del jazz, finanche con il mitico Ray Charles e con Lionel Hampton. E scusate se è poco… Nel mini tour italiano è accompagnato da Andy Watson, batterista newyorchese, componente stabile del Jim Hall Trio, che figura spesso tra i top 10 di varie riviste specializzate di tutto il mondo, e dagli italiani ma dal respiro internazionale Renato Chicco al pianoforte, Aldo Zunino al contrabbasso e Piero Odorici al sax.

Si parte con una composizione originale di Rotondi: “Blues For BC”. Il titolo è una dedica alla provincia canadese della British Columbia. Tromba e sax dialogano a colpi di riff e il raffinato pianismo di Chicco si palesa immediatamente con un bellissimo assolo elegantemente stilizzato da un tocco cristallino e da una notevole varietà nelle coloriture e nella dinamica.

L’esecuzione di “Martha’sPrize”, un classico di Cedar Walton che, ricordiamolo, faceva parte della line-up dei mitici Jazz Messengers, si contraddistingue per gli ottimi svolazzi bebop del sax di Odorici e per un’idea di groove geniale nella sua essenzialità. Il flicorno di Jim ha movenze morbide e un timbro pastoso. Durante l’assolo di sax, colgo un’espressione estatica di Rotondi, appoggiato vicino ad una finestra della sala, mentre si lascia trasportare dalla musica sorridendo…

I cromatismi di Thelonius Monk irrompono come un arcobaleno dopo una pioggia scrosciante: è la romantica “Reflections”, in un arrangiamento che presenta linee aperte nelle quali trovano un giusto bilanciamento le dimensioni improvvisative e di scrittura. Un Monk riletto in chiave light post-bop. Fantasioso e incisivo l’assolo di Chicco, ricco di fraseggi serrati, ritmicamente incalzanti e aperture melodiche; stretto il giuoco delle parti tra sax e tromba. La sezione ritmica Watson-Zunino? Grandissima classe, elasticità e squisito drive.

Parte “You Taught My Heart to Sing” classicone di McCoy Tyner: “hai insegnato al mio cuore a cantare…”, seguo l’esecuzione canticchiando sottovoce… molto sottovoce… non essendo (purtroppo) Diane Reeves, che ricordo inarrivabile nella sua interpretazione di questo brano, accompagnata al piano da Mulgrew Miller. È Piero Odorici, qui, a dettare la linea melodica principale cogliendone ogni sfumatura e riempiendo ogni spazio con delicatezza rara.

Il cuore batte sempre più forte nel riconoscere le “immagini sonore” di George Gershwin, tra i più geniali compositori dell’ “età del jazz”. Il musical “Pardon my English”, che non ebbe certo una vita fortunata, né il successo sperato, continua tuttavia a regalarci diverse perle musicali… tra le quali “Isn’t a Pity”, dove il suono carezzevole e viscerale del flicorno di Rotondi è intriso di lirismo e dove il pianoforte di Renato Chicco sprigiona note che paiono gocce di cristallo lucente.

Un intenso botta e risposta tra la tromba con sordina di Jim e il sax  di Piero e un assolo di batteria al fulmicotone di Andy Watson, sono gli ingredienti principali di “My Shining Hour”, note di pure joy.

Ci si avvia alla conclusione con una dedica al pianista Harold Mabern, figura iconica del bebop recentemente scomparso. La sua “I Remember Britt” (Mabern la scrisse per il trombettista Lee Morgan, ammazzato con un colpo di pistola dalla moglie, a 33 anni soltanto, in un jazz club di New York) inizia in modo spiazzante, con quello che interpreto come un divertissement, ossia con le inconfondibili note della canzoncina “Fra’ Martino Campanaro”, suonate al piano. Non capisco ma mi adeguo. Il resto è uno splendido saggio di jazz, energia cinetica che muove la storia.

Il brillante set si chiude con un richiestissimo bis, la swingheggiante “On a Misty Night” di Tadd Dameron. Ve la ricordate suonata dal pianista di Cleveland con John Coltrane? Si, quella di “Mating Call”, anno 1956. Un richiamo d’amore.

E cos’è, in fondo, il jazz se non un irresistibile e ammaliatore canto, dal quale siamo inesorabilmente sedotti? Chissà se Duke Ellington pensò a questo quando compose “Circe” (una registrazione del 1946 che rimase inedita fino al 1994), dedicandola alla maga che mise in guardia Odisseo sulle insidie del canto delle sirene.

Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce; poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose…

Grazie alla musica jazz, al Jim Rotondi 5et, al buon vino, alle storie d’amore e di solidarietà, a Trieste e al suo mare per aver evocato tutto questo…

Marina Tuni

Immagini: courtesy Jazz&Wine Experience / Giorgio Bulgarelli / Fondazione Villa Russiz / M. Tuni