Krall, Galliano, Lloyd, Kidjo Quattro artisti di classe per l’estate romana

Diana Krall, Richard Galliano, Charles Lloyd, Angelique Kidjo: questi gli artisti che ho ascoltato nel corso delle ultime due settimane a Roma.

Le motivazioni che mi hanno condotto a questi concerti sono piuttosto diversificate e forse vale la pena spendervi qualche parola.

La Krall non è mai stata in cima alle mie preferenze: l’ho sempre considerata una brava musicista, ma non un fenomeno, anche perché il suo canto non mi prende, non mi commuove. Ma allora, mi si potrebbe chiedere, perché sei andato a sentirla? La risposta è semplice: mi intrigava la formazione portata qui a Roma. Non a caso un amico, che come me ha visto il concerto del 14 luglio alla Cavea dell’Auditorium – e del quale non farò il nome neanche sotto tortura – mi ha detto scherzando ma non troppo, “certo, se mi fossi presentato con quel gruppo anch’io avrei avuto successo”.  In effetti l’artista canadese si è presentata con una formazione davvero stellare comprendente Joe Lovano al sax tenore, Marc Ribot alla chitarra ed una ritmica di sicuro spessore con Robert Hurst al basso e Karriem Riggins alla batteria. Ora, con una front-line composta da uno dei migliori tenorsassofonisti oggi in esercizio e da un chitarrista che viene unanimemente considerato un vero e proprio genio dello strumento, tutto diventa più facile. Ed in effetti a mio avviso i momenti più alti della performance si sono avuti quando la Krall ha dialogato con i suddetti jazzisti e quando sia Lovano sia Ribot si sono prodotti in assolo tanto entusiasmanti quanto lucidi e pertinenti. Intendiamoci: la Krall ci ha messo del suo; ha cantato e suonato con la solita padronanza impreziosita da quella presenza scenica che tutti le riconoscono. In un frangente ha accusato anche una piccola defaillance canora, superata con disinvoltura, e il concerto è stato sempre costellato dagli applausi del pubblico. Anche perché il repertorio era di quelli che non possono non piacere; abbiamo, quindi, ascoltato, tra gli altri, “I Can’t Give You Anything But Love”, “I Got You Under My Skin”, “Just Like A Butterfly That’s Caught In The Rain” (con un toccante assolo di Ribot, forse una delle cose migliori della serata), “The Boulevard Of Broken Dreams (Gigolo And Gigolette)” e “Moonglow”. Alla fine un bis e lunghi applausi per tutti.

*****

Il 16 luglio eccomi alla Casa del Jazz per ascoltare Richard Galliano nell’ambito de “I concerti nel parco”. Per lunga pezza ho considerato Galliano un artista assolutamente straordinario, forse l’unico capace di ricreare le atmosfere care a Piazzolla. Negli ultimi tempi non mi aveva però convinto data l’ansia di suonare sempre troppo durante i concerti. Ricordo una serata di qualche anno fa in cui Galliano si esibì in duo con Gonzalo Rubalcaba: ebbene, in quella occasione il pianista cubano si trovò in evidente difficoltà dinnanzi ad uno straripante Galliano. Anche in questo caso, quindi, sono andato a risentirlo perché mi interessava il contesto, vale a dire la presenza del flautista Massimo Mercelli e dei “Solisti Aquilani Quintet” con Daniele Orlando e Federici Cardilli violini, Gianluca Saggini viola, Giulio Ferretti violoncello e Alessandro Schillaci contrabbasso.

E le mie attese non sono andate deluse in quanto Galliano ha suonato con misura, adeguandosi al gruppo e soprattutto al repertorio scelto che comprendeva musica classica, jazz e qualche tango. Insomma una serata assolutamente eccezionale: in effetti l’intesa tra Galliano, il flautista e il quintetto d’archi è apparsa assolutamente perfetta dando vita ad un’ora e mezza di musica sempre eseguita su altissimi livelli tecnici e interpretativi, in grado, perciò, di soddisfare anche l’ascoltatore più esigente, al di là di qualsivoglia barriera stilistica.

Il concerto si è aperto con “Contrafactus per flauto e archi” del musicista siciliano Giovanni Sollima, eseguito da Massimo Mercelli e i solisti aquilani. Il titolo – come ha spiegato lo stesso Mercelli – si riferisce alla prassi medioevale della contraffazione e il brano è basato su un frammento della venticinquesima variazione delle Goldberg di Bach, una delle più difficili. Il brano ha dato quindi la misura di quello che sarebbe stato l’intero concerto, vale a dire una sorta di incontro tra classico e contemporaneo, nell’intrecciarsi di note, di situazioni che svariavano dall’Argentina di Piazzola alle Venezia del ‘600 di Antonio Vivaldi, alla Germania barocca di Bach.

Dopo il brano di Sollima, è comparso Galliano accolto da un fragoroso applauso. Il fisarmonicista ci ha deliziato con le interpretazioni di “Milonga del Ángel per violino e archi”, di Astor Piazzolla, cui ha fatto seguito una nuova composizione, “Jade concerto per flauto e archi”. Evidentemente dedicata a Mercelli, la suite si compone di tre parti, la prima – illustra Galliano – è un valzer new musette, tinto di jazz e di swing, la seconda una pavana che esplora il suono soave del flauto basso, la terza un movimento perpetuo alla maniera dello chorinho che mette in luce tutti i possibili dialoghi tra il flauto e gli archi”.

Dopo la versione per fisarmonica di un concerto di Bach, ecco “Opale concerto per fisarmonica e archi” dello stesso Galliano; avviandosi alla conclusione, Galliano esegue, tra l’altro, “Primavera Porteña per fisarmonica e archi” di Vivaldi nell’arrangiamento del fisarmonicista, per chiudere con il celebre “Oblivion” di Piazzolla.

*****

Il 19 luglio ancora alla Casa del Jazz per ascoltare un mio idolo di sempre. Era il 1968 quando, in occasione della mia laurea, un amico già esperto di jazz, mi regalò “Forest Flower: Charles Lloyd a Monterey”, un album dal vivo registrato al Monterey Jazz Festival nel 1966 dal Charles Lloyd Quartet con Keith Jarrett, Cecil McBee e Jack DeJohnette. E fu innamoramento al primo ascolto, innamoramento che dura tutt’oggi. In effetti “Forest Flower” resta uno dei miei dischi preferiti, sicuramente quello più ascoltato e quindi più rovinato.

Tra i tanti meriti di questo straordinario artista mi piace ricordare il fatto che nelle sue formazioni si sono messi in luce alcuni dei più grandi pianisti che il jazz abbia mai vantato, quali Keith Jarrett nel biennio 1966-1968 e Michel Petrucciani all’inizio degli anni ’80.

A Roma si è presentato con una nuova formazione “ Kindred spirits” che unisce i talenti chitarristici di Julian Lage e Marvin Sewell e la sua fedele ritmica composta da Reuben Rogers batteria e percussioni  ed Eric Harland contrabbasso. Il gruppo è certamente ben affiatato, con una forte impronta quasi funky, ma non del tutto originale. In altre parole mi sembra che il modern mainstream si vada sempre più caratterizzando per una sorta di connubio tra jazz e rock in cui, non a caso, la chitarra assume un ruolo di assoluto primo piano. Così è in questo nuovo gruppo in cui Julian Lage e Marvin Sewell sono sempre in bella evidenza; comunque, il perno resta lui, Charles Lloyd, che, ad onta dell’età (81 anni), si fa ammirare per la straordinaria energia creativa e per l’indefessa volontà di cercare nuove vie espressive sia al flauto sia al sax tenore che ancora oggi lo caratterizzano. Non a caso egli stesso si definisce “un cercatore di sound. Quanto più mi immergo nell’oceano del sound – ama ripetere – tanto più sento l’esigenza di andare sempre più in profondità”. Certo, il tempo non è passato invano, i segni dell’età si sentono, si avvertono nel suono non più corposo come prima, si avvertono nel fraseggio fluido ma non come un tempo, egualmente quel passare con disinvoltura dalle tonalità più alte a quelle più basse è sempre lì ma si nota qualche indecisione prima assolutamente impensabile. Ma il fascino resta sempre quello di un tempo, straordinario, immarcescibile!

*****

Il 24 luglio eccomi ancora alla Cavea dell’Auditorium per Angelique Kidjo che avevo ascoltato il 25 novembre scorso sempre all’Auditorium in chiusura dell’edizione 2018 di RomaEuropa Festival.

Purtroppo la serata non è andata nel verso giusto… almeno per me. In effetti gli organizzatori hanno deciso di far aprire la serata al trio della vocalist Eva Pevarello che nulla ha aggiunto alla mia voglia di sentire buona musica… anzi mi ha costretto a lasciare il concerto prima della fine in quanto la Kidjo ha cominciato a cantare una mezz’ora dopo rispetto a quanto avevo previsto e muovendomi io con i mezzi, correvo il rischio di perdere l’ultima metro. Per non parlare della poca gentilezza – per usare un eufemismo – di un addetto alla sicurezza che si è rifiutato di fornirmi le sue generalità dopo che io avevo fornito le mie. Peccato ché episodi del genere non fanno bene ad una struttura per altri versi condotta bene.

Ciò detto ho trovato la performance della Kidjo piuttosto ripetitiva: in repertorio come l’altra volta il nuovo disco “Remain in Light”, l’album dei Talking Heads registrato dal gruppo insieme a Brian Eno nel 1980 e contaminato dalla poliritmia africana (esplicito il richiamo a Fela Kuti), dal funk e dalla musica elettronica. Introducendo dei testi cantati in lingue del suo paese d’origine (Benin, stato dell’Africa occidentale) e percussioni trascinanti, la vocalist ha realizzato un album più africanizzato rispetto all’originale e più accessibile. E il gradimento del pubblico non è mancato. Nella seconda parte del concerto il pubblico si è accalcato sotto il palco rispondendo così ai ripetuti inviti della Kidjo a cantare, ballare senza comunque dimenticare i molti problemi dell’oggi, dal rispetto dovuto a tutte le donne, all’invito ad apprezzare le diversità (“Se mi guardo allo specchio – ha detto la Kidjo – e vedo sempre un viso uguale al mio, dopo un po’ che noia”)… sino alla denuncia contro la pratica molto diffusa in Africa dei matrimoni combinati tra uomini adulti e bambine di dodici, tredici anni. Non potevano altresì mancare due classici della musica africana come “Mama Africa” e il celeberrimo “Pata Pata” portato al successo da Miriam Makeba. E intonando questi pezzi la vocalist si è immersa nell’abbraccio del pubblico prima scendendo in platea e poi invitando molti giovani a raggiungerla sul palco per chiudere con una sorta di festa collettiva.

Gerlando Gatto

CHARLES LLOYD QUARTET Concerto acustico sul cratere del Vesuvio

Una vera e propria icona del jazz sul gran cono del Vesuvio. Dopo il concerto degli Snarky Puppy all’anfiteatro romano di Avella (12 luglio), il secondo ospite internazionale della XXIV edizione del Pomigliano Jazz in Campania sarà il leggendario sassofonista statunitense Charles Lloyd che chiude l’anteprima del festival, prima dei concerti della seconda parte in programma a settembre che vedranno protagonista, tra gli altri, Daniele Sepe con 2 produzioni originali.

Con il suo quartetto, Lloyd si esibirà domenica 28 luglio sulla vetta del vulcano più famoso al mondo, sull’orlo del cratere fino al tramonto. Uno spettacolo di grande impatto e suggestione, in formazione speciale acustica che vedrà esibirsi il contrabbassista Reuben Rogers, il chitarrista Marvin Sewell e il batterista Eric Harland, che per l’occasione userà un corredo minimale di piccole percussioni. Cresciuto sotto l’ala protettiva di musicisti come BB King, Howlin’ Wolf e Johnnie Ace, Charles Lloyd ha portato il suo stile alle vette meditative di John Coltrane. Oggi è un signore che ha superato da poco gli ottant’anni ed ha attraversato in maniera trasversale la storia della musica del ‘900, prestando la sua magistrale bravura anche in formazioni come i Beach Boys, the Doors e Canned Heat, dimostrando di non essere un ortodosso del jazz e di saper guardare in maniera libera alla totalità della musica. Non solo, sotto la sua ala protettiva sono sbocciati musicisti del calibro di Keith Jarrett e Michel Petrucciani, tanto per citare due nomi. E sempre grazie al suo quintetto, Jarrett conobbe il batterista Jack De Johnette, dando poi vita a quel trio che ha influenzato gran parte del jazz moderno. Per dirla con Carlos Santana: “un patrimonio internazionale”.

Tornando al concerto del 28 luglio si tratta di un evento imperdibile che consentirà al pubblico di Pomigliano Jazz di confrontarsi con una delle star della musica afroamericana, in un contesto straordinario.  “Il Vesuvio è un luogo pieno di storia e di misteri della natura – dice Lloyd agli organizzatori del festival campano – Non sappiamo, prima di iniziare, come sarà il nostro concerto. Ma quella storia e quella natura così suggestiva e forte sicuramente ci ispirerà. E credetemi, quando la musica inizierà, scorrerà come un fiume in piena”.

E quel “fiume in piena” è forse l’essenza stessa della musica del quartetto di Lloyd. Al tramonto, con il pubblico assiepato lungo il bordo del cratere, il suo sassofono sarà come una preghiera laica a un demone spento da anni. Un luogo unico, di vita e di morte, senza il quale Napoli non esisterebbe. Non esisterebbe la sua storia, la sua forza, le sue rivoluzioni, la sua irruenza. E anche il pubblico è parte stessa dell’evento musicale. Qui non si applaude, non si può applaudire. Si viene accompagnati in cima dalle guide vulcanologiche lungo una serie di tornanti dai quali c’è un affaccio mozzafiato. Al concerto, acustico, si assiste seduti a terra su cuscini e non saranno consentiti applausi al fine di non disturbare la fauna presente sul cratere, nel suo habitat naturale. I musicisti suoneranno fino al tramonto. Al termine del concerto si ritorna al piazzale sempre accompagnati dalle guide vulcanologiche.

I NOSTRI CD. Musica per tutti i gusti dalle colonne sonore al medioevale

Daymé Arocena – “Cubafonia” – Browns Wood
Viene da Cuba Daymé Arocena da molti considerata una delle voci più interessanti e personali della moderna musica cubana. Ed in effetti non si può disconoscere il talento di questa vocalist che con “Cubafonia” (suo secondo album registrato a Cuba con musicisti cubani) si propone un obiettivo quanto mai stimolante e impegnativo: coniugare la musica etnica con input provenienti da mondi diversi quali, soprattutto, il jazz e poi la classica, la world music, il soul, il pop, la musica latina, anche se in effetti il punto di riferimento principale è costituito   dai diversi ritmi e stili dell’isola caraibica – dal changüí di Guantanamo, al guaguancó… alle ballate degli anni ’70. Risultato raggiunto? Sì… ma non del tutto. Certo, se l’attenzione dell’ascoltatore si concentra esclusivamente sulle capacità vocali dell’artista, se ne rimane colpiti, data la facilità, la naturalezza con cui Daymé affronta anche i passaggi più ardui mai denotando un attimo di incertezza. Il suo senso del ritmo è davvero straordinario così come la capacità di dialogare con la formazione piuttosto estesa. Se invece si allarga l’orizzonte anche al materiale tematico, il discorso cambia. Tutti i brani del CD sono stati composti dalla stessa vocalist e affrontano i territori più disparati cercando di mantenere come filo conduttore il valore delle tradizioni. Ecco, l’unico neo dell’album sta proprio in questa forse eccessiva eterogeneità, questo volersi muovere all’interno di universi sonori caratterizzati da situazioni, da paesaggi molto diversi. Intendiamoci: l’artista c’è sicuramente, le potenzialità sono straordinarie, ma proprio per questo è lecito attendersi qualcosa di più.

Avishai Cohen – “My Palm With Silver” – ECM 2548
Un anno dopo il successo dell’album di esordio per ECM “Into The Silence”, il trombettista Avishai Cohen si ripresenta con il suo quartetto completato da Yonathan Avishai piano, Barak Mori contrabbasso e Nasheet Waits batteria. Ancora una volta Cohen si conferma grande musicista non solo per le capacità tecniche e compositive ma anche – e forse soprattutto – per i sentimenti, le sensazioni che riesce a comunicare con la sua tromba. Emblematico, al riguardo, l’assolo che apre l’intero album: Cohen procede quasi a piccoli passi sulle note acute, creando un clima piuttosto cupo, con pianoforte e contrabbasso che contribuiscono in maniera determinante all’affermazione dell’atmosfera voluta dal leader. Al sassofonista americano e amico Jimmy Greene è dedicato il brano successivo, “Theme For Jimmy Greene”, in cui la tromba evidenzia il suo coté più lirico con Nasheet Waits in bella evidenza. In “340 Down”, il brano più breve del repertorio, Cohen dialoga con sobrietà con la sezione ritmica senza che il pianoforte faccia sentire la sua voce, pianoforte che ritorna in primo piano nel successivo “Shoot Me In The Leg” introducendo il brano che man mano assume un andamento sempre più frastagliato con la tromba a lambire territori caratterizzati da una totale improvvisazione e il pianoforte che a metà del brano s’incarica di ricondurre il pezzo ad atmosfere più liriche. L’album si conclude con un brano dalle forti connotazioni socio-politiche: “50 Years And Counting” si riferisce alla risoluzione 242 dell’ONU emanata mezzo secolo fa, che stabiliva il ritiro di Israele dai territori occupati, e che mai è stata applicata per problemi interpretativi e burocratici. Il tutto ben reso dall’intero quartetto che si esprime con compattezza.

Lars Danielsson – Liberetto III – ACT 9840-2
Eccoci al terzo capitolo di questo “Liberetto” ovvero del gruppo che il contrabbassista svedese Lars Danielsson ha creato nel 2012; da allora molta della classica acqua è passata sotto i ponti ma il combo mantiene quasi intatta la sua struttura originaria in quanto sono rimasti al loro posto John Parricelli alla chitarra e Magnus Öström batteria e percussioni mentre Tigran al piano è stato sostituito dall’astro nascente franco-caraibico Grégory Privat; a loro si aggiungono, come ospiti, i trombettisti Arne Henriksen e Mathias Eick , Björn Bohlin all’oboe d’amore e al corno inglese, Dominic Miller alla chitarra acustica e Hussam Aliwat all’oud. More solito le composizioni sono tutte del leader che ad onor del vero comincia a denotare qualche segno di stanchezza…almeno da questo punto di vista. In effetti se i primi due album erano stati caratterizzati dalla bellezza del materiale tematico, questo terzo capitolo mostra un po’ la corda dal momento che ad una prima parte convincente fa seguito una seconda parte in cui sembra quasi che sia andato perso il bandolo della matassa alla ricerca di un vacuo espressionismo fine a se stesso. La musica perde mordente, fascinazione; di qui il ricorso a facili stilemi: si ascolti al riguardo “Sonata in Spain” in cui la chitarra di John Parricelli sembra evocare Paco De Lucia. Ciò non toglie, comunque, che anche nella seconda parte dell’album si ascoltino momenti felici come “Mr Miller” in cui Danielsson riesce a ben amalgamare la natura di jazzista scandinavo con l’amore per la musica mediterranea. L’album si chiude con una ballade, “Berchidda”, che evidenzia ancora una volta il senso melodico del compositore.

Bill Frisell, Thomas Morgan – “Small Town” – ECM 2525
Sono passati più di 30 anni da quando Bill Frisell esordiva in casa ECM con “In Line” un album in duo con il contrabbassista Arild Andersen. Adesso il chitarrista ritorna alla formula del duo assieme a quel Thomas Morgan che compare anche in “When You Wish Upon A Star” del 2015. Questo “Small Town”, registrato dal vivo al mitico Village Vanguard di New York nel marzo del 2016, è semplicemente superlativo sia per la ben nota maestria dei protagonisti, sia per l’empatia che si è sviluppata tra i due, sia per la valenza del materiale tematico scelto con accuratezza e comprendente un sentito omaggio a Paul Motian con “It Should Have Happened a Long Time Ago” brano inciso per la prima volta nel 1985 per l’ esordio del trio Motian-Frisell-Lovano, il country song “Wildwood Flower” portato al successo nel 1928 dalla Carter Family, il trascinante “What a Party” del rocker di New Orleans Fats Domino, l’hit di Lee Konitz’ “Subconscious-Lee”, il celebre tema di “Goldfinger” scritto da John Barry, cui si aggiungono tre original di Frisell di cui uno scritto con Morgan. In questa occasione Frisell dà l’ennesimo saggio delle sue capacità tecnico-interpretative: il suo linguaggio è del tutto personale riuscendo a coniugare i diversi input che da anni contribuiscono a determinarne la forza espressiva (jazz, rock, blues, folk); di qui l’alternarsi di frasi costituite da poche note a più complessi fraseggi con cui Frisell racconta le sue storie. Il tutto in un clima intimistico caratterizzato da un sound spesso ovattato e comunque mai gridato. Dal canto suo Morgan si dimostra partner ideale: il suo suono così personale, bellissimo, si sposa magnificamente con la chitarra di Frisell esprimendosi su un piano di assoluta parità; lo si ascolti con quanta personalità e sicurezza interpreta “It Should Have Happened a Long Time Ago”, brano di apertura che introduce al meglio l’intero, straordinario album. (altro…)

In programma alla Casa del Jazz dal 21 giugno al 7 agosto: parata di stelle al Summertime 2017

Davvero un gran bel cartellone quello posto in essere dalla Casa del Jazz di Roma per la sua “Summertime” 2017, ovvero i concerti all’aperto nella splendida struttura romana: star internazionali e italiane assieme a musicisti meno conosciuti ed emergenti, progetti originali, serate davvero imperdibili… il tutto avendo a disposizione un badget estremamente limitato.

Questa, in estrema sintesi la carta d‘identità della stagione estiva approntata dalla Casa del Jazz e ufficialmente presentata alla stampa il 15 giugno da Luciano Linzi coordinatore artistico della struttura e Luca Bergamo, Vice Sindaco e Assessore alla Crescita Culturale di Roma Capitale.

In effetti stupisce non poco il fatto che, sempre in ambito romano, una struttura sostanzialmente con pochi soldi riesca a mettere su una stagione siffatta cosa che altre, magari più ricche, non sono più in grado di fare. E si faccia attenzione al fatto che tutti i concerti previsti alla Casa del Jazz sono ascrivibili all’ambito jazzistico propriamente detto, senza ammiccamenti al pop e senza privilegiare le esigenze di cassa. Tutto ciò è stato possibile – ha spiegato Luciano Linzi – grazie al fatto che tutti i musicisti, anche i più celebrati, rendendosi conto della situazione hanno accettato di esibirsi con cachet molto al di sotto dei loro abituali. E, sempre con riferimento all’annosa questione dei finanziamenti, rispondendo ad una nostra precisa domanda circa i soldi che potrebbero essere destinati alla Casa del jazz, Luca Bergamo ha risposto ponendo in evidenza due fattori: il passaggio della struttura dall’egida del Palazzo delle Esposizioni a quello di Musica per Roma e la necessità di costituire una sorta di rete tra tutte le entità culturali della Capitale sì da portare la cultura anche in quelle realtà cittadine che ne sono attualmente deprivate.

Ma vediamo, adesso, più da vicino il cartellone.

Partenza il  mercoledì 21 giugno, con ingresso libero, in occasione della “Festa della musica”, con la proiezione di “Sicily Jass – The world’s first man in jazz” di Michele Cinque, documentario su Nick La Rocca e con la Jazz oltre night, un evento straordinario con i docenti e i migliori allievi dei corsi Jazz Oltre, organizzati in collaborazione con il Conservatorio di Santa Cecilia.

Come accennato in apertura, molte le serate imperdibili… ma almeno per il sottoscritto ce n’è una più imperdibile delle altre, quella che il 28 luglio vedrà sul palco il sassofonista Charles Lloyd in quartetto con Gerald Clayton al pianoforte, Reuben Rogers al contrabbasso e Eric Harland alla batteria. Personalmente ritengo Lloyd uno dei più geniali jazzisti in assoluto e un suo storico album, “Forest Flower”, registrato nel 1966 con Keith Jarrett piano, Cecil McBee basso e Jack DeJohnette batteria rappresenta ancora oggi uno dei miei ascolti preferiti. Inoltre a Lloyd va riconosciuto il merito di aver lanciato quelli che poi si sarebbero rivelati grandissimi artisti quali, per l’appunto, Keith Jarrett e soprattutto Michel Petrucciani.

Restando in ambito “straniero” quattro concerti di assoluto rilievo per gli amanti della chitarra: il 6 luglio il “William Lenihan e Marc Copland Quartet” con Marc Copland, pianoforte, William Lenihan, chitarra, Francesco Puglisi, contrabbasso e Lucrezio de Seta, batteria; il 13 luglio, unica data italiana,  una formazione tra le più interessanti del momento, quella del chitarrista Wolfgang Muthspiel con Ralph Alessi, tromba, Gwilym Simcock , pianoforte, Larry Grenadier contrabbasso, Jeff Ballard, batteria; il 18 luglio sarà la volta della “ John Scofield Uberjam Band”, in cui, a fianco dell’autorevole leader c’è un secondo chitarrista, Avi Bortnick, un bassista elettrico, Andy Hess, e un instancabile macinatore di ritmi come Dennis Chambers di nuovo live con Scofield dopo quasi 30 anni! Musicista dalla inequivocabile cifra stilistica, John Scofield è protagonista sin dalla fine degli anni Sessanta di una carriera artistica multiforme, scandita da progetti diversi per impianto strumentale e a cui piace sperimentare, rimettersi continuamente in gioco; la sua collaborazione di metà anni Ottanta con Miles Davis continua ad essere un punto fermo nel suo percorso evolutivo; venerdì 21 luglio, per la prima volta alla Casa del Jazz il grande Bill Frisell in trio con Tony Scherr al basso e Kenny Wollesen alla batteria, combo che oramai è sulla scena da molti anni tanto da aver sviluppato un’intesa davvero non comune.

Da segnalare la presenza di gruppi oramai consolidati e molto, molto interessanti: domenica 9 luglio The Bad Plus, ovvero Ethan Iverson al piano, Reid Anderson al contrabbasso e David King alla batteria, da diversi anni uno dei gruppi più interessanti della scena jazzistica mondiale che si contraddistingue per un repertorio che abbina loro composizioni originali, accanto a echi di Thelonius Monk e destrutturazione di successi pop. Da segnalare che questo è l’ultimo anno in cui Ethan Iverson farà parte del gruppo quindi l’ultima occasione per vederli insieme.

Lunedì 17 luglio, sul palco gli Oregon con Ralph Towner, Paul McCandless, Mark Walker che festeggiano il loro trentesimo album (CAM JAZZ), il primo con Paolino Dalla Porta al contrabbasso, e confermano tutta la loro impareggiabile abilità creativa, autentici precursori di world music, ancora estremamente freschi ed attuali.

Domenica 23 luglio, “Bokanté” , il nuovo progetto creato dal fondatore e leader della band rivelazione di questi ultimi anni “Snarky Puppy”,  Michael League, che affonda le radici tra il Delta del Mississippi e il deserto africano. Bokanté significa “Scambio” in creolo, la lingua della giovane cantante Malika Tirolien, cresciuta nell’isola caribica di Guadalupa. Otto musicisti provenienti da quattro diversi continenti che portano sul palco la propria conoscenza e la propria tradizione. Con due Grammy Award e un implacabile successo planetario League torna a rimettersi in gioco esordendo con un progetto che promette essere esplosivo.

Per quanto concerne ancora i grandi solisti internazionali, da segnalare il 3 luglio il concerto del trio di Chris Potter al sax tenore con James Francies tastiere, pianoforte e Eric Harland, batterista tra i più richiesti e stimati a livello mondiale oggi mentre l’ 1 agosto sarà la volta di “Peter Erskine is Dr. Um”; un’autentica icona del jazz mondiale, uno dei protagonisti della storia della musica moderna, uno dei batteristi più completi. “Dr. Um” è il titolo del suo più recente cd uscito per la Fuzzy Music, acclamato dalla critica mondiale, in cui Erskine esplora le sonorità R&B e Fusion che lo hanno visto protagonista assoluto degli anni ’80.

Altra caratteristica di “Summertime 2017” la presenza di alcuni progetti realizzati assieme da musicisti italiani e stranieri. Così il 24 giugno il duo Rita Marcotulli al piano e Mino Cinelu alle percussioni, duo nato l’anno scorso al Festival di Berchidda e in questa occasione per la prima volta a Roma. Nonostante non sia , forse, conosciutissimo nel nostro Paese, Mino Cinelu è uno dei più grandi percussionisti della storia del jazz e persona di grande sensibilità e umanità. Lo abbiamo conosciuto nel ’92 durante un Festival del Jazz alla Martinica e ne abbiamo conservato un ricordo quanto mai positivo.

Sabato 22 luglio il “TanoTrio”  feat. Kenny Werner al piano, quindi un quartetto con Kenny Werner, pianoforte, Daniele Germani, sax alto, Stefano Battaglia, contrabbasso e Juan Chiavassa, batteria. TanoTrio è una formazione nata nell’autunno del 2016 a Boston che  propone un jazz dalla forte influenza melodica con una chiara contaminazione da parte del free jazz e della musica classica contemporanea europea e statunitense.

Due date saranno caratterizzate da un doppio concerto: il 4 e il 26 luglio. Il 4 in apertura il trombettista Luca Aquino propone il suo progetto OverDOORS, con Antonio Jasevoli alle chitarre, Dario Miranda al basso e Lele Tomasi ai tamburi. Profondamente ispirato dalla musica dei Ramones, Offspring e Stranglers il trombettista rivisita, a suo modo, i classici del repertorio dei Doors. A seguire, “Greg Burk’s Solar Sound”  Feat. Rob Mazurek. La genesi di questo quartetto con Burk al piano, Mazurek alla tromba, Marc Abrams al basso e Enzo Carpentieri alla batteria si può collegare al ricordo del Lunar Quartet di John Tchicai. Nel 2008 infatti Burk, Abrams e Carpentieri erano a fianco del sassofonista afrodanese, scomparso quattro anni dopo. Oggi il pianista Greg Burk riprende quel viaggio sonoro interrotto, invitando a bordo Rob Mazurek, ormai tra i nomi di punta della musica contemporanea.

Il 26 luglio, nella prima parte il progetto “Travel” frutto della collaborazione tra l’Alfa Music, intraprendente etichetta romana con la Reale Ambasciata di Norvegia a Roma. Sul palco Marit Sandvik, voce, Maurizio Giammarco, sax, Fulvio Sigurtà, tromba, Eivind Valnes, pianoforte, Raffaello Pareti contrabbasso, Maurizio Picchiò batteria. Le composizioni di ”Travel” sono di Sandvik e si richiamano sia alle tradizioni jazz americane che europee, sia alla musica brasiliana. Seguirà il “Pasquale Innarella Quartet” una realtà attiva già da diversi anni, che presenta “Migrantes” (Innarella sax, Francesco Lo Cascio vibrafono, Mauro Nota contrabbasso e Roberto Altamura batteria). Il concerto sarà dedicato al contrabbassista Pino Sallusti, recentemente scomparso.

Per quanto concerne gli altri musicisti italiani, il 23 giugno l’inventiva di Massimo Nunzi viene fuori ancora una volta nella conduzione della Perugia Big Band in un programma dedicato all’esplorazione , in parallelo, dei suoni modernissimi del jazz orchestrale italiano degli anni 60, attraverso le sigle di Tv 7 , Rischiatutto, Brava e la musica del film Il Sorpasso e del repertorio dello stesso periodo dell’orchestra di Stan Kenton.

Lunedì 10 luglio un combo d’eccezione con Paolo Damiani al violoncello, Rosario Giuliani al sax e Michele Rabbia batteria e percussioni. Il trio debutta alla Casa del Jazz, ma i tre solisti hanno spesso suonato insieme in diverse formazioni. In particolare , Damiani e Giuliani collaborano da tempo in duo, ed entrambi hanno  sovente incrociato lo straordinario percussionista torinese.

Infine al quintetto di Ada Montellanico l’onore di chiudere la manifestazione il 7 agosto. La vocalist presenta il suo nuovo cd, “Abbey’s road, omaggio a Abbey Lincoln”, con gli arrangiamenti curati dal grande trombettista Giovanni Falzone. A loro si uniscono alcuni degli astri nascenti del jazz italiano: Matteo Bortone al contrabbasso, vincitore del Top Jazz 2015, Filippo Vignato al trombone, vincitore del Top Jazz 2016 e Ermanno Baron alla batteria.

E chiudiamo con una anticipazione: sabato 23 settembre, la Casa del Jazz ospiterà il concerto conclusivo di Una Striscia di Terra Feconda, Festival Franco-Italiano di Jazz e Musiche Improvvisate, direzione artistica Paolo Damiani e Armand Meignan. In programma  la prima nazionale del vincitore del Premio Siae 2016, Gabriele Evangelista Quartet con lo stesso Evangelista contrabbasso Pasquale Mirra vibrafono, Gabrio Baldacci chitarra, Bernardo Guerra batteria,  e la produzione originale, Residenza D’Artista franco italiana, “F.A.R.E.”: FOURNEYRON/ARCELLI RESIDENCE ENSEMBLE con Fidel Fourneyron trombone, composizione, Cristiano Arcelli alto sax, composizione (vincitore del concorso nazionale di MIDJ –Associazione nazionale musicisti di jazz), Francesco Diodati chitarra, Matteo Bortone contrabbasso, Bernardo Guerra batteria.

Torna il Tuscia in Jazz Summer

tusciadefini

 

 

 

Bagnoregio, Luglio 2015

Tre Grammy Awards; alcuni dei gruppi emergenti più quotati a livello europeo; un centinaio di allievi da tutto il mondo, iscritti finora alla Summer School; una griglia di docenti composta da alcuni tra i più apprezzati musicisti jazz italiani e stranieri. Questi, in estrema sintesi, i numeri più significativi della tappa di Bagnoregio del Tuscia in Jazz Summer Festival, la rassegna jazz, e non solo, in programma dal 21 luglio al 2 agosto nella cittadina che ospita ormai da anni una delle rassegne jazzistiche più importanti dell’estate.

E poi, a coronare un cartellone d’eccezione, l’evento straordinario in  grado di caratterizzare e rendere unico il Festival: il primo agosto, la Notte in Jazz nello splendido scenario di Civita, borgo al centro di una campagna di mobilitazione promossa da Comune di Bagnoregio e Regione Lazio per il riconoscimento come patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco.

Per dare il senso dell’offerta musicale del Festival, basta già il testa-coda da brividi proposto dal cartellone: apre, il 21 luglio, il Trio Med, ovvero Peter Erskine, batterista che ha al suo attivo, tra l’altro, la militanza nei Weather Report, supergruppo jazz con cui ha registrato 5 dischi, compreso “8:30”, premio Grammy Award, Rita Marcotulli e Palle Danielsson, ovvero tre miti della musica jazz  riuniti insieme per un tour estivo che si propone come uno dei più importanti della stagione.

A chiudere, il 2 agosto, il Paula e Jacques Morelenbaum trio, protagonisti dello spirito e dell’anima della Bossa Nova, per aver a lungo collaborato e partecipato alle produzioni di Antonio Carlos Jobim, inventore dei ritmi e delle melodie che dalla spiaggia di Ipanema si sono diffuse in tutto il mondo, in un dirompente successo che ha rappresentato un vero e proprio fenomeno culturale.

In mezzo c’è spazio, il 23 luglio, per Remo Anzovino, pianista considerato da critica e pubblico tra i più originali e innovativi compositori in circolazione, uno  dei massimi esponenti della musica strumentale italiana e, il 28 luglio, a due anni dalla sua prima apparizione al Festival, per il Robert Glasper Trio, gruppo straordinario, guidato dal pianista e produttore Robert Glasper, vincitore di due Grammy Awards: il primo, nel 2013, con Black Radio, giudicato miglior album R&B; il secondo, quest’anno, nella categoria miglior performance R&B tradizionale.

Quindi, le finali del Tuscia in Jazz European Award 2015, concorso che premia il  miglior gruppo giovane europeo, il 24-25-26 e 27 luglio, a seguire, il 29-30 e 31 luglio, i concerti di alcuni dei più puri talenti jazz a livello italiano e internazionale, parecchi anche impegnati nella Summer School, come Roberto Gatto, Rosario Giuliani, Elisabetta Antonini, Aldo Bassi,  Peter Bernstein, Fabio Zeppetella, Aaron Goldberg, Reuben Rogers.

Storia a sé la fa la Notte in Jazz a Civita, il primo agosto, con una carrellata di musica, colori, performance artistiche,  Dj set che promettono, complice l’unicità del palcoscenico naturale, di rendere indimenticabile l’evento.

“Come ho già avuto modo di sottolineare, credo che quella di quest’anno, per livello artistico e varietà dell’offerta, sia l’edizione più prestigiosa del Tuscia in Jazz che ospitiamo – ricorda il sindaco di Bagnoregio, Francesco Bigiotti – avere in cartellone tre Grammy, ovvero l’equivalente, per la musica, del premio Oscar, è sintomo di qualità allo stato pure.  Insieme a loro offriamo il meglio degli artisti italiani e i più interessanti gruppi emergenti, senza considerare i giovani che seguono i corsi della Summer School. Siamo molto soddisfatti, perché a fronte di tutto ciò registriamo il favore diffuso del pubblico e, soprattutto, degli operatori economici che, in virtù dell’indotto prodotto, ottengono notevoli benefici”.

“Tutto ciò è frutto di una intesa consolidata con l’Amministrazione comunale di Bagnoregio, che ringrazio. Solo se c’è un’assonanza di intenti, infatti, è possibile lavorare per ottenere il meglio e quest’anno, ancora più degli anni passati, il nostro programma è in grado di competere con qualsiasi festival europeo – aggiunge Italo Leali, direttore artistico del Festival – il mix di stelle e di giovani promesse proposto infatti è difficilmente replicabile altrove, e sono certo che la risposta del pubblico sarà la migliore conferma delle nostre sensazioni”.

I biglietti per i concerti, del costo di 10 e 15 euro, sono già acquistabili sul sito www.ciaotickets.com – per informazioni www.tusciainjazz.it

Di seguito il programma completo:

 

 

 

Bagnoregio – Piazza Biondini

21 luglio

ore 21.30 Peter Erskine Rita Marcotulli Palle Danielsson Trio Med

Ingresso euro 15

 

22 luglio

ore 21.30 Mario Nappi Trio presenta il nuovo disco Vele

 

23 luglio

ore 21.30 Remo Anzovino “Viaggiatore Immobile”

ingresso euro 10

 

24 luglio

ore 21.30 Tuscia in Jazz European Award 2015 Semifinali

Michele Villetti quartet

Jimbo Tribe

Zadeno trio

ingresso libero

 

25 luglio

ore 21.30 Tuscia in Jazz European Award 2015 Semifinali

Sara Decker Group

Igor Di Martino Trio

Pippi Dimonte Quintet

ingresso libero

 

26 luglio

ore 21.30 Tuscia in Jazz European Award 2015 Semifinali

Carla Restivo Quintet

Three Colors

Dèrive

ingresso libero

 

27 luglio

ore 21.30 Finali Tuscia in Jazz European Award 2015

ingresso libero

 

28 luglio

ore 21.30 Robert Glasper Trio

ingresso euro 15

 

29 luglio

ore 21.30 Nuance Elisabetta Antonini e Marcella Carboni guest Aldo Bassi

ore 22.30 Peter Bernstein Rosario Giuliani Roberto Gatto

ingresso libero

 

 

 

 

30 luglio

ore 21.00 Aereoplanes at Brescia (Registrazione live vincitori European Award 2014)

ore 22.30 Aldo Bassi Fabio Zeppetella quartet

ingresso libero

 

31 luglio

ore 21.30 Aaron Goldberg Ruben Rogers Gregory Hutchinson

Ingresso euro 10

 

1 agosto (Notte in Jazz – Civita) Ingresso euro 10 (euro 5 dalle ore 24.00)

Per l’occasione l’artista Alessandro Vettori realizzerà la sua Installazione Poetico Sociale, con oltre 10 Video proiettori che proietteranno sui muri di Civita di Bagnoregio poesie e immagini.

Ore 19.00 Dj Set ACID JAZZ Dj Coleman

Ore 20.00 Vocal Ensemble diretto da Elisabetta Antonini

Ore 21.00 Aldo Bassi Alessandro Vettori #Madeofwords

Ore 21.40 Ivan Segreto Trio – Integra

Ore 23.00 Birth Of Cool – Enrico Mianulli Cool Jazz Orchestra

Ore 01.00 Jam Session con Roberto Gatto, Rosario Giuliani, Elisabetta Antonini, Aldo Bassi e gli allievi dei corsi del Tuscia in Jazz.

Ore 02.00 Dj Set ACID JAZZ Dj Coleman

 

2 agosto

ore 21.30 Paula e Jacques Morelenbaum trio

ingresso euro 15