Aretha Franklin, addio a Lady Soul

Aretha Franklin, Otis Redding, James Brown, Wilson Pickett… : la loro vocalitá nera, nei fab ’60 ed a seguire, invadeva con LP le stanze dei teenager italiani e con 45 giri i juke box delle piste da ballo, col proprio carico di soul e r&b.
Ma la Franklin era a suo modo speciale, lo si avvertiva sentendo la sua hit “Think” (1968) con quel grido Freedom che echeggiava il riff di Ritchie Havens a Woodstock. Era come se quel canto femminile contenesse i cromosomi di un popolo, in una narrazione racchiusa nelle modulazioni vocali, da paladina della minoranza nera. Ed era una artista che, nonostante i due figli avuti da adolescente, un marito violento, l’alcool in agguato, era riuscita, da pianista autodidatta e autrice, ad imporsi grazie ad un gran talento unito ad un’innata capacità di trasmettere energia, emozioni, immagini di un mondo che si affidava anche alla musica per riscattare la propria condizione e superare le situazioni di diseguaglianza ancora presenti negli U.S.A, specie a sud.
La regina del soul appariva già come icona comunicativa di un black heritage formatosi in più generazioni e non erano pochi i jazzofili che ne ne avrebbero apprezzato le tonalità gospel ed i blues contenuti, per esempio, in ‘Aretha’s Jazz’, inciso per la Atlantic nel 1984, appunto da Lady Soul, nipote di Dinah Washington.
L’avvento della discomusic non appannava evergreen come “I Say A Little Prayer” mentre, con il diffondersi dell’hip hop e del pop di fine secolo scorso, il suo repertorio si trasformava in una sorta di “classico”. Aretha era sempre pronta a esibirsi e a collaborare con Stevie Wonder, Ray Charles, Annie Lennox, George Michael mentre nel suo solco si andavano affermando altre ugole come Whitney Houston. A livello di critica la si sarebbe accostata, per qualità vocali, a Shirley Verrett e a Vanessa Amorosi (cfr. charmingvocals.org/Female Vocal Types All Over The Word).

Tra le numerose medaglie appuntate sul suo petto, figura anche la rivista Rolling Stone che l’ha collocata al primo posto fra i più grandi cantanti di ogni tempo, grazie anche ai 18 Grammy al proprio attivo, di cui due alla carriera, e una serie di singoli di successo a partire da “Respect” (1967) che condivide la maggior fama con “I Never Loved A Man (The Way I Love You)”, “Chain Of Fools” e i brani già ricordati. Per la cronaca è stata la prima donna ammessa nella R’n’R’ Hall of Fame nel 1987.
Aretha, in greco antico, è il duale di aretè che sta per capacitá “di assolvere bene il proprio compito (…) di qui il successivo accostamento al tema semantico del latino virtus per designare il valore spirituale e la bravura morale dell’uomo” (cfr. Treccani, sub voce). Nomen omen anzi woman: perchè Aretha ha rappresentato l’eccellenza artistica non disgiunta dall’anelito alla libertà ed al rispetto dei diritti della propria gente.
Un mito, immortale già in vita!

Amedeo Furfaro