Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Roberto Magris, pianista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Roberto Magris, pianoforte

-Come sta vivendo queste giornate
“Cercando di promuovere on-line il mio nuovo Cd uscito in questi giorni, ascoltando musica e tenendomi costantemente in contatto con i miei figli che vivono a Madrid e Tampere.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Io faccio il musicista per passione e missione, ma ho un lavoro extra-musicale (manager pubblico) che fortunatamente non verrà messo in discussione in futuro ma, anzi, semmai potrà veder aumentato il mio impegno. Per quanto riguarda la mia attività musicale, comunque impegnativa e costante, e che si svolge soprattutto all’estero, negli USA e nel centro-Europa partendo da Praga, tutto quel che avevo in programma nei prossimi mesi è stato cancellato o posticipato. Spero che a partire da ottobre sia possibile riprendere. Il futuro sarà forse un po’ diverso ma credo che ci sarà senz’altro un futuro musicale”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con mia moglie, alternandomi tra Trieste e la mia seconda abitazione in Slovenia. Poi negli USA ed a Praga. Adesso invece me ne sto molto volentieri ed in via esclusiva a casa assieme a mia moglie e questo è ovviamente essenziale per me. Purtroppo non posso vedere un nipote di pochi mesi, se non via telefono. Ma sono in contatto quotidiano con una molteplicità di persone, sia di ambiente musicale che mio lavorativo. Per cui, non sono in ferie… né mi sento abbandonato a me stesso”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
Non credo, a meno che non ci si faccia prendere definitivamente dal mondo virtuale continuando anche in futuro a rimanersene chiusi a casa. La cosa non deve diventare patologica anche perché i rischi nella vita ci sono sempre e dappertutto, in ogni caso. Vado a fare una passeggiata dietro casa e mi morde una vipera… Per cui i rapporti riprenderanno così come erano prima, magari con una mascherina in più ed qualche ristorante in meno”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica, i libri, certi film sicuramente aiutano e soprattutto l’elenco delle cose che si scrive in agenda che si dovranno o si vorranno fare non appena sarà possibile riprendere”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Alla consapevolezza che nella vita accadono momenti spiacevoli, per la singola persona e/o per la collettività, che bisogna cercare di superare, come in un percorso ad ostacoli, come crescita individuale. E questo è inevitabile anche se reputavamo di essere una generazione per sempre fortunata ed immune da guerre, pandemie e quant’altro, magari ignorando di far parte della stessa umanità di cui fanno parte anche gli esuli siriani, che possono ugualmente prendersi il covid virus… Penso che la parola sia: maturità, umana ed intellettuale”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Non credo ci sia molto spazio per la retorica. In una comunità, in una nazione, ognuno deve fare la sua parte, direi, o con le buone o con le cattive. Anche quando si devono pagare le tasse, mantenere un senso civico, guardare gli altri che stanno peggio… per tutti gli altri motivi che non sono il Covid virus di oggi. Per cui, fatti e non chiacchiere. L’Italia sa rinunciare alla mafia/camorra/corruzione/furberie ecc.? Vedremo se dopo il Covid si ritornerà alle solite usanze di inciviltà. Temo di sì ed in “unità”. Domanda: devo confidare nella redenzione dei criminali e gli affossatori del nostro Paese o aspettarmi una nuova generazione di furbetti ed approfittatori? Maturità nell’unità”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i Vostri organismi di rappresentanza?
Se si intendono gli organismi di rappresentanza dei musicisti jazz, non li conosco e dubito siano di qualche utilità in un contesto dedicato all’individualità. Ritengo che i musicisti (quelli jazz come quelli che suonano nelle balere o i pianobar) sono lavoratori così come, ad esempio, i cuochi dei ristoranti. Quindi se il piano è quello del lavoro (e non dell’arte) è giusto che le organizzazioni sindacali facciano la loro parte e lo Stato aiuti i più bisognosi. Senza fare i soliti inaccettabili “di cui”, per privilegiare qualcuno. Credo che lo Stato debba assumere misure generali per tutto il mondo del lavoro, cercando di entrare sempre più, man mano che il tempo passa, nelle varie specificità, aiutando secondo bisogna. Ma, ripeto, senza creare sacche di privilegiati o dare ascolto ai cosiddetti “piagnoni” per professione, tra cui identifico, ahimè, anche molti lavoratori della musica. Emerge una volta di più la vecchia questione: musicista è chi fa il mestiere del musicista? Io credo di no. Non esiste esclusività e neanche il “tengo famiglia”. E tutti gli altri? Si parlava di unità poco sopra… Anche perché molta gente che fa il mestiere del musicista lo fa a suo rischio e pericolo non rendendosi conto che forse farebbe meglio a fare altro (sia in base alle proprie doti musicali che in generale). E, a volte, chi se ne rende conto, opta per un comodo, mi va bene così. Ognuno faccia come vuole ma lo Stato è di chi paga le tasse. Altrimenti di quale patto sociale parliamo?”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Chiederei che fossero emanate norme a sostegno della cultura in generale e degli artisti italiani (sì, a discapito di quelli stranieri, almeno in una prima fase iniziale) prevedendo iniziative “a numero limitato di posti” per il pubblico. I teatri non sono mai stati sempre pieni e quindi si possono ottenere delle situazioni di “mezza capienza” organizzata. Idem per i locali che volessero fare musica, con tasse locali ribassate. Lo Stato potrebbe anche finalmente potenziare l’insegnamento della musica (e dello sport) nelle scuole dell’obbligo e, utopia socialista?, attivare una etichetta discografica di stato, una collana editoriale di stato ecc. (fuori dalle logiche del business) per dar modo agli artisti di produrre la loro arte con il sostegno diretto (e non mediato da direttori artistici la cui ragione di essere sono i finanziamenti pubblici o il do ut des), appunto, dello Stato. Da vendersi poi a prezzo simbolico. Sarebbe concorrenza di Stato? Ben venga. Del resto come la mettiamo con la concorrenza della sanità privata su quella pubblica? Lo stato sociale va ripensato, anche nelle espressioni artistiche e culturali. Per non parlare dello sport”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Un po’ di grinta non guasta. E anche uscire un po’ dal mondo ECM… suggerisco di ascoltarsi il  “Live in Los Angeles” di Brian Auger. O magari “Brazilian Soul” degli Azymuth. Assolutamente jazz? Bene: Billy Harper “The Black Saint”…”.