Una vera Jazz&Wine Experience a Trieste con Dena De Rose 4et e Jermann: la classe non è acqua… è vino e musica!

«Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu», ovvero niente è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi. Calza a pennello l’assioma peripatetico di Tommaso d’Aquino per introdurre il racconto della serata svoltasi il 5 gennaio all’Hotel Hilton Double Tree di Trieste, in occasione del concerto del Dena De Rose Quartet. L’evento è nel cartellone della rassegna Jazz&Wine Experience, con la direzione artistica di Michela Parolin Up Music, itinerante tra Venezia, Trieste e Bologna, fino all’8 marzo 2020 in location prestigiose.

Il progetto è strutturato in modo da abbinare concerti di musica jazz di alto livello con le eccellenze produttive vinicole, valorizzando, al contempo, luoghi simbolo di grande fascino e interesse storico e culturale, come il bel Palazzo di Piazza della Repubblica, risalente ai primi anni del ‘900, che fu la sede della Ras, recentemente e splendidamente restaurato.

Mi perdo già nell’atrio dell’Hotel dove ammiro la riproduzione di un mosaico romano del II° secolo rinvenuto durante i lavori di costruzione del Palazzo e la “Fontana del Gladiatore”, opera di Gianni Marin, che lo storico Salvatore Sibilia descrive come “la più grande opera policroma che esista”. Ma è ora di salire le imponenti scale per giungere al Berlam Coffee Tea & Cocktail, dove mi accoglie Michela Parolin e dove è allestito un punto di degustazione dei vini dell’azienda Jermann di Dolegna del Collio. Assaporo lentamente una morbida Ribolla Gialla mentre mi accomodo al mio posto nell’opulenta sala da concerto (sold-out) con il controsoffitto a cassettoni dorati, nei quali si rincorrono in modo disordinato le lettere R A S (acronimo di Riunione Adriatica di Sicurtà) scolpite in bassorilievo e che io rimescolo e riordino visivamente (e mentalmente!) in A R S… arte.

L’ingresso dei musicisti, dopo una breve presentazione della Parolin e del giovanissimo vignaiolo Felix Jermann, mi distoglie dalle mie elucubrazioni: ed ecco Dena De Rose, voce e pianoforte; Piero Odorici, sassofono; Paolo Benedettini, contrabbasso; Anthony Pinciotti: batteria.

Il set prende avvio con un omaggio, per affinità, alla vocalist e pianista Shirley Horn, della quale ci viene proposto “Sunday in NY”. Dena è superba nel recuperare, ricostruire, reinterpretare gli standard ed eccelle nella prassi improvvisativa e nell’interplay con i suoi musicisti. Il primo dei miei girovaghi pensieri è stato: “questo è jazz in purezza, incontaminato!”

L’anima scivola come sulla seta con la briosa versione di “You stepped out of a dream”, standard del 1940. Ricordavo il brano cantato da Nat King Cole ma questo di Dena ha il giusto swing e raffinate parti di canto scat, ariose e coinvolgenti. Pinciotti accarezza le pelli della batteria in un flow morbido e mai invadente, creando un amalgama sonoro fluido ed estremamente naturale con il contrabbasso di Benedettini. Poi entra Odorici con il suo sax ed io faccio una gran fatica a non muovermi troppo sulla mia sedia… la sala è piena e la mia vicina – molto vicina – mi rivolge sguardi di riprovazione. È straniera: “sorry” le dico, ma non sono affatto convinta di essere dispiaciuta per essermi lasciata trascinare da una musica così coinvolgente!

I tributi di Dena alle sue illustri predecessore continuano con “I have the feeling I’ve been here before” un flashback musicale per un’emozione che riesce a fermare il tempo, pensando a Carmen Mcrae, dalla voce calda e scura…

“Nothing like you has ever been seen before”, di Bob Dorough, è descritta da Dena come una stravagante canzone d’amore ed io aggiungo ricca di colpi di scena, anche perché ha alle spalle una famosa registrazione realizzata da Miles Davis con l’arrangiamento di Gil Evans… e scusate se è poco! In effetti, si potrebbe dire che niente di simile era mai stato visto prima!

Vorrei, a questo punto, soffermarmi su Piero Odorici, perfetto per il repertorio proposto dalla band leader, che rivisita gli standard della tradizione jazzistica con un approccio contemporaneo. Piero è un eccellente sassofonista, di vocazione eclettica, il cui linguaggio affonda nelle radici dell’hard-bop: estetica abbinata ad una solida sostanza melodica e ad un estro improvvisativo notevole.

La scaletta prosegue, tra gli applausi che sottolineano la qualità della performance, e spesso anche i vari assolo, con “ I just found out about love” che Dena rilegge al piano con le giuste sfumature nostalgiche e con una voce che profuma di quel jazz sincero che non necessita di orpelli virtuosistici, pur dimostrando una tecnica raffinatissima.

L’affetto della pianista per Cedar Walton, una delle figure più influenti e amate del jazz, si intuisce nell’esecuzione di “Clockwise”, che lei ha fatto propria scrivendone il testo e che diventa “Listen to your heart”: un misto di poesia e sentimento dove la vera tecnica è espressa dal tocco soave e dall’uso sapiente del pedale… in semplicità, spontaneo come il brindisi di Dena con la Ribolla di casa Jermann!

La mia anima “hipster” e sempre “on the road” per la musica, non poteva non adorare il tributo al crooner, a onor del vero un po’ sui generis, che amo più di ogni altro, (“ogni altro” non me ne voglia!) per me assoluta figura di culto, ovvero Mark Murphy.  Prima della sua scomparsa, avvenuta nel 2015, il cantante di Syracuse si divideva tra gli Stati Uniti e l’Austria, dove ha insegnato per anni canto jazz alla University of Music and Performing Arts di Graz e dove tuttora la De Rose insegna.

Che Dena abbia proposto “Ode to the Road” (brano firmato da Broadbent di cui Murphy scrisse il testo) oltre all’aver dichiarato il suo amore per la fusion degli Steps Ahead di Mike Mainieri – nella cui line-up ha transitato anche la pianista Eliane Elias –  e degli Yellow Jackets di Robben Ford, artisti che sono nelle fondamenta di quella che è la roccaforte delle mie passioni musicali, mi ha letteralmente conquistata, cosa che le ho anche raccontato discorrendo con lei alla fine del concerto.

I musicisti escono per lasciare spazio ad una Dena romantic mood che, in piano solo, intona “You’re nearer”. E penso che dell’Attimo Fuggente tutti ricordano “O Capitano, mio Capitano” mentre io ho stampate nel cuore queste parole: “La poesia. La bellezza. Il romanticismo. L’amore. Queste sono le cose per cui continuiamo a vivere” e mi lascio trasportare da questa sincera e personale versione, dolce ma senza essere stucchevole… “leave me, but when you’re away, you’ll know…you’re nearer, for I love you so…” Così è.

Inesorabile arriva anche l’ultimo brano. Credete all’amore a prima vista? Ci crede di sicuro la  pianista e compositrice brasiliana Eliane Elias, ascoltata qualche tempo fa proprio qui, a Trieste, con il marito contrabbassista Marc Johnson, autrice ed interprete di “At first sight”.

Dena De Rose ci racconta che la Elias è stata una delle sue muse ispiratrici ma per la pianista di Chicago, che ha composto ed eseguito “That second look”, il secondo sguardo è decisamente più rassicurante! Il suo pianoforte canta, le sue mani scivolano sicure sulla tastiera, il suono è brillante, il ritmo è vibrante, i suoi musicisti sono complici di emozioni… il pubblico le capta.

La jazz woman ci saluta regalandoci come bis “Get out of town” di Cole Porter che ci viene resa in un esclusivo e travolgente arrangiamento dove lei, Piero, Anthony e Paolo sono liberi di esprimere i propri teoremi improvvisativi in un climax finale di inarrestabile e preziosa libertà creativa.

Esco in strada, circonfusa da un alone di distaccato e ineffabile incanto. La Trieste che amo, città di luce, marmorea di salsedine e di storia, sfidata dal vento, luogo dell’anima di poeti, letterati e artisti ammicca con “scontrosa grazia”.

Marina Tuni

A Proposito di Jazz ringrazia Garage Raw per la gentile concessione delle immagini pubblicate nell’articolo.

Claudia Cantisani, vocalist e compositrice jazz, torna ad esibirsi al Blue Note dopo il sold-out della scorsa stagione

Il canzoniere di Claudia Cantisani si pone in una ideale linea di continuità con quella canzone jazzata- la definizione è di Pierluigi Siciliani- che è fiorita nel Belpaese negli anni ’30,’40 (Natalino Otto, Rodolfo De Angelis, Odoardo Spadaro, Fred Buscaglione, Renato Carosone, Virgilio Savona, Lelio Luttazzi, Tata Giacobetti) e che ha conosciuto negli anni una fortuna e uno sviluppo crescenti, delineando quasi un filone espressivo autonomo, caratterizzato dalla progressiva accentuazione – ad esempio con Paolo Conte e Vinicio Capossela, per citarne solo alcuni-della vis cantautorale dell’intreccio.

Cantisani tratta la materia sonora con libertà, trasfondendola- parafrasando Sergio Caputo- in un felicissimo Pop, jazz and love, che vive di incastri perfetti tra ricerca lessicale e melodia catchy, allure rétro e nuova modernità. Fedele al mood swingante e jazzy, che è il suo marchio di fabbrica, Cantisani proporrà alcuni brani del precedente Storie d’amore non troppo riuscite (Crocevia di Suoni Records, 2014) e del recente Non inizia bene neanche questo weekend (La Stanza Nascosta Records, 2018); non mancherà qualche incursione nei repertori di Conte e Caputo, particolarmente congeniali all’artista, e una personalissima versione di “Cosa sono le nuvole” di Modugno/Pasolini.
Immancabile l’esecuzione di Fredaster, in coppia con l’ attore, cantautore, presentatore e comico toscano Andrea Agresti (Striscia la Notizia, Le Iene, Tale e Quale), che convoglia sonorità e ritmiche swing in una rilucente confezione pop.
Immune dall’estetica patinata di certo jazz al femminile-stucchevole nell’esasperazione virtuosistica-la vocalità ludica ed evocativa di Claudia Cantisani, antidiva per eccellenza, disegna, con padronanza e ironia, scenari di irresistibile, autentica levità, intrisi di disimpegno solo apparente (Dimenticare il flamenco) e citazionismo dichiarato (si ascoltino gli incipit de Il mio vecchio coupé e L’entusiasta), vagheggiamento passatista e sberleffo giocoso.
Claudia Cantisani (voce e armonica) sarà accompagnata sul palco da:
Felice Del Vecchio-pianoforte / Tony Arco-batteria / Valerio Della Fonte -contrabbasso / Moreno Falciani-flauto, sax e clarinetto / Andrea Baronchelli- trombone / Sergio Orlandi-Tromba

LINK all’evento: https://www.bluenotemilano.com/evento/concerto-claudia-cantisani-19-gennaio-2020-milano/

Verbatim Ufficio Stampa – per info e contatti: comunicati.erba@gmail.com

Federico Bonifazi Trio Special Guest Francesco Cafiso

Per la prima volta a Roma, il concerto con i suoni catturati dalla terra e tramutati in suoni che diventano musica. Con Federico Bonifazi (pianoforte), Gabriele Evangelista (contrabbasso), Alfred Kramer (batteria) e Francesco Cafiso (sax).

Martedì 17 dicembre 2019, al Marmo di Roma (Piazzale del Verano 71 – ore 19.00 ingresso libero con tessera fino ad esaurimento posti), EMusic presenta “ I suoni della Caffarella”, uno straordinario concerto, unico nel suo genere, nel quale, sulla base di dati elettromagnetici acquisiti in siti geologici, alcuni tra i migliori jazzisti italiani, suoneranno e improvviseranno dando luogo ad una vera e propria performance estemporanea basata sui suoni estratti della terra. Ad esibirsi nella serata romana il trio del pianista Federico Bonifazi formato da noti artisti del panorama jazz nazionale ed internazionale e che vede alla ritmica Gabriele Evangelista al contrabbasso e Alfred Kramer alla batteria. Guest star della serata il sassofonista siciliano Francesco Cafiso.

Un concerto inedito e di grande atmosfera quello di Roma per il quale, i geologi dell’istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia INGV hanno trasformato in una sequenza di note, la voce della Caffarella – una delle aree verdi più grandi di Roma (132 ettari di verde pubblico) e fra le maggiori aree verdi urbane d’Europa – successivamente le tracce sono state affidate al pianista e compositore umbro Federico Bonifazi, uno dei nuovi talenti della scena musicale italiana degli ultimi anni, che sulla base delle note rilevate dai geologi, ha composto e arrangiato tre brani inediti in chiave jazz. Altri 3 brani elettronici sono stati arrangiati da Stefano Pontani, ideatore del progetto assieme ad Antonio Menghini. Inoltre, Bonifazi e i componenti del quartetto durante il concerto saranno chiamati ad interagire anche improvvisando, con i suoni estratti dal sottosuolo del sito geologico romano, per dare vita ad una esibizione unica e suggestiva.

Il concerto rappresenta un vero e proprio viaggio nel tempo, con intermezzi di carattere scientifico divulgativo, tramite i quali verranno spiegati i processi evolutivi del territorio (ovvero come si sono formate le rocce costituenti il sottosuolo, come si è modificato il clima ed il paesaggio nel corso delle ere geologiche, l’attività vulcanica e sismica, etc.) e che avrà lo scopo di introdurre i brani eseguiti dai musicisti, suggerendo anche una chiave di lettura, oltre che una vera e propria guida all’ascolto.

A rendere possibile l’esibizione è la Musica Elettromagnetica (EM) che nasce dalla trasformazione in note musicali, cosiddetta sonificazione, della risposta del sottosuolo ad un particolare impulso elettromagnetico. Ideatori del progetto sono il geofisico Antonio Menghini e Stefano Pontani, musicista (chitarra elettrica e loops) e responsabile artistico. Il progetto scientifico musicale è stato realizzato in collaborazione con i geologi dell’istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia INGV.

Il concerto del 17  Dicembre a Roma fa parte de I Suoni della Geologia d’Italia, tour di concerti prodotto da Kate Creative Studio con il contributo della Regione Lazio e Fondazione Italia Sostenibile, con lo scopo di valorizzare l’immenso patrimonio paesaggistico-culturale del nostro Paese, sfruttando le capacità della EMusic, coniugando gli aspetti scientifici, apparentemente meno “facili” da fruire da parte dello spettatore comune, con quelli artistici, di più immediato impatto. Sarà quindi un’occasione per viaggiare in Italia, soffermando l’attenzione su 4 siti caratteristici, ognuno dei quali è legato ad un particolare momento evolutivo della penisola. Per 3 dei concerti poi verrà anche proposta una composizione inedita, basata sulla sonificazione di un sondaggio TEM realizzato in loco.

A vele spiegate il “Roma Jazz Festival 2019”

Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI, che ringraziamo moltissimo.

ROMA JAZZ FESTIVAL – NO BORDERS. MIGRATION AND INTEGRATION

Roma, 1 novembre – 1 dicembre 2019

Si è chiusa domenica, 1 dicembre, l’edizione 2019 del “Roma Jazz Festival”. Ancora una volta la manifestazione voluta e disegnata da Mario Ciampà non ha deluso le aspettative rispetto sia al rapporto programma – tema sia alla qualità della proposta musicale.

No Borders- Migration and Integration” era il tema di quest’anno ed in effetti la presenza di alcuni artisti quali – tanto per fare qualche nome – Archie Shepp e Abdullah Ibrahim – sta lì a testimoniare quanto il jazz abbia fatto nel corso della sua non lunghissima storia, per abbattere le barriere che ancora separano gli uomini. Ma in linea di massima tutti gli artisti presenti hanno offerto uno spaccato di qualità delle varie tendenze oggi presenti sulla scena jazzistica internazionale. Infine davvero encomiabile la partecipazione dei molti musicisti italiani sulla cui statura non credo ci siano oramai dubbi di sorta.
Non mi ha viceversa convinto la scelta di coinvolgere diverse locations ma ciò dipende probabilmente dalla mia non giovanissima età per cui non amo particolarmente muovermi a Roma… ma questo è un altro discorso che meriterebbe ben altri approfondimenti.
Ma torniamo alla musica.

L’11 novembre è salito sul palco Archie Shepp con Carl Henri Morisset piano, Matyas Szandai contrabbasso e Steve McCraven batteria.

Parlare di Archie Shepp significa rievocare una stagione particolarmente significativa e non solo per il mondo del jazz: siamo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70; la società statunitense è pervasa da fortissime inquietudini, i giovani manifestano sia per la pace sia per una effettiva eguaglianza tra bianchi e neri, alcuni comportamenti della polizia reclamano profondi cambiamenti e il riferimento è ai disordini avvenuti nel carcere di Attica nel 1971 repressi violentemente. Il jazz non si chiama fuori e tra i grandi musicisti è proprio Archie Shepp a scrivere di getto “Attica” a seguito dell’ondata emotiva causata dalla repressione di cui sopra. Ma è solo un esempio di quanto Shepp si sia speso per affermare l’afrocentrismo e la tradizione musicale del continente africano e quindi per ribadire quanto rispetto meriti la popolazione di colore negli States. Di conseguenza ascoltare un concerto di Shepp è sempre un’esperienza particolare che, a mio avviso, va vissuto sotto un duplice aspetto.

Dal punto di vista emozionale, almeno per chi scrive, è sempre toccante trovarsi davanti uno dei più grandi esponenti della storia del jazz.

Dal punto di vista più strettamente musicale non si può fare a meno di notare come, purtroppo, anche per Shepp il tempo abbia lasciato qualche traccia. Il ruggito del vecchio leone, almeno nel concerto romano, non si è sentito. La voce strumentale si è affievolita, l’imboccatura del sax tenore non è ferma e solida come un tempo, la presa di fiato denota qualche incertezza che si ripercuote immancabilmente sulla qualità del suono. Viceversa quando ricorre al canto, Shepp è più convincente: la voce è sempre roca, graffiante e l’interpretazione sicuramente all’altezza della situazione. Insomma Shepp sa dare un significato preciso a ciò che canta e lo sa comunicare assai bene.
Funzionale a quanto detto la scelta del repertorio che si basa su alcuni classici della tradizione come, ad esempio, “Petit fleur” di Sidney Bechet, “Don’t get around much anymore” e “Come Sunday” di Duke Ellington. Non mancano certo pezzi più moderni come “Ask me now” di Thelonious Monk, “Wise One” un brano di Coltrane tratto dall’album “Crescent” del 1964 particolarmente caro a Shepp… immancabile il già citato “Attica”, mentre come bis un graditissimo “Round Midnight” accolto con un’ovazione dal numeroso pubblico.

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Mercoledì 27 novembre al Teatro studio di scena il quintetto del sassofonista e clarinettista Gabriele Coen, con Benny Penazzi violoncello, Alessandro Gwis pianoforte e live electronics, Danilo Gallo, contrabbasso e basso elettrico e Zeno de Rossi batteria.

Ora se mettiamo assieme cinque jazzisti di assoluto livello, un compositore di spessore assoluto (Leonard Bernstein) e un arrangiatore di sicura competenza (Andrea Avena), le aspettative non possono che essere molto alte. E tali aspettative sono state assolutamente soddisfatte. Il gruppo ha presentato un progetto incentrato sul compositore di Lawrence, Massachusetts, che confluirà in un album la cui uscita è prevista per il prossimo gennaio.
La prima parte del concerto è stata dedicata a “West Side Story”, il musical con libretto di Arthur Laurents, parole di Stephen Sondheim, rappresentato per la prima volta il 19 agosto 1957 al National Theatre di Washington.
Abbiamo così ascoltato in rapida successione, preceduti da una breve ma esauriente presentazione di Coen, “Prologue”,“Something’s Coming”, “The Dance at the Gym-Cha Cha (Maria)”, “Tonight”, “One Hand, One Heart”, “I Feel Pretty”, “Somewhere”. Particolarmente azzeccate le interpretazioni di “Maria” e “Tonight”, probabilmente i pezzi più noti dell’intero musical.
Sulla scorta degli originali arrangiamenti concepiti da Avena, il gruppo ha leggermente velocizzato i due brani mettendone così in rilievo tutto il potenziale ritmico, grazie anche ad una sezione particolarmente affiatata come quella composta da Zeno De Rossi e Danilo Gallo; i due sono stati semplicemente superlativi… così come d’altro canto tutti i membri del quintetto. In particolare Alessandro Gwis si è meritato applausi a scena aperta per alcuni assolo particolarmente centrati mentre letteralmente trascinanti gli inserti del violoncello di Benny Penazzi che ha avuto l’onore di suonare diretto dallo stesso Leonard Bernstein. A completare la front-line il sassofono soprano e il clarinetto di Gabriele Coen che ha condotto la serata con autorevolezza evidenziando la solita bravura come solista.

Tornando alla cronaca del concerto, ancore più impegnativa la seconda parte, di ispirazione ebraica, che si è aperta con il primo movimento dai “Chichester Psalms”, opera completata nel 1965 su commissione del decano della cittadina inglese di Chichester. Si tratta di una selezione di testi biblici in lingua ebraica, articolata in tre movimenti, scritta per corista ragazzo soprano o contralto, coro e orchestra, quindi un’opera estesa non facile da interpretare in chiave jazzistica e per giunta in quintetto. Difficile la traduzione in chiave jazz anche di “Yigald” altra melodia liturgica scritta nel 1950 per piano e coro.
A chiudere “Some Other Time” scritto nel 1944 per il musical “On the Town” con liriche di Betty Comden e Adolph Green.
Alla fine scroscianti e meritati applausi e viva attesa per l’album che, come si accennava, dovrebbe uscire nel prossimo gennaio.

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Venerdì 29 novembre è stata la volta della chitarrista e vocalist portoghese, di origini capoverdiane, Carmen Souza in quartetto con Ben Burrell piano, Theo Pascal basso, Elias Kacomanolis batteria e percussioni.

In programma la presentazione dell’ultimo album “The Silver Messengers” dedicato, come facilmente comprensibile, a Horace Silver. Ora, dedicare un omaggio ad una figura talmente straordinaria come quella di Silver, è impresa sicuramente molto, molto difficile che comunque Carmen ha affrontato con la giusta dose di consapevolezza, maturità, ed umiltà. In effetti, come più volte dichiarato dalla stessa artista, l’intento è stato quello non tanto di riproporre pedissequamente la musica del maestro quanto di far rivivere su disco e sul palco le peculiarità che hanno fatto grande la musica di Silver, vale a dire uno stile giocoso e colorato di influenze funky, una forte carica ritmica, una melodia riconoscibile e penetrante. Non a caso Carmen ama ripetere, al riguardo che il suo obiettivo è “onorare la musica e il compositore, il gusto, l’innovazione e fare luce sul suo lavoro in modo che la sua musica continui a toccare altre persone che non sono mai venute in contatto con essa”
Di qui l’album di cui sopra che viene ulteriormente valorizzato durante le performance. Non ho assistito ad altri concerti di Carmen Souza ma devo dire che questo all’Auditorium mi ha davvero impressionato e per più di un motivo.
Innanzitutto la straordinaria padronanza scenica dell’artista: Carmen non ricorre ad alcun artificio scenico e sul palco è davvero elegante nella sua squisita compostezza, affidandosi completamente al talento che possiede in sovrabbondanza. La sua voce è molto, molto particolare: centrata prevalentemente sul registro medio-basso è comunque capace sia di scendere con naturalezza nelle tonalità più basse sia di risalire verso l’alto, più alto. Il timbro è screziato, a tratti graffiante, leggermente roco a ricordare alcune delle grandi vocalist del passato. Assolutamente pertinente il contorno strumentale con in primissimo piano Theo Pascal al basso elettrico e contrabbasso, mentore della vocalist con la quale collabora da ben diciotto anni, il quale non a caso firma tutti gli arrangiamenti del gruppo.

E così brano dopo brano la musica si dipana con naturalezza: si apre con un brano celeberrimo di Edu Lobo, “Upa neguinho”, e già si ha la consapevolezza di poter assistere ad una bella performance. Carmen è perfettamente a suo agio, la sua voce comincia a graffiare il giusto e i compagni d’avventura la seguono fedelmente. Segue un brano scritto da Theo Pascal con liriche della stessa Souza, “Lady Musika”, dedicato espressamente a Horace Silver il quale era solito riferirsi alla musica come “Lady Music”. Ed ecco quindi il primo brano di Horace Silver, “The Jody Grind”, che l’artista interpreta facendo ricorso ai ritmi della “funana”, un genere musicale molto popolare a Capo Verde. Ed è anche questa l’occasione per evidenziare come nello stile di Carmen Souza confluiscono elementi di varia natura che si renderanno più espliciti nel prosieguo del concerto: accenti esotici, africanismi, scat nella più completa accezione jazzistica, bossa nova, samba… il tutto mescolato sì da realizzare un unicum di sicuro impatto. Impatto che si ripropone quando la vocalist intona il celebre “Soul Searching” ancora di Horace Silver.
Gustosa, divertente la riproposizione di un vecchio brano di Glenn Miller, “Moonlight Serenade” adottata dallo stesso direttore d’orchestra come sigla musicale.Ancora due blues, “Capo Verdean Blues” di Silver e “Silver Blues” di Pascal e Souza dopo di che ci si avvia al finale con chiari riferimenti all’Africa. E sulle note di “Pata Pata” e “Afrika” il pubblico risponde positivamente all’invito della vocalist, danzando e applaudendo festosamente Carmen e compagni

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Come accennato, domenica 1 dicembre conclusione alla grande con il progetto Mare Nostrum ovvero Paolo Fresu (tromba e flicorno), Richard Galliano (fisarmonica e accordina) e Jan Lundgren (pianoforte).

L’intesa, nata una decina d’anni fa, e documentata da tre eccellenti album incisi nei rispettivi Paesi di origine, si sostanzia nel tentativo, perfettamente riuscito, di elaborare un linguaggio nuovo, originale, partendo dalle radici proprie di ciascun musicista. In effetti sia Fresu (sardo), sia Galliano (francese di chiare origini italiane), sia Lundgren (svedese) sono artisti profondamente legati alle proprie origini da cui hanno tratto linfa vitale per la loro musica, i cui tratti caratteristici si ritrovano in una ricerca melodica a tutto campo non disgiunta da un senso ritmico-armonico per cui non si avverte la mancanza di contrabbasso e batteria.

L’apertura è affidata a “Mare Nostrum” la composizione che apre il primo dei tre album incisi dal trio e, guarda caso, composta non già dai due musicisti mediterranei ma dallo svedese Lundgren. E già da questo pezzo si ha un’idea precisa della musica che si ascolterà durante il concerto. I tre si muovono secondo un preciso idem sentire, lasciandosi portare dall’onda emotiva che trasmettono al pubblico e che dal pubblico ritorna sul palco con straordinaria immediatezza. Così il concerto non conosce un attimo di stanca, con il trio che si scompone in duo per ricomporsi subito dopo senza che ciò abbia la minima influenza sull’omogeneità del tutto. Le atmosfere sono variegate, così ad esempio l’italianità di Fresu emerge chiaramente in “Pavese”, in “Love Land” sono le atmosfere tipiche del folk svedese ad assurgere in primo piano, mentre in “Chat Pitre” di Galliano è facile scorgere quella dolce malinconia tipica di certa musica francese.

E così è un continuo aggiornamento della tavolozza di colori espressi dal trio grazie ad una maestria strumentale e ad una capacità espressiva che fanno dei tre dei grandiosi interpreti.

Il concerto trova una sua splendida conclusione con due bellissime melodie, “The Windmills of Your Mind” di Michel Legrand e “Si Dolce è il tormento” dal nono libro di madrigali scritto a Venezia nel 1624 da Claudio Monteverdi, compositore innovativo protagonista degli albori dell’opera barocca

 

Gerlando Gatto

 

 

 

 

TONY ALLEN a INTERNET FESTIVAL – PISA JAZZ

INTERNET FESTIVAL – PISA JAZZ

Cinema Lumiere, Pisa
12 ottobre 2019, ore 21.30

TONY ALLEN – THE SOURCE

Tony Allen, batteria
Rémi Sciuto, sax
Nicolas Giraud, tromba
Jean-Philippe Dary, pianoforte
Indy Dibongue, chitarra elettrica
Mathias Allamane, contrabbasso

Si fa aspettare Tony Allen, quasi un’ora: i musicisti del suo quintetto finalmente prendono posto sul palco e cominciano a scambiarsi suoni, quasi casualmente, per qualche minuto.
Ad un tratto eccolo apparire, flemmatico, sornione: si siede sul suo sgabello, dà un piccolo colpo alla grancassa come per controllare che tutto sia a posto, guarda intensamente il pubblico in piedi sotto di lui… e, con un gesto sapiente (non plateale: sapiente!) inforca i suoi occhiali scuri.
Terzine al rullante e il concerto comincia.
Sciuto al sax e Giraud alla tromba espongono un tema, Tony Allen espone un altro tema, il proprio. Sax e tromba rispondono alla batteria, con il loro accattivante motivo, procedendo da prima per quinte parallele, e poi confluendo in un unisono: l’effetto all’ascolto di questa alternanza, di quell’improvviso assottigliarsi su un suono solo, è efficace come l’esplosione di un silenzio improvviso che succede ad un suono ad alto volume.
Di contro le otto battute successive, di sola batteria, hanno un andamento melodico: quasi un singolare scambio di ruoli.
Quando arriva l’assolo di tromba, Tony Allen tiene il punto con uno sfondo terzinato, con varianti che tengono alta l’attenzione. Lo schema armonico è semplice, praticamente tutto avviene pressoché su un unico accordo.

Il contrabbasso, e talvolta la chitarra, non di rado perseguono efficaci e ipnotici ostinati. Pianoforte, tromba, chitarra e sax si avvicendano in assoli e obbligati che avvengono quasi sempre su un’armonia volutamente semplice.
Il drumming di Tony Allen procede privilegiando la timbrica rispetto al virtuosismo, pur essendo in possesso di una tecnica ferrea, che trapela elegantemente senza prevaricare mai.
Può accadere, ad esempio, che in trio Allen decida di insistere solo sui ride e pochissimo su tom cassa e rullante: nel clima appena descritto queste divagazioni solo apparentemente ripetitive sono in realtà ricchissime di raffinatezze ritmiche ma anche “cromatiche”, perché i piatti vengono percossi in ogni centimetro e con una varietà di tocchi stupefacente.

Quando si arriva al funky è inevitabile un po’ di ammiccamento: la platea si scalda ancora di più. Lunghe improvvisazioni di tastiere, chitarra, fiati su un groove impeccabile e trascinante. Allen crea a seconda del momento sfondi soffusi che esaltano l’andamento degli assoli o anche degli obbligati, o cascate travolgenti di sequenze ritmiche, colori, timbri, prendendosi la scena senza mai perdere l’abbraccio del suo quintetto.

Su un brano lento, di ampio respiro, l’inizio è affidato alla tromba di Giraud e al sax di Sciuto: si procede per note lunghe, che progressivamente si rapprendono creando atmosfere vicine al blues. Il primo assolo è del pianoforte di Dary: denso di suoni gravi, lento, solenne. Ma gradualmente arriva a uno spessore maggiore, complice la chitarra di Dibongue. Il contrabbasso intensifica con un ostinato, Allen dà corpo e impasto ai suoni, fino a quando con le sue bacchette non crea una nuova situazione ritmica, cambiando le carte in tavola nuovamente.
Se i fiati procedono per quarte parallele, la batteria e il piano procedono omoritmicamente, ad libitum, assottigliando progressivamente il volume.
Qui si interrompe il racconto: in coda verrà chiarito il perché.

L’ IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto coinvolgente, divertente, un sestetto affiatato, un suono complessivo di grande impatto. Ma soprattutto un leader, Tony Allen, che non è esagerato descrivere come un eccellente musicista, oltre che, naturalmente, eccellente batterista. Perché?
Perché capace di fare musica esplicitamente di impatto, costruendo di base un impianto armonico spesso semplice, a volte addirittura monotematico, il quale diventa lo sfondo tranquillo per una successione irresistibile di accadimenti ricchissimi di particolari: ritmici, melodici, di dialoghi che si incrociano con decine di soluzioni diverse, tessendo una trama perfetta ma non certo di maniera.
Il drumming di questo batterista è inconfondibile. Troppo stretto il termine “Afrobeat”, a meno che non lo si scomponga nel caleidoscopio di suggestioni che la batteria di Allen riesce a dipanare con una disinvoltura notevole -da afro a blues a jazz a rock a pop in dieci secondi – senza però “riproduzioni a pappagallo”:  ma sempre con un filtro creativo personalissimo. E con l’esperienza di un musicista che, a 79 anni, ha fatto e contemporaneamente ascoltato musica per decenni senza mai, evidentemente, mettere limiti alle proprie potenzialità, e alla propria curiosità. La personificazione del Groove.

Ad un certo punto me ne sono andata, una ventina di minuti prima della conclusione del concerto, immagino. Il Cinema Lumiere è una location affascinante. Ma il concerto era “posti in piedi”. Non nel senso che fossero finite le sedie: sedersi non era proprio previsto, a parte una ventina di poltrone dell’ ex cinema. Fortunosamente sono riuscita ad occuparne una: io i concerti li ascolto e li guardo prendendo appunti, cosa difficile da fare, appunto, in piedi. Tanta gente, accalcata. Palco non facile da guardare. Nonostante il pubblico fosse mediamente attento, come è normale in queste situazioni si crea un gran viavai, la gente prende da bere al bar, ride, chiacchiera.
Confusione, caldo, calca, impossibilità di cogliere quei particolari che amo (e attenzione: io giro molto per club, non immagino un concerto solo in un Auditorium nel silenzio assoluto), ad un certo punto hanno prevalso, e, credo per la prima volta in tanti anni, ho preso e sono corsa via. Peccato.
Però, amici, che Groove.

Il mercato francese dei professionisti del jazz

Con più di una ventina di show case, una giornata intera consacrata ai grandi format, la presenza di dozzine di responsabili di festival, di agenti, di manager e tour manager e di giornalisti, la terza edizione di Jammin’ Juan (dal 23 al 26 ottobre) ad Antibes/Juan-les-Pins ha dimostrato come questa manifestazione sia divenuta la vetrina e soprattutto il mercato francese dei professionisti del jazz.

Lilian Goldstein, direttrice del servizio musica e spettacoli dal vivo, la SACEM, ha tenuto a ricordare come questo appuntamento non sia un festival ma “innanzitutto un mercato destinato al jazz regionale e nazionale, anzi internazionale, o per dirla con altri termini, un modo di fare dei corsi per i professionisti del settore in vista dei concerti nei festival o nei jazz-club”. Una affermazione pienamente condivisa da Philippe Baute, direttore de l’«Office du tourisme d’Antibes/Juan-les-Pins et de “Jammin’ Juan” » che ha sottolineato che nel 2018 sono stati firmati più di 30 contratti e che non c’è nulla di peggiorativo nel parlare di un “mercato” dei professionisti del jazz.

Da parte sua, Alain Paré, responsabile del club le Pan Pier à Paris, ha annunciato di aver già selezionato quattro gruppi tra quelli presentati durante gli show case per dei  concerti nella capitale.

Cominciata sotto condizioni atmosferiche proibitive la manifestazione si è conclusa nella calma più assoluta, con un sole radioso e una temperatura primaverile, dopo aver conosciuto qualche bel momento musicale soprattutto nella giornata di chiusura, come già detto il 26 ottobre, consacrata alle big band con quattro significative formazioni.

Questa maratona di grandi orchestre era iniziata già alla vigilia con la presenza sulla scena di “Danzas”, un largo ensemble jazz/classico condotto dal pianista/direttore d’orchestra/compositore & arrangiatore Jean-Marie Machado. Il punto di forza di questa performance, perfettamente oleata e rodata, è stato senza dubbio il vocalist bernese André Minvielle, che ha rivisitato con humour e devozione parecchie canzoni di Bobby Lapointe (cantante francese – 1922/1972 – noto soprattutto per i suoi testi ricchi di giochi di parole e ossimori).

Come accennavamo, quattro ensemble erano presenti per la giornata “Grands formats” “Les Rugissants”, la “Tullia Morand Orchestra”, la “Line Kruse Orchestra” et “Bigre”.

Se il primo, un tentetto, è costituito da giovani talenti usciti dai conservatori parigini e se l’ultimo rassomiglia più ad una grande fanfara (20 musicisti e una sola donna trombettista) delle Beaux-Arts malgrado la presenza della cantante Célia Kameni, la palma dei più coinvolgenti spetta a due donne ‘direttrici’: Tullia Morand et Line Kruse.

Sassofonista baritono, compositrice, arrangiatrice Tullia Morand dirige i suoi dodici musicisti lasciando ad un invitato a sorpresa, l’elegante ballerino di tip-tap Fabien Ruiz, il compito di vivacizzare lo show soprattutto quando egli improvvisa con agilità e un coté dandy su “Heart Of My Heart”, divenuto in francese “Plus je t’embrasse….”, immortalato da Blossom Dearie.

Comunque il momento clou di questa ultima serata è stato incontestabilmente rappresentato dalla prestazione della violinista danese Line Kruse alla testa di una big band di 17 musicisti tra i quali figurano parecchie personalità come Pierre Bertrand (sax/flauto), Minino Garay (percussioni), Denis Leloup (trombone) e Stéphane Huchard (batteria). Fedele alle sue abitudini, la delicata compositrice e arrangiatrice ha condotto il pubblico e gli addetti ai lavori in viaggio: a Cuba prima dell’uscita del suo nuovo CD, Invitation” (Continuo Jazz), in America latina, con una composizione afro-peruviana o negli Stati Uniti, con la riproposizione di uno standard dei fratelli Gershwin, “Fascinating Rhythm”. Davvero straordinari inviti musicali da parte di una eccellente musicista dalla scrittura ricercata.

Oltre a concerti e incontri, “Jammin’ Juan” è stata anche l’occasione di molteplici show case, vetrine della vivacità e dell’ardore della scena jazz attuale.

Se vi è stata una sorta di inflazione di trio piano -contrabbasso-batteria (sei in tutto!) – ispiratisi soprattutto o quasi esclusivamente a Bill Evans, Keith Jarrett, Brad Mehldau o E.S.T. – il più interessante è stato quello di Alex Montfort (Samuel F’Hima, contrabbasso, Tom Peyron, batteria). Contrariamente agli altri, il giovane pianista trae infatti ispirazione da Mulgrew Miller, Jason Moran, McCoy Tyner o Herbie Hancock. Un ottimo punto di partenza in questa epoca di clonazioni!

Altra scoperta il duo Nicolas Gardel/Rémi Panossian, già riconosciuto per le sue molteplici qualità. Il trombettista e il pianista, che già conoscevamo da alcuni anni, hanno condotto ad un alto livello di creatività e di inventiva una formula lontana dall’essere evidente, formula che li ha portati a riprendere con disinvoltura un classico del passato come “Caravan” di Duke Ellington/Juan Tizol.

E per restare nell’ambito del jazz più canonico, stile Jazz Messengers per intenderci, tanto di cappello a Josiah Woodson e il suo 5tet, “Quintessentiel”. Il trombettista/chitarrista già sideman di Beyoncé , ha presentato un jazz post be bop e hard bop potente, energico, fedele a una certa tradizione e che trasporta. Da scoprire…

A parte gli show case e i concerti, è stata anche organizzata una tavola rotonda dal titolo «Le donne del jazz », a seguito di una inchiesta intitolata “La rappresentanza donne-uomini nel jazz e le musiche improvvisate” realizzata dall’AJC, l’associazione Grands Formats, la FNEIJIMA (Federazione nazionale delle scuole di influenza jazz e musiche attuali), Opale e in cooperazione con l’ADEJ (Associazione degli insegnanti di jazz) .

Uno studio volontariamente riduttivo perché si esamina unicamente la rappresentanza donne-uomini (o vice-versa) in Francia. Come se il jazz – musica universale – si arresti alle frontiere interiori dell’Esagono (la Francia) o come se la stessa Francia sia l’ombelico del jazz! Questa inchiesta, che arriva alla conclusione per cui “il jazz e le musiche improvvisate sono attraversate da una netta divisione sessuale del lavoro, orizzontale ma anche verticale” avrebbe meritato di essere estesa se non all’Europa almeno ad alcuni dei nostri prossimi vicini… Ma forse, in quei casi, la comparazione sarebbe stata meno lusinghiera e in nostro sfavore…!

Didier Pennequin

(Trad. Gerlando Gatto)