I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 5)

Leo Records

(di Luigi Onori)

L’etichetta inglese Leo Records ha da poco festeggiato il suo quarantesimo anno di esistenza: il 6 giugno 2019 al londinese Cafe OTO si sono esibiti alcuni artisti che hanno, nel tempo, collaborato con Leo Feigin: Carolyn Hume, Paul May, Phil Minton, Roger Turner, Charlie Beresford, Peter Marsh. Sono una piccola rappresentanza di quanto la Leo Records ha documentato nel tempo; saltatore in alto russo – ai tempi dell’Unione Sovietica – Leo Feigin chiese ed ottenne asilo politico in Inghilterra negli anni ’70 ed iniziò a lavorare per la BBC. Nel 1979 non trovò alcun produttore per la musica che, clandestinamente, riceveva dall’Urss e decise di fondare una propria etichetta, con lo slogan “music for inquiring mind and the passionate heart”. Da allora Feigin non ha mai smesso di dare spazio ad artisti d’avanguardia americani, europei, giapponesi…in un catalogo vastissimo; fondamentale – negli anni ’80 e ’90 – fu l’opera di diffusione da parte della Leo Records dell’avantgarde jazz sovietico, che accompagnò la fine del regime e fornì un “luogo”, non solo sonoro, per molti oppositori. Un’idea della vastità, a volte entropica e dispersiva, di orizzonti dell’etichetta inglese ce la offre una delle ultime uscite del 2019, forte di cinque album.

Perelman-Maneri-Wooley, “Strings 3”
Il sassofonista tenore Ivo Perelman è uno degli artisti-pilastro nella produzione della Leo Records, almeno nell’ultimo decennio. A questo straordinario e prolifico improvvisatore di origine brasiliana, Feigin ha concesso di documentare gli incontri con tanti artisti, da cui sono scaturite alcune consolidate collaborazioni. Quella con il solista di viola Mat Maneri (altro “campione” dell’etichetta) è particolarmente solida, anche perché Perelman era da giovanissimo un virtuoso del violoncello, nella natìa San Paolo, ed ha molto registrato con strumenti ad arco. Ecco il senso della serie “Strings”, il cui terzo episodio vede anche il coinvolgimento del promettente trombettista Nate Wooley. I cinquantatre minuti di musica sono articolati in undici tracce semplicemente numerate, frutto della totale improvvisazione-esplorazione di registri sonori, intrecci polifonici, campi sonori nel senso più vasto e “contemporaneo” del termine.

Perelman-Maneri-Wooley-Shipp, “String 4”
La registrazione è posteriore di alcuni mesi, rispetto alla precedente, sempre ai Parkwest Studios di New York. Il trio si amplia a quartetto con l’importante presenza del pianista Matthew Shipp, uno dei ricercatori sonori più interessanti degli ultimi decenni, da qualche tempo un po’ in ombra. I suoi interventi accordali e solistici rendono meno aereo l’intreccio tenore/viola/tromba e Shipp porta, nella libera improvvisazione, un apprezzabile senso della forma e della misura; quasi cinquantacinque i minuti di musica, anche in questo caso suddivisi in nove parti numerate. Perelman è coproduttore della serie “strings” e suo è il “cover artwork” su opere di Tom Beckam. La libertà di esplorazione delle relazioni tra ance e “corde” si coniuga, così, con un attento controllo del prodotto discografico.

Christof Mahnig & Die Abmahnung, “Red Carpet”
Trombettista, leader e compositore di tutti i nove brani, Mahnig si muove su coordinate quasi antitetiche a quelle di Ivo Perelman. La storia-tradizione del jazz è per lui motivo di studio e creazione, recuperando elementi di carattere formale e linguistico senza, però, un processo mimetico né derivativo. La parte centrale del Cd è costituita dalla suite “Three Pictures” (circa quindici minuti) ed il trombettista dialoga in tutte le tracce con il chitarrista Laurent Metéau, il contrabbassista Rafael Jerje ed batterista Manuel Künzi. Il risultato è un album che unisce godibilità e innovazione, sfruttando il ristretto organico in modo magistrale. Il cd è stato prodotto con il supporto economico di istituzioni culturali svizzere (Lucerna).

Blazing Flame Quintet/6, “Wrecked Chateau”
La parola, la poesia (tutti i testi nel booklet) sono al centro di questo lavoro discografico che si potrebbe definire polistilistico: l’ascolto dell’iniziale “Back Into The High Tide We Go” è piuttosto esemplificativa. Tutti le liriche sono del “vocalist” (la sua è una “song poetry”, in realtà) Steve Day, supportato talvolta da Julian Dale che è anche contrabbassista e violoncellista. Il gruppo prevede inoltre Peter Evans (violino elettrico a cinque corde), David Mowat (tromba), Mark Langford (sax tenore, clarinetto basso), Marco Anderson (batteria, percussioni). Non mancano sfumature e accentazioni rock, atmosfere teatrali e riferimenti jazzistici anche nei versi (“Flaming Gershwin”). Musica aperta, porosa, mutevole, visionaria, libertaria, di artisti non più giovani ma ancora “utopistici”.

Oogui, “Travoltazuki”
Feigin riesce a spiazzarti, sempre. Il produttore definisce il gruppo un “disto-disco-trio” ed il lavoro discografico “un laboratorio di sorprese musicali che mettono insieme jazz, disco, progressive rock e improvvisazione”. Il tramite con l’etichetta d’avanguardia inglese è stato il chitarrista svizzero Vinz Vonlanthen (ha inciso più volte per la Leo, nell’ambito della musica improvvisata): ha creato un trio con il pianista/tastierista Florence Melnotte ed il batterista/percussionista Sylvian Fourier (all’occorrenza tutti usano la voce) per rileggere il sound della disco anni ’80 in una chiave assolutamente personale (“Shitimogo”; nell’interno del cd c’è anche un John Travolta “mascherato”). Operazione riuscita? In ogni caso bisogna dar atto a Leo Feigin di una grande apertura, il che non è poco per i suoi ottantuno anni (è nato nel 1938 in quella che si chiamava Leningrado).

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Parco della Musica Records

La Parco della Musica Records è l’etichetta discografica della Fondazione Musica per Roma che dal 2004 pubblica i migliori progetti registrati all’Auditorium Parco della Musica di Roma o proposti da artisti profondamente legati ad esso. Le linee editoriali seguono la stessa ricerca e selezione che caratterizza la programmazione musicale dell’Auditorium. La Parco della Musica Records è riuscita a raggiungere in pochi anni una posizione di prestigio nel mondo discografico guadagnando consensi sempre più positivi da parte della critica nazionale e internazionale e ottenendo numerosi premi e riconoscimenti.

Franco D’Andrea – “Intervals I”, “Intervals II”, “A Light Day”
Franco D’Andrea è artista di caratura mondiale cosicché ogni suo album viene giustamente considerato un evento. Figuratevi quando di album, a distanza pochi mesi, ne escono addirittura tre. Attivo sin dai primi anni Sessanta, il pianista di Merano, come si diceva in apertura, è oggi considerato una punta di diamante del jazz globalmente inteso grazie alla sua classe, alla sua originalità e soprattutto alla sua ansia di ricerca che non conosce pause ad onta dei 78 anni suonati. D’altro canto chi lo conosce personalmente sa benissimo quanto Franco sia ancora fresco nel suo entusiasmo, gentile, disponibile, capace, suonando, di entusiasmarsi, di emozionarsi come un ragazzino alle prime armi. I primi due CD, significativamente intitolati «Intervals», evidenziano appieno quell’ansia di ricerca del pianista che si esercita sull’intervallo, ossia sulla distanza che separa due suoni, intervallo che può essere melodico o armonico. In questa puntigliosa e trascinante disamina D’Andrea è accompagnato da un ottetto di cui fa parte il suo sestetto ormai storico (Andrea Ayassot ai sassofoni, Daniele D’Agaro al clarinetto, Mauro Ottolini al trombone, Aldo Mella al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria), ai quali si aggiungono la chitarra elettrica di Enrico Terragnoli e l’elettronica di Luca Roccatagliati, in arte DJ Rocca, elementi che risulteranno determinanti per arricchire la tavolozza timbrica del gruppo. “Intervals I” contiene la registrazione integrale del concerto tenuto il 21 marzo 2017 all’Auditorium Parco della Musica di Roma, mentre “Intervals II” contiene brani registrati durante le prove per il concerto del 21…Descrivere la musica contenuta nei due album è impresa praticamente impossibile (e forse anche inutile) data la varietà di situazioni e combinazioni che l’artista propone. Comunque una qualche differenziazione – non facile da cogliere – tra i due CD esiste nel senso che il primo volume è più strutturato, in cui è abbastanza facile scorgere i diversi input che hanno contribuito a rendere così particolare e articolato il linguaggio di D’Andrea (si ascolti, al riguardo ‘Intervals 3 / Old Jazz’ e ‘Traditions N.2’). Meno omogeneo il secondo volume, ancora più aperto in quanto, come spiega lo stesso D’Andrea, contiene situazioni estreme sperimentate durante le prove ma poi non confluite nel concerto. Altro aspetto importante che viene in primo piano e che accomuna ambedue i CD è la ricchezza della tavolozza timbrica, arricchita da una sorta di “sezione elettronica”, che contribuisce notevolmente a creare un nuovo suono di gruppo.
A differenza degli altri due album, “A Light Day” è un doppio CD in cui ancora una volta Franco D’Andreea affronta la dimensione, per lui assai congeniale, del piano-solo. In programma parecchie composizioni dello stesso D’Andrea, affiancate a riletture di alcuni storici brani Dixieland. Il risultato è ancora una volta entusiasmante. Come su accennato il piano solo è per D’Andrea un contesto che lo ha già visto indiscusso protagonista. Questa ulteriore produzione discografica ci restituisce un artista semplicemente sontuoso dal punto di vista sia esecutivo sia compositivo. Chi conosce il musicista di Merano sa bene quanto lo stesso sia legato al jazz del passato pur rinnovandolo e rivisitandolo alla luce della sua sensibilità di musicista moderno. Di qui un jazz originale, in cui la ricerca sul materiale si combina perfettamente con quella sul suono e sulla combinazione di elementi derivati sia dal primo jazz sia dal free; e non crediamo di esagerare affermando che D’Andrea è uno dei pochissimi artisti al mondo capace di operare una tale sintesi giungendo a risultati sempre – e sottolineamo sempre – di assoluta originalità e di grande valore artistico.

Riccardo Del Fra – “Moving People”
“Per me, comporre vuol dire trasmettere un significato”; cosí il contrabbassista Riccardo Del Fra inizia la breve presentazione del compact “Moving People”. Trattasi di una suite che il medesimo compositore non esita a definire basata sui canoni di “motion and emotion”, movimento ed emozioni che ne determinano lo sviluppo, l’andamento, le sequenze armoniche. C’è una sottotraccia, nel lavoro commissionatogli dalla Fondazione Genshagen di Berlino, un mandato ispirato all’amicizia fra i popoli: il genere umano in marcia, il suo moto perpetuo, visto nell’attuale momento storico in cui incalza il problema dell’immigrazione con i conseguenti nodi politici da sciogliere. Del Fra assembla per l’occasione una formazione cosmopolita, in rappresentanza di cinque Paesi: ” mette insieme e dirige diversi background stilistici creando un risultato sorprendente” annota Ted Panken mentre Jen Paul Ricard, sempre all’interno della cover, ne sottolinea la bellezza del mondo melodico. Caratteristica del resto tipica anche del precedente disco “My Chet My Song”, inciso per la stessa label, in cui la componente “motoemotiva” era già presente nelle prestazioni di questo contrabbassista lirico, abituato a lavorare in profondità sulle corde per estrarne l’anima, alimentare la fantasia, impregnare in concreto l’interpretazione. La scelta dei partners pare misurata per realizzare al meglio le dieci composizioni dell’album sulla base di quanto programmato, lasciando ampio spazio ora all’improvvisazione (‘Ressac’, ‘Street Scenes’), ora all’immaginazione (‘The Sea Behind’, ‘Around The Fire’), ora alla percezione effimera (‘Ephemeral Refractions’) ora alla spinta ritmica (‘Children Walking Through A Minefield’), al dialogo fra strumenti (‘Wind On An Open Book II’), infine ad ampie aperture (‘Cieli sereni’); in un progetto che i (sette) jazzisti, artisti in cammino e musicisti “d’incontro” per definizione, applicano doviziosamente. Sono il trombettista polacco Tomasz Dabrowski, il sassofonista tedesco Jan Prax, i francesi Rémi Fox al baritono e soprano e Cart-Henry Morisset al pianoforte, e gli americani Jason Brown alla batteria e l’ospite Kurt Rosenwinkel alla chitarra. Il tema principale, “Moving People”, è di quelli che ritornano in mente per merito di una melodia delicata ed iterata che penetra, lasciando una sensazione indefinita di viaggio, intrisa di pathos intenso ed intime suggestioni. (Amedeo Furfaro)

Martux_m – “Apollo 11 Reloaded”
La musica elettronica non ci entusiasma: di qui lo scetticismo con cui ci siamo posti ad ascoltare questo album. Per fortuna le cose sono andate meglio del previsto. Intendiamoci: non è che ci abbia entusiasmato, ma siamo riusciti ad ascoltarlo sino alla fine senza problema alcuno, anzi apprezzando particolarmente i due brani in cui figura Francesco Bearzatti. Ciò perché Martux_m è artista maturo, consapevole delle proprie possibilità, che usa l’elettronica come linguaggio, come mezzo di comunicazione al di là di qualsivoglia intento edonistico. Come si può facilmente evincere dal titolo, il progetto nasce in occasione delle celebrazioni dei 50 anni dello sbarco del primo uomo sulla luna. Assecondando la sua straordinaria fantasia, Martux_m ha inteso, attraverso la sua musica, descrivere le varie fasi della missione Apollo 11, dalla partenza con il primo brano “Lift Off”, al rientro sulla terra con l’ultimo brano “Return”. In mezzo, tra l’altro, due brani particolarmente legati a quello specifico periodo storico: “Us and them” dei Pink Floyd tratto dall’indimenticabile “The dark side of the moon” e “Space Oddity” di David Bowie. In apertura accennavamo alla maturità artistica di Martux_m e a conferma di ciò da segnalare la validità dei collaboratori che il musicista ha scelto per questa nuova impresa discografica: sul piano dell’organico ecco inseriti Giulio Maresca all’elettronica in tutti i brani e il sax di Francesco Bearzatti in “Us And Them” e “Space Oddity”. Ma non basta ché ritroviamo Danilo Rea in veste di compositore dell’ultimo brano “Return”, e arrangiatore (nei due brani in cui si ascolta Bearzatti), il compositore cinematografico Pasquale Catalano (autore di “Sightseeing on the Moon”). Il risultato è, come si accennava, più che soddisfacente, in grado, cioè, di farsi ascoltare da un pubblico che va al di là dei soli appassionati di elettronica.

Fabrizio Sferra, Costanza Alegiani – “Grace in Town”
Conosciamo Fabrizio da qualche decennio, da quando cominciò ad interessarsi di jazz suonando nel ‘West Trio’ assieme al fratello Aldo, eccellente chitarrista. E siamo stati tra i primissimi giornalisti a notarlo e farlo conoscere al popolo del jazz. Di qui il nostro stupore quando ci siamo trovati fra le mani questo album in cui Fabrizio ha abbandonato bacchette e spazzole per reinventarsi compositore e interprete canoro di dieci nuove composizioni da lui stesso scritte con i testi della compagna di viaggio Costanza Alegiani (cui si è aggiunta nel brano di chiusura Sarah Victoria Barberis). Ma perché questo cambio di rotta così radicale? L’album, spiega Sferra in una recente intervista “nasce dalla voglia di riprendere una pratica abituale della fanciullezza e dell’adolescenza (prima cioè di cominciare a dedicarmi, all’età di diciotto anni, allo studio della batteria e all’avventura del jazz, sviluppata poi in questi ultimi quarant’anni), quella cioè del cantare e scrivere canzoni. Quindi è nato, a livello musicale, come un gioco: il ritrovarsi intimo con una vecchia, semplice passione: mettere insieme il canto di una linea melodica con degli accordi, e lasciarsi trasportare nello sviluppo di una forma”. Risultato: un album delicato, a tratti coinvolgente, in cui l’anima jazzistica di Fabrizio Sferra si fonde con la voce di Costanza Alegiani a disegnare un’oretta di buona musica impreziosita da un organico orchestrale di tutto rispetto con Alessandro Gwis al piano e tastiere, Francesco Diodati alla chitarra elettrica, Francesco Ponticelli al basso e Federico Scettri alla batteria in sei dei dieci brani in programma (negli altri alla batteria torna Sferra). Ben calibrato è anche il ricorso all’elettronica che conferisce al progetto un sound assolutamente attuale attraversando territori i più svariati: dal rock al blues, dal moderno allo sperimentalismo, il tutto mantenendosi ad una certa distanza da quel linguaggio jazzistico da cui Sferra proviene.

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Poll Winners Records

E’ un’etichetta specializzata nelle riedizione in CD di molti titoli che possiamo considerare dei veri e propri classici della storia del jazz, titoli che si sono meritati le ‘cinque stelle’ nelle recensioni di “Down Beat”. Caratteristica di queste riedizioni l’aggiunta, oltre all’album originale, di contenuti extra.

Duke Ellington – “Ellington Uptown • The Liberian Suite • Masterpieces By Ellington”
Ancora un doppio cd di grande valore storico; vi ritroviamo tutte le registrazioni effettuate durante le sessioni da cui sono stati tratti gli album di Duke Ellington: “Ellington Uptown” (Columbia ML4639 / CL830), “The Liberian Suite” (Columbia CL848) e “Masterpieces by Ellington” (Columbia ML4418). In particolare “Ellington Uptown” era stato originariamente pubblicato in due diverse versioni, la prima contenente anche “The Harlem Suite” e la seconda con al posto della “Harlem Suite” la “Controversial Suite”. “The Liberian Suite” è stata prima pubblicata come un LP 10 pollici e poi come LP 12 pollici con l’aggiunta di “The Harlem Suite”. Tutte queste registrazioni sono riunite qui con l’aggiunta di un brano (“Come on Home”) che completa le sessioni di “Ellington Uptown”, e quattro rare versioni alternative de “The Liberian Suite” registrate nel corso della stessa sessione. Come ulteriore bonus una versione del brano “The Tattooed Bride” registrato dal vivo alla Carnegie Hall il 13 novembre del 1948. Chi conosce la musica del “Duca” sa che ci troviamo dinnanzi ad una delle migliori formazioni assemblate da Ellington, con tutti i migliori solisti in primo piano, da Cat Anderson a Clak Terry, da Juan Tizol a Britt Woodman, da Russell Procope a Johnny Hodges … tanto per citarne alcuni. La musica è semplicemente straordinaria: non a caso su questi pezzi di Ellington sono stati versati fiumi di inchiostro. Si pensi solo a “The Harlem Suite” ovvero “A Tone Parallel To Harlem” una composizione di 14 minuti in cui Ellington supera i confini del jazz propriamente inteso per assurgere a livelli di assoluta grandezza, al di là di qualsivoglia genere.

Dizzy Gillespie, Charlie Parker – “Diz ‘n’ Bird. The Beginning”
L’album “Diz ‘n’ Bird – The Beginning” (Roost-SK-106) venne pubblicato nel 1959, cinque anni dopo la morte di Charlie Parker, e conteneva rare registrazioni degli albori del bebop. L’album riuniva alcune registrazioni provenienti da un concerto in quintetto del 1947 di Parker e Gillespie alla Carnegie Hall (con John Lewis al piano, Al McKibbon al basso e Joe Harris alla batteria), e da un concerto del quintetto di Gillespie del 1953 alla Salle Pleyel di Parigi (con Bill Graham sax baritono, Wade Legge piano, Lou Hackney basso, Al Jones batteria, Joe Carroll e Sarah Vaughan voce) accoppiandole con registrazioni di Bird per la Dial del 1947 (con Miles Davis, J.J. Johnson trombone, Duke Jordan piano, Tommy Potter basso e Max Roach batteria). Questa nuova edizione in doppio cd include il concerto completo alla Carnegie Hall del 1947, più l’intero concerto alla Salle Pleyel, insieme alle tracce di Dial incluse nell’LP originale; come bonus sono state aggiunte delle registrazioni radiofoniche effettuate al club Birdland nel 1951 dai due in sestetto con Bud Powell piano, Tommy Potter basso, Roy Haynes batteria e Symphony Sid Torin alla conduzione radiofonica). Basterebbero queste semplici elencazioni per capire che si tratta di un album che tutti gli appassionati di jazz dovrebbero possedere. In effetti, oltre al valore storico, si tratta di registrazioni che illustrano tutta la carica dirompente di questi straordinari musicisti che a metà degli anni ’40 irruppero in un panorama jazzistico fino ad allora dominato dalle orchestre swing. Ed è davvero opportuno, consigliabile un ascolto attento soprattutto da parte dei più giovani che si avvicinano al jazz saltando a piè pari i primi 50 anni di questa straordinaria musica.

Django Reinhardt – “Djangology”
Django Reinhardt fu non solo uno dei più grandi jazzisti del secolo scorso, ma per lunga pezza l’unico musicista europeo in grado di competere ad armi pari con i colleghi d’oltre oceano. Il suo stile chitarristico, in effetti, era influenzato molto più dalle correnti europee che non dagli input che avevano formato e fatto crescere il jazz statunitense. Ricordiamo, al riguardo, il celeberrimo quintetto dell’Hot Club di Francia costituito nel 1934 da Django con il violinista Stephane Grappelli, anch’egli europeo. Tutto ciò risalta evidente anche da questo album che contiene innanzitutto il completo lp “Djangology” registrato nel 1949 da Reinhardt e Grappelli a Roma con una sezione ritmica locale con Gianni Safred al piano, Carlo Pecori al contrabbasso e Aurelio De Carolis alla batteria. L’album venne pubblicato dalla RCA Victor nel 1961, quindi dieci anni dopo la scomparsa del chitarrista. Adesso questo CD riporta in luce il “vecchio” lp con l’aggiunta, come bonus, di dodici tracce tratte dalle stesse sessioni del 1949. Quanto alla qualità della musica c’è veramente poco da aggiungere. Anche se accompagnati da una sezione ritmica con cui non avevano molta dimestichezza, chitarrista e violinista esplicano appieno la loro arte con una intensità e una passione che ancora oggi colpiscono a 70 anni dalla loro registrazione. Ritroviamo, così alcuni capolavori assoluti quali “Minor Swing” che non a caso apre il CD, “The Man I Love” che altrettanto non casualmente lo chiude, e poi in mezzo “Lover Man”, “Swing 42”, “Daphné”…Insomma un album che sicuramente non stupirà chi già conosce questo straordinario artista ma che aprirà orizzonti fin ora sconosciuti a quei tanti giovani che mai hanno ascoltato qualcosa di Django Reinhardt.

I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 4)

CNI

La Compagnia Nuove Indye viene fondata all’inizio degli anni ’90 da Paolo Dossena, storico produttore musicale, paroliere e compositore italiano. Nel corso della sua attività la Compagnia Nuove Indye ha avuto una particolare attenzione verso la musica etnica e dialettale, lanciando artisti come gli Almamegretta o gli Agricantus, senza comunque trascurare altri artisti di assoluto rilievo come Sud Sound System, Enzo Avitabile, Nidi d’Arac, A3 Apulia Project, Maurizio Capone, Bandorkestra, Alessandro Gwis.

Agricantus – “Akoustikòs Vol.I”
Agrigantus è uno dei gruppi in assoluto più significativi che abbiano attraversato la storia della musica italiana negli ultimi decenni. Siamo alla fine degli anni settanta, quando un gruppo di ragazzini di grande talento sperimenta suoni nuovi che non somigliano a niente di conosciuto in quanto coniugano i canti e gli strumenti della tradizione siciliana con le tradizioni africane, dando corpo tangibile alla teoria della musica quale ‘linguaggio universale’. Linguaggio che viene man mano arricchito con riferimenti non solo alla tradizione mediterranea ma anche a quella sudamericana, asiatica e mediorientale. Da quest’inizio il gruppo con gradualità si fa conoscere ottenendo unanimi consensi di pubblico e di critica anche al di fuori dei confini nazionali. Pur vivendo numerose trasformazioni, Agricantus ha comunque conservato una propria precisa identità non scalfita neanche dal fatto che per alcuni periodi ha osservato un rigoroso silenzio da cui sono riemersi solo mesi fa con questo eccellente album. Identità che si sostanzia, come si accennava, nella grandissima capacità di convogliare in un unicum input provenienti dalle più diverse realtà. Non è quindi un caso che la storia discografica di Agricantus abbia oggi un nuovo inizio con la CNI, che, come si diceva, si è da sempre contraddistinta per dare spazio alle più importanti band di world music che il nostro paese abbia prodotto. Questo nuovo lavoro vede nel rinnovato gruppo la splendida voce di Anita Vitale, accanto a musicisti che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni quali Mario Rivera al contrabbasso, Giovanni Lo Cascio batteria e percussioni e il sempre toccante contributo degli strumenti arcaici di Mario Crispi (a cui “A proposito di jazz” ha dedicato una lunga e illuminante intervista). Risultato: un album di assoluta originalità, modernità, degno di essere ascoltato con grande attenzione.

Bandorkestra – “Best Seller”
Ogni volta che mi accingo ad ascoltare un nuovo album di Bandorkestra mi sorge un dubbio: riuscirà anche questa volta la band di Marco Castelli a trasmettermi le stesse emozioni, la stessa straordinaria energia, la ventata di sano ottimismo dell’ultimo ascolto? Questa volta il dubbio era ancora più forte in quanto l’album è stato concepito e realizzato per celebrare i quindici anni di attività artistica del gruppo, una ricca antologia, quindi, in cui sono stati raccolti quindici brani – compresi alcuni inediti – che, nel loro insieme, compendiano efficacemente il percorso artistico di Castelli e soci. Percorso artistico declinato attraverso una concezione musicale assolutamente originale, in grado di transitare da un terreno all’altro senza la minima difficoltà sì da affrontare un repertorio quanto mai variegato: dal jazz allo swing, dallo ska al boogie-woogie, dal latin al reggae… e via di questo passo. Il tutto riuscendo a ben coniugare scrittura e improvvisazione, arrangiamenti istantanei e logica organizzazione. E se ascoltando gli album di Bandorkestra si riesce a mala pena a stare fermi, figuratevi qual è il clima che questa straordinaria band riesce ad instaurare nelle esecuzioni dal vivo. Quindi anche in questo “Best Seller” ritroviamo la solita possente sezione di fiati sorretta da una ritmica tritatutto, senza però tralasciare qualche residua finezza nell’esposizione dei temi e nel dipanarsi degli assoli. I brani, come avrete capito, sono tutti assai godibili anche se ci piace segnalarvi uno degli inediti, il medley “Lotta Love Medley” in cui “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin sfuma in “Come Togheter” dei Beatles e poi in “Happy” di Pharrel Willams. Dal punto di vista solistico, da ascoltare con attenzione l’assolo di Pietro Tonolo in “Anelli” che dimostra, se pur ce ne fosse bisogno, il perché Tonolo sia a ben ragione considerato uno dei migliori sassofonisti e non solo a livello nazionale.

Alessandro Gwis – “#2”
Alessandro Gwis è pianista completo nell’accezione più vera del termine in quanto coniuga una tecnica eccellente con uno stile personale determinato dalle influenze derivanti dalla musica classica, dal rock, dal tango, dal jazz fino alla musica elettronica. Si è fatto le ossa soprattutto con gli “Aires Tango” ma poi ha intrapreso una sua strada finora ricca di successi. Nel 2006 pubblica il suo primo album da leader intitolato semplicemente “Alessandro Gwis” con Luca Pirozzi al contrabbasso e basso elettrico e Andrea Sciommeri alla batteria e percussioni. Ed è con questa stessa formazione (con l’aggiunta di Luciano Biondini all’accordion) che il pianista romano si ripresenta al pubblico del jazz: “#2” propone tredici brani tutti a firma dello stesso Gwis (da solo o con gli altri componenti del trio) che testimonia in modo inequivocabile la raggiunta maturità del pianista anche come compositore. Le composizioni originali sono tutte ben scritte, equilibrate, ottimamente eseguite e soprattutto con un perfetto equilibrio tra parti scritte e parti improvvisate. Equilibrio talmente ben raggiunto che cinque brani (“The Blessed Sadness Of Fall”, “The Baloonatic”, “Ibo”, “The Flood”, “Wind Rose Glitches”) sono esplicitamente indicati come “free improvisations recorded in studio” ma nell’economia generale dell’album si fa fatica a distinguerle dalle altre. I tre si muovono all’insegna di un’empatia frutto di una intensa e fruttuosa collaborazione fra i tre. Così, anche quando il pianista introduce elementi “elettronici”, o al trio si aggiunge l’accordion di Luciano Biondini (“Don’t blame Gwis”) il clima generale non cambia e la musica scorre fluida, libera – se mi consentite l’espressione – sempre caratterizzata da una linea melodica perfettamente riconoscibile.

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Emme Record Label

Il marchio nasce nel 2010 ma ha alle spalle oltre un decennio di esperienze professionali legate all’organizzazione, direzione artistica, Management & Booking. Emme Produzioni Musicali si caratterizza per il fatto di essere una delle pochissime realtà europee capaci di fornire tutti i servizi produttivi, discografici e manageriali, necessari a diffondere nel miglior modo un progetto artistico.

Bonora – “Enkidu”
“Enkidu” è l’album d’esordio di Bonora, un sestetto composto da giovani musicisti provenienti da Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Marche: Francesco Giustini (tromba, flicorno), Leonardo Rosselli (sax tenore, sax soprano), Daniele Bartoli (chitarra elettrica), Alberto Lincetto (pianoforte, tastiere), Alberto Zuanon (contrabbasso), Stefano Cosi (batteria). Se dal punto di vista del repertorio (composto interamente da composizioni originali) il gruppo si muove su terreni non proprio nuovi, viceversa dal punto di vista esecutivo si nota una certa originalità. In effetti il sestetto evidenzia una buona conoscenza del mondo musicale riuscendo a enucleare elementi sia dal jazz più tradizionale, sia dal free, sia dal rock (soprattutto per quanto concerne la sezione ritmica), elementi che confluiscono in una visione unitaria andando così a costituire un linguaggio personale che costituisce l’elemento caratterizzante il gruppo. Così mentre i fiati sembrano rifarsi più esplicitamente al mondo del jazz, batteria e contrabbasso forniscono, come già sottolineato, un supporto che sottende una profonda conoscenza del rock. Il tutto si sposa tranquillamente, senza alcuna discrasia ad ulteriore dimostrazione che linguaggi diversi possono fondersi in un unicum di livello a patto che i musicisti siano all’altezza della situazione. E non c’è dubbio che questi giovani artisti, di cui sentiremo spesso parlare, all’altezza della situazione lo siano già.

The Sycamore – “Seamless”
Album d’esordio per il collettivo Sycamore, band nata nel 2015, dall’unione di sei musicisti di origine umbra, ovvero Andrea Angeloni al trombone, Leonardo Radicchi al sassofono, Alessio Capobianco e Ruggero Fornari alla chitarra, Pietro Paris al contrabbasso e Lorenzo Brilli alla batteria. Il loro primo EP, registrato nel novembre 2016 e ottimamente accolto dalla critica internazionale, ha consentito loro di partecipare al Conad Jazz Contest 2017, esibirsi a Umbria Jazz e vincere il primo premio della Giuria Popolare. Questo “Seamless” si lascia ascoltare per almeno due buoni motivi: la linea melodica che caratterizza tutti i brani e la bravura dei musicisti considerati sia singolarmente sia nel collettivo. In effetti, pur essendo al loro esordio discografico, i sei musicisti evidenziano un buon interplay che li porta a interagire con fluidità. Di qui un colloquio costante, una ripartizione degli spazi equa ed equilibrata. Intendo dire che non c’è un solista che svetta sugli altri, ma è un gioco collettivo in cui si inseriscono di volta in volta gli assolo dei sei musicisti. I quali si fanno apprezzare anche come autori dal momento che tutti gli otto brani in programma sono scritti dagli stessi componenti il sestetto, comunque legati da un idem sentire che contribuisce non poco all’omogeneità dell’album. Tra le varie composizioni degna di menzione l’apertura, “La spinara”, ottimo esempio di quell’interplay cui prima si faceva riferimento e “Dark Lights” una suggestiva ballad tutta giocata sul dialogo tra chitarra acustica e clarinetto basso.

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Green Corner

Ecco un’altra etichetta che si è imposta sul mercato grazie ad una scelta precisa: riproporre alcuni capolavori del passato con un catalogo assai vasto in cui figurano artisti di assoluto livello: da John Coltrane a Duke Ellington, da Miles Davis a Bill Evans… e via di questo passo.

Duke Ellington & John Coltrane
Questo doppio album contiene le registrazioni effettuate da Ellington e Coltrane a Englewood Cliffs il 26 settembre del 1962 nella duplice versione stereo e mono. Si tratta delle uniche incisioni realizzate assieme da Duke Ellington e John Coltrane. Per l’occasione, i due “giganti del jazz” sono accompagnati dal bassista e dal batterista dei rispettivi gruppi (che si sono alternati sulle tracce), Aaron Bell e Sam Woodyard (dalla sezione ritmica di Duke), e Jimmy Garrison e Elvin Jones (dalla sezione ritmica di Trane). A ciò si aggiungono, come bonus, quattro brani correlati a Ellington, eseguiti da piccoli gruppi guidati da Coltrane in diverse sessioni, cinque altre versioni di Ellington dei brani dell’album e una versione in quartetto di John Coltrane di “Big Nick”, la sua unica composizione originale dell’album. Ciò premesso, non credo ci sia molto da aggiungere sulla qualità della musica. Si tratta, come nel costume della Green Corner, di grande musica al di là di qualsivoglia etichetta, una musica che pone in evidenza non solo la grandezza esecutiva di due straordinari giganti, ma anche la qualità compositiva di Ellington, uno dei più grandi musicisti che il secolo scorso abbia annoverato. Dal canto suo Coltrane stupisce per la maturità con cui si confronta con un artista già grande: non dimentichiamo che nel 1962 Ellington è già un grande della musica mentre Coltrane solo nel 1960 ha costituito il suo primo gruppo da leader dopo aver militato nei gruppi di Thelonious Monk e Miles Davis. Insomma Coltrane è ancora considerato una promessa… ma che ha già al suo arco una quantità infinita di frecce che nell’arco di pochi anni lo condurranno nell’Olimpo del jazz.

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Labirinti sonori

L’etichetta discografica Labirinti Sonori – Music for Heart and Mind – è stata creata nel 2006 da Stefano Maltese. L’intento è quello di gestire la propria musica con il maggior controllo possibile e allo stesso tempo dare spazio alle produzioni musicali di musicisti che si esprimono con linguaggi personali, lontani dai cliché che mortificano la creatività. A parte i dischi realizzati dallo stesso Maltese e dai musicisti a egli più vicini, il catalogo di Labirinti Sonori annovera anche John Tchicai, Keith Tippett, Steve Lacy.

Roberta Maci – “I’m On The Way”
La multistrumentista Roberta Maci (sax soprano, sax tenore, sax alto, flauti, percussioni, voce) nonostante la giovane età (classe 1992), ha già raggiunto notevoli risultati che si sostanziano in questo primo album da leader alla testa del NBS Quartet, con Stefano Maltese (sax, flauto e percussioni), Giovanni Arena (contrabbasso) e Antonio Moncada (batteria e percussioni)
cui si aggiunge il pianista inglese Alex Maguire conosciuto per le sue collaborazioni con alcuni musicisti attivi nell’ambito del free jazz quali Elton Dean, Sean Bergin et Michael Moore. In questo album d’esordio la Maci evidenzia anche le sue capacità compositive dal momento che sugli undici brani in programma ben sette sono suoi con accanto due composizioni di Stefano Maltese e una a testa per Alex Maguire e Roscoe Mitchell (la ben nota “Odwalla” a chiudere il CD). L’album è apprezzabile da diversi punti di vista. Innanzitutto come strumentista la Maci è artista matura, ben consapevole dei propri mezzi espressivi e perfettamente in grado di maneggiare l’enorme percorso musicale che ha condotto il jazz dalle origini fino alle più moderne espressioni dei nostri giorni, senza dimenticare le musiche della propria terra, la Sicilia. Anche dal punto di vista compositivo le valutazioni non possono che essere positive: le sue creature sono ben costruite, equilibrate, con un filo logico che risulta ben individuabile nella ricerca di un linea melodica a tratti suadente a tratti più sfuggente.

Stefano Maltese – “Redder Level”
Questo doppio album racchiude le registrazioni effettuate il 7 gennaio 2018 durante il “Labirinti Sonori Siracusa Jazz Festival”. Il multistrumentista siciliano è alla testa del suo “Sonic Mirror Quartet” completato da Roberta Maci di cui abbiamo parlato in precedenza, Fred Casadei al contrabbasso e il fido Antonio Moncada batteria e percussioni. In programma 12 pezzi tutti scaturiti dalla penna del leader. Conosciamo Stefano Maltese oramai da tanti anni e non abbiamo alcuna difficoltà ad affermare che si tratta di uno dei jazzisti più originali, genuini, consequenziali e coerenti che il mondo del jazz possa vantare. Da quanto è apparso sulle scene nazionali e internazionali è rimasto sempre fedele al suo modo di essere, alla sua musica che nulla a che fare né con il facile ascolto, né con le mode passeggere, né tanto meno con inutili sperimentazioni fini a sé stesse. Il suo linguaggio è rigoroso, frutto di studi intensi e di una concezione “corale” della musica per cui l’esecuzione è sì frutto di una straordinaria intesa e di uno sviluppo complessivo senza però trascurare le capacità dei singoli che vengono esaltate attraverso il giusto spazio dato ad ogni assolo; si ascolti ad esempio la Maci al sax soprano in “Endless Circless” e al sax alto in “Way To Nowhere” dedicato a John Tchicai con il quale Maltese ha avuto modo di collaborare (registrando tra l’altro in duo nel 2010 l’album “Men From Windy Land”) mentre la sezione ritmica si fa particolarmente apprezzare in “We Everywhere”. Dal canto suo Maltese è l’anima pulsante del gruppo, il leader che impronta di sé ogni brano sia con la sicura conduzione sia con assoli sempre particolarmente centrati.

IN EQUILIBRIO TRA GIOVANI TALENTI E GRANDI NOMI LA NUOVA STAGIONE DEL MILESTONE JAZZ CLUB

Occhi puntati sui giovani talenti nostrani, alcune chicche inusuali e sorprendenti e nomi di grande richiamo, a livello nazionale e internazionale. Queste in estrema sintesi le peculiarità che possono descrivere la nuova stagione del Milestone Jazz Club, il locale piacentino di musica rigorosamente dal vivo che riapre la sua stagione di concerti il 5 ottobre e proseguirà tutte le settimane (perlopiù il sabato sera, qualche volta anche la domenica nel tardo pomeriggio e un unico venerdì) fino a tutto il mese di gennaio. Da febbraio, poi, sarà la volta della nuova edizione del Concorso “Bettinardi”, da sempre preludio del Piacenza Jazz Fest.

In sedici anni di vita il Concorso ha visto maturare professionalmente tanti dei giovani talenti che avevano superato le varie fasi della selezione fino alla finale, alcuni dei quali sono riusciti diventare musicisti affermati, concretizzando quella che, all’epoca della loro partecipazione, era un’ambizione: fare della musica la loro scelta di vita.

Quest’anno il Bettinardi si guadagna una larga fetta di programmazione al Milestone, sia attraverso tre dei protagonisti delle passate edizioni sia con una finale speciale, nuova di zecca. A tornare sul palco del club con i loro attuali progetti musicali saranno il polistrumentista Dario Carnovale (vincitore nel 2008 nella sezione gruppi col suo trio di allora) sabato 2 novembre insieme al saxofonista Francesco Bearzatti, il saxofonista Claudio Jr. De Rosa (miglior solista nel 2016) che presenterà il suo nuovo album il prossimo 4 gennaio insieme al quartetto che porta il suo nome e il pianista Francesco Orio (sempre miglior solista nel 2015 e miglior trio 2016) che si esibirà sabato 18 gennaio.

Domenica 13 ottobre si terrà invece la finale del Concorso Bettinardi “Speciale Emilia-Romagna”, appositamente bandita dal Piacenza Jazz Club insieme a Bologna In Musica e al Torrione di Ferrara, per selezionare giovani formazioni di musicisti che suonano musica originale residenti in maggioranza nella regione, con il sostegno della “Legge Musica”, prima in Italia nel suo genere. I gruppi che si esibiranno sono stati selezionati da una giuria di esperti sulla base del materiale audio inviato nei mesi scorsi, costituito da soli brani originali. Un’ottima occasione per tutti quei giovani che vogliono provare a crescere in un settore molto competitivo e in cui è molto difficile riuscire ad emergere senza l’ausilio di strumenti specifici che diano una mano concreta a sviluppare le proprie doti.

Pluralità di approcci, originalità di sguardi e livello qualitativo che tende sempre all’eccellenza nelle scelte artistiche, sono le caratteristiche più evidenti di questa stagione alle porte, che si preannuncia stimolante e variegata.

Senza addentrarsi troppo nel dettaglio, basti citare alcune perle come l’ultima serata di ottobre, una delle pochissime in Italia che vedrà esibirsi lo ZZ International Quartet, un quartetto internazionale di altissimo livello che include musicisti provenienti da quattro paesi diversi e che propone composizioni rigorosamente originali. Il quartetto è composto da Simone Zanchini alla fisarmonica e ai live electronics, Ratko Zjaca alla chitarra elettrica, Martin Gjaconovski al contrabbasso e Adam Nussbaum alla batteria.

Oppure a novembre la serata in due set che vedrà protagonista il batterista Roy Royston, nella prima parte insieme alla cantante Paola Quagliata in un duetto libero da appartenenze di genere, nella seconda insieme al suo quintetto, in una formazione particolarmente allettante, formata da clarinetto basso e saxofoni insieme alla fisarmonica, violoncello e contrabbasso.

Sempre a novembre, un trio di grandi nomi del Jazz, insieme per un progetto che finalmente torna a mettere il violino protagonista. Il violinista è il francesce Régis Huby che insieme al contrabbassista Bruno Chevillon (che qualcuno si ricorderà per aver accompagnato Michel Portal in un bellissimo concerto alla Sala degli Arazzi per il Piacenza Jazz Fest edizione 2018) e al batterista Michele Rabbia presentano il loro album “Reminescence”.

Tra i nomi di spicco non si può non citare la serata di venerdì 20 dicembre che vedrà il graditissimo ritorno di Antonio Faraò con un trio il cui spirito differisce dai precedenti, in virtù della presenza al contrabbasso e basso di Ameen Saleem, grande talento per anni nel quintetto di Roy Hargrove.

La commissione artistica del Milestone, composta da Gianni Azzali, Angelo Bardini e Monica Agosti, ha così voluto proporre al pubblico una programmazione che spazia per stili e per intenzione, che possa stuzzicare curiosità e interesse e che offrirà di certo la possibilità di ampliare i propri orizzonti musicali, per tutti coloro che non si vogliono fermare alle solite note ma amano continuare a crescere.

A partire dall’inaugurazione del 5 ottobre sarà già possibile all’ingresso fare la tessera 2020 del Piacenza Jazz Club che raffigurerà il padre del movimento free jazz Ornette Coleman nell’anniversario dei novant’anni dalla sua nascita.

Per maggiori informazioni si consiglia di visitare il sito www.piacenzajazzclub.it e seguire le sue pagine social su facebook, twitter e instagram.

Raffa & The BlueBirds Lab al TrentinoInJazz

TRENTINOINJAZZ 2019
e
TrentinoIn Jazz Club

presentano:

Giovedì 12 settembre 2019
ore 21.30
Circolo Operaio Paganini
Via S. Giovanni Bosco 5
Rovereto

RAFFA & THE BLUEBIRDS LAB

Ultima data estiva per il TrentinoInJazz 2019, giovedì 12 settembre con il nuovo appuntamento del TrentinoIn Jazz Club – ideato da Emilio Galante – al Circolo Operaio Paganini di Rovereto: Raffa & The BlueBirds Lab, ovvero Stefano Raffaelli (piano e live electronics), Nana Kofi Motobi (freestyle), Sehrat Akbal (voce/baglama), Bbeta (live electronics) e Carlos Pinheiro (sax).

Bluebirds Lab è il nuovo progetto del pianista trentino Stefano Raffaelli. Un vero e proprio laboratorio sonoro che indaga e sperimenta connessioni tra ambito elettronico, jazz e musica popolare. I musicisti partecipanti sono in continua turnazione, per togliere qualsiasi certezza e stabilità ai risultati di volta in volta raggiunti, e nella certezza che incognita e movimento possano generare stimoli creativi inconsueti. E’ un progetto multiculturale e multirazziale, che vede la presenza di figure straniere quali il rapper africano Nana Kofi Motobi, il kurdo Serhat Akbal (Kurdistan), il sassofonista portoghese Carlos Pinheiro.

Prossimo appuntamento: giovedì 26 settembre Mack a Rovereto (TN).

Paolo Fresu e Massimo Martinelli: doppia intervista, dal Teatro dell’Opera di Roma, al grande trombettista sardo e al Direttore della Banda dei Carabinieri

Il 27 maggio 2019 si è tenuto, al Teatro dell’Opera di Roma, il concerto della Banda Musicale dei Carabinieri, in occasione del 205° annuale di Fondazione dell’Arma.

La formazione di oltre cento elementi, diretta dal M° Massimo Martinelli, ha ospitato due musicisti straordinari: la virtuosa violinista americana Caroline Campbell e uno tra  i trombettisti più conosciuti e amati in Italia e nel mondo, Paolo Fresu.

A Proposito di Jazz ha ricevuto dal Comando Generale il gradito invito, per il secondo anno, a partecipare per raccontare la prestigiosa serata (questo il link alla mia recensione: http://www.online-jazz.net/2019/06/03/la-banda-dei-carabinieri-a-roma-con-paolo-fresu-e-caroline-campbell-le-affascinanti-contaminazioni-sinestetiche-della-musica/ ).

Nell’occasione, il direttore Gerlando Gatto ed io abbiamo intervistato Paolo Fresu, che ci parla anche della 32esima edizione di Time in Jazz, il festival sardo di cui è direttore artistico e che si svolgerà a Berchidda dal 7 al 16 agosto, e il M° Massimo Martinelli, che dirige la Banda dell’Arma da quasi vent’anni.

Marina Tuni

Paolo Fresu

 -Tu hai cominciato a suonare da ragazzo con la Banda Musicale “Bernardo De Muro” di Berchidda, tuo paese natale. Che ricordi hai di quel periodo e quanto è stata importante questa esperienza?

« Ho iniziato a suonare a 11 anni e il mio universo musicale era la Banda di Berchidda – a quell’epoca non c’era internet o youtube – che vedevo passare in tutti i momenti significativi della vita, una ricorrenza speciale, un matrimonio, un funerale, la festa del paese… Ricordo ancora l’odore e la luce particolare della sala dove sono entrato per la prima volta, ricordo gli strumenti appesi ai muri… la mia crescita musicale e umana è imprescindibilmente legata alla banda di Berchidda, della quale porto ancora la divisa quando mi capita di suonarvi! La banda è una scuola di vita, non solo di apprendimento della musica, e io le devo molto, al punto che senza di lei non sarei diventato un musicista ma, con ogni probabilità, un tecnico della Sip! Un altro ricordo legato a quei tempi è il gruppo che formammo per suonare alle feste e ai matrimoni, che a Berchidda si festeggiano per giorni… ed è di quell’epoca il mio primo approccio al jazz. Uno di noi, il pianista, aveva in casa una notevole collezione di dischi e fu così che oltre alla musica tradizionale provammo ad inserire in repertorio alcuni pezzi dei Nucleus (band prog-jazz-rock inglese fondata nel 1969 dal trombettista Ian Carr – N.d.R) però la gente si fermava stupita, smettendo di ballare, e quindi dovevamo correre ai ripari, ritornando al liscio!”

(Courtesy: timeinjazz.it)

 -Dunque dopo questa esperienza bandistica sei approdato al Conservatorio ma lì le cose non sono andate molto bene

“Sì e no; innanzitutto per entrare in Conservatorio ho faticato perché dovevo fare l’esame di ammissione; era un esame banalissimo ma egualmente mi cacciarono dicendo che non ero musicale. Evidentemente in quel momento avevano bisogno di altri strumenti, di altre cose… io me la presi parecchio e testardamente riuscii poi ad entrare in Conservatorio, anche se non è stata effettivamente un’esperienza straordinaria. Ciò perché ho incontrato un insegnante poco flessibile… erano gli anni in cui il jazz veniva ancora visto da alcuni – non da tutti – come una musica del diavolo; gli allievi che facevano jazz erano visti come un po’ diversi e gli insegnanti ci dicevano di non suonare il jazz e cose di questo genere”.

-In che anni siamo?

“Siamo a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Io mi sono diplomato, credo, nel 1981, ’82. Contemporaneamente frequentavo l’Istituto Tecnico Industriale a Sassari, mi sono diplomato come perito elettrotecnico e l’ultimo dei cinque anni della scuola frequentavo contemporaneamente il Conservatorio di Musica. Poi, come ho ricordato prima, non accettai un posto di lavoro che mi era stato offerto dalla Sip perché mi ero diplomato con il massimo dei voti (erano gli anni in cui le aziende si informavano dalle grandi scuole professionali e assumevano immediatamente). Presi poi il diploma di teoria e solfeggio, cominciai a insegnare nelle scuole medie per tre anni e questo mi diede la possibilità di essere autosufficiente. Nel frattempo avevo formato il mio primo gruppo con Roberto Cipelli, Bonati, Roberto Billi Sechi, che era un batterista sardo, e andavo un po’ in giro a suonare… sia a Cagliari, dove avevo degli amici che avevo conosciuto… sia nel continente, dove suonavo in vari posti, ad esempio al Capolinea di Milano o in altri luoghi; poi insegnavo e quindi avevo già una certa autonomia che mi permetteva di gestire la mia vita senza gravare sulle spalle  dei miei genitori”.

-Quand’è che hai cominciato a vivere professionalmente di musica?

“Nel 1982, ’83; in quel periodo venni a Roma per partecipare ad un programma con Bruno Tommaso che si chiamava “Un certo discorso”, con Pasquale Santoli in via Asiago; quello fu il primo ingaggio professionale serio… era un’orchestra di giovani che fu costruita ad hoc; nello stesso ’82 feci anche una cosa a Cremona, abbastanza importante, si chiamava “Recitar cantando” che era una rassegna di musica soprattutto contemporanea; formammo un’orchestra con Bruno Tommaso, Renato Geremia, Albert Mangelsdorff, c’erano Schiaffini, Eugenio Colombo, Filippo Monico… Tutti quelli della creatività, insomma! Mi trovai quindi, nell’arco di poco tempo, a fare “Recitar cantando”, che era un progetto più sul free, diciamo così, e contemporaneamente suonavo con Bruno Tommaso delle cose molto raffinate, che avevano a che fare con la musica barocca, con Pergolesi… Sempre in questo stesso periodo iniziai a suonare anche col mio gruppo che poi nacque nel 1983, perché il primo disco dell’84 è proprio del quintetto, quello storico. Suonavo con Paolo Damiani in un progetto mediterraneo dove c’erano anche Danilo Terenzi, Julie Goell una cantante argentina, Giancarlo Schiaffini, Ettore Fioravanti. Il secondo disco della mia vita l’ho registrato a Roma, si chiama “Flashback” ed è un disco della Ismez; in questa produzione figurano molti dei musicisti cui prima facevo riferimento e questa è stata in assoluto la mia prima registrazione in studio. Poi, con Paolo Damiani si formò il quintetto “Roccellanea” in cui c’erano sempre Ettore Fioravanti e Giancarlo Schiaffini, con l’aggiunta di Gianluigi Trovesi al sax alto e clarinetto basso. Nel 1984 pubblicai il mio primo disco come leader, “Ostinato”, e vinsi il premio come miglior talento del jazz italiano, indetto da Adriano Mazzoletti per RadioUno Rai. Lì, in occasione della premiazione, conobbi Flavio Boltro che suonava con i “Lingomania” di Maurizio Giammarco: fino ad allora ero convinto di essere l’unico nuovo giovane trombettista jazz! Non perché fossi il più bravo ma perché non ce n’ erano, o almeno tutti dicevano che non ce n’erano. In effetti in quegli anni, tolti quelli della vecchia generazione come Valdambrini, Fanni, Nunzio Rotondo, non è che i giovani trombettisti abbondassero, tutt’altro! C’era la generazione di mezzo, quella, per intenderci, di Enrico Rava che in qualche modo aveva spazzato via gli altri; Enrico è stato il primo musicista italiano ad essere conosciuto all’estero e ad essere andato a vivere a New York e a Buenos Aires… e quindi si attendeva qualche giovane; c’erano giovani jazzisti in tutti gli strumenti ma non c’erano trombettisti. Io quindi ebbi molta fortuna, non perché fossi particolarmente bravo ma perché altri non ce n’erano e quindi mi chiamavano di frequente. Comunque, come accennavo, a Roma scoprii che di trombettisti giovani ce n’erano almeno due, entrambi, guarda caso, nati nel 1961. Poi ovviamente ne son venuti molti altri, bravissimi…

-L’ attività didattica quanto ti è servita, se ti è servita, nell’essere musicista?

“Mi è servita moltissimo anche perché me la sono costruita in autonomia. Un po’ sulle spalle degli allievi, diciamocelo, perché allora si faceva così, non essendoci ancora una metodologia didattica del jazz che fosse già matura. Ripeto, in quei primi anni ‘80 ognuno si costruiva un suo metodo funzionalmente a quello che aveva appreso. Io, considerandomi per il jazz un autodidatta – non dimenticare che io vivevo in Sardegna, non ho mai studiato jazz in particolare, sentivo dei dischi, apprendevo dai dischi e poi suonavo con gli altri – tutto quello che facevo, le frasi, le idee erano cose che mi venivano in automatico, che si erano sedimentate in me da qualche parte. Quindi, nel momento in cui andai a Siena, nel 1980 e nell’82 come allievo – un allievo che non sapeva nulla… – e poi dal 1985 come insegnante, ho dovuto crearmi un metodo, ho dovuto studiare me stesso in qualche modo, per non dover dire agli altri “guardate che quello che faccio lo faccio perché ho imparato dai dischi” e quindi evitare che qualcuno dicesse “sì va be’, ho capito ma  noi che abbiamo pagato 500 mila lire e veniamo dalla periferia più profonda e ci siamo fatti un mazzo così, allora perché siamo venuti fino a Siena?”. Ho sentito quindi il dovere di costruirmi una metodologia che permettesse, per lo meno a loro, di arrivare più velocemente ad un risultato; così ho fatto un’indagine su me stesso: suonavo delle cose e mi chiedevo: “perché le suono, qual è il motivo per cui metto una nota prima e una nota dopo?” E poi cercavo di trasferire tutto ciò ai ragazzi. Tornando a quel che dicevo prima, quando andai a Siena, nell’80, non c’era ancora il corso di tromba; quando tornai nell’82 il corso esisteva ed era affidato a Enrico (Rava N.d.R);  però Enrico era un insegnante sui generis, lui diceva sentite quello che faccio ed entrate; saremmo stati una decina di allievi, ebbene nove  andarono via molto scontenti e io invece fui l’unico felice perché avevo orecchie grandi e stavo a sentire; in realtà quella fu per me un’esperienza preziosissima, però mi rendevo conto che non poteva essere quella la metodologia migliore da offrire a dei ragazzi che venivano lì, facendo anche molti sacrifici. Quindi, pur mantenendo quella idea quasi poetica, diciamo così, di creatività e di immediatezza, con la musica che sta per aria… eccetera eccetera… sentivo anche il bisogno di dare delle certezze; come vi dicevo mi sono creato un metodo per spiegare cos’è lo swing, oppure per spiegare che cos’è una cadenza di secondo quinto primo, che era un’introspezione rispetto a me stesso. Ecco, io cercavo di capire come facevo le cose in modo spontaneo e una volta compreso cercavo di raccontarlo agli allievi”.

-Sempre sulla base di quello che ci siamo detti, secondo te che cosa andrebbe fatto per valorizzare meglio il ruolo delle bande, di cui poche realtà si interessano?

“Ma intanto credo che si sia tutti d’ accordo sull’importanza e sul valore delle bande”.

-A parole si. Ma con i fatti?

“Le bande continuano ad esistere. Forse sono meno di prima ma vedo che al sud ce ne sono di fiorenti; l’anno scorso ho fatto una bellissima esperienza con la banda di Montescaglioso, che è una fantastica banda da giro, divenuta anche famosa perché Chet Baker suonò con loro molti anni fa. Ho avuto modo, diciamo così, di conoscere un po’ la realtà delle bande da giro, che sono delle bande che sviluppano, peraltro, anche un meccanismo di professionalità importante: girano per mesi e mesi, hanno tutto un sistema estremamente organizzato di vita, oltre che di musica. Comunque, per rispondere alla tua domanda, le bande vanno finanziate perché se sono sostenute possono vivere, se non hanno i denari per andare avanti, non ce la fanno. Per cui bisogna che in quella che oggi è la nuova legge sullo spettacolo dal vivo e nei decreti attuativi ci sia più attenzione verso le bande, perché sono una straordinaria scuola che mette insieme molti contesti diversi, quali la musica, la capacità di suonare con gli altri, l’improvvisazione… la banda effettivamente è la più importante scuola della musica italiana, perlomeno per ciò che riguarda i fiati”.

-Come sei arrivato al concerto di questa sera?

“Perché, appunto, essendo appassionato di bande, sempre di più in questi ultimi anni mi viene offerta la possibilità di fare un concerto con questi organici ed io accetto molto volentieri. Ne ho fatto uno due anni fa per i suoni delle Dolomiti con la musica di Pozza di Val di Fassa ed è stato bellissimo; l’anno scorso ho fatto questa esperienza a Montescaglioso, di cui ti ho parlato. Il Maestro Martinelli già dall’anno scorso mi ha offerto l’opportunità di partecipare al classico concerto che la Banda dei Carabinieri dà in città, ma prima proprio non potevo; me l’ha riproposta nuovamente quest’anno e stavolta ci siamo riusciti”.

Dal programma di sala leggiamo che suonerai tra l’altro un pezzo della tradizione sarda, “No photo reposare”, pezzo che sappiamo hai suonato spesso anche con jazzisti. Come sarà eseguirlo adesso con la Banda dei Carabinieri?

“Tutto torna … credo che sarà molto emozionante; devo dire che con le big band, con le quali mi esibisco meno, dopo aver suonato Porgy and Bess e aver approfondito tutto il repertorio di Miles e di Gil Evans… insomma, dopo aver suonato con quei suoni lì, ovvero i suoni di Gil Evans che vestiva Miles Davis, devo dire che a suonare con altre big band ti manca l’aria, perché lì c’è proprio la poesia che esce, il canto della tromba… Gil Evans è come un bravissimo sarto che appena ti vede, senza chiederti alcunché, senza prendere alcuna misura, sa perfettamente cosa metterti addosso. Quando suono con le altre big band sento che c’è poco spazio, non per l’egoistico assolo ma per l’innesto della tua voce. Devo dire, invece, che quando suono con una banda c’è ancora quella cosa lì, perché questa idea dei legni, degli ottoni è molto più simile alla concezione di Gil Evans, per certi versi, in quanto quella scrittura viene dal ‘900 europeo… insomma nella banda ritrovo di più quella libertà di spazi e anche quei suggerimenti un po’ poetici e di atmosfera che la big band tende a toglierti. Ovviamente la banda non è jazzistica come lo è un’orchestra, non credo tuttavia che qui si stia parlando di jazz o non jazz ma semplicemente di musica. Credo che non ci si debba porre più di tanto il problema della qualità dello swing di una banda rispetto ad un’orchestra jazz”.

-Hai mai pensato di inserire nel catalogo della tua casa discografica – la Tuk – un’incisione con una banda?

“No non l’ho mai pensato però… “why not?” e penso che non sarebbe male, visto che abbiamo una serie di sezioni dedicate a mondi diversi; quello delle bande è molto interessante, peraltro, e non so se ci sia in Italia una una label che ha un catalogo espressamente dedicato alle bande. Comunque constato che mi arrivano pubblicazioni al riguardo da varie nazioni, vedo che ci sono persone che scrivono, che arrangiano ed una buona prerogativa delle bande è che spesso si suona musica originale, nuova, cosa che in Italia, purtroppo, accade poco anche negli altri generi musicali. Quindi effettivamente la banda non è  importante solamente perché mette insieme i musicisti e perché ti insegna a suonare da piccolo ma perché c’è anche un aggancio con la contemporaneità che, come vi dicevo, spesso manca in altri generi musicali e in altri organici”.

 -Abbiamo dato un input e speriamo che si realizzi e se effettivamente accadrà spero ci penserai.

“Perché no!”

-Di chi sono gli arrangiamenti dei pezzi che suonerai al Teatro dell’Opera con la Banda dei Carabinieri?

“Credo che la maggior parte degli arrangiamenti siano di Massimo Martinelli, che è il direttore della banda, mentre il mio “Fellini” è stato riarrangiato da Daniele Di Bonaventura, che ne aveva fatto una versione per archi; poi questa versione è stata a sua volta riadattata da Agostino Panico, che è colui che arrangiò “Fellini” per la banda di Montescaglioso, con la quale abbiamo eseguito più pezzi miei; in questo caso ce n’è uno solo”.

-Poi ci sarà il tuo festival di Berchidda, dal 7 al 16 agosto, con un sacco di musicisti jazz ma anche artisti di altri generi…

“Certo, ci saranno, ad esempio, Mirko Casadei e Ornella Vanoni e poi quest’anno, in particolare, c’è una marea di musicisti italiani giovani che si aggiungono a quelli dello scorso anno, che sono sempre di più. Berchidda secondo me – e lo dico con piacere – è uno dei pochi festival che può permettersi oggi di programmare anche le cose meno conosciute, diciamo, perché la gente viene, e viene perché si fida di quello che facciamo e accorre sempre più numerosa, indipendentemente da quello che troverà. E quindi questo è un dato molto importante perché ci permette di spingere non necessariamente sui grandi nomi… certo, ogni tanto ci sono anche dei grandissimi ma non è fondamentale”.

-Non deve esserlo perché se un festival non valorizza i talenti locali, a che serve?

“Assolutamente; l’esperienza con i musicisti italiani, ovviamente, c’è sempre… però in questi tre anni è molto cresciuta perché proprio tre anni fa, in occasione dell’anniversario dei trent’anni, sette musicisti italiani che negli anni precedenti avevano suonato da noi, rimanendo estasiati da Berchidda (come quasi tutti i musicisti che arrivano), mi dissero che sarebbero tornati anche come volontari. Dunque, inizialmente un po’ per scherzo, ho chiesto loro di venire non solo per suonare, regolarmente pagati, ma anche come volontari. In che modo? Magari vendendo le magliette ai concerti dei colleghi… ed è stata un’esperienza straordinaria anche perché loro si sono divertiti moltissimo a contatto diretto con la gente; quella stessa gente, che il giorno prima li aveva visti sul palco per un concerto straordinario, il giorno dopo li vedeva al banchetto a misurare le magliette! Inoltre, quegli stessi sette musicisti, nell’edizione dei trent’anni, li abbiamo mischiati tra loro ed è quindi nata una serie di progetti estemporanei e degni di nota. Dall’anno scorso, invece, abbiamo deciso di continuare ad avere dei musicisti che si fermano qualche giorno per stare con noi, diciamo così, a fare i volontari e a dare una mano; ma adesso ognuno viene con il proprio progetto e poi magari il giorno dopo fa anche un’ospitata con un altro musicista; questo dà l’idea di un festival che prova a fotografare il presente attraverso i molti concerti che propone: quelli degli italiani (c’è anche Gegè Munari), quelli dei giovanissimi, in una mescolanza di tutti gli stili musicali perché credo che sia importante, in questo momento soprattutto, poter raccontare che cos’è il jazz italiano senza necessariamente dover fare né le quote nazionali né le quote rosa… queste cose non fanno parte della nostra concezione di musica… più semplicemente disegniamo dei programmi che crediamo debbano essere sviluppati con musicisti italiani, non per il mero fatto che siamo italiani ma perché i musicisti italiani valgono. Valgono, raccontano delle cose straordinarie e la gente rimane sconvolta; quelli che non li conoscono dicono “ma come è possibile che uno suoni così bene?” e quindi penso che questo sia molto importante per sviluppare ancora di più la musica. Comunque ci sono anche i grossi nomi, Omar Sosa oppure Nils Petter Molvær e, con un po’ di follia, apriremo il parco centrale con la produzione teatrale “Tempo di Chet”, che è un’impresa molto impegnativa. Dal continente arrivano appositamente due TIR, con otto attori, le scene, sarta, macchinisti… Berchidda, almeno per un giorno, diventa una sorta di piccola Edimburgo. Faremo una sola replica, però ci sembrava bella l’idea di proporre lo spettacolo, ecco. Quest’anno siamo giunti alla 32°, edizione – che ha come emblematico sottotitolo “Nel mezzo del mezzo” – e oltre all’omaggio a Fabrizio De André, a cui Time in Jazz, nel ventennale dalla scomparsa, dedica la serata inaugurale a L’Agnata (la tenuta nei pressi di Tempio Pausania che fu la dimora del cantautore genovese – N.d.R.), c’è una novità molto importante, a cui io tengo moltissimo: un festival parallelo dedicato all’infanzia. L’iniziativa si svolge attraverso sei appuntamenti, che sono progetti legati al jazz, alla musica improvvisata e che sono destinati proprio al pubblico dei bambini. Anche questa è una cosa per noi molto importante, che vogliamo abbia un seguito in futuro e speriamo che venga accolta da altri festival, visto che in seno alla Federazione è nata anche l’associazione ‘Il Jazz va a scuola’, che vuole spingere sul bisogno che si ha di portare la musica improvvisata in seno alla scuola, a partire da quella dell’infanzia. Per cui quello che vorremmo fare è proprio suggerire a tutti i festival italiani di dedicare sempre spazi per i bambini, il che fuori dall’Italia si fa da tempo. Basti vedere cosa accade nei paesi scandinavi o in Germania… in Italia devo dire un po’ meno… sì qualche festival lo fa, però è sempre lasciato un po’, diciamo così, ad una casualità mentre questa proposta potrebbe e dovrebbe essere incanalata meglio e ridisegnata su scala nazionale”.

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Colonnello Massimo Martinelli, direttore della Banda dei Carabinieri

Maestro Martinelli, data la natura della nostra testata, partiamo dal Jazz! Già lo scorso anno scrivemmo con piacere del concerto per i 204 anni di fondazione dell’Arma, alla Nuvola di Fuksas, rimanendo piacevolmente sorpresi del fatto che, oltre al repertorio classico ed “istituzionale”, lei inserì quelle che noi definimmo “pennellate di jazz”. In quella performance avvenne attraverso le note di Benny Goodman, suonate da una delle ospiti, la bravissima pianista Gilda Buttà e anche con una sua composizione d’ispirazione jopliniana; quest’anno c’è Paolo Fresu, forse il più importante trombettista jazz italiano (e non solo). Ci racconta le sue frequentazioni con il jazz?

“Mi sono avvicinato al jazz in maniera graduale, essendo un musicista di formazione classica. Gli studi al conservatorio, con il mio primo diploma in Musica corale e direzione di coro, mi ha consentito di allargare i miei orizzonti in più direzioni… anche in quella della popular music. Un’innata predilezione per Bernstein e i compositori americani che hanno assorbito gli stilemi jazzistici, rileggendoli e inserendoli in un loro stile personale, sono stati il tramite per avvicinarmi ad un linguaggio della contemporaneità in cui il jazz risulta sempre presente. E poi la curiosità per la musica di Scott Joplin e i ritmi sincopati, che ho assorbito suonandola per la danza, quando ero accompagnatore al pianoforte presso l’Accademia Nazionale di Danza nella mia città natale, Roma. Come ricordava lei, la mia formazione professionale ha influenzato sicuramente la composizione da cui è tratto il Ragtime che abbiamo suonato lo scorso anno alla Nuvola di Fuksas: “Jazzman Swinging”, dedicato a Corrado Troiani, primo Flicorno soprano della Banda dell’Arma; si tratta di 5 pezzi brevi per solista e banda alcuni dei quali di notevoli difficoltà virtuosistiche.”

-Nelle vostre esecuzioni è lasciato un qualche spazio alle improvvisazioni?

“L’improvvisazione, che ho praticato dopo il diploma (classico) in pianoforte, è stata per me un modo assai utile per sperimentare un livello sconosciuto di profondità musicale, attraverso il quale esprimere me stesso. Qualcuno pensa che la libertà espressiva che c’è nell’improvvisazione è un qualcosa che va oltre qualsiasi schema, formale, melodico e armonico; è vero l’esatto contrario: non è il sentirti libero da schemi a farti improvvisare, è l’improvvisazione che ti fa sentire libero, ma all’interno di schemi formali, armonici, tonali o modali o su qualsiasi altra scala (nel caso del jazz, blues o pentatonica che sia) che bisogna conoscere e praticare con disinvoltura. Non è la libertà musicale che ti fa improvvisare bene ma la conoscenza di un patrimonio musicale estremamente variegato; per questo è così difficile improvvisare bene: bisogna conoscere la struttura del pezzo, l’armonia, l’altro o gli altri con cui improvvisi, un dialogo continuo in cui ci si scambia un flusso continuo di informazioni tra individui a volte di formazione musicale totalmente diversa e che hanno seguito percorsi altrettanto diversi; ecco perché mi piace incentivare nei miei musicisti, tra l’altro bravissimi anche in questo, il gusto e il piacere per l’improvvisazione, che ho inserito quest’anno nel mio arrangiamento di “Moonlights”, una serie di brani ispirati alla luna che ha visto protagonisti Caroline Campbell e Paolo Fresu in un’esecuzione strabiliante dal punto di vista sia tecnico che espressivo.”

-La matrice di parecchi musicisti proviene dalle bande tradizionali o da quelle militari. Quale potrebbe o dovrebbe essere il ruolo di queste formazioni nell’attuale panorama socio-culturale del nostro Paese?

“Come ho scritto in un mio libro dal titolo “La Fedelissima”, che parla dei musicisti con le stellette, vi è una continua osmosi di strumentisti a fiato che transita dalle bande musicali di piccoli o grandi centri italiani per approdare alle bande militari; queste rappresentano un punto di arrivo professionale che consente ai più bravi neo laureati in discipline musicali di trovare una stabilità economica e un coronamento alle loro aspettative professionali. Nel tessuto sociale italiano le bande hanno sempre rappresentato innanzitutto un luogo di aggregazione e di socializzazione e allo stesso tempo di apprendimento della musica; tale ruolo è venuto sempre meno negli ultimi anni, poiché i giovani vengono ‘distratti’ da internet e dai social media, che rappresentano un tramite immediato al raggiungimento degli stessi obbiettivi: la conoscenza tra individui e la conoscenza della musica. Ma come si sa, la strada più breve non sempre è quella migliore e le nuove generazioni rischiano di perdere una serie di passaggi importanti nella formazione personale, fatta di contatti umani diretti e non mediati dal computer, da esperienze musicali vissute in prima persona e condivise con altri più o meno esperti, in grado comunque di avviarti alla professione in maniera naturale e talvolta appassionata.”

-Lei dirige la banda da quasi venti anni. Quali sono stati, in questo periodo, le trasformazioni, i cambiamenti che ha apportato?

“È stato un processo lento ma continuo quello di ampliare il repertorio in ogni direzione, non trascurando nessuna delle opzioni che consentono alla banda di esprimersi al meglio; ho cercato di incentivare le occasioni di far esprimere i musicisti della banda come singoli musicisti o in piccoli gruppi strumentali, in tal modo tutti si sono sentiti protagonisti di un progetto musicale di lungo periodo che ha portato nella banda stimoli positivi e confronti costruttivi all’insegna del far musica con lo spirito giusto, quello della condivisione di emozioni positive. Anche dal punto di vista strumentale, l’entrata in banda del fagotto, l’utilizzo sempre più massiccio del pianoforte, della batteria, delle cornette e di strumenti rari, quali il saxofono sopranino, ha consentito al complesso musicale di sperimentare sonorità nuove e più moderne. Infine una maggiore attenzione data alla registrazione e alla comunicazione audio-visiva ha permesso alla Banda dell’Arma di farsi ulteriormente conoscere rendendosi ‘visibile’ a un pubblico sempre più vasto di appassionati e non.”

Interviste realizzate “a quattro mani” da Marina Tuni e Gerlando Gatto

 

A Proposito di Jazz ringrazia il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, il Maestro Direttore della Banda, Colonnello Massimo Martinelli, l’Ufficio Cerimoniale e Paolo Fresu per la collaborazione.

Photo courtesy: Fototeca Ufficio Cerimoniale Arma dei Carabinieri

Adam Pieronczyk Quintet al Civitafestival 31 edizione

Le foto sono di LAURA GIROLAMI

CIVITAFESTIVAL

Forte Sangallo, Cortile Maggiore

Venerdì 12 luglio 2019

Ore 21:30

Adam Pieronczyk Quintet

Adam Pieronczyk, sax tenore e soprano
Ramberto Ciammarughi, pianoforte
Jacopo Ferrazza, contrabbasso
John B. Arnold, batteria

guest Fabio Zeppetella, chitarra elettrica

Trentunesima edizione del Civita Festival: una volta di più il direttore artistico Fabio Galadini riesce a portare a casa un Festival denso di eventi di ogni genere, quest’ anno senza alcun contributo pubblico, ma solo con sponsor e incassi di biglietti di ingresso a prezzi popolarissimi, che si svolgono per la maggior parte nello stupendo Cortile Maggiore del Forte Sangallo. Teatro, Danza, Musica, Reading, una varietà di spettacoli davvero notevole, un successo di pubblico altrettanto notevole: un pubblico variegato di esperti, appassionati, ma anche di curiosi, a riprova che se si investe nella cultura in maniera intelligente la gente risponde eccome. Anche quest’anno, come ogni anno.

Tra gli eventi il concerto del quintetto di Adam Pieronczyk. Un gruppo inedito, formatosi per l’occasione, con la regia del batterista John B.Arnold. Una regia attenta che ha messo insieme cinque musicisti portatori di personalità musicale alquanto spiccata. Questo è ciò che è accaduto al Forte Sangallo, o meglio, ciò che io ho visto e ascoltato accadere dal mio punto di vista (e di osservazione)

Adam Pieronxczyk apre il concerto con un assolo di sax: una intro libera che dopo qualche minuto svela il tema portante del brano, che viene doppiato dalla mano sinistra di Ramberto Ciammarughi al pianoforte, e dal contrabbasso di Jacopo Ferrazza. John B. Arnold entra con la batteria, senza toccare il rullante, insistendo sui tom e sui ride. La chitarra di Fabio Zeppetella comincia ad incalzare ed elegge ad alter ego, in un dialogo serrato, il pianoforte. Il suono potente del contrabbasso tira le fila della tessitura complessiva, fino all’ assolo di Ciammarughi.

Un assolo in cui idee estemporanee si intrecciano con frammenti del tema principale, mai buttati via. La mano destra e la mano sinistra sono totalmente indipendenti tra loro, è come ascoltare l’esecuzione di due strumenti, due linee complementari, non linea principale e accompagnamento.
Segue l’improvvisazione di Pieronxczyk: un fraseggiare legato, melodico, denso di idee ma aperto alle sollecitazioni degli accordi pieni del pianoforte e del procedere instancabile del contrabbasso.

Al rientro in scena della chitarra elettrica, con una nota ribattuta ostinata, il volume si intensifica fino ad un massimo che poi gradualmente si assottiglia: si torna al sax che rimane solo, come all’inizio, e che sussurra, fino all’ultimo armonico.

Il secondo brano comincia con sax e contrabbasso all’unisono: la batteria colora con suoni sospesi. Il pianoforte interviene con tocchi sporadici. Si unisce all’unisono anche la chitarra, unico suono non acustico. A un breve silenzio, suggestivo, segue il tintinnare del ride e una sezione in quartetto. Il (doppio) pianoforte di Ciammarughi, la batteria di Arnold, il contrabbasso di Ferrazza e la chitarra di Zeppetella procedono insieme in un dialogo serrato, fino a quando non entra Pieronxczyk. Tacciono chitarra e piano, e un nuovo trio entra in scena: contrabbasso, batteria e sax.
Su giri armonici semplici si imperniano idee suggestive. La composizione dei musicisti sul palco cambia continuamente dando adito a una ricerca sonora e timbrica costante.

Quando il dialogo è tra Pieronxczyk e Ciammarughi, in alcuni brani che prevedono questo inizio, il sax accenna il tema e il pianoforte prende corpo lentamente, passando da una leggera scansione armonico – ritmica ad una interazione paritaria. Niente è mai ripetuto, ma, allo stesso tempo, nessun “mattoncino sonoro” viene prematuramente abbandonato. Una cellula melodica, o ritmica, può nascere dal sax, passa alla chitarra elettrica, rimbalza sul pianoforte, viene ripresa dal contrabbasso, mentre anche la batteria riesce a cantarla. Il tutto veleggiando tra momenti adrenalinici ed episodi intimisti, passando per molte sfumature possibili.
Dimenticavo di scrivere che tutta la musica suonata, bis compreso, è stata musica originale.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un quintetto, come accennavo, che – poste precedenti collaborazioni tra alcuni di loro, come quella lunghissima tra Ramberto Ciammarughi e Fabio Zeppetella, o quella tra John B. Arnold e Adam Pieronxczyk, si è costituito per la prima volta proprio in occasione del Civitafestival.
I musicisti, come spesso accade in questi casi, hanno provato poco prima di suonare: le possibilità di solito sono due. Si può assistere a una Jam Session, magari anche di altro livello, o si assiste a un concerto in cui non si improvvisa su schemi prevedibili, ma si compone estemporaneamente qualcosa di nuovo e, chissà, anche irripetibile.
Ho assistito alla performance di un quintetto affiatato, composto da cinque musicisti capaci di dare forma comune e suggestiva alla spiccata personalità di ognuno, estemporaneamente.
Ho notato i dialoghi serrati tra Fabio Zeppetella e Jacopo Ferrazza: chitarra elettrica e contrabbasso intrecciati in una trama base fondante della pienezza, della compiutezza del sound complessivo. E protagonisti di assoli interessanti e intensi.
Ritengo una fortuna quella di aver avuto la possibilità di ascoltare Ramberto Ciammarughi, artista tanto defilato quanto originale, capace di essere delicato e vulcanico, ovvero dall’espressività sanguigna, torrenziale, ma anche improvvisamente intimista. Consiglio a tutti di non perdere i pochi concerti cui cede: è un pianista originale, dallo stile del tutto particolare.
Non conoscevo Adam Pieronxczyk: è stato una bella scoperta, ho trovato il suo modo di suonare singolarmente in equilibrio tra una spiccata vena melodica e una istintiva propensione alla sperimentazione, con fraseggi inusuali che spiccano durante le parti in solo o l’esposizione dei temi ma anche la capacità di intrecciarsi con il resto del gruppo diventando parte di un voicing interessante anche quando le sequenze armoniche sono costruite su schemi semplici.
John B. Arnold fa parte di quel voicing: con la sua batteria spesso va oltre l’accompagnamento ritmico e si inserisce armonicamente nel tessuto complessivo. Davvero un bellissimo suono.