Venticinque anni del festival MetJazz: “Le cose cambiano”, verso il futuro

Compie 25 anni il festival MetJazz di Prato, organizzato dal Teatro Metastasio con la direzione artistica del musicologo Stefano Zenni. L’edizione 2020 si svolgerà dal 29 gennaio al 27 febbraio 2020 coinvolgendo diverse location della città – lo stesso Teatro Metastasio, il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, il Teatro Fabbricone, il Teatro Politeama Pratese, la Scuola Comunale di Musica Giuseppe Verdi – oltre al Pinocchio Jazz Club di Firenze.
La 25a edizione, dal tema “Le cose cambiano” avvia una nuova fase del festival tracciando un’apertura che identifica un nuovo inizio: se negli anni MetJazz ha ospitato dapprima prestigiosi solisti italiani con omaggi ai grandi del jazz e poi si è indirizzata verso musicisti internazionali, attenzione per il jazz contemporaneo, apertura agli stili più diversi, produzioni originali ed esclusive, mostre e seminari, per questa nuova edizione il direttore Stefano Zenni ha scelto di rivolgere lo sguardo in avanti, al futuro, a come cambia la musica, a come cambiano i gusti.
MetJazz 2020 affida infatti a energie creative nuove: due progetti speciali in prima assoluta, tre diverse orchestre, quattro pianisti, solisti di peso, una grande festa danzante d’apertura, sei concerti e due conferenze, articolati nella struttura classica delle due consuete sezioni, Official e Off.

I protagonisti dell’edizione 2020.
Per l’evento d’anteprima del 29 gennaio una grande festa danzante al Centro Pecci Prato con Stefano Tamborrino e il suo trascinante e raffinato spettacolo “Don Karate” ormai ben noto per la mescolanza di hip hop, jazz, house, perfino punk, con larghe aree di improvvisazione avventurosa, atmosfere elettroniche, groove danzanti, in un intreccio dal suono trasparente e arioso, complici il bassista Francesco Ponticelli e il vibrafonista Pasquale Mirra. Per l’occasione sul palco ci saranno anche il rapper Millelemmi, al secolo Francesco Morini, e il videoartist Paolo Pinaglia. Il live è anche l’occasione per presentare in Toscana l’omonimo progetto discografico in uscita su vinile e in digitale il 24 gennaio 2020 per l’etichetta Original Culture. Un evento realizzato in collaborazione con Centro Pecci Prato.

Quattro i grandi eventi dislocati tra Metastasio, Fabbricone e Politeama Pratese.
Il festival si apre ufficialmente lunedì 3 febbraio nella bellissima cornice del Teatro Metastasio, con un progetto speciale per il MetJazz della Martini Big Band formata da studenti e docenti del Conservatorio G.B. Martini di Bologna diretti da Michele Corcella, special guest il trombonista Gianluca Petrella. Protagoniste, le musiche della Liberation Music Orchestra di Charlie Haden e Carla Bley arrangiate e riorchestrate in esclusiva per MetJazz dal M° Corcella. Una co-produzione tra MetJazz e Conservatorio di Bologna, in collaborazione con Musicus Concentus di Firenze. La Liberation Music Orchestra è stata una formazione composita ed eclettica nata nel 1969 con un programma e un repertorio esplicitamente politici, impostasi come il paradigma del jazz più impegnato, dispiegatosi in quattro album, Liberation Music Orchestra (1969), The Ballad of the Fallen (1982), Dream Keeper (1990), Not in Our Name (2005), da cui sarà tratto il repertorio del concerto.
Lunedì 10 febbraio dalle 21 doppio appuntamento al Teatro Fabbricone. L’intera serata è dedicata al pianoforte, strumento che ha sempre seguito una sua linea evolutiva autonoma, peculiare e che oggi appare come una delle cartine di tornasole dei cambiamenti stilistici in corso. Sul palco, in esclusiva italiana, tre degli artisti europei più originali, avventurosi e creativi della scena contemporanea: dapprima il duo di Eve Risser e Kaja Draksler che si addentrerà nella ricchezza di colori e nell’esplorazione delle sonorità di “To Pianos”; a seguire il solista Alexander Hawkins, forse il più brillante pianista europeo della sua generazione, con un concerto in cui confluisce in una sintesi vitale una visione della musica molto aperta in cui si ritrova Duke Ellington, il pianismo classico, il free jazz, l’esperienza con Mulatu Astatke, la passione per l’organo.
Lunedì 17 febbraio alle 21 si torna al Teatro Metastasio per un concerto dedito alla pratica della conduction (una direzione d’orchestra basata su gesti e segnali visivi decisi sul momento, che determinano il percorso improvvisato della forma concretizzando il concerto davanti agli occhi del pubblico) con la Fonterossa OpenOrchestra di Silvia Bolognesi, formazione esemplare con musicisti di stili diversi, dilettanti e professionisti, che spazia senza pregiudizi in un repertorio tra jazz, pop, soul, rock.
Giovedì 27 febbraio ore 21 al Politeama Pratese protagonista un compositore e arrangiatore di punta nella fusione di jazz e musica classica: in prima assoluta, Paolo Silvestri con una nuova composizione coprodotta da MetJazz e Camerata Strumentale Città di Prato “Anime verde speranza. Fuga di cuori e cervelli per grande orchestra”. Una suite in dieci episodi legati fra di loro senza interruzione, ispirato ognuno ad un grande jazzista, da John Coltrane a Ornette Coleman, da Charles Mingus a Wayne Shorter, da Billy Strayhorn a Carla Bley, fino a Hermeto Pascoal e Duke Ellington. A seguire, l’esecuzione di “The River” di Duke Ellington nella versione sinfonica concepita nel 1970 per un balletto e allora orchestrata dal canadese Ron Collier, qui ripresa con integrazioni di Silvestri. Questo concerto è caratterizzato dall’assenza di solisti, una condizione insolita in ambito jazzistico e orchestrale; allo stesso tempo, vede la presenza speciale di tre artisti provenienti dal mondo classico ma attivi in ambito contemporaneo e jazz, dotati dunque di una poliedricità che traghetterà l’intera orchestra nel linguaggio stilistico pensato da Paolo Silvestri: Antonino Siringo, Andrea Tofanelli e Walter Paoli.

Tre gli appuntamenti del MetJazz Off realizzati in collaborazione con la Scuola Comunale di Musica Giuseppe Verdi di Prato.
Domenica 9 febbraio alle 11 il concerto in piano solo di Alessandro Giachero, un artista che ha fatto tesoro delle aperture stilistiche del jazz contemporaneo, grazie anche alle collaborazioni stabili con William Parker e Anthony Braxton e con altri grandi improvvisatori italiani.
Domenica 16 febbraio alle 11, la conferenza del direttore artistico del festival Stefano Zenni: “Ancient to the Future: tradizione e avanguardia nell’Art Ensemble of Chicago” per analizzare la musica come racconto e messa in scena di una Storia diversa, quella della Great Black Music nell’universo potente e teatrale dell’Art Ensemble of Chicago.
Domenica 23 febbraio alle 11 una conferenza di Luca Bragalini, a cura della Camerata strumentale di Prato e di ICAMus, affronterà un viaggio tra le partiture sinfoniche di Duke Ellington a partire dalla pagina scritta della sua ultima monografia “Dalla Scala a Harlem. I sogni sinfonici di Duke Ellington” e con l’aggiunta di uno storytelling con rari video, musiche inedite, immagini e parole, che racconterà una delle più neglette e affascinanti opere del Duca, mettendo in luce il rapporto di quest’ultimo con il Reverendo King.
Anche per il 2020 MetJazz ribadisce la collaborazione con il Pinocchio Jazz di Firenze e promuove il concerto di sabato 15 febbraio alle ore 22, nella sala dello storico locale con Alexander Hawkins che, alcuni giorni dopo il concerto al Fabbricone, ritroviamo in duo con uno dei musicisti più brillanti e intensi della nuova scena italiana: il clarinettista Marco Colonna.

Il programma completo del festival, con le diverse sezioni, è consultabile sul sito del Teatro Metastasio al link http://bit.ly/MetJazz2020.
Le prevendite dei biglietti sono attive al link http://ticka.metastasio.it: fino all’11 gennaio sono disponibili le formule di abbonamento, mentre dal 21 dicembre sono in vendita i biglietti per i singoli concerti.
Gli spettatori potranno acquistare i biglietti anche presso la Biglietteria del Teatro Metastasio in via Cairoli 59 tel. 0574.608501 dal martedì al sabato con orario 11-13 e 17-19 (il giovedì 11-15 e 17-19.00) oppure presso il Circuito Box Office al tel. 055.210804 o la Tabaccheria Bigi di Prato in via Bologna 77, tel. 0574.462310.

Info sulle prevendite: biglietteria@metastasio.it.
Riduzioni per gruppi, under 25, over 65, abbonati, convenzioni e soci COOP.

CONTATTI
http://bit.ly/MetJazz2020
Info Teatro Metastasio: tel. 0574.608501
Ufficio Stampa Teatro Metastasio: Cristina Roncucci tel. 0574.24782 (interno 2) – 347.1122817
Comunicazione MetJazz: Fiorenza Gherardi De Candei tel. 328.1743236 info@fiorenzagherardi.com

Una nuova recensione del libro “L’altra metà del Jazz” di Gerlando Gatto

Continua il percorso del secondo libro del nostro direttore, Gerlando Gatto, “L’altra metà del Jazz”, tra presentazioni in tutta Italia e recensioni. Pubblichiamo con grande piacere l’ultima di esse, scritta dal filosofo e critico musicale Neri Pollastri, pubblicata su All About Jazz, che ringraziamo.

L’altra metà del jazz
Gerlando Gatto
255 pagine
ISBN: 978-88-97705-81-9
Kappa Vu, Udine
2018″Circa un anno dopo il suo Gente di Jazz (clicca qui per leggerne la recensione) Gerlando Gatto torna a pubblicare un nuovo libro di interviste. La novità—come annuncia il titolo parafrastico—sta nel tipo di protagonisti delle interviste: L’altra metà del jazz sono infatti le interpreti femminili di questa musica, quelle “voci di donne nella musica jazz”—come recita il sottotitolo—spesso trascurate in misura perfino maggiore rispetto a quanto già non avvenga in altri ambiti della società e ciononostante—come ben mostra l’ampiezza del libro—tutt’altro che marginali sia numericamente, sia qualitativamente.

Altra cosa che differenzia il presente lavoro dal suo antecedente è che le interviste siano state in larga misura realizzate appositamente per questa raccolta, quindi quasi tutte piuttosto recenti. Con qualche eccezione, talvolta eccellente—l’intervista a Tiziana Ghiglioni unisce un’intervista del 1990 con una del 2013, così da integrare momenti diversi della sua vita, mentre quella a Karin Krog è del 1991—talvolta anche dolorosa—come nel caso di due artiste oggi scomparse, la cantante norvegese Radka Toneff, suicidatasi nel 1982, e la pianista catanese Dora Musumeci, brillante pioniera del nostro jazz investita da un ignoto pirata della strada nel 2004.

Tra le ben trenta artiste intervistate—delle quali undici sono straniere—troviamo figure di primo piano accanto ad altre meno conosciute, scelta che permette da un lato di vedere più da vicino musiciste delle quali già si apprezza la produzione, dall’altro di venire a conoscenza di artiste ignote ai più. Per tutte, comunque, le interviste toccano tanto il versante artistico, quanto quello personale, per provare a comprendere in che modo le donne vivano un mondo popolato perlopiù di uomini e anche in come questi ultimi si relazionino con loro. Da questo punto di vista, la buona notizia è il fatto che le intervistate alle quali venga richiesto (non tutte, ma molte) se si siano imbattute in più o meno pressanti “richieste indecenti,” rispondono nella quasi totalità negativamente e anche le poche che non lo fanno affermano di essersi liberate con un semplice diniego. Ma ovviamente l’esplorazione fatta da Gatto del rapporto tra femminilità e attività artistica in ambito jazz non si limita a questo e tocca molteplici temi, intrecciandosi con quelli relativi all’attività artistica.

Anche la selezione delle artiste è piuttosto varia sia per tipo di interpretazione, sia per genere: molte, ovviamente, le cantanti, da Dee Dee Bridgewater a Youn Sun Nah, passando per Karin KrogSarah Jane Morris e molte delle migliori voci nostrane; diverse le pianiste, con Myra MelfordIrene Schweizer, e Hiromi Uehara, senza dimenticare Rita Marcotulli e appunto la Musumeci; ma non mancano giovani sassofoniste come Giulia Barba, contrabbassiste come Silvia Bolognesi, fino all’arpista Marcella Carboni.

Lo spessore delle singole interviste dipende ovviamente dall’interlocutrice. A nostro personalissimo giudizio sono sembrate particolarmente interessanti quelle della Melford e della Schweizer, mentre tra le italiane quelle di Petra Magoni e Ada Montellanico. Una nota particolare meritano tuttavia le interviste a Enrica Bacchia, vocalist dallo straordinario percorso di ricerca, e a Donatella Luttazzi, figlia di Lelio, per lo spessore umano che vi traspare. Ma, con pochissime eccezioni, tutte le interviste sono interessanti, vuoi per quanto le artiste hanno da comunicare, vuoi per il garbo con cui sono realizzate.

Un bel libro, che Gatto confessa di aver messo in cantiere dopo alcune critiche ricevute per l’assenza di figure femminili nel suo lavoro precedente. In effetti, da questo punto di vista si tratta di un libro che si può a buon diritto definire necessario.” (Neri Pollastri)

courtesy: All About Jazz

 

I più grandi bassisti jazz: vertice conteso fra Mingus e Pastorius.

 

Nuova Jazz Parade su uDiscovered Music ( https://www.udiscoveredmusic.com) pubblicata in rete il 22 maggio da Charles Waring. Con fari stavolta puntati su The 50 Best Jazz Bassist Of All Time (ndr. fra parentesi a seguire il numero corrispondente al piazzamento) per una disamina dei maggiori specialisti di uno strumento al quale di norma è affidato il ruolo di tracciare la linea dinamica nell’esecuzione e di contribuire a definirne tempo e base ritmica, secondo criteri storicamente mutevoli.

Diversi erano infatti i moduli stilistici in uso durante la Big Band Era dei 30s rispetto a quelli degli strumentisti di gruppi in genere più ridotti del bebop, in cui virtuosi come Milt Hinton (30) emancipavano il ruolo prima più rigido del double bass.

E differenti erano colori, timbrica, atmosfere dei bassisti dei 50s, di Scott LaFaro (27) e dei 60s del free in cui l’improvvisare collettivo aiutava “il basso a liberarsi dal ruolo di time-keeping” ma anche quelli in cui Steve Swallow (14) collaborava con Gary Burton, Giuffre e Getz in uno sfondo, quest’ultimo, di cool jazz; distanti per altri versi gli stilemi contrabbassistici degli innovativi 70s, quelli di Malachi Favours (38) e William Parker (36) rispetto all’approccio tipico di individualità del trentennio successivo con la comparsa sulla scena jazzistica di Charnett Moffett (35), Marcus Miller (44), Christian McBride (34). Il più recente panorama, annota Waring, annovera stars quali Esperanza Spalding, Miles Mosley, Ben Williams, Derrick Hodge.

Da rilevare che, in apertura allo scritto in questione, campeggia una foto di Charles Mingus, il che lascerebbe presupporre il più alto riconoscimento al suo indirizzo.

In realtà la posizione da lui acquisita è ottava, dietro Ron Carter (3), Ray Brown (4), Oscar Pettiford (5), Jimmy Blanton (6), Paul Chambers (7) e Jaco Pastorius (1).

Evidentemente l’estensore della nota, nella propria ottica, ha dato un certo peso ad alcune caratteristiche – sia Pastorius sia Mingus erano comunque “mostri”, superlativi per abilità, fraseggio e improvvisazione – senza soppesare adeguatamente ruoli quali compositore e bandleader nel c.v. del musicista oggetto di valutazione (anche se un Charlie Haden, cofondatore della Liberation Music Orchestra, figura comunque al n. 9).

Anche in questa ottica si spiegherebbe il primo posto assegnato a Jaco Pastorius, primus inter pares vista la statura artistica degli altri, per una scelta condivisa anche da settori extrajazzistici.

Qualche esempio dal web: su www.musicradar.com del 30 agosto 2017, in una classifica ad alto tasso pop/rock/funk di The 50 best bassists of all time (che registra fra gli altri Marcus Miller al 34 e Stanley Clarke al 27) Jaco si conferma (quasi) in vetta, secondo alle spalle di Geddy Lee. Dunque il suo mito è in grado di sovrastare, dall’alto del proprio talento, più paesaggi sonori, a volte intersecandoli.

Analogamente il 24 febbraio dello stesso anno su www.bassplayer.com, su una rosa di 100 bassisti, ecco in cima ancora Jaco, subito dopo James Jamerson (con Stanley Clarke al 4).

Ma se si guarda ad altre pubblicazioni di settore si constata che la scelta va in direzioni contrastanti. In The ten best jazz bassists of all time apparsa il 14 novembre 2013 su www.westworld.com a cura di Jon Solomon è Mingus il primo e Jaco terzo, il quale, spiazzando ancora il lettore, si prende però lo spazio fotografico di copertina!

Analogamente è Mingus a primeggiare in 100 Greatest Jazz Bassists, su digitaldreamdoor.com ancora nel 2013.

De gustibus? O la scala di valori estetico/musicali in pochi anni cambia? Possibile, per figure già storicizzate?  Certo è materia che appassiona.

Si è al cospetto di uno strumento che, grazie anche ad alcuni suoi virtuosi, risulta quasi sempre “centrale” nelle formazioni jazz (e non) e nel contempo attraversa più generi, offrendo una tavolozza di accorgimenti tecnici a chi lo pratica (tremolo, pizzicato, slap etc) per trasformare armonie, timbriche, colori, nel delineare atmosfere e dimensioni. Come quella elettrica e/o acustica che virtuosi alla John Patitucci (46) circumnavigano a piacimento. Con “ibridi” come il fretless di grandi maestri quali Alphonso Johnson (48) ed i 5 o 6 corde per assicurare fluidità chitarristica all’esecuzione.

C’è poi una sponda di matrice più classica, in cui compare spesso l’archetto, ideale per modalizzare, abbastanza diffusa nell’area della musica improvvisata e creativa e in contesti di contaminazione etnica.

La pattuglia degli europei, nella Top 50 di cui si parla, non è granché nutrita come già rilevato su queste colonne, lo scorso 1 marzo, a proposito di analoga classifica di chitarristi. Fra questi il contrabbassista danese Niels Petersen (20), il tedesco Eberhard Weber (39) uno dei vessilli della ECM di Manfred Eicher, il ceco George Mraz (43).

Probabilmente, se si fosse allargata la cerchia delle nomination a più di 50 sarebbero comparsi musicisti come il camerunense Richard Bona, l’israeliano Avishai Cohen o i nostri Di Castri, Pietropaoli, Del Fra, i Tommaso, contemplando perché no qualche nuova presenza femminile come Silvia Bolognesi e Antonella Mazza (ma i nomi del vecchio continente sarebbero ancora altri). Ma, giocoforza, a un certo punto bisogna pur fermarsi per non stilare liste da dizionario.

L’argomento è con/divisivo fra chi predilige il bassismo muscolare e roccioso e chi la leggerezza del tocco, chi i maestri del walking magari con raddoppio vocale della linea melodica e/o improvvisativa alla Slam Stewart, chi il glissato alla Red Mitchell, chi l’orchestralitá di un Renaud Garcia-Fons e chi l’approccio radicale e fisico di Barry Guy, chi la profondità espressiva della scuola scandinava (un nome: Palle Danielson) e chi le pause ai profluvi di note, il genio alla spettacolarità, l’anima alla technè.

Per finire, si vuole ora esporre una modesta proposta: premesso che basso e contrabbasso, nonostante le affinitá, rappresentano due mondi a parte, a partire dalla digitazione, e non solo, perché non distinguerne le classifiche dei Top in altrettante separate categorie? Avremmo così probabilmente Mingus primo dei contrabbassisti e Jaco al vertice dei bassisti, jazz ovviamente, evitando altalene preferenziali.

Ci sarebbe oltretutto maggiore spazio da dare ad artisti meritevoli di varie epoche e latitudini a volte così lontani fra loro seppure accomunati dalla lettura delle partiture in una chiave propria dello strumento che fu di Bottesini.

 

 

 

 

 

Inviato da iPad

 

 

“JAZZ & WINE OF PEACE”: SUN RA ARKESTRA, STEVE COLEMAN, ENRICO RAVA E LE STELLE DEL JAZZ MONDIALE PER L’EDIZIONE DEL VENTENNALE

Dal 24 al 29 ottobre le stelle del jazz internazionale si danno appuntamento in Friuli-Venezia Giulia, tra Collio e Slovenia, per la XX edizione di “Jazz & Wine of Peace”: Sun Ra Arkestra (prima data del tour europeo), Steve Coleman and Five Elements (anteprima italiana), Enrico Rava New Quartet “Wild dance”, James Brandon Lewis Trio (esclusiva italiana), Craig Taborn Quartet, William Parker & Hamid Drake (esclusiva italiana) e altri grandi jazzisti mondiali parteciperanno al tradizionale festival ideato da Circolo Controtempo di Cormòns (GO), che ogni anno raduna migliaia di appassionati provenienti da Germania, Austria, Slovenia, Italia.

Dopo aver raccolto oltre 80.000 presenze in 19 edizioni, cantine, locali, castelli, piazze e ville storiche del territorio apriranno nuovamente le porte ad un festival che coniuga musica, percorsi cicloturistici e enogastronomia a 5 stelle, con un formula originale e unica nel suo genere che lo ha reso tra gli appuntamenti più seguiti in Italia. (altro…)

Gabriele Buonasorte Quartet al Roccella Jazz Festival

Il Comune di Roccella Jonica (RC)
è lieto di presentare:

ROCCELLA JAZZ FESTIVAL 2017 – RUMORI MEDITERRANEI
XXXVII EDIZIONE

“A me piace il sud”
Original Tribute to Rino Gaetano

Direzione Artistica: Vincenzo Staiano

Mercoledì 16 agosto 2017
ore 23.00
Largo Colonne
Roccella Jonica (RC)

Gabriele Buonasorte Quartet

ingresso gratuito

Dopo il main event ferragostano con Tuck e Patti e Francesco Loccisano & Carafa quartet, prosegue la sezione Jamming Around & New Talents della XXXVII Edizione del Roccella Jazz Festival, nuovo appuntamento mercoledì 16 agosto.

Gabriele Buonasorte è sassofonista, compositore, arrangiatore e sound designer, uno dei più stimati talenti del jazz italiano, ambiente nel quale si muove professionalmente da anni. Musicista eclettico e versatile, amante delle contaminazioni sonore e di stile che caratterizzano il suo fraseggio sempre vario ed imprevedibile, ha al suo attivo diverse collaborazioni al fianco di musicisti di fama nazionale ed internazionale quali Gabriel Rivano, Ezster Nagypal, Leo Garcia, Raffaele Califano, Susanne Hahn, Silvia Bolognesi, Carlos Rojas, Stelvio Cipriani. A Roccella porterà il suo quartetto con Mauro Negri (Clarinetto), Mauro Gavini (Basso Elettrico) e Saverio Federici (Batteria), autore per Nau Records del disco Forward (2013), definito “una galleria sonora, dove momenti di groove intenso e potente si alternano a ritmi sincopati, atmosfere soft ed evocative, sonorità ironiche simil Reggae ad improvvisazioni psichedeliche e dirompenti”.

Roccella Jazz:
http://www.roccellajazz.org/

I nostri CD. In Italia il duo è sempre di moda





a proposito di jazz - i nostri cd

Claudio Angeleri – “Why?” – CDpM

whyPianista, compositore, didatta il cinquantenne musicista bergamasco si ripresenta al suo pubblico con questo eccellente album registrato nel marzo del 2016 assieme al suo storico quartetto (Gabriele Comeglio al sax alto, Marco Esposito al basso, Vittorio Marinoni alla batteria) con l’aggiunta della vocalist Paola Milzani in “Pannonica”. In repertorio cinque original dello stesso pianista e due standard, il già citato “Pannonica” di Thelonious Monk e “Nefertiti” di Wayne Shorter. Angeleri vanta una vasta discografia ( ben sedici album a proprio nome ) in cui ha dimostrato di conoscere bene tutta la storia del jazz, dalla tradizione – Monk, Ellington – alla sperimentazione più ardita, collaborando con musicisti di assoluto livello quali, tanto per citare qualche nome, Bob Mintzer, Charlie Mariano, Mike Richmond… Come accennato, quest’ultimo album si basa, prevalentemente, su composizioni di Angeleri ad evidenziare questo aspetto della sua poliedrica personalità. E il risultato è ancora una volta pari alle aspettative: tutti i pezzi sono ben congegnati, ben equilibrati tra composizione e improvvisazione, caratterizzati dalla ricerca melodica che da sempre connota la scrittura di Claudio e da quella profonda cultura musicale cui si accennava in precedenza. Così, il brano d’apertura , “Gymnosatie” è chiaramente ispirato dalla “Gymnopedie” n.1 di Erik Satie mentre “Trane Mambo” è stato scritto nel 1995 e , come afferma lo stesso Angeleri, nel corso degli anni “si è trasformato con il contributo di tutti e quattro i musicisti nelle numerose esecuzioni live” . Se ad assumere preminenza è l’aspetto compositivo del leader, lo stesso non dimentica di essere pianista di spessore: lo si ascolti in “Nefertiti” affrontato in splendida solitudine.

Gianni Bardaro, Pierluigi Villani – “Next Stop” – Verve 0602547772763

next-stopGianni Bardaro (sax alto e soprano) originario di Formia e Pierluigi Villani batterista napoletano costituiscono da tempo un’affiatata coppia che abbiamo avuto modo di apprezzare nel precedente “Unfolding Routes” con Andreas Hatholt al contrabbasso e Yohan Ramon alle percussioni. I due si presentano adesso in sestetto con Giovanni Falzone alla tromba, Francesco Villani al piano, Viz Maurogiovanni al basso elettrico, Giorgio Vendola al contrabbasso e il risultato è ancora una volta eccellente. I sei si misurano su un repertorio di nove originals scritti ,sei, da Gianni Bardaro e tre da Pierluigi Villani. L’atmosfera che si respira è quella di un convincente hard-bop in cui non mancano echi funky o di un jazz modale alla Miles Davis. In tale contesto i musicisti si trovano a proprio agio con un mirabile equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione. Così abbiamo modo di ascoltare le capacità di Falzone, particolarmente trascinante in “Bogo”, di Gianni Bardaro (lo si ascolti in “Morning Star”) e di Francesco Villani sempre efficace nella duplice veste di armonizzatore e solista (trascinante e convincente il suo intervento in “Open The Door” di Pierluigi Villani. I tre sono sostenuti da un’eccellente sezione ritmica con i due bassisti a fornire precisi punti di riferimento e il batterista a legare il tutto rimanendo in evidenza senza alcuna pretesa di protagonismo.

Con Alma Trio – “Con Alma Trio Meets Jerry Bergonzi” – abeat 154

con-alma-trioAtmosfere d’antan… ma quanta gradevolezza, quanto entusiasmo, quanta freschezza, quanta gioia di suonare in questo album in cui l’Alma Trio incontra il sassofonista Jerry Bergonzi. Il Trio, composto da Vito Di Modugno all’organo Hammond, Guido Di Leone alla chitarra e Mimmo Campanale alla batteria, costituisce da circa quindici anni una bella realtà del jazz italiano. Dal canto suo il quasi settantenne Bergonzi è considerato “tenorista” di assoluto livello e grande interprete della lezione coltraniana; il sassofonista non è nuovo a collaborazioni con musicisti italiani tra cui, ricordiamo Salvatore Tranchini, il Trio Idea, i “Sonora”… e sempre il connubio aveva prodotto frutti succosi. La stessa cosa è accaduto con quest’ultimo CD in cui, eccezion fatta per tre brani, il quartetto esegue originals scritti dallo stesso Bergonzi (due), da Vito Di Modugno (due) , da Guido Di Leone (due) e da Mimmo Campanale (uno). E ce n’è davvero per tutti i gusti, a partire dal brano di apertura “Bi-Solar” di Bergonzi , introdotto magistralmente dalle armonizzazioni di Di Leone e impreziosito dalla sonorità e dal fraseggio del sassofonista, a chiudere con “Kynard” di Di Modugno che conferma quel magnifico interplay che si è avuto modo di apprezzare nel corso di tutto l’album. Tra i brani non originali, da segnalare l’interpretazione del gillespiano “Con Alma” con Di Modugno in grande spolvero. (altro…)