Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Mauro Bottini, sassofonista e clarinettista

Mauro Bottini, sassofonista e clarinettista, intervista raccolta da Gerlando Gatto

Mauro Bottini

-Come sta vivendo queste giornate?
Le mie giornate in tempo di coronavirus le sto vivendo con angoscia, poiché, per la prima volta tutta la popolazione mondiale è coinvolta in una specie di “guerra” dove il nemico è invisibile e non guarda in faccia a nessuno”.

-Tutto ciò come ha influito sul suo lavoro; pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Il lavoro musicale è bloccato, completamente fermo. In Futuro? Credo che ci vorrà del tempo, molto tempo per ricreare le condizioni favorevoli per assistere a concerti, teatri, spettacoli, ecc…”.

-In questo momento come riesce a sbarcare il lunario?
“Mi ritengo fortunato poiché oltre che un concertista sono un professore di clarinetto ed insegno nella scuola pubblica quindi posso contare sul mio stipendio ma non smetto mai di pensare ai miei colleghi musicisti che non insegnano e vivono solo per la musica, sono preoccupato per loro”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia famiglia, vivo per la mia famiglia. Sapere che in questo momento stiamo bene è un vero conforto per il mio umore”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani professionali sotto una luce diversa?
“Sì, credo che i rapporti umani cambieranno molto sia sotto il profilo professionale che sotto il profilo umano”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica ha un potere immenso, per chi la crea, chi la suona, chi la ascolta. A me in generale dà sempre la forza per andare avanti, mi carica, mi rincuora, mi rasserena, mi turba, mi incuriosisce, mi assale, mi pervade. In sostanza per me è tutto. Tutti al mondo dovrebbero fare musica e sicuramente sarebbe un mondo migliore”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Chi si affida alla spiritualità, chi allo studio, chi alle letture preferite, ritengo, comunque, la Musica sempre al primo posto”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Vede io sono un Cavaliere della Repubblica e possiedo un grande senso civico. Ho visto parecchie scene di richiamo all’unità, alcune più riuscite altre meno. La vera unità è ancora un “utopia”. Nel nostro bellissimo Paese molte persone si comportano non all’altezza di come dovrebbe essere un cittadino europeo. La scuola, la società civile, la politica hanno molte colpe”.

-E’ soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
“Guardi per ciò che mi riguarda, il jazz italiano si sta attivando molto per questo periodo e ho visto anche la SIAE mobilitarsi, credo che chi ci rappresenta stia facendo un ottimo lavoro”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Al Governo chiederei di porre attenzione alla musica, ai musicisti, all’arte in generale. Abbiamo potuto constatare tutti che in questo triste momento finalmente si è capito che un dottore, un infermiere, un musicista sono più importanti di quel mondo vacuo e superficiale che avevano creato dando importanza a calciatori, veline, star e starlette di televisioni commerciali, di programmi stupidi e superficiali”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Posso suggerire nel Jazz: Coltrane, Parker, Davis; nel Rock: Genesis, Pink Floid, Area, Perigeo, nella musica italiana: Pino Daniele, Mina, Lucio Dalla; nella musica classica: le 4 stagioni di Vivaldi, il concerto per clarinetto e orchestra di Mozart”.

Peppo Spagnoli, ovvero la storia in dischi del jazz italiano

Dopo McCoy Tyner eccomi a commemorare un altro grande del jazz scomparso in questi giorni: Peppo Spagnoli era nato ad Arcisate, in provincia di Varese, il 4 dicembre 1934. Il mondo della musica lo conosceva come un grande appassionato di jazz, ma Peppo nel corso della sua vita ha sempre coltivato altre due grandi passioni, la pittura e la buona cucina.

La sua creatura, la casa discografica Splasc(H) (acronimo di “Società promozione locale arte spettacolo e cultura” completato con l’acca tra parentesi per ottenere, appunto, Splasc(H) nacque nel 1982. In realtà si trattava di una cooperativa che avrebbe dovuto intervenire nel sociale per mezzo di scambi culturali tra le città e la provincia, soprattutto, attraverso gli spettacoli. Senonché l’aver nominato Peppo Spagnoli, da sempre appassionato di jazz, come presidente della cooperativa, fece sì che l’interesse si spostasse immediatamente verso la musica. Nacque così il n.1 del catalogo Splasc(H), il disco di Gianni Basso “Lunet” con Klaus Koenig (p) Isla Ecjinger (b) Peter Schidlin (dr). Da allora è stato un continuo di uscite discografiche (superato il numero di 900) guidate da un intento ben chiaro: dare spazio a quel jazz italiano che già evidenziava segni di grande maturità ma che ancora non trovava sufficiente spazio nella discografia italiana e tanto meno in quella internazionale.

Oggi il disco ha perso gran parte dell’importanza avuta in passato; se ne producono molti ma se ne vendono davvero pochi per cui il CD assolve la funzione più che altro del biglietto da visita con cui il musicista si presenta ai critici e agli appassionati. “Oggi manca tutto, la cultura, l’interesse” affermava lo stesso Spagnoli parlando della crisi del disco, determinata anche da internet e dalla connessa possibilità di scaricare i brani.  Ma negli anni ’80 la situazione era completamente diversa: il disco serviva a veicolare lo stato di salute non solo del jazz come movimento ma anche del singolo artista. Non dimentichiamo che all’epoca un disco ben fatto, ben riuscito, contribuiva in maniera decisiva a decretare il successo di un artista. Di qui la necessità, per un produttore discografico, di avere l’occhio lungo, di saper percepire in anticipo la valenza di un musicista. E non v’è dubbio alcuno che tali capacità Peppo Spagnoli le aveva: basti ricordare che nel 1984 la Splasc(H) pubblicò il primo disco a nome di Paolo Fresu – “Ostinato” – con Roberto Cipelli, Tino Tracanna, Attilio Zanchi e Ettore Fioravanti.

Ma gli artisti giovani valorizzati da Peppo sono stati davvero molti: tanto per fare qualche nome Arrigo Cappelletti, Giuseppe Emmanuele e Luca Flores, artista al quale era rimasto particolarmente legato: “Lo ricordo con grande affetto – ha dichiarato Peppo nel corso di un’intervista – Ero rimasto molto colpito dalla sua arte e dal suo modo di suonare. In lui non vi era solo tecnica, ma anche emozione. In qualche modo, con la sua produzione artistica, è rimasto legato a me.”

Peppo era davvero instancabile tanto che la sua etichetta, in brevissimo tempo, riuscì a superare il numero dei 100 album pubblicati, divenendo sostanzialmente lo specchio più esaustivo del jazz italiano. Egli seguiva le sue creature in maniera quasi maniacale: oltre a occuparsi della registrazione e della produzione, grazie al suo grande talento pittorico, dipingeva le copertine dei vari album, che alla fine sono risultati dei veri e propri pezzi unici dedicati al jazz nostrano.

E quanto i musicisti italiani siano grati a questo straordinario personaggio è testimoniato dalle dichiarazioni rilasciate in queste ore. Così Paolo Fresu riconosce che “se oggi la nostra musica è ricca è anche per merito suo che l’ha catalogata permettendoci di raccontarla al mondo intero”

Accorate e commosse le parole di Roberto Ottaviano: “Mi mancherà molto la sua presenza ma soprattutto mancherà molto il suo slancio autentico e sincero, il suo mecenatismo a tutto il Jazz Italiano, quello blasonato e non, che a lui deve molto”.

Poche ma sentite parole da Tiziana Ghiglioni: “Grazie Peppo Spagnoli! Hai fatto tanto per il jazz italiano! Un grande amico!”.

E questa rassegna dei ricordi da parte dei musicisti potrebbe continuare ancora a lungo ma l’importante è sottolineare come la sensazione generalizzata sia quella della scomparsa di una figura fondamentale per lo sviluppo del jazz italiano.

Ma l’entusiasmo per la buona musica spinse Peppo anche al di fuori dei confini nazionali, creando la “World Series” con lavori di Anthony Braxton, Dave Douglas, Tim Berne, Henry Texier, David S. Ware e tanti altri. Non è, quindi, un caso se numerosi album della Splasc(H) figurano nella “Penguin Guide to Jazz”.

Personalmente ho conosciuto Peppo nei primissimi anni ’80, quando la Splasc(H) muoveva i primi passi e ho subito avuto l’impressione di trovarmi dinnanzi ad un grande, grande appassionato di jazz che coniugava questo amore con una profonda conoscenza dell’universo jazzistico soprattutto nazionale. “Carattere particolare dell’etichetta – affermava Spagnoli – è quello di offrire una musica fresca, nuova, sempre in divenire. Direi alla pari con le espressioni e le manifestazioni che caratterizzano questa musica in tutto il mondo”.

Quando usciva un disco che Spagnoli riteneva particolarmente importante, ci scappava una telefonata ma non tanto per sentire il mio parere quanto per illustrarmi i motivi che l’avevano spinto a produrre quel disco, a spiegare il perché aveva privilegiato quel musicista rispetto ad altri. Ed era una sorta di vulcano in perenne eruzione, sempre spinto sia da un incontenibile entusiasmo, sia dalla voglia di scoprire nuovi talenti. Ogni tanto ci si vedeva di persona ed erano interminabili chiacchierate, naturalmente incentrate sullo stato di salute del jazz italiano. Alle volte non ci trovavamo d’accordo su alcune valutazioni, ma Peppo mai perdeva la sua carica di buonumore e così, con il solito sigaro in bocca, mi diceva “vedrai che tra poco mi darai ragione”. E spesso non sbagliava.

Insomma un vero e proprio personaggio carismatico, capace di dare davvero una svolta decisiva alla crescita del jazz nazionale.

E consentitemi di chiudere indirizzando alla moglie Enrica e alla sua famiglia un pensiero affettuoso da parte di tutto lo staff di “A proposito di Jazz”.

Gerlando Gatto

Al Teatro Menotti di Milano lo spettacolo contro la mafia “Il mio nome è Caino” con Ninni Bruschetta e Cettina Donato

Il tour italiano dello spettacolo “Il mio nome è Caino” arriva dal 14 al 19 gennaio al Teatro Menotti di Milano. Ispirato all’omonimo romanzo di Claudio Fava edito da Dalai Editore nel 1997 e da Baldini e Castoldi nel 2014, era già stato prodotto da Nutrimenti Terrestri nel 2002, con un diverso cast e la regia del noto attore Ninni Bruschetta.
In questo suo nuovo adattamento, con la presenza sul palco della pianista, compositrice e direttore d’orchestra Cettina Donato che ne firma le musiche e gli arrangiamenti, Bruschetta veste i panni del protagonista, con la regia di Laura Giacobbe.
“Il mio nome è Caino” è specchio dinamico e lucido dell’essere e del fare mafioso e si intreccia alle musiche di Cettina Donato: due brani editi insieme a composizioni inedite scritte per sostenere il racconto di Caino. Frutto di uno studio condiviso con Ninni Bruschetta, la colonna sonora dello spettacolo è eco della freddezza quanto dell’umanità del personaggio, sostenendo le modulazioni emotive con contaminazioni classiche, popolari e jazz. La collaborazione artistica tra Bruschetta e Donato è partita nel marzo 2017 ed ha registrato molti consensi di pubblico e critica, da “I Siciliani di Antonio Caldarella” a “Il giuramento” di Claudio Fava.
Le prevendite per i sei spettacoli al Teatro Menotti di Milano sono già disponibili al link http://bit.ly/CAINOteatromenottimilano. Il lungo tour, che ha preso avvio a marzo 2019 da Messina, continuerà nei teatri e nei festival di tutta Italia fino a marzo 2020.

Note di regia – di Laura Giacobbe: “Caino è il killer di mafia che al comando ha preferito l’amministrazione rigorosa della morte, qualcosa che somiglia a un mestiere ma che è anche una impietosa chiave di lettura dell’universo mafioso e delle sue opache propaggini, un personaggio fuori dalla cronaca, costruito interamente all’interno della coscienza.
Un “pensiero fuori posto” muove il suo racconto, assoluto, spietato, estremo, senza margini di riscatto. Fuori posto è anche il suo raccontare, a tratti straniato dalla vertigine dell’azione, oppure ingoiato dalla musica che lo sostiene, che improvvisa e improvvisando spinge Caino a cercare ancora un altro tono, un altro modo per dire, fuori tempo massimo, quando è troppo tardi per raccontare e tutto suona come una dolente deposizione resa a se stessi”.

Ninni Bruschetta su “Il mio nome è Caino”: In poco più di dieci anni ho messo in scena quattro titoli di Claudio Fava, in qualità di regista. Tutti testi di impegno civile, narrazioni di fatti o avvenimenti realmente accaduti o interpretati secondo una logica di verità. Poi ho deciso di portare in scena Il mio nome è Caino interpretandolo in prima persona perché in questo racconto di fantasia e realtà, mirabilmente mischiate, credo che si esprima in tutta la sua forza la poetica dello scrittore, ma anche del testimone. Un testimone diretto e anche vittima della furibonda guerra di mafia siciliana, che in questo testo mette a frutto questa testimonianza per saltare al di là della staccionata e proiettarsi nella mente di un killer. E se prima ne interpreta il maleficio e la follia, poi riesce a riconoscere in lui anche una normalità, una formazione, una cultura e persino un mestiere. Usa la sua contorta morale per avvicinarci al pensiero del male che, in ogni caso, non figura così distante da noi. Affrontare questo testo da attore mi è sembrato necessario proprio perché esso richiede all’interprete la più rigorosa “sospensione del giudizio” per poterne restituire la crudeltà, la freddezza e persino l’ironia. E ancora di più perché questo personaggio ha una sua normale, direi naturale umanità, la sua mente viziata ha una folle ma sorprendente sensibilità e mostra il lato più debole del male, finendo di fatto per decretarne la sconfitta.

BIGLIETTI
Intero – 30.00 € + 2.00 € prevendita
Ridotto over 65/under 14 –  15.00 € + 1.50 € prevendita

ABBONAMENTI
10 ingressi + 2 omaggi: € 240,00
5 ingressi:   € 140,00

Abbonamenti Community:
10 ingressi + 2 omaggi: € 120,00
5 ingressi: € 70,00

TEATRO MENOTTI
Via Ciro Menotti 11, Milano – tel. 02 36592544 – biglietteria@tieffeteatro.it

ORARI BIGLIETTERIA
Dal lunedì al sabato dalle ore 15.00 alle ore 19.00
Domenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo
Acquisti online con carta di credito su www.teatromenotti.org

ORARI SPETTACOLI
Martedì, giovedì e venerdì ore 20.30
Mercoledì e sabato ore 19.30 (salvo diverse indicazioni)
Domenica ore 16.30
Lunedì riposo

UFFICIO STAMPA TEATRO MENOTTI
Linda Ansalone 0236592538 stampa@teatromenotti.org

UFFICIO STAMPA CETTINA DONATO
Fiorenza Gherardi De Candei  3281743236 info@fiorenzagherardi.com

Lirica e jazz: le arie d’opera come standard

L’ultimo nato dal matrimonio fra lirica e jazz è l’album “Norma”, di Paolo Fresu con la ODJM (Orchestra Jazz del Mediterraneo) di Paolo Silvestri (Tûk Music) che va ad infiocchettarsi al virtuale “Real Book” di arie dal repertorio operistico italiano ed europeo che via via si è fatto ben corposo.
Il lavoro su Bellini ha, discograficamente parlando, illustri avi nel jazz. Ne citiamo qualcuno. Il 78 giri Bluebird con Glenn Miller and Orchestra che rielabora “Il coro degli Zingari” del Trovatore di Verdi nella spumeggiante “Anvil Chorus”; Fats Waller and his Sextet from Lucia of Lammermoor, di Donizetti su l.p.

Il disco di Barney Kessel, Modern Jazz Performances From Bizet’s Opera Carmen (Contemporary Records, 1959) oggetto di varie ristampe. È stato, in effetti, il chitarrista a segnare il passaggio dalle atmosfere fox trot, stride e da swing-era al più moderno cool negli anni ’50, con azzeccati innesti dalla Carmen (1875) a partire da “La canzone del Toreador – Swingin’ The Toreador”  e principalmente riproponendo a modo suo “Free As A Bird”, la famosa habanera, forma musicale che è un esempio di musica “oggettiva” tratta da fonti preesistenti (…) dalla canzone di Sebastian Yradier El Arreglito, a sua volta una “normalizzazione” europeizzante e salottiera della danza cubana” (cfr. Antonio Rostagno, Ed. Teatro alla Scala, 2015).

Dal canto suo Jacqueline Rosemain ne ha sottolineato la derivazione da una canzone conviviale provenzale, confluita in una raccolta del lontano 1627. Stefano Zenni, nel definire in genere la habanera “danza cubana di andamento moderato, in tempo binario, divisa in due parti, una in tonalità minore e una in maggiore” derivata dalla contradanza, antenata del tango, ne ha puntualizzato la “duplice origine, una spagnola ed una africana, con una radice provenzale” con quel senso di ritardo ritmico tipico della musica nera delle Americhe “dall’oscillazione dello swing alla elasticità della bossa nova” (cfr. Breve storia della habanera, in La musica colta afroamericana, Sisma, 1995). Un’ibridazione di melodie e ritmi che avrà affascinato Kessel per pensare di “jazzare” parti dell’opera, dicono, più rappresentata al mondo, oltretutto così impregnata di “latin tinge”!

Niente di nuovo sotto il sole, certo! Louis Armstrong ascoltava i dischi di Enrico Caruso e la polifonia di New Orleans poteva richiamare in qualche modo situazioni da melodramma tipo il quartetto vocale di “Bella figlia dell’amore”, dal Rigoletto (cfr. Gunther Schuller, Early Jazz). Nello specifico la Carmen si è prestata a progetti più articolati come l’album omonimo firmato da Enrico Rava che fa il paio con “E l’opera va” (Label Bleu, 1993) contenente arie quali “E lucean le stelle” dalla Tosca, estratti dalla Manon Lescaut e da La fanciulla del West di quel Puccini che Chailly ha accostato a Gershwin (si veda in proposito su questa rivista il nostro saggio “L’America di Puccini ne La fanciulla del West” del 16 nov. 2017). Non trapianti di genere bensì proustiana condensa di memoria e memorie, suoni e visioni che riappaiono dal nostro passato.
Restiamo all’opera italiana. Intanto come non ricordare che Pietro Metastasio, il famoso librettista, era un poeta “istantaneo”? Intuiva, strutturava, declamava rime “all’improvviso”, una poesia orale composta, secondo John Miles Foley “come un musicista jazz o folk usa dei modelli nell’improvvisazione musicale”. Ma il jazz, nel settecento, navigava ancora nella placenta delle musiche del mondo.
E così ancora a inizio ottocento.

Eppure c’è chi, come l’inglese Mike Westbrook si è rifatto a Gioacchino Rossini in un pregevole album del 1987, appunto “Westbrook-Rossini”, della svizzera Hat Hut, riproposto anche recentemente con la Uncommon Orchestra, anche con arrangiamenti da La Cenerentola ad integrare abstract musicali da La gazza ladra, “Barbiere”, Otello e l’Ouverture del Guglielmo Tell. Musica varia, giocosa, cromaticamente accesa, quella rossiniana, che si ben adatta ai “remakes” più moderni ed innovativi.
Su Donizetti si è posata l’attenzione di Bruno Tommaso, Roberto Gatto, Cristina Zavalloni, Furio Di Castri, Madeleine Renèe ed è da segnalare il disco-rarità “A casa di Ida Rubinstein” della compianta Giuni Russo in cui la cantante interpreta fra l’altro “La zingara” donizettiana con interventi di Paolo Fresu ed il lieder “A mezzanotte”, con la partecipazione di Uri Caine, pianista a cui si deve The Othello Syndrome (Winter & Winter, 2008). Una passione antica questa per il cigno di Busseto; ricordava Gerlando Gatto su questa rivista che in un titolo di King Oliver del 1923 compare un’ampia sequenza de “La Vergine degli Angeli” da La forza del destino! Viva Verdi! Potrebbe essere uno slogan dei jazzisti inneggiante a siffatta star dalla marcia trionfale anche sul web con milioni di visualizzazioni; le cui opere sono state rivisitate dalla Ted Heath Orchestra nel 1973 così come dalla Banda di Ruvo di Puglia nel 1996, per non parlare ancora dai conterranei Marco Gotti, Trovesi, Di Castri, Bonati, Rea, Massimo Faraò, Attilio Zanchi, Renzo Ruggieri…

Ma perché mai questo interesse dei jazzisti su Verdi?  “Nella musica di Verdi sussiste una sorta di pre-blues poiché vi si descrive l’atmosfera di prima che arrivasse il jazz, anche attraverso personaggi di strada, un popolo di umili, il gobbo, la mondana, la zingara…” ha affermato sempre su queste colonne il chitarrista romano Nicola Puglielli del Play Verdi Quartet. L’operista fu egli stesso trovatore, griot melodrammatico al cui ” mood ” si rifà la cantante e compositrice Cinzia Tedesco, riprendendo parti salienti da Rigoletto, La Traviata, Aida, Nabucco, vista anche “all’opera” con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese diretta da Jacopo Sipari, arrangiamenti del pianista Stefano Sabatini. E con lei altri artisti quali il pianista Andrea Gargiulo, il quintetto Tomelleri-Migliardi-Corini-Garlaschelli-Bradascio, l’Orchestra di Piazza Vittorio con in repertorio anche arie dalle opere di Bizet, Weill, Mozart (Il flauto magico e Don Giovanni) quest’ultimo oggetto della egregia rivisitazione del trio di Arrigo Cappelletti.
Andiamo ai veristi. Su Mascagni, sull’Intermezzo di Cavalleria rusticana, è caduta la mano pianistica di Danilo Rea mentre della “sorella siamese” Pagliacci, di Ruggiero Leoncavallo, Max De Aloe ha rielaborato in 4et “Vesti la giubba” nella compilation Lirico Incanto (Abeat, 2008).

Singolare, a proposito di Leoncavallo, una Mattinata tutta anni ’20 della Tiger Dixie Band nel disco dedicato a Bix. Ma sfociamo nel campo delle canzoni d’arte. Torniamo all’opera. Francesco Cilea, altro rappresentante della Giovane Scuola Italiana a inizio secolo scorso, è omaggiato dal pianista Nicola Sergio nel cd Cilea Mon Amour della Nau. Di Puccini in parte s’è detto. Da aggiungere che il compositore trova estimatori di grande spessore nel mondo del jazz internazionale. Basti pensare a “Nessun Dorma” dalla Turandot ripresa da artisti del calibro di Lester Bowie e Don Byron. Finanche il bandleader Gerald Wilson figura fra i filopucciniani!

Fra gli italiani non si può non citare Marcello Tonolo e Michele Polga unitamente al pianista Riccardo Arrighini con il suo album Puccini Jazz- Recondite Armonie del 2008 (nell’ulteriore cd Visioni in Opera si occupa anche di Verdi e Wagner) ed inoltre il duo formato dalla cantante lirica Madelyn Renèe con il sassofonista Jacopo Jacopetti con il disco Some Like It Lyrics (EgeaMusic, 2016), in scaletta anche Bizet, Donizetti, Mozart.
Si potrebbe continuare a iosa fino all’oggi, alla cronaca-spettacoli, ad esempio a Knock Out – melodramma jazz d’amore e pugilato, regia di Silvio Castiglioni, con Fabrizio Bosso e Luciano Biondini – prodotto lo scorso anno, a riprova del fatto che l’opera lirica non è moribonda, anzi l’incontro con il jazz può essere un modo per riattualizzarla, in una sinergia così stretta che non sarà più lecito parlare di contaminazioni.
Chissà, prima o poi un editore si ritroverà forse a stampare un manuale di jazz standard con partiture tratte da opere italiane ed europee! Gli americani – come nel caso di “Summertime” da Porgy and Bess di Gershwin ovvero, passando dal teatro al film musicale, I Got Rhythm di Gene Kelly da Un americano a Parigi – ci hanno pensato da tempo. Un bel dì vedremo.

P.s. Questo articolo è dedicato alla soprano afroamericana Jessye Norman scomparsa il 30 settembre 2019 . In memoriam.

Amedeo Furfaro

Il mercato francese dei professionisti del jazz

Con più di una ventina di show case, una giornata intera consacrata ai grandi format, la presenza di dozzine di responsabili di festival, di agenti, di manager e tour manager e di giornalisti, la terza edizione di Jammin’ Juan (dal 23 al 26 ottobre) ad Antibes/Juan-les-Pins ha dimostrato come questa manifestazione sia divenuta la vetrina e soprattutto il mercato francese dei professionisti del jazz.

Lilian Goldstein, direttrice del servizio musica e spettacoli dal vivo, la SACEM, ha tenuto a ricordare come questo appuntamento non sia un festival ma “innanzitutto un mercato destinato al jazz regionale e nazionale, anzi internazionale, o per dirla con altri termini, un modo di fare dei corsi per i professionisti del settore in vista dei concerti nei festival o nei jazz-club”. Una affermazione pienamente condivisa da Philippe Baute, direttore de l’«Office du tourisme d’Antibes/Juan-les-Pins et de “Jammin’ Juan” » che ha sottolineato che nel 2018 sono stati firmati più di 30 contratti e che non c’è nulla di peggiorativo nel parlare di un “mercato” dei professionisti del jazz.

Da parte sua, Alain Paré, responsabile del club le Pan Pier à Paris, ha annunciato di aver già selezionato quattro gruppi tra quelli presentati durante gli show case per dei  concerti nella capitale.

Cominciata sotto condizioni atmosferiche proibitive la manifestazione si è conclusa nella calma più assoluta, con un sole radioso e una temperatura primaverile, dopo aver conosciuto qualche bel momento musicale soprattutto nella giornata di chiusura, come già detto il 26 ottobre, consacrata alle big band con quattro significative formazioni.

Questa maratona di grandi orchestre era iniziata già alla vigilia con la presenza sulla scena di “Danzas”, un largo ensemble jazz/classico condotto dal pianista/direttore d’orchestra/compositore & arrangiatore Jean-Marie Machado. Il punto di forza di questa performance, perfettamente oleata e rodata, è stato senza dubbio il vocalist bernese André Minvielle, che ha rivisitato con humour e devozione parecchie canzoni di Bobby Lapointe (cantante francese – 1922/1972 – noto soprattutto per i suoi testi ricchi di giochi di parole e ossimori).

Come accennavamo, quattro ensemble erano presenti per la giornata “Grands formats” “Les Rugissants”, la “Tullia Morand Orchestra”, la “Line Kruse Orchestra” et “Bigre”.

Se il primo, un tentetto, è costituito da giovani talenti usciti dai conservatori parigini e se l’ultimo rassomiglia più ad una grande fanfara (20 musicisti e una sola donna trombettista) delle Beaux-Arts malgrado la presenza della cantante Célia Kameni, la palma dei più coinvolgenti spetta a due donne ‘direttrici’: Tullia Morand et Line Kruse.

Sassofonista baritono, compositrice, arrangiatrice Tullia Morand dirige i suoi dodici musicisti lasciando ad un invitato a sorpresa, l’elegante ballerino di tip-tap Fabien Ruiz, il compito di vivacizzare lo show soprattutto quando egli improvvisa con agilità e un coté dandy su “Heart Of My Heart”, divenuto in francese “Plus je t’embrasse….”, immortalato da Blossom Dearie.

Comunque il momento clou di questa ultima serata è stato incontestabilmente rappresentato dalla prestazione della violinista danese Line Kruse alla testa di una big band di 17 musicisti tra i quali figurano parecchie personalità come Pierre Bertrand (sax/flauto), Minino Garay (percussioni), Denis Leloup (trombone) e Stéphane Huchard (batteria). Fedele alle sue abitudini, la delicata compositrice e arrangiatrice ha condotto il pubblico e gli addetti ai lavori in viaggio: a Cuba prima dell’uscita del suo nuovo CD, Invitation” (Continuo Jazz), in America latina, con una composizione afro-peruviana o negli Stati Uniti, con la riproposizione di uno standard dei fratelli Gershwin, “Fascinating Rhythm”. Davvero straordinari inviti musicali da parte di una eccellente musicista dalla scrittura ricercata.

Oltre a concerti e incontri, “Jammin’ Juan” è stata anche l’occasione di molteplici show case, vetrine della vivacità e dell’ardore della scena jazz attuale.

Se vi è stata una sorta di inflazione di trio piano -contrabbasso-batteria (sei in tutto!) – ispiratisi soprattutto o quasi esclusivamente a Bill Evans, Keith Jarrett, Brad Mehldau o E.S.T. – il più interessante è stato quello di Alex Montfort (Samuel F’Hima, contrabbasso, Tom Peyron, batteria). Contrariamente agli altri, il giovane pianista trae infatti ispirazione da Mulgrew Miller, Jason Moran, McCoy Tyner o Herbie Hancock. Un ottimo punto di partenza in questa epoca di clonazioni!

Altra scoperta il duo Nicolas Gardel/Rémi Panossian, già riconosciuto per le sue molteplici qualità. Il trombettista e il pianista, che già conoscevamo da alcuni anni, hanno condotto ad un alto livello di creatività e di inventiva una formula lontana dall’essere evidente, formula che li ha portati a riprendere con disinvoltura un classico del passato come “Caravan” di Duke Ellington/Juan Tizol.

E per restare nell’ambito del jazz più canonico, stile Jazz Messengers per intenderci, tanto di cappello a Josiah Woodson e il suo 5tet, “Quintessentiel”. Il trombettista/chitarrista già sideman di Beyoncé , ha presentato un jazz post be bop e hard bop potente, energico, fedele a una certa tradizione e che trasporta. Da scoprire…

A parte gli show case e i concerti, è stata anche organizzata una tavola rotonda dal titolo «Le donne del jazz », a seguito di una inchiesta intitolata “La rappresentanza donne-uomini nel jazz e le musiche improvvisate” realizzata dall’AJC, l’associazione Grands Formats, la FNEIJIMA (Federazione nazionale delle scuole di influenza jazz e musiche attuali), Opale e in cooperazione con l’ADEJ (Associazione degli insegnanti di jazz) .

Uno studio volontariamente riduttivo perché si esamina unicamente la rappresentanza donne-uomini (o vice-versa) in Francia. Come se il jazz – musica universale – si arresti alle frontiere interiori dell’Esagono (la Francia) o come se la stessa Francia sia l’ombelico del jazz! Questa inchiesta, che arriva alla conclusione per cui “il jazz e le musiche improvvisate sono attraversate da una netta divisione sessuale del lavoro, orizzontale ma anche verticale” avrebbe meritato di essere estesa se non all’Europa almeno ad alcuni dei nostri prossimi vicini… Ma forse, in quei casi, la comparazione sarebbe stata meno lusinghiera e in nostro sfavore…!

Didier Pennequin

(Trad. Gerlando Gatto)

Francesco Branciamore: dalla batteria al piano solo

Francesco Branciamore si è affermato, nel corso degli ultimi anni, come uno dei più originali e preparati batteristi del pur variegato panorama jazzistico nazionale. Non a caso il suo curriculum è ricco di prestigiosi riconoscimenti e di preziose collaborazioni con artisti di assoluto livello internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Lee Konitz, Evan Parker, Barre Philips, Ray Mantilla, Keith Tippet, Pier Favre, Paul Rutherford, Michel Godard,  Enrico Rava, Gianluigi Trovesi, Enrico Intra, Eugenio Colombo, Paolo Fresu… Senza trascurare le numerose musiche scritte per spettacoli teatrali e cinematografici nonché i tanti album registrati a partire dal 1987.

Insomma quel che si dice un artista maturo, completo, capace di esprimersi compiutamente. Eppure questa dimensione evidentemente stava stretta all’artista siciliano che, abbandonata l’oramai comoda veste di drummer, fa il gran salto e si presenta al pubblico e alla critica cambiando strumento: eccolo quindi incidere in piano solo «Aspiciens pulchritudinem» per la Caligola.

In repertorio nove pezzi, tutti scritti da Francesco, di durata variabile dal minuti e mezzo a tre minuti, con una ottima presa di suono che esalta lo splendido Steinway a disposizione dell’artista.

Nove brani ispirati dalle parole di Charlie Haden sull’essenza della musica riportate nella copertina dell’album “Voglio allontanare le persone dalla bruttezza e dalla tristezza che ci circondano ogni giorno e portare musica bella e profonda a quante più persone posso”.

Ed in effetti ascoltando l’album si avverte una precisa sensazione: il desiderio dell’artista di lasciarsi trascinare dalle emozioni, di camminare ad occhi chiusi sulla strada suggerita dagli stati d’animo del momento. Di qui un’atmosfera soffusa, profondamente intimista; di qui un pianismo oserei dire delicato, senza alcuno sfoggio di tecnica, ma funzionale all’espressività; di qui una ricerca della linea melodica che caratterizza tutti i brani, alcuni soffusi da una evidente melanconia (“Saudade”).

Particolarmente apprezzato, da parte del vostro cronista, il pezzo dedicato al trio EST del compianto Esbjörn Svensson (“Thinking to EST”).

Questa nuova impresa di Francesco Branciamore sarà presentata il 20 settembre nella sala concerti dello splendido Palazzo Nicolaci di Noto, a metà novembre presso la Libreria Feltrinelli di Messina e quindi all’Auditorium della sede Rai di Palermo.

Gerlando Gatto