Paolo Fresu e Massimo Martinelli: doppia intervista, dal Teatro dell’Opera di Roma, al grande trombettista sardo e al Direttore della Banda dei Carabinieri

Il 27 maggio 2019 si è tenuto, al Teatro dell’Opera di Roma, il concerto della Banda Musicale dei Carabinieri, in occasione del 205° annuale di Fondazione dell’Arma.

La formazione di oltre cento elementi, diretta dal M° Massimo Martinelli, ha ospitato due musicisti straordinari: la virtuosa violinista americana Caroline Campbell e uno tra  i trombettisti più conosciuti e amati in Italia e nel mondo, Paolo Fresu.

A Proposito di Jazz ha ricevuto dal Comando Generale il gradito invito, per il secondo anno, a partecipare per raccontare la prestigiosa serata (questo il link alla mia recensione: http://www.online-jazz.net/2019/06/03/la-banda-dei-carabinieri-a-roma-con-paolo-fresu-e-caroline-campbell-le-affascinanti-contaminazioni-sinestetiche-della-musica/ ).

Nell’occasione, il direttore Gerlando Gatto ed io abbiamo intervistato Paolo Fresu, che ci parla anche della 32esima edizione di Time in Jazz, il festival sardo di cui è direttore artistico e che si svolgerà a Berchidda dal 7 al 16 agosto, e il M° Massimo Martinelli, che dirige la Banda dell’Arma da quasi vent’anni.

Marina Tuni

Paolo Fresu

 -Tu hai cominciato a suonare da ragazzo con la Banda Musicale “Bernardo De Muro” di Berchidda, tuo paese natale. Che ricordi hai di quel periodo e quanto è stata importante questa esperienza?

« Ho iniziato a suonare a 11 anni e il mio universo musicale era la Banda di Berchidda – a quell’epoca non c’era internet o youtube – che vedevo passare in tutti i momenti significativi della vita, una ricorrenza speciale, un matrimonio, un funerale, la festa del paese… Ricordo ancora l’odore e la luce particolare della sala dove sono entrato per la prima volta, ricordo gli strumenti appesi ai muri… la mia crescita musicale e umana è imprescindibilmente legata alla banda di Berchidda, della quale porto ancora la divisa quando mi capita di suonarvi! La banda è una scuola di vita, non solo di apprendimento della musica, e io le devo molto, al punto che senza di lei non sarei diventato un musicista ma, con ogni probabilità, un tecnico della Sip! Un altro ricordo legato a quei tempi è il gruppo che formammo per suonare alle feste e ai matrimoni, che a Berchidda si festeggiano per giorni… ed è di quell’epoca il mio primo approccio al jazz. Uno di noi, il pianista, aveva in casa una notevole collezione di dischi e fu così che oltre alla musica tradizionale provammo ad inserire in repertorio alcuni pezzi dei Nucleus (band prog-jazz-rock inglese fondata nel 1969 dal trombettista Ian Carr – N.d.R) però la gente si fermava stupita, smettendo di ballare, e quindi dovevamo correre ai ripari, ritornando al liscio!”

(Courtesy: timeinjazz.it)

 -Dunque dopo questa esperienza bandistica sei approdato al Conservatorio ma lì le cose non sono andate molto bene

“Sì e no; innanzitutto per entrare in Conservatorio ho faticato perché dovevo fare l’esame di ammissione; era un esame banalissimo ma egualmente mi cacciarono dicendo che non ero musicale. Evidentemente in quel momento avevano bisogno di altri strumenti, di altre cose… io me la presi parecchio e testardamente riuscii poi ad entrare in Conservatorio, anche se non è stata effettivamente un’esperienza straordinaria. Ciò perché ho incontrato un insegnante poco flessibile… erano gli anni in cui il jazz veniva ancora visto da alcuni – non da tutti – come una musica del diavolo; gli allievi che facevano jazz erano visti come un po’ diversi e gli insegnanti ci dicevano di non suonare il jazz e cose di questo genere”.

-In che anni siamo?

“Siamo a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Io mi sono diplomato, credo, nel 1981, ’82. Contemporaneamente frequentavo l’Istituto Tecnico Industriale a Sassari, mi sono diplomato come perito elettrotecnico e l’ultimo dei cinque anni della scuola frequentavo contemporaneamente il Conservatorio di Musica. Poi, come ho ricordato prima, non accettai un posto di lavoro che mi era stato offerto dalla Sip perché mi ero diplomato con il massimo dei voti (erano gli anni in cui le aziende si informavano dalle grandi scuole professionali e assumevano immediatamente). Presi poi il diploma di teoria e solfeggio, cominciai a insegnare nelle scuole medie per tre anni e questo mi diede la possibilità di essere autosufficiente. Nel frattempo avevo formato il mio primo gruppo con Roberto Cipelli, Bonati, Roberto Billi Sechi, che era un batterista sardo, e andavo un po’ in giro a suonare… sia a Cagliari, dove avevo degli amici che avevo conosciuto… sia nel continente, dove suonavo in vari posti, ad esempio al Capolinea di Milano o in altri luoghi; poi insegnavo e quindi avevo già una certa autonomia che mi permetteva di gestire la mia vita senza gravare sulle spalle  dei miei genitori”.

-Quand’è che hai cominciato a vivere professionalmente di musica?

“Nel 1982, ’83; in quel periodo venni a Roma per partecipare ad un programma con Bruno Tommaso che si chiamava “Un certo discorso”, con Pasquale Santoli in via Asiago; quello fu il primo ingaggio professionale serio… era un’orchestra di giovani che fu costruita ad hoc; nello stesso ’82 feci anche una cosa a Cremona, abbastanza importante, si chiamava “Recitar cantando” che era una rassegna di musica soprattutto contemporanea; formammo un’orchestra con Bruno Tommaso, Renato Geremia, Albert Mangelsdorff, c’erano Schiaffini, Eugenio Colombo, Filippo Monico… Tutti quelli della creatività, insomma! Mi trovai quindi, nell’arco di poco tempo, a fare “Recitar cantando”, che era un progetto più sul free, diciamo così, e contemporaneamente suonavo con Bruno Tommaso delle cose molto raffinate, che avevano a che fare con la musica barocca, con Pergolesi… Sempre in questo stesso periodo iniziai a suonare anche col mio gruppo che poi nacque nel 1983, perché il primo disco dell’84 è proprio del quintetto, quello storico. Suonavo con Paolo Damiani in un progetto mediterraneo dove c’erano anche Danilo Terenzi, Julie Goell una cantante argentina, Giancarlo Schiaffini, Ettore Fioravanti. Il secondo disco della mia vita l’ho registrato a Roma, si chiama “Flashback” ed è un disco della Ismez; in questa produzione figurano molti dei musicisti cui prima facevo riferimento e questa è stata in assoluto la mia prima registrazione in studio. Poi, con Paolo Damiani si formò il quintetto “Roccellanea” in cui c’erano sempre Ettore Fioravanti e Giancarlo Schiaffini, con l’aggiunta di Gianluigi Trovesi al sax alto e clarinetto basso. Nel 1984 pubblicai il mio primo disco come leader, “Ostinato”, e vinsi il premio come miglior talento del jazz italiano, indetto da Adriano Mazzoletti per RadioUno Rai. Lì, in occasione della premiazione, conobbi Flavio Boltro che suonava con i “Lingomania” di Maurizio Giammarco: fino ad allora ero convinto di essere l’unico nuovo giovane trombettista jazz! Non perché fossi il più bravo ma perché non ce n’ erano, o almeno tutti dicevano che non ce n’erano. In effetti in quegli anni, tolti quelli della vecchia generazione come Valdambrini, Fanni, Nunzio Rotondo, non è che i giovani trombettisti abbondassero, tutt’altro! C’era la generazione di mezzo, quella, per intenderci, di Enrico Rava che in qualche modo aveva spazzato via gli altri; Enrico è stato il primo musicista italiano ad essere conosciuto all’estero e ad essere andato a vivere a New York e a Buenos Aires… e quindi si attendeva qualche giovane; c’erano giovani jazzisti in tutti gli strumenti ma non c’erano trombettisti. Io quindi ebbi molta fortuna, non perché fossi particolarmente bravo ma perché altri non ce n’erano e quindi mi chiamavano di frequente. Comunque, come accennavo, a Roma scoprii che di trombettisti giovani ce n’erano almeno due, entrambi, guarda caso, nati nel 1961. Poi ovviamente ne son venuti molti altri, bravissimi…

-L’ attività didattica quanto ti è servita, se ti è servita, nell’essere musicista?

“Mi è servita moltissimo anche perché me la sono costruita in autonomia. Un po’ sulle spalle degli allievi, diciamocelo, perché allora si faceva così, non essendoci ancora una metodologia didattica del jazz che fosse già matura. Ripeto, in quei primi anni ‘80 ognuno si costruiva un suo metodo funzionalmente a quello che aveva appreso. Io, considerandomi per il jazz un autodidatta – non dimenticare che io vivevo in Sardegna, non ho mai studiato jazz in particolare, sentivo dei dischi, apprendevo dai dischi e poi suonavo con gli altri – tutto quello che facevo, le frasi, le idee erano cose che mi venivano in automatico, che si erano sedimentate in me da qualche parte. Quindi, nel momento in cui andai a Siena, nel 1980 e nell’82 come allievo – un allievo che non sapeva nulla… – e poi dal 1985 come insegnante, ho dovuto crearmi un metodo, ho dovuto studiare me stesso in qualche modo, per non dover dire agli altri “guardate che quello che faccio lo faccio perché ho imparato dai dischi” e quindi evitare che qualcuno dicesse “sì va be’, ho capito ma  noi che abbiamo pagato 500 mila lire e veniamo dalla periferia più profonda e ci siamo fatti un mazzo così, allora perché siamo venuti fino a Siena?”. Ho sentito quindi il dovere di costruirmi una metodologia che permettesse, per lo meno a loro, di arrivare più velocemente ad un risultato; così ho fatto un’indagine su me stesso: suonavo delle cose e mi chiedevo: “perché le suono, qual è il motivo per cui metto una nota prima e una nota dopo?” E poi cercavo di trasferire tutto ciò ai ragazzi. Tornando a quel che dicevo prima, quando andai a Siena, nell’80, non c’era ancora il corso di tromba; quando tornai nell’82 il corso esisteva ed era affidato a Enrico (Rava N.d.R);  però Enrico era un insegnante sui generis, lui diceva sentite quello che faccio ed entrate; saremmo stati una decina di allievi, ebbene nove  andarono via molto scontenti e io invece fui l’unico felice perché avevo orecchie grandi e stavo a sentire; in realtà quella fu per me un’esperienza preziosissima, però mi rendevo conto che non poteva essere quella la metodologia migliore da offrire a dei ragazzi che venivano lì, facendo anche molti sacrifici. Quindi, pur mantenendo quella idea quasi poetica, diciamo così, di creatività e di immediatezza, con la musica che sta per aria… eccetera eccetera… sentivo anche il bisogno di dare delle certezze; come vi dicevo mi sono creato un metodo per spiegare cos’è lo swing, oppure per spiegare che cos’è una cadenza di secondo quinto primo, che era un’introspezione rispetto a me stesso. Ecco, io cercavo di capire come facevo le cose in modo spontaneo e una volta compreso cercavo di raccontarlo agli allievi”.

-Sempre sulla base di quello che ci siamo detti, secondo te che cosa andrebbe fatto per valorizzare meglio il ruolo delle bande, di cui poche realtà si interessano?

“Ma intanto credo che si sia tutti d’ accordo sull’importanza e sul valore delle bande”.

-A parole si. Ma con i fatti?

“Le bande continuano ad esistere. Forse sono meno di prima ma vedo che al sud ce ne sono di fiorenti; l’anno scorso ho fatto una bellissima esperienza con la banda di Montescaglioso, che è una fantastica banda da giro, divenuta anche famosa perché Chet Baker suonò con loro molti anni fa. Ho avuto modo, diciamo così, di conoscere un po’ la realtà delle bande da giro, che sono delle bande che sviluppano, peraltro, anche un meccanismo di professionalità importante: girano per mesi e mesi, hanno tutto un sistema estremamente organizzato di vita, oltre che di musica. Comunque, per rispondere alla tua domanda, le bande vanno finanziate perché se sono sostenute possono vivere, se non hanno i denari per andare avanti, non ce la fanno. Per cui bisogna che in quella che oggi è la nuova legge sullo spettacolo dal vivo e nei decreti attuativi ci sia più attenzione verso le bande, perché sono una straordinaria scuola che mette insieme molti contesti diversi, quali la musica, la capacità di suonare con gli altri, l’improvvisazione… la banda effettivamente è la più importante scuola della musica italiana, perlomeno per ciò che riguarda i fiati”.

-Come sei arrivato al concerto di questa sera?

“Perché, appunto, essendo appassionato di bande, sempre di più in questi ultimi anni mi viene offerta la possibilità di fare un concerto con questi organici ed io accetto molto volentieri. Ne ho fatto uno due anni fa per i suoni delle Dolomiti con la musica di Pozza di Val di Fassa ed è stato bellissimo; l’anno scorso ho fatto questa esperienza a Montescaglioso, di cui ti ho parlato. Il Maestro Martinelli già dall’anno scorso mi ha offerto l’opportunità di partecipare al classico concerto che la Banda dei Carabinieri dà in città, ma prima proprio non potevo; me l’ha riproposta nuovamente quest’anno e stavolta ci siamo riusciti”.

Dal programma di sala leggiamo che suonerai tra l’altro un pezzo della tradizione sarda, “No photo reposare”, pezzo che sappiamo hai suonato spesso anche con jazzisti. Come sarà eseguirlo adesso con la Banda dei Carabinieri?

“Tutto torna … credo che sarà molto emozionante; devo dire che con le big band, con le quali mi esibisco meno, dopo aver suonato Porgy and Bess e aver approfondito tutto il repertorio di Miles e di Gil Evans… insomma, dopo aver suonato con quei suoni lì, ovvero i suoni di Gil Evans che vestiva Miles Davis, devo dire che a suonare con altre big band ti manca l’aria, perché lì c’è proprio la poesia che esce, il canto della tromba… Gil Evans è come un bravissimo sarto che appena ti vede, senza chiederti alcunché, senza prendere alcuna misura, sa perfettamente cosa metterti addosso. Quando suono con le altre big band sento che c’è poco spazio, non per l’egoistico assolo ma per l’innesto della tua voce. Devo dire, invece, che quando suono con una banda c’è ancora quella cosa lì, perché questa idea dei legni, degli ottoni è molto più simile alla concezione di Gil Evans, per certi versi, in quanto quella scrittura viene dal ‘900 europeo… insomma nella banda ritrovo di più quella libertà di spazi e anche quei suggerimenti un po’ poetici e di atmosfera che la big band tende a toglierti. Ovviamente la banda non è jazzistica come lo è un’orchestra, non credo tuttavia che qui si stia parlando di jazz o non jazz ma semplicemente di musica. Credo che non ci si debba porre più di tanto il problema della qualità dello swing di una banda rispetto ad un’orchestra jazz”.

-Hai mai pensato di inserire nel catalogo della tua casa discografica – la Tuk – un’incisione con una banda?

“No non l’ho mai pensato però… “why not?” e penso che non sarebbe male, visto che abbiamo una serie di sezioni dedicate a mondi diversi; quello delle bande è molto interessante, peraltro, e non so se ci sia in Italia una una label che ha un catalogo espressamente dedicato alle bande. Comunque constato che mi arrivano pubblicazioni al riguardo da varie nazioni, vedo che ci sono persone che scrivono, che arrangiano ed una buona prerogativa delle bande è che spesso si suona musica originale, nuova, cosa che in Italia, purtroppo, accade poco anche negli altri generi musicali. Quindi effettivamente la banda non è  importante solamente perché mette insieme i musicisti e perché ti insegna a suonare da piccolo ma perché c’è anche un aggancio con la contemporaneità che, come vi dicevo, spesso manca in altri generi musicali e in altri organici”.

 -Abbiamo dato un input e speriamo che si realizzi e se effettivamente accadrà spero ci penserai.

“Perché no!”

-Di chi sono gli arrangiamenti dei pezzi che suonerai al Teatro dell’Opera con la Banda dei Carabinieri?

“Credo che la maggior parte degli arrangiamenti siano di Massimo Martinelli, che è il direttore della banda, mentre il mio “Fellini” è stato riarrangiato da Daniele Di Bonaventura, che ne aveva fatto una versione per archi; poi questa versione è stata a sua volta riadattata da Agostino Panico, che è colui che arrangiò “Fellini” per la banda di Montescaglioso, con la quale abbiamo eseguito più pezzi miei; in questo caso ce n’è uno solo”.

-Poi ci sarà il tuo festival di Berchidda, dal 7 al 16 agosto, con un sacco di musicisti jazz ma anche artisti di altri generi…

“Certo, ci saranno, ad esempio, Mirko Casadei e Ornella Vanoni e poi quest’anno, in particolare, c’è una marea di musicisti italiani giovani che si aggiungono a quelli dello scorso anno, che sono sempre di più. Berchidda secondo me – e lo dico con piacere – è uno dei pochi festival che può permettersi oggi di programmare anche le cose meno conosciute, diciamo, perché la gente viene, e viene perché si fida di quello che facciamo e accorre sempre più numerosa, indipendentemente da quello che troverà. E quindi questo è un dato molto importante perché ci permette di spingere non necessariamente sui grandi nomi… certo, ogni tanto ci sono anche dei grandissimi ma non è fondamentale”.

-Non deve esserlo perché se un festival non valorizza i talenti locali, a che serve?

“Assolutamente; l’esperienza con i musicisti italiani, ovviamente, c’è sempre… però in questi tre anni è molto cresciuta perché proprio tre anni fa, in occasione dell’anniversario dei trent’anni, sette musicisti italiani che negli anni precedenti avevano suonato da noi, rimanendo estasiati da Berchidda (come quasi tutti i musicisti che arrivano), mi dissero che sarebbero tornati anche come volontari. Dunque, inizialmente un po’ per scherzo, ho chiesto loro di venire non solo per suonare, regolarmente pagati, ma anche come volontari. In che modo? Magari vendendo le magliette ai concerti dei colleghi… ed è stata un’esperienza straordinaria anche perché loro si sono divertiti moltissimo a contatto diretto con la gente; quella stessa gente, che il giorno prima li aveva visti sul palco per un concerto straordinario, il giorno dopo li vedeva al banchetto a misurare le magliette! Inoltre, quegli stessi sette musicisti, nell’edizione dei trent’anni, li abbiamo mischiati tra loro ed è quindi nata una serie di progetti estemporanei e degni di nota. Dall’anno scorso, invece, abbiamo deciso di continuare ad avere dei musicisti che si fermano qualche giorno per stare con noi, diciamo così, a fare i volontari e a dare una mano; ma adesso ognuno viene con il proprio progetto e poi magari il giorno dopo fa anche un’ospitata con un altro musicista; questo dà l’idea di un festival che prova a fotografare il presente attraverso i molti concerti che propone: quelli degli italiani (c’è anche Gegè Munari), quelli dei giovanissimi, in una mescolanza di tutti gli stili musicali perché credo che sia importante, in questo momento soprattutto, poter raccontare che cos’è il jazz italiano senza necessariamente dover fare né le quote nazionali né le quote rosa… queste cose non fanno parte della nostra concezione di musica… più semplicemente disegniamo dei programmi che crediamo debbano essere sviluppati con musicisti italiani, non per il mero fatto che siamo italiani ma perché i musicisti italiani valgono. Valgono, raccontano delle cose straordinarie e la gente rimane sconvolta; quelli che non li conoscono dicono “ma come è possibile che uno suoni così bene?” e quindi penso che questo sia molto importante per sviluppare ancora di più la musica. Comunque ci sono anche i grossi nomi, Omar Sosa oppure Nils Petter Molvær e, con un po’ di follia, apriremo il parco centrale con la produzione teatrale “Tempo di Chet”, che è un’impresa molto impegnativa. Dal continente arrivano appositamente due TIR, con otto attori, le scene, sarta, macchinisti… Berchidda, almeno per un giorno, diventa una sorta di piccola Edimburgo. Faremo una sola replica, però ci sembrava bella l’idea di proporre lo spettacolo, ecco. Quest’anno siamo giunti alla 32°, edizione – che ha come emblematico sottotitolo “Nel mezzo del mezzo” – e oltre all’omaggio a Fabrizio De André, a cui Time in Jazz, nel ventennale dalla scomparsa, dedica la serata inaugurale a L’Agnata (la tenuta nei pressi di Tempio Pausania che fu la dimora del cantautore genovese – N.d.R.), c’è una novità molto importante, a cui io tengo moltissimo: un festival parallelo dedicato all’infanzia. L’iniziativa si svolge attraverso sei appuntamenti, che sono progetti legati al jazz, alla musica improvvisata e che sono destinati proprio al pubblico dei bambini. Anche questa è una cosa per noi molto importante, che vogliamo abbia un seguito in futuro e speriamo che venga accolta da altri festival, visto che in seno alla Federazione è nata anche l’associazione ‘Il Jazz va a scuola’, che vuole spingere sul bisogno che si ha di portare la musica improvvisata in seno alla scuola, a partire da quella dell’infanzia. Per cui quello che vorremmo fare è proprio suggerire a tutti i festival italiani di dedicare sempre spazi per i bambini, il che fuori dall’Italia si fa da tempo. Basti vedere cosa accade nei paesi scandinavi o in Germania… in Italia devo dire un po’ meno… sì qualche festival lo fa, però è sempre lasciato un po’, diciamo così, ad una casualità mentre questa proposta potrebbe e dovrebbe essere incanalata meglio e ridisegnata su scala nazionale”.

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Colonnello Massimo Martinelli, direttore della Banda dei Carabinieri

Maestro Martinelli, data la natura della nostra testata, partiamo dal Jazz! Già lo scorso anno scrivemmo con piacere del concerto per i 204 anni di fondazione dell’Arma, alla Nuvola di Fuksas, rimanendo piacevolmente sorpresi del fatto che, oltre al repertorio classico ed “istituzionale”, lei inserì quelle che noi definimmo “pennellate di jazz”. In quella performance avvenne attraverso le note di Benny Goodman, suonate da una delle ospiti, la bravissima pianista Gilda Buttà e anche con una sua composizione d’ispirazione jopliniana; quest’anno c’è Paolo Fresu, forse il più importante trombettista jazz italiano (e non solo). Ci racconta le sue frequentazioni con il jazz?

“Mi sono avvicinato al jazz in maniera graduale, essendo un musicista di formazione classica. Gli studi al conservatorio, con il mio primo diploma in Musica corale e direzione di coro, mi ha consentito di allargare i miei orizzonti in più direzioni… anche in quella della popular music. Un’innata predilezione per Bernstein e i compositori americani che hanno assorbito gli stilemi jazzistici, rileggendoli e inserendoli in un loro stile personale, sono stati il tramite per avvicinarmi ad un linguaggio della contemporaneità in cui il jazz risulta sempre presente. E poi la curiosità per la musica di Scott Joplin e i ritmi sincopati, che ho assorbito suonandola per la danza, quando ero accompagnatore al pianoforte presso l’Accademia Nazionale di Danza nella mia città natale, Roma. Come ricordava lei, la mia formazione professionale ha influenzato sicuramente la composizione da cui è tratto il Ragtime che abbiamo suonato lo scorso anno alla Nuvola di Fuksas: “Jazzman Swinging”, dedicato a Corrado Troiani, primo Flicorno soprano della Banda dell’Arma; si tratta di 5 pezzi brevi per solista e banda alcuni dei quali di notevoli difficoltà virtuosistiche.”

-Nelle vostre esecuzioni è lasciato un qualche spazio alle improvvisazioni?

“L’improvvisazione, che ho praticato dopo il diploma (classico) in pianoforte, è stata per me un modo assai utile per sperimentare un livello sconosciuto di profondità musicale, attraverso il quale esprimere me stesso. Qualcuno pensa che la libertà espressiva che c’è nell’improvvisazione è un qualcosa che va oltre qualsiasi schema, formale, melodico e armonico; è vero l’esatto contrario: non è il sentirti libero da schemi a farti improvvisare, è l’improvvisazione che ti fa sentire libero, ma all’interno di schemi formali, armonici, tonali o modali o su qualsiasi altra scala (nel caso del jazz, blues o pentatonica che sia) che bisogna conoscere e praticare con disinvoltura. Non è la libertà musicale che ti fa improvvisare bene ma la conoscenza di un patrimonio musicale estremamente variegato; per questo è così difficile improvvisare bene: bisogna conoscere la struttura del pezzo, l’armonia, l’altro o gli altri con cui improvvisi, un dialogo continuo in cui ci si scambia un flusso continuo di informazioni tra individui a volte di formazione musicale totalmente diversa e che hanno seguito percorsi altrettanto diversi; ecco perché mi piace incentivare nei miei musicisti, tra l’altro bravissimi anche in questo, il gusto e il piacere per l’improvvisazione, che ho inserito quest’anno nel mio arrangiamento di “Moonlights”, una serie di brani ispirati alla luna che ha visto protagonisti Caroline Campbell e Paolo Fresu in un’esecuzione strabiliante dal punto di vista sia tecnico che espressivo.”

-La matrice di parecchi musicisti proviene dalle bande tradizionali o da quelle militari. Quale potrebbe o dovrebbe essere il ruolo di queste formazioni nell’attuale panorama socio-culturale del nostro Paese?

“Come ho scritto in un mio libro dal titolo “La Fedelissima”, che parla dei musicisti con le stellette, vi è una continua osmosi di strumentisti a fiato che transita dalle bande musicali di piccoli o grandi centri italiani per approdare alle bande militari; queste rappresentano un punto di arrivo professionale che consente ai più bravi neo laureati in discipline musicali di trovare una stabilità economica e un coronamento alle loro aspettative professionali. Nel tessuto sociale italiano le bande hanno sempre rappresentato innanzitutto un luogo di aggregazione e di socializzazione e allo stesso tempo di apprendimento della musica; tale ruolo è venuto sempre meno negli ultimi anni, poiché i giovani vengono ‘distratti’ da internet e dai social media, che rappresentano un tramite immediato al raggiungimento degli stessi obbiettivi: la conoscenza tra individui e la conoscenza della musica. Ma come si sa, la strada più breve non sempre è quella migliore e le nuove generazioni rischiano di perdere una serie di passaggi importanti nella formazione personale, fatta di contatti umani diretti e non mediati dal computer, da esperienze musicali vissute in prima persona e condivise con altri più o meno esperti, in grado comunque di avviarti alla professione in maniera naturale e talvolta appassionata.”

-Lei dirige la banda da quasi venti anni. Quali sono stati, in questo periodo, le trasformazioni, i cambiamenti che ha apportato?

“È stato un processo lento ma continuo quello di ampliare il repertorio in ogni direzione, non trascurando nessuna delle opzioni che consentono alla banda di esprimersi al meglio; ho cercato di incentivare le occasioni di far esprimere i musicisti della banda come singoli musicisti o in piccoli gruppi strumentali, in tal modo tutti si sono sentiti protagonisti di un progetto musicale di lungo periodo che ha portato nella banda stimoli positivi e confronti costruttivi all’insegna del far musica con lo spirito giusto, quello della condivisione di emozioni positive. Anche dal punto di vista strumentale, l’entrata in banda del fagotto, l’utilizzo sempre più massiccio del pianoforte, della batteria, delle cornette e di strumenti rari, quali il saxofono sopranino, ha consentito al complesso musicale di sperimentare sonorità nuove e più moderne. Infine una maggiore attenzione data alla registrazione e alla comunicazione audio-visiva ha permesso alla Banda dell’Arma di farsi ulteriormente conoscere rendendosi ‘visibile’ a un pubblico sempre più vasto di appassionati e non.”

Interviste realizzate “a quattro mani” da Marina Tuni e Gerlando Gatto

 

A Proposito di Jazz ringrazia il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, il Maestro Direttore della Banda, Colonnello Massimo Martinelli, l’Ufficio Cerimoniale e Paolo Fresu per la collaborazione.

Photo courtesy: Fototeca Ufficio Cerimoniale Arma dei Carabinieri

Grande musica a GradoJazz by Udin&Jazz: in particolare evidenza Gonzalo Rubalcaba e Snarky Puppy

Snarky Puppy Grado 11.7.19 ph: Dario Tronchin ©

Si è conclusa con una standing ovation la 29° edizione di “Udine&Jazz” o se preferite la I° di “GradoJazz”. No, non sto giocando con le parole o con i numeri, sto solo sottolineando come, giunto alla sua 29° edizione, “Udine&Jazz”, per volontà del suo ideatore Giancarlo Velliscig, ha abbandonato il capoluogo friulano per motivazioni di carattere politico già ampiamente illustrate in questa stessa sede. La scelta è caduta su Grado, splendida località tra laguna e mare, storica stazione turistica di tedeschi e austriaci. Ed è stata una scelta pagante: ottima l’accoglienza delle autorità comunali, ottima la risposta del pubblico, splendida la location del Parco delle Rose al cui interno è stata istituita una tenso-struttura capace di ospitare un migliaio di persone con una resa acustica soddisfacente. Unico elemento su cui non si è stati in grado di intervenire la pioggia, che si è fatta vedere a giorni alterni provocando comunque qualche guasto come l’annullamento del concerto di “Maistah Aphrica” un gruppo di otto musicisti molto amati e di cui qui in Friuli si dice un gran bene.

Palmanova, 06/07/2019 – Grado Jazz by Udin&;Jazz – King Crimson Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2019

E proprio la pioggia è stata la grande protagonista del concerto che nella Piazza Grande di Palmanova, il 6 luglio, ha inaugurato la fase finale del Festival, dopo i concerti-anteprima a Tricesimo, Cervignano, San Michele del Carso e della rassegna “Borghi Swing” a Marano Lagunare. Nella storica cittadina in provincia di Udine era in programma l’attesissimo concerto dei King Crimson; durante tutta la serata la pioggia ha flagellato costantemente le migliaia di spettatori giunti per ascoltare la storica band. Alle 22,30 tutto lasciava prevedere che il concerto non si sarebbe potuto svolgere, data l’inclemenza del tempo. Ma gli organizzatori hanno tenuto duro nella speranza che la pioggia si fermasse ed hanno avuto ragione ché verso le 23 finalmente ha smesso di piovere e Fripp e compagni hanno fatto il loro ingresso sul palco suonando per circa due ore. Ed è stato tutto un amarcord: ho visto spettatori più che adulti commossi quasi fino alle lacrime nell’ascoltare la musica che probabilmente aveva accompagnato la loro gioventù. Ed in effetti i King Crimson hanno riproposto un repertorio di brani celebri: da “Epitaph” a “In the Court of The Crimson King”, da “Starless” al bis, arrivato all’una di notte, “21st Century Schizoid Man”. L’esecuzione è stata degna di cotanto nome anche se personalmente non ho particolarmente gradito l’insistenza di Fripp sulle distorsioni: uno, due, tre vanno bene… ma tutto un pezzo suonato in questo modo francamente per me è troppo. Confesso comunque di non essere un giudice imparziale dal momento che i King Crimson non hanno mai fatto parte della mia formazione musicale.

Quinteto Porteño ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Archiviato l’evento, eccoci a Grado per la prima serata del festival vero e proprio (il 7 luglio). Apertura come si dice col botto data la grande levatura dei musicisti, italiani, sul palco. A rompere il ghiaccio è stato il “Quinteto Porteño” e per il vostro cronista è stata forse la sorpresa più bella del festival. Amo incondizionatamente la musica di Piazzolla ma solo molto raramente mi è capitato di ascoltare un gruppo che pur rifacendosi alla musica del grande compositore argentino riesca ad esprimerne adeguatamente lo spirito. Di solito manca la carica drammatica, il pathos. Ebbene il “Quinteto Porteño” nonostante abbia eseguito solo musiche originali, è riuscito perfettamente a ricreare quelle atmosfere, quelle suggestioni care a Piazzolla. Il tutto grazie ad una empatia che costituisce l’asse portante del gruppo: così, mentre la scrittura è equamente divisa tra Nicola Milan (accordion) e Daniele Labelli (pianoforte), il compito di esporre la linea melodica è principalmente sulle spalle dell’eccellente violinista Nicola Mansutti, ben sostenuto da Roberto Colussi alla chitarra; una menzione particolare la merita Alessandro Turchet assolutamente sontuoso al contrabbasso sia in fase di accompagnamento sia negli interventi solistici tutt’altro che sporadici. Come si accennava, quel che affascina in questo quintetto è la compattezza declinata attraverso arrangiamenti sempre ben studiati che trovano terreno fertile nella bellezza dei temi caratterizzati sempre da una suadente linea melodica. Così tutti i musicisti si mettono al servizio del collettivo, senza ansia o volontà di strafare; in questo senso perfetto il contributo del fisarmonicista: di solito, nei gruppi tangheri, la fisarmonica tende e strafare; non così nel “Quinteto Porteño” in cui Nicola Milan è apparso sempre misurato, suonando le note indispensabili al progetto, non una di più.

Paolo Fresu Trio, Grado 7.7.19 ph: Gianni Carlo Peressotti ©

A seguire il trio di Paolo Fresu con Dino Rubino al piano e Marco Bardoscia al contrabbasso. I tre hanno presentato la colonna sonora dello spettacolo teatrale “Tempo di Chet” che hanno portato in giro per oltre sessanta repliche. Di qui un’intesa umana oltre che musicale che si percepisce immediatamente, al primo ascolto: il gruppo si muove in maniera coesa, mai una sbavatura, mai un’indecisione, con Fresu a tracciare e dettare le atmosfere, con Rubino a disegnare straordinari tappeti armonici e Bardoscia a legare il tutto.  In repertorio, oltre ad alcuni standard preferiti da Chet Baker, brani originali sempre nello spirito e nel ricordo di Chet. Ecco, quindi, tra gli altri, “My Funny Valentine”, “Basin Street Blues”, “The Silence Of Your Heart”, “Jetrium” un original in cui si ascolta la batteria preregistrata di Stefano Bagnoli, “When I Fall In Love”; in conclusione si ascolta brevemente la voce dello stesso Chet Baker che interpreta “Blue Room”. Particolarmente curiosa la storia di un altro original, “Hotel Universo”, presentato durante il concerto e scritto da Fresu in ricordo di una particolare notte; quella volta a Lucca – è lo stesso Fresu a raccontarlo – “alloggiavo all’ Hotel Universo. La signora alla reception mi dà le chiavi della numero 15. Salgo in camera, è una bella stanza ampia arredata con mobili un po’ retrò, stile anni Cinquanta. Mi sistemo, apro la finestra che dà su piazza del Giglio e prende posto su una sedia. Sopra il letto è appesa una fotografia: è Chet Baker. E’ seduto nello stesso posto in cui sono seduto ora. Dietro, dalla finestra aperta, si vede la piazza, esattamente come ora, dalla medesima finestra. Insomma un bell’omaggio di una albergatrice che evidentemente mi vuole bene”. Comunque ricordi a parte, set assai intenso, di grande impatto emotivo non a caso salutato dal foltissimo pubblico con calorosi applausi.

A completare una prima serata assolutamente positiva un duo di classe con Laura Clemente alla voce e Andrea Girardo alla chitarra. Laura è una vocalist raffinata, dotata di una bella voce, di notevoli capacità interpretative, di un gusto particolarmente ricercato: nel suo repertorio figurano brani tutti di notevole spessore anche se non sempre identificabili con il jazz… ma questo poco importa.

Clemente&Girardo duo 7.7.19 ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Anche la seconda giornata – ad ingresso gratuito –  si apre con una sorpresa: il trio del pianista brasiliano Amaro Freitas, con Hugo Medeiros alla batteria e Jean Elton al contrabbasso. Cresciuto nelle favelas di Recife, il giovane Amaro si è costruito passo dopo passo uno stile del tutto personale, uno stile percussivo in cui tuttavia è possibile riscontrare le influenze di alcuni maestri sia del jazz quali Ellington, Monk e Tatum, sia della musica brasiliana, Egberto Gismonti su tutti. Il rapporto con la musica inizia nella chiesa evangelica grazie al padre che, quand’era bambino, gli insegna a suonare la batteria. La tastiera arriva solo in un secondo momento perché, durante le funzioni religiose, c’è bisogno di uno strumento che funga da accompagnamento. Venendo al concerto di Grado, dopo il brano d’apertura – “Coisa n. 4” di Moacir Santos – Amaro ha sciorinato una serie di sue composizioni (“Dona Eni”, “Samba de César”, “Paço”, “ Trupé”, “Rasif “, “Aurora”, “Mantra”) che hanno letteralmente mandato in visibilio il pubblico, colpito dalla straordinaria energia e inventiva dell’artista brasiliano. All’interno di “Vitrais” ha addirittura creato nuovi innesti musicali basati sulle note di “Con te partirò” di Bocelli e di “Bella Ciao”! Non è certo un caso che Freitas venga, quindi, considerato un rinnovatore della musica brasiliana “attraverso – come afferma lo stesso pianista –  una nuova forma di costruzione melodica e armonica che passa per la valorizzazione percussiva e per il work in progress collettivo che si realizza durante i concerti”.

Amaro Freitas 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

A seguire un’altra esibizione trascinante quella della “North East Ska Jazz Orchestra”. Nata nel 2012 la big band riunisce diciotto musicisti che si rifanno soprattutto alla musica giamaicana. L’intento era quello di unire molte persone attive professionalmente nel panorama della musica giamaicana e afroamericana presenti nel Triveneto. La NESJO fin da subito ha, quindi, ottenuto molti consensi, anche grazie alla collaborazione con importanti esponenti della musica ska e del reggae italiano, consensi che si sono registrarti anche al di fuori dei confini nazionali, in Francia, Spagna, Paesi Bassi, Germania, Slovenia e Croazia. Sostenuto magnificamente dalle voci di Rosa Mussin, Freddy Frenzy e Michela Grena il gruppo si muove su ritmi assai elevati, ottenendo successo di critica e di pubblico, successo che non è mancato a Grado.

Sempre l’8 in cartellone anche un terzo concerto con Lorena Favot 4et “Landscapes” ma, causa stanchezza, non sono riuscito a sentirlo; amici degni di fede mi hanno comunque riferito che si è trattato di una performance in linea con il livello alto della serata.

North East Ska* Jazz Orchestra 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Lorena Favot 4et 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Ed eccoci al 9 luglio con quella che personalmente consideravo la chicca del Festival, vale a dire l’esibizione del Trio di Gonzalo Rubalcaba.

Ma procediamo con ordine. Ad aprire la serata i “Licaones” al secolo Mauro Ottolini trombone, Francesco Bearzatti sax, Oscar Marchioni organo, Paolo Mappa batteria. Nato quasi per gioco con l’album “Licca-Lecca” di una decina d’anni fa, il gruppo ha conservato la vivacità e soprattutto la gioia di suonare degli inizi. Elementi questi che si riscontrano in ogni loro concerto: a vederli sul palco si intuisce immediatamente che si divertono a suonare e in tal modo divertono anche chi li ascolta, mantenendo il livello musicale sempre alto. Così verve, ironia, funky si mescolano in una ricetta originale e trascinante.

Licaones 9.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Successivamente è stata la volta del già citato Gonzalo Rubalcaba, in trio con Armando Gola al basso e Ludwig Afonso batteria. Illustrare, in questa sede, la carriera di Rubalcaba è impresa tutto sommato inutile tale e tanta è la popolarità raggiunta in tutto il mondo dal pianista cubano: basti dire che attualmente è considerato una delle massime espressioni del pianismo jazz, vincendo due Grammy e due Latin Grammy e ottenendo ben 15 nomination. Agli inizi era, a ben ragione, considerato un pianista “cubano” in quanto nel suo stile erano ben presenti tutti gli elementi musicali dell’ ”Isola”: Man mano, Gonzalo si è staccato da questo linguaggio per approdare ad una sintesi che è sua e solo sua. Descrivere la sua musica è infatti molto, molto difficile; si ascolta un flusso sonoro illuminato da improvvisi lacerti di gran classe che aprono come uno spiraglio, una luce improvvisa sull’universo sonoro disegnato dal trio. In quest’ottica, particolarmente brillante l’intesa con il bassista, con il quale Gonzalo collabora da una decina d’anni… e si sente chiaramente, dal momento che i due si uniscono, si accarezzano, si compenetrano, sempre insieme, come una mano in un guanto. Oggettivamente difficile il compito del batterista entrato nel gruppo solo da un anno che deve dialogare da pari a pari con il piano di Rubalcaba, senza un attimo di tregua, sempre nella condizione di fornire la risposta giusta e rilanciare verso nuovi traguardi. Comunque devo dire che anch’egli se l’è cavata egregiamente. Insomma davvero un concerto memorabile che resterà nel cuore e nella mente di chi ha avuto la fortuna di assistervi.

Gonzalo Rubalcaba Trio 9.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

I concertini notturni ci riservano un’altra bella sorpresa: Humpty Duo, ovvero Luca Dal Sacco alla chitarra acustica e Matteo Mosolo al contrabbasso. Sebbene il progetto, “Synchronicities” sia interamente dedicato all’opera di Sting e dei Police, il jazz si libera in ogni singola nota con squisita ricercatezza. Non a caso il nome scelto dal duo richiama un celeberrimo brano di Ornette Coleman: “Humpty Dumpty”.

Il 10 serata dedicata al blues. Apertura con il chitarrista Jimi Barbiani accompagnato da Pietro Taucher all’organo e Alessandro Mansutti alla batteria. Professionista di sicuro spessore, Barbiani si è fatto le ossa suonando in giro per il mondo grazie ad una tecnica raffinata, ad un repertorio consolidato e ad una voglia di suonare che dopo tanti anni di professionismo è ancora lì, ben presente.

Jimi Barbiani 10.7.19 Grado ph: Angelo Salvin ©

Il clou della serata era rappresentata da Robben Ford “Purple House Tour” e l’attesa dei tanti amanti del blues non è andata delusa. Ad onta dei 67 anni e di circa 50 anni di carriera Robben conserva tutte le caratteristiche che ne hanno fatto un grande bluesman. Bella padronanza scenica, tecnica chitarristica di primo livello, voce sempre presente, intonata… e una carica di entusiasmo che si è facilmente trasmessa al numeroso pubblico. Considerato “Uno dei più grandi chitarristi del XX secolo” nel corso della sua carriera ha ottenuto cinque nomination ai Grammy, senza trascurare il fatto che la marca di chitarre Fender gli ha dedicato una sua creatura (“Robben Ford Signature”); ultima notazione tutt’altro che trascurabile: nel 1977 è stato il fondatore degli “Yellowjackets” all’epoca chiamato “The Robben Ford Group”. A Grado ha presentato, in quartetto, il suo nuovo album “Purple House” ed è stato un bel sentire. Ottimo il gruppo con un batterista tanto potente quanto di metronomica precisione, moderno il linguaggio caratterizzato da un’alternanza di generi: dal southern al blues, dal rock alla fusion, con qualche sconfinamento nel jazz.

Robben Ford 10.7.19 Grado ph: Angelo Salvin ©

La serata si è conclusa con il trio del chitarrista Gaetano Valli, con Silvano Borzacchiello alla batteria e Gianpaolo Rinaldi alle tastiere (a sostituire degnamente il contrabbasso di Riccardo Fioravanti); in programma il nuovo progetto “Sylvain Valleys & Flowers”, nato dall’intesa di tre amici di vecchia data che si ritrovano a suonare assieme dopo vent’anni scoprendo la passione comune, oltre che per il jazz, per la montagna. Non a caso il clima della performance è stato, oserei dire, dolce, distensivo e meditativo alternando brani inediti e citazioni provenienti dalla tradizione musicale. Un bravo di cuore a Gaetano Valli, artista che non ha ancora ottenuto i riconoscimenti che merita.

 

Gaetano Valli Trio 10.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Ed eccoci alla serata finale dell’11 luglio; come accennato la pioggia ha costretto gli organizzatori a cancellare il primo concerto di “Maistah Aphrica” e l’ultimo del trio di Gianpaolo Rinaldi. E’ rimasta quindi in piedi l’esibizione di Snarky Puppy (main stage e platea completamente al coperto), che a Grado hanno iniziato la loro tournée italiana per presentare il nuovo lavoro discografico, almeno nel titolo di estrema attualità, “Immigrance”. Il concerto ha visto il sold out con molti spettatori anche in piedi – da segnalare al riguardo, finalmente, la presenza di molti giovani. E, come accennavo in apertura, il pubblico ha gradito – e molto – il concerto tanto da riservare al gruppo l’unica stand ovation di tutto il festival. Ovazione assolutamente meritata in quanto ancora una volta il gruppo ha espresso una cifra artistica di assoluto livello. Certo, la loro musica è trascinante ma non facilissima: il collettivo newyorchese, composto da una trentina di musicisti (a Grado rappresentato da nove elementi), si muove su terreni impervi, in cui jazz, funk e R&B si mescolano in un magma sonoro costruito con estrema consapevolezza. In effetti chi crede che la musica di Snarky Puppy sia soprattutto estemporanea si sbaglia e di grosso: il tutto è arrangiato con precisione e grande professionalità, lasciando comunque spazio ad improvvisazioni declinate attraverso una preparazione tecnica di primo livello. Come sempre in primo piano il bassista, compositore e arrangiatore Michael League, vera mente del gruppo, che ha guidato l’esibizione con sicurezza.

Snarky Puppy 11.7.19 Grado ph: Dario Tronchin©

Il recital del gruppo ha quindi chiuso nel migliore dei modi l’esperienza di questo primo “GradoJazz”,  il cui bilancio finale non può che essere positivo. Il festival, organizzato da Euritmica con il sostegno di regione Friuli Venezia-Giulia, comune di Grado, Promoturismo FVG, Fondazione Friuli e in collaborazione con i vari comuni coinvolti, nonostante il cambio di location, sempre pericoloso, ha comunque conservato quelle caratteristiche che nel corso degli anni ne hanno fatto una delle manifestazioni più interessanti dell’intero panorama jazzistico italiano. Intendo riferirmi da un canto al giusto mix tra musicisti internazionali e italiani con una particolare attenzione verso gli artisti friulani, dall’altro alla valorizzazione del territorio e dei relativi prodotti: ad esempio, quest’anno, il vino ufficiale della rassegna è la vitovska del Castello di Rubbia (con etichetta creata ad hoc per GradoJazz) e vi assicuro che si tratta di un gran vino.

Gerlando Gatto

 

 

CHARLES LLOYD QUARTET Concerto acustico sul cratere del Vesuvio

Una vera e propria icona del jazz sul gran cono del Vesuvio. Dopo il concerto degli Snarky Puppy all’anfiteatro romano di Avella (12 luglio), il secondo ospite internazionale della XXIV edizione del Pomigliano Jazz in Campania sarà il leggendario sassofonista statunitense Charles Lloyd che chiude l’anteprima del festival, prima dei concerti della seconda parte in programma a settembre che vedranno protagonista, tra gli altri, Daniele Sepe con 2 produzioni originali.

Con il suo quartetto, Lloyd si esibirà domenica 28 luglio sulla vetta del vulcano più famoso al mondo, sull’orlo del cratere fino al tramonto. Uno spettacolo di grande impatto e suggestione, in formazione speciale acustica che vedrà esibirsi il contrabbassista Reuben Rogers, il chitarrista Marvin Sewell e il batterista Eric Harland, che per l’occasione userà un corredo minimale di piccole percussioni. Cresciuto sotto l’ala protettiva di musicisti come BB King, Howlin’ Wolf e Johnnie Ace, Charles Lloyd ha portato il suo stile alle vette meditative di John Coltrane. Oggi è un signore che ha superato da poco gli ottant’anni ed ha attraversato in maniera trasversale la storia della musica del ‘900, prestando la sua magistrale bravura anche in formazioni come i Beach Boys, the Doors e Canned Heat, dimostrando di non essere un ortodosso del jazz e di saper guardare in maniera libera alla totalità della musica. Non solo, sotto la sua ala protettiva sono sbocciati musicisti del calibro di Keith Jarrett e Michel Petrucciani, tanto per citare due nomi. E sempre grazie al suo quintetto, Jarrett conobbe il batterista Jack De Johnette, dando poi vita a quel trio che ha influenzato gran parte del jazz moderno. Per dirla con Carlos Santana: “un patrimonio internazionale”.

Tornando al concerto del 28 luglio si tratta di un evento imperdibile che consentirà al pubblico di Pomigliano Jazz di confrontarsi con una delle star della musica afroamericana, in un contesto straordinario.  “Il Vesuvio è un luogo pieno di storia e di misteri della natura – dice Lloyd agli organizzatori del festival campano – Non sappiamo, prima di iniziare, come sarà il nostro concerto. Ma quella storia e quella natura così suggestiva e forte sicuramente ci ispirerà. E credetemi, quando la musica inizierà, scorrerà come un fiume in piena”.

E quel “fiume in piena” è forse l’essenza stessa della musica del quartetto di Lloyd. Al tramonto, con il pubblico assiepato lungo il bordo del cratere, il suo sassofono sarà come una preghiera laica a un demone spento da anni. Un luogo unico, di vita e di morte, senza il quale Napoli non esisterebbe. Non esisterebbe la sua storia, la sua forza, le sue rivoluzioni, la sua irruenza. E anche il pubblico è parte stessa dell’evento musicale. Qui non si applaude, non si può applaudire. Si viene accompagnati in cima dalle guide vulcanologiche lungo una serie di tornanti dai quali c’è un affaccio mozzafiato. Al concerto, acustico, si assiste seduti a terra su cuscini e non saranno consentiti applausi al fine di non disturbare la fauna presente sul cratere, nel suo habitat naturale. I musicisti suoneranno fino al tramonto. Al termine del concerto si ritorna al piazzale sempre accompagnati dalle guide vulcanologiche.

VICENZA JAZZ 2019 – Roy Paci & Aretuska

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Il concerto, spostato al Teatro Comunale per questioni di maltempo, tramuta il Teatro Comunale in una piazza stracolma di gente e pronta a cantare e ballare. Straordinario il successo di questo gruppo che certamente non suona il Jazz che ci si aspetta nei festival del Jazz: un misto di musica tradizionale siciliana, quella delle feste patronali e delle processioni, di Ska, di Blues, di Rock, di Funky. Ma questa incursione diventa uno spettacolo popolare pieno di energia e di sentimenti e intenzioni positivi: il gruppo, oltretutto, è composto da ottimi musicisti,  una sezione ritmica potente, una sezione fiati impeccabile.
Roy Paci è carismatico, il rapper Raphael ne è l’alter ego perfetto.
Trascinanti, divertenti, e allegri portatori di importanti messaggi sociali, in un periodo in cui per avere impegno come artisti bisogna quasi essere eroici: Roy Paci è da sempre promotore di iniziative benefiche a favore dell’accoglienza e contro mafie  e razzismo.
Che la musica veicoli tutto questo è un bene, in qualsiasi piazza, in qualsiasi festival, in qualsiasi occasione.
Qui di seguito le foto scattate da Daniela Crevena ieri, durante il sound check (in bianco e nero) e durante il concerto (a colori), che ricostruiscono cosa è accaduto, e vi mostrano l’emozione degli stessi musicisti, già a partire dalle prove in teatro.

 

 

Vicenza Jazz 2019: Chucho Valdés – Jazz Batà

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

VICENZA JAZZ FESTIVAL 2019
Vicenza, Teatro Comunale, ore 21

Chucho Valdés – Jazz Batà

Chucho Valdés, pianoforte
Dreiser Durruthy, batà
Ramon Vazquez, contrabbasso e basso elettrico
Yaroldy Abreu, percussioni

Un pubblico affettuoso e anche emozionato saluta l’entrata sul palco di Chucho Valdés con un applauso quasi liberatorio dopo quasi un’ora di attesa, dovuta ad un ritardo aereo, che ha costretto i musicisti a svolgere il sound check in fretta e furia mentre la gente già arrivava in teatro: teatro praticamente sold out.
Chucho Valdés, imponente, si siede al pianoforte. I suoi musicisti prendono posto davanti ai propri strumenti, e il concerto finalmente comincia, con una intro di pianoforte carica di blues, accordi per niente cubani, suoni impastati e amplificati dai pedali, e anche qualche fraseggio con reminiscenze classiche. Chucho si presenta, con il suo pianoforte.

Quando si inseriscono il contrabbasso le batà e le congas la portata armonica complessiva diventa più indefinita, sognante, complice anche lo stesso pianoforte: Chucho si abbraccia ai suoi musicisti e diventa parte egualitaria del quartetto, per una buona manciata di minuti.
Poi ad un tratto accade ciò che accadrà ripetutamente durante tutto il concerto: emerge da quell’episodio corale (che potrà essere onirico, o atonale, o carico di accordi e battiti potenti, ma comunque corale) un riff, una cellula melodico ritmica, un piccolo ostinato, che diventa una sorta di richiamo potente “all’ordine” del leader ai suoi musicisti, e su cui in un secondo momento si impernia l’improvvisazione del pianoforte, e anche degli altri strumenti, o l’esecuzione di un brano ben definito.

Il riff parte generalmente dal pianoforte stesso, risuona da solo per un po’ e poi viene ereditato magari dal contrabbasso: a quel punto Valdés comincia a improvvisare e dare fondo al suo ricchissimo arsenale di possibilità ritmico – melodiche, che vanno dal Jazz, alla musica cubana, alla musica classica, assemblate in maniera sempre diversa e bisogna dire spesso inaspettata: stilemi noti, ma in sequenze sempre nuove.
Il primo riff proviene dalla registro grave della tastiera e va avanti ostinatamente: solo per pochi istanti Valdés vi aggiunge una seconda voce a distanza di una terza maggiore. Per il resto sono quattro potenti note all’unisono che improvvisamente si disgregano in un piccolo, delicato, malinconico brano cantabile, struggente, melodicamente molto cubano, in tonalità minore, del quale batà e congas creano il suggestivo substrato ritmico.

Una cascata cromatica di note cristalline chiude il pezzo, dando spazio ad un lungo e intenso assolo del contrabbasso di Vazquez.

L’ultima nota del contrabbasso viene ripresa dal pianoforte che costruisce un episodio meno definito dal punto di vista tonale, fatto di  fraseggi frammentati, colmati nei loro silenzi dai suoni delle conchiglie e delle percussioni di Abreu.
Ed ecco ancora una volta il riff, ritmico, al cui richiamo, costruito in modo da apparire per i musicisti irresistibile, si accodano subito il contrabbasso (che lo replica esattamente), le batà e congas. Chucho Valdés a quel punto, sulla base da lui creata, improvvisa liberamente.
Il concerto prosegue così: piccoli dialoghi tra contrabbasso, pianoforte e percussioni, riff di richiamo, improvvisazione. Con ambiti sonori sempre diversi: brani dolci e lenti o molto intensi e ritmici, o virtuosistici, anche, ché il pianismo di Chucho Valdés ha questa caratteristica dell’essere cangiante, della capacità cioè di andare dal minimalismo di due piccole note ripetute all’infinito, magari variandone al massimo le dinamiche, alla ridondanza degli accordi percussivi che saltano velocissimamente da un punto all’altro della tastiera al massimo volume, usando anche i suoi potenti strisciando, eseguiti a due mani, e che strappano gli applausi del pubblico, come è normale che avvenga. O ci si trova davanti a un blues, che improvvisamente si tramuta in canto religioso, con Durruthy, Vazquez e Abreu che eseguono brani della tradizione Yoruba, alla quale le batà, come strumenti a percussione, sono legate.

Non mancano citazioni di ogni tipo (Poinciana, Spain, la Marcia Turca di Mozart, persino), che si intensificano fino alla conclusione, emergendo tra gli strisciando, i riff sempre più accattivanti, e le progressioni di accordi sempre più inequivocabilmente cubane. Conclusione applauditissima, con i musicisti che danzano (compreso lo stesso Valdés) e che incitano il pubblico con canti e battiti di mani.

L’ IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Chi vi scrive ama la musica cubana, il pianismo cubano in tutte le sue forme, anche quelle più stereotipate, e ama Chucho Valdés. Questo va detto da subito, per sgombrare il campo da pretese di scientificità o di verità obiettive calate dall’alto: d’altronde questo spazio è dichiaratamente lo spazio di un giudizio personale che può dunque agevolmente essere saltato a piè pari.

Qui a Vicenza ho ascoltato un concerto coinvolgente, dalla sonorità elegante ed equilibrata anche nei momenti di virtuosismo più spinto: complice anche la mancanza della batteria, sostituita dalle batà, ma soprattutto dalla capacità dei musicisti di bilanciarsi e di rimanere all’interno di dinamiche e timbriche mai esagerate.
Valdés sa come fare l’occhiolino al pubblico, e lo fa, certamente, ma ci tiene a far emergere la sua musicalità, la sua espressività da subito, prima di accontentare le aspettative della platea: non a caso il concerto era iniziato in modo molto “jazzistico” (semplificando, che non me ne vogliano i puristi) e via via fino alla fine procedendo sempre di più verso una esplicita, accattivante ed ammiccante sonorità cubana.
Negli episodi più lenti non sono mancati momenti di intenso lirismo. Fondamentale durante tutto il concerto l’aspetto prettamente melodico di batà e congas, e la funzione irrinunciabile del contrabbasso che si è rivelato prezioso punto di riferimento, una vera tagliente, trainante corda metallica sonora.
L’impianto armonico spesso è apparso complesso, tanto da rendere melodie magari molto semplici tutt’altro che scontate.
Una performance divertente, più variegata nella prima parte che nella seconda, e più multiforme e articolato di quanto non ci potesse aspettare. E anche un bello spettacolo da vedere, come si può vedere dagli scatti di Daniela Crevena.

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 39′ Edizione – seconda parte


Tutte le foto sono di Carlo Mogavero

Un sabato densissimo di avvenimenti non solo musicali, che comincia con le performance in piazza delle Scuole di Danza Baobab, Arabesque e Accademia di Danza e spettacolo.
E oltre alle già citate mostre di pittura e fotografia a Santa Marta e al Caffé del Teatro (rispettivamente Sguardi Africani di Odina Grosso e i sette artisti di Arte in Fuga), eravamo alla presentazione del libro di Davide Ielmini Il suono ruvido dell’innocenza: Musica, gesti e immagini di Enten Eller. Un interessante e a tratti illuminante dibattito sulla musica di un gruppo, Enten Eller, che continua a fare un Jazz autentico: improvvisazione pura, sperimentazione, rimescolamento di linguaggi. Ciò che il Jazz è davvero, e ciò che porta alla constatazione, benefica, che il Jazz, se non cartolina fatta di stilemi replicati, e replicanti, non morirà mai. Massimo Barbiero racconta, la sala è piena, il pubblico, tra cui chi vi scrive è non solo attento, ma partecipativo.
La cultura bisogna proporla. La musica è cultura ed è cultura non solo ascoltarla, ma anche parlarne, e leggerla.

Il giovane pianista Emanuele Sartoris, dopo la presentazione del libro su Enten Eller, dà una sua personale lettura della musica Enten Eller, da solo, alle tastiere.

Sala Santa Marta, ore 19:00

Music of Enten Eller

Emanuele Sartoris, keyboard

La musica di Enten Eller è libertà compositiva, tematica, è improvvisazione. Dunque è materiale sonoro molto connotato, denso eppure malleabile per diventare altra musica suonata in maniera completamente diversa da come era in origine.
Emanuele Sartoris sceglie di ricomporre i brani in una sonata tripartita: Adagio – Allegro – Adagio.

Egli stesso improvvisa, ma tramuta Enten Eller in musica prettamente pianistica. Dinamiche marcate, da silenzi impercettibili a volumi importanti, ricerca armonica, visione drammatica del suono: nulla di minimalista, un suono travolgente che si tramuta improvvisamente in qualcosa di più introspettivo, ma sempre in una chiave teatrale e certamente avviluppante. Una scelta timbrica imponente, un ampio uso dei pedali, delle ottave parallele, di arpeggi velocissimi e trasposizioni ardite trasformano brani come Mostar, Teseo, Indaco, in musica “altra”. Quando la musica nasce libera, come la musica di Brunod, Mandarini, Mayer e Barbiero, questa  può davvero tramutarsi in maniera totale.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Sartoris possiede una notevole cultura musicale. Ha una padronanza pressoché totale dello strumento. Nella sua musica si sente l’eco dei grandi compositori che sono entrati a far parte della sua musicalità: Debussy, Beethoven, Bach. Ma anche i grandi pianisti Jazz come Monk, tanto per dirne uno. Il suo suonare è un’originale mix tra il linguaggio cosiddetto colto e quello jazzistico: nelle due sere al Caffé del Teatro lo abbiamo sentito fare un Jazz convincente ed energico con i Night Dreamers Quartet, insieme a Simone Garino al sax, Antonio Stizzoli alla batteria e Dario Scopesi al basso.
La sua rivisitazione della musica di Enten Eller è coinvolgente, potente e curata.
Poi c’è ciò che ho percepito a prescindere dalla musica che ho ascoltato: energia interiore, impellenza espressiva, tormento, persino.
Dunque ho una cosa da suggerire a Emanuele Sartoris:  tutto ciò che sa e che ha studiato e ascoltato può ora  dimenticarlo, tanto farà sempre parte di lui. Perché c’è tutto un non ancora espresso che traspare sempre di più dalla sua musica ed è lì lì per tracimare.
Nel senso che oramai questo pianista ha la maturità di osare suoni ancora mai suonati e che ancora non ha la motivazione di liberare, o che forse ancora non pensa possibili: Emanuele Sartoris può ora ascoltare se stesso e creare la propria, irripetibile musica. E’ un lusso che non tutti possono permettersi.

 

 

Teatro Giacosa, ore 21:15

Wolfgang Schmidtke Orchestra
Monk’s Mood

Ryan Carniaux: tromba
John-Dennis Renken: tromba
Rainer Winterschladen: tromba
Nikolaus Neuser: tromba
Gerhard Gschlössl: trombone
Thobias Wember: trombone
Mike Rafalczyk: trombone
Peter Cazzanelli: trombone basso
Nicola Fazzini: sax contralto e soprano
Gerd Dudek: sax tenore e soprano
Helga Plankensteiner: sax baritono
Michael Lösch: pianoforte
Igor Spallati: contrabbasso
Bernd Oezsevim: batteria
Wolfgang Schmidtke: sax soprano, clarinetto basso, arrangiamento e direzione

La musica di Thelonius Monk in mano ad un’orchestra composta da solisti. Quattro tromboni, quattro trombe, quattro sax, pianoforte contrabbasso e batteria e la particolarità di un ensemble costituito da solisti, che lavorano ognuno con il proprio particolarissimo timbro, che improvvisano ognuno con il proprio particolarissimo stile. Ogni musicista partecipa con il proprio personale suono da solista provvede alle parti scritte, ai background, agli obbligati, senza tentare di uniformarsi al gruppo.


Il repertorio di Monk viene eseguito liberamente, le sezioni si fronteggiano in formazioni sempre diverse e si ascolta un Jazz multiforme che si avvicina allo swing ma che improvvisamente vira su episodi atonali e quasi free, per poi arrivare ad unisoni inaspettati. I sax possono diventare le chiavi ritmiche insistendo con un’unica nota nei tempi deboli. Si può formare un inusuale trio tra tromba pianoforte e batteria perché improvvisamente il contrabbasso tace, o un duo tra tromba, o trombe,  e contrabbasso perché è improvvisamente il pianoforte a tacere.


Grande spazio agli assoli e pubblico felice.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Una sonorità inusuale, continue sorprese, una musica leggendaria, quella di Monk, con arrangiamenti divertenti e tutt’altro che ossequiosi. Un concerto divertente ed energico, non il solito omaggio deferente ad un genio che replicare sarebbe impossibile.

 

 

Teatro Giacosa, ore 2230

Bosso / Guidi

Not a What

Fabrizio Bosso: trumpet
Aaron Burnett: tenor sax
Giovanni Guidi: piano
Dezron Douglas: bass
Joey Dyson: drums

“Iazz is not a what, it is a how”: è una celebre frase di Bill Evans, che Fabrizio Bosso e Giovanni Guidi prendono come ispirazione e nome del loro nuovo gruppo, in procinto di diventare album. A Ivrea un quasi numero zero dunque, in attesa di disco e tour europeo.
Musicisti oramai da anni divenuti eccellenze a livello internazionale, Bosso e Guidi con Burnett, Douglas e Dyson, hanno portato al Giacosa tutto il proprio repertorio espressivo e virtuosistico.

Il concerto prende il via con una lunga intro, composta da un unisono solenne, mosso da suggestivi arpeggi al pianoforte, fino a quando il sax di Burnett non si libra in un assolo, sostenuto armonicamente da una alternanza  ciclica di due accordi a distanza di una quarta.
Durante tutto il concerto si ascolta un’alternanza tra obbligati perfetti, con unisoni tra tromba e sax anche a velocità supersonica, e momenti di improvvisazione libera, in cui il pianoforte di Giovanni Guidi definisce l’atmosfera dei brani: torrenziale, armonico, a volte impetuoso a volte indefinito e fiabesco.


Può capitare che tromba e pianoforte si incontrino in uno di quegli obbligati, può accadere che sugli affreschi sonori di Guidi Bosso ricami linee melodico ritmiche variegate, nette, acrobatiche persino.
Può accadere che il contrabbasso di Douglas si sciolga in un assolo puramente Jazzistico o proceda con un tradizionale walkin’ bass, come invece capita che lo si ascolti impastato armonicamente con il pianoforte, contribuendo, con un andamento timbrico grave e vibrante, al suo evocativo rumoreggiare.

Oppure si possono ascoltare melodie adrenaliniche suonate da sax e tromba a distanza di una trasgressiva quarta parallela che si disgiungono inaspettatamente per seguire ognuno la sua strada di improvvisazione, sottolineati da una batteria dal groove e dal timing notevolissimi.


Il bis è una bella My funny Valentine, della quale personalmente ringrazio questo quintetto: oramai è uno standard ritenuto A TORTO troppo eseguito, e  quasi nessun musicista lo esegue più. Dunque, paradossalmente, è oramai raro ascoltarla suonata da musicisti di livello.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto energico, cucito addosso alle personalità spiccatissime di Fabrizio Bosso e Giovanni Guidi, a tratti muscolare, a tratti strutturato, sempre definito da un notevole dialogo creativo tra i cinque musicisti, che trovano ognuno il proprio spazio espressivo, e anche quello per momenti di puro virtuosismo strumentale, di cui nessuno dei cinque difetta. Questo mix di espressività e virtuosismo ha reso entusiastico il finale di Open Papyrus Jazz Festival.