Una vera Jazz&Wine Experience a Trieste con Dena De Rose 4et e Jermann: la classe non è acqua… è vino e musica!

«Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu», ovvero niente è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi. Calza a pennello l’assioma peripatetico di Tommaso d’Aquino per introdurre il racconto della serata svoltasi il 5 gennaio all’Hotel Hilton Double Tree di Trieste, in occasione del concerto del Dena De Rose Quartet. L’evento è nel cartellone della rassegna Jazz&Wine Experience, con la direzione artistica di Michela Parolin Up Music, itinerante tra Venezia, Trieste e Bologna, fino all’8 marzo 2020 in location prestigiose.

Il progetto è strutturato in modo da abbinare concerti di musica jazz di alto livello con le eccellenze produttive vinicole, valorizzando, al contempo, luoghi simbolo di grande fascino e interesse storico e culturale, come il bel Palazzo di Piazza della Repubblica, risalente ai primi anni del ‘900, che fu la sede della Ras, recentemente e splendidamente restaurato.

Mi perdo già nell’atrio dell’Hotel dove ammiro la riproduzione di un mosaico romano del II° secolo rinvenuto durante i lavori di costruzione del Palazzo e la “Fontana del Gladiatore”, opera di Gianni Marin, che lo storico Salvatore Sibilia descrive come “la più grande opera policroma che esista”. Ma è ora di salire le imponenti scale per giungere al Berlam Coffee Tea & Cocktail, dove mi accoglie Michela Parolin e dove è allestito un punto di degustazione dei vini dell’azienda Jermann di Dolegna del Collio. Assaporo lentamente una morbida Ribolla Gialla mentre mi accomodo al mio posto nell’opulenta sala da concerto (sold-out) con il controsoffitto a cassettoni dorati, nei quali si rincorrono in modo disordinato le lettere R A S (acronimo di Riunione Adriatica di Sicurtà) scolpite in bassorilievo e che io rimescolo e riordino visivamente (e mentalmente!) in A R S… arte.

L’ingresso dei musicisti, dopo una breve presentazione della Parolin e del giovanissimo vignaiolo Felix Jermann, mi distoglie dalle mie elucubrazioni: ed ecco Dena De Rose, voce e pianoforte; Piero Odorici, sassofono; Paolo Benedettini, contrabbasso; Anthony Pinciotti: batteria.

Il set prende avvio con un omaggio, per affinità, alla vocalist e pianista Shirley Horn, della quale ci viene proposto “Sunday in NY”. Dena è superba nel recuperare, ricostruire, reinterpretare gli standard ed eccelle nella prassi improvvisativa e nell’interplay con i suoi musicisti. Il primo dei miei girovaghi pensieri è stato: “questo è jazz in purezza, incontaminato!”

L’anima scivola come sulla seta con la briosa versione di “You stepped out of a dream”, standard del 1940. Ricordavo il brano cantato da Nat King Cole ma questo di Dena ha il giusto swing e raffinate parti di canto scat, ariose e coinvolgenti. Pinciotti accarezza le pelli della batteria in un flow morbido e mai invadente, creando un amalgama sonoro fluido ed estremamente naturale con il contrabbasso di Benedettini. Poi entra Odorici con il suo sax ed io faccio una gran fatica a non muovermi troppo sulla mia sedia… la sala è piena e la mia vicina – molto vicina – mi rivolge sguardi di riprovazione. È straniera: “sorry” le dico, ma non sono affatto convinta di essere dispiaciuta per essermi lasciata trascinare da una musica così coinvolgente!

I tributi di Dena alle sue illustri predecessore continuano con “I have the feeling I’ve been here before” un flashback musicale per un’emozione che riesce a fermare il tempo, pensando a Carmen Mcrae, dalla voce calda e scura…

“Nothing like you has ever been seen before”, di Bob Dorough, è descritta da Dena come una stravagante canzone d’amore ed io aggiungo ricca di colpi di scena, anche perché ha alle spalle una famosa registrazione realizzata da Miles Davis con l’arrangiamento di Gil Evans… e scusate se è poco! In effetti, si potrebbe dire che niente di simile era mai stato visto prima!

Vorrei, a questo punto, soffermarmi su Piero Odorici, perfetto per il repertorio proposto dalla band leader, che rivisita gli standard della tradizione jazzistica con un approccio contemporaneo. Piero è un eccellente sassofonista, di vocazione eclettica, il cui linguaggio affonda nelle radici dell’hard-bop: estetica abbinata ad una solida sostanza melodica e ad un estro improvvisativo notevole.

La scaletta prosegue, tra gli applausi che sottolineano la qualità della performance, e spesso anche i vari assolo, con “ I just found out about love” che Dena rilegge al piano con le giuste sfumature nostalgiche e con una voce che profuma di quel jazz sincero che non necessita di orpelli virtuosistici, pur dimostrando una tecnica raffinatissima.

L’affetto della pianista per Cedar Walton, una delle figure più influenti e amate del jazz, si intuisce nell’esecuzione di “Clockwise”, che lei ha fatto propria scrivendone il testo e che diventa “Listen to your heart”: un misto di poesia e sentimento dove la vera tecnica è espressa dal tocco soave e dall’uso sapiente del pedale… in semplicità, spontaneo come il brindisi di Dena con la Ribolla di casa Jermann!

La mia anima “hipster” e sempre “on the road” per la musica, non poteva non adorare il tributo al crooner, a onor del vero un po’ sui generis, che amo più di ogni altro, (“ogni altro” non me ne voglia!) per me assoluta figura di culto, ovvero Mark Murphy.  Prima della sua scomparsa, avvenuta nel 2015, il cantante di Syracuse si divideva tra gli Stati Uniti e l’Austria, dove ha insegnato per anni canto jazz alla University of Music and Performing Arts di Graz e dove tuttora la De Rose insegna.

Che Dena abbia proposto “Ode to the Road” (brano firmato da Broadbent di cui Murphy scrisse il testo) oltre all’aver dichiarato il suo amore per la fusion degli Steps Ahead di Mike Mainieri – nella cui line-up ha transitato anche la pianista Eliane Elias –  e degli Yellow Jackets di Robben Ford, artisti che sono nelle fondamenta di quella che è la roccaforte delle mie passioni musicali, mi ha letteralmente conquistata, cosa che le ho anche raccontato discorrendo con lei alla fine del concerto.

I musicisti escono per lasciare spazio ad una Dena romantic mood che, in piano solo, intona “You’re nearer”. E penso che dell’Attimo Fuggente tutti ricordano “O Capitano, mio Capitano” mentre io ho stampate nel cuore queste parole: “La poesia. La bellezza. Il romanticismo. L’amore. Queste sono le cose per cui continuiamo a vivere” e mi lascio trasportare da questa sincera e personale versione, dolce ma senza essere stucchevole… “leave me, but when you’re away, you’ll know…you’re nearer, for I love you so…” Così è.

Inesorabile arriva anche l’ultimo brano. Credete all’amore a prima vista? Ci crede di sicuro la  pianista e compositrice brasiliana Eliane Elias, ascoltata qualche tempo fa proprio qui, a Trieste, con il marito contrabbassista Marc Johnson, autrice ed interprete di “At first sight”.

Dena De Rose ci racconta che la Elias è stata una delle sue muse ispiratrici ma per la pianista di Chicago, che ha composto ed eseguito “That second look”, il secondo sguardo è decisamente più rassicurante! Il suo pianoforte canta, le sue mani scivolano sicure sulla tastiera, il suono è brillante, il ritmo è vibrante, i suoi musicisti sono complici di emozioni… il pubblico le capta.

La jazz woman ci saluta regalandoci come bis “Get out of town” di Cole Porter che ci viene resa in un esclusivo e travolgente arrangiamento dove lei, Piero, Anthony e Paolo sono liberi di esprimere i propri teoremi improvvisativi in un climax finale di inarrestabile e preziosa libertà creativa.

Esco in strada, circonfusa da un alone di distaccato e ineffabile incanto. La Trieste che amo, città di luce, marmorea di salsedine e di storia, sfidata dal vento, luogo dell’anima di poeti, letterati e artisti ammicca con “scontrosa grazia”.

Marina Tuni

A Proposito di Jazz ringrazia Garage Raw per la gentile concessione delle immagini pubblicate nell’articolo.

Lirica e jazz: le arie d’opera come standard

L’ultimo nato dal matrimonio fra lirica e jazz è l’album “Norma”, di Paolo Fresu con la ODJM (Orchestra Jazz del Mediterraneo) di Paolo Silvestri (Tûk Music) che va ad infiocchettarsi al virtuale “Real Book” di arie dal repertorio operistico italiano ed europeo che via via si è fatto ben corposo.
Il lavoro su Bellini ha, discograficamente parlando, illustri avi nel jazz. Ne citiamo qualcuno. Il 78 giri Bluebird con Glenn Miller and Orchestra che rielabora “Il coro degli Zingari” del Trovatore di Verdi nella spumeggiante “Anvil Chorus”; Fats Waller and his Sextet from Lucia of Lammermoor, di Donizetti su l.p.

Il disco di Barney Kessel, Modern Jazz Performances From Bizet’s Opera Carmen (Contemporary Records, 1959) oggetto di varie ristampe. È stato, in effetti, il chitarrista a segnare il passaggio dalle atmosfere fox trot, stride e da swing-era al più moderno cool negli anni ’50, con azzeccati innesti dalla Carmen (1875) a partire da “La canzone del Toreador – Swingin’ The Toreador”  e principalmente riproponendo a modo suo “Free As A Bird”, la famosa habanera, forma musicale che è un esempio di musica “oggettiva” tratta da fonti preesistenti (…) dalla canzone di Sebastian Yradier El Arreglito, a sua volta una “normalizzazione” europeizzante e salottiera della danza cubana” (cfr. Antonio Rostagno, Ed. Teatro alla Scala, 2015).

Dal canto suo Jacqueline Rosemain ne ha sottolineato la derivazione da una canzone conviviale provenzale, confluita in una raccolta del lontano 1627. Stefano Zenni, nel definire in genere la habanera “danza cubana di andamento moderato, in tempo binario, divisa in due parti, una in tonalità minore e una in maggiore” derivata dalla contradanza, antenata del tango, ne ha puntualizzato la “duplice origine, una spagnola ed una africana, con una radice provenzale” con quel senso di ritardo ritmico tipico della musica nera delle Americhe “dall’oscillazione dello swing alla elasticità della bossa nova” (cfr. Breve storia della habanera, in La musica colta afroamericana, Sisma, 1995). Un’ibridazione di melodie e ritmi che avrà affascinato Kessel per pensare di “jazzare” parti dell’opera, dicono, più rappresentata al mondo, oltretutto così impregnata di “latin tinge”!

Niente di nuovo sotto il sole, certo! Louis Armstrong ascoltava i dischi di Enrico Caruso e la polifonia di New Orleans poteva richiamare in qualche modo situazioni da melodramma tipo il quartetto vocale di “Bella figlia dell’amore”, dal Rigoletto (cfr. Gunther Schuller, Early Jazz). Nello specifico la Carmen si è prestata a progetti più articolati come l’album omonimo firmato da Enrico Rava che fa il paio con “E l’opera va” (Label Bleu, 1993) contenente arie quali “E lucean le stelle” dalla Tosca, estratti dalla Manon Lescaut e da La fanciulla del West di quel Puccini che Chailly ha accostato a Gershwin (si veda in proposito su questa rivista il nostro saggio “L’America di Puccini ne La fanciulla del West” del 16 nov. 2017). Non trapianti di genere bensì proustiana condensa di memoria e memorie, suoni e visioni che riappaiono dal nostro passato.
Restiamo all’opera italiana. Intanto come non ricordare che Pietro Metastasio, il famoso librettista, era un poeta “istantaneo”? Intuiva, strutturava, declamava rime “all’improvviso”, una poesia orale composta, secondo John Miles Foley “come un musicista jazz o folk usa dei modelli nell’improvvisazione musicale”. Ma il jazz, nel settecento, navigava ancora nella placenta delle musiche del mondo.
E così ancora a inizio ottocento.

Eppure c’è chi, come l’inglese Mike Westbrook si è rifatto a Gioacchino Rossini in un pregevole album del 1987, appunto “Westbrook-Rossini”, della svizzera Hat Hut, riproposto anche recentemente con la Uncommon Orchestra, anche con arrangiamenti da La Cenerentola ad integrare abstract musicali da La gazza ladra, “Barbiere”, Otello e l’Ouverture del Guglielmo Tell. Musica varia, giocosa, cromaticamente accesa, quella rossiniana, che si ben adatta ai “remakes” più moderni ed innovativi.
Su Donizetti si è posata l’attenzione di Bruno Tommaso, Roberto Gatto, Cristina Zavalloni, Furio Di Castri, Madeleine Renèe ed è da segnalare il disco-rarità “A casa di Ida Rubinstein” della compianta Giuni Russo in cui la cantante interpreta fra l’altro “La zingara” donizettiana con interventi di Paolo Fresu ed il lieder “A mezzanotte”, con la partecipazione di Uri Caine, pianista a cui si deve The Othello Syndrome (Winter & Winter, 2008). Una passione antica questa per il cigno di Busseto; ricordava Gerlando Gatto su questa rivista che in un titolo di King Oliver del 1923 compare un’ampia sequenza de “La Vergine degli Angeli” da La forza del destino! Viva Verdi! Potrebbe essere uno slogan dei jazzisti inneggiante a siffatta star dalla marcia trionfale anche sul web con milioni di visualizzazioni; le cui opere sono state rivisitate dalla Ted Heath Orchestra nel 1973 così come dalla Banda di Ruvo di Puglia nel 1996, per non parlare ancora dai conterranei Marco Gotti, Trovesi, Di Castri, Bonati, Rea, Massimo Faraò, Attilio Zanchi, Renzo Ruggieri…

Ma perché mai questo interesse dei jazzisti su Verdi?  “Nella musica di Verdi sussiste una sorta di pre-blues poiché vi si descrive l’atmosfera di prima che arrivasse il jazz, anche attraverso personaggi di strada, un popolo di umili, il gobbo, la mondana, la zingara…” ha affermato sempre su queste colonne il chitarrista romano Nicola Puglielli del Play Verdi Quartet. L’operista fu egli stesso trovatore, griot melodrammatico al cui ” mood ” si rifà la cantante e compositrice Cinzia Tedesco, riprendendo parti salienti da Rigoletto, La Traviata, Aida, Nabucco, vista anche “all’opera” con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese diretta da Jacopo Sipari, arrangiamenti del pianista Stefano Sabatini. E con lei altri artisti quali il pianista Andrea Gargiulo, il quintetto Tomelleri-Migliardi-Corini-Garlaschelli-Bradascio, l’Orchestra di Piazza Vittorio con in repertorio anche arie dalle opere di Bizet, Weill, Mozart (Il flauto magico e Don Giovanni) quest’ultimo oggetto della egregia rivisitazione del trio di Arrigo Cappelletti.
Andiamo ai veristi. Su Mascagni, sull’Intermezzo di Cavalleria rusticana, è caduta la mano pianistica di Danilo Rea mentre della “sorella siamese” Pagliacci, di Ruggiero Leoncavallo, Max De Aloe ha rielaborato in 4et “Vesti la giubba” nella compilation Lirico Incanto (Abeat, 2008).

Singolare, a proposito di Leoncavallo, una Mattinata tutta anni ’20 della Tiger Dixie Band nel disco dedicato a Bix. Ma sfociamo nel campo delle canzoni d’arte. Torniamo all’opera. Francesco Cilea, altro rappresentante della Giovane Scuola Italiana a inizio secolo scorso, è omaggiato dal pianista Nicola Sergio nel cd Cilea Mon Amour della Nau. Di Puccini in parte s’è detto. Da aggiungere che il compositore trova estimatori di grande spessore nel mondo del jazz internazionale. Basti pensare a “Nessun Dorma” dalla Turandot ripresa da artisti del calibro di Lester Bowie e Don Byron. Finanche il bandleader Gerald Wilson figura fra i filopucciniani!

Fra gli italiani non si può non citare Marcello Tonolo e Michele Polga unitamente al pianista Riccardo Arrighini con il suo album Puccini Jazz- Recondite Armonie del 2008 (nell’ulteriore cd Visioni in Opera si occupa anche di Verdi e Wagner) ed inoltre il duo formato dalla cantante lirica Madelyn Renèe con il sassofonista Jacopo Jacopetti con il disco Some Like It Lyrics (EgeaMusic, 2016), in scaletta anche Bizet, Donizetti, Mozart.
Si potrebbe continuare a iosa fino all’oggi, alla cronaca-spettacoli, ad esempio a Knock Out – melodramma jazz d’amore e pugilato, regia di Silvio Castiglioni, con Fabrizio Bosso e Luciano Biondini – prodotto lo scorso anno, a riprova del fatto che l’opera lirica non è moribonda, anzi l’incontro con il jazz può essere un modo per riattualizzarla, in una sinergia così stretta che non sarà più lecito parlare di contaminazioni.
Chissà, prima o poi un editore si ritroverà forse a stampare un manuale di jazz standard con partiture tratte da opere italiane ed europee! Gli americani – come nel caso di “Summertime” da Porgy and Bess di Gershwin ovvero, passando dal teatro al film musicale, I Got Rhythm di Gene Kelly da Un americano a Parigi – ci hanno pensato da tempo. Un bel dì vedremo.

P.s. Questo articolo è dedicato alla soprano afroamericana Jessye Norman scomparsa il 30 settembre 2019 . In memoriam.

Amedeo Furfaro

Il mercato francese dei professionisti del jazz

Con più di una ventina di show case, una giornata intera consacrata ai grandi format, la presenza di dozzine di responsabili di festival, di agenti, di manager e tour manager e di giornalisti, la terza edizione di Jammin’ Juan (dal 23 al 26 ottobre) ad Antibes/Juan-les-Pins ha dimostrato come questa manifestazione sia divenuta la vetrina e soprattutto il mercato francese dei professionisti del jazz.

Lilian Goldstein, direttrice del servizio musica e spettacoli dal vivo, la SACEM, ha tenuto a ricordare come questo appuntamento non sia un festival ma “innanzitutto un mercato destinato al jazz regionale e nazionale, anzi internazionale, o per dirla con altri termini, un modo di fare dei corsi per i professionisti del settore in vista dei concerti nei festival o nei jazz-club”. Una affermazione pienamente condivisa da Philippe Baute, direttore de l’«Office du tourisme d’Antibes/Juan-les-Pins et de “Jammin’ Juan” » che ha sottolineato che nel 2018 sono stati firmati più di 30 contratti e che non c’è nulla di peggiorativo nel parlare di un “mercato” dei professionisti del jazz.

Da parte sua, Alain Paré, responsabile del club le Pan Pier à Paris, ha annunciato di aver già selezionato quattro gruppi tra quelli presentati durante gli show case per dei  concerti nella capitale.

Cominciata sotto condizioni atmosferiche proibitive la manifestazione si è conclusa nella calma più assoluta, con un sole radioso e una temperatura primaverile, dopo aver conosciuto qualche bel momento musicale soprattutto nella giornata di chiusura, come già detto il 26 ottobre, consacrata alle big band con quattro significative formazioni.

Questa maratona di grandi orchestre era iniziata già alla vigilia con la presenza sulla scena di “Danzas”, un largo ensemble jazz/classico condotto dal pianista/direttore d’orchestra/compositore & arrangiatore Jean-Marie Machado. Il punto di forza di questa performance, perfettamente oleata e rodata, è stato senza dubbio il vocalist bernese André Minvielle, che ha rivisitato con humour e devozione parecchie canzoni di Bobby Lapointe (cantante francese – 1922/1972 – noto soprattutto per i suoi testi ricchi di giochi di parole e ossimori).

Come accennavamo, quattro ensemble erano presenti per la giornata “Grands formats” “Les Rugissants”, la “Tullia Morand Orchestra”, la “Line Kruse Orchestra” et “Bigre”.

Se il primo, un tentetto, è costituito da giovani talenti usciti dai conservatori parigini e se l’ultimo rassomiglia più ad una grande fanfara (20 musicisti e una sola donna trombettista) delle Beaux-Arts malgrado la presenza della cantante Célia Kameni, la palma dei più coinvolgenti spetta a due donne ‘direttrici’: Tullia Morand et Line Kruse.

Sassofonista baritono, compositrice, arrangiatrice Tullia Morand dirige i suoi dodici musicisti lasciando ad un invitato a sorpresa, l’elegante ballerino di tip-tap Fabien Ruiz, il compito di vivacizzare lo show soprattutto quando egli improvvisa con agilità e un coté dandy su “Heart Of My Heart”, divenuto in francese “Plus je t’embrasse….”, immortalato da Blossom Dearie.

Comunque il momento clou di questa ultima serata è stato incontestabilmente rappresentato dalla prestazione della violinista danese Line Kruse alla testa di una big band di 17 musicisti tra i quali figurano parecchie personalità come Pierre Bertrand (sax/flauto), Minino Garay (percussioni), Denis Leloup (trombone) e Stéphane Huchard (batteria). Fedele alle sue abitudini, la delicata compositrice e arrangiatrice ha condotto il pubblico e gli addetti ai lavori in viaggio: a Cuba prima dell’uscita del suo nuovo CD, Invitation” (Continuo Jazz), in America latina, con una composizione afro-peruviana o negli Stati Uniti, con la riproposizione di uno standard dei fratelli Gershwin, “Fascinating Rhythm”. Davvero straordinari inviti musicali da parte di una eccellente musicista dalla scrittura ricercata.

Oltre a concerti e incontri, “Jammin’ Juan” è stata anche l’occasione di molteplici show case, vetrine della vivacità e dell’ardore della scena jazz attuale.

Se vi è stata una sorta di inflazione di trio piano -contrabbasso-batteria (sei in tutto!) – ispiratisi soprattutto o quasi esclusivamente a Bill Evans, Keith Jarrett, Brad Mehldau o E.S.T. – il più interessante è stato quello di Alex Montfort (Samuel F’Hima, contrabbasso, Tom Peyron, batteria). Contrariamente agli altri, il giovane pianista trae infatti ispirazione da Mulgrew Miller, Jason Moran, McCoy Tyner o Herbie Hancock. Un ottimo punto di partenza in questa epoca di clonazioni!

Altra scoperta il duo Nicolas Gardel/Rémi Panossian, già riconosciuto per le sue molteplici qualità. Il trombettista e il pianista, che già conoscevamo da alcuni anni, hanno condotto ad un alto livello di creatività e di inventiva una formula lontana dall’essere evidente, formula che li ha portati a riprendere con disinvoltura un classico del passato come “Caravan” di Duke Ellington/Juan Tizol.

E per restare nell’ambito del jazz più canonico, stile Jazz Messengers per intenderci, tanto di cappello a Josiah Woodson e il suo 5tet, “Quintessentiel”. Il trombettista/chitarrista già sideman di Beyoncé , ha presentato un jazz post be bop e hard bop potente, energico, fedele a una certa tradizione e che trasporta. Da scoprire…

A parte gli show case e i concerti, è stata anche organizzata una tavola rotonda dal titolo «Le donne del jazz », a seguito di una inchiesta intitolata “La rappresentanza donne-uomini nel jazz e le musiche improvvisate” realizzata dall’AJC, l’associazione Grands Formats, la FNEIJIMA (Federazione nazionale delle scuole di influenza jazz e musiche attuali), Opale e in cooperazione con l’ADEJ (Associazione degli insegnanti di jazz) .

Uno studio volontariamente riduttivo perché si esamina unicamente la rappresentanza donne-uomini (o vice-versa) in Francia. Come se il jazz – musica universale – si arresti alle frontiere interiori dell’Esagono (la Francia) o come se la stessa Francia sia l’ombelico del jazz! Questa inchiesta, che arriva alla conclusione per cui “il jazz e le musiche improvvisate sono attraversate da una netta divisione sessuale del lavoro, orizzontale ma anche verticale” avrebbe meritato di essere estesa se non all’Europa almeno ad alcuni dei nostri prossimi vicini… Ma forse, in quei casi, la comparazione sarebbe stata meno lusinghiera e in nostro sfavore…!

Didier Pennequin

(Trad. Gerlando Gatto)

Jazz ‘n Fall 2019. A Pescara, la musica di Dave Holland, Chris Potter, Zakir Hussain, Kenny Barron, Linda May Han Oh e Daniele Cordisco

La Società del Teatro e della Musica “Luigi Barbara” presenta, a novembre, la nuova edizione di Jazz ‘n Fall: un programma di grande livello che si aprirà martedì 5 novembre con il Cross Currents Trio, formato da Dave Holland, Chris Potter e Zakir Hussain, proseguirà mercoledì 6 novembre con il Linda May Han Oh Quintet e si concluderà lunedì 11 novembre con il concerto in piano solo di Kenny Barron e il Daniele Cordisco Organ Trio.

I concerti si terranno al Teatro Massimo di Pescara, con inizio alle ore 21. Il prezzo del biglietto di ingresso ai singoli concerti è di 20 euro.

Anche nell’edizione 2019, Jazz ‘n Fall rinnova il senso dato a questa nuova stagione della rassegna, un ponte, cioè, tra quanto prodotto da musicisti esperti, stimati e diventati grazie alle incisioni e alle esperienze dei veri e propri capiscuola, e i talenti delle nuove generazioni. Una staffetta tra generazioni e stili espressivi, tra intenzioni, riferimenti e provenienze geografiche. Raccogliere – e sviluppare secondo coordinate diverse – l’idea di una musica capace di sfuggire alle definizioni più stringenti per ritrovare le radici comuni nella condivisione e nell’improvvisazione: un approccio creativo e libero da troppi schemi precostituiti per dialogare con il mondo e raccontarne l’attualità.

“New Bottle, Old Wine” è il motto scelto dal Direttore Artistico Lucio Fumo alla ripartenza di Jazz ‘n Fall: è un modo per sottolineare proprio questo significato intimo. Ed è il senso del percorso che prende le mosse dal Cross Currents Trio – progetto che unisce tre personalità importanti come Dave Holland, Zakir Hussain e Chris Potter – e arriva al nuovo lavoro della contrabbassista Linda May Han Oh, passando attraverso esperienze più vicine alle tradizioni del jazz come il piano solo di un Maestro di questo formato quale è Kenny Barron e il fluido organ trio di Daniele Cordisco.

Dave Holland è un caposcuola indiscusso del jazz degli ultimi decenni. Se, giovanissimo, fu tra i protagonisti della svolta elettrica di Miles Davis, ha sempre cercato nuove strade e soluzioni espressive: il trio Gateway, con Jack DeJohnette e John Abercrombie, e il suo splendido quintetto di inizio secolo sono solo due tra le tante testimonianze di un percorso sempre attento nel combinare suggestioni diverse, sotto l’aspetto timbrico, melodico e armonico. Questo nuovo progetto collettivo coinvolge musicisti di spessore assoluto come Chris Potter ai sassofoni e Zakir Hussain alle tabla: Good Hope è il titolo del disco che hanno appena pubblicato e che stabilisce, ancora una volta, come la musica – e, in particolare, il jazz – sia un veicolo naturale di integrazione, costruita con rispetto e maestria da tre artisti versatili ma dalla forte personalità espressiva.

Kenny Barron è tra i pianisti jazz più importanti del panorama attuale. Un vero e proprio maestro nel condurre lo strumento attraverso la sua storia e la sua letteratura in percorsi che tengano conto delle tradizioni senza rimanerne prigionieri. La sua musica sgorga dal pianoforte rispettosa della lezione dei grandi del passato e, allo stesso tempo, fresca e creativa. Il piano solo diventa una maniera ulteriore per affrontare l’essenza più intima di questo discorso: le mani sapienti di Kenny Barron è il modo più diretto per innescare un processo naturale e sempre capace di raccontare come il jazz sia una musica in grado rinnovarsi prendendo le mosse dalle sue radici e dalle sua stessa storia.

La figura artistica di Linda May Han Oh racconta molto bene il percorso jazzistico delle nuove generazioni. Una sintesi tra riferimenti provenienti da contesti diversi e continuamente rimessi in gioco. È quanto emerge dai suoi lavori più recenti – Walk against the wind del 2017 e Aventurine, pubblicato quest’anno – e lo rivela la sua presenza al fianco di musicisti del livello di Pat Metheny e Dave Douglas, tanto per citarne un paio. La musica della contrabbassista è solida e senza compromessi, raccoglie il testimone dalle vicende più recenti del jazz per offrire una sintesi personale e un contributo personale alla scena musicale odierna. Una musica densa, animata da melodie frastagliate e strutture composite ma sempre controllate e ben dirette. Un ambiente sonoro tutto sommato acustico senza rinunciare alle manipolazioni sonore. Una sintesi articolata per confrontarsi con il mondo sempre più sfaccettato di oggi.

Organ trio venato di blues, suonato con trasporto e condotto con grande rispetto per la tradizione: questa la ricetta di Daniele Cordisco, chitarrista dal percorso solido e già maturo, capace di far notare le sue qualità sin da giovanissimo con collaborazioni di sicuro livello e la vittoria nel Premio Internazionale Massimo Urbani. La musica del trio si muove tra standard, brani del songbook statunitense e temi originali con accento scanzonato e ironico, una dose equilibrata di virtuosismo e groove, un tocco romantico e il suono sempre seducente dell’organ trio. Con il chitarrista, suonano anche Pat Bianchi, grande inteprete statunitense dell’organo Hammond, e il batterista Giovanni Campanella.

Carlo Rebeschini: le lezioni del Maestro

di Enrica Bacchia

Valdobbiadene 6 agosto 2019. Il tempo uggioso non promette certo bene quando sale sul palco accompagnato per l’occasione dai suoi amici: Gianni Fantuz alla batteria e Massimo Vanzan al basso. Visibilmente debilitato, ma nulla lo può trattenere e per oltre due ore e mezza manda in visibilio il suo pubblico giunto per l’occasione da mezza Italia. Ha regalato una ricca panoramica di brani jazz, rock, prog, funk, blues, quasi estraendo il succo vitale di ogni fraseggio e di ogni accordo, mischiando passione, padronanza della tecnica, cuore e anni di esperienza per farci gustare cocktail di ritmi e di note sapientemente filtrati dalla forte personalità artistica e umana.

È stata l’ultima esibizione del grande Artista Maestro Carlo Rebeschini deceduto il 25 settembre 2019.

Dicembre. Fine anni ’70. Ospitata dai fasci di luce puntati sui musicisti, la densa foschia fluttua con un ritmo decisamente opposto allo swing che ad ogni brano ti sta penetrando sempre più sotto pelle. Un impulso impossibile da tenere a freno: file di scarpe più o meno sincronizzate scandiscono il due e il quattro alternandosi allo snap delle dita. Stasera sembra che anche la fitta nebbia di questo gelido dicembre stia cercando un posto a sedere nel locale gremito di gente che assiste al concerto. Ma gli strati di nebbia che ti arrivano alle narici, trasformati in piccoli vortici danzanti ad ogni passaggio delle cameriere, odorano solo di sigarette. Un odoraccio di fumo che graffia gli abiti, gli spartiti, perfino il mio nuovo microfono, mischiandosi incontrollato ai gin tonic che scorrono nelle vene.

Questa sera, oltre al chitarrista Alberto Negroni, proprietario del primo mitico jazz club in provincia di Treviso, mi sto esibendo con un giovane pianista che incontro per la prima volta, un ragazzo che ad occhio e croce dovrebbe avere più o meno la mia stessa età. Lo sto studiando dall’inizio del concerto: le dita affusolate sanno come ottenere dalla tastiera le sonorità volute con una maestria che, quasi in contrasto con la giovane età, già sottintende una conoscenza rigorosa della tecnica musicale. Riesce a passare dal sound del jazz più tradizionale alla fusion e al rock con grande scioltezza. Senso del ritmo impeccabile, sostituzioni spinte, idee originali. L’assolo che sta eseguendo in “La Fiesta” di Chick Corea apre un portale che, per qualche istante, mi concede di accedere a quel suo fare (o almeno così immagino).

L’impressione è paragonabile a un’arrampicata in solitaria che libera il piacere di tastare appigli e appoggi, osa e al contempo scopre istante dopo istante il passaggio che porta, musicisti e pubblico, sempre più in alto, sempre più nell’emozione liberando la magia della musica… su, su fino alla vetta.

I lunghi capelli sciolti alle spalle, lo sguardo proiettato in una dimensione quasi onirica che osserva senza mettere nulla a fuoco, la presenza totale nella consapevolezza di ogni passaggio mai lasciato al caso e il perfetto interplay che intercorre tra i musicisti: con estrema naturalezza, il pianista sembra lasciarsi trasformare in un tramite e quindi permettere che sia lo stesso standard ad interpretare se stesso. È il primo pianista con cui collaboro che non si sta limitando alla perfetta – e troppo spesso arida – esecuzione tecnica della song. Sa come mantenersi bambino ispirato che scopre con meraviglia ciò che si fa da sé. Ne sono entusiasta: ecco un sognatore, un co-creatore di questo mondo.

Mi sto quasi innamorando del personaggio quando sulle note rarefatte dell’assolo del bassista – le dita sempre saggiamente piantate sulla tastiera – lo vedo chinarsi e bisbigliare qualcosa all’orecchio di un suo vecchio amico pigiato in prima fila, quasi di fianco al palco. Non ci posso credere: gli sta chiedendo i risultati della finale di calcio!

Dopo l’ultima jam, prendo tutto il coraggio che mi ritrovo e mi avvicino a questo sorprendente pianista. Desidero congratularmi per le emozioni di cui ci ha resi partecipi ma allo stesso tempo voglio chiedergli – con un briciolo di presuntuosa sorpresa – come abbia potuto far coesistere così spudoratamente la dimensione tanto coinvolgente dell’Arte con quella più ordinaria del calcio in uno spettacolo tanto coinvolgente come quello di stasera. …E quella sera ricevetti la mia prima lezione dal Maestro.

Con una semplicità quasi confidenziale Carlo iniziò a limare la presunzione tipica di chi, come la sottoscritta, pensava che il solo fatto di ritenersi creativo, bastasse a conferirgli uno status di distacco verso le piccolezze del mondo reale. La mia visione del mondo, a differenza della sua, mi autorizzava a ritenermi una vera Artista (si badi bene, di quelle con la A maiuscola). Un ideale avvalorato dal fatto che allora subivo il fascino, seguendoli sul campo mentre erano intenti alla preparazione del “Prometeo”, di personaggi del calibro di Luigi Nono ed Emilio Vedova (uno dei miei insegnanti all’Accademia di Belle Arti di Venezia); oppure duettavo con Bob Stoloff o Mark Murphy nei locali di mezza Italia ed ero ospite di Giorgio Gaslini e Renato Sellani: insomma, una botta di ego da paura!

Le parole scambiate con Carlo dopo quell’assolo connesso alla partita del campionato di calcio, parole che ricordo ancora a distanza di quarant’anni e che hanno marcato tanto profondamente il mio canto, rimangono quale testimonianza della profondità del suo stile consolidatosi nel tempo: come se si limitasse ad essere un semplice testimone del gioco, nella bilancia della vita aveva contrapposto il peso della musica a quello del calcio facendo rimanere i piatti in perfetto equilibrio. Per usare le parole toccanti di Padre Francesco Rigobello nel rendergli l’ultimo saluto nella splendida Abbazia di Follina gremita di persone fino all’inverosimile, per il Maestro “il valore di ogni singolo aspetto della vita era ed è rimasto sempre grande: sapeva vivere la perfezione dell’Universo” con uno stile empatico, inclusivo, incantato davanti a tutte le forme dell’esistenza.

Settembre 2019. WhatsApp. “È Carlo Rebeschini – dico a mio marito nell’altra stanza – Ha pronto il brano. Ti ricordi… quello che aveva promesso di scrivere per me la sera del Pan e Vin in cui è venuto a cena da noi. Ah… Però mi dice che dobbiamo andare noi da luiCi vieni anche tu?

Il suo bel appartamento di Follina che odora sempre di una fragranza antica, fresca e pulita. Nel tardo pomeriggio settembrino il salone vive di una luce solare brillante. Siamo accolti dal dolce sorriso della moglie Carla ma allo stesso tempo avverto un po’ di sommessa animazione data da una singolare complicità amorevole di tutte le donne di casa.

Ciao Carlo… Eccoci finalmente! – gli dico porgendogli una rosa rossa colta in giardino – Glauco ti ha portato una bottiglia di vino speciale” Un istante di imbarazzo: mi rendo subito conto che vino e morfina non possono andare certo d’accordo.

Il suo solito sguardo presente e solamente un paio di frasi quasi a giustificare la malattia, ancora una volta buttate lì come una confidenza che avesse poco a che fare con il motivo della nostra visita. Non una parola di autocommiserazione. Poi subito la carrozzella si sposta alle tastiere già accese per farmi ascoltare il brano affrescando, con grande trasporto, il significato del titolo abbozzato a matita sullo spartito: “Abbraccio l’Albero”.

Ci stavamo confrontando discorrendo beatamente su tonalità, ritmo, sound, testo della canzone e per una frazione di secondo vidi il personaggio con cui avevo la fortuna di parlare: avevo di fronte colui che era stato docente al Conservatorio di Castelfranco, pianista e clavicembalista dell’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia per 36 anni, direttore dell’Orchestra di Padova e del Veneto, dell’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza e di altre da lui stesso formate, il prezioso collaboratore e arrangiatore a fianco dei grandi come Eddy Busnello, Vinicio Capossela, Marco Paolini, Mango, Ruggeri, Boris Christoff, Sting – solo per citarne alcuni – e ancora l’amico del grande musicista Don Mansueto Viezzer, di cui era stato esecutore e direttore d’orchestra delle principali opere. Riprovavo gli stessi brividi di emozione vissuti nelle cattedrali gremite di pubblico quando le voci dei numerosi coristi che ha diretto centinaia di volte, si facevano trasportare quasi ipnotizzate da quella sua direzione paradossalmente ricca di un’umile autorevolezza.

Avvertivo come in quel paio d’ore stesse scrivendo per noi, nel copione dell’esistenza, una nuova improvvisazione, libera ma connessa al tutto, in un intimo dialogo col mistero stesso della vita e della morte. Ancora una volta lo stavo studiando: sembrava non temesse di accogliere come naturale il semplice pensiero della fine dell’esistenza terrena. A testimonianza di questo avevo notato che, come spesso accade quando l’umano si lascia trasportare dal grande dolore, non aveva permesso che l’essenza negativa dell’infermità intaccasse le stanze, gli oggetti e perfino i suoi cari. La sua volontà appariva così forte che il pensiero della morte (tabù per la nostra cultura) si stava traducendo in una vitalità quasi affrettata che si esprimeva con la mobilità particolare degli occhi o con il massimo disappunto verso la tecnologia che non gli permetteva di trovare il file corretto da passarmi in chiavetta, ma anche con la voglia di suonare ancora e ancora quasi a trovare una sorta di solidarietà benigna con l’ignoto.

Nel viaggio di ritorno verso casa, per parecchi minuti tra me e mio marito non ci fu dialogo. Era evidente che ci sentivamo toccati nel profondo e, tacitamente, non volevamo cedere alla tentazione di esternare qualsivoglia banale commento su ciò che avevamo percepito. Nonostante la gravità della malattia dalle sue labbra non era uscita una sola parola di rammarico, neanche la più piccola lamentela, dimostrando come in questo inevitabile frangente fosse consapevole di trovarsi sul ciglio della scoperta suprema. Per dirottare lo spauracchio del dolore, mi misi a verificare la qualità delle foto dello spartito che avevamo scattato col cellulare, apprezzando la fiducia che Carlo mi aveva dimostrato lasciandomi libera di re-interpretarne sia il testo che la melodia con la promessa che l’avremmo incisa quanto prima.

A distanza di pochi giorni risalivo la bella gradinata di marmo che portava al piano superiore del suo appartamento. I contorni grigi degli amici e parenti più stretti, in attesa di assistere alla cerimonia funebre che si sarebbe tenuta di lì a poco contrastava con l’energia leggera e ancora una volta ricca di luce che si diffondeva in quello che era stato il salone/studio di Carlo Rebeschini, stranamente libero da persone. Rimasi da sola per qualche minuto e respirai a fondo quell’essenza brillante fatta di tutto l’amore di quella famiglia, di musica e soprattutto del grande Maestro.

Enrica Bacchia

Le piace il jazz? C’è chi dice no!

Si racconta di un rapporto controverso fra Pietro Mascagni e il jazz. In verità nella recente corposa biografia mascagniana scritta da Cesare Orselli per Nuove Impressioni, della cosa non risultano tracce degne di nota, segno probabile del fatto che il (pre)jazz non stesse in orizzonte all’autore di Cavalleria Rusticana e che certi sporadici aneddoti siano da confinare in ambito più che altro cronachistico.

In tempi moderni succede oltretutto che concertisti come Danilo Rea rielaborino egregiamente in jazz l’Intermezzo di “Cavalleria” e che lo stesso conservatorio di Livorno, intitolato al Maestro, abbia attivi da tempo corsi di jazz.

Certo, più o meno un secolo fa, era nell’aria la tendenza “autarchica” tipica del clima ideologico che andava affermandosi. A. G. Bragaglia, nel ’29, nel volume Jazz Band edito da Corbaccio, auspicava “porti chiusi” (si direbbe oggi) verso ogni accezione negroide nel proporre una musica nazionale.

Altre “frecciate” al jazz provenivano da accreditati ambienti culturali internazionali.

C’è un libro, ristampato di recente da Mimesis, in cui la critica sul/del jazz è più forbita, non affidata a episodi o dichiarazioni estemporanee. Si tratta di Variazioni sul jazz, di Theodor W. Adorno, una serie di scritti a partire dagli anni ’30 introdotti da Giovanni Matteucci.

Quì l’analisi si fa più articolata e, pur essendo l’asprezza di Adorno rispetto al jazz alquanto metabolizzata, ancora oggi il rileggere certi suoi passi non lascia indifferenti, specie per chi di jazz si occupa ed alimenta in modo costante.

A suo tempo fece un certo scalpore la decisa analisi del filosofo-sociologo-musicista rispetto a jazz e popular music nel paventare rischi di totalitarizzazione dell’industria culturale. Il jazz appariva coinvolto in pieno in tale prospettiva, percepito come musica pseudoindividualistica, costruita su regole cieche, interferente, mercificabile come tutta la musica popolare.

Al riguardo avrebbe più avanti scritto John Gelder sul numero 19 di “Revue d’ Esthétique” del 1991: “a partire dall’ascolto che si era convenuto di chiamare “swing” degli anni trenta (…) Adorno aveva scritto nel 1937 direttamente in inglese “Sulla musica popolare”. È chiaro, dalla lettura di quel testo, che l’oggetto della ricerca di Adorno si ispira quasi esclusivamente al jazz “edulcorato”, “promozionale”, fortemente impregnato di produzioni hollywoodiane (Ginger Rogers) (…) lontano da ciò che sarà, qualche anno più tardi, la rivoluzione del bop che l’Autore non poteva conoscere (…). Lo scritto, da un punto di vista sociologico, resta un documento premonitorio, di un’analisi ancora attuale. I passaggi della standardizzazione, della pseudo-individualizzazione, della promozione, del glamour, analizzano i modi dell’industria della musica popolare nei decenni a venire”.

Le osservazioni di Gelder sarebbero tuttora da sottoscrivere, visti gli esiti successivi del jazz moderno e contemporaneo, tutt’altro che musica di massa, insomma in controtendenza rispetto agli anni venti e trenta che sono quelli in cui lo si ricollegava all’intrattenimento e al ballo, momenti funzionali al sistema culturale dominante.

Si potrebbero allora estrapolare dei “blocchi” di pensiero adorniano e, come avvenuto in parte per Marx, attualizzarli?

C’è un dato: al bop Adorno non volle accreditare profili rivoluzionari (in polemica persino con Berendt) anche se, col tempo, parrà stemperare i propri accenti versus la musica afroamericana.

La nettezza delle posizioni adorniane si evidenzia anche nella differenza sul tema della riproducibilità dell’opera d’arte trattato da Benjamin.

Riprodurla, per Adorno, significa smarrirne l’aura, l’estasi del momento della fruizione.

Eppure il jazz è soprattutto musica istantanea!

Ma tant’è! Se Adorno viene riproposto ancora oggi ciò è intanto dovuto alla profondità di un pensiero che, strizzata via la forza dialettica ancorata a date fasi storiche, è tuttora in grado di fornire spunti di lettura musicale degni di riflessione.

Per esempio alcune lucide note sulla sincope (op. cit.) od anche l’illuminante tipizzazione dei comportamenti musicali (cfr. Introduzione alla sociologia della musica, 1962).

Quelli che sarebbero da stigmatizzare senza se e senza ma sono invece gli immotivati attacchi al jazz tipo quello dello psichiatra Howard Hanson: “non oso pensare a quello che sarà l’effetto della musica sulla prossima generazione se la presente scuola di hot jazz continuerà a svilupparsi indisturbata. Gran parte di questa musica è grossolana, rauca e banale e potrebbe essere ignorata se non fosse per la radio (…) (cfr. Platoblues, il Jazz fa male? www.accordo.it, 17 apr. 2004).

Anche qualche partito “interno” di sostenitori del “vero” jazz ci ha messo del suo nello spezzare il fronte dei jazzofili. In passato come non ricordare il “tifo amico” di Panassié che sposava il jazz tradizionale a scapito del bebop su Jazz Hot, in diatriba con Delaunay, paladino del jazz moderno?

Pensiamo poi al free, finalmente digerito dalla critica più refrattaria, ma talora ancora oggi bollato sul web da qualche soldato giapponese sperduto su un’isola deserta, non avvertito della fine della guerra (è solo una analogia: in Giappone il jazz è ben stimato seguito ed eseguito!).

“La bufala del Free jazz” si legge su Melius Club (Da Port, 2007) alludendo a musicisti che non avrebbero saputo suonare, scritto criticato sullo stesso web dai fans di Braxton, Coleman, Cecil Taylor…

Oggi constatiamo che il jazz, divenuto un genere “centrale” fra classica/contemporanea e altre musiche (e musiche altre) – quant’anche un noto quotidiano ne solesse catalogare gli appuntamenti in unico calderone jazz pop rock – non concorre alla mercificazione della musica intravista da Adorno. Segue anzi una direzione spesso contraria e non figura nel novero delle musiche precotte, quelle geneticamente modificate e gettonate per un ascolto mordi e fuggi o iterativo ad libitum.

Con il pericolo di ritrovarsi, alla fine di un processo di mercificazione della musica tuttora in atto (nei ’60/70 Pasolini parlerà di generale omologazione culturale) escluso dal podio dei vincitori, premiati da masse eterodirette dalla comunicazione filoconsumista. Ma non sempre … in medium anzi in media stat virtus!

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Amedeo Furfaro