Michel Legrand: dal cinema al jazz, un viaggio senza barriere

Era un jazzista? Certo che sì…ma era soprattutto un grande compositore che amava il jazz e che dal mondo del jazz era profondamente ricambiato.
Michel Legrand se n’è andato a Parigi all’età di 86 anni dopo una vita intensa dedicata alla musica e densa di soddisfazioni: ha composto più di duecento colonne sonore per film e televisione e diversi musical e ha registrato oltre un centinaio di album. Ha vinto tre volte l’Oscar per la migliore colonna sonora: nel 1969 con “Il caso Thomas Crown” di Norman Jewison, nel 1972 con “Quell’estate del ’42” di Robert Mulligan e nel 1984 con “Yentl” di Barbra Streisand, meritandosi inoltre numerose nominations, a partire da quella per le musiche di “Les parapluies de Cherbourg” (1964) di Jacques Demy.
Michel comincia ad interessarsi di musica, e in special modo di pianoforte, sin da bambino da autodidatta, nei pomeriggi passati da solo a casa, mentre la madre è al lavoro. Entra, quindi, al Conservatorio di Parigi, dove studia direzione d’orchestra e composizione con Nadia Boulanger e Henri Chaland. Dopo il diploma, comincia a farsi conoscere come cantante e autore di canzoni nonché come pianista e direttore di gruppi di musica leggera e di jazz. A partire dagli anni Sessanta si dedica in modo quasi esclusivo alla musica da film; nel 1968 si trasferisce negli Stati Uniti, alla ricerca di migliori condizioni di lavoro, ma successivamente torna in Francia, pur continuando a collaborare con Hollywood.


Il primo grande successo arriva presto, nel 1954, all’età, quindi, di 22 anni: il suo primo album, “I Love Paris”, diviene uno dei dischi strumentali più venduti mai pubblicati.
Qualche anno dopo, a New-York City, il 5, 27 e 30 giugno 1958 viene registrato “Legrand Jazz”: si tratta di un vero e proprio atto d’amore del compositore francese verso la musica afro-americana; undici le tracce, tutti standard scelti e arrangiati dallo stesso Legrand che assume anche il ruolo di direttore d’orchestra; tra i musicisti presenti nelle nelle tre sedute di registrazione figurano alcuni grandi del jazz come Herbie Mann (flauto) Phil Wood (saxophone alto), Bill Evans (piano), Paul Chambers (contrabbasso), Ben Webster (saxophone tenore), Hank Jones (piano), George Duvivier (contrabbasso), Art Farmer e Donald Byrd (tromba)… e soprattutto Miles Davis con il quale Legrand avrebbe collaborato anche in seguito. Eccoli quindi ancora assieme nel 1990 quando collaborano alla scrittura della colonna sonora del film “Dingo”.
Nel 1970, quasi parafrasando il titolo di “Legrand Jazz”, Michel pubblica “Le Jazz Grand” sempre coadiuvato da illustri jazzisti quali Phil Woods (sax alto), Gerry Mulligan (sax baritono), Ron Carter (basso), Jon Faddis (tromba); questa volta il repertorio non è costituito da standard ma da cinque original di Legrand che more solito siede al piano e arrangia il tutto. Anche se di eccellente livello, questo album non raggiunge comunque i vertici toccati dal disco del ’58.
Ma gli inizi, le collaborazioni con Davis e gli altri grandi jazzisti, i due album sopra citati non restano episodi isolati nel corso della vita di Legrand; le sue frequentazioni con il mondo del jazz se non proprio assidue sono comunque costanti nel tempo: eccolo, ad esempio, nel 2001 in quartetto con Phil Woods a Montreal; nel 2009 è in trio al Ronnie Scott’s di Londra con Geoff Gascoyne al basso e Sebastiaan de Krom alla batteria; ancora in trio nel 2018 è invitato a festeggiare il trentesimo anniversario del BlueNote di Tokyo.
Ma a confermare l’amore del compositore francese verso il jazz forse è ancora più probante dare un’occhiata a quanti jazzisti hanno inciso sue composizioni.
A livello internazionale le registrazioni in cui si ritrovano brani di Legrand sono davvero innumerevoli; qui di seguito un sommario elenco di grandi artisti che si sono misurati con le partiture del compositore francese: Rosewll Rudd, Blossom Dearie, Bill Evans, Kenny Burrell, Richard Galliano, Lena Horne, Carmen McRae, Dee Dee Bridgewater, George Shearing… e l’elenco potrebbe continuare a lungo ma credo sia inutile dal momento che il concetto dovrebbe essere ben chiaro.
Per quanto concerne, infine, il jazz made in Italy gli artisti che hanno preso in considerazione brani di Legrand sono tutti di eccelso livello e appartenenti a stili, correnti assolutamente diversificati: da Massimo Urbani a Marcello Rosa, da Esmeralda Ferrara a Raimondo Meli Lupi, da Enzo Randisi ad Antonio Flinta (pianista argentino ma oramai naturalizzato italiano), da Marilena Paradisi a Lara Iacovini, da Andrea Dulbecco a Claudio Filippini… ad Ada Montellanico con Jimmy Cobb.

Gerlando Gatto

Il Diego Frabetti Quartet in concerto al Rossini Jazz Club di Faenza

Giovedì 31 gennaio 2019, la stagione musicale del Rossini Jazz Club di Faenza prosegue con il Diego Frabetti Quartet, formato da Diego Frabetti alla tromba, Nico Menci al pianoforte, Francesco Angiuli al contrabbasso e Marco Frattini alla batteria. La rassegna diretta da Michele Francesconi si presenta in questa stagione con due cambiamenti sostanziali: il Bistrò Rossini di Piazza del Popolo è il nuovo “teatro” per i concerti che si terranno di giovedì. Resta immutato l’orario di inizio alle 22. Il concerto è ad ingresso libero.

Il Diego Frabetti Quartet presenta un repertorio di standard e grandi classici del jazz, con particolare attenzione al bebop e all’hardbop. Il gruppo ha una sonorità morbida e molto melodica: uno “swing” marcato e spigliato è la sua caratteristica principale, in una combinazione sempre efficace tra il lirismo della tromba solista e il solido groove della sezione ritmica.

La rassegna musicale diretta da Michele Francesconi, dopo oltre dieci anni, cambia sede e si sposta al Bistrò Rossini che diventerà, ogni giovedì, il Rossini Jazz Club: la seconda importante novità riguarda proprio il giorno della settimana, si passa appunto al giovedì come giorno “assegnato” ai concerti. Resta invece immutato lo spirito che anima l’intero progetto: al direttore artistico Michele Francesconi e all’organizzazione generale di Gigi Zaccarini si unisce, da quest’anno, la passione e l’accoglienza dello staff del Bistrò Rossini e l’intenzione di offrire all’appassionato e competente pubblico faentino una stagione di concerti coerente con quanto proposto in passato.

Il prossimo appuntamento con il Rossini Jazz Club di Faenza è per giovedì 7 febbraio 2019, quando si esibirà il Daniele Ciuffreda Organ Trio, composto da Daniele Ciuffreda alla chitarra Alberto Marsico all’organo Hammond e Daniele Pavignano alla batteria.

Il Bistrò Rossini è a Faenza, in Piazza del Popolo, 22.

La poetica straniante di Chet Baker

Ho conosciuto Chet Baker molti anni fa e ne ho sempre ammirato l’enorme statura artistica. Ciò detto però, mi ha colpito l’ammirazione, direi quasi la dedizione che nei suoi confronti dimostrano quanti hanno avuto l’opportunità di suonarci assieme. E non si tratta tanto della stima verso l’artista o della comprensione verso un uomo che ha attraversato periodi non facili, ma di un vero e proprio ‘amore’ – non ci si scandalizzi se uso questo termine – verso un artista che aveva il dono unico di trasportarti altrove, di farti trascendere la realtà del momento. E la cosa più straordinaria è che Chet ha mantenuto e anzi rafforzato queste caratteristiche anche dopo che, per le note vicissitudini inutili da richiamare in questa sede, non era più in grado di suonare la tromba come prima e la sua voce si era fatta più flebile… il tutto coniugato con un carattere non dei più facili che spesso lo faceva platealmente litigare anche con chi lo accompagnava sul palco (in special modo i batteristi).

Proprio a Chet Baker è dedicata la nuova uscita della Hachette per la serie “I capolavori del jazz in vinile- Verve”.

L’album preso in considerazione si intitola “Chet Baker Quartet Vol.1” e, registrato l’11 e il 14 ottobre del 1955 a Parigi, vede il trombettista affiancato da Dick Twardzik al piano, Jimmy Bond al basso, Peter Littmann alla batteria; in repertorio nove brani tutti firmati da Bob Zieff, un allora giovane compositore di Boston, ad eccezione di “The Girl From Greeland” composto da Dick Twardzik   qui colto in una delle sue migliori performance (il pianista sarebbe morto per overdose pochi giorni dopo queste registrazioni il 21 ottobre nella stessa Parigi).

Ma il merito della riuscita dell’album va ripartito tra tutti i membri del quartetto che avevano raggiunto un’alchimia incredibile tanto da far dire al critico Marco Giorgi (curatore delle parti scritte che accompagnano l’LP) che le registrazioni effettuate da Baker “in Francia rappresentano la vetta artistica della sua intera carriera”.

In effetti Chet attraversava un momento artisticamente positivo: ammirato e rispettato in quel di Francia, cosa che non accadeva in patria, il trombettista si rendeva perfettamente conto dell’affetto che riceveva e cerva di ricambiarlo alla sua maniera, suonando bene, benissimo. E ci riusciva. Si ascoltino con attenzione queste registrazioni e si scoprirà un Baker maiuscolo, un Baker perfettamente in grado di muoversi attraverso le complesse partiture di Zieff molto lontane dagli standard spesso da lui eseguiti.

Insomma un album straordinario cui farà seguito un secondo volume, registrato sempre nel 1955, ma con una formazione diversa in quanto al posto di Twardzik   ci sarà Gérard Gustin mentre alla batteria siederà Nils-Bertil Dahlander; il quartetto è completato dall’unico superstite del precedente quartetto, Jimmy Bond al basso.

Elina Duni, Rob Luft ed Enzo Zirilli al Folk Club di Torino


Tutte le foto sono di CARLO MOGAVERO

Torino, Folk Club, 13 dicembre 2018, ore 2130

Rassegna RADIO LONDRA
ELINA DUNI, ROB LUFT, ENZO ZIRILLI

Elina Duni, vocals
Rob Luft, chitarra elettrica
Enzo Zirilli, batteria e percussioni

Radio Londra è la rassegna organizzata al FolkClub di Paolo Lucà da Enzo Zirilli, che dalla Gran Bretagna “esporta” temporaneamente artisti inglesi ospitandoli sul palco dello storico club torinese. Siamo al decimo anno di successi, e in questo freddo dicembre torinese salgo a Torino per assistere ad un evento che prevede la performance di una cantante da me molto apprezzata, Elina Duni.
Albanese di nascita e a 11 anni trasferitasi con la famiglia in Svizzera, Elina ha una formazione classica, ma un forte legame con la musica del suo paese.
Rob Luft è un chitarrista ventiquattrenne talentuosissimo che suona oramai da lungo tempo (sic!) con Enzo Zirilli, che è un nostro batterista quotatissimo volato a Londra un bel po’ di anni fa, dove ha trovato il successo che meritava e che si è dunque ancora più amplificato qui in Italia. 
Molti dei brani ascoltati provengono dal nuovo cd di Elina Duni, PARTIR, registrato per ECM
Qui mi fermo con le informazioni biografiche perché chi mi legge sa che non sono solita fornire informazioni sui musicisti – che si trovano agevolmente in internet – ma vado subito al cuore, e il cuore di tutto è la musica che ho ascoltato.

E’ suggestivo l’incipit del concerto, con Zirilli e i suoi effetti di mare, e vento, e Luft, che con la sua chitarra elettrica e i suoi pedali asseconda l’ evocare quasi nostalgico di luoghi lontani. La voce di Elina Duni irrompe, intensa, nel primo brano: siamo nel Nord dell’Albania e questo è un canto tradizionale, una ninna nanna che parte quasi in sordina, ma che via via si fa più intensa nelle dinamiche, nei timbri, nel pathos.

Dal Nord dell’ Albania Elina ci porta nel Kosovo, con il canto d’ amore rivolto alla luna da una donna al suo uomo perduto: tutto prende vita da un iniziale ostinato di chitarra, che indugia su intervalli di seconda eccedente e su sistemi scalari lontani, eppure così vicini. La batteria e il cajon riempiono l’aria esaltando senza coprire nemmeno una nota della voce. La chitarra ricostruisce un’atmosfera di festa popolare, albanese, o balcanica, italiana, o mediterranea, o mediorientale. Si ritrova molto di altre culture, molto della nostra.


I tre musicisti fluttuano tra parti più libere ed obbligati intensi, come l’unisono tra la voce di Elina Duni e la chitarra di Rob Luft, che sono momenti di virtuosismo imperniati sugli stilemi della musica tradizionale (che, ricordiamolo, non è mai scevra dal virtuosismo). La voce di Elina Duni è intensa, duttile, fortemente evocativa.
Ed è una voce versatile, tanto che alla chanson di Serge Gainsbourg, Coleur Cafè, si tramuta, e la nostalgia intensa diventa leggerezza, brio, ritmo. Ci troviamo in un altro mondo sonoro, il groove creato da Zirilli con la sua batteria è un latin ricco di sfumature, in cui il volume fortissimo è perseguito con le spazzole, il cajon è un altro rullante e gli spunti scambiati con la chitarra di Luft sono quasi infiniti.
Il repertorio non è univoco.

La scelta dei brani spazia tra la musica albanese, kosovara e quella della tradizione del Meridione d’Italia. Sono terre confinanti, e i canti d’amore e di desiderio provengono anche dal Canzoniere Grecanico Salentino, come Bella ci dormi sui cuscini:  la voce di Elina Duni è potente per intensità, non per volume. La chitarra di Rob Luft, incredibilmente, riesce a sostenere l’atmosfera di un mondo di suoni apparentemente a lui lontano, persino nell’assolo dolce, quasi amorevole, che precede la conclusione del canto. E quello di Elina Duni è struggente, e quanto mai dà a chiave della vicinanza tra le due terre di  Puglia e Albania.

Ma ci sono anche canti di coscienza civile, come quello scritto più di cento anni fa e che narra di pastorelle che vogliono liberarsi dal maschilismo che le relega a non godere di elementari diritti civili e culturali: una intro in vocalese viene poi supportata da percussioni al minimo e da un ostinato della chitarra, per poi aumentare di volume, di spessore, di intensità fino a divenire sanguigna e potente.
E ancora il canto kosovaro dalla complessità ritmica pazzesca e che viene snocciolata da Zirilli e Luft con una disinvoltura e una fluidità da nativi, un flusso morbido e travolgente che al termine ti lascia quasi disorientato.



Tra introduzioni dolci di chitarra, una voce struggente, la batteria che diventa soffio di spazzole e sole mani, ecco le canzoni dell’esilio, tra le quali la bellissima Amara Terra Mia, che ti verrebbe di cantare con Elina ma non osi, tanto centrato è, con i suoni, il tema letterario della nostalgia: espressività efficace ottenuta con il timbro vocale, con l’intenzione, con le dinamiche, ma anche con l’ andamento della chitarra, che mantiene il legame con il tema iniziale principale, quasi come fosse un ricordo. Come? Trasponendone piccole cellule melodiche durante tutto lo svolgersi del brano.

Il bis ci porta ad uno standard amatissimo, I’m a fool to want you: dolce, distante, a volume basso, intenso. Zirilli anche qui entra in punta di piedi per poi avvolgere il brano. Luft decora con pedale ed effetti. Il pubblico applaude un concerto intenso e inusuale,  e io con il pubblico: ma questo riguarda il breve capitolo che segue.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Stavolta qualcosa è trapelato anche dalle righe precedenti, che dovrebbero essere deputate alla descrizione il più possibile asettica di ciò che è accaduto sul palco.
Ma scindere ciò che ho ascoltato da ciò che ho provato emotivamente non è facile. Un concerto questo particolarmente intenso, ed emozionante già nei presupposti. Una cantante albanese, anche se svizzera di adozione, un chitarrista inglese, un batterista italiano. La loro musica è un miracolo di espressività “a prescindere” dalle origini culturali dei tre componenti del trio: in un periodo sociale e politico davvero tragico, in cui le differenze diventano invece che attrazione irresistibile, fonte di paure e di aggressività, chi ha assistito alla performance di Elina Duni, Rob Luft ed Enzo Zirilli ha toccato con mano ciò che accomuna non solo tre artisti ma gli esseri umani.
La poetica della nostalgia, della lontananza, del viaggio per emigrare dalla propria terra, dell’amore, raccontati in un’ora di musica emozionante, sono arrivate potenti non solo in quanto emozioni in sé, risvegliate in noi da tre musicisti che hanno saputo toccarci con i loro suoni e la loro sensibilità, ma anche in quanto categorie che questi tre artisti ci hanno mostrato come comuni alla vita di ogni essere umano, al di là di cultura e provenienza.
I canti albanesi e kosovari di Elina Duni, quella scala minore armonica di riferimento, con quegli intervalli di seconda aumentata sono così simili e vicini alla musica del Canzoniere Grecanico Salentino, o anche ad Amara Terra Mia, di Domenico Modugno: questo ci parla di culture vicine. Ma durante questo concerto si è andati al di là di questo: la chitarra di Robert Luft ha suonato non limitandosi a replicare un tipo di musica dalla provenienza connotata (musica balcanica, albanese, jazz, latin), ma ha cantato insieme ad Elina Duni forti sentimenti umani. La batteria di Enzo Zirilli ha soffiato dolcemente e ha tuonato impetuosa un qualcosa che appartiene a tutti noi.

Non mi piace mai parlare di contaminazioni, quando parlo di musica. Amo ascoltare nei suoni reminiscenze di culture a me vicine o lontane, ma la musica, quella vera, ha un che di universale, che mi colpisce intensamente  quando incontro artisti che come in questo caso, hanno una così potente carica espressiva. Gli applausi del pubblico del Folk Club erano emozionati e colmi di gratitudine. Forse solo l’arte, se fatta da artisti veri, potrà salvarci dalla miseria umana da cui siamo nostro malgrado circondati, svelandoci ciò che ci accomuna (compreso il dover partire per poter vivere) e anche ciò che ci differenzia, le nostre usanze, i nostri costumi: che dovrebbe essere ciò che di più attraente e magnetico esista sulla terra. 

Qui di seguito altri scatti del grande Carlo Mogavero





 

 

I NOSTRI CD. Jazz internazionale Tante le novità di rilievo

John Abercrombie – “Open Land” Meeting J. Abercrombie – DVD ECM 675
Prodotto e filmato dal regista Arno Oehri (artista multimediale e filmmaker del Liechtenstein) e dal produttore Oliver Primus (musicista e articolista svizzero) questo documentario, al di là delle intenzioni degli autori, si è purtroppo trasformato in un omaggio alla memoria dal momento che l’artista è scomparso nell’agosto 2017, pochi mesi prima che l’opera fosse ufficialmente presentata. Ovviamente ciò nulla toglie alla valenza della produzione che, anzi, ci offre l’occasione per ricordare e riflettere sulla figura di un musicista straordinario non sempre valorizzato in base ai suoi meriti. La tecnica scelta dagli autori per raccontare il chitarrista è quella che personalmente prediligo, vale a dire far parlare direttamente il personaggio. Così i due sono andati ad intervistare Abercrombie nella sua casa e si son fatti raccontare le vicende principali della sua vita e della sua arte. Così ci restituiscono oltre che l’artista anche e forse soprattutto l’uomo Abercrombie, con le sue aspirazioni, i suoi desideri, il suo amore per la moglie Lisa…e perché no le sue paure come quando il 7 dicembre del 2003 si incendiò la sua casa con la conseguente perdita di quasi tutto ciò che possedeva. Il risultato è un ritratto vivido, a tratti toccante, di un artista che ha saputo coniugare la musica con la vita di tutti i giorni. Dal punto di vista musicale, il brano forse più interessante è “Another Ralph’s” registrato al Tangente Club di Eschen (Liechtenstein) nel 2014 dal trio comprendente, oltre ad Abercrombie, Adam Nussbaum alla batteria e
Gary Versace all’organo Hammond (i due sono anche intervistati in merito al loro rapporto umano e professionale con Abercrombie). Tra gli altri momenti degni di nota da ricordare l’esibizione a New York in quartetto con Rob Sheps al sax, Eliot Zigmund alla batteria e David Kingsnorth al basso.

Arild Andersen – “In-House Science” – ECM 2594
Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Arild Andersen a Stavanger, in Norvegia, nell’oramai lontano 1983 quando già era considerato un astro nascente della nuova scena scandinava. Sono passati tanti anni e Arild ha confermato appieno tutte le premesse di quei tempi essendo considerato, oggi, uno dei migliori e più innovativi bassisti dell’intero panorama jazzistico. E questo CD ne è l’ennesima riprova… se pur ce ne fosse stato bisogno. Registrato il 29 settembre del 2016 in un luogo storico quale il museo Villa Rothstein a Bad Ischl in Austria, Andersen capeggia un formidabile trio completato da Tommy Smith al sax tenore e dal “nostro” paolo Vinaccia alla batteria. Quindi un trio che fa a meno di uno strumento armonico senza che ciò abbia la minima influenza sulla qualità della musica. I tre si muovono all’insegna di una empatia totale, con Arild che detta i tempi, Smith che sfoggia un fraseggio elastico, vivace, sempre in linea con le atmosfere volute dal leader (autore, tra l’altro, di tutti e sei i brani in programma) e Vinaccia che si esprime con la solita maestria producendo un volume sonoro denso e trascinante. Di qui una musica che si dipana per tutta la durata dell’album con grande scioltezza passando da atmosfere romantiche, sognanti, a climi più torridi ai confini dell’avanguardia, sempre impreziosita dalla massima attenzione alla più piccola sfumatura. E per avere un’idea di quanto si sta dicendo, basta ascoltare attentamente, in rapida successione “North Of The Northwind” dai toni soffusi e il sax di Smith a ricordare a tratti l’espressività propria di Gato Barbieri, e “In-House” in cui i tre scatenano una vera e propria tempesta sonora con un Andersen che sfoggia una padronanza dello strumento davvero non comune e un Vinaccia che ancora una volta evidenzia il perché sia considerato dai musicisti nordici un sodale imprescindibile.

Maxime Bender – “Universal Sky” – Cam Jazz 7924-2
Per avere una chiara idea di ciò che Maxime propone basta rifarsi alla definizione da lui stesso coniata circa il jazz che ama: “con meno swing e più pop”. Quindi un linguaggio che intende allontanarsi dal jazz canonico per affrontare nuovi lidi. In ciò il multistrumentista lussemburghese (sax tenore, sax soprano, flauto, pianoforte) è coadiuvato nell’occasione da Manu Codjia alla chitarra, Jean-Yves Jung all’organo Hammond B3 e Jérôme Klein alla batteria. Etichette a parte, il risultato è ancora una volta positivo. In repertorio dieci brani di cui otto scritti dallo stesso Bender e gli altri due rispettivamente dal compositore americano Justin Vernon e dal batterista del gruppo Jérôme Klein, quindi una prova di piena maturità per Bender anche come compositore. Ed in effetti i brani sono tutti ben strutturati, altrettanto ben arrangiati, sostenuti da un gruppo quanto mai coeso che riesce ad eseguire in grande scioltezza sia le parti obbligate sia quelle improvvisate tanto che risulta oggettivamente difficile distinguerle. Ogni singola nota è come distillata sapientemente, avendo riguardo a dove andrà a collocarsi, Di qui anche una ricchezza timbrica, dinamica e di atmosfere che prende l’ascoltatore dalla prima all’ultima nota dell’album. Ecco quindi il clima sognante, onirico di “Dust Of Light” (con il chitarrista Manu Codjia in bella evidenza) cui si contrappone la forza ritmica di “Missing Piece”, ecco “Fly” con l’Hammond in grande evidenza mentre in “Infinity” è il sax di Bender a disegnare la sinuosa linea melodica… e via di questo passo in un continuo alternarsi di ruoli che evidenzia quella compattezza cui prima si faceva riferimento.

Ketil Bjørnstad & Anneli Drecker – “A Suite Of Poems” – ECM 2440
La genesi di questo toccante album è illustrata chiaramente dallo stesso Bjørnstad nelle note che accompagnano il CD laddove ci racconta che, durante le sue più che frequenti nottate passate in albergo, riceveva poesie inviategli dall’amico Lars Saabye Christensen dalle varie località che il poeta e scrittore norvegese era solito visitare. Dopo averle custodite per anni, il pianista ha pensato di rivestirle di musica, di affidarne l’interpretazione alla voce di Anneli Drecker eccellente vocalist norvegese, originaria della città di Tromsø, sulla scena oramai da più di vent’anni e già collaboratrice di artisti quali Jah Wobble e Hector Zazou. I titoli dei pezzi sono di per sé esplicativi: ecco quindi l’apertura affidata a “Mayflower, New York”, seguita da “Duxton, Melbourne” e giù fino al conclusivo “Schloss Elmau”. Da quanto sin qui detto risulta abbastanza chiaramente il tipo di musica che si ascolta nell’album tenendo ben presente che Ketil Bjørnstad è pianista capace di interpretare con eguale bravura e partecipazione musica classica, jazz e folk. Bjørnstad cerca quindi, il più delle volte riuscendoci perfettamente, di ricreare con la sua musica le atmosfere suggeritegli dall’amico Christensen e legate alle località visitate. Ecco l’intimismo di “L’Hotel” e di “Lutetia” legati ad una romantica e nostalgica Parigi, ecco il sapore blues di “Astor Crowne, New Orleans”, ecco l’atmosfera vagamente orientaleggiante di “Mayday Inn, Hong Kong”. Insomma un ‘altra prova di grande maestria da parte di Ketil Bjørnstad che ha operato anche una scelta felicissima nel chiamare accanto a sé una interprete come Anneli Drecker capace di dare un peso specifico ad ogni singola sillaba, ad ogni parola, rendendo così giustizia a dei testi di per sé quanto mai significativi.

Art Blakey – “Moanin” – Green Corner – 100901 2 CD
In altra occasione ho illustrato il perché molte case discografiche, in un certo periodo del passato, abbiano preferito immettere sul mercato copie in versione sia stereo sia mono. Ecco, questi due album appartengono per l’appunto a questa serie di registrazioni effettuate ad Hackensack il 30 ottobre del 1958. More solito, in questi casi il doppio album conserva intatto il suo valore sia storico sia musicale. Dal primo punto di vista è la prima volta che la versione mono viene prodotta su CD. Quanto alla valenza della musica non credo ci sia chi dubita della stessa. Si tratta, in effetti, della terza edizione dei Jazz Messengers comprendente artisti quali Lee Morgan alla tromba, Benny Golson nella duplice veste di tenorista e compositore (molti dei brani sono suoi), Bobby Timmons al piano e Jymie Merritt al contrabbasso. Come bonus le sole due alternate tracks tratte dalla seduta del 30 ottobre 1958 e non comprese nell’originario LP, e altri quattro brani registrati dalla stessa formazione durante un concerto all’Olympia di Parigi nel novembre, dicembre dello stesso 1958. Esaurite queste delucidazioni, resta ben poco da dire se non che si tratta di registrazioni davvero imperdibili; basti citare l’entusiasmante “Moanin” di Bobby Timmons e la trascinante “Blues March” di Benny Golson così aderente allo spirito delle marching band di New Orleans. Insomma una ghiotta occasione per chi ancora non avesse queste registrazioni nella propria discoteca.

Rainer Böhm – “Hydor” Piano Works XII
La ACT può vantare una lunga e ricca tradizione in fatto di pianisti dal momento che per l’etichetta hanno inciso personaggi internazionali del calibro di Joachim Kuhn, Esbjorn Svensson e Michael Wollny… tanto per citare qualche nome. Coerentemente con tale impostazione, il produttore Siggi Loch ha creato una collana di album dedicati al piano solo, “Piano Works”, giunta al suo tredicesimo volume. Il nuovo protagonista è Rainer Böhm. Nato a Ravensburg nel sud della Germania nel 1977, Böhm è considerato dai critici tedeschi uno dei migliori pianisti jazz del suo Paese, ma non ha ancora raggiunto una notorietà a livello internazionale. Ecco, quindi, una buona occasione per farne conoscenza. Il suo è, in effetti, un pianismo maturo, consapevole, un linguaggio che coniuga brillantemente una eccellente tecnica pianistica con notevoli capacità espressive. Frutto, tutto ciò, non solo di una squisita sensibilità ma anche di un approfondito studio della letteratura pianistica globalmente intesa. In effetti Böhm si è fatto conoscere in patria soprattutto per gli adattamenti in termini jazzistici dei grandi classici quali Verdi, Wagner, Beethoven e Bach. In questo album Böhm si fa notare anche come eccellente compositore (tutti i tredici brani del disco sono a sua firma), e proprio attraverso questi pezzi l’artista evidenzia la sua capacità di assorbire molto di ciò che i grandi pianisti del passato ci hanno lasciato. Così nel suo stile è possibile rintracciare echi della tradizione classica così come del jazz soprattutto di quello nord-europeo senza che tutto ciò si ripercuota minimamente sull’originalità della proposta.

Jakob Bro – “Bay Of Rainbows” – ECM 2618
L’album è il frutto delle registrazioni effettuate nel luglio del 2017 al club Jazz Standard di New York; protagonista il trio del chitarrista danese Jakob Bro (1978), con il bassista Thomas Morgan e il batterista Joey Baron. L’album assume una doppia importanza nella vita di Bro in quanto da un lato è il coronamento di un sogno più volte espresso dall’artista (registrare un album live a New York), dall’altro è il primo disco live da lui registrato per la ECM. Bro non si lascia sfuggire l’occasione e dà vita ad un album eccellente confermando, anche come autore (tutte e sei le tracce dell’album sono sue composizioni), quanto già di buono si era ascoltato nelle sue precedenti produzioni: una musica nitida, costruita quasi per sottrazione, con la chitarra del leader a imbastire eteree trame sonore ben sostenute da una sezione ritmica esemplare per leggerezza e pertinenza. Così la musica si sviluppa come su un tappeto di nuvole, sorvolando diversi territori senza atterrare completamente. L’andamento generale è quindi piuttosto rarefatto anche se in alcuni brani assume una più concreta matericità: si ascolti, ad esempio, l’unico inedito “Dug” dove l’accompagnamento sostenuto della sezione ritmica si coniuga con una fraseggio chitarristico sicuramente non etereo come nei precedenti brani, ai limiti del free, oseremmo dire. Sottolineavamo come “Dug” fosse l’unico inedito in quanto gli altri brani erano già stati incisi da Bro nei suoi precedenti album. Tornando a “Bay Of Rainbows” il brano che più ci ha colpiti è stato “Evening Song” (già presente in “Balladeering”, Loveland Records, inciso nel 2008 ma pubblicato l’anno successivo in cui Bro capeggiava una all stars comprendente l’altro chitarrista Bill Frisell, Lee Konitz sax alto, Ben Street basso e Paul Motian batteria). L’album si chiude con una differente versione del brano d’apertura, “Mild”.

Miles Davis – “Jazz Track” – Poll Winners 27385
Prima di illustrare brevemente il contenuto di questo album, credo sia importante sottolineare il perché vi sto proponendo molti album della serie “Poll Winners”. In effetti l’etichetta “Poll Winners” dedica il proprio catalogo alle ristampe di quei titoli recensiti dalla rivista ‘Down Beat’ con il massimo dei voti (cinque stelle). Tale premiazione è talmente significativa e importante che molti di questi album diventano spesso dei veri classici. Le nuove edizioni presentano la versione integrale degli album originali a cinque stelle***** con l’aggiunta di brani di altri titoli dello stesso autore all’apice del proprio successo artistico. La raccolta comprende, quindi, vere e proprie pietre miliari della storia del jazz prodotte dai più grandi musicisti del genere, tra cui va senza dubbio annoverato questo “Jazz Track” che nelle sue componenti essenziali ha costituito una parte essenziale nella storia di Miles Davis e quindi del jazz nella sua interezza. Il CD è idealmente suddiviso in tre parti: i primi dieci brani contengono la colonna sonora del film francese “Ascensore per il patibolo” registrata nel dicembre 1957 a Parigi da Miles Davis con il batterista statunitense Kenny Clarke e altri due musicisti locali capitanati dal pianista René Urtreger (Barney Wilen sax tenore e Pierre Michelot basso). I successivi quattro brani sono tratti dalle sedute di registrazione del 26 maggio del 1958 quando Miles Davis rinnovò il suo sestetto con Bill Evans al posto di Red Garland e la riammissione nel gruppo del contralto di Julian Cannonball Adderley che veniva così ad affiancare il sax tenore di John Coltrane; la sezione ritmica era completata dal batterista Jimmy Cobb al posto di Philly Joe Jones e da Paul Chambers al basso. Gli ultimi 3 sono bonus e provengono dalla seduta del 16 marzo 1956, protagonista un quintetto con Davis, Sonny Rollins sassofono tenore, Tommy Flanagan pianoforte, Paul Chambers contrabbasso, Art Taylor – batteria

Mathias Eick – “Ravensburg” – ECM 2584
Tutto all’insegna della ricerca melodica questo album del trombettista norvegese Mathias Eick che dopo aver collaborato con alcune delle formazioni norvegesi più interessanti e innovative (Motif, JagaJazzist, Motorpsycho and Lars Horntvedt) è approdato in casa ECM dando vita a questo suo quarto album da leader (dopo “The Door”, “Skala” e “Midwest”). La più importante novità di questo CD è data dalla presenza del violinista, anch’egli norvegese, Håkon Aase, messosi già in luce collaborando con la formazione di Thomas Strønen. In effetti tromba e violino dialogano magnificamente conferendo al gruppo un sound del tutto particolare e ben sostenuto dal resto del gruppo formato da Andreas Ulvo piano, Audun Erlien basso elettrico e due batteristi, Torstein Lofthus e Helge Andreas Norbakken (quest’ultimo anche alle percussioni) che interagiscono con sapiente equilibrio. Ma il protagonista resta senza alcun dubbio Mathias: il suo linguaggio appare allo stesso tempo antico (molti e ben individuabili i richiami al jazz propriamente detto) e attuale (nel suo stile evidenti le influenze da un canto della musica classica contemporanea, dall’altro della new age intesa soprattutto come un genere in cui si mescolano echi provenienti da culture diverse come quelle indiane, ebree e magrebine)… cui si aggiungono echi della cultura scandinava presenti nella maggior parte dei musicisti nordici. Insomma un universo di riferimento assai vasto e variegato che Eick padroneggia assai bene anche dal punto di vista compositivo dal momento che tutti e otto i brani in programma sono dovuti alla sua penna. Brani che, ferma quella ricerca melodica cui prima si faceva riferimento, alternano atmosfere intimiste, oniriche a climi più materici, terrene.

Sheila Jordan – “Lucky to be me” – abeat 185
Sheila Jordan è una di quelle rare artiste di cui parlano tutti bene: pubblico, critica, colleghi. E questo album non fa certo eccezione alla regola. La vocalist americana, che raggiunse una fama internazionale aggiungendo le parole alla musica di Charlie Parker, è amata ed apprezzata anche in Italia dove ha registrato live questo album l’11 novembre del 2016 a Castellanza (MI) accompagnata da Attilio Zanchi al contrabbasso, Roberto Cipelli al piano e Tommaso Bradascio alla batteria. Da quanto sin qui detto si deduce facilmente che si tratta di un ottimo album che mette in luce da un canto le indiscusse qualità vocali di Sheila, dall’altro la capacità dei musicisti italiani di stare a fianco, validamente, anche delle più importanti stelle del firmamento jazzistico internazionale. E la valenza di Zanchi e compagni è testimoniata dalla stessa Jordan la quale, riferendosi al titolo dell’album, afferma di aver “chiamato questo disco ‘Lucky to be me’ non solo perché è uno dei brani, ma perché mi sento veramente fortunata nella vita ad avere amici e musicisti così meravigliosi, che si divertono a fare musica con me, ad organizzare tour e registrazioni. Sono come una famiglia e mi sento fortunata ad averli con me in questa vita”. Ed è bello avvertire come un’artista che nella sua vita ha conosciuto tantissimi successi, sia ancora sorretta da un tale entusiasmo ed una così grande voglia di cantare, di appassionare il pubblico. E la cosa risulta ancora più straordinaria ove si tenga conto che la Jordan, nata nel 1928, a Detroit, Michigan, frequenta le scene da molti anni avendo debuttato da bambina: poco più che adolescente lavorava già nei club di Detroit. Da allora non si più fermata inanellando una serie di performances – sia live sia su disco – davvero straordinarie. E per quei quattro o cinque che ancora non la conoscessero, ecco questo album è un’ottima occasione per avere un piccolo saggio di chi è Sheila Jordan.

Janne Mark – “Pilgrim” – ACT 9735-2
Questo “Pilgrim” ci presenta la vocalist danese Janne Mark in una sorta di nazionale danese completata dal pianista Henrik Gunde Pedersen, dal bassista Esben Eyermann, dal batterista Jesper Uno Kofoe, dal chitarrista ‘lap steel’ Gustaf Ljunggren cui si affianca, per esplicita volontà della vocalist, il trombettista norvegese Arve Henriksen.
L’album ha una sua specificità che lo pone al di fuori di qualsivoglia schema con cui al difuori della Scandinavia siamo abituati ad ascoltare la musica jazz. Ciò perché Janne Mark scrive, oggi, inni, cosa assolutamente inconsueta…da noi ma del tutto normale al Nord ove questo genere ha una grande importanza costituendo la fonte di molte canzoni. In particolare in Danimarca la tradizione dell’inno è sostanzialmente agraria in quanto la maggior parte della popolazione viveva in campagna e quindi gli inni venivano da quella realtà. Oggi le cose sono ovviamente cambiate e la Mark scrive musica in cui alla tradizione agraria aggiunge l’input derivante dalla realtà urbana; per completare il tutto la vocalist rivolge lo sguardo anche al jazz (proprio per questo ha chiamato Arve Henriksen) giungendo ad un unicum davvero irripetibile. Ed è la stessa Mark ad illustrare il senso della sua poetica affermando che “la musica di Pilgrim è scritta per quanti non hanno alcuna familiarità con la chiesa ma anche per quanti, viceversa, conoscono assai bene la religione”. Ed in effetti ascoltando le dieci tracce dell’album, a farla da padrona è una musica riflessiva, che trasporta l’ascoltatore in una dimensione ‘altra’, lontana dalle problematiche dell’oggi, della vita di tutti i giorni, trasmettendo un senso di pace che difficilmente ritroviamo nelle espressioni artistiche attuali. Insomma un album che ci fa conoscere una musicista di grande spessore, affascinante, matura, dotata di una squisita sensibilità e di una grande capacità di scrittura e ci conferma Arve Henriksen come una delle personalità più spiccate dell’odierno panorama jazzistico del Nord Europa.

Thelonious Monk Quartet – “Monk’s Dream” – Green Corner 100899 2 CD
Anche questo doppio album fa parte della serie “The Stereo & Mono Versions” cui si faceva cenno a proposito dell’album di Art Blakey. Questa volta il protagonista è Thelonious Monk alla testa del suo celeberrimo quartetto con Charlie Rouse al sax tenore, John Ore al basso e Frankie Dunlop alla batteria. In programma il primo LP che Monk, dopo la fine della sua collaborazione con la Riverside Records, incise per la Columbia. “Monk’s Dream”, prodotto da Teo Macero, registrato alla fine del 1962 e pubblicato nel 1963, divenne nel corso degli anni l’album più venduto di Monk e fu determinante nella scelta del Times Magazine di dedicargli una copertina nel 1964. Originariamente l’LP conteneva otto pezzi, di cui cinque originali di Monk, cui si aggiungono “Body and Soul” di Green- Heyman-Sour-Eyton, “Just a Gigolo” di Caesar-Brammer-Casucci e “Sweet and Lovely” di Arnheim-Tobias-Lemare; le esecuzioni sono affidate al quartetto eccezion fatta per “Just a Gigolò” e “Body and Soul” affidate al piano solo di Monk. In questa riedizione come bonus troviamo quattro ‘alternative trakes’ tratte dalle stesse sedute di registrazione dell’ottobre-novembre del 1962, le prime versioni in studio di Monk della maggior parte dei brani dell’album e una versione per pianoforte dal vivo del 1961 di “Body and Soul”. A Questo puto credo non ci sia molto altro da aggiungere: si tratta di grande musica, di alcune delle pietre miliari del jazz che ci raccontano del genio di un grandissimo pianista e compositore quale Thelonious Monk.

Wolfgang Muthspiel – “Where The River Goes” – ECM 2610
Questo album è la logica prosecuzione di “Rising Grace” pubblicato nel 2016; non a caso la formazione è quasi identica dal momento che accanto al chitarrista austriaco ritroviamo Brad Mehldau al pianoforte, Ambrose Akinmusire alla tromba e Larry Grenadier al contrabbasso mentre Eric Harland alla batteria sostituisce Brian Blade.
Ma, come si dice, cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia per cui la musica si mantiene su livelli di assoluta eccellenza grazie, soprattutto, alla valenza del gruppo in quanto tale. Non si tratta, cioè, di cinque grandi musicisti che messi assieme producono buona musica dato il loro peso specifico individuale, ma di cinque artisti che decidono di unirsi per dar vita a qualcosa di nuovo, qualcosa che abbia una propria identità senza per questo trascurare il talento di ognuno. Il tutto impreziosito dalle capacità compositive del leader chitarrista che firma tutte le composizioni in programma eccezion fatta per “Blueshead” di Mehldau e “Clearing” improvvisazione collettiva dell’intero gruppo. E l’improvvisazione non è certo elemento secondario in queste registrazioni caratterizzate da un eccellente equilibrio tra parti scritte e spazio lasciato all’estro dei singoli. Ecco ad esempio il contrabbasso di Grenadier impegnato in un trascinante assolo nel già citato “Blueshead” mentre Muthspiel evidenzia il proprio talento in tutti i brani con una menzione particolare per il pezzo di chiusura, “Panorama”. Ma è l’atmosfera generale del disco che incanta, un’atmosfera in cui la bellezza della linea melodica si impone su tutto grazie soprattutto a Brad Mehldau e Ambrose Akinmusire che riescono ad interpretare al meglio le intenzioni del leader-compositore.

Barre Phillips – “End To End” – ECM 2575
Un album di solo contrabbasso non è certo di facile ascolto anche se ad eseguirlo è un fuoriclasse come Barre Phillips. In buona sostanza si tratta dell’ennesima prova senza rete di uno dei più grandi solisti di tutti i tempi, un artista che, ad onta dei suoi ottantatre anni, pur non avendo alcunché da dimostrare, si lancia in una impresa temeraria come questa. D’altro canto chi conosce Barre Phillips, chi ha imparato ad apprezzarlo negli anni anche attraverso le sue numerose collaborazioni con musicisti d’avanguardia quali Dave Holland, Paul Bley e Evan Parker, non si stupirà più di tanto nel constatare come Barre abbia deciso di imbarcarsi in questa ardua operazione. Risultato? Certo molto dipende da come si ascolta questo tipo di musica: per i tradizionalisti sarà d’obbligo storcere il naso, per chi preferisce stilemi più all’avanguardia si tratta di un’opera assolutamente straordinaria. Barre evidenzia ancora una volta non solo una tecnica sopraffina ma un rapporto quasi simbiotico con lo strumento che lo porta ad esprimersi compiutamente nei tredici brani in repertorio. Quindi la necessità da parte dell’ascoltare di immergersi totalmente nell’universo sonoro immaginato da Phillips per gustarne appieno ogni minimo risvolto e comprendere ciò che l’album rappresenta per il contrabbassista. Al riguardo è lo stesso artista, nelle note di copertina che accompagnano l’album, a chiarire come si tratti della “fine di un ciclo, non un riassunto, ma l’ultima pagina di un diario iniziato cinquant’anni fa”. L’album è diviso in tre parti: “Quest” (comprendente i primi cinque brani); “Inner Door” (con i successivi quattro) e “Outer Window” (gli ultimi quattro). Nonostante la presenza di un unico strumento, le atmosfere sono assai variegate passando da momenti lirici ad altri caratterizzati da una maggiore fisicità con in primo piano sempre tecnica ed espressività

Antonio Sanchez & Migration – “Lines in The Sand” – Cam Jazz 7940-2
Come ho già avuto modo di esprimere in diverse occasioni, non credo molto nella musica “politica” vale a dire in quelle espressioni musicali che ancor prima del contenuto artistico pongono in evidenza quello politico. Ma, come ogni buona regola, anche questa soffre le sue brave eccezioni e “Lines in The Sand” è una di queste. In effetti l’album per specifica ammissione dello stesso batterista, si pone come uno specifico atto d’accusa contro la politica posta in essere da Donald Trump nei confronti degli emigranti che arrivano dal Messico, terra d’origine di Sanchez. Nel libretto che accompagna l’album, Sanchez dichiara di sentirsi un uomo fortunato perché la sorte, oltre a concedergli affetti familiari e un’istruzione gli ha consentito di vivere un quarto di secolo in un Paese che ha saputo accettare il suo talento. Purtroppo gli Stati Uniti di oggi non sono quelli del 1993 quando Antonio si stabilì a New York: alla Casa Bianca è la demagogia a dettar legge. Come accennavo credo fortemente all’onestà intellettuale di Sanchez in quanto dopo aver ottenuto quattro Grammy Awards, una nomina per un Golden Globe e aver collaborato con alcuni dei più grandi jazzisti di sempre (Chick Corea, Charlie Haden, Gary Burton, Toots Thielemans, Pat Metheny tra gli altri) non ha certo bisogno di ricorrere a certi mezzucci per affermare le proprie qualità. E d’altro canto la stessa musica da lui proposta in questo “Lines in The Sand” trasuda tristezza, protesta, ferma volontà di non accettare passivamente questo stato di cose. Dal punto di vista più strettamente musicale, quello proposto da Sanchez è un mix di jazz contemporaneo, rock, elettronica e altre influenze, il tutto declinato attraverso la bellezza delle linee melodiche e un perfetto equilibrio tra sonorità acustiche e suoni elettronici. In questo ambito particolarmente efficace risulta l’affiatamento del gruppo completato da John Escreet piano e tastiere, Matt Brewer al basso, Chase Baird al sax tenore, Thana Alexa alla voce sua compagna nella musica e nella vita, cui si aggiungono in due brani Nathan Shram alla viola e Elad Kabilio al cello.

Ida Sand – “My Soul Kitchen” – ACT 97362
E’ proprio vero che la musica non conosce confini e così eccoci in Svezia per apprezzare una vocalist svedese che canta con pertinenza soul e funky. Si tratta di Ida Sand accompagnata da “Stockholm Undeground” ovvero un quintetto all stars comprendente Jesper Nordenström organo Hammond, synt e tastiere, Henrik Janson chitarra elettrica, Lars DK Danielsson basso elettrico, Per Lindvall batteria e Magnus Lindgren sax tenore e baritono, flauti e clarinetto con in più alcuni ospiti illustri tra cui Nils Landgren trombone e vocale. In repertorio brani, tra gli altri, di Al Green, Stevie Wonder, Ray Charles e The Meters cui si aggiungono alcuni original della vocalist e reinterpretazioni, sempre in chiave soul, di composizioni firmate da John Fogerty e Mike Shapiro. Il risultato, come si accennava, è ottimo in quanto la Sand aderisce perfettamente ai canoni non solo estetici della soul-music. Le sue interpretazioni sono una palese dimostrazione di come ella ami questo genere musicale riuscendo a coglierne l’intima essenza. D’alto canto bisogna riconoscere che in Svezia il soul gode di molta popolarità e che altri artisti vi si sono dedicati con successo; come non ricordare, al riguardo, quel Nils Landgren che con la sua “Funk Unit”, per esplicita ammissione della stessa Sand, ha avuto una indiscussa influenza sul suo stile vocale. Comunque tornando alla Sand, questo suo quarto album si differenzia notevolmente dai precedenti in cui aveva esplorato le vie del jazz, del blues e del folk, coronando un vecchio sogno. In ciò perfettamente coadiuvata dai musicisti scelti per accompagnarla tra cui particolarmente rilevante il ruolo di Magnus Lindgren non solo come solista ma anche come arrangiatore delle parti riservate ai fiati.

Woody Shaw – “Tokyo ‘81” – Elemental 5990429
E’ il 7 dicembre 1981 e il trombettista-flicornista Woody Shaw si esibisce a Tokyo con
Steve Turre trombone e percussioni, Mulgrew Miller piano, Stafford James basso e Tony Reedus batteria. La session viene registrata e adesso è a disposizione di tutti noi. A chi conosce minimamente la storia del jazz, non sfugge l’importanza di Woody Shaw artista che forse non ha ottenuto tutti i riconoscimenti che avrebbe meritato. Nonostante una vita piuttosto breve – scomparve all’età di 45 anni – Woody è considerato da buona parte della critica l’ultimo musicista che sia riuscito ad elaborare un nuovo linguaggio improvvisativo sulla tromba. E queste registrazioni ne sono l’ennesima conferma. Woody suona magnificamente, senza un attimo di stanca, dando nuova linfa a pezzi già ultra battuti. Si ascolti, ad esempio, con quanta maestria interpreti il celeberrimo “’Round Midnight” di Monk perfettamente coadiuvato dal suo quartetto che evidenzia un’intesa difficile da non aggettivare come ‘perfetta’. Turre e Miller seguono le improvvisazioni del leader con il pianista che esplora tutte le possibilità armoniche insite nel brano e Turre che sfoggia il suo solismo così fluido e spesso contrastante con le asperità del linguaggio di Shaw. L’album presenta sette tracce di cui l’ultima, “Sweet Love Of Mine” dello stesso Shaw, registrata live a L’Aia il 14 luglio del 1985 dalla Paris Reunion Band comprendente, oltre al leader, Jimmy Woode al basso, Billy Brooks alla batteria, Kenny Drew al piano, Johnny Griffin al sax tenore, Nathan Davis al sax tenore e soprano, Slide Hampton al trombone e Dizzy Reece alla tromba.

Omar Sosa, Yilian Cañizares – “Aguas” – Otà Records
Il pianista cubano Omar Sosa si è fatto conoscere dal pubblico italiano grazie alle collaborazioni con Paolo Fresu. Abbiamo, quindi, imparato ad apprezzare un musicista colto, sensibile, che lavora quasi per sottrazione, un musicista che mai fa ricorso a virtuosismi puntando, piuttosto, a trasmettere stati d’animo, emozioni. Di qui un pianismo che accarezza le melodie con un andamento ritmico solo all’apparenza semplice ma in realtà mai banale e del tutto coerente con il contesto in cui si inserisce. E questo nuovo album non fa che confermare queste doti. Omar, nell’occasione, suona con la violinista e vocalist Yilian Cañizares, nata a L’Avana nel 1981, e il percussionista Inor Sotolongo, nato anch’egli a L’Avana nel 1971, ma oggi residente in Francia sin dal 2001. Omar e Yilian si sono conosciuti nel corso delle rispettive tournée nel vecchio continente e non c’è voluto molto per scoprire un idem sentire che li ha condotti alla realizzazione di questo album. In repertorio undici tracce scritte da Omar Sosa e Yilian Cañizares e riflette appieno le vedute musicali dei due artisti. Così se Omar Sosa non nasconde la nostalgia per la sua isola rivendicando l’importanza delle tradizioni musicali cubane da cui deriva la sua musica “contemplativa, piena di umiltà, dignità e pace”, la vocalist pone l’accento sulla necessità di “mettere da parte te stessa e il tuo ego” per far sì che la musica possa prendere vita. Così quanto si ascolta in “Aguas” è un mix perfettamente riuscito tra il jazz e la musica tradizionale cubana con qualche rimando anche alla musica classica. Sosa disegna un tappeto melodico- ritmico di rara e moderna lucentezza mentre la Cañizares dimostra di saper improvvisare sia con la voce sia con il violino. Prezioso anche il lavoro del percussionista Sotolongo mai invadente. Tra i vari brani particolarmente rilevanti “Milonga” impreziosito da un assolo di Sosa e ““La Respiracion”

Steve Tibbetts – “Life Of” – ECM 2599
Steve Tibbetts incise il suo primo album nel 1977; nel 1981 l’album d’esordio con la ECM; da allora il chitarrista è divenuto uno degli artisti più presenti nel catalogo della casa tedesca tanto da impersonare, si potrebbe dire, l’estetica voluta da Manfred Eicher. Un’estetica basata sulla raffinatezza, sulla purezza del suono, su una certa atmosfera ‘globalista’ con l’esplicito richiamo a popoli e strumenti esotici. E tutta la carriera di questo personaggio è stata caratterizzata da tali elementi, con la costante di una ricerca che mai si è soffermata sui traguardi raggiunti. Di qui un costante allargamento degli orizzonti musicali di Tibbetts che strada facendo ha trovato nel percussionista Mark Anderson un partner ideale cui, nell’occasione di quest’ultimo album (il nono per ECM), si aggiunge Michelle Kinney (cello, drone). Il risultato è ancora una volta eccellente. L’album si articola attraverso una serie di bozzetti che lasciano all’ascoltatore la possibilità di viaggiare con la fantasia e immaginare luoghi e situazioni. Così non mancano i riferimenti alla musica medioevale, al blues, ma anche a quei luoghi lontani del sud est asiatico, quali il Bali e soprattutto il Nepal dove ha lungamento soggiornato conoscendo il vocalist monaco buddista Chöying Dolma con il quale ha inciso due stupendi album intitolati “Chö” e “Selwa”. E ascoltando anche la musica di “Life Of” non si può non riconoscere come non solo i suoni, ma anche qualcosa di molto più profondo, insito nella spiritualità di quei luoghi, sia rimasta per sempre impressa nell’anima del chitarrista del Minnesota. Anche di qui la ricchezza espressiva della sua chitarra Martin a 12 corde mentre il piano assume spesso coloriture simili ad un gamelan; immancabili alcune campionature che richiamano gong balinesi. Come già accennato, fondamentale anche l’apporto del percussionista Mark Anderson che introduce elementi ritmici tutt’altro che consueti mentre la Kinney, per utilizzare le stesse parole di Tib betts “è capace di portare la struttura musicale del brano come su una nuvola”.

Mark Turner, Ethan Iverson – “Temporary Kings” – ECM 2583
Sicuramente uno dei dischi più interessanti che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi mesi. Uno accanto all’altro un grandioso tenor-sassofonista quale Mark Turner che abbiamo imparato a conoscere sia per le numerose collaborazioni con gruppi di eccellenza quali il Billy Hart Quartet (in cui suonava anche Iverson), e il trio con il bassista Larry Grenadier e il batterista Jeff Ballard, sia per i progetti che lo hanno visto leader, ed un pianista quale Ethan Iverson che ha raggiunto eccezionali livelli di notorietà (assolutamente meritati) con i “Bad Plus” da cui si è staccato negli ultimi tempi. Questa formula del duo senza sezione ritmica è particolarmente rischiosa in quanto praticamente i due artisti sono costretti a muoversi senza rete, inerpicandosi per sentieri impervi da loro stessi immaginati e costruiti. Di qui una musica che definire cameristica non è certo una forzatura: le influenze del cool-jazz sono evidenti – e non solo per la riproposizione di un brano di Warne Marsh, “Dixie’s Dilemma” – così come evidenti appaiono i richiami alla musica colta del Novecento. Tutto ciò crea un’atmosfera generale del tutto atipica e intrigante, grazie anche ad una continua ricerca timbrica e ad un contrapporsi di linee tracciate dai due musicisti che mai scadono nel banale. In repertorio, oltre al già citato brano di Marsh, sei pezzi del sassofonista e due del pianista, tutti declinati attraverso una profonda intesa che trova, forse, nel pianismo di Iverson il suo maggior punto di riferimento. Gli interventi pianistici sono sempre perfetti quanto a tempismo e coerenza con il discorso che si vuol portare avanti, dando così a Turner l’opportunità di librarsi leggero, etereo con il suo bellissimo sound.

Innarella, Gallo, Baron e la musica di Albert Ayler


Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI

Jazz in Cantina, 22 novembre, ore 21:30

Ayler’s Mood

Pasquale Innarella, sax tenore e soprano
Danilo Gallo, basso semiacustico
Ermanno Baron, batteria

Come molti lettori sanno, a volte mi allontano dal circuito “ufficiale” del Jazz, e vado in posti un po’ defilati, dove si può ascoltare musica live in un contesto inusuale.
Così vengo a sapere da un evento fb che Pasquale Innarella, sassofonista da me molto apprezzato da sempre, annuncia un suo concerto a Jazz in Cantina, zona Quarto Miglio, Roma. Musica improvvisata, ispirata ad Albert Ayler. Al basso Danilo Gallo, alla batteria Ermanno Baron. E’ curioso, non è la prima volta che incontro Danilo Gallo e Ermanno Baron in posti come questi: li avevo ascoltati infatti in un laboratorio di riparazione di pianoforti, zona Pigneto, insieme ad Enrico Zanisi, con il progetto EDE. Una nota a margine su cui (positivamente) riflettere.

Entro in uno scantinato ampio, accogliente, caldo, con le pareti in mattoncini e le foto dei Jazzisti alle pareti, qualche locandina, un piccolo banco bar, un palco con le sedie allineate davanti e improvvisamente mi sembra di essere a New York, non a Roma .
Il proprietario di questa piccola cantina, Roberto Scarabotti, è un appassionato di quelli che traducono la loro passione in tangibilità. Un locale dove ascoltare musica, ingresso libero, offerta libera (che al termine delle performance sei felicissimo di lasciare, per gratitudine ). Al termine del concerto la moglie di Roberto offre un piatto caldo per gli ospiti della serata . Un posto assurdo, a sé stante, uno di quei posti che ti riportano alla musica dal vivo con i musicisti ad un palmo, e che hanno concorso, a suo tempo, a farti innamorare del Jazz.

E il Jazz, inteso come proposizione di musica nuova, estemporanea, improvvisata, è ciò che ho ascoltato a Jazz in cantina.
Albert Ayler è lo spunto. L’ispirazione dicevamo, e lo spiega Innarella parlando di un ascolto alla radio fulminante, da ragazzino, evento quasi fortuito che ha visto nascere l’inizio del suo Jazz come musicista: ma questo geniale sassofonista non viene riproposto in forma di “standard” o “cover”. In realtà Ayler emerge a tratti durante un flusso di musica improvvisata in cui di volta in volta a guidare è il sax, o il basso, o la batteria, o in cui i tre si compattano in un unico suono, cangiante e intenso.
Cosa è accaduto durante questo concerto? Centinaia di cose, di cui alcune provo a dire, basandomi sulle pagine di appunti che ho preso freneticamente, senza fermarmi mai.

Si parte proprio da una intro di Innarella. Il basso di Gallo entra come un pendolo sonoro, la batteria è soffice, Baron sceglie i mallets per percuotere pelli e metallo.
L’armonia che ti immagineresti sottesa al sax viene scardinata implacabilmente dalle note del basso, che a tratti ti illude di rientrare in canoni usuali toccando dominante e tonica: ma sempre per molto poco. E soprattutto è il timbro grave, pastoso, vibrante dello stesso basso a destabilizzare, a creare l’elemento espressivo che determina la direzione del flusso. L’assottigliamento armonico lascia spazio ad un inspessimento timbrico che regala un senso di pienezza: non si rimpiangono, dunque, gli accordi mancanti.

Innarella, Gallo e Baron alternano momenti corali particolarmente intensi ad episodi in cui è uno solo a reggere quel filo di musica che non smette mai: in questi casi il basso può inaspettatamente tramutarsi in chitarra, e dialogare con la batteria, la cui cassa fa le veci di una ulteriore corda nel registro grave. Oppure può capitare che il sax emetta note lunghe, ruvide su un ostinato di basso che fa da sfondo, magari insieme alla batteria che lo doppia (o è il basso che doppia la batteria? )
Si passa da momenti minimali e tenui, ad ondate sonore poderose, e ancora a soste quasi silenziose, quasi come a riprendere fiato dopo una corsa disperata, per poi ritornare al clima evocativo di una melodia malinconica, in cui le note del basso, nel loro avvicendarsi, rimangono tenute a lungo, sovrapponendosi in una infinita e suggestiva serie di armonici. Innarella usa il suo sax come una vera e propria voce, parlando, cantando, urlando, battendo il tempo. Baron usa conchiglie, spazzole, mallets, bacchette e crea effetti di ogni tipo. Gallo usa ogni centimetro del suo basso, compreso il legno, e ottiene qualsiasi tipo di suono occorra a creare un’atmosfera inaspettata.

E se un attimo prima l’aria era colma di armonici, tutto era soffuso e senza spazio e tempo, improvvisamente i singhiozzi del basso, l’incalzare delle bacchette sui ride e le frasi spezzate del sax riportano tutto ad un qui e ora che non permette straniamento, e che è il prologo ad una nuova esplosione di volumi e di suono, che si concretizzano in una Marsigliese polemica, ironica, giunta chissà perché e chissà da dove nel sax di Pasquale Innarella. Parte una rumba giunta chissà perché e chissà da dove negli accordi del basso di Danilo Gallo ( e nella batteria di Ermanno Baron ) , e all’inizio tutto sembra tonalmente regolare, fino a quando quegli accordi non diventano atonali e destrutturanti.

Anche nel secondo set Danilo Gallo comincia con giri armonici noti lasciando gradatamente l’usuale dietro di sé, espandendo, comprimendo le strutture. Anche nel secondo set Pasquale Innarella gioca con citazioni, reminiscenze, contrasti tra registro grave e acuto. Anche nel secondo set Ermanno Baron è cangiante, propositivo, adattabile e assertivo, tutto e il contrario di tutto.
Questo significa che tutto il concerto è un susseguirsi di svolte inaspettate. Ma niente è casuale: improvvisare non significa certo suonare quello che capita.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

I concerti basati quasi interamente sull’improvvisazione libera possono avere su di me effetti molto differenti.
Spesso ho cercato di capire perché a volte io ne rimanga entusiasta mentre altre (senza mezzi termini) mi annoi a morte. Dipende certamente anche da me, dal mio background. Può dipendere dai musicisti, dal loro modo di porsi e di comunicare con il pubblico, o con me in particolare.

Però, andando un po’ a scavare nelle mie sensazioni, posso dire che amo l’improvvisazione quando essa non è dettata dal caso (suoniamo come ci pare a prescindere da tutto) o mera dimostrazione di forza, ma è invece frutto di un istinto molto intenso, guidato da una musicalità altrettanto forte, armonizzati entrambi dalla volontà di comunicare qualcosa di profondo, o sentito, o pensato e reso percettibile con la musica. Il che può avvenire inconsapevolmente: però avviene. E’ un’urgenza espressiva cui il musicista risponde.

Quando mi pare di riconoscere queste caratteristiche? Quando mi accorgo che tutto ciò che accade sul palco è armonioso, equilibrato, pur negli apparenti squilibri di un urlo o di una asprissima dissonanza.
In questo omaggio ad Albert Ayler, artista che trapela nell’energia, nella sistematica ricerca di sprazzi melodici – nonostante essi vengano poco dopo costantemente destrutturati – i musicisti hanno sempre ottenuto un affascinante bilanciamento del flusso sonoro. Il placarsi quasi onirico di un suono travolgente e adrenalinico arriva al momento opportuno, come per una tregua benefica.
Un ostinato di basso appare quando il sax corre freneticamente con fraseggi funambolici, esaltandolo ma non sovrapponendosi ad esso.
Una raffica tribale di battiti della batteria è sottolineata ad arte da una nota lunga del sax e da un vibrare potente del basso.
Tutto questo non è studiato strategicamente a tavolino né buttato lì come viene, ma improvvisato da chi sa fare musica avendo come fine la musica. Non l’esibizione muscolare con l’unico fine di stupire il pubblico, o del contraddire per partito preso qualcosa di già ascoltato e ritenuto dunque aprioristicamente banale.
E’ molto probabile che gli artisti sul palco di Jazz in Cantina mi riterranno un po’ squilibrata leggendo la descrizione che ho fatto della loro musica: loro suonavano estemporaneamente, io ascoltavo con attenzione, cercando un senso a ciò che accadeva. E sono uscita da Jazz in Cantina con la convinzione, ancor più rafforzata  di prima, che bisogna saper improvvisare: per farlo occorre istinto, poi serve lasciarsi andare, ascoltarsi reciprocamente, non ultimo saper suonare (e sì, bisogna essere bravi, le mani devono saper tradurre in suoni gli impulsi, le idee) … bisogna, in una parola, essere Musicisti nel senso più profondo del termine.
Spero in un disco di questo progetto. Anzi, lo caldeggio.

Qui di seguito potete ammirare gli scatti di Adriano Bellucci, che testimoniano l’atmosfera di una serata notevole, in un posto notevole, con un notevole trio sul palco.