I nostri CD.

Cari amici, come promesso, eccomi dopo le vacanze estive, quest’anno piuttosto particolari, con la solita nutrita rubrica dedicata alle novità discografiche. Come vedrete ce n’è davvero per tutti i gusti: dal jazz canonico a quello più sperimentale, dal jazz per big band a quello per combo, dal jazz strumentale a quello vocale. Non mi resta, quindi, altro che augurarvi buon ascolto.

Aldo Bagnoni – The Connection – Alfa Music
“The Connection” è il nuovo album di Aldo Bagnoni. Il batterista e compositore barese si ripresenta al suo pubblico alla testa di un quartetto completato da altri tre musicisti pugliesi, il polistrumentista Emanuele Coluccia, il contrabbassista Giampaolo Laurentaci e il tastierista Mauro Tre. In repertorio dieci brani di cui nove originali e l’arrangiamento di un pezzo popolare lucano. Particolare tutt’altro che trascurabile, una tantum il titolo rispecchia abbastanza fedelmente la musica che vi si ascolta; in effetti Bagnoni e compagni propongono un jazz che entra in specifica connessione con altri linguaggi: ecco quindi affacciarsi un’atmosfera tanguera nella linea melodica di “Clarabella”, un qualche riferimento a melopee seppur vagamente orientaleggianti in “Eternal Returns” con in bella evidenza il pianismo di Mauro Tre mentre Giampaolo Laurentaci si fa apprezzare in “The Dolmen and The See” brano che si può ascrivere alle correnti più attuali del jazz, una puntata nell’atonale, un’incursione nel folk con “Lipompo’s Just Arrived”… fino al conclusivo “Clarabella – Epilogo” e “The Connection” è servita nel migliore dei modi. Volendo esprimere un giudizio complessivo sull’album, direi che si tratta di un volume innanzitutto ben congegnato e altrettanto ben eseguito da tutti i musicisti, ma soprattutto coraggioso, una realizzazione che non ha alcun timore a distaccarsi dalle mode oggi prevalenti per proporre esclusivamente quella musica che si ritiene corrispondente ai propri principi non solo estetici. D’altro canto conoscendo Bagnoni non v’è alcun dubbio sul fatto che questi principi abbiano sempre indirizzato la sua esistenza e non solo di musicista.

Danilo Blaiotta Trio – “Departures” – Filibusta Records
Il pianista Danilo Blaiotta, il contrabbassista Jacopo Ferrazza e il batterista Valerio Vantaggio sono i protagonisti di questo album uscito il 15 maggio per l’etichetta Filibusta. Il trio, formato nel 1917, è composto da musicisti dell’area romana accomunati da un profondo interesse per la musica classica testimoniato dal fatto che sia il leader, sia il contrabbassista possono vantare approfonditi studi di pianoforte classico. In particolare Blaiotta ha studiato, tra l’altro, diversi anni con il maestro Aldo Ciccolini e negli anni dal 2010 al 2012 si è esibito in recital monografici dedicati a Chopin, Liszt e Debussy per la celebrazione della nascita dei tre compositori. Ed è proprio questa l’impronta che caratterizza tutto l’album, un profondo amore per la musica classica declinato attraverso un linguaggio jazzistico non particolarmente originale ma comunque ben lontano dalla banalità. In repertorio sei brani originali composti da Blaiotta che denota una buona capacità di scrittura anche per il giusto equilibrio tra parti scritte e parti improvvisate; accanto a questi original figurano “Gioco d’azzardo” di Paolo Conte, “There Will Never Be Another You” di Warren e Gordon e “Solar” di Miles Davis. In quest’ambito i pezzi più interessanti sono “The Devil’s Kitchen” con le sue due sezioni ben distinte, “Into The Blue” caratterizzato da una suadente linea melodica ben espressa anche dal contrabbasso di Ferrazza mentre “Solar”, impreziosito da una convincente intro, è porto con sincera partecipazione senza alcuna voglia di strafare nel mantenere l’originaria bellezza del brano davisiano.

Maurizio Brunod – “Ensemble” – Caligola
Una premessa di carattere personale: conosco Brunod da parecchi anni e ho avuto il piacere di averlo mio ospite durante una delle mie “Guide all’ascolto”. E’ quindi con grande piacere che vi presento questo album dal sapore del tutto particolare. In effetti per festeggiare il suo cinquantesimo compleanno e i trent’anni di carriera il chitarrista ha realizzato un progetto speciale reinterpretando alcune delle sue composizioni, dagli esordi fino ad oggi. Per far ciò ha chiamato accanto a sé due giovani talenti del jazz piemontese, il pianista Emanuele Sartoris ed il contrabbassista Marco Bellafiore, cui sono stati affiancati come special guest in alcuni brani Daniele Di Bonaventura al bandoneon e Gianluigi Trovesi al sax alto e clarinetto. Il risultato è eccellente, senza se e senza ma. La musica scorre fluida, sempre piacevole, a tratti venata da una certa malinconia seppur mai inutilmente sdolcinata. E il trio, senza batteria, si muove perfettamente a suo agio nel contesto disegnato e voluto dal leader. Quanto al ruolo dei due ospiti, risulta anch’esso di grande spessore. Basti ascoltare, ad esempio, “Stinko Tango” in cui il bandoneon gioca un ruolo di primissimo piano e “Urban Squad” con un Trovesi che, con accorte pennellate, dimostra di non aver perso un’oncia della sua inimitabile statura artistica. Dal canto suo il leader dimostra di aver raggiunto una completa maturità sia come chitarrista sia come compositore quale ciliegina su una torta che lo ha visto collaborare con alcuni dei massimi esponenti del jazz nazionale e internazionale quali Enrico Rava, Miroslav Vitous, John Surman, Tim Berne.

Marcella Carboni Trio – “This Is Not A Harp” – barnum
Conosco e seguo Marcella Carboni sin dagli inizi della sua strepitosa carriera e l’ho sempre considerata una fuoriclasse, fuoriclasse perché è riuscita ad inserire in territorio jazzistico uno strumento certo non usuale coma l’arpa che tecnicamente padroneggia con estrema sicurezza, una fuoriclasse perché ha elaborato un fraseggio assolutamente personale, una fuoriclasse perché sta evidenziando una verve compositiva non comune. E questo album, registrato in trio con altri due giganti del jazz italiano quali Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria conferma appieno quanto sin qui detto. I tre si muovono con grande empatia lungo un repertorio costituito da 12 brani composti dai tre artisti, in massima parte dalla stessa Carboni. Particolarmente significativo il titolo dell’album: come spiega la stessa Marcella tutti si attendono un’arpa angelica, magica e rilassante mentre questa “non è un’arpa: è la mia voce, il mio suono. È uno strumento che sa graffiare, sa avere ritmo, groove”. E come darle torto. Il sound che la Carboni riesce a trarre dal suo strumento è davvero ben lontano da quello cui siamo abituati, come se ci si trovasse dinnanzi ad un classico trio piano-batteria-contrabbasso in cui tutti e tre gli strumenti hanno un’eguale importanza. All’interno del CD si trova una password che dà la possibilità di scaricare una vera e propria estensione del disco con contenuti extra tra cui tre pillole di improvvisazione inedite: “Time Transfixed” (M.Carboni /S.Bagnoli), “The False Mirror” (M.Carboni /P.Dalla Porta) e “The Empire of Lights”

Avishai Cohen – “Big Vicious” – ECM
Ritroviamo il carismatico trombettista Avishai Cohen alla testa del suo gruppo “Big Vicious” costituito circa sei anni addietro quando fece ritorno in Israele suo Paese natale dopo aver a lungo soggiornato negli States. A completare la formazione ci sono Uzi Ramirez chitarra, Aviv Cohen batteria, Yonatan Albalak chitarra e basso, Ziv Ravitz percussioni e live sampling. Questi musicisti, come spiega lo stesso Cohen, non provengono tutti dal jazz ma hanno alle spalle esperienze le più diversificate, dall’elettronica all’ ambient music, dalla musica psichedelica al rock, al pop…fino al trip-hop. Insomma un miscuglio di stili, di linguaggi che sapientemente mescolati dal leader, danno vita ad una miscela di sicuro interesse. Insomma qui non siamo nel campo del jazz propriamente detto, del jazz classico, ma ascoltiamo qualcosa se volete di più complesso, difficile da definire. Ad esempio un brano come “King Kutner” caratterizzato da un’orecchiabile linea melodica e da un andamento armonico-ritmico assai marcato non scandalizzerebbe i seguaci del pop di qualità. Ma subito dopo troviamo sia un omaggio a Beethoven con “Moonlight Sonata”, sia un brano dei Massive Attack “Teardrop” (particolarmente indovinato l’arrangiamento) sino a giungere al pezzo di chiusura, “Intent” che ci riporta su terreni più prettamente jazzistici. Il tutto illuminato dagli interventi del leader (lo si ascolti ad esempio in “Fractals”) che si stagliano come lacerti illuminanti in un ambiente musicale dai mille colori, dalle mille sfumature con un repertorio ben scritto, ottimamente arrangiato e altrettanto ben eseguito, con tutti i musicisti messi nelle migliori condizioni per esprimere appieno il proprio potenziale.

Maria Pia De Vito – “Dreamers” – Via Veneto Jazz, Jando Music
Credo che nessuno avrà da obiettare se dico che attualmente Maria Pia De Vito è una delle più interessanti vocalist che il mondo del jazz internazionale possa annoverare. Napoletana di carattere, anno dopo anno mai si è fermata continuando a studiare, a sperimentare con passione e quella curiosità che fanno di un musicista un vero artista. E quest’ultima fatica discografica non fa che confermare quanto detto. Maria Pia è coadiuvata da Julian Oliver Mazzariello al piano, Enzo Pietropaoli al contrabbasso, Alessandro Paternesi alla batteria cui si aggiunge in “The Lee Shore” Roberto Cecchetto alla chitarra. Il titolo “Dreamers” (“Sognatori”) si riferisce a quanti con le loro melodie hanno saputo raccontare e fors’anche prevedere le vicende della società statunitense…e non solo. E così in cartellone ritroviamo nove brani che rappresentano una sorta di breve catalogo di canzoni icone del songwriting d’oltreoceano, firmate da Paul Simon, David Crosby, Bob Dylan, Tom Waits e soprattutto Joni Mitchell di cui la De Vito ripropone ben tre pezzi; e la cosa non stupisce dato che Maria Pia aveva già affrontato il repertorio della Mitchell nel precedente «So Right» (Cam Jazz). Io credo che la cifra stilistica dell’album consista nella grande personalità dell’artista che riesce ad esplorare ogni brano sin nelle più intime pieghe così da farlo proprio e riprodurlo in modo personale con assoluta padronanza. E la cosa è ancora più rilevante ove si tenga conto che non si tratta certo di brani facili e che moltissimi li conoscono nelle loro versioni originali per cui non è difficile effettuare paragoni. Alla perfetta riuscita dell’album contribuiscono in maniera forte gli arrangiamenti scarni, essenziali, con una particolare attenzione alle dinamiche, il tutto nel pieno rispetto dell’originario spirito dei brani. E a proposito di quest’ultimi, fermo restando che vanno tutti ascoltati con la massima attenzione, mi piace sottolineare le interpretazioni di “Chinese Cafè” e “Carey” ambedue di Joni Mitchell; il primo brano presenta uno straordinario cambio di atmosfere e il mirabile inserimento di un inserto tratto da “Unchained Melody” mentre in “Carey” si possono apprezzare, tra l’altro, i vocalizzi scat della De Vito. Ultima considerazione, di certo non secondaria, la perfetta pronuncia inglese della vocalist.

Alessandro Fabbri – «Five Winds» – Caligola
Prima di entrare nel merito di questo interessante lavoro, consentitemi ancora una volta una riflessione del tutto personale: è da molto tempo che non incontro Alessandro Fabbri e così, quando ho visto la fotografia del settetto contenuta nella copertina dell’album, ho stentato a riconoscere il batterista fiorentino. Segno evidente che la mia memoria, almeno per quanto riguarda il riconoscimento facciale, denota qualche problema. Viceversa l’udito è rimasto perfetto e così ho avuto modo di percepire appeno tutte le qualità di questo “Five Winds”. Si tratta del quarto disco da leader di Fabbri per Caligola, sette anni dopo «StrayHorn». Il gruppo presenta un organico tutt’altro che usuale dal momento che accanto al leader figurano Guido Zorn al contrabbasso, e poi una straordinaria batteria di fiati: Davide Maia al bassoon, Elia Venturini al corno francese, Simone Santini sax alto, sopranino, oboe e EWI, Sebastiano Bon flauto, flauto alto e basso, e il sempre grandioso Pietro Tonolo ai sax tenore e soprano. Il repertorio si incentra su sei composizioni di Fabbri con l’aggiunta di “Four Winds” di Dava Holland, “No Baby” di Steve Lacy e “Silent Brother” di Luca Flores, queste ultime rivisitate alla luce della personalissima visione del leader. Dalla composizione del gruppo si evince facilmente come una delle caratteristiche principali dell’album sia l’ampia tavolozza cromatica che, unitamente all’assenza di uno strumento armonico, rende possibile l’articolazione della musica su una struttura contrappuntistica con evidenti e inevitabili richiami ai grandi del cool-jazz. Insomma, come si accennava in apertura, un lavoro di gande spessore e artisticamente molto interessante.

Jimmy Greene – “While Looking Up” – Mack Avenue
Era il 14 dicembre 2012 quando Adam Lanza, di 20 anni, dopo essersi introdotta presso la Sandy Hook Elementary School, di Sandy Hook, borgo della città di Newtown in Connecticut (USA), aprì il fuoco causando la morte di 27 persone, 20 delle quali bambini di età compresa tra i 6 e i 7 anni, suicidandosi prima dell’arrivo della polizia. Tra le vittime c’era anche Ana Márquez-Greene figlia del sassofonista Jimmy Greene il quale, entrato in studio nel marzo del 2019, registrò “While Looking Up” ispirato a questa tragedia ma anche al caos del mondo contemporaneo. Greene è accompagnato da Aaron Goldberg al pianoforte e Rhodes, Stefon Harris a marimba e vibrafono, Lage Lund alla chitarra, Reuben Rogers al contrabbasso e Kendrick Scott alla batteria. In repertorio dieci composizioni molte originali dello stesso Greene, declinate attraverso un linguaggio prettamente jazzistico in cui si avvertono, evidenti, influssi gospel. Particolarmente interessante “No Words” in cui, su un tappeto ritmico che sembra riprodurre i battiti di un cuore, Greene si esprime con note quasi dolenti che ben si attagliano a quanto in precedenza detto. E il ricordo della tragedia è ancora richiamato in “April 4th”, data di nascita della figlia, una sorta di inno in cui all’assolo del leader fa seguito un magistrale intervento di Stefon Harris al vibrafono. Interessante e convincente anche la riproposizione di “I Wanna Dance With Somebody (Who Loves Me)” portato al successo da Whitney Houston; Greene la interpreta a tempo lento ben sostenuto dal pianismo sempre essenziale di Aaron Goldberg

Connie Han – Iron Starlet – mack avenue
E’ uscito il 12 giugno per la Mack Avenue “Iron Starlet”, il secondo album della pianista americana di origine cinese, Connie Han, alla testa del suo trio completato da Ivan Taylor al contrabbasso e Bill Wysaske nella triplice veste di batterista, produttore e direttore musicale. Ai tre si aggiungono, in alcuni brani, Walter Smith III al sax e Jeremy Pelt alla tromba a costituire un sestetto di sicuro impatto. In repertorio dieci brani tra cui “For th O.G.”, in memoria di McCoy Tyner. Ciò premesso occorre sottolineare come dal punto di vista tecnico la Han sia fortissima così come aveva dimostrato nel precedente album del 2018 “Crime Zone”: la pianista e compositrice ha ben introitato la lezione dei grandi del jazz, da McCoy Tyner a Hank Jones senza dimenticare artisti più moderni quali Kenny Kirkland e Jeff “Tain” Watts. Di qui un pianismo ricco, spumeggiante, con una diteggiatura velocissima e una buona indipendenza tra le due mani che ben si ancora alla costante pulsazione di una sezione ritmica eccellente. Il tutto impreziosito dai due fiati che innervano la musica di una certa raffinatezza e di un’ulteriore forza d’impatto. Si ascolti come il trombettista Jeremy Pelt conduce le danze nella title tracke prima che la pianista prenda in mano le redini della situazione o come tromba e sax tenore duettino all’inizio del successivo “Nova” in cui la leader suona il Fender Rhodes. Tra gli altri brani da segnalare ancora il già citato “For th O.G.” con la pianista in grande spolvero e particolarmente efficace anche sul piano espressivo e il delicato valzer “The Forsaken” della stessa Han eseguito ancora in trio con Bill Wysaske in bella evidenza.

Frank Martino – “Ego Boost” – Auand
Il sound è sicuramente l’elemento distintivo di questo album del chitarrista, compositore e produttore, Frank Martino che evidenzia ancora una volta come le sue fonti di ispirazione non vadano ricercate solo nel jazz ma anche (se non forse soprattutto) nel rock e nell’elettronica. In effetti questo terzo album del suo progetto Disorgan, attivo dal 2015, si muove lungo coordinate caratterizzate da un forte impianto ritmico e come si accennava in apertura dalla ricerca di un sound particolare, piuttosto duro, ricercato attraverso le diverse soluzioni che l’organico può offrire. E questo risultato non sarebbe stato possibile se non vi avessero contribuito in maniera determinante tutti i musicisti scelti da Martino, vale a dire il sassofonista Massimiliano Milesi, Claudio Vignali (tastiere) e Niccolò Romanin (batteria) mentre in alcuni brani Martino abbandona la sua fida chitarra a 8 corde per passare al basso. In repertorio 7 brani, tutti a firma di Martino, eccetto ‘Trees of Silence and Fire’ (Milesi/Vignali), che denotano un’intima coerenza data l’assoluta aderenza al progetto da parte dell’intero gruppo che, importante ripeterlo, ha svolto un incredibile e apprezzabile lavoro a livello di suono rendendo inutile il lavoro di post-produzione. Particolarmente rilevante il ruolo svolto da Martino che questa volta piuttosto che porsi in primo piano ha preferito mettersi a servizio del gruppo, pur non disdegnando interessanti sortite solistiche come in “Fring”.

Lorenzo Miatto – “Civico 19” – Caligola
Album d’esordio come leader per il veneto Lorenzo Miatto, specialista del basso elettrico, coadiuvato da altri due musicisti dell’area veneta, il chitarrista Nicola Privato e il batterista Niccolò Romanin. Miatto si presenta al pubblico del jazz nella triplice veste di leader, strumentista e compositore (nove brani su dodici sono suoi), e in tutte e tre le vesti Miatto se la cava più che egregiamente. Come bassista Miatto ha completato i suoi studi al Conservatorio di Adria sotto la guida di Paolo Ghetti ed è anche membro dell’orchestra nazionale di jazz diretta da Pino Jodice e Riccardo Luppi; come leader dimostra di saper guidare il trio con mano ferma e competente; infine come compositore evidenzia un notevole gusto per linee melodiche suadenti e originali. E questo della ricerca della melodia è una costante di tutto l’album; non a caso il brano che si stacca più nettamente dal resto, con un andamento più ruvido, spigoloso è “The Pretender” un brano dei Foo Fighters rivisitato in forma originale. Per il resto il trio si muove su coordinate ben precise, sempre dettate dal leader che si riserva quattro brevi interventi in completa solitudine (“Con calma # 1,2,3,4), lasciando per il resto ampio spazio ai compagni di strada per esprimere appieno le proprie potenzialità. Si ascolti al riguardo “Whirlwinds” e “Shapes” due composizioni del chitarrista caratterizzate da una bella accentuazione ritmica-armonica mentre in “Storie di sempre” ritorna in auge la linea melodica privilegiata dal leader.

Jean-Louis Matinier, Kevin Seddiki – « Rivages » – ECM
Grande musica quella contenuta in questo album realizzato in duo dai musicisti francesi Jean-Louis Matinier all’accordion e Kevin Seddiki alla chitarra. Lo riconosco: questo giudizio potrebbe essere falsato dalla mia predilezione per la fisarmonica tuttavia non credo di essere molto lontano dal vero nell’affermazione di cui in apertura. In effetti non possono sussistere dubbi sulla statura artistica di Matinier testimoniata, ampiamente, dalle precedenti prove per la stessa ECM. Si ascoltino le precedenti registrazioni con i gruppi di Anouar Brahem, Louis Sclavis e François Couturier e in duo con Marco Ambrosini. Adesso si ripresenta protagonista di una nuova impresa, un altro duo con il chitarrista Kevin Seddiki che nell’occasione debutta in casa ECM. Seddiki può vantare una robusta preparazione tecnica avendo studiato chitarra classica con Pablo Marquez dopo di che ha lavorato con molti improvvisatori non solo nel campo del jazz. Questa trasversalità culturale viene qui assai ben declinata attraverso un repertorio che accanto a traditional quali “Greensleeves” comprende brani classici come “Les Berceaux” di Gabriel Fauré fino a giungere a composizioni e improvvisazioni di grande suggestione. Comunque a prescindere dai singoli brani è tutto l’album che si lascia ascoltare con interesse dal primo all’ultimo istante. La musica fluisce in maniera naturale, senza forzature, respirando al ritmo dei mantici di Matinier che ben si accordano con il sound così caratteristico della chitarra di Seddiki. Quest’ultimo evidenzia una spiccata predilezione per la tecnica percussiva derivante anche dal fatto che il chitarrista ha studiato e collaborato con il percussionista francese di origine persiana Bijan Cherimani, specialista dello zarb (tamburo di calici proveniente dalla Persia).

Wolfgang Muthspiel – “Angular Blues” – ECM
Il chitarrista austriaco Wolfgang Muthspiel si ripresenta all’attenzione del pubblico e della critica del jazz alla testa del suo trio completato da Scott Colley contrabbasso, che ha preso il posto di Larry Grenadier presente in precedenti album di Muthspiel e Brian Blade alla batteria. In programma due standard (“Everything I Love” di Cole Porter, “I’ll remember april” di Gene de Paul, Don Ray e Patricia Johnston), e sette original del leader tra cui “Solo Kanon in 5/4”, eseguito da Muthspiel in solitudine. Si tratta del quarto album registrato dal chitarrista per ECM e ancora una volta ci restituisce un artista maturo, perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi, che sa transitare con estrema disinvoltura dalla chitarra acustica a quella elettrica, tanto che senza un ascolto più che attento non è possibile stabilire quando venga utilizzato l’uno o l’altro strumento. Ciò detto occorre però aggiungere che l’album soffre di una certa staticità frutto da un canto di un repertorio non particolarmente originale e dall’altro di una eccessiva omogeneità di sound. Evidentemente ciò non disturberà più di tanto gli amanti della chitarra, ma il vostro recensore da un artista quale Muthspiel si attende qualcosa di più specie dal punto di vista del coinvolgimento.

Noukilla – “Soley” – Naxos
Con questo album usciamo decisamente fuori dal seminato in quanto di jazz c’è solo qualche lieve sentore: si tratta, in effetti, di musica tradizionale, popolare ma densa di significato. E’ un sentito tributo che il gruppo Noukilla rivolge al proprio Paese, l’Isola Mauritius. Com’è facile immaginare, il ritmo la fa da padrone così come la gioia di suonare e l’allegria mentre, almeno per quanto mi riguarda, le linee tematiche riportano alla mente quello ‘zouk’ che negli anni ’90 furoreggiava in Martinica tra la popolazione autoctona. In questo caso è una sorta di mélange tra sega e seggae. E per trovare le origini della musica sega bisogna andare molto indietro nel tempo in quanto la stessa venne creata dagli schiavi creoli; proprio per questo in Mauritius venne pubblicamente disprezzata fino agli anni ‘60 quando finalmente fu adottata come musica nazionale. Negli anni ‘90, un rastafari mauritiano, conosciuto come Kaya, dal celebre album di Bob Marley, innervò la sega con elementi di reggae, creando così il seggae. Nonostante sia morto nel 1999 in circostanze rimaste misteriose, molti artisti mauritiani continuano a rendergli omaggio e a creare una musica – come evidenzia anche questo “Soley” – che risente della sua influenza. Un’ultima notizia di cronaca: la copertina dell’album ritrae un ex residente dell’isola, sicuramente il più celebre, l’uccello Dodo; endemico dell’isola non poteva volare, si nutriva di frutti e nidificava a terra. Si estinse rapidamente nella seconda metà del XVII secolo in seguito all’arrivo sull’isola dei portoghesi e degli olandesi.

Francesco Polito – “Trip” – Alfa Music
Qui siamo in ambiente dichiaratamente ‘smoothjazz’, quindi niente ardite sperimentazioni, né linguaggi particolarmente astrusi ma la voglia, grande, di suonare ciò che piace, al meglio delle proprie possibilità. In effetti, se dal punto di vista compositivo l’album potrebbe far storcere il naso a quanti pretendono sempre qualcosa di nuovo, dal punto di vista esecutivo nulla si può rimproverare al gruppo guidato da Francesco Polito, al suo esordio discografico da leader ma musicista già ampiamente rodato anche perché nasce in una famiglia di musicisti ben nota in quel di Sala Consilina. Il sassofonista guida un gruppo ad organico variabile in cui figurano Enzo Polito alle tastiere-sint e accordion, Roberto Polito batteria e percussioni, Frank Marino basso, Silvio De Filippo chitarra, Gianfranco Cloralio chitarra, Massimo Romano Chitarra. In programma nove brani tutti composti da Francesco Polito da solo o in cooperazione con gli altri due Polito, cui si aggiunge, in chiusura, “A testa in giù di Pino Daniele”. Il leader suona sax tenore, sax alto e sax soprano evidenziando un’ottima preparazione strumentale che gli consente di passare con disinvoltura da uno strumento all’altro, dimostrando così di aver ben interiorizzato la lezione dei maggiori esponenti del genere quali Jenni K. I compagni d’avventura non sono da meno cosicché il gruppo, come accennato, risulta ben assortito. I brani sono tutti contrassegnati da una felice linea melodica anche se personalmente preferiamo i pezzi in cui è presente la fisarmonica, vale a dire “In Your Eyes”, “Martina” e il già citato “A testa in giù” in cui Enzo Polito sfoggia una sonorità moderna e un fraseggio non banale.

Marco Ponchiroli – “Solo Live” – Caligola
Pianista evidentemente convinto dei propri mezzi tecnici ed espressivi, Marco Ponchiroli affronta per la seconda volta le insidie del piano-solo. Ci aveva provato nel 2012 con “Solo” album registrato in studio e comprendente solo brani originali dello stesso artista. Questa volta il discorso è completamente diverso: il CD è stato registrato il 25 luglio del 2018 durante un concerto all’Arena del Parco Azzurro di Passons in provincia di Udine e il repertorio è costituito da quattro original del leader cui si affiancano tre brani molto conosciuti, “Senza fine” di Gino Paoli, “Body And Soul” di Green, Heyman, Sour, Eyton e “Retrato em branco e preto” di Jobim e Buarque. Quindi tre brani tra di loro assai diversi che si esplicano in tre differenti linguaggi ad evidenziare le buone capacità interpretative di Ponchiroli. Il pianista veneziano riesce a connettersi assai bene con il pubblico che l’ascolta e mostra eccellenti capacità improvvisative che prendono il via dal rispetto delle linee melodiche caratterizzanti tutti i brani dell’album. E devo dire che a mio avviso le capacità di Ponchiroli risaltano più evidenti nell’interpretazione dei tre brani non suoi che pur essendo (in special modo i primi due) ascoltati e riascoltati centinaia di volte vengono riproposti in versione assolutamente originale. Per il resto “Misty Morning” e “Hercules” provengono dal precedente “Solo” mentre la sola composizione non registrata in precedenza è “Inverno”.

Reunion Big Band – “My Life Is Now, a tribute to Marco Tamburini” – Caligola
Ottimo album d’esordio per questa orchestra sulla cui storia vale la pena spendere qualche parola. La “Reunion Big Band” venne fondata da Marco Tamburini, insieme a Roberto Rossi e Piero Odorici per debuttare nell’autunno del 1999 al Chet Baker, famoso club bolognese. Dopo un’intensa attività costellata di partecipazioni in molti festival, teatri e club dell’area tosco–emiliana, la band si sciolse e si ricostituì nell’estate del 2012 per accompagnare Dee Dee Bridgewater al Narni Black Festival. È stata questa la ripresa dell’attività, prima sotto la direzione di Tamburini e poi, dopo la sua scomparsa, dell’amico e trombonista Roberto Rossi. Ed eccoci, quindi, come si accennava in apertura, a questo esordio discografico dedicato al trombettista immaturamente scomparso nel 2015. I dieci brani sono tutti di Tamburini e si avvalgono di sapidi arrangiamenti firmati oltre che dallo stesso Tamburini, da Stefano Paolini, Roberto Rossi, Fabio Petretti e Ivan Elefante e impreziositi da centrati assolo presi sia dai musicisti della band, sia dagli ospiti quali Pietro Tonolo, Fabrizio Bosso (li si ascolti nel brano d’apertura “Bossa to Criss”) e Marcello Tonolo (semplicemente superlativo in “Eduard”). Comunque, a mio avviso, il brano più riuscito è quello che dà il titolo all’intero album che evidenzia un ensemble davvero omogeneo, ben rodato che si muove all’unisono con bella compattezza.

Christian Sands – “Be Water” – Mack Avenue
Nel suo nuovo album, “Be Water”, il pianista Christian Sands trae ispirazione dall’acqua attraverso le varie declinazioni attraverso cui la stessa si presenta. Così dopo aver fatto ricorso, per il titolo dell’album, alla filosofia del maestro di arti marziali e star del cinema Bruce Lee, Christian nei titoli dei dieci pezzi da lui stesso composti, cerca di rivestire in musica i concetti in precedenza espressi. Ci riesce? Francamente non tanto anche perché, come più volte sottolineato, la musica non è semantica. Ma è altresì vero che tutto ciò poco o nulla influisce sulla valenza della musica che rimane su livelli alti. Anche perché, nonostante l’ancor giovane età (31 anni), Sands ha alle spalle notevoli esperienze avendo collaborato con gli Inside Straight, il Trio di Christian McBride, Gregory Porter e Ulysses Owens. In questo quarto album per la Mack Avenu, Sands si presenta con il suo trio abituale, composto dal bassista Yasushi Nakamura e dal batterista Clarence Penn, cui si aggiungono il chitarrista Marvin Sewell, il sassofonista Marcus Strickland, il trombettista Sean Jones e il trombonista Steve Davis. In un pezzo l’ensemble è completato da un quartetto d’archi con Sara Caswell, Tomoko Akaboshi, Benni von Gutzeit ed Eleanor Norton. C’è da evidenziare come, indipendentemente dal brano, indipendentemente dallo stile e dal terreno scelti (il pianista passa con estrema disinvoltura dallo swing, al bebop, dal progressive jazz, alla fusion fino alle sonorità brasiliane e afro-cubane) Sands mai perde un’oncia di quell’eleganza e compostezza che accompagna ogni sua performance sia su disco sia live.

Cinzia Tedesco – “Mister Puccini in Jazz” – Sony Classica
Giacomo Puccini è una vera e propria icona della musica italiana…e non solo… che tutti noi rispettiamo e ammiriamo. Tentare, quindi, di ripresentare le sue immortali melodie in una veste diversa dall’originale è impresa al limite dell’impossibile, comunque molto ma molto difficile. Ma quando entra in gioco Cinzia Tedesco l’impossibile non esiste e così, dopo l’album dedicato a Verdi (“Verdi’s Mood by Cinzia Tedesco”), l’artista pugliese è riuscita a bissare il miracolo dando vita ad un CD a momenti davvero toccante. Per ottenere un risultato così brillante c’è voluto uno sforzo produttivo notevole: ecco quindi, accanto alla vocalist, un trio di grandi jazzisti quali Stefano Sabatini piano e arrangiamenti, Luca Pirozzi contrabbasso e Pietro Iodice alla batteria con in più la Puccini Fetival Orchestra diretta dal maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, composta da ben ventinove elementi ai quali si sono affiancati come special guest Flavio Boltro alla tromba, Stefano Di Battista e Javier Girotto al sax soprano, Antonello Salis accordion e Roberto Guarino chitarra; superlativa anche la prova di Pino Jodice che oltre ad esibirsi al piano in “Un bel dì vedremo” ha scritto e arrangiato gli archi della Puccini Festival Orchestra. Ma risolti i problemi prettamente strumentali, restava lo scoglio dei testi dei libretti originali difficilmente adattabili al linguaggio jazz. Ebbene in questa particolare sfida la Tedesco è stata superlativa riuscendo a superare lo scoglio grazie alla sua grande sensibilità e alla duttilità della voce che le hanno consentito di esprimere con assoluta padronanza e coerenza quelle frasi che oramai fanno parre integrante del patrimonio dei melomani di mezzo mondo. Gli undici brani sono uno più bello dell’altro: basta qualche titolo per rendersene conto, da “Che gelida manina” da “La Bohème” a “E lucevan le stelle” dalla “Tosca” sino alla ripresa di “E lucevan le stelle” che chiude l’album. Insomma un album che coniuga una estrema godibilità con un ragguardevole spessore artistico.

Luca Zennaro – “When Nobody Is Listening” – Caligola
Nonostante sia molto giovane (23 anni) e tuttora studente del Conservatorio di Rovigo, il chitarrista di Chioggia è già al suo secondo album da leader dopo “Javaskara” del 2018. In effetti questo “When Nobody Is Listening” ci consegna un musicista già in grado di affrontare prove impegnative come quella di un’uscita discografica. In repertorio nove composizioni originali, tutte di Zennaro, eseguite da un quintetto di base completato da Jacopo Fagioli alla tromba, Nicola Caminiti al sax alto, Michelangelo Scandroglio al contrabbasso e Mattia Galeotti alla batteria cui si aggiungono in alcuni brani Alessandro Lanzoni e Nico Tangherlini, ambedue al pianoforte. Il linguaggio è sicuramente jazzistico a tutto tondo, con una front line ben sostenuta dalla sezione ritmica; l’atmosfera è in linea di massima intimista con il gruppo alla ricerca della migliore intesa per esplorare, nelle pieghe più intime, le linee melodiche disegnate dal leader. Questi, piuttosto che porsi continuamene in primo piano, preferisce mantenersi quasi in disparte dando così l’opportunità ai compagni di viaggio di estrinsecare le proprio possibilità. Ciò ovviamente non toglie che Zennaro ci dia mostra del suo talento chitarristico come in “Heritage”. Tra gli altri brani particolarmente interessante “Recitativo” a chiudere l’album, con Tangherlini e Fagioli che dialogano con disinvoltura e pertinenza.

“Re: Connections”: il ritorno in Italia nell’album del contrabbassista Paolo Benedettini

E’ una delle leggende viventi del jazz, Ron Carter, a scrivere dettagliatamente -brano per brano – le liner notes di “Re: Connections”, l’album del grande contrabbassista Paolo Benedettini, rientrato da qualche anno in Italia dopo una lunga permanenza a New York, dove è stato membro stabile del trio del compianto batterista Jimmy Cobb insieme al pianista Tadataka Unno, collaborando con molti altri artisti tra cui Harold Mabern, Joe Magnarelli, Joe Farnsworth, Eric Reed, e per le tournée europee con Joe Farnsworth, Eric Alexander e David Hazeltine.

In Italia ha collaborato con Dave Liebman, Steve Grossman, nelle formazioni di Piero Odorici con molti special guest tra cui Eddie Henderson, George Cables, Ronnie Mathews, Curtis Fuller, Eliot Zigmund. Tra le prime sinergie importanti quella con i gruppi di Tom Kirkpatrick, Gianni Cazzola e soprattutto con Bobby Durham, suo primo mentore, in una formazione completata da Massimo Faraò al piano, accompagnando grandi musicisti come Archie Shepp, Benny Golson e Hal Singer.
Per anni ha fatto parte del Nicola Conte Jazz Combo nelle tournée mondiali, e ha suonato nei gruppi di Ronnie Cuber, Joel Frahm, Jesse Davis, Bud Shank, Steve Gut, Mark Sherman.
Tornato stabilmente nella sua Pisa nel 2018, Paolo Benedettini porta con sé e continua a coltivare una lunga carriera di collaborazioni illustri con cui si è esibito in tutto il mondo, e incisioni con le più prestigiose etichette discografiche tra cui Blue Note Records, Impulse! Records, EmArcy Records, Verve Records.
Per il disco “Re: Connections”, che descrive proprio il ritorno e la riconnessione con il suo Paese d’origine, l’Italia, Benedettini ha scelto due musicisti con cui ha condiviso una grande parte della sua carriera iniziale: il chitarrista Marco Bovi e il pianista Nico Menci.

Suo insegnante sia alla prestigiosa Juilliard School che privatamente, Ron Carter è stato per Benedettini un vero e proprio mentore: “Capitava spesso che, oltre alle lezioni settimanali, mi trovassi ad accompagnarlo a ai vari soundcheck, a recording session o prove varie, oltre a frequentare la sua casa in occasione di festività o momenti musicali, sempre disponibile a condividere le sue opinioni e i suoi punti di vista rispetto alla musica, per me una grande opportunità di crescita.”

Tra i brani più apprezzati del disco da Ron Carter spicca “Chovendo Na Roseira”, uno standard brasiliano di Jobim: “Mi sono sorpreso a riascoltare più volte la loro versione, apprezzandola ogni volta di più.”

Sempre nelle liner notes, Ron Carter scrive: “Il “Coro a bocca chiusa” della “Madama Butterfly di Puccini, è suonato dal trio da una meravigliosa angolazione, piena di rispetto e ammirazione.” Difatti, un altro elemento ricorrente nel repertorio del trio sono le idee provenienti dalla musica lirica: in questo album sono presenti anche “Entr’acte I”, derivato dalla Carmen di Bizet, e una composizione originale “Modes From D.G.” ispirata da una successione di accordi presenti nella Overture del Don Giovanni di Mozart.
Paolo Benedettini: “Per un periodo la lirica è diventata per me quasi un’ossessione, come se mi consentisse di riappropriarmi di una sfera di percezione emotiva che sentivo radicata profondamente nella mia cultura di origine e che per qualche misterioso motivo avevo fino ad allora trascurato.”
La tracklist completa di “Re: Connections”: “Intro”, “Modes from D.G.”, “Love Walked In” (G. Gershwin), “Bruno’s Lines”, “Coro a bocca chiusa” (da Madama Butterfly di G. Puccini), “I Concentrate on You” (C. Porter), “Hindsight”, “Fantasy in D”, “Martha’s Prize” (C. Walton), “Entr’acte I” (dalla Carmen di G. Bizet), “Chovendo Na Roseira” (A.C. Jobim), “For Toddlers Only” (R. Carter).
L’album è disponibile nei maggiori digital stores e piattaforme streaming tra cui Spotify https://bit.ly/SPOTIFYreconnections e iTunes https://bit.ly/ITUNESreconnections.

CONTATTI
Paolo Benedettini FB https://www.facebook.com/paolo.benedettini.3
Paolo Benedettini IG https://www.instagram.com/paolobenedettini/
Ufficio Stampa: Fiorenza Gherardi De Candei – tel. 328.1743236 info@fiorenzagherardi.com www.fiorenzagherardi.com

“Tre per una” Rea – Golino – Moriconi: i fedeli moschettieri di Mina presentano l’album a Roma

“Tre per una” (Warner) è il titolo di un album uscito nell’autunno scorso. A inciderlo Danilo Rea (pianoforte), Massimo Moriconi (contrabbasso) e Alfredo Golino (batteria) negli studi della Pdu di Lugano, con in repertorio solo brani resi celebri dalla voce di Mina. I tre “moschettieri sonori” da alcuni decenni (dal 1996, in particolare per gli album acustici) costituiscono una sorta di nucleo-base per le registrazioni della cantante, curate dal figlio arrangiatore-produttore Massimiliano Pani, in un’intesa che si è affinata nel tempo “perché i fuoriclasse si assomigliano” afferma Pani.

Già nel novembre scorso l’album era stato presentato al Blue Note di Milano (e in Sicilia) ma nell’estate 2020 – con le restrizioni imposte dall’epidemia del Covid19 –  quel progetto ha ripreso a circolare, arricchito dalla presenza narrante di Pani e da una serie di documenti video di grande interesse.

La prima di “Tre per una” live si è tenuta il 21 luglio alla Casa del Jazz (per la rassegna “I Concerti nel Parco”), seguirà il 23 una data a Ravenna ed altre (tra cui il 17 agosto a Tagliacozzo, l’Aquila). Nell’esibizione capitolina il pubblico era numerosissimo e variegato, a testimonianza di come la fama e l’amore per Mina e la sua musica siano radicati e trasversali. La presenza di Massimiliano Pani, poi, rendeva l’appuntamento più interessante e lo spettacolo, in effetti, è stato all’altezza delle aspettative; forse solo l’alternanza delle sequenze narrate e suonate andrebbe messa a punto a favore di una maggiore integrazione, invece di una strutturazione a grandi blocchi.

Il produttore-arrangiatore – con l’aiuto del computer e di vari filmati – è stato molto efficace nel sintetizzare in apertura le peculiarità della carriera della cantante (nei suoi rapporti con la TV e con i grandi musicisti come Astor Piazzolla, con l’immagine, con il repertorio, con la produzione discografica). In questo ambito si è parlato – e si è visto – Gianni Ferrio, all’opera in sala di registrazione con Mina ed un’orchestra d’archi. Illuminante inoltre uno spezzone di un documentario del 2001 che ha fatto vedere come si lavora in studio con la cantante e introdotto la presenza di Danilo Rea, Massimo Moriconi e Alfredo Golino, la cui creatività e plasticità sonora è stata precocemente intuita da Mina e coltivata nel tempo.

A questo punto i tre jazzisti sono entrati in scena ed hanno eseguito “Sei grande, grande, grande”, “Io e te da soli”, “Amor mio”, “Insieme”, “La banda” nel loro primo set. Strategie sonore? Il trio ha agito sui parametri dell’armonia, del ritmo, del tempo e del timbro mantenendo intatta (godibile e “leggibile”) la melodia. Così, anche in sua assenza, Mina ha “cantato” mentre i suoi brani venivano trasformati come e più di standard jazz. Spazio al virtuosismo e al solismo senza, però, mai perdere il contatto profondo con il mood del brano anche se veniva, almeno in apparenza, stravolto.

Secondo intervento di Massimiliano Pani che, attraverso aneddoti e immagini spesso inedite e particolari, ha tracciato le biografie di Moriconi, Rea e Golino, vite intrecciate allo svilupparsi della canzone e del jazz in Italia.  Una cavalcata dai tardi anni Settanta, con personaggi evocati come Chet Baker e Massimo Urbani. Ritorna la musica con una “scala reale” di brani quali “E se domani”, “Non credere”, un medley di Lucio Battisti, “Vorrei che fosse amore”, “Tintarella di Luna”, “Che cosa sei (Parole parole parole)”. Le tecniche di trasformazione, ripeto, non sono mai le stesse: per “Tintarella di Luna” si rallenta il ritmo di twist e si accentua l’andamento soul della melodia, melodia che viene come trattenuta per essere, poi, rilanciata. Ne “La banda” il fondamentale ritmo di samba compare solo nella seconda parte del brano. A guidare è spesso il rapsodico Danilo Rea (la sua prima collaborazione con Mina risale al 1985, a 21 anni), la cui tecnica sublime è sempre in funzione dell’intento espressivo e la cui fantasia è instancabile e spiazzante.

A conclusione il filmato di Gianni Ferrio con Mina ed archi in studio cui si accennava, un direttore d’orchestra-compositore-arrangiatore di grandissima levatura a cui, giustamente, Massimiliano Pani ha voluto rendere omaggio (davvero lunga la sua collaborazione con Mina).

Né recital teatrale né spettacolo, “Tre per una” unisce le due tipologie restituendo la grandezza di una delle artiste più visionarie e più creative che la musica italiana abbia mai avuto declinandola in jazz; il jazz che – in quanto ad apertura mentale e sonora nonché capacità di improvvisazione – è profondamente nelle corde della cantante.

Luigi Onori

 

Jazz e diritto d’autore: il plagio musicale

In natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, secondo Lavoisier.
E in musica? Come avviene che l’ispirazione, attraverso la combinazione di note musicali, dia luogo a sonorità che si presume siano, fino a prova contraria, nuove?
Sono interrogativi che meriterebbero attente riflessioni. In questa sede ci si vuol solo soffermare sulla possibilità che la creazione artistica riproduca, in modo più o meno consapevole, delle «preesistenze». Col rischio che, superata una data soglia, si possa configurare il plagio musicale e cioè un’ «appropriazione indebita» del frutto dell’ingegno creativo di altri. Il che accade allorché, ad esempio, tra due canzoni «la cadenza della traccia solista sulla struttura degli accordi è uguale o molto simile» all’altra ( www.plagimusicali.net) .

La lesione, di tipo morale ed economico, va inquadrata nella tematica del diritto d’autore e riguarda principalmente quella larga serie di controversie inerenti in gran parte il campo della musica leggera rock e pop, in cui l’aspetto economico è prevalente. In Italia la disciplina, fondata su codice civile e legge sul diritto d’autore del 1941, si va assestando gradualmente grazie a dottrina e giurisprudenza, sia italiana che europea. Ma torniamo al plagio. «Anche Mozart copiava» è il titolo del volume edito da Auditorium nel 2004 di Michele Bovi, uno specialista della materia, che riconduce il fenomeno del «prelievo» già alla musica classica.
Meno toccato dal contenzioso appare il jazz anche se, per una tale musica di contaminazioni e sintesi di materiali diversi, è vitale a volte oltrepassare confini musicali con il rischio teorico di sconfinamento in «terra» altrui.
Ciò non avviene di norma con la semplice ‘citazione’, prassi diffusa nella musica neroamericana, che può assumere in genere un valore di ricordo, omaggio, tributo ovvero scherzo riguardoso o semplicemente richiamo a un qualcosa di già noto magari con ammiccante occhiolino all’ascoltatore o allo spettatore per meglio catturarne l’attenzione. Si tratta dunque di una pratica retorica e stilistica che trova fondamento nella propria dichiarata ed esplicita evidenza, ovviamente da contenere entro dovuti limiti.
Escludiamo poi dal novero delle ipotesi di possibile plagio la semplice ‘assonanza’ poiché, essendo 12 le note musicali, può capitare, e spesso capita, che fra composizioni ci sia un ché di assonante.


Altra situazione possibile si ha con il ‘camuffamento’. Nel servizio Tg2 Dossier «La musica in tribunale» del 2 marzo 2002, disponibile anche in rete, postato il 4 giugno 2019, è il ricordato Bovi a raccogliere una breve quanto illuminante intervista con Giorgio Gaslini. Nella stessa il Maestro spiega come il ‘camuffamento’, tipico nel dopoguerra del bebop, sia ben distante dal caso giuridicamente sanzionabile del plagio.
Al riguardo, con esempi al pianoforte, e partendo dal brano «How High The Moon», evidenzia come «depurando» il tema ma conservando la sequenza degli accordi, Charlie Parker abbia sovrapposto la sua «Ornithology», accelerandone il tempo, al sopraddetto standard di Morgan Lewis.


La stessa Ella Fitzgerald, in una splendida versione di «How High the Moon», ha costruito su quegli stessi accordi delle linee di canto in cui ripete di pari passo il tema di «Ornithology».

È, questo, un gioco di innesti che si presta a mille opzioni. Ma attenzione! Pur essendo i primi accordi di «There’ll Never Be Another You» uguali a quello di «Bluesette», gli sviluppi rispettivi seguono percorsi assolutamente differenti.
E poi se prendiamo «At Last» di Warren, costruita su un comune giro armonico, sono quelle note bluesy in 7 a renderne originale la traccia principale.
È assodato allora come sia il nucleo melodico di un brano – la Siae chiede di segnare otto battute sul bollettino di deposito della Sezione Musica – la chiave per individuare un eventuale magari inconsapevole «copia e incolla», con possibile strascico di contestazioni.
Esiste in materia un’ampia letteratura. James Newton denunciò i Beastie Boys per violazione di copyright avendo il gruppo rap effettuato un campionamento di sei secondi di un brano del flautista nel proprio «Pass the Mic». Non era sufficiente per il jazzista aver incassato una quota di diritti rapportata allo spezzone di musica prelevato, e sostenne infatti la tesi che gli fosse dovuto un ammontare proporzionato all’intera durata del brano. La nona corte d’appello di San Francisco nel giugno 2005 gli diede torto reputando i sei secondi non bastevoli a configurare l’intera composizione (cfr. dirittodautore.it).
Nel blues ha fatto epoca il caso del famoso hit «Whole Lotta Love» dei Led Zeppelin per le parti identiche a «You Need Love» interpretata da Muddy Waters ( rollingstone.it 1 agosto 2018).

A fare il punto della situazione è oggi ancora una pubblicazione di Bovi, già apprezzato di recente in «Note segrete. Eroi spie e banditi della musica italiana» (Graphofeel, 2017). Lavoro, quest’ultimo, che conteneva spunti di storia (parallela) del jazz come nel capitolo su Il fascino recondito del night club: «se l’elegante Green Mill Jazz Club di Chicago fu per i primi quarant’anni del secolo scorso uno degli originari ritrovi della storia del night club e insieme salotto di svago per Al Capone e tutti i suoi accoliti d’epoca proibizionismo, così l’esclusivo Copacabana di New York, diretto (dietro le quinte) da Frank Costello e Joe Adonis, ne fu il degno successore»: locali che ospitarono artisti come Ellington, Sinatra, la Holiday, Dean Martin…
Il nuovo libro «Ladri di canzoni. 200 anni di liti musical-giudiziarie dalla A alla Z» (Hoepli) si presenta come un’indagine a tutto campo ricca di notizie e chicche («Yesterday» dei Beatles con l’antenata nel repertorio napoletano del settecento per esempio) che tocca diversi musicisti nel ruolo sia di attori che di convenuti processuali.
Il jazz vi compare in diversi casi. Come Beppe Mojetta, pioniere del jazz di casa nostra, oggetto nel 1954 di una sentenza sfavorevole per la sua «Una canzone e quattro lacrime» in una causa intentatagli da Giuseppe Fugazza. Ed era stato il jazzista Avo Uvezian ad accusare per primo di plagio la famosa «Strangers in The Night» del direttore d’orchestra Bert Kaempfert, cavallo di battaglia di Frank Sinatra.
Nel libro compaiono altri nomi altisonanti di protagonisti della musica americana come Burt Bacharach, menzionato per la sua crociata contro i criteri abituali di trattare il plagio musicale in una messe di vertenze giudiziarie.
Nello specifico la proposta è una commissione di artisti super partes esterna alle aule giudiziarie.
Altri nomi noti alle cronache jazzistiche sono quelli di Bing Crosby, Judy Garland, Kyle Eastwood…

Il problema resta quello di sempre: la chiara delimitazione di ciò che è lecito e ciò che non lo è, e come soppesare il valore artistico del riutilizzo e del «riconfezionamento» .
Che Gaber e Luporini abbiano ripreso il «Voyage» di L. F. Celine non può far scandalo se si pensa che gli autori di «Far finta di essere sani» sono gli inventori del Teatro Canzone, hanno cioè dato forma a un inedito mix artistico. Maneggiare materiali già in circolazione non è dunque pratica riprovevole, tutt’altro. Le biografie di Bach e Haendel, Leoncavallo e Lloyd Webber (di cui si parla nel libro ampiamente) ne sono a riprova. Johann Mattheson asseriva che i prestiti sono ammissibili, e si era in quell’epoca barocca che ha altre analogie col jazz, come l’improvvisazione.
Sul piano giuridico la sentenza della Cassazione 3340/15 ha fra l’altro individuato, a proposito di plagio, la interessante figura del «cuore» di un testo poetico-letterario.
Un elemento di valutazione in più, a livello musicale, potrebbe essere il Plus Valore, concetto clonato dalle categorie economiche, in quanto elemento che caratterizza l’innovatività di una composizione, il suo di più rispetto a precedenti «affinità».
Questi e altri concetti radicati nello «stare decisis» potrebbero convergere in possibili linee guida nell’attività dei periti in questa materia sempre più internazionale e sempre più «internautica».
Da segnalare, infine, sulla tutela dei diritti nel web della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la sentenza C-264/19, del 9 luglio, attinente a violazioni del diritto d’autore (cfr. Guida Rapida 1 «Il Sole 24 Ore», 13/7/20) in cui si demanda fra l’altro agli stati membri la facoltà di prevedere più ampi strumenti di collaborazione a favore dei titolari di proprietà intellettuali. La palla dunque passa a chi ha il potere/dovere di intervenire, raccogliendo un segnale di alto indirizzo giurisprudenziale che non va lasciato cadere nel vuoto.

Amedeo Furfaro

I NOSTRI CD. Molte le novità dall’Italia e dall’estero

Massimo Barbiero – “Woland – Omaggio a ‘Il maestro e Margherita’” – Autoprodotto
Massimo Barbiero, batterista e percussionista, è senza dubbio uno dei musicisti italiani più coerenti e originali, senza che, a tutt’oggi, abbia ottenuto i riconoscimenti che merita. Anche questo suo ultimo album si inserisce nell’ambito di quelle produzioni di qualità cui l’artista ci ha abituati oramai da molti anni. L’organico è un trio con Eloisa Manera al violino ed al violino elettrico a cinque corde e Emanuele Sartoris al pianoforte. In repertorio dieci brani che sostanziano un omaggio a “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, uno dei più importanti lavori del Novecento letterario, e “Woland” è uno dei nomi germanici del Diavolo, ed è anche il nome (in russo Воланд) di uno dei personaggi chiave di questo romanzo. Quindi un concept album in cui la sapienza compositiva di Barbiero trova ancora una volta il modo di esplicarsi appieno, anche se questa volta il carico compositivo è ripartito egualmente fra i tre artisti. Ammesso e non concesso che sia ancora importante definire ciò che si ascolta, incasellarlo in una cornice predeterminata, ebbene con la musica di questo album tutto ciò non è possibile. Non è jazz propriamente detto, non è musica colta nell’accezione del termine ma una sorta di percorso tra culture musicali diverse, alle volte molto diverse. E sta proprio qui la bravura dei musicisti che nulla concedono al facile ascolto riuscendo comunque a conquistare l’attenzione dell’ascoltatore sin dal brano d’apertura, “Abadonna” di Massimo Barbiero, in cui violino e pianoforte quasi si inseguono su un terreno accidentato che taluni hanno voluto accostare ad atmosfere impressioniste. In “Margherita”, sempre di Massimo Barbiero, è soprattutto il violino, ben supportato dal tappeto ritmico disegnato dal leader, a dettare le atmosfere del brano, questa volta più leggibili e narrative, in cui si avvertono echi sia di Vivaldi sia di Paganini. Di livello anche la suite in tre parti, di undici minuti, “Suite dei tre demoni” di Eloisa Manera, sempre in bilico fra scrittura ed improvvisazione, come del resto l’intero disco. La conclusione è affidata ad una composizione di Sartoris, “Pilato, potere temporale”, in cui il pianismo dell’autore si evidenzia in tutta la sua essenzialità, ben lontana da qualsivoglia esibizionismo.

Francesco Bearzatti / Carmine Ioanna – “Favolando” – artesuono 186
Carmine Ioanna, fisarmonicista d’origine irpina, e Francesco Bearzatti, sassofonista e clarinettista cresciuto nella provincia friulana, sono i “responsabili” di questo godibile album. Il titolo riflette la predilezione dei due artisti per raccontare, attraverso la musica, storie, in questo caso specifico ‘favole’. Il sodalizio nasce due anni or sono sulla base della comune volontà di improvvisare divertendosi e questa caratteristica si coglie appieno ascoltando l’album, declinato attraverso composizioni dei due artisti, un brano tratto dalla tradizione dell’Azerbaijan e tre improvvisazioni espressamente dichiarate come tali. Neppure per un attimo si avverte la sensazione che l’uno voglia prevaricare l’altro ma, sottolinea Ioanna, – siamo “due persone che si amano, si completano, non si sovrappongono mai perché vanno nella stessa direzione”. “Soprattutto c’è, secondo me, – ribadisce Bearzatti – una bella mescolanza di ego, nel senso che non c’è nessuno che sovrasta l’altro”. Una musica, quindi, che ci consegna due artisti in grado di improvvisare costantemente, mai perdendo il bandolo della matassa, anzi continuando a sviluppare un discorso sempre coerente e con tale intensità da non far rimpiangere la mancanza degli altri strumenti. Sassofono e fisarmonica, nella mani dei due artisti, riescono a produrre una massa sonora spesso di tipo orchestrale che si inserisce in una atmosfera davvero magica, “da favola” per riportarci al titolo dell’album, in cui si avvertono echi della musica popolare così come del jazz, della musica contemporanea, della world music. Il tutto, sottolinea ancora Bearzatti, per aprire delle piccole brecce, non già per fare musica di massa, e per puntare al grande pubblico.

Black Coffee & Martine Thomas – “Once Upon A Time” – Caligola 2273
Ecco un album raffinato, oserei dire in alcuni momenti sofisticato, in cui si privilegia senza remora alcuna la ricerca della bella melodia. Di qui un repertorio che spazia da alcuni temi cari agli appassionati di jazz (uno per tutti “My Favorite Things”), alla canzone francese, rappresentata da ben quattro titoli (“Et maintenant” di Gilbert Bécaud, “Ne me quitte pas” di Jacques Brel, “L’hymne à l’amour” di Edith Piaf e “La Bohème” di Charles Aznavour), dalla black music (“I Can’t Help It” di Stevie Wonder e Susaye Greene) ad esplicite reminiscenze blues (“Butterfly” di Herbie Hancock)… alle atmosfere vagamente brasiliane di “The Island” di Ivan Lins, Marilyn e Alan Bergman,… con l’aggiunta di due intermezzi strumentali “End of Chapter One e Two”. A cucinare questa gustosa ricetta sono la cantante americana di origini haitiane Martine Thomas che attualmente vive a Zara, coadiuvata dai Black Coffee, il trio croato costituito da Renato Švorinić, bassista e leader, dal pianista Ivan Ivić e dal batterista Jadran Dučić, cui si aggiungono come special guests Daniele di Bonaventura, bandoneon, presente solo in “Et maintenant”, e Massimo Donà, la cui tromba si ascolta in quattro tracce. Vista la varietà dei brani si potrebbe temere una certa disomogeneità dell’album. Invece “Once Upon A Time” mantiene una sua intrinseca coerenza derivante dal come il gruppo approccia la materia: innanzitutto la ferma volontà di rispettare le linee melodiche dei vari pezzi cui si aggiungono i sapidi arrangiamenti di Renato Švorinić e Ivan Ivić. E il discorso appare quanto mai evidente soprattutto nei quattro pezzi francesi interpretati con gusto ed eleganza dalla Thomas e impreziositi da arrangiamenti mai banali. In questo senso particolarmente apprezzabile è anche la versione di “I Can’t Help It” con un centrato assolo di Ivić al piano elettrico.

Felice Clemente – “Solo” – Crocevia di suoni 018
Affrontare la registrazione di un album per sole ance è impresa quanto mai difficile da cui sono usciti indenni solo alcuni grandissimi personaggi quali Sonny Rollins, Steve Lacy, Lee Konitz, Anthony Braxton. In questo album ascoltiamo un artista italiano, Felice Clemente, che usa sax tenore, sax soprano e clarinetto, in una registrazione effettuata nella chiesa settecentesca di Montecalvo Versiggia il 15 e 16 novembre del 2019. La scelta della location non è stata casuale o indifferente: in effetti, come acutamente sottolinea Paolo Fresu nelle note che accompagnano l’album, la dimensione armonica di un solo di sax e clarinetto si esplica nella magia dei rimandi di echi e riverberi, che traggono spunto dalla navata e dalle arcate di una chiesa o di una basilica. Quasi a dimostrare quanto il fitto dialogo tra gli strumenti e il luogo che li accoglie sia frutto di un “antico matrimonio che appartiene alla storia dell’uomo”. Ecco quindi come, grazie anche ad una presa di suono eccellente, sia possibile apprezzare in tutta la loro bellezza queste architravi sonore rette da echi, riverberi che solo in un ambiente come quello di una chiesa (ovviamente con caratteristiche particolari) sarebbe stato possibile ottenere. Ma tutto ciò non sarebbe stato possibile se non ci fosse stata anche e soprattutto la valentia di Felice Clemente compositore, arrangiatore, esecutore di grande raffinatezza che ha voluto disegnare un percorso non facile attraverso un repertorio che parte da un classico del jazz, “Harlem Nocturne” di Hearle Hagen per concludersi con una libera improvvisazione, passando attraverso tre sue composizioni originali, e brani di Branford Marsalis, Godard, Morricone, Nuzzolese, Di Gregorio, Javier Perz Forte e Bach.

Cordoba Reunion – “Sì” – abeat 214
Ecco un altro gradevole album firmato Cordoba Reunion, ovvero il prestigioso quartetto costituito da musicisti tutti nativi della stessa città, Cordoba, ma residenti in paesi diversi (Francia, Italia e Argentina): Javier Girotto ai sassofoni, Gerardo Di Giusto al piano, Gabriel “Minino” Garay percussioni e batteria e Carlos “El Tero” Buschini basso e guembri. Registrato a Milano nel marzo del 2019, l’album contiene undici tracce di cui nove firmate dagli stessi membri del gruppo e due da Julien Lourau un sassofonista francese classe 1970. Come già nei precedenti album, “Argentina Jazz” del 2004 e “Sin lugar a dudas” del 2008, il gruppo si muove su direttrici molto ben individuabili: uno straordinario mix tra tanghi, milonghe e chacareras da un lato, jazz, improvvisazione, sperimentazione dall’altro. Evidentemente una impresa così difficile può essere intrapresa con un minimo di possibilità di successo solo se ad affrontarla sono musicisti che coniugano una spiccata personalità individuale con una capacità di rapportarsi ai compagni d’avventura. Ebbene i quattro musicisti in oggetto possiedono ambedue queste doti essendo tecnicamente molto ferrati ma allo stesso tempo capaci di condurre il discorso musicale sulla base di una profonda empatia. Risultato: un latin-jazz assolutamente coinvolgente che risponde ad un progetto musicale in cui la ricchezza ritmica della musica argentina, seppur ancorata al ricco patrimonio folklorico del Paese, dimostra come la stessa non sia solo tango e milonga, ma molto, molto di più.

Fausto Ferraiuolo – “Il dono” – abeat 212
La genesi di questo album viene esplicitata dallo stesso leader laddove afferma da un canto che il progetto è nato dall’incontro con Jeff Ballard conosciuto molti anni addietro durante una masterclass a Siena, dall’altro che “Il dono” è per lui quello dell’incontro, per cui “donare o ricevere sono due aspetti dello stesso gesto”. Gesto che si concretizza in questo album in cui il musicista napoletano, ben sostenuto da Aldo Vigorito al basso, suo ‘storico’ compagno d’avventure musicali, e dal già citato Jeff Ballard alla batteria (particolarmente importante la sua militanza nel trio di Brad Meldhau), presenta undici brani tutti di sua composizione, eccezion fatta per “O Impro Mio” (Ferraiuolo-Vigorito-Ballard), “Improtune” (Ferraiuolo-Vigorito-Ballard) e “Somebody Loves Me” (George Gershwin). I pezzi originali, per esplicita ammissione dello stesso pianista, sono dedicati alle persone a lui più care. La caratura dell’album appare evidente sin dal primo brano, “Fire Island”: i tre si muovono su un piano di assoluta parità ritagliandosi spazi appropriati (ad esempio in questo brano possiamo già gustare un preciso e gustoso assolo di Aldo Vigorito). Nasce da qui una musica che si inscrive nell’alveo del jazz canonico, con improvvisazioni serrate (particolarmente azzeccata quella sulla falsa riga di “O sole mio” trasformato in “O impro mio”), scambi trascinanti, ricerca di suadenti linee melodiche (particolarmente apprezzate da chi scrive quelle di “4 Septembre” e “C’est tout”) mentre in “Baires” specie nella parte finale si avverte una certa influenza ‘tanguera”. Infine “Improtune” si avventura su terreni contigui al free per tornare ad atmosfere più consuete con la convincente interpretazione del gershwiano “Somebody Loves Me”.

Tommaso Gambini – “The Machine Stops” – Workin’ Label 37
Ecco un’altra prima discografica: protagonista il chitarrista Tommaso Gambini torinese ma newyorkese di adozione, alla testa di un gruppo ad organico variabile composto dai suoi abituali collaboratori Manuel Schmiedel al pianoforte, Ben Tiberio al contrabbasso e Adam Arruda alla batteria cui si aggiungono l’alto sassofonista olandese Ben Van Gelder, il tenor sassofonista e compositore americano Dayna Stephens, il clarinettista Jacopo Albini e la flautista Anggie Obin. In scaletta sette brani tutti firmati dal chitarrista, e riferiti al racconto omonimo dello scrittore inglese Edward Morgan Forster del 1909, racconto che paradossalmente sembra avere molti punti di contatto con la tragica realtà di oggi. Forster parla di una Macchina inventata dall’uomo che prende il sopravvento sulla nostra stessa volontà; sostituite i termini Macchina con Virus e il gioco è fatto. Quindi, almeno sulla carta, si tratta di un concept album. Ma, come al solito in questi casi si pone l’interrogativo: è riuscita la musica a tradurre in suoni tali concetti? Francamente non del tutto; non ho sentito quel clima, cupo, drammatico che forse meglio si sarebbe attagliato alla situazione di cui sopra. Ad onor del vero, il brano d’apertura, anche grazie all’inserto parlato tratto dal volume in oggetto, riflette bene il clima dello stesso ma nei brani successivi è come se l’atmosfera si addolcisse e quindi la tensione si allentasse. Comunque, onestamente, non ho letto il racconto per cui potrebbe darsi che anche i successivi pezzi riflettano in qualche modo i contenuti dello scritto. Ma tutto ciò è abbastanza irrilevante in quanto poco toglie alla valenza dell’album che risulta apprezzabile: Gambini scrive bene, arrangia altrettanto bene e come chitarrista si è fatto ampiamente conoscere collaborando con jazzisti quali Antonio Sanchez, George Garzone, Miguel Zenon e non si lavora con personaggi del genere se non sei più che bravo.

Erroll Garner – “Octave” – Mack Avenue 02
Erroll Garner è sicuramente uno dei giganti della musica jazz. La “Octave Remastered Series”, prodotta da Peter Lockhart e Steve Rosenthal, continua a riproporre alcune delle perle di questo straordinario pianista. Questo ultimo album include nove pezzi tratti da tre album “That’s My Kick” registrato nel 1967 con Milt Hinton basso, Herbert Lovelle e George Jenkins batteria, José Mangual e Johnny Pacheco congas, Wally Richardson e Art Ryerson chitarra; “Up In Erroll’s Room” del novembre dello stesso 1967 con Ike Isaacs basso, Jimmie Smith batteria, Jose Mangual congas featuring “The Brass Bed”; e “Feeling Is Believing” del 1969 con Wally Richardson chitarra, Joe Cocuzzo, Jimmie Smith e Charlie Persip batteria, Jose Mangual congas, Jerry Jemmott e George Duvivier basso. Per chi conosce il jazz, credo bastino solo queste note per comprendere come si tratti di musica di assoluta livello, registrata quando il pianista di Pittsburgh stava vivendo uno dei suoi tanti momenti positivi. In particolare i brani contenuti nell’album ci mostrano un Garner alla testa di formazioni diverse ma che sempre sono in grado di seguire con partecipazione le idee del leader, il cui pianismo, smagliante, mai conosce un attimo di stasi, di indecisione. E siamo sicuri che anche l’ascolto di questo album aprirà una dialettica, a mio avviso del tutto inutile, tra chi considera Garner un assoluto genio musicale (ed io sono tra questi) e chi invece lo valuta pianista di eccellente tecnica ma troppo dedito a inutili virtuosismi.

Giulio Gentile / Emanuela Di Benedetto – “There’s no Place Like Home” – artesuono 192
Album d’esordio per il pianista Giulio Gentile e la vocalist Emanuela Di Benedetto che da giovani appassionati di musica Jazz, hanno poi studiato al dipartimento Jazz del Conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara. Il duo nasce nel 2012 e si fortifica attraverso la partecipazione a numerosi festival, tra cui “MuntagninJazz”, “La Settimana Mozartiana”, il “Castelbuono Jazz Festival”, la rassegna “Sabato in Concerto Jazz” per “Archivi Sonori”. Presto arrivano anche i primi riconoscimenti come il Premio “BEST BAND” al “Bucharest International Jazz Competition 2016”, l’affermazione al “Premio Marco Tamburini 2016” per la sezione band mentre nel 2017 sono vincitori del “Premio Nazionale delle Arti” sezione Jazz tenutosi a Milano Logico, quindi, che si giungesse a questo primo album il cui organico è completato dal batterista Marcello Di Leonardo, dal bassista Luca Bulgarelli, dal sassofonista Manuel Trabucco e dal flicornista Jorge Ro. In repertorio otto brani con musica di Gentile e testi della vocalist. Tenendo conto che si tratta di una ‘prima’ assoluta, l’album presenta note positive riscontrabili soprattutto nella bella intesa tra voce e pianoforte, nella delicatezza dei temi proposti, nella eleganza con cui si manifesta l’amore per la musica e nell’attenzione con cui si guarda alla realtà di oggi. Ecco quindi un omaggio alla città di New York da parte di una giovane donna, una dichiarazione d’amore verso una natura che si vorrebbe più tutelata, un grido di dolore per la lontananza dell’amato/a, un ritratto dell’emigrazione ricco di poesia.

Dimitri Grechi Espinoza – “The Spiritual Way” – ponderosa 147
Nel panorama musicale internazionale Dimitri Grechi Espinoza si è oramai ritagliato uno spazio ben preciso grazie alla sua ricerca che conduce oramai da tempo e che si sostanzia nel progetto Oreb, il monte dove Mosé incontrò Dio. E credo basti questo solo elemento per capire la dimensione in cui opera il sassofonista. Anche questo suo ultimo lavoro, intitolato “The Spiritual Way” per la Ponderosa Music Records, si inserisce, dunque, in quella ricerca che attraverso la musica conduce all’estasi. In particolare in questo terzo volume di Oreb, Dimitri affronta il tema delle virtù spirituali, dando eco e risonanza a uno scritto della tradizione cinese che delinea un percorso di ascesi interiore. Il tutto espresso, ovviamente, attraverso una musica la cui particolarità può essere facilmente percepita se solo la si ascolti con un minimo di attenzione e cuore aperto. In compagnia del suo fido sax tenore, Dimitri ha inciso questo album nel febbraio del 2019 in una località del tutto particolare come il Battistero di Pisa di San Giovanni in Piazza dei Miracoli, un luogo che data la sua particolare acustica è risultato fondamentale per la riuscita dell’impresa. Ed in effetti l‘artista pone a base della sua ricerca anche il rapporto fra suono e spazio-sonoro e il suo significato spirituale. Il suono del sax si staglia stentoreo, preciso, nitido, straordinariamente coinvolgente, ricco di riverberi, che richiama altri grandi del passato primo fra tutti il John Coltrane nella versione più intimista e spirituale. Così il sassofonista ci trascina in un mondo “altro”, un mondo in cui noi tutti avremmo forse voglia di rifugiarci dato il terribile momento che stiamo attraversando.

Hiromi – “Spectrum” – Telarc 0081
Vulcanica, tecnicamente fortissima, semplicemente straordinaria: questi gli apprezzamenti che critici e pubblici di tutto il mondo hanno rivolto a Hiromi Uehara una delle più talentuose protagoniste della nuova scena jazz internazionale. La pianista giapponese (classe 1979) si è messa in luce già da bambina e durante tutti questi anni non ha fatto altro che studiare, suonare, studiare e suonare affinando una tecnica davvero strepitosa e migliorando notevolmente anche l’interpretazione. Queste doti vengono tutte in luce in questo album per solo piano registrato in Giappone nel settembre del 2019. E’ interessante sottolineare come questo sia solo il secondo CD registrato dalla Hiromi per piano solo dopo “Place to Be” del 2009 a conferma di quanto l’artista sia attenta a misurare le proprie capacità. E così “Spectrum” si segnala come una delle migliori prove della pianista che si conferma non solo strumentista in possesso di una conoscenza profonda della tastiera, capace di padroneggiare diversi linguaggi, ma anche interprete raffinata, attenta ad ogni aspetto della sua performance. Hiromi accarezza letteralmente ogni tasto dello strumento, dando a ciascuna nota un suo peso specifico cosicché l’esecuzione raggiunge livelli di profondità non facilmente eguagliabili. Cosa che si nota sia nei brani originali, sia nei pezzi già famosi come “Blackbird” di Lennon-McCartney, “Rhapsody in Various Shades of Blue” ovvero “Rhapsody in blue” corredata da varie interpolazioni, alcune originali altre tratte da “Blue Train” di John Coltrane e “Behind Blue Eyes” di Pete Townshend. Splendida la chiusura affidata ad un melodico “Sepia Effect”.

Karabà – “Viola” – emme record 1916
“Viola” è il secondo album dei Karabà, al secolo Alessandro Casciaro al pianoforte e compositore dei brani, Alberto Stefanizzi alla batteria e Stefano Rielli al contrabbasso.
Il gruppo si muove con grande intesa cementata dal fatto che i tre suonano assieme dal 2016 essendo riusciti, cosa non sempre scontata, a fondere le proprie forti personalità in un unicum assolutamente credibile. Anche perché Karabà si tiene ben lontano da sterili sperimentazioni muovendosi su terreni prettamente jazzistici, senza se e senza ma, un jazz indubbiamente moderno ma che nulla dimentica degli insegnamenti del passato. Il tutto agevolato, se non determinato, dalla buona penna di Alessandro Casciaro compositore di otto brani (su nove); l’unico pezzo non originale è “Tonight Tonight” che chiude il disco; si tratta di un riarrangiamento per piano solo del celebre brano degli Smashing Pumpkins che grazie all’estro di Alessandro Casciaro prende nuovo lustro, senza nulla perdere dell’originario fascino. Tornando alle composizioni di Casciaro, le stesse se da un canto esaltano la forza del collettivo, dall’altro offrono ad ognuno dei musicisti la possibilità di esporre appieno le proprie potenzialità. Così, sulla scorta di melodie ben disegnate e di armonizzazioni ricercate, Casciaro ha modo di esporre il suo pianismo sempre essenziale, ben sostenuto da una sezione ritmica affiatata, precisa e, come già detto, capace di prendere in mano il filo del discorso. I brani sono tutti gradevoli anche se personalmente ho preferito “Parco bello luogo” per gli espliciti richiami al bebop grazie soprattutto ad un poderoso assolo di Stefano Rielli e “Primavera 19” per la delicatezza della linea melodica.

Riccardo Morpurgo- “Kaleidoscopic” – artesuono 184
Morpurgo, Maier, Ricci – “” – Palomar records 58
Il pianista Riccardo Morpurgo è presente in due titoli usciti di recente.
Nel primo è alla guida del Mandala Trio completato da Alessandro Turchet al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria, vale a dire una delle più affiatate e valide sezioni ritmiche che il jazz italiano possa vantare. Il nome del gruppo è di per sé indicativo: il termine “mandala” si riferisce alle culture buddiste e induiste, e si tratta di immagini geometriche usate per trovare l’equilibrio, l’essenza del proprio essere. Ecco, partendo da queste premesse il trio si avventura in un percorso piuttosto accidentato, declinato attraverso dieci composizioni dello stesso Morpurgo. L’intento è quello di trovare un equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione dal momento che, per esplicita ammissione dello stesso pianista, i tre alternano momenti di assoluta coerenza ad una struttura data a momenti in cui si svincolano da qualsivoglia legame e si lanciano in improvvisazioni totali. Evidentemente i momenti più interessanti sono proprio questi in cui Morpurgo e compagni si lasciano andare con risultati eccellenti sia per la bravura del leader sia per quella compattezza ed intesa batteria-contrabbasso cui prima si faceva riferimento. Quindi un disco non facile ma di sicuro interesse.
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Nel secondo album – “Mesmer” – Morpurgo è ancora in trio ma con Giovanni Maier al contrabbasso e Pietro Ricci alla batteria; l’album esce per la ‘Palomar records’ una piccola etichetta fondata e curata da Giovanni Maier, che lavora esclusivamente in autoproduzione e con tirature limitate. Questo “Mesmer” è dedicato quasi totalmente alle musiche di Paul Motian in quanto sei delle composizioni presentate sono del batterista (la settima è invece di Charlie Haden). Il risultato è più che eccellente data da un canto la valenza delle composizioni che lumeggiano al meglio la capacità di scrittura di Motian spesso non adeguatamente valorizzata, dall’altro la capacità del trio di renderle proprie e quindi di reinterpretarle in modo personale ma pertinente. Si parte con “Psalm” title track dell’omonimo album registrato nel dicembre 1981 dal gruppo comprendente Paul Motian, Bill Frisell alla chitarra, Joe Lovano al sax tenore, Billy Drewes ai sax tenore e alto, Ed Schuller al basso e si chiude con “Mesmer” tratto dall’album “Garden of Eden” del 2004. Per tutta la durata dell’album i tra si muovono quasi con cautela, rifuggendo da qualsivoglia esibizione di bravura tecnica e affidandosi molto all’interpretazione. Di qui una musica suggestiva, misurata, spesso eseguita per sottrazione senza che però venga compressa l’abilità individuale. Si ascolti ad esempio il magnifico duetto basso batteria in “Morpion” tratto dall’album “One Time Out” (Blue Note 1987).

Marius Neset, London Sinfonietta – “Viaduct” – ACT 9048-2
Il sassofonista norvegese Marius Neset (Bergen 1985) si ripresenta al pubblico del jazz alla testa del suo gruppo anglo-scandinavo (Ivo Neame piano, Jim Hart vibrafono, marimba e percussioni, Petter Eldh basso, Anton Eger batteria e percussioni) con il robusto supporto della London Sinfonietta, complesso di ben 19 elementi diretta da Geoffrey Paterson con cui Neset, sempre per la ACT, aveva già inciso nel 2016 l’album “Snowmelt”. Neset è a ben ragione considerato uno dei migliori jazzisti delle nuove generazioni tanto che la rivista Downbeat lo considera non solo uno dei più eccitanti artisti jazz del momento ma anche un musicista di straordinaria preparazione tecnica dotato altresì di una felice vena compositiva. Doti, queste, che risaltano evidenti anche da quest’ultimo album, contenente un paio di suite intitolate rispettivamente “Viaduct part 1” in 6 capitoli e “Viaduct part.2” in 4 elementi. Originariamente commissionata per il concerto d’apertura del Kongsberg Jazz Festival nel 2018, “Viaduct” ha offerto a Neset la fantastica opportunità di mostrare le molteplici facce del suo stile, così composito, ricco di richiami, colorito e soprattutto capace di convogliare numerosi input provenienti da fonti diverse. Il suo sassofono è sempre preciso, con un sound potente sia al tenore sia al soprano, che richiama sia il migliore Brecker sia il grandissimo Garbarek, capace di dettare le atmosfere che si respirano per tutta la durata dell’album. Certo, la bravura di Neset come sassofonista è indubbia, ma non sarebbe stata sufficiente a determinare la bontà dell’album se non fosse stata declinata attraverso le dieci composizioni originali dello stesso Neset che riescono a coniugare il jazz propriamente inteso, ricco quindi anche di improvvisazione, con la musica classica contemporanea.

Enrico Pieranunzi – “Frame” – Cam J 7955 2
Enrico Pieranunzi è musicista colto e in quanto tale ‘aperto’ verso tutte le altre forme artistiche. Nel passato, anche recente, ne abbiamo avuto prova evidente riscontrando la sua profonda predilezione per il cinema e le colonne sonore. Si ricordi, ad esempio, il concerto organizzato il 20 febbraio scorso dall’Ambasciata d’Italia e dall’Istituto di Cultura Italiana a Washington in occasione del centenario della nascita di Federico Fellini, con Enrico Pieranunzi, accompagnato da Luca Bulgarelli al basso e da Mauro Beggio alla batteria, impegnato in un repertorio interamente dedicato alle colonne sonore del maestro romagnolo. In questo album l’interesse del pianista romano è rivolto alle arti figurative: immaginatevi una galleria d’arte in cui sono esposti i capolavori di Pollock, Hopper, Picasso, Paul Klee, Rothko, Matisse e Mondrian; Enrico si sofferma dinnanzi ad ogni quadro e disegna, in splendida solitudine, con le note del pianoforte o alla celesta, un affresco da inserire in una ipotetica ‘cornice’, “Frame” per l’appunto. L’effetto è quanto meno intrigante: Pieranunzi non si smentisce e la sua arte pianistica rifulge sempre luminosa sia che si avventuri in stupefacenti e trascinanti avventure magari con illustri partner d’oltre oceano, sia, come in questo caso, che si rivolga di più al suo coté intimista regalandoci una serie di bozzetti che illustrano meglio di mille parole le sue riflessioni determinate dai pittori sopra citati. Un’ultima considerazione: capita sempre più spesso che la data di pubblicazione di un disco sia di molto posteriore alla sua incisione; ad esempio questo album è stato registrato nel 2012 ma pubblicato solo nel febbraio di questo non felicissimo 2020.

Andreas Schaerer, Hildegard Lernt Fliegen – “The Waves Are Rising, Dear!
Già altre volte, questa testata si è occupata di Andreas Schaerer sottolineandone le innumerevoli virtù e la capacità di interpretare più parti in commedia dal momento che la sua arte gli consente di fare non solo ciò che hanno fatto i più grandi vocalist del jazz, ma di esibirsi come “beatboxer”, di imitare vari strumenti e di improvvisare con uno scat inventivo e trascinante. Questa volta lo svizzero di Berna si presenta alla testa del suo gruppo “Hildegard Lernt Fliegen” il più creativo e originale progetto musicale che la Svizzera abbia potuto offrire in questi ultimi anni. In effetti una performance del gruppo è sempre qualcosa di straordinario dal momento che è difficile stabilire se si tratti di un concerto jazz, rock, rap, di cabaret, di musica da circo (si ascolti, ad esempio il brano d’apertura “Dripping Pint”) con incursioni sempre misurate anche nel mondo dell’elettronica. Ad assecondare le acrobazie vocali di Andreas cinque solisti di eccellenza quali il trombonista e tubista Andreas Tschopp, i sassofonisti Matthias Wenger e Benedikt Reising (che si ascoltano rispettivamente anche al flauto e al clarinetto basso), il bassista Marco Muller e Christoph Steiner alla batteria e alla marimba. Il tutto rinforzato, purtroppo in un solo brano “Embraced By The Earth” dalla presenza del celebrato fisarmonicista francese Vincent Peirani e dalla intensa voce di Jessana Némitz. Così la musica scorre impetuosa, tutt’altro che banale, lontana da qualsivoglia piacevolezza superficiale in cui l’ascoltatore è coinvolto nella sua totalità, mente e corpo, emozione e intelletto. Da questo punto di vista è difficile scegliere in particolare qualche brano anche se personalmente ho maggiormente apprezzato il già citato pezzo in cui si ascoltano anche Peirani e la Némitz e il brano di chiusura “Love Warrior: Part I-IV” che si muove su coordinate più spiccatamente jazzistiche.

Ian Shaw – “Integrity” – abeat 01
Il cantante, pianista e songwriter inglese Ian Shaw è considerato, insieme a Mark Murphy e Kurt Elling, uno dei migliori cantanti jazz di sesso maschile di tutto il mondo. Lo evidenziano i tanti riconoscimenti ottenuti in questi anni: miglior Vocalist Jazz ai BBC Jazz Awards nel 2007 e nel 2004, e nomination nella categoria Miglior Vocalist del Regno Unito ai JazzFM Awards nel 2013… In questo album Ian è accompagnato da un trio italiano composto da Alessandro Di Liberto al piano, Tommaso Scannapieco al basso ed Enzo Zirilli alla batteria. In programma accanto ad alcuni grandi classici ‘leggeri’ come “People”, cavallo di battaglia di Barbara Streisand dal film “Funny girl” del 1964 (arrangiato per l’occasione da Di Liberto), e “Smile” di Charlie Chaplin arrangiata da Enzo Zirilli, ecco alcuni standards del jazz tra i meno battuti come “Use me” di Bill Withers che chiude l’intero disco. In tutti i brani risalta evidente il ruolo svolto dagli strumentisti che riescono a intessere un tappeto ritmico-armonico in cui si inserisce con assoluta pertinenza la voce di Ian Shaw che, dal canto suo, evidenzia una maturità espressiva non comune. Di solito quando si ascolta un disco il cui leader è un cantante (indipendentemente dal sesso) la formula è quella del vocalist con accompagnamento. In questo caso la situazione è completamente diversa in quanto il gruppo appare perfettamente coeso e si muove all’unisono dando ad ognuno la possibilità di mettersi in evidenza. Certo, Ian Shaw è la stella dell’album e la sua prestazione è assolutamente all’altezza dei suoi precedenti album che hanno giustificato, nel tempo, i riconoscimenti cui in apertura si faceva riferimento. I brani sono tutti notevoli con una preferenza, del tutto personale, per il celeberrimo “Smile” di Charlie Chaplin.

Djime Sissoko, Djama Djigui – “Kabako” – Caligola 2272
Tutti conosciamo Baba Sissoko; ebbene Djime è il di lui nipote che vive a Bamako in Mali. Come si dice buon sangue non mente e anche questo artista è degno della massima attenzione. Si badi bene, però: la sua musica non è quella sorta di jazz fortemente contaminato dall’Africa che ha reso famoso Baba; qui siamo sul terreno della musica africana, meglio maliana, lontana da qualsivoglia contaminazione e proprio per questo di grande fascino. Djime si presenta alla testa del suo gruppo, “Djama Djigui” una formazione assolutamente particolare in quanto composta da fratelli, cugini, vicini che sono cresciuti assieme, discendenti della grande famiglia dei Griot Sissoko, tra cui ovviamente il più volte citato Baba. L’album, oltre della maestria del leader al ngoni (strumento a corda proprio dell’Africa occidentale) e al tama (strumento a percussione sempre dell’Africa occidentale) e dello straordinario affiatamento del gruppo, si avvale della splendida voce della moglie di Djime, Aichata Bah. Oltre a quella di Aichata, si possono altresì ascoltare le voci di Baba in “Ma Kono Djarabi” e in “Djumara Djeli”, di Sadibuou Kanté in “Djuku Ya Magnie” e di Samba Tourè in “Anka Miri”, tutti in veste di ospiti. Particolarmente significativo il brano che chiude l’album,”Tama solo”, in cui Djime Sissoko evidenzia tutto il suo virtuosismo per l’appunto al tama. “Kabako”, oramai l’avrete già capito, ci conduce in un meraviglioso viaggio attraverso il Mali grazie alla sua musica che affonda le proprie radici nella tradizione di quella terra.

Warren Wolf – “Reincarnation” – Mack Avenue1169
L’ afroamericano Warren Wolf, anche attraverso i suoi quattro precedenti album pubblicati per la Mack Avenue tra il 2005 e il 2016, si è affermato come uno dei migliori vibrafonisti degli ultimi anni e in questa nuova incisione ha chiamato accanto a sé giovani sideman e alcuni veterani. Con lui ecco quindi Brett Williams al Fender Rhodes ed al pianoforte, Richie Godds al basso elettrico e su “Livin’ the Good Life” al contrabbasso, Mark Whitfeld su due brani alla chitarra, Carroll “CV” Dashell III alla batteria ed alle percussioni e due cantanti che si alternano: Imani-Grace Cooper e Marcellus “bassman” Shepard. L’album è sostanzialmente incentrato sul R&B, sul soul e su una fusion di qualità, mentre dal punto di vista dell’ispirazione, il fattore dominante è l’amore declinato attraverso le sue mille sfaccettature; è lo stesso Wolf a chiarirlo: “Questo è un album sull’amore e la musica che mi fa stare bene – spiega Wolf – A questo punto della mia carriera, volevo solo dimostrare che posso essere versatile ed esprimermi in molti stili diversi”. Così ad esempio “For Ma” è dedicato alla madre, Celeste Wolf, deceduta nel 2015, “Sebastian e Zoë” è un delicato omaggio ai suoi due bambini più piccoli, mentre “Come And Dance With Me” è stata scritta per la moglie che è una ballerina. Da quanto sin qui detto, risulta evidente come l’album riuscirà particolarmente gradito a quanti amano la black music nella sua accezione più ampia. Tuttavia, ad opinione del vostro recensore, uno dei pezzi meglio riusciti è “Sebastian and Zoe” in cui Shepard , con espliciti riferimenti a Barry White, dialoga con Imani-Grace Cooper facendo rivivere quelle atmosfere che hanno segnato per molti di noi gli anni ’70.

I NOSTRI CD. Le forme del duo

Daniele Di Bonaventura, Michele Di Toro – “Vola Vola” – Caligola Records.
Nel jazz la coppia scoppia … di salute. È il caso di “Vola Vola”, l’album, edito da Caligola Records, in cui il bandoneon di Daniele Di Bonaventura sposa il pianoforte di Michele Di Toro nel mettere le ali a dieci brani esemplari dell’estetica musicale della partnership. Diceva Horacio Ferrer che “il bandoneon è una fatalità del tango”. Non solo tango, verrebbe da aggiungere ascoltando questo lavoro intitolato ad una delle canzoni abruzzesi più famose reinterpretata, fra le altre, su arrangiamento dello stesso bandoneonista. Perché un tale strumento dal suono struggente, se accostato ad una tastiera ispirata, anche quando fuoriesce dal ventre latino, amplia la gamma di possibilità espressive, per aprirsi ad una varietà sconfinata di opzioni.
Con Di Bonaventura e Di Toro la musica “trasvola”, scivola via in modo aeriforme, non imbocca false piste né infila uscite tortuose. E se può sembrare che il giusto grembo per quelle note sia il Piazzolla di “Jeanne y Paul” e i Gardel-Le Pera di “Soledad” e “Sus Ojos se cerraron”, la eccentricità del duo risalta quando è alle prese con “Blossom” di Keith Jarrett. Non c’è, intendiamoci, nessuna “slatinizzazione” del repertorio semmai si è all’approdo verso nuovi mondi sonori. Sono quelli per cui i due musicisti si fanno attori di spirali armoniche, propulsori di sintesi calde fra dimensioni tecnica ed artistica, addensatori colto-popular in pezzi quali “Touch Her Soft Lips And Part” di William Turner Walton. I due solisti si destreggiano inoltre in partiture proprie – Di Bonaventura in “Sogno di primavera”, Di Toro in “Corale” e in “Ninna nanna” – e quando si cimentano con la poesia insita in un brano altrui tipo “One Day I’ll Fly Away” applicano al meglio i propri elegiaci modi al lirismo vibrante di questa intensa composizione di Nils Landgren e Joe Sampler.

Alice Ricciardi, Pietro Lussu –“Catch A Falling Star” – Gibigiana Records.
Come zumare insomma inquadrare dei soggetti musicali tramite la macchina da presa uditiva? Facciamo l’esempio del canto femminile: qual è il contesto strumentale più idoneo a focalizzarne le doti? La soluzione proposta con il disco “Catch A Falling Star” della vocalist Alice Ricciardi col pianista Pietro Lussu è più che idonea: la voce, semplicemente cruda, affidata alla “cura” della tastiera, elettrica in questo caso. Beninteso la materia prima, quella canora, ed il contorno armonico della tastiera devono essere di prim’ordine perché il risultato sia adeguato alle aspettative.
Ed è quanto avviene con la Ricciardi, artista di stile e raffinatezza non comuni, che propone nell’album tredici brani sia di propria scrittura (fra cui spiccano “Clues Blues” a firma anche del pianista e”Y-Am”con i testi di Eva Macali) che standards di Berlin, Vance (vedansi il titolo del cd), Rodgers-Hammerstein, Gershwin, Van Heusen, Porter, Ellington ed una originale immersione nel pop d’annata con “Good Vibrations” dei Beach Boys. La forza del lavoro sta ulteriormente nella capacità di Lussu di inseguire in punta di piedi le di lei giravolte sui registri più acuti, nell’orchestrarla di ornamenti ed arabeschi, nell’abilità di rarefarne le atmosfere swing, nella discrezione nel defilarsi al momento opportuno e lasciare che la cantante segua il proprio filo d’Arianna, jazzisticamente proteso, con l’orientamento deciso che le è proprio.

Josh Deutsch, Nico Soffiato – “Redshift” – Nusica.org
Sembra alquanto inusuale la struttura binomica del piccolo gruppo formato dal trombettista John Deutsch – Grammy Award 2019 per il miglior album latin jazz – con Nico Soffiato alla chitarra baritona. Il duo, artisticamente nato a Boston, nel terzo disco, Redshift appena edito da Nusica.org, si arricchisce di loop, sinth e sovratracce, e si “rinforza” in diversi brani grazie alla presenza “extra” di due batteristi come Allison Miller alternato a Dan Weiss. Dunque un duo plus se si considera il featuring degli ospiti citati che vanno a ben incidere sulla tenuta ritmico-percussiva delle esecuzioni senza per questo minimizzare la validità del costrutto sonoro impastato dalla coppia leader. Il sodalizio ultradecennale di Josh e Nico si basa su una “bilancia” musicale, in bilico fra acustica ed elettronica, su due creste, estetica jazz/rock/pop ed anima classica (“44.2” è un riarrangiamento da Robert Schumann mentre “John My Beloved” è la nota cover di Sufjan Stevens laddove con “Paul” siamo nell’indie rock degli statunitensi Big Thief). Le composizioni di Soffiato si distinguono per scelta sussequenziale di accordi funzionali allo sviluppo melodico ed ad impro contenute (“Endnote”, “Remember”) con qualche deviazione funky (“Tooch Taach”). Dal canto suo il Deutsch autore si caratterizza per l’ondeggiare gravitazionale della tromba che va ad illuminare di rossastro gli antri sonori di “Time Lapse” o le luci basse di “Arrival” mentre in “Triad Tune” e nella stessa “Consolation Prize”, scritta a quattro mani col chitarrista, dà sfogo ad un eloquio modulato e intenso, istintivo e profondo, per rimanere a descrizioni “dual”. Il tutto viene shakerato avendo sullo sfondo la skyline di New York, metropoli in cui i nostri eroi si sono da tempo trasferiti assorbendone in pieno lo spirito innovativo. Da precisare che Redshift, oltre ad essere il nome della storica band inglese fondata da Mark Shreeve, sta ad indicare la maggiore lunghezza d’onda di un qualcosa che si allontana. Da qui il richiamo subliminale al gioco più/meno di frequenze del duo in questione.