Claudio Angeleri racconta Italo Calvino

Claudio Angeleri ci racconta il rapporto tra la scrittura combinatoria di Italo Calvino e la composizione musicale attraverso il suo nuovo progetto portato in scena al Piccolo Teatro, al Blue Note e a Bergamo.

“E la mia storia non c’è? Non riesco a riconoscerla in mezzo alle altre, tanto fitto è stato il loro intrecciarsi simultaneo.” Italo Calvino

Italo Calvino

L’idea di realizzare un nuovo progetto intorno alla letteratura di Italo Calvino scaturisce da un invito del MIT Jazz Festival di Musica Oggi al Piccolo Teatro di Milano nello scorso novembre 2019. Lo spettacolo è stato poi replicato a gennaio al Blue Note, per essere messo in scena a luglio alla rassegna che ha significato la ripresa dal vivo dopo il lockdown nella mia città a Bergamo.
Non si tratta della mia prima frequentazione di Calvino in quanto nel 2004 avevo già composto le musiche di uno spettacolo ispirato alle “Città Invisibili”, uno dei libri cult della letteratura del XX secolo. Tuttavia, il rapporto con Calvino ha radici ben più lontane e profonde, che molti “giovani” della mia generazione hanno condiviso durante gli anni Settanta, il periodo in cui lo scrittore aveva pubblicato “Il castello dei destini incrociati”, il libro di racconti a cui mi sono riferito per questo nuovo lavoro.

Un periodo contraddittorio per molti versi, ma estremamente creativo, fecondo e portatore di numerose trasformazioni sociali, politiche e culturali. Scuola, arti, letteratura, teatro, cinema rappresentavano per i ventenni di allora un reale bisogno individuale e collettivo, un modo per trovare risposte ai tanti interrogativi, spesso drammatici, della società di quegli anni. Nei libri e nella musica si potevano trovare risposte immediate, plurali, sintetiche e al tempo stesso profonde.
Calvino nei suoi racconti mette infatti in gioco un’attitudine di pensiero e metodologica che riduce il reale a coordinate essenziali e fondamentali: mente, spazio, tempo. Si tratta della traduzione letteraria di alcuni concetti molto diffusi e condivisi negli anni Settanta: in altre parole, il  «less is more» di Mies van der Rohe in architettura e, per quanto mi riguarda, l’estetica di molti esponenti del jazz, Thelonious Monk e Duke per primi.
Calvino è riuscito perciò a sbrogliare alcuni nodi di natura filosofica tutt’altro che semplici da spiegare e a renderli comprensibili a tutti. Concetti che richiederebbero studi e approfondimenti complessi e una consapevolezza profonda della storia del pensiero contemporaneo e che, invece, trovavano in narrazioni brevi o brevissime, formulazioni molto intuitive.

La narrazione di Calvino ci indica invece la possibilità di scoprire mondi paralleli e di decifrare la complessità e le difficoltà della vita in un modo molto immediato. Calvino è tutto questo e molto di più. Lo fa con leggerezza, ironia, rigore e una padronanza quasi “classica” della scrittura. È il periodo della scrittura combinatoria, un nuovo modo di fare letteratura, attraverso alcuni artifici tecnici che vengono espressi e dichiarati al lettore che diventa parte attiva dell’atto compositivo letterario.

Ne “Il castello dei destini incrociati”, prima opera di Calvino scritta completamente con questa tecnica, i racconti dei diversi personaggi che si incontrano casualmente in un castello dopo varie peripezie, sono determinati dalla combinazione delle carte dei tarocchi miniati quattrocenteschi. Le carte sono le stesse ma le storie che ne scaturiscono sono tutte diverse. E così Calvino racconta di Orlando pazzo per amore o di Astolfo che va sulla Luna per recuperarne il senno, e ancora di alchimisti, amanti e cavalieri sgangherati. Personaggi connotati apparentemente da una comune collocazione medioeval-rinascimentale dei racconti, eppure, ad una attenta lettura, appaiono estraniati dal tempo e dallo spazio e, per questo motivo, estremamente attuali.
C’è da notare che il mazzo dei tarocchi a cui fa riferimento Calvino è in gran parte conservato all’Accademia Carrara di Bergamo, la pinacoteca d’arte della mia città, e alla Morgan Library di New York. Proprio questo riferimento mi ha convinto ancor di più nella scelta del nuovo progetto.

Claudio Angeleri

In questa ardita ricerca metodologica ho trovato il contatto con il linguaggio musicale. La musica è l’arte infatti di combinare i suoni e i silenzi. Questa pratica combinatoria avviene attraverso regole e procedure scritte, oppure orali o ancora “audiotattili”. La storia e gli studi musicologici delle musiche occidentali ed extra-occidentali ce ne hanno fatto conoscere molte: dalla modalità alla tonalità, dalla serialità alla politonalità e così via, includendo anche le tecniche diffuse in altri continenti. Tra le esperienze musicali del XX secolo il jazz riveste un ruolo centrale non solo per la sua genesi in terra americana con il contributo africano, europeo – Spagna, Inghilterra, Italia – ebraico e orientale, ma anche per come ha saputo definire ​un linguaggio sincretico originale e innovativo.
“Jazz is not a what, jazz is a how” rispondeva il grande pianista Bill Evans a chi gli chiedeva di definire il jazz. In poche parole, Evans ne sintetizza l’essenza, cioè la modalità attraverso cui questa musica riesce ad essere plurale e unica al tempo stesso, accogliendo una molteplicità di influssi culturali metabolizzandoli con una propria estetica. La composizione è senz’altro uno degli aspetti caratteristici della musica jazz intesa sia in termini “lenti”, cioè la composizione a tavolino passibile di ripensamenti, modifiche e riscrittura, sia la composizione estemporanea: in altre parole l’improvvisazione.

Il Quartetto

Da qui deriva il ruolo attivo, propositivo e dialogante del musicista di jazz sia con il materiale sonoro a disposizione, sia con gli altri musicisti con cui interagisce. Queste riflessioni mi offrivano ulteriori punti di contatto con l’opera e le tecniche di Calvino.
L’idea è stata quindi quella di raccogliere la sfida per elaborare nuove storie attraverso il linguaggio dei suoni e realizzare quella parte terza incompiuta, attraverso il racconto musicale.  I personaggi e i luoghi raccontati da Calvino qui si trasformano attraverso la combinazione dei 12 suoni sia nella parte composta a tavolino sia in quella estemporanea interpretata dai sette musicisti coinvolti. Oltre ai sedici racconti che compongono il Castello, otto per ogni parte, ne ho composti ancora otto secondo un criterio assolutamente soggettivo lasciando spazio agli stimoli creativi del libro, come dice Calvino: “Mi sono applicato soprattutto a guardare i tarocchi con attenzione, con l’occhio di chi non sa cosa siano, e a trarne suggestioni e associazioni, a interpretarli secondo un’iconologia immaginaria”.
Mi affascinava ad esempio la tecnica con cui lo scrittore incrociava le storie con riferimenti antichissimi, come l’Iliade, o con l’Orlando il furioso visto però in una prospettiva femminile. Alcune parti possono persino essere lette al contrario. Ho quindi composto un contrappunto affidandolo ai diversi strumenti che rappresentano, per il loro carattere sonoro specifici personaggi: il violino, il flauto, la chitarra elettrica (distorta), la voce, il piano, il basso (elettrico), le percussioni. La specularità del racconto viene tradotta invece da due serie dodecafoniche. Ho lavorato quindi sull’armonizzazione interna delle voci per portare le tensioni e le dissonanze in un territorio ancora diverso, a metà strada tra l’affermazione della tonalità e la sua negazione.

Si trattava ancora del dualismo suggerito da Calvino?
Mi rendevo conto che mi stavo muovendo su un terreno scivoloso e discutibile, sotto un profilo compositivo. Non usavo fino in fondo né le tecniche dodecafoniche né quelle tonali, politonali o modali.
C’era poi l’aspetto ritmico e timbrico che portava la musica ancora altrove oltre alle variabili dell’improvvisazione e dell’azione-reazione dei musicisti rispetto agli stimoli scritti.
Si trattava di un bel guazzabuglio creativo che più si faceva intricato più diventava appassionante.
In un’altra composizione ho scelto invece una strada apparentemente più facile perché si basava su una melodia semplicissima. L’idea era quella di proporre al pubblico di cantarla in loop nella parte finale mentre i musicisti abbandonano gradualmente il palco fino a lasciare il canto collettivo. Dicevo apparentemente facile perché la linea melodica utilizza diversi metri: prima in 7 poi in 4 e in 3 per tornare in 7. È il classico esempio in cui la musica è più difficile leggerla dallo spartito che eseguirla a memoria in quanto ciò che “comanda” è la melodia. È infatti ciò che cattura l’attenzione per prima e viene subito memorizzata. Basta infatti seguire il discorso melodico e automaticamente si “esegue” una partitura polimetrica molto complessa. Ho testato l’esperimento durante alcuni laboratori con i bambini della scuola primaria. È stato un successo a riprova che la musica si impara, e si insegna, con tutto il corpo. È ancora quell’ how  di cui parlava Bill Evans, un aspetto che dovrebbe farci riflettere anche sulla didattica della musica oggi.

Un aspetto fondamentale alla riuscita del progetto è stato il contributo dei musicisti coinvolti. Il loro ruolo è più da co-compositori che di esecutori di una partitura molto scritta che lascia spazi ben definiti all’improvvisazione. Le qualità sonore e il background di ognuno di loro fanno la differenza e restituiscono una musica sempre molto in divenire e diversa. Giulio Visibelli al sax soprano e al flauto è l’esempio di un rigore classico che si fonde con la “follia” creativa degli anni Settanta, Paola Milzani è una tra le poche vocalist in grado di “suonare” in sezione le voci interne dell’arrangiamento e al momento giusto di essere solista. La giovane violinista Virginia Sutera possiede uno tra i più bei suoni strumentali in Italia che associa a un linguaggio jazzistico bruciante. Anche il batterista Luca Bongiovanni appartiene alla schiera dei musicisti under 30 in possesso di un quattro “alla vecchia” che alterna a diversi groove attualissimi estendendo la batteria ad ambiti più rumoristici e percussivi.

La parte elettrica del gruppo è interpretata dal bassista Marco Esposito, un musicista con cui collaboro da anni che conferisce solidità alla ritmica con ostinati ritmici già ​sperimentati a lungo nelle formazioni di Gianluigi Trovesi. Michele Gentilini è il secondo musicista elettrico del gruppo. Ho voluto espressamente un suono distorto e filtrato da diversi effetti per dare un colore hendrixiano alla musica pur in ogni contesto, tonale modale o free.

Claudio Angeleri

Presentato “New Things” il nuovo lavoro di Franco D’Andrea, alla Casa del Jazz a Roma

Nell’articolata carriera del pianista-compositore Franco D’Andrea ci sono gruppi che hanno caratterizzato periodi, brevi o lunghi, di ricerca sonora e significativi risultati. Si possono, in questo senso, citare il Modern Art Trio a inizio anni Settanta, il quartetto con Tino Tracanna, Attilio Zanchi e Gianni Cazzola negli Ottanta e, nel nuovo millennio, l’ottetto comprendente Mauro Ottolini, Andrea Ayassot, Daniele D’Agaro, Enrico Terragnoli, Aldo Mella, Zeno De Rossi e Dj Rocca (Luca Roccatagliati).

Il nuovo trio di D’Andrea – con Mirko Cisilino alla tromba ed E. Terragnoli alla chitarra e all’elettronica – si appresta ad essere il “gruppo-simbolo” dell’attuale stagione: lo afferma lo stesso pianista, dopo un periodo di rodaggio. Con il chitarrista c’era già un rapporto di reciproca stima, nato ai tempi delle registrazioni presso El Gallo Rojo e maturato attraverso l’inserimento di Terragnoli nell’ottetto (lo si ascolta in Intervals I e II, 2017-’18). Il giovane trombettista friulano gli è stato, invece, segnalato da Zeno De Rossi e, in effetti, Cisilino è uno strumentista fuori del comune per le capacità improvvisative, l’uso sapiente di varie sordine (dalla plunger alla harmon), la conoscenza di stili del jazz dalle origini all’avanguardia.

La formazione ha, in realtà, pubblicato il doppio Cd  New Things (Parco della Musica Records) ma l’album è uscito a metà marzo 2020, in piena pandemia, senza godere di una reale distribuzione. Così si spiegano le aspettative per il concerto del trio alla romana Casa del Jazz il 17 luglio scorso, nell’ambito della rassegna “Reloaded” inziata il 1° luglio e in programmazione almeno sino al 9 agosto.

D’Andrea, Cisilino e Terragnoli edificano la loro musica basandola – secondo una tecnica messa a punto dal pianista in decenni di sperimentazione – su intervalli “generativi”, su cellule melodico-ritmiche che definiscono le coordinate di un orizzonte sonoro in perenne mutazione. Si riconoscono, nelle ricche e policrome trame, alcune forme ed autori di riferimento per Franco D’Andrea: il blues, il ragtime, la musica contemporanea (a volte i brani sono privi di swing), Lennie Tristano, Thelonious Monk, il jazz di New Orleans dalla Original Dixieland Jazz Band a Louis Armstrong. Il tutto, però, è assimilato in profondità, svelato nel colore/calore degli intervalli (resi espliciti nei titoli: M3 cioè terza maggiore; A 4 che sarebbe quarta aumentata…), riproposto in una veste di moderna polifonia che scardina e ridefinisce i ruoli degli strumenti, impegnati in un avvolgente interplay.

A Mirko Cisilino spetta lavorare soprattutto sulle variazioni timbriche generate dalla tromba (con o senza sordine), non trascurando elementi ritmici, episodi in assolo e esposizioni tematiche. Alla chitarra e all’elettronica di Enrico Terragnoli competono invece funzioni di tessitura generale, senza rinunciare a incursioni stranianti, accenni di walking bass, fraseggi alla Billy Bauer o alla Bill Frisell, interventi di distorsione e manipolazione del suono. Franco D’Andrea è il principale motore generativo del trio, ma al “cuore” dei brani si arriva attraverso un processo di avvicinamento, evocazione, allusione. Così è accaduto nell’iniziale Deep, nella minimalista M2, nella swingante March. Nel finale si sono moltiplicati i riferimenti al jazz delle origini, proposto in una chiave non revivalista eppure in grado di riproporre il “calore” di una musica definita “hot” (P5+M3 / Tiger Rag). Nel secondo bis, suonato in solitudine al piano, Franco D’Andrea ha omaggiato l’amato (e a lungo indagato) Monk.

Pubblico entusiasta, anche se non troppo numeroso, per un trio che si immagina di lunga vita. Nel frattempo  D’Andrea sta già lavorando ad un progetto orchestrale che coinvolge un giovane arrangiatore spagnolo, conosciuto durante l’edizione del concorso di Barga (Lucca) dedicata alle composizioni del pianista meranese che, a 79 anni, mantiene lucida progettualità e grande fantasia.

Luigi Onori

I nostri CD. I colori del piano jazz

Giovanni Ghizzani – “Lost in the Supermarket” – Dodicilune
“Lost in the Supermarket” è l’album che il giovane pianista e compositore toscano Giovanni Ghizzani ha inciso per la label Dodicilune. Il lavoro prende spunto dal senso di vertigine da smarrimento che si può avvertire in un centro commerciale davanti ai tanti colori della merce esposta. Colori e musica. Val la pena ricordare che la sequenza classica di sette colori era stata associata da Newton alle sette note musicali. Il jazz, se vogliamo, è una sorta di arcobaleno di sottogeneri con vaste venature di suoni. In questo caso, anziché perdersi, Ghizzani esce dal dedalo di corridoi ancor più ispirato nel portare avanti il progetto di un quartetto “over the rainbow” che propone proprie composizioni su testi in inglese scritti dalla cantante Anaïs Del Sordo, supportato da una ritmica che vede schierati il trentino Kim Baiunco al contrabbasso e il siciliano Giuseppe Sardina alla batteria. I musicisti, il cui retroterra curricolare si situa fra blues, funk, rock e free, hanno al proprio attivo ottimi piazzamenti in concorsi fra cui il recente premio della giuria popolare al Conad Jazz Contest. Al versatile team si affianca, nello swing d’apertura (“Claps of Thunder”) il clarinettista Daniele D’Alessandro, presente anche in “Daydream”, omonimo del famoso hit dei Lovin Spoonful; più avanti è la volta del chitarrista Alain Pattitoni in “Living for Tomorrow” e “New Horizons”. Il palinsesto prevede in tutto dodici brani, tre dei quali – “Flows”, “Escape the Wreck”, “30 Ways (to confuse your mind)” – divisi in due parti, in cui risulta centrale, a fini di fluidità dei temi, pur su basi armoniche complesse, lo strumento della voce. In questo, la frontwoman calabrese riesce capacemente “colorando i pezzi di una tinta sonora inconfondibile” per come rileva lo stesso Ghizzani nella nota interna alla cover. È un ‘melodiare’ flessuoso, il suo, in ballad romantiche tipo “Hope” e “Renewal”, che sa spiccare voli felini nei momenti giusti dei pezzi più “metropolitani”. Senza più smarrirsi, il 4et, fra i colori dei prodotti sugli scaffali di un ipermercato della loro Bologna.

Mirco Mariottini, Stefano Battaglia – “Music for Clarinets and Piano” – Caligola
Ernst Ferand, nel volume “L’improvvisazione in nove secoli di musica occidentale”, annota che “non è possibile trovare un solo settore della musica che non sia stato influenzato dall’improvvisazione e neppure una sola tecnica o forma musicale che non abbia avuto origine dalla pratica improvvisativa”. Se si parte da questo assunto l’album di Mirco Mariottini e Stefano Battaglia “Music for Clarinets and Piano” (Caligola) appare una sorta di guida musicale all’agire intenzionale tramite processi improvvisativi in tutte le musiche. Guardando già agli albori della storia della musica, non a caso la prima traccia è dedicata a Ildegarda di Bingen, prima donna a comporre. E senza che manchi il jazz, improvvisativo per definizione, il cui influsso si condensa nelle Impro II e III intitolate, nell’album, a “Jimmy Giuffre” e “Paul Bley”. Poi il percorso abbandona la strada più breve e diviene panoramico. Già nella track su “Igor Stravinsky” emerge il gioco pianistico di cromatismi, policromie, discromie mentre il clarinetto delinea in modo astratto il profilo di un grande contemporaneo in “Bruno Maderna”. La piramide musicale che i due musicisti scalano presenta ulteriori ed impreviste sfaccettature, estranee all’avanguardia novecentesca. Si ritrovano melodie da chanson in “Charles Aznavour”, echi arcaici nel bordone del clarinetto basso nel “ritratto” di “Rosa Balistreri”, ipnotici crepuscoli mediterranei nell’ossessività del flamenco in “Camarón de la Isla”. Scorrono le note come se tastiera ed ancia creassero immagini per una galleria, un’expo di suoni inattesi sparsi nel tempo e nello spazio, che circumnavigano il mondo dall’Ucraina di “Valentin Silvestrov” alla Polonia di “Krzysztok Komeda”, dalla Russia di “Sainkho Namtchylak” fino ancora agli Stati Uniti di “Elliot Carter”. 12 improvvisazioni in totale dove il tema dato è una spiccata personalità musicale su cui l’interpretazione del duo sviluppa possibili esiti alle distinte estetiche e poetiche delle figure di cui sopra. Modelli identitari che si evolvono, come tutta la musica, “con il placido moto che è proprio di un fiume, con l’ininterrotta evoluzione che è propria di un albero di sequoia” (Menuhin).

Giulio Scaramella – “Opaco” – Artesuono
I colori del jazz nella vulgata più diffusa sono il bianco e il nero, come i tasti del pianoforte. Ma ciò è alquanto riduttivo! Ci sono tanti esempi che sconfessano tale stereotipo. L’album del pianista-compositore Giulio Scaramella, “Opaco”, della Artesuono, sta a dimostrare come le tinte di questo gene(re) di espressione musicale possano configurarsi persino in un dimensione coloristica non netta, né trasparente, talora nebulosa, volutamente priva di lucentezza. Che però è capace di trasmettere all’esterno il proprio suono interiore stimolando in chi ascolta i due effetti di cui parla Kandinskij, fisico e psichico, insomma soma e psiche. Il suo trio senza batteria con Federico Missio ai sax e Mattia Magatelli al contrabbasso ne ovatta il guscio ammorbidendolo già dal primo brano che battezza il disco e nella successiva “Musica Ricercata VII” di Ligeti, di minimale raffinatezza. Sarà perché stimolati dal discorso relativo alla “tavolozza” tonale ma il terzo brano in scaletta, “Know Your Knots”, evoca l’idea di un blu opacizzato che implica lento movimento laddove “Over the bar” pare virare, fra il giallo e l’arancione, in sospensione fra energia e instabilità, ambedue ad alta vibrazione metrica. “Time flies (and so do changes)” è uno swing in cui prosegue l’esplorazione “politonale” con “lotte di toni” del trio mentre, dopo “Frammento” e l’omaggio a Coltrane in “Naima”, ecco un “The Wall”, composto stavolta da Magatelli, reso palpitante dalle curate atmosfere impressionistiche replicate in chiusura in “Petite Fleur” di Sidney Bechet. È, quella di Scaramella, una rilettura di orizzonti allargati a più segmenti autoriali – Bach, Bartók, Bill Evans, Ethan Iverson e Mark Turner – beninteso smaltati di opaco.

I NOSTRI CD. Molte le novità dall’Italia e dall’estero

Massimo Barbiero – “Woland – Omaggio a ‘Il maestro e Margherita’” – Autoprodotto
Massimo Barbiero, batterista e percussionista, è senza dubbio uno dei musicisti italiani più coerenti e originali, senza che, a tutt’oggi, abbia ottenuto i riconoscimenti che merita. Anche questo suo ultimo album si inserisce nell’ambito di quelle produzioni di qualità cui l’artista ci ha abituati oramai da molti anni. L’organico è un trio con Eloisa Manera al violino ed al violino elettrico a cinque corde e Emanuele Sartoris al pianoforte. In repertorio dieci brani che sostanziano un omaggio a “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, uno dei più importanti lavori del Novecento letterario, e “Woland” è uno dei nomi germanici del Diavolo, ed è anche il nome (in russo Воланд) di uno dei personaggi chiave di questo romanzo. Quindi un concept album in cui la sapienza compositiva di Barbiero trova ancora una volta il modo di esplicarsi appieno, anche se questa volta il carico compositivo è ripartito egualmente fra i tre artisti. Ammesso e non concesso che sia ancora importante definire ciò che si ascolta, incasellarlo in una cornice predeterminata, ebbene con la musica di questo album tutto ciò non è possibile. Non è jazz propriamente detto, non è musica colta nell’accezione del termine ma una sorta di percorso tra culture musicali diverse, alle volte molto diverse. E sta proprio qui la bravura dei musicisti che nulla concedono al facile ascolto riuscendo comunque a conquistare l’attenzione dell’ascoltatore sin dal brano d’apertura, “Abadonna” di Massimo Barbiero, in cui violino e pianoforte quasi si inseguono su un terreno accidentato che taluni hanno voluto accostare ad atmosfere impressioniste. In “Margherita”, sempre di Massimo Barbiero, è soprattutto il violino, ben supportato dal tappeto ritmico disegnato dal leader, a dettare le atmosfere del brano, questa volta più leggibili e narrative, in cui si avvertono echi sia di Vivaldi sia di Paganini. Di livello anche la suite in tre parti, di undici minuti, “Suite dei tre demoni” di Eloisa Manera, sempre in bilico fra scrittura ed improvvisazione, come del resto l’intero disco. La conclusione è affidata ad una composizione di Sartoris, “Pilato, potere temporale”, in cui il pianismo dell’autore si evidenzia in tutta la sua essenzialità, ben lontana da qualsivoglia esibizionismo.

Francesco Bearzatti / Carmine Ioanna – “Favolando” – artesuono 186
Carmine Ioanna, fisarmonicista d’origine irpina, e Francesco Bearzatti, sassofonista e clarinettista cresciuto nella provincia friulana, sono i “responsabili” di questo godibile album. Il titolo riflette la predilezione dei due artisti per raccontare, attraverso la musica, storie, in questo caso specifico ‘favole’. Il sodalizio nasce due anni or sono sulla base della comune volontà di improvvisare divertendosi e questa caratteristica si coglie appieno ascoltando l’album, declinato attraverso composizioni dei due artisti, un brano tratto dalla tradizione dell’Azerbaijan e tre improvvisazioni espressamente dichiarate come tali. Neppure per un attimo si avverte la sensazione che l’uno voglia prevaricare l’altro ma, sottolinea Ioanna, – siamo “due persone che si amano, si completano, non si sovrappongono mai perché vanno nella stessa direzione”. “Soprattutto c’è, secondo me, – ribadisce Bearzatti – una bella mescolanza di ego, nel senso che non c’è nessuno che sovrasta l’altro”. Una musica, quindi, che ci consegna due artisti in grado di improvvisare costantemente, mai perdendo il bandolo della matassa, anzi continuando a sviluppare un discorso sempre coerente e con tale intensità da non far rimpiangere la mancanza degli altri strumenti. Sassofono e fisarmonica, nella mani dei due artisti, riescono a produrre una massa sonora spesso di tipo orchestrale che si inserisce in una atmosfera davvero magica, “da favola” per riportarci al titolo dell’album, in cui si avvertono echi della musica popolare così come del jazz, della musica contemporanea, della world music. Il tutto, sottolinea ancora Bearzatti, per aprire delle piccole brecce, non già per fare musica di massa, e per puntare al grande pubblico.

Black Coffee & Martine Thomas – “Once Upon A Time” – Caligola 2273
Ecco un album raffinato, oserei dire in alcuni momenti sofisticato, in cui si privilegia senza remora alcuna la ricerca della bella melodia. Di qui un repertorio che spazia da alcuni temi cari agli appassionati di jazz (uno per tutti “My Favorite Things”), alla canzone francese, rappresentata da ben quattro titoli (“Et maintenant” di Gilbert Bécaud, “Ne me quitte pas” di Jacques Brel, “L’hymne à l’amour” di Edith Piaf e “La Bohème” di Charles Aznavour), dalla black music (“I Can’t Help It” di Stevie Wonder e Susaye Greene) ad esplicite reminiscenze blues (“Butterfly” di Herbie Hancock)… alle atmosfere vagamente brasiliane di “The Island” di Ivan Lins, Marilyn e Alan Bergman,… con l’aggiunta di due intermezzi strumentali “End of Chapter One e Two”. A cucinare questa gustosa ricetta sono la cantante americana di origini haitiane Martine Thomas che attualmente vive a Zara, coadiuvata dai Black Coffee, il trio croato costituito da Renato Švorinić, bassista e leader, dal pianista Ivan Ivić e dal batterista Jadran Dučić, cui si aggiungono come special guests Daniele di Bonaventura, bandoneon, presente solo in “Et maintenant”, e Massimo Donà, la cui tromba si ascolta in quattro tracce. Vista la varietà dei brani si potrebbe temere una certa disomogeneità dell’album. Invece “Once Upon A Time” mantiene una sua intrinseca coerenza derivante dal come il gruppo approccia la materia: innanzitutto la ferma volontà di rispettare le linee melodiche dei vari pezzi cui si aggiungono i sapidi arrangiamenti di Renato Švorinić e Ivan Ivić. E il discorso appare quanto mai evidente soprattutto nei quattro pezzi francesi interpretati con gusto ed eleganza dalla Thomas e impreziositi da arrangiamenti mai banali. In questo senso particolarmente apprezzabile è anche la versione di “I Can’t Help It” con un centrato assolo di Ivić al piano elettrico.

Felice Clemente – “Solo” – Crocevia di suoni 018
Affrontare la registrazione di un album per sole ance è impresa quanto mai difficile da cui sono usciti indenni solo alcuni grandissimi personaggi quali Sonny Rollins, Steve Lacy, Lee Konitz, Anthony Braxton. In questo album ascoltiamo un artista italiano, Felice Clemente, che usa sax tenore, sax soprano e clarinetto, in una registrazione effettuata nella chiesa settecentesca di Montecalvo Versiggia il 15 e 16 novembre del 2019. La scelta della location non è stata casuale o indifferente: in effetti, come acutamente sottolinea Paolo Fresu nelle note che accompagnano l’album, la dimensione armonica di un solo di sax e clarinetto si esplica nella magia dei rimandi di echi e riverberi, che traggono spunto dalla navata e dalle arcate di una chiesa o di una basilica. Quasi a dimostrare quanto il fitto dialogo tra gli strumenti e il luogo che li accoglie sia frutto di un “antico matrimonio che appartiene alla storia dell’uomo”. Ecco quindi come, grazie anche ad una presa di suono eccellente, sia possibile apprezzare in tutta la loro bellezza queste architravi sonore rette da echi, riverberi che solo in un ambiente come quello di una chiesa (ovviamente con caratteristiche particolari) sarebbe stato possibile ottenere. Ma tutto ciò non sarebbe stato possibile se non ci fosse stata anche e soprattutto la valentia di Felice Clemente compositore, arrangiatore, esecutore di grande raffinatezza che ha voluto disegnare un percorso non facile attraverso un repertorio che parte da un classico del jazz, “Harlem Nocturne” di Hearle Hagen per concludersi con una libera improvvisazione, passando attraverso tre sue composizioni originali, e brani di Branford Marsalis, Godard, Morricone, Nuzzolese, Di Gregorio, Javier Perz Forte e Bach.

Cordoba Reunion – “Sì” – abeat 214
Ecco un altro gradevole album firmato Cordoba Reunion, ovvero il prestigioso quartetto costituito da musicisti tutti nativi della stessa città, Cordoba, ma residenti in paesi diversi (Francia, Italia e Argentina): Javier Girotto ai sassofoni, Gerardo Di Giusto al piano, Gabriel “Minino” Garay percussioni e batteria e Carlos “El Tero” Buschini basso e guembri. Registrato a Milano nel marzo del 2019, l’album contiene undici tracce di cui nove firmate dagli stessi membri del gruppo e due da Julien Lourau un sassofonista francese classe 1970. Come già nei precedenti album, “Argentina Jazz” del 2004 e “Sin lugar a dudas” del 2008, il gruppo si muove su direttrici molto ben individuabili: uno straordinario mix tra tanghi, milonghe e chacareras da un lato, jazz, improvvisazione, sperimentazione dall’altro. Evidentemente una impresa così difficile può essere intrapresa con un minimo di possibilità di successo solo se ad affrontarla sono musicisti che coniugano una spiccata personalità individuale con una capacità di rapportarsi ai compagni d’avventura. Ebbene i quattro musicisti in oggetto possiedono ambedue queste doti essendo tecnicamente molto ferrati ma allo stesso tempo capaci di condurre il discorso musicale sulla base di una profonda empatia. Risultato: un latin-jazz assolutamente coinvolgente che risponde ad un progetto musicale in cui la ricchezza ritmica della musica argentina, seppur ancorata al ricco patrimonio folklorico del Paese, dimostra come la stessa non sia solo tango e milonga, ma molto, molto di più.

Fausto Ferraiuolo – “Il dono” – abeat 212
La genesi di questo album viene esplicitata dallo stesso leader laddove afferma da un canto che il progetto è nato dall’incontro con Jeff Ballard conosciuto molti anni addietro durante una masterclass a Siena, dall’altro che “Il dono” è per lui quello dell’incontro, per cui “donare o ricevere sono due aspetti dello stesso gesto”. Gesto che si concretizza in questo album in cui il musicista napoletano, ben sostenuto da Aldo Vigorito al basso, suo ‘storico’ compagno d’avventure musicali, e dal già citato Jeff Ballard alla batteria (particolarmente importante la sua militanza nel trio di Brad Meldhau), presenta undici brani tutti di sua composizione, eccezion fatta per “O Impro Mio” (Ferraiuolo-Vigorito-Ballard), “Improtune” (Ferraiuolo-Vigorito-Ballard) e “Somebody Loves Me” (George Gershwin). I pezzi originali, per esplicita ammissione dello stesso pianista, sono dedicati alle persone a lui più care. La caratura dell’album appare evidente sin dal primo brano, “Fire Island”: i tre si muovono su un piano di assoluta parità ritagliandosi spazi appropriati (ad esempio in questo brano possiamo già gustare un preciso e gustoso assolo di Aldo Vigorito). Nasce da qui una musica che si inscrive nell’alveo del jazz canonico, con improvvisazioni serrate (particolarmente azzeccata quella sulla falsa riga di “O sole mio” trasformato in “O impro mio”), scambi trascinanti, ricerca di suadenti linee melodiche (particolarmente apprezzate da chi scrive quelle di “4 Septembre” e “C’est tout”) mentre in “Baires” specie nella parte finale si avverte una certa influenza ‘tanguera”. Infine “Improtune” si avventura su terreni contigui al free per tornare ad atmosfere più consuete con la convincente interpretazione del gershwiano “Somebody Loves Me”.

Tommaso Gambini – “The Machine Stops” – Workin’ Label 37
Ecco un’altra prima discografica: protagonista il chitarrista Tommaso Gambini torinese ma newyorkese di adozione, alla testa di un gruppo ad organico variabile composto dai suoi abituali collaboratori Manuel Schmiedel al pianoforte, Ben Tiberio al contrabbasso e Adam Arruda alla batteria cui si aggiungono l’alto sassofonista olandese Ben Van Gelder, il tenor sassofonista e compositore americano Dayna Stephens, il clarinettista Jacopo Albini e la flautista Anggie Obin. In scaletta sette brani tutti firmati dal chitarrista, e riferiti al racconto omonimo dello scrittore inglese Edward Morgan Forster del 1909, racconto che paradossalmente sembra avere molti punti di contatto con la tragica realtà di oggi. Forster parla di una Macchina inventata dall’uomo che prende il sopravvento sulla nostra stessa volontà; sostituite i termini Macchina con Virus e il gioco è fatto. Quindi, almeno sulla carta, si tratta di un concept album. Ma, come al solito in questi casi si pone l’interrogativo: è riuscita la musica a tradurre in suoni tali concetti? Francamente non del tutto; non ho sentito quel clima, cupo, drammatico che forse meglio si sarebbe attagliato alla situazione di cui sopra. Ad onor del vero, il brano d’apertura, anche grazie all’inserto parlato tratto dal volume in oggetto, riflette bene il clima dello stesso ma nei brani successivi è come se l’atmosfera si addolcisse e quindi la tensione si allentasse. Comunque, onestamente, non ho letto il racconto per cui potrebbe darsi che anche i successivi pezzi riflettano in qualche modo i contenuti dello scritto. Ma tutto ciò è abbastanza irrilevante in quanto poco toglie alla valenza dell’album che risulta apprezzabile: Gambini scrive bene, arrangia altrettanto bene e come chitarrista si è fatto ampiamente conoscere collaborando con jazzisti quali Antonio Sanchez, George Garzone, Miguel Zenon e non si lavora con personaggi del genere se non sei più che bravo.

Erroll Garner – “Octave” – Mack Avenue 02
Erroll Garner è sicuramente uno dei giganti della musica jazz. La “Octave Remastered Series”, prodotta da Peter Lockhart e Steve Rosenthal, continua a riproporre alcune delle perle di questo straordinario pianista. Questo ultimo album include nove pezzi tratti da tre album “That’s My Kick” registrato nel 1967 con Milt Hinton basso, Herbert Lovelle e George Jenkins batteria, José Mangual e Johnny Pacheco congas, Wally Richardson e Art Ryerson chitarra; “Up In Erroll’s Room” del novembre dello stesso 1967 con Ike Isaacs basso, Jimmie Smith batteria, Jose Mangual congas featuring “The Brass Bed”; e “Feeling Is Believing” del 1969 con Wally Richardson chitarra, Joe Cocuzzo, Jimmie Smith e Charlie Persip batteria, Jose Mangual congas, Jerry Jemmott e George Duvivier basso. Per chi conosce il jazz, credo bastino solo queste note per comprendere come si tratti di musica di assoluta livello, registrata quando il pianista di Pittsburgh stava vivendo uno dei suoi tanti momenti positivi. In particolare i brani contenuti nell’album ci mostrano un Garner alla testa di formazioni diverse ma che sempre sono in grado di seguire con partecipazione le idee del leader, il cui pianismo, smagliante, mai conosce un attimo di stasi, di indecisione. E siamo sicuri che anche l’ascolto di questo album aprirà una dialettica, a mio avviso del tutto inutile, tra chi considera Garner un assoluto genio musicale (ed io sono tra questi) e chi invece lo valuta pianista di eccellente tecnica ma troppo dedito a inutili virtuosismi.

Giulio Gentile / Emanuela Di Benedetto – “There’s no Place Like Home” – artesuono 192
Album d’esordio per il pianista Giulio Gentile e la vocalist Emanuela Di Benedetto che da giovani appassionati di musica Jazz, hanno poi studiato al dipartimento Jazz del Conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara. Il duo nasce nel 2012 e si fortifica attraverso la partecipazione a numerosi festival, tra cui “MuntagninJazz”, “La Settimana Mozartiana”, il “Castelbuono Jazz Festival”, la rassegna “Sabato in Concerto Jazz” per “Archivi Sonori”. Presto arrivano anche i primi riconoscimenti come il Premio “BEST BAND” al “Bucharest International Jazz Competition 2016”, l’affermazione al “Premio Marco Tamburini 2016” per la sezione band mentre nel 2017 sono vincitori del “Premio Nazionale delle Arti” sezione Jazz tenutosi a Milano Logico, quindi, che si giungesse a questo primo album il cui organico è completato dal batterista Marcello Di Leonardo, dal bassista Luca Bulgarelli, dal sassofonista Manuel Trabucco e dal flicornista Jorge Ro. In repertorio otto brani con musica di Gentile e testi della vocalist. Tenendo conto che si tratta di una ‘prima’ assoluta, l’album presenta note positive riscontrabili soprattutto nella bella intesa tra voce e pianoforte, nella delicatezza dei temi proposti, nella eleganza con cui si manifesta l’amore per la musica e nell’attenzione con cui si guarda alla realtà di oggi. Ecco quindi un omaggio alla città di New York da parte di una giovane donna, una dichiarazione d’amore verso una natura che si vorrebbe più tutelata, un grido di dolore per la lontananza dell’amato/a, un ritratto dell’emigrazione ricco di poesia.

Dimitri Grechi Espinoza – “The Spiritual Way” – ponderosa 147
Nel panorama musicale internazionale Dimitri Grechi Espinoza si è oramai ritagliato uno spazio ben preciso grazie alla sua ricerca che conduce oramai da tempo e che si sostanzia nel progetto Oreb, il monte dove Mosé incontrò Dio. E credo basti questo solo elemento per capire la dimensione in cui opera il sassofonista. Anche questo suo ultimo lavoro, intitolato “The Spiritual Way” per la Ponderosa Music Records, si inserisce, dunque, in quella ricerca che attraverso la musica conduce all’estasi. In particolare in questo terzo volume di Oreb, Dimitri affronta il tema delle virtù spirituali, dando eco e risonanza a uno scritto della tradizione cinese che delinea un percorso di ascesi interiore. Il tutto espresso, ovviamente, attraverso una musica la cui particolarità può essere facilmente percepita se solo la si ascolti con un minimo di attenzione e cuore aperto. In compagnia del suo fido sax tenore, Dimitri ha inciso questo album nel febbraio del 2019 in una località del tutto particolare come il Battistero di Pisa di San Giovanni in Piazza dei Miracoli, un luogo che data la sua particolare acustica è risultato fondamentale per la riuscita dell’impresa. Ed in effetti l‘artista pone a base della sua ricerca anche il rapporto fra suono e spazio-sonoro e il suo significato spirituale. Il suono del sax si staglia stentoreo, preciso, nitido, straordinariamente coinvolgente, ricco di riverberi, che richiama altri grandi del passato primo fra tutti il John Coltrane nella versione più intimista e spirituale. Così il sassofonista ci trascina in un mondo “altro”, un mondo in cui noi tutti avremmo forse voglia di rifugiarci dato il terribile momento che stiamo attraversando.

Hiromi – “Spectrum” – Telarc 0081
Vulcanica, tecnicamente fortissima, semplicemente straordinaria: questi gli apprezzamenti che critici e pubblici di tutto il mondo hanno rivolto a Hiromi Uehara una delle più talentuose protagoniste della nuova scena jazz internazionale. La pianista giapponese (classe 1979) si è messa in luce già da bambina e durante tutti questi anni non ha fatto altro che studiare, suonare, studiare e suonare affinando una tecnica davvero strepitosa e migliorando notevolmente anche l’interpretazione. Queste doti vengono tutte in luce in questo album per solo piano registrato in Giappone nel settembre del 2019. E’ interessante sottolineare come questo sia solo il secondo CD registrato dalla Hiromi per piano solo dopo “Place to Be” del 2009 a conferma di quanto l’artista sia attenta a misurare le proprie capacità. E così “Spectrum” si segnala come una delle migliori prove della pianista che si conferma non solo strumentista in possesso di una conoscenza profonda della tastiera, capace di padroneggiare diversi linguaggi, ma anche interprete raffinata, attenta ad ogni aspetto della sua performance. Hiromi accarezza letteralmente ogni tasto dello strumento, dando a ciascuna nota un suo peso specifico cosicché l’esecuzione raggiunge livelli di profondità non facilmente eguagliabili. Cosa che si nota sia nei brani originali, sia nei pezzi già famosi come “Blackbird” di Lennon-McCartney, “Rhapsody in Various Shades of Blue” ovvero “Rhapsody in blue” corredata da varie interpolazioni, alcune originali altre tratte da “Blue Train” di John Coltrane e “Behind Blue Eyes” di Pete Townshend. Splendida la chiusura affidata ad un melodico “Sepia Effect”.

Karabà – “Viola” – emme record 1916
“Viola” è il secondo album dei Karabà, al secolo Alessandro Casciaro al pianoforte e compositore dei brani, Alberto Stefanizzi alla batteria e Stefano Rielli al contrabbasso.
Il gruppo si muove con grande intesa cementata dal fatto che i tre suonano assieme dal 2016 essendo riusciti, cosa non sempre scontata, a fondere le proprie forti personalità in un unicum assolutamente credibile. Anche perché Karabà si tiene ben lontano da sterili sperimentazioni muovendosi su terreni prettamente jazzistici, senza se e senza ma, un jazz indubbiamente moderno ma che nulla dimentica degli insegnamenti del passato. Il tutto agevolato, se non determinato, dalla buona penna di Alessandro Casciaro compositore di otto brani (su nove); l’unico pezzo non originale è “Tonight Tonight” che chiude il disco; si tratta di un riarrangiamento per piano solo del celebre brano degli Smashing Pumpkins che grazie all’estro di Alessandro Casciaro prende nuovo lustro, senza nulla perdere dell’originario fascino. Tornando alle composizioni di Casciaro, le stesse se da un canto esaltano la forza del collettivo, dall’altro offrono ad ognuno dei musicisti la possibilità di esporre appieno le proprie potenzialità. Così, sulla scorta di melodie ben disegnate e di armonizzazioni ricercate, Casciaro ha modo di esporre il suo pianismo sempre essenziale, ben sostenuto da una sezione ritmica affiatata, precisa e, come già detto, capace di prendere in mano il filo del discorso. I brani sono tutti gradevoli anche se personalmente ho preferito “Parco bello luogo” per gli espliciti richiami al bebop grazie soprattutto ad un poderoso assolo di Stefano Rielli e “Primavera 19” per la delicatezza della linea melodica.

Riccardo Morpurgo- “Kaleidoscopic” – artesuono 184
Morpurgo, Maier, Ricci – “” – Palomar records 58
Il pianista Riccardo Morpurgo è presente in due titoli usciti di recente.
Nel primo è alla guida del Mandala Trio completato da Alessandro Turchet al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria, vale a dire una delle più affiatate e valide sezioni ritmiche che il jazz italiano possa vantare. Il nome del gruppo è di per sé indicativo: il termine “mandala” si riferisce alle culture buddiste e induiste, e si tratta di immagini geometriche usate per trovare l’equilibrio, l’essenza del proprio essere. Ecco, partendo da queste premesse il trio si avventura in un percorso piuttosto accidentato, declinato attraverso dieci composizioni dello stesso Morpurgo. L’intento è quello di trovare un equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione dal momento che, per esplicita ammissione dello stesso pianista, i tre alternano momenti di assoluta coerenza ad una struttura data a momenti in cui si svincolano da qualsivoglia legame e si lanciano in improvvisazioni totali. Evidentemente i momenti più interessanti sono proprio questi in cui Morpurgo e compagni si lasciano andare con risultati eccellenti sia per la bravura del leader sia per quella compattezza ed intesa batteria-contrabbasso cui prima si faceva riferimento. Quindi un disco non facile ma di sicuro interesse.
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Nel secondo album – “Mesmer” – Morpurgo è ancora in trio ma con Giovanni Maier al contrabbasso e Pietro Ricci alla batteria; l’album esce per la ‘Palomar records’ una piccola etichetta fondata e curata da Giovanni Maier, che lavora esclusivamente in autoproduzione e con tirature limitate. Questo “Mesmer” è dedicato quasi totalmente alle musiche di Paul Motian in quanto sei delle composizioni presentate sono del batterista (la settima è invece di Charlie Haden). Il risultato è più che eccellente data da un canto la valenza delle composizioni che lumeggiano al meglio la capacità di scrittura di Motian spesso non adeguatamente valorizzata, dall’altro la capacità del trio di renderle proprie e quindi di reinterpretarle in modo personale ma pertinente. Si parte con “Psalm” title track dell’omonimo album registrato nel dicembre 1981 dal gruppo comprendente Paul Motian, Bill Frisell alla chitarra, Joe Lovano al sax tenore, Billy Drewes ai sax tenore e alto, Ed Schuller al basso e si chiude con “Mesmer” tratto dall’album “Garden of Eden” del 2004. Per tutta la durata dell’album i tra si muovono quasi con cautela, rifuggendo da qualsivoglia esibizione di bravura tecnica e affidandosi molto all’interpretazione. Di qui una musica suggestiva, misurata, spesso eseguita per sottrazione senza che però venga compressa l’abilità individuale. Si ascolti ad esempio il magnifico duetto basso batteria in “Morpion” tratto dall’album “One Time Out” (Blue Note 1987).

Marius Neset, London Sinfonietta – “Viaduct” – ACT 9048-2
Il sassofonista norvegese Marius Neset (Bergen 1985) si ripresenta al pubblico del jazz alla testa del suo gruppo anglo-scandinavo (Ivo Neame piano, Jim Hart vibrafono, marimba e percussioni, Petter Eldh basso, Anton Eger batteria e percussioni) con il robusto supporto della London Sinfonietta, complesso di ben 19 elementi diretta da Geoffrey Paterson con cui Neset, sempre per la ACT, aveva già inciso nel 2016 l’album “Snowmelt”. Neset è a ben ragione considerato uno dei migliori jazzisti delle nuove generazioni tanto che la rivista Downbeat lo considera non solo uno dei più eccitanti artisti jazz del momento ma anche un musicista di straordinaria preparazione tecnica dotato altresì di una felice vena compositiva. Doti, queste, che risaltano evidenti anche da quest’ultimo album, contenente un paio di suite intitolate rispettivamente “Viaduct part 1” in 6 capitoli e “Viaduct part.2” in 4 elementi. Originariamente commissionata per il concerto d’apertura del Kongsberg Jazz Festival nel 2018, “Viaduct” ha offerto a Neset la fantastica opportunità di mostrare le molteplici facce del suo stile, così composito, ricco di richiami, colorito e soprattutto capace di convogliare numerosi input provenienti da fonti diverse. Il suo sassofono è sempre preciso, con un sound potente sia al tenore sia al soprano, che richiama sia il migliore Brecker sia il grandissimo Garbarek, capace di dettare le atmosfere che si respirano per tutta la durata dell’album. Certo, la bravura di Neset come sassofonista è indubbia, ma non sarebbe stata sufficiente a determinare la bontà dell’album se non fosse stata declinata attraverso le dieci composizioni originali dello stesso Neset che riescono a coniugare il jazz propriamente inteso, ricco quindi anche di improvvisazione, con la musica classica contemporanea.

Enrico Pieranunzi – “Frame” – Cam J 7955 2
Enrico Pieranunzi è musicista colto e in quanto tale ‘aperto’ verso tutte le altre forme artistiche. Nel passato, anche recente, ne abbiamo avuto prova evidente riscontrando la sua profonda predilezione per il cinema e le colonne sonore. Si ricordi, ad esempio, il concerto organizzato il 20 febbraio scorso dall’Ambasciata d’Italia e dall’Istituto di Cultura Italiana a Washington in occasione del centenario della nascita di Federico Fellini, con Enrico Pieranunzi, accompagnato da Luca Bulgarelli al basso e da Mauro Beggio alla batteria, impegnato in un repertorio interamente dedicato alle colonne sonore del maestro romagnolo. In questo album l’interesse del pianista romano è rivolto alle arti figurative: immaginatevi una galleria d’arte in cui sono esposti i capolavori di Pollock, Hopper, Picasso, Paul Klee, Rothko, Matisse e Mondrian; Enrico si sofferma dinnanzi ad ogni quadro e disegna, in splendida solitudine, con le note del pianoforte o alla celesta, un affresco da inserire in una ipotetica ‘cornice’, “Frame” per l’appunto. L’effetto è quanto meno intrigante: Pieranunzi non si smentisce e la sua arte pianistica rifulge sempre luminosa sia che si avventuri in stupefacenti e trascinanti avventure magari con illustri partner d’oltre oceano, sia, come in questo caso, che si rivolga di più al suo coté intimista regalandoci una serie di bozzetti che illustrano meglio di mille parole le sue riflessioni determinate dai pittori sopra citati. Un’ultima considerazione: capita sempre più spesso che la data di pubblicazione di un disco sia di molto posteriore alla sua incisione; ad esempio questo album è stato registrato nel 2012 ma pubblicato solo nel febbraio di questo non felicissimo 2020.

Andreas Schaerer, Hildegard Lernt Fliegen – “The Waves Are Rising, Dear!
Già altre volte, questa testata si è occupata di Andreas Schaerer sottolineandone le innumerevoli virtù e la capacità di interpretare più parti in commedia dal momento che la sua arte gli consente di fare non solo ciò che hanno fatto i più grandi vocalist del jazz, ma di esibirsi come “beatboxer”, di imitare vari strumenti e di improvvisare con uno scat inventivo e trascinante. Questa volta lo svizzero di Berna si presenta alla testa del suo gruppo “Hildegard Lernt Fliegen” il più creativo e originale progetto musicale che la Svizzera abbia potuto offrire in questi ultimi anni. In effetti una performance del gruppo è sempre qualcosa di straordinario dal momento che è difficile stabilire se si tratti di un concerto jazz, rock, rap, di cabaret, di musica da circo (si ascolti, ad esempio il brano d’apertura “Dripping Pint”) con incursioni sempre misurate anche nel mondo dell’elettronica. Ad assecondare le acrobazie vocali di Andreas cinque solisti di eccellenza quali il trombonista e tubista Andreas Tschopp, i sassofonisti Matthias Wenger e Benedikt Reising (che si ascoltano rispettivamente anche al flauto e al clarinetto basso), il bassista Marco Muller e Christoph Steiner alla batteria e alla marimba. Il tutto rinforzato, purtroppo in un solo brano “Embraced By The Earth” dalla presenza del celebrato fisarmonicista francese Vincent Peirani e dalla intensa voce di Jessana Némitz. Così la musica scorre impetuosa, tutt’altro che banale, lontana da qualsivoglia piacevolezza superficiale in cui l’ascoltatore è coinvolto nella sua totalità, mente e corpo, emozione e intelletto. Da questo punto di vista è difficile scegliere in particolare qualche brano anche se personalmente ho maggiormente apprezzato il già citato pezzo in cui si ascoltano anche Peirani e la Némitz e il brano di chiusura “Love Warrior: Part I-IV” che si muove su coordinate più spiccatamente jazzistiche.

Ian Shaw – “Integrity” – abeat 01
Il cantante, pianista e songwriter inglese Ian Shaw è considerato, insieme a Mark Murphy e Kurt Elling, uno dei migliori cantanti jazz di sesso maschile di tutto il mondo. Lo evidenziano i tanti riconoscimenti ottenuti in questi anni: miglior Vocalist Jazz ai BBC Jazz Awards nel 2007 e nel 2004, e nomination nella categoria Miglior Vocalist del Regno Unito ai JazzFM Awards nel 2013… In questo album Ian è accompagnato da un trio italiano composto da Alessandro Di Liberto al piano, Tommaso Scannapieco al basso ed Enzo Zirilli alla batteria. In programma accanto ad alcuni grandi classici ‘leggeri’ come “People”, cavallo di battaglia di Barbara Streisand dal film “Funny girl” del 1964 (arrangiato per l’occasione da Di Liberto), e “Smile” di Charlie Chaplin arrangiata da Enzo Zirilli, ecco alcuni standards del jazz tra i meno battuti come “Use me” di Bill Withers che chiude l’intero disco. In tutti i brani risalta evidente il ruolo svolto dagli strumentisti che riescono a intessere un tappeto ritmico-armonico in cui si inserisce con assoluta pertinenza la voce di Ian Shaw che, dal canto suo, evidenzia una maturità espressiva non comune. Di solito quando si ascolta un disco il cui leader è un cantante (indipendentemente dal sesso) la formula è quella del vocalist con accompagnamento. In questo caso la situazione è completamente diversa in quanto il gruppo appare perfettamente coeso e si muove all’unisono dando ad ognuno la possibilità di mettersi in evidenza. Certo, Ian Shaw è la stella dell’album e la sua prestazione è assolutamente all’altezza dei suoi precedenti album che hanno giustificato, nel tempo, i riconoscimenti cui in apertura si faceva riferimento. I brani sono tutti notevoli con una preferenza, del tutto personale, per il celeberrimo “Smile” di Charlie Chaplin.

Djime Sissoko, Djama Djigui – “Kabako” – Caligola 2272
Tutti conosciamo Baba Sissoko; ebbene Djime è il di lui nipote che vive a Bamako in Mali. Come si dice buon sangue non mente e anche questo artista è degno della massima attenzione. Si badi bene, però: la sua musica non è quella sorta di jazz fortemente contaminato dall’Africa che ha reso famoso Baba; qui siamo sul terreno della musica africana, meglio maliana, lontana da qualsivoglia contaminazione e proprio per questo di grande fascino. Djime si presenta alla testa del suo gruppo, “Djama Djigui” una formazione assolutamente particolare in quanto composta da fratelli, cugini, vicini che sono cresciuti assieme, discendenti della grande famiglia dei Griot Sissoko, tra cui ovviamente il più volte citato Baba. L’album, oltre della maestria del leader al ngoni (strumento a corda proprio dell’Africa occidentale) e al tama (strumento a percussione sempre dell’Africa occidentale) e dello straordinario affiatamento del gruppo, si avvale della splendida voce della moglie di Djime, Aichata Bah. Oltre a quella di Aichata, si possono altresì ascoltare le voci di Baba in “Ma Kono Djarabi” e in “Djumara Djeli”, di Sadibuou Kanté in “Djuku Ya Magnie” e di Samba Tourè in “Anka Miri”, tutti in veste di ospiti. Particolarmente significativo il brano che chiude l’album,”Tama solo”, in cui Djime Sissoko evidenzia tutto il suo virtuosismo per l’appunto al tama. “Kabako”, oramai l’avrete già capito, ci conduce in un meraviglioso viaggio attraverso il Mali grazie alla sua musica che affonda le proprie radici nella tradizione di quella terra.

Warren Wolf – “Reincarnation” – Mack Avenue1169
L’ afroamericano Warren Wolf, anche attraverso i suoi quattro precedenti album pubblicati per la Mack Avenue tra il 2005 e il 2016, si è affermato come uno dei migliori vibrafonisti degli ultimi anni e in questa nuova incisione ha chiamato accanto a sé giovani sideman e alcuni veterani. Con lui ecco quindi Brett Williams al Fender Rhodes ed al pianoforte, Richie Godds al basso elettrico e su “Livin’ the Good Life” al contrabbasso, Mark Whitfeld su due brani alla chitarra, Carroll “CV” Dashell III alla batteria ed alle percussioni e due cantanti che si alternano: Imani-Grace Cooper e Marcellus “bassman” Shepard. L’album è sostanzialmente incentrato sul R&B, sul soul e su una fusion di qualità, mentre dal punto di vista dell’ispirazione, il fattore dominante è l’amore declinato attraverso le sue mille sfaccettature; è lo stesso Wolf a chiarirlo: “Questo è un album sull’amore e la musica che mi fa stare bene – spiega Wolf – A questo punto della mia carriera, volevo solo dimostrare che posso essere versatile ed esprimermi in molti stili diversi”. Così ad esempio “For Ma” è dedicato alla madre, Celeste Wolf, deceduta nel 2015, “Sebastian e Zoë” è un delicato omaggio ai suoi due bambini più piccoli, mentre “Come And Dance With Me” è stata scritta per la moglie che è una ballerina. Da quanto sin qui detto, risulta evidente come l’album riuscirà particolarmente gradito a quanti amano la black music nella sua accezione più ampia. Tuttavia, ad opinione del vostro recensore, uno dei pezzi meglio riusciti è “Sebastian and Zoe” in cui Shepard , con espliciti riferimenti a Barry White, dialoga con Imani-Grace Cooper facendo rivivere quelle atmosfere che hanno segnato per molti di noi gli anni ’70.

Una cervogia tiepida alla tua salute, Ezio…

La prima volta che sentii parlare di Ezio Bosso fu nel 2003. Dopo aver letto il bellissimo romanzo “Io non ho paura” di Niccolò Ammanniti, in cui il tema della solidarietà tra esseri umani è l’essenza, uscì il film omonimo di Gabriele Salvatores.
Mi piacque il film e apprezzai molto la colonna sonora; andai quindi a cercare chi ne fosse l’autore e quali gli esecutori.
Il nome Ezio Bosso non mi disse granché, conoscevo, invece, il Quartetto D’Archi di Torino, che suonò le “14 danze diatoniche per bambini” e le composizioni brevi originali, mentre l“Andante dal concerto in Sib maggiore per violino ed archi” di Vivaldi fu eseguito dall’Orchestra di Madrid (violino solista Giacomo Agazzini del 4etto d’Archi di Torino); entrambi gli ensemble diretti da Bosso.

Ezio Bosso – Villa Manin – Ud – ph Domenico Mimmo Dragotti

Nel 2016, guardando il Festival di Sanremo, abbinai finalmente quel nome ad una faccia e ad un corpo: un Ezio Bosso, visibilmente emozionato, fece un’apparizione che colpì e commosse l’Italia intera, presentando la sua musica al pianoforte e mettendo a nudo le sue fragilità, la sua malattia, senza paura di mostrarsi.
Ebbene, come poche altre volte nella mia vita, ricordo di aver provato una strana sensazione, non proprio positiva, in controtendenza rispetto all’acclamante pensiero “unico” generale… si trattava di un pregiudizio, sebbene in quel momento non l’avessi catalogato come tale.
Me ne vergogno un po’, ora, avendo in seguito conosciuto personalmente Ezio, però so che la mia mente fu attraversata da un pensiero… “ma questo, non sarà mica un altro che sfrutta la sua malattia per fare audience?”. Lo so, è un pensiero orribile, i pregiudizi lo sono tout court… e infatti è strano, perché io so di non essere “quel” tipo di persona, né di avere “quel” tipo di forma mentis…
Accantonai tutto ma qualche giorno dopo, il direttore artistico di Euritmica, associazione culturale per la quale curo l’ufficio stampa, mi chiese se avessi visto Bosso a Sanremo perché lui, molto prima di quel passaggio televisivo, aveva fissato una data in Teatro a Udine, per il 10 maggio 2016.
Ad Aprile, Bosso venne in Friuli Venezia Giulia, al Teatro Rossetti di Trieste; decisi di andarci; ascoltarlo dal vivo mi sarebbe servito per scrivere un articolo e per il mio lavoro di ufficio stampa per la nostra data.
Entrai nel bellissimo Teatro triestino, dal soffitto di cielo, conscia di essere prevenuta nei confronti del musicista piemontese.
Ne uscii completamente trasformata…
Il concerto iniziò con “Following a Bird”, lo stesso brano che avevo ascoltato a Sanremo e, canzone dopo canzone ma soprattutto parola dopo parola, compresi quanto avessi sbagliato nel mio superficiale giudizio su Ezio.
Mi sono letteralmente persa con lui, in una delle sue stanze, ascoltandolo mentre parlava della sua visione del verbo perdere: «ho smesso di soffrire quando ho cominciato a perdere tempo. Diamo sempre un’accezione negativa al verbo “perdere”, ma non è così: sono da perdere più le cose buone che quelle cattive. Perdete più che potete».

Mi sono persa mentre raccontava, a suo modo, la storia d’amore tra lo “sfigato” e malaticcio Chopin e Georges Sand, scrittrice spregiudicata, amata da diversi uomini di cultura della sua epoca (le donne che scrivono – e che sanno amare – sono pericolose…); persa tra i versi della sua (e anche mia) poetessa preferita, Emily Dickinson, che trascorse la sua vita osservando il mondo da una stanza, i cui poemi Ezio declamava faticosamente ma con un’intensità che mai avevo ascoltato prima… irrimediabilmente perduta nel cogitabondo tributo al maestro John Cage con “In a Landscape” e la celeberrima “4’33”, ricordando il suo incontro reale con il maestro che studiò a lungo la stanza anecoica (dove il silenzio si può ascoltare), avvenuto al Consevatorio, a Torino, quand’era poco più che un bambino. Cage lo difese dalle aggressioni verbali – e non solo – di un insegnante: “A me sembra molto bravo. – disse Cage al docente – “Perché grida?”
Poi arrivò il concerto di Udine, al Teatro Nuovo. Non avemmo neppure il tempo di avviare le prevendite: sold-out in 48 ore!
Il 10 maggio 2016, conobbi Ezio di persona, in una stanza del teatro molto cara agli artisti, il camerino. Era attorniato dalle persone del suo staff più stretto, Annamaria, Nepal (non chiedetemi il perché di quel nome…) molto protettive nei suoi confronti, forse il giusto.

Ezio Bosso – Teatro Nuovo Giovanni da Udine – ph Domenico Mimmo Dragotti

Il Friuli è patria di vini eccellenti ma a Ezio la birra piaceva di più.
A parte la Dickinson, trovammo un altro punto in comune. Mio marito ed io le birre le produciamo artigianalmente in casa! Ricordo che fu molto interessato all’argomento.
Il concerto fu magnifico, al solito. Ezio si arrabbiò con una sua fan, diciamo… esuberante… che nonostante il divieto, scattò delle foto durante l’esibizione… con il flash!
Alla fine si andò tutti a cena ed iniziammo a parlare, scoprendo altri suoi aspetti; dell’uomo, più che del musicista. Era appassionato dei Monty Python, ci fu quasi una gara di citazioni! Credo la vinsero il direttore artistico, Giancarlo, e i suoi figli. Poi, parlando ancora di birre, io citai Asterix e la cervogia… calda, dissi. Lui mi corresse subito, ridendo: “No, Marina, era tiepida!”
Già… aveva ragione. Andammo a dormire alle 4 del mattino.

Ezio, Rita ed io – Udine, 10 maggio 2016

Ci furono altri concerti da noi organizzati, si era creata un’amicizia, non sempre accade con gli artisti, anzi quasi mai… c’era una grande sintonia e lui in Friuli ci veniva volentieri.
A giugno dello stesso anno, il 2016, chiuse il Festival Internazionale Udin&Jazz, sempre curato da noi, in uno scenografico Castello di Udine, davanti a migliaia di persone che vidi uscire commosse… lui riusciva a portarti in altre dimensioni…
Altra cena… finita a notte fonda.

Ezio Bosso e Giancarlo Velliscig – Udin&Jazz 2016 – ph Alice BL Durigatto Phocus Agency

Poi, a febbraio del 2017, al Verdi di Pordenone: ci abbracciò ad uno ad uno al suo arrivo…
Un altro tutto esaurito… un’altra delle sue magie, anzi maghezzi, come li chiamo io in forma dialettale! Sul mio profilo Instagram pubblicai una sua foto mentre, seduto di fronte a me, alla Vecia Osteria del Moro, sempre con quel suo dolcissimo sorriso sulle labbra, mangiava con grande appetito, bevendo… birra… ça va sans dire!
Scrissi nel post: “S” di Sanremo. Voi. Noi a Pordenone con Ezio Bosso e le sue “S”: Suonare, Steinway and Sons (il suo fratellone!), Standingovation, Sony, Sorridere, Sfamarsi, Sorseggiare, SauvignonCabernet (noi!), Sbadigliare, Sbaciucchiarsi, Salutare #comesenoncifosseundomani #davidromano #reljalukic #grazie #fvglive #fvg #musica #notenuove #euritmica.

Ezio – Pordenone

Il concerto pordenonese “Music For Weather Elements” non era un piano solo ma un trio, con David Romano, al violino e Relja Lukic, al violoncello, una rivisitazione per pianoforte e archi dei suoi brani, riscritti per questa formazione in occasione della firma di un contratto pluriennale in esclusiva con Sony Classical.
L’ultima volta fu sempre nel 2017, a fine luglio, l’unico recital piano solo che Ezio tenne quell’anno, nella meravigliosa Villa Manin, dimora dogale, di Passariano di Codroipo, c’era Annamaria ed anche i suoi cani, basset hound, mi pare.
“Ti trovo davvero molto bene, migliorato rispetto a Pordenone – gli dissi – “come se la tua malattia ti stesse concedendo una tregua”. Mi abbracciò. I suoi abbracci erano avvolgenti e coinvolgenti…

Ezio Bosso – Villa Manin – Codroipo (UD) – ph Domenico Mimmo Dragotti

Ennesima “nottolata”, sotto una delle barchesse della Villa, dove è ospitato il ristorante.
Ci salutammo quasi all’alba, con la promessa di rivederci per altri concerti.
La mattina dopo, il 1 agosto, lui scrisse e pubblicò sulla sua pagina Facebook queste parole:
“Udine-Codroipo… Ancora una volta, attraversammo ancora stanze, attraverso la stanchezza e il dolore di una tristezza. Attraversati dall’affetto che vibra di dolcezza, affetto sonante, affetto risuonante, in un suono che si allarga e attraversa il tempo. E resta indelebile, come la nostalgia della stanza incontrata, di sorrisi, di gentilezza a cui (ormai) appartieni. Riempi per un attimo ogni pezzo mancante e come ogni attimo… lascialo infinito. Grazie Udine”
Poco dopo lui divenne direttore artistico del Teatro Verdi di Trieste… pian pianino smise di suonare, continuando a comporre e soprattutto a dirigere.

Il “fratellone” Steinway & Sons Gran Coda di Ezio a Villa Manin

Il mio direttore artistico l’aveva sentito qualche settimana fa, voleva portarlo nuovamente in Friuli Venezia Giulia, quest’estate, con la sua Europe Philharmonic Orchestra, qualora le misure di contenimento del virus Covid-19 avessero funzionato e permesso lo svolgimento di concerti…
Ero felice per questo… speravo tanto si potesse.
Invece… “A volte le parole non bastano, ma resta il sorriso, quel respirare insieme, quel sogno ininterrotto in ogni respiro, in un riposo cercato e uno forzato. Quel sogno in ogni nota, quel sogno di vivere ancora perché resta ogni afflato, e ogni affetto trovato. Perché le cose che restano sono quelle che trovi… quelle che cerchi…”
Una cervogia tiepida alla tua salute, maestro…

Marina Tuni

Ezio Bosso… un cammino che non si interrompe

Ezio Bosso – foto di Barbara Domenis

Ezio Bosso è venuto a mancare oggi all’età di 48 anni per una malattia neurodegenerativa. La notizia della morte di questo musicista sta lasciando, mentre scrivo, una forte eco. Ezio Bosso ha avuto una vita non facile, la salute ha deciso di rendere ancora più tortuoso il suo cammino di musicista, già periclitante di suo. Era artista amato e molto discusso. Mi si permetta una riflessione generale, che esula un poco dalla figura di questo musico. Quando ci riferiamo a un’icona, un personaggio, dimentichiamo spesso che dietro di lui si cela una vita. Egli vive e soffre, prova simpatie, antipatie, subisce ingiustizie. A volte parteciperà a meccanismi più grandi di sé, spinto da forza d’inerzia: meccanismi spesso criticabili, mai veramente controllabili, siccome governati da forze collocate altrove. Non di rado si ascoltano giudizi ‘tranchant’ sui musicisti e spesso siamo noi artisti i primi protagonisti di queste piccole crudeltà. Si è incapaci di ricordare che l’artista nelle sue manifestazioni è pur sempre qualcuno che suona alla nostra porta per portarci un ‘cadeau’, un mazzo di fiori, un presente. Si ricorda di noi quando stiamo male e anche gli amici non si fanno più sentire, rimane con noi nel momento della più acuta sofferenza, basta concentrarsi e possiamo sentire il calore della sua mano sulla nostra spalla. L’artista dedica la propria vita a qualcosa di più alto e non a fronte di un titolo di credito ma in ossequio a un Dio che forse neppure c’è, a una chiamata cui forse non seguirà risposta: a un pensiero, di cui la vita è fatta.

Quando Ezio Bosso, prima contrabbassista e poi pianista, direttore d’orchestra e compositore, entrò d’improvviso nelle case degli italiani grazie a un invito di Carlo Conti al festival di Sanremo, non era conosciuto dal grande pubblico se non, forse e parzialmente, grazie a alcune colonne sonore realizzate per Gabriele Salvatores. Immediatamente per lui iniziava il successo, lo sfruttamento, la sovraesposizione quasi morbosa dell’immagine e, quasi contestualmente, l’inevitabile processo di delegittimazione. In Italia, infatti, quando cominci a salire su un palcoscenico iniziano i problemi.

Ezio Bosso – foto di Alice B. Durigatto

Non esaminerò musicalmente composizioni di Bosso, che si collocano in uno spazio tra la pop music, il minimalismo, un classicismo conciliante e vivono in un luogo lontano da quello che io quotidianamente abito. Non rientrando nel raggio della mia formazione mentale mi è mancata, per così dire, l’urgenza di frequentarle. Ha davvero importanza? Se nella musica cerco altro, ciò riguarda il mio gusto personale. Ho però ascoltato attentamente Ezio Bosso e so che la sua musica è quella di un musicista senza dubbio attrezzato, che si rivolge a un largo, larghissimo pubblico, sa ispirare e non si pone lo scopo di innovare quanto di piacere. Bosso non è Dallapiccola, somiglia più a Sem Benelli che ad Anton Čechov. Ma se l’autore della “Cena delle beffe” avesse copiato “Il Giardino dei Ciliegi” di cinque anni prima non avrebbe scritto la “sua” pagina nel libro della drammaturgia moderna. Coerenza è tutto, e nel valutare un’opera musicale non bisognerebbe fermarsi al “mi piace” ma considerarne con discernimento le qualità organolettiche: è fatta bene oppure no? La musica di Bosso sublima un’idea di ‘pop’ in una dimensione sinfonica, cerca l’ibridazione tra il suono dello strumento acustico e la vibrazione elettronica, tenta di inserirsi, come il suo collega Ludovico Einaudi, in una tradizione di chiara matrice americana. E in fondo raggiunge un proprio (ambizioso) obiettivo: non perdere di vista il Mondo, accordarsi con la verità odierna. Sono grato a Ezio Bosso per una cosa sopra tutte: la generosità con cui ha messo la carriera al servizio della più nobile divulgazione. Non sembri poca cosa! La divulgazione della musica classica in Italia è una medicina indispensabile, specialmente in questi tempi calamitosi. Sono blasfemo se dico che gli artisti sono gli eroi spirituali di questi giorni, quando i medici e gli infermieri sono gli eroi sul campo di battaglia? Divulgare cultura, farlo bene, nel mondo odierno equivale a comporre la Sinfonia Eroica. Privo di arte, l’uomo è simile al prigioniero che si trova davanti a una porta chiusa e non sa come girar la chiave.

Or non è molto, sono andate in onda in Tv in una fascia oraria importante due puntate con Bosso dedicate a Beethoven e Čajkovskij.  Alcuni milioni di concittadini si sono incollati allo schermo per ascoltare e sentir parlare, con passione e competenza, di Beethoven, del contrappunto, della variazione. È accaduto veramente. Con simili trasmissioni superbamente condotte egli ha dato agli italiani il più alto aiuto che si potesse. Ci siamo abituati fino all’indifferenza al brutto, il bello essendo più difficile a cogliersi. Anima e corpo, pensiero e immaginazione oggi si trovano dolorosamente disgiunti e la musica, che del bello è figlia primogenita, serve a unirli sigillando la ferita. Questo artista, che purtroppo salutiamo, ha fatto molto per la musica, forse più di tantissimi che si credono oggi indispensabili. Rendiamogli pertanto il giusto omaggio.

Ezio Bosso – foto Barbara Domenis

L’orologio oggi si è fermato ma Ezio Bosso continua il suo cammino.

Massimo Giuseppe Bianchi