Talos, un festival a sud-est del mondo

La musica ha una qualità: può migrare senza incorrere nel freno di frontiere, muri, fili spinati. Può cioè spostarsi liberamente ed, in alcuni casi, trovare l’accoglienza più calda.
Ecco. Il Talos Festival suggerisce quest’idea, di una rassegna aperta e inglobante per arti musica danza e in genere spettacolo. Il tema principale resta quello delle bande, grazie alla cui folta presenza, per citare Mascagni, la Puglia è una terra benedetta da Dio. E Pino Minafra, condirettore con suo figlio Livio della kermesse, da combattivo pronipote del mitico Talos qual ė, ha affermato che si sta finalmente concretizzando un importante traguardo legislativo regionale per la tradizione bandistica per come emerso nello specifico convegno interno alla manifestazione (che ha ospitato peraltro la presentazione del libro di Ugo Sbisá, “Puglia: le etá del jazz”).
Le bande hanno una tradizione forte nella regione – un paragone possibile le fanfare che eseguivano Sousa negli USA di inizio novecento – che risulterebbe di denominazione d’origine (non) protetta se non esistessero iniziative come quella ruvese la cui mission è tenerle in vita, consolidarle, rilanciarle.
Alle bande è stata, come da consuetudine, riservata un’ampia vetrina nella settimana di anteprima (1-5 settembre) a base di concerti, masterclass, flash mob, mostre fotografiche (Talosart a cura di Raffaele Puce), laboratori coreografici.
Talos è ancora La Melodia, La Ricerca, la Follia. Ma il tema sottotraccia rimane quello della rivendicazione della ricchezza artistica del territorio che si estende attorno a Ruvo verso varie latitudini e longitudini.

La notte della tammurriata offerta da Enzo Avitabile con i Bottari di Portico, che ha inaugurato a piazzetta Le Monache la sezione internazionale del Festival (6-9 settembre), va in tale direzione, in cui Suono Parola Danza si incontrano, per come statuito dal leader, profeta della ‘disamericanizzazione’, pur mantenendo l’influsso di black music (slang e tamburi compulsivi richiamano il rap); ed omaggiando, alla sua maniera, il Chain Of Fools di Aretha Franklin con lo stesso spirito devoto con cui rinnovare il canto accorato di Terra Mia di Pino Daniele. Il sassofonista di Soul Express ha maturato una propria poetica di “Paisá” che è sintesi profetica di linguaggi, come il griko, e ritualitá afro/mediterranee, rafforzate da collaborazioni come con la cantante palestinese Amal Murkus e col francese Daby Tourè, immortalato nel documentario ” Enzo Avitabile: Music Life” (2012) di Jonathan Demme: tutto nel segno della condivisione-senza/divisione e del recupero unitario e identitario di comuni radici ritmiche, sonore, idiomatiche.

Ed anche quando, poche ore prima, si esibiva, nello spettacolo Notturni, il trio italo-franco-austriaco composto da Livio Minafra al piano (degno di sviluppi il suo fischio che raddoppia le note della mano destra, alla Salis), Michel Godard a tuba e serpentone e Roland Neffe a vibrafono e marimba, la cifra stilistica era di quel taglio, con una musica leggera, variante, emotiva, inerpicantesi su immaginari Balcani con affacciata su New Orleans ma anch’essa radicata nella vasta area sull’asse tirreno/jonio/adriatica.
Sulla traccia dell’album Campo Armonico (Quinton) vi si è costruita la dimensione scenica dell’Adagio alla Finestra di giovani ninfe e mature driadi che, affacciate sulla corte della Pinacoteca d’Arte Contemporanea-ex Convento, gesticolano acclamano chiacchierano, bocche della verità e follia maldicente, tarantolata, mentre lasciano scivolar giù brandelli di carta, vox populi (o vox dei?) nella visione dell’ideatore Giulio De Leo che “ribalta il luogo comune teatrale e letterario del balcone come simulacro del femminile”.

Giorno 7 il vento dell’est ci porta in direzione Egeo, verso la Grecia di Xenakis e Vangelis, sulle ali del pianoforte di Sakis Papadimitriou, giá visto alla prima edizione del festival di Noci nel 1989. Ed ancora in spolvero nel prodigarsi nella ricerca modale di echi classici, agli albori del pensiero occidentale, fino al I secolo a.c., e riportare in vita aforismi, epitaffi, odi poetiche grazie al canto di Georgia Sylleou, incorniciato dalle figurazioni coreutiche di De Leo e Compagnia Menhir, con l’apporto di interpreti diversamente abili. Titolo della coreografia ‘Passionale’, dove il gesto, privo di illusioni estetiche, è strumento di relazione, vicinanza, ascolto.

Poi la zolla musicale indoeuropea tracima ancora verso oriente, sulle rotte di Marco Polo, fino all’India di Trilok Gurtu. Il percussionista, con un set strumentale che è un arsenale, si esibisce in un “solo” in cui prevalgono tablas e voce, in una congiunzione meditativa trasmessa agli spettatori che partecipano, a fine concerto, all’ esecuzione creando collettivamente un bordone tipo tampoura con un riff ripetuto ad accompagnare il musicista sul palco. Il cui sargam recita il ritmo, lo melodizza. E dà il meglio di sé quando si trasforma in un intona rumori concreti, creando vibrazioni da un secchio d’acqua, agitando oggetti, soffiando nel microfono per generare echi apocalittici, bacchettando cose per scovarne risonanze, in una sfida alle leggi dell’acustica quasi fosse un Cage venuto dall’Asia più tradizionale.

Est, est ancora est con The Bulgarian Voices “Angelitas”, polifonia di schietta matrice popolare, la loro, resa attraverso il sapiente gioco delle sezioni soprano-mezzosoprano-alto-contralto che si intrecciano e si riuniscono in accordi inconsueti per noi, talora misteriosi da decifrare, in cui pesa l’ utilizzo dei quarti di tono proprio della musica folklorica. Applauditi i canti a dispetto e quelli a risposta ma soprattutto bissata, su richiesta di un pubblico divenuto maggioranza bulgara, una originalissima versione di Bella Ciao.

Le due giornate finali hanno registrato la produzione La notte delle bande con Pino Minafra & La Banda, diretta da Michele Di Puppo, in repertorio Rossini, Bellini, vari autori fra cui compositori bandistici pugliesi, e con la partecipazione fra gli altri del poeta Vittorino Curci. Una formazione eccellente, sicuramente da “esportare”.

In pinacoteca poche ore prima era stato presentato il disco Sincretico (Dodicilune) del fisarmonicista Vince Abbracciante con Alkemia 4et nonché In The Middle, atelier coreografico curato da Sanna Myllylahti su musica del contrabbassista Giorgio Vendola oltre a Giardini famigliari, con commento sonoro affidato alla tromba di Giuliano De Cesare, con la danzatrice Mimma Di Vittorio in bella evidenza.
Nell’ultima serata la performance dei Fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso, seguita da Ciclopica, dei salentini di BandAdriatica diretta da Claudio Prima, con brani del nuovo album Odissea (Finisterrae), ha chiuso in bellezza il palinsesto dopo le sonorizzazioni di Nicola Pisani e Michel Godard sulle figure di Arcipelago.

È tutto, da Ruvo di Puglia, la cittå del “Jatta”, il Museo; la città del “Jezz”, meticcio con sponde a Levante oltre che con i Sud del mondo.

Amedeo Furfaro

DANILO REA al CIVITA CASTELLANA FESTIVAL

Le foto sono di LAURA GIROLAMI

Il Civita Castellana Festival arriva alla trentesima edizione con una serie infinita di eventi teatrali, letterari, musicali che il direttore artistico Fabio Galadini ha la cura di scegliere tra i migliori e i più variegati del momento per andare incontro ad un pubblico che sia il più ampio possibile. E ci riesce. E sapete cosa ottiene?
Non che ad ogni serata accorra un pubblico particolare, o di nicchia, che di volta in volta accorra ad assistere al “suo” spettacolo dedicato.
Ma che oltre agli appassionati, accorrano anche i “curiosi” di vari generi, di varie tipologie di evento. Il che si chiama nient’altro che fare cultura anzi, propagare cultura, piantare semi proficui, attivare sensi ed interessi.

Tutte le serate (quelle teatrali, quelle musicali, nonché gli eventi letterari) hanno registrato il sold out.
Io ho assistito (e presentato) un concerto squisitamente Jazzistico: il piano solo di Danilo Rea, a Forte Sangallo.

Forte Sangallo
Sabato 21 luglio 2018
Ore 2130

Danilo Rea piano solo ” Something in Our Way”

Quando si assiste ad un concerto solistico di Danilo Rea bisogna sapere che si partirà da un intento e si arriverà  non si sa dove.
Something in Our Way è un progetto pensato sul repertorio di Beatles e Rolling Stones. Brani leggendari di due gruppi britannici leggendari, percepiti comunemente come rivali, contrari, opposti.
Ma Danilo Rea, nell’intervista che ha preceduto il concerto, specifica che il Jazz, per lui, è partire da materiale che ispiri la creatività, da melodie, da progressioni armoniche che lo colpiscano, per poi dare il via ad un percorso di improvvisazione del tutto nuovo. Ed è per questo che non esiste una scaletta precisa, predeterminata nei suoi concerti: nemmeno in questo piano solo al Forte Sangallo. Location, bisogna sottolineare, veramente suggestiva.


Temi melodici fortemente presenti, e che diventano anelli progressivi di una catena di suggestioni, citazioni, piccoli temi nuovi di zecca estemporanei, e anche la ricerca di armonie tra brani che hanno molti più punti in comune di quanto non ci si aspetti; il pianoforte percorso in tutti i modi possibili, partendo dalla potenza di ottave percussive e accordi pieni che percorrono interi episodi tematici, arrivando alla delicatezza cristallina di arpeggi delicati sulla parte acuta del pianoforte, cromatismi, dinamiche nella gamma dei pianissimo. La cifra stilistica di Rea è questa e anche qualcosa d’altro.
Ad un tratto emerge Let it be, che si tramuta in Somewhere over the rainbow. Cosa c’entrano Beatles e Rolling Stones con Somewhere over the rainbow? Semplicemente uno dei molti approdi di un viaggio immaginario estemporaneo. La melodia si dissolve e di essa rimane la progressione armonica, che si tramuta in un walkin’ bass sopra il quale la mano destra gioca a correre sulla tastiera anche freneticamente, fino a che non si torna a Let it Be, in forma quasi di ballad. And I Love her, dal tema iniziale terso, nitido, piano piano viene espanso, trasposto, fino a tramutarsi in Angie. Angie è resa in modo quasi drammatico, e cangiante: nei primi minuti Rea timbricamente decide di ricostruire l’ atmosfera rock, e persino, credetemi, quasi il timbro inconfondibile della voce di Jagger. Poi trasfigura quella stessa melodia tramutandola in Jazz allo stato puro, almeno fino a quando non appare Motocicletta, di Lucio Battisti, che però da il via a (I can’t get no) Satisfaction. E poi ancora Michelle, Your Song, di Elton John, My Favourite Things, Hey Jude.  Tutto è conclusione e al tempo stesso incipit di qualcosa di altro, tra loop potenti, riff che fanno da ponte tra un brano e l’altro, un suono pieno ed un morigerato uso dei pedali, dinamiche a contrasto, una vena improvvisativa indomabile: queste le caratteristiche di un concerto il cui bis comincia con You can’t always get what you want, che si adagia poi su Mission di Ennio Moricone.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto suggestivo, fatto di svolte improvvise, di suoni volutamente ed efficacemente potenti che hanno un impatto molto forte e coinvolgente su chi ascolta. Danilo Rea sa trascinare in un percorso nel quale, partendo dalla melodia, si trovano punti in comune tra mondi musicali, sonori, di genere, completamente diversi tra loro, e su quelli gioca e crea qualcosa di altro ancora. E poiché i punti di arrivo, gli anelli di questa catena musicale, sono brani che fanno parte del nostro dna, per un’ora si corre, ci si riposa, si canta, ci si sente a casa ma allo stesso tempo ci si stupisce, di quei punti in comune di un patrimonio che credevamo così difforme: e non solo Beatles e Rolling Stones, ma anche Morricone, Battisti, Monk e tutti quelli che ho ascoltato al Forte Sangallo ma che è impossibile elencare tutti: un’ora di bella musica dal vivo, un’ora di Jazz.

 

 

Corinaldo Jazz Festival 2018 – venti anni di grande jazz

L'immagine può contenere: una o più persone e testo

Venti anni di grande attività per il Corinaldo Jazz: un compleanno importante da non perdere quest’anno in uno dei borghi più belli d’Italia! Due i concerti per questa ventesima edizione, il 5 e il 7 di agosto nella splendida cornice della Piazza Il Terreno. L’inizio dei concerti è fissato per le 21.45 e, come tradizione vuole, saranno seguiti dalle jam session ai 9 Tarocchi.
Apriranno la rassegna gli YELLOWJACKETS domenica 5 agosto. Quattordici album alle spalle, oltre un milione di copie vendute, centinaia di concerti in tutto il mondo per gli Yellowjackets che sono la più longeva e creativa fusion band del panorama musicale. E non solo per un fatto di continuità anagrafica (il gruppo esiste dal 1977), quanto per una esplosiva spinta a sperimentare continuamente linguaggi, fusioni e contaminazioni e a rivedere il proprio orizzonte espressivo alla luce di nuove acquisizioni stilistiche. E’ stato l’ingresso del sassofonista, arrangiatore e compositore Bob Mintzer a far compiere agli Yellowjackets il definitivo salto di qualità da eccellente band di fusion al perfetto ingranaggio di jazz elettro-acustico. Il loro sound e il loro stesso nome sono oggi molto più di un marchio di fabbrica: attraverso l’evoluzione della loro musica, rappresentano piuttosto un certificato di garanzia. Jazz e fusion acustica si fondono con grandissima raffinatezza in un sound compatto e preciso, con spazi, forme e dimensioni disegnati senza fatica da musicisti di calibro mondiale.
Martedì 7 agosto, a conclusione di questa breve ma intensa edizione, sarà la volta di uno dei migliori altosassofonisti di tutti i tempi: KENNY GARRETT. Nei suoi trenta anni di brillante carriera, Kenny Garrett è divenuto uno dei principali altosassofonisti della sua generazione e il più imitato al mondo. Dall’esordio con la Duke Ellington Orchestra e dalle collaborazioni con Freddie Hubbard, Woody Shaw, Art Blakey & The Jazz Messengers e Miles Davis, Garrett ha sempre apportato il suono vigoroso, melodico e inconfondibile del suo sax alto. Nella stagione 2008-2009 ha suonato nel supergruppo di Chick Corea e John McLaughlin “Five Peace Band” e ha inciso il disco che si è aggiudicato il Grammy Award nel 2010. Con l’album “Seeds From The Underground” (2012), Garrett presenta un quartetto rigorosamente acustico e un ritorno allo straight-ahead, che mette in risalto le sue straordinarie doti musicali. In Germania si aggiudica dagli Echo Awards il premio “Best International JazzSaxophone Performance”. Con l’ultimo album “Pushing the World Away” riceve la nomination ai Grammy come “Best Jazz Instrumental Album”. A luglio 2016 è uscito il nuovo album “Do Your Dance” che già dal titolo segnala la volontà di Garrett di continuare a far divertire il suo pubblico.

Ingresso € 15

In caso di maltempo i concerti si terranno presso il Teatro Goldoni di Corinaldo.
Per informazioni www.corinaldojazz.com
Tel :071 67782 int 236 (Ufficio Turismo)
Cell : 329 4295102
Email :roundjazz@gmail.com

 

CORINALDO JAZZ FESTIVAL 2018 – venti anni di grande jazz

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Venti anni di grande attività per il Corinaldo Jazz: un compleanno importante da non perdere quest’anno in uno dei borghi più belli d’Italia! Due i concerti per questa ventesima edizione, il 5 e il 7 di agosto nella splendida cornice della Piazza Il Terreno. L’inizio dei concerti è fissato per le 21.45 e, come tradizione vuole, saranno seguiti dalle jam session ai 9 Tarocchi.
Apriranno la rassegna gli YELLOWJACKETS domenica 5 agosto. Quattordici album alle spalle, oltre un milione di copie vendute, centinaia di concerti in tutto il mondo per gli Yellowjackets che sono la più longeva e creativa fusion band del panorama musicale. E non solo per un fatto di continuità anagrafica (il gruppo esiste dal 1977), quanto per una esplosiva spinta a sperimentare continuamente linguaggi, fusioni e contaminazioni e a rivedere il proprio orizzonte espressivo alla luce di nuove acquisizioni stilistiche. E’ stato l’ingresso del sassofonista, arrangiatore e compositore Bob Mintzer a far compiere agli Yellowjackets il definitivo salto di qualità da eccellente band di fusion al perfetto ingranaggio di jazz elettro-acustico. Il loro sound e il loro stesso nome sono oggi molto più di un marchio di fabbrica: attraverso l’evoluzione della loro musica, rappresentano piuttosto un certificato di garanzia. Jazz e fusion acustica si fondono con grandissima raffinatezza in un sound compatto e preciso, con spazi, forme e dimensioni disegnati senza fatica da musicisti di calibro mondiale.
Martedì 7 agosto, a conclusione di questa breve ma intensa edizione, sarà la volta di uno dei migliori altosassofonisti di tutti i tempi: KENNY GARRETT. Nei suoi trenta anni di brillante carriera, Kenny Garrett è divenuto uno dei principali altosassofonisti della sua generazione e il più imitato al mondo. Dall’esordio con la Duke Ellington Orchestra e dalle collaborazioni con Freddie Hubbard, Woody Shaw, Art Blakey & The Jazz Messengers e Miles Davis, Garrett ha sempre apportato il suono vigoroso, melodico e inconfondibile del suo sax alto. Nella stagione 2008-2009 ha suonato nel supergruppo di Chick Corea e John McLaughlin “Five Peace Band” e ha inciso il disco che si è aggiudicato il Grammy Award nel 2010. Con l’album “Seeds From The Underground” (2012), Garrett presenta un quartetto rigorosamente acustico e un ritorno allo straight-ahead, che mette in risalto le sue straordinarie doti musicali. In Germania si aggiudica dagli Echo Awards il premio “Best International JazzSaxophone Performance”. Con l’ultimo album “Pushing the World Away” riceve la nomination ai Grammy come “Best Jazz Instrumental Album”. A luglio 2016 è uscito il nuovo album “Do Your Dance” che già dal titolo segnala la volontà di Garrett di continuare a far divertire il suo pubblico.

Ingresso € 15

In caso di maltempo i concerti si terranno presso il Teatro Goldoni di Corinaldo.
Per informazioni www.corinaldojazz.com
Tel :071 67782 int 236 (Ufficio Turismo)
Cell : 329 4295102
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Gli Snarky Puppy al di là di ogni genere

 

Neanche l’atteso ottavo di finale tra Russia e Croazia ai campionati mondiali di calcio ha impedito ai fan degli Snarky Puppy di accorrere all’Auditorium Parco della Musica di Roma per assistere al concerto di una delle più interessanti formazioni apparse negli ultimi anni. Abbiamo scritto “una delle più interessanti formazioni apparse negli ultimi anni” e non “una delle più interessanti formazioni apparse nel mondo del jazz negli ultimi anni” per correttezza intellettuale.
In realtà gli Snarky Puppy sono una band del tutto atipica, per questo, quando si parla di loro, occorre scegliere bene i termini e accettare il fatto che con loro le categorie musicali generalmente utilizzate per definire la musica sono del tutto inutili.
Sotto certi versi gli Snarky Puppy ci hanno fatto venire in mente il pianeta Solaris descritto dallo scrittore polacco Stanislaw Lew e portato sugli schermi dal regista russo Andreij Tarkovskij (sul remake con George Clooney stendiamo un velo pietoso…). Come Solaris, gli Snarky Puppy sono una formazione in continua evoluzione, mai uguale a se stessa, estremamente cangiante nelle scelte musicali, ma capace di dare vita ai tuoi desideri più reconditi ed inespressi. Tanto per dare un’idea della difficoltà di catalogazione, nel 2014 il gruppo guidato dal bassista Michael League ha ottenuto con Something il Grammy Award come migliore performance rhythm’n’blues. Nel 2015 i lettori di Down Beat hanno eletto gli Snarky Puppy il Jazz Group of the Year mentre nel 2016 e 2017, rispettivamente, con Sylvia e Culcha Vulcha hanno ottenuto un Grammy come Best Contemporary Instrumental Album. Come se ciò non fosse sufficiente League ha trovato anche la maniera di produrre gli ultimi due album di David Crosby, Lighthouse e Sky Trail, regalando una seconda giovinezza al vecchio gigante della West Coast.

Non chiedeteci che genere suonano gli Snarky Puppy perché non sapremmo cosa rispondere. Li suonano tutti e tutti insieme, ma contemporaneamente non ne suonano nessuno. In questo operano una fusione tra generi, ma guai a definirli fusion. Immaginate la band come un enorme shaker musicale dove gli ingredienti sono miscelati in dosi diverse. Ad agitare il tutto è una possente sezione ritmica, con le batterie a dialogare sempre tra loro, il basso elettrico a tenere groove, spesso doppiati dalla mano sinistra di una tastiera. Al di sopra degli strati ritmici creati emergono improvvisamente assoli di chitarra elettrica, oppure è la sezione fiati che disegna linee soul, funk jazz, rock, giungendo anche a ricordare gli inni del Philadelphia sound.
Anche a livello di formazione il gruppo di Brooklyn (anche se formato a Dallas, Texas) non ha un assetto tipo. Sono infatti una trentina i musicisti che ne fanno parte, a rotazione. Come più volte ha affermato League, riferendosi agli Snarky Puppy, è più giusto pensare al concetto di una famiglia i cui componenti si frequentano, ma non necessariamente si vedono sempre tutti insieme. Per ogni strumento ci sono tre o quattro musicisti disponibili. I chitarristi sono tre, cinque i tastieristi, quattro i batteristi, sei i musicisti ai fiati. Anche la fase di composizione dei brani è molto originale. Chiunque può proporre una sua composizione che viene poi provata assieme. Nel corso di questa fase ogni musicista può portare cambiamenti o avanzare i suoi suggerimenti. Il brano viene eseguito sino a quando non viene trovata la giusta alchimia frutto del lavoro di squadra.

A Roma gli Snarky Puppy si sono presentati in nove, con una formazione composta da due batterie, un basso elettrico, una chitarra elettrica, due fiati, una tromba e un sax tenore (a volte tre quando un tastierista lasciava il suo strumento e si aggiungeva alla sezione), tre tastiere. Un groove di basso di League ha dato il via a un concerto, purtroppo non impeccabile dal punto di vista sonoro. Spesso si sono udite distorsioni sui fiati, che sono un elemento fondamentale nel suono della band e il volume, generalmente troppo elevato, ha penalizzato la musica invece che esaltarla. Di solito questi problemi si risolvono dopo un paio di brani, ma purtroppo stavolta i fonici non sono riusciti a rimediare. Il rimpianto di non aver potuto ascoltare la musica degli Snarky Puppy al 100% delle sue possibilità è stato ben presto superato dall’entusiasmante prestazione del gruppo. Già al secondo brano, un lento con una parte di fiati alla Sketches of Spain, incastonato su una ritmica funk, ha indotto il pubblico all’applauso ritmico e ad accompagnare, cantando, i temi della band. Non ci era mai accaduto ascoltare la platea intonare dei temi strumentali. Kite, tratto da We Like It Here, è stato accolto da un’ovazione e così tutti i successivi brani proposti dal gruppo. L’entusiasmo del pubblico, in genere molto giovane, è stato autentico e trascinante. Nel corso della serata che è stata essenzialmente improntata al funk (perdonerete la semplificazione giornalistica) abbiamo provato ad analizzare le componenti del gruppo, così come al ristorante si cerca di individuare la ricetta o l’ingrediente segreto di un piatto che ci sta piacendo particolarmente. La base, come detto prima, è la ritmica, con le due batterie a portare i primi mattoni nella costruzione dei brani e il basso elettrico a iniziare l’innalzamenti del muro della struttura portante. Le tre tastiere avevano (perdonate ancora la banalizzazione) compiti ben precisi. La prima era essenzialmente ritmica e spesso doppiava le linee di basso di League. La seconda aveva un suono molto tagliente, anni Settanta, alla Chick Corea del periodo Return to Forever, mentre la terza (probabilmente un Hammond C-3) aveva una funzione più soul e groovy.  La chitarra elettrica era essenzialmente rock, mentre la sezione fiati (che meraviglia, l’avremmo voluta più ampia) agiva quasi come solista e aveva il compito di eseguire linee melodiche fossero esse improvvisazioni jazz o stacchi funk. Ogni volta che la sezione entrava in azione, le sue linee risultavano sorprendenti e capaci di trasformare il mood del brano, vuoi per la bellezza dei temi proposti vuoi per l’inatteso contrasto apportato rispetto alla generale dinamica del brano. In una intervista League ha spiegato di essere cresciuto ascoltando tantissimo pop, soul, rhythm’n’blues. La scuola jazz che ha frequentato gli ha insegnato le basi della teoria musicale, rendendolo capace di comporre musica con sensibilità pop, sebbene dotata di profondità. League non ha mai voluto essere il nuovo grande musicista jazz ma piuttosto essere un musicista che scrive musica unica, risultato della combinazione dei generi che ama. Da quanto abbiamo potuto ascoltare nel corso del concerto, League ha decisamente realizzato il suo obiettivo.

 

 

Marco Giorgi

www.red-ki.com

 

Comincia ORTACCIO JAZZ 14′ edizione

E’ al via Ortaccio Jazz, già arrivato alla 14′ edizione. Si parte mercoledì 11 luglio. Noi di A proposito di Jazz abbiamo conosciuto dal vivo questo Festival l’anno scorso: Daniela Floris ha passato tre giorni in mezzo al Jazz, alla gente di Vasanello, ad un paese in fermento, assistendo ad eventi di grande livello organizzati da un gruppo di amici che sono riusciti a creare l’atmosfera giusta, in un posto incantato, e tutti ad ingresso libero.
Il programma di questa nuova edizione è ricchissimo. E vale la pena di affacciarsi su un Festival “alternativo” a quelli patinati e un po’ impersonali dell’estate. Sono i Festival che ci piacciono e che seguiamo volentieri, quelli che danno ossigeno al mondo del Jazz.  Nella piazzetta fervono gli ultimi preparativi

Qui sotto il programma  completo. Date un’occhiata!

ORTACCIO JAZZ 2018

14^ Edizione

11-15 LUGLIO 2018

VASANELLO (VT)

#OJ2018

INGRESSO GRATUITO

 

L’Ortaccio Jazz Festival è ai nastri di partenza. Mercoledì 11 luglio 2018 prenderà il via la quattordicesima edizione che si annuncia, anche quest’anno, densa di appuntamenti interessanti e di buona musica.

La rassegna è organizzata dall’Associazione Culturale “Messico e nuvole” con il patrocinio della Regione Lazio, della Provincia di Viterbo, del Comune di Vasanello e dell’Università Agraria di Vasanello. La manifestazione sarà ad ingresso gratuito e tutte le sere in attesa dei concerti offrirà la possibilità di degustazioni enogastronomiche in Piazzetta OJ nella ormai amatissima Cantina OJ

 

Cinque serate di grande jazz italiano da ascoltare nel cuore del centro storico di Vasanello.

 

PROGRAMMA 2018

11 LUGLIO          NTJO – New Talents Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini

12 LUGLIO          NOT A WHAT- FABRIZIO BOSSO GIOVANNI GUIDI

13 LUGLIO          STEFANO DI BATTISTA QUARTET

14 LUGLIO          FAR EAST TRIP – GIOVANNI FALZONE

15 LUGLIO          DEAR JOHN – FRANCESCO BEARZATTI

 

La direzione artistica è lieta di presentare il programma della 14° edizione di Ortaccio Jazz Festival.

SUONARE IL JAZZ. Cinque sere, cinque diversi modi di suonare la tradizione. Cinque diversi interpreti alle prese con autori, stili e generi del passato. Si parte dalle suggestioni musicali di Thelonious Monk, compositore e pianista dalle incredibili doti improvvisative, passando attraverso il confronto con le sonorità orientali della “Far East Suite” di Duke Ellington fino ad arrivare all’omaggio esplicito ed originalissimo ad uno dei più grandi sassofonisti della musica jazz: John Coltrane. Senza dimenticare il confronto con la tradizione melodica europea ed italiana.

Del resto se, come diceva Bill Evans, il jazz “is not a what, it’s a how” anche Ortaccio, nel suo piccolo, cerca di coglierlo.

DESCRIZIONE DEI CONCERTI

11 LUGLIO NTJO – New Talents Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini

Con il sostegno del MiBACT e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”.

Nel 2018 la New Talents Jazz Orchestra presenta il progetto musicale “Our Monk”, dedicato interamente a Thelonious Monk, artista eclettico e originale, che ha rappresentato la sfera bebop a New York.

Dagli anni ’40 ad oggi le sue composizioni sono tra le più suonate nel repertorio jazz, ma gli arrangiamenti pensati e realizzati ad hoc dai giovani talenti dell’orchestra daranno una propria visione della sua musica fuori dagli schemi strutturali. Il materiale compositivo di Thelonious Monk è il punto di partenza delle composizioni originali realizzate dall’orchestra, che opera trasformando i pattern e i riff originari in opere nuove, così da mantenere una linea stilistica unica, rendendo l’opera fluida e innovativa.

Solista per l’occasione sarà il giovane sassofonista Vittorio Cuculo, cresciuto tra le fila dell’Orchestra e talento ormai riconosciuto a livello nazionale.

La New Talents Jazz Orchestra è una formazione musicale nata nel 2012 sotto la guida del trombonista e arrangiatore Mario Corvini e costituita da 17 giovani talentuosi musicisti provenienti da varie regioni italiane.

Nei sei anni di attività la New Talents Jazz Orchestra ha proposto progetti molto differenti l’uno dall’altro, confrontandosi con il repertorio classico delle orchestre jazz fino ad arrivare alla presentazione di lavori originali. In questo percorso musicale numerose sono state le collaborazioni con musicisti di fama internazionale quale Enrico Pieranunzi, Stefano Di Battista, Roberto Gatto, Maurizio Giammarco, J. Girotto, ecc.

 

12 LUGLIO NOT A WHAT FABRIZIO BOSSO GIOVANNI GUIDI

Fabrizio Bosso, Tromba

Aaron Burnett, Sax Tenore

Giovanni Guidi, Pianoforte

Dezron Douglas, Contrabbasso

Joe Dyson, Batteria

Giovanni Guidi e Fabrizio Bosso hanno percorso strade molto diverse: Guidi pianista per anni alla corte di Enrico Rava, dopo alcune incisioni per CAM Jazz è   approdato alla blasonata etichetta ECM, con cui ha già registrato tre album da leader, Bosso, arrivato ai massimi vertici a livello mondiale del suo strumento, ha inciso da leader per Blue Note, Verve ed ora Warner. I due incontratisi durante la scorsa estate ad Umbria Jazz, dove hanno diviso il palco, l’uno con il quintetto di Enrico Rava e Tomasz Stanko, l’altro con il proprio progetto dedicato a Gillespie “ The Champ” , hanno pensato bene di unire le loro forze in una idea che li potesse spingere a oltrepassare i confini della loro personale ricerca musicale.  Per far ciò hanno voluto che il gruppo fosse completato da tre giovani talenti indiscussi del jazz newyorchese del calibro di Aaron Burnett, sax tenore che sta bruciando le tappe a New York (Wynton Marsalis, Esperanza Spalding, Kurt Rosenwinkel), Dezron Douglas affidabilissimo e propulsivo contrabbassista (Ravi Coltrane, Louis Hayes, Cyrus Chestnut) e Joe Dyson, tra i più richiesti giovani batteristi oggi in circolazione. Il gruppo, che prende spunto per la sua denominazione da una frase del grande Bill Evans “jazz is not a what, it is a how”.

 

13 LUGLIO STEFANO DI BATTISTA QUARTET

Stefano Di Battista, sax alto e soprano

Andrea Rea, pianoforte

Daniele Sorrentino, basso

Luigi Del Prete, batteria

Torna a Ortaccio Jazz Festival uno dei più importanti sassofonisti della scena italiana ed internazionale. Stefano di Battista con il suo quartetto, ripercorrerà le tappe della sua carriera attraverso il repertorio dei suoi best-of! Il concerto è proprio da non perdere! Di Battista nasce a Roma da una famiglia di musicisti ed appassionati di musica. Ha iniziato a studiare il sassofono all’età di 13 anni in una banda di un piccolo quartiere, composta principalmente da ragazzini. E’ qui che, fino all’età di 16 anni, Stefano ha sperimentato quella che sarebbe diventata una delle qualità essenziali della sua musica: l’allegria. Durante questo periodo ha due incontri decisivi che lo indirizzano verso la sua vocazione: scopre il jazz, innamorandosi del suono “acidulo” di Art Pepper (“…immediatamente volevo suonare in quel modo… fu l’inizio della mia passione”) e incontra l’uomo che diventerà il suo mentore, il leggendario alto sassofonista Massimo Urbani (“lui era un mostro, suonava senza conoscere cosa venisse dopo. Istintivamente.”). La sua strada è ormai segnata: Stefano sarà un musicista jazz. Viaggerà in lungo e largo in Italia e nel mondo portando la sua musica e diventando uno dei musicisti di jazz italiani più famosi al mondo.

14 LUGLIO GIOVANNI FALZONE FAR EAST TRIP

Giovanni Falzone, tromba e arrangiamenti

Massimo Marcer, tromba

Massimiliano Milesi, sax tenore e baritono

Andrea Baronchelli, trombone e tuba

Alessandro Rossi, batteria

Giovanni Falzone, uno dei più interessanti e creativi trombettisti europei rilegge la Far East Suite di Duke Ellington accostando 4 brani della suite originale -Tourist Point Of View; Blue Bird Of Delhi; Blue Pepper; Amad – ad altrettante sue composizioni originali concepite e scritte come omaggio al pensiero musicale del Duca. Ne viene fuori un mix intrigante di old & new jazz con esplosioni di lontano oriente. Facendo un lavoro di ricerca compositiva convenzionale e non, Falzone ha cercato di miscelare il jazz con tutte le forme di scrittura e improvvisazione che durante il XX Secolo si sono avvicendate. Le composizioni sono caratterizzate da una forte componente ritmica e melodica, attraverso la quale il gruppo muove l’intero quadro sonoro. Fanno parte di questo progetto musicisti capaci e attenti con i quali il Leader ha instaurato un rapporto di complicità ed intesa musicale, grazie soprattutto alla loro sensibilità e capacità di muoversi in diversi contesti creativi.

 

15 LUGLIO FRANCESCO BEARZATTI DEAR JOHN

Francesco Bearzatti | sassofoni

Luca Colussi | batteria

Benjamin Moussay | tastiere, fender rhodes

Dopo la morte di John Coltrane, avvenuta il 17 luglio 1967, il mondo della musica si è come tutto sintonizzato sul suo stile del periodo di mezzo: quello del quartetto modale, il più accessibile ed euforico, profondamente legato a un’ispirazione spirituale.

Questo stile è diventato parte del linguaggio jazzistico ed è spesso ridotto a pura formula. E’ per questo che per MetJazz 2017 Francesco Bearzatti (1966) ha immaginato questo omaggio a John Coltrane. Perché Bearzatti viene stilisticamente da un mondo piuttosto lontano e vive un diverso rapporto tra la musica e valori civili. Eppure come sax tenore non può non fare i conti con Coltrane, con la sua energia, con l’alta aspirazione spirituale, con la lucida apertura di ricerca. Per questo l’omaggio di Bearzatti non può che essere personale ed eccentrico, fin dalla scelta della formazione, un trio rhythm’n’blues (il sound con cui Coltrane è maturato). Ci sono tutte le premesse per affrontare una pagina nuova su Coltrane.
Francesco Bearzatti ci ha abituato ad aspettarci l’imprevisto. Nel corso della sua carriera, ogni nuovo progetto ha costruito immagini inaspettate e sorprendenti: Thelonious Monk mescolato al rock’n’roll, una suite dedicata alla fotografa Tina Modotti, il sax che viene filtrato dall’elettronica fino a trasformarsi in una chitarra elettrica. Stavolta, ha scelto di rendere omaggio a John Coltrane, a cinquant’anni dalla morte, ma lo ha fatto a modo suo, scrivendo una lettera aperta al grande sassofonista. La formazione è un trio sax-batteria-Fender, che richiama le sonorità del soul-jazz e del rhythm’n’blues: quelle, guarda caso, con cui Coltrane esordì e crebbe, prima di lanciarsi nell’esplorazione introspettiva della musica e dello spirito. Lo accompagnano il batterista Luca Colussi e il tastierista francese Benjamin Moussay, un artista abituato a incrociare mondi sonori diversi, dal jazz alla classica, fino al rock e all’elettronica.

 

TESSERA SOCIO ORTACCIO JAZZ FESTIVAL

Vuoi diventare socio di OJ Festival? Anche quest’anno hai la meravigliosa opportunità di sottoscrivere la tessera SOCIO SOSTENITORE e vivere il festival in prima fila! Nelle due versioni GOLD (50 euro) e SILVER (20 euro) avrai diritto ad una consumazione gratis per sera. In più, per chi sottoscrive la tessera GOLD, anche uno sconto del 50% sull’acquisto della maglietta e un posto in prima fila per tutti i concerti. [PER AVERLA] Ti aspettiamo il mercoledì e il sabato presso l’ufficio “Informa Turismo” di via Roma a Vasanello.

Puoi anche prenotare la tessera inviando un messaggio a info@ojfestival.it oppure, con un SMS, ai numeri: 335 7533476 e 3342556798 e ritirarla la sera dei concerti al banco bar della piazza.

 

CANTINA OJ

 

 

Tutte le sere, prima dell’inizio dei concerti, si può comodamente cenare alla Cantina OJ. Aperta esclusivamente solo durante i giorni del festival. Piatti tipici della tradizione, alimenti a Km 0 e vino delle migliori cantine della zona.

Anche quest’anno il menù presenta delle grandi novità: oltre al piatto OJ che ormai è un must della Cantina (salumi, verdure grigliate, formaggi freschi e stagionati) si potranno gustare anche:

 

  • Prosciutto e melone
  • Friselle con pomodorini e mozzarella di bufala
  • Fieno al ragù
  • Farro con pomodori, olive e rucola
  • Cous Cous di verdure
  • Zuppa di moscardini
  • Porchetta
  • Fricciolose
  • Dolci secchi

 

CONTATTI

Associazione Culturale “Messico e nuvole”

Via G. Marconi, 46 – 01030 VASANELLO (VT)

mail: info@ojfestival.it – masterclass@ojfestival.it

web: www.ojfestival.it

info e prenotazioni: 335 7533476

 

#OJ2018
📍 Tutti i concerti sono gratuiti
📍 Kids friendly
📍 Cena con #CantinaOJ

 

INFO POINT
Vasanello Città > http://bit.ly/2qEcxOH
Come Arrivare > http://bit.ly/2qEcxOH
ORTACCIO JAZZ ☎ 348 5739663
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