Bille Holiday vive nei nostri cuori: un libro e un disco la ricordano vividamente

Qualche settimana fa, durante la presentazione a Monfalcone del mio libro “L’altra metà del jazz”, una gentile signora mi ha chiesto perché avessi scelto, come immagine di copertina, una foto di Billie Holiday. La risposta è stata ed è molto semplice: Billie Holiday è un’icona della musica jazz (seppur non la sola) ma soprattutto rappresenta quanti sacrifici, umiliazioni, peripezie hanno dovuto sopportare le donne per affermarsi in un ambiente difficile e ancor oggi piuttosto maschilista come quello del jazz.

E la veridicità di queste affermazioni è dimostrata dal fatto che ancora oggi, a distanza di sessanta anni dalla morte della Holiday, escono nuovi libri sulla sua vita e vengono ripubblicati i suoi dischi. E in questa sede vogliamo parlarvi proprio di un libro e di un disco che se ne occupano.

 “Billie Holiday – Una biografia” è un volume di John Szwed edito da “ilSaggiatore” per la traduzione di Elena Montemaggi (pgg.272, € 26,00). John Szwed è professore di Music and Jazz Studies presso la Columbia University e prima di questo volume ha già dato alle stampe “Jazz! Una guida completa per ascoltare e amare la musica jazz” (Edt 2009) e “Space Is The Place. La vita e la musica di Sun Ra” (minimum fax 2013) nonché “So What. Vita di Miles Davis” (ilSaggiatore 2015). Insomma si tratta di uno studioso, uno scrittore che conosce assai bene la materia. Ed in effetti il libro è intitolato a Billie Holiday ma va ben oltre i confini di una, per quanto accurata, biografia.

L’opera è suddivisa in due grandi parti: la prima, intitolata “Il mito” prende le mosse dalla autobiografia dell’artista, “Lady sings the blues” (la prima edizione italiana a cura di Mario Cantoni fu pubblicata da Feltrinelli nel 1979 con il titolo “La signora canta il blues”) per articolarsi successivamente in due capitoli “Il resto della storia” e “Film, televisione e fotografia”. La seconda parte analizza “La Musicista” e viene declinata attraverso diversi capitoli dedicati rispettivamente a “La preistoria di una cantante”, “La cantante I e II” e “Le canzoni I e II”.

Ma questa suddivisione non deve trarre in inganno ché si parte da questi concetti per affrontare in lungo e in largo tutte le tematiche che Billie Holiday ha posto in primo piano nel corso degli anni in cui ha sviluppato la propria arte. Così, ad esempio, parlando del suddetto volume autobiografico, Szwed approfondisce alcuni aspetti finora non sufficientemente lumeggiati come l’amicizia tra Billie e Orson Welles, amicizia ostentata con tanta noncuranza da provocare guai sia a lui sia a lei. E bastano poche righe a Szwed per tracciare un quadro di ciò che era la società statunitense dell’epoca, una società in cui un’amicizia, una relazione tra un bianco e una nera, era considerata impensabile, disdicevole.

Ma questo è solo un esempio, giacché all’autore basta un elemento, un fatto di cronaca per allargare il discorso e andare ben al di là della biografia. Così in apertura del capitolo intitolato “la preistoria di una cantante” Szwed apre una finestra molto esplicativa sugli spettacoli dei menestrelli tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento con specifico riferimento al tipo di canzoni che venivano più utilizzate; apprendiamo, quindi, la differenza tra le “flappers”, le “red-hot mamas” e le “torch singers” concetti su cui non mi pare si siano spesi fiumi di inchiostro.

Altrettanto interessante la trattazione dei vari tipi di “canzoni” e di come sia errata la conclusione di considerare la Holiday una cantante blues.

Avvincente la parte in cui l’autore si occupa delle specificità vocali e interpretative della vocalist, sottolineandone le capacità improvvisative, la potenza esplicativa del gesto, il vibrato usato in modo molto selettivo, la capacità di ornare versi semplici con “piccole e indimenticabili torsioni, impennate e avvallamenti, sfumature e cadute”.

Molto approfondita, ma non poteva essere altrimenti, l’ultima parte in cui viene esaminata la produzione discografica della cantante; particolarmente interessanti le considerazioni a proposito di uno degli album più discussi della Holiday “Lady in satin” che è per l’appunto il disco cui si accennava in apertura.

“Lady in Satin” (Green Corner 100902- 2 CD) venne registrato dal 18 al 20 febbraio del 1958 a New York con l’orchestra di Ray Ellis. Il doppio CD, proposto dalla Green Corner, contiene le duplici versioni – mono e stereo – dell’originario LP cui si aggiungono molte bonus track: nel primo CD l’album integrale “Live At The Monterey Jazz Festival, October 5th 1958” in cui la Holiday canta con Benny Carter al sax alto, Gerry Mulligan sax baritono, Eddie Khan basso, Buddy De Franco clarinetto, Dick Berk batteria e Mal Waldron piano; nel secondo CD  tre brani registrati a Londra il 25 febbraio 1959 con Mal Waldron al piano e l’orchestra diretta da Peter Knight, e sei pezzi incisi live allo Storyville Club di Boston negli ultimi giorni di aprile del 1959 con ancora Mal Waldron, Champ Jones basso  e Roy Haynes batteria.

Per anni i critici si sono esercitati nel demolire questo album classificandolo tra i peggiori registrati dalla Holiday; John Szwed ha un’opinione assolutamente contraria e la illustra assai chiaramente. In effetti, sottolinea l’autore, se è vero che Billie in quel periodo stava male, faceva fatica a leggere e a ricordarsi i testi delle canzoni, è altrettanto vero che adesso contava solo sulla “forza del suo recitativo, sulla capacità di cantare fuori tempo senza mai perdersi…insomma il suo fraseggio era ancora sensibile alle parole riuscendo a dar loro nuova enfasi”. E questa è una dote assai rara da trovare, una dote propria solo delle grandi, grandissime artiste. E non è un caso che un’altra stella del jazz come Miles Davis, sicuramente più esperto di mille esperti, abbia dichiarato, ascoltando l’album, “preferisco ascoltarla ora. E’ diventata molto più matura. A volte puoi cantare le stesse parole ogni sera per cinque anni e tutto d’un tratto capisci il vero senso della canzone”.

E se si ascolta l’album scevri da ogni pregiudizio non si può non concordare con i giudizi di Szwed e di Davis: la Holiday, certo non perfetta dal punto di vista squisitamente musicale, ha tuttavia conservato una capacità interpretativa straordinaria, scandendo ogni singola parola, attribuendo alla stessa uno specifico peso e riuscendo così a tramettere un mondo di emozioni. La si ascolti, ad esempio, in “Violets for Your Furs” uno dei brani preferiti dalla Holiday, per verificare quanto detto in precedenza.

Insomma un album fondamentale che non dovrebbe mancare nelle collezioni di chi davvero ama il jazz.

Gerlando Gatto

 

Egberto Gismonti un’antologia della musica brasiliana… e non solo

Egberto Gismonti © Roberto Cifarelli RSI

Era da molto tempo che non l’ascoltavo dal vivo e serbavo il ricordo di un artista esplosivo, comunicativo, prorompente, in grado di esprimersi su livelli tecnici di assoluto rispetto, con punte di virtuosismo comunque mai fine a se stesse; è stata, quindi, una sorpresa, seppur relativa, ritrovarlo durante il concerto all’Auditorium di Roma più riflessivo, quasi intimista, più propenso a scavare nelle profondità del proprio io piuttosto che a scaricare sul pubblico una musica ribollente. E forse, non a caso, ha fatto esplicito riferimento alla sua famiglia, con madre siciliana, padre libanese e lui ad imparare come seconda lingua il francese.

Ovviamente, ciò nulla toglie alla prestazione di Egberto che si dimostra ancora una volta – se pur ce ne fosse stato bisogno – artista di punta nel pur variegato panorama musicale, capace di sintetizzare in un unicum di rara bellezza i vari input che gli sono pervenuti dalla musica classica, dalla lunga frequentazione degli indios Xingu dai quali apprende l’utilizzo del loro flauto, dalla musica popolare brasiliana, dal jazz, dalla bossa nova, dal rock e dalla musica classica brasiliana di Heitor Villa-Lobos. Tutto ciò si riflette nella sua ampia produzione in cui troviamo musica per il cinema, il teatro e la televisione e la realizzazione di oltre sessanta dischi, molti targati ECM (in cui, oltre a quelli da leader, suona accanto a musicisti quali Charlie Haden, Ralph Towner, Herbie Hancock, Jan Garbarek, Wayne Shorter, John McLaughlin … tanto per citare qualche nome).

Tornando al concerto romano, in oltre un’ora e mezzo Gismonti ha evidenziato le due facce della sua personalità: i primi quaranta minuti si è fatto ascoltare con la sua particolare chitarra, sfoderando la solita impeccabile tecnica impreziosita da un sound personale. Nella seconda, altrettanto lunga parte, Gismonti si è seduto al pianoforte continuando a deliziare il pubblico nonostante qualche leggera défaillance tecnica.

In repertorio brani tratti dagli ultimi due album «Dança dos Escravos» (1988) per quanto concerne la prima parte del concerto e «Alma» (1986) per il piano solo. In ambedue le situazioni Gismonti ha continuato a tessere le sue trame, a suonare la sua musica in cui, come si accennava, è facile da un canto rinvenire quelle influenze che hanno forgiato il suo stile, dall’altro il profondo rispetto che Gismonti nutre per tutte le culture musicali con cui è venuto a contatto, con una particolare predilezione – che non ha mancato di sottolineare anche questa volta – per la musica brasiliana nelle sue molteplici sfaccettature.

Non a caso il concerto si è chiuso con tre pezzi emblematici della ricchezza e varietà della musica brasiliana: “Retrato Em Branco E Preto” di Tom Jobim, “O Trenzinho do Caipira” di Heitor Villa-Lobos e “Carinhoso” di Pixinguinha.

Gerlando Gatto

Si ringrazia Roberto Cifarelli RSI © per le immagini

E’ scomparso André Francis

 

Martedì 12 febbraio è venuto a mancare uno dei massimi esponenti della cultura jazzistica non solo francese ma di tutto il mondo del jazz. Al riguardo pubblichiamo due affettuosi ricordi a firma, rispettivamente, di Adriano Mazzoletti e del nostro corrispondente da Parigi, Didier Pennequin.

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Il 12 febbraio è scomparso a Parigi, dove era nato novantaquattro anni fa, André Francis, di cui ricordo con nostalgia i molti anni trascorsi assieme di fronte ai microfoni delle radio di mezzo mondo.

E’ stato l’ultimo dei grandi, assieme a Charles Delaunay, Lucien Malson e André Clergeat, nella diffusione del jazz in Francia e non solo.

Il suo straordinario lavoro, iniziato nel 1947, alla Radio Francese è stato di enorme importanza. In oltre cinquant’anni ha prodotto per le tre reti di Radio France (France Inter, France Musique, France Culture), un numero altissimo di trasmissioni. Inoltre fra il 1958 e il ’96 ha rappresentato la radio pubblica francese all’interno dell ‘Unione Europea di Radiodiffusione, contribuendo alla realizzazione di eventi come Eurojazz, Festival europei del jazz ed altro ancora. E’ stato inoltre direttore artistico e collaboratore nell’organizzazione di numerosi festival: Chautevallon, Antibes-Juan.les-Pins e molti altri. E’ stato anche il fondatore dell’Orchestra Nazionale del jazz in attività da oltre trent’anni.

Fra le sue opere di critica e storia: “Jazz” del 1961 pubblicato in Italia da Mondadori e  “Jazz. L’histoire, les musiciens, les styles, les disques” del 1991. 

                                                                                                                                                     Adriano Mazzoletti

 

                                                                                                                                    *****

E’ appena scomparsa una leggenda del jazz radiofonico in Francia (e non solo).

André Francis è morto nel sonno, questo martedì mattina a Parigi. Nato nella Capitale il 16 giugno 1925, aveva 93 anni.

Durante 50 anni di proficua attività, fino alla decisione di andare in pensione nel 1966, ha rappresentato una sorta di punto di riferimento per tutto il jazz, al di là di ogni moda e di ogni stile. Le sue trasmissioni si chiamavano « Jazz sur Scène » o « Jazz vivant »: titoli in guisa di autoritratti per colui che avrebbe potuto benissimo essere chiamato come « Monsieur Jazz » sulle antenne del servizio pubblico in Francia : France Inter, France Musique, France Culture…. ma anche sugli schermi della televisione.

In effetti per la televisione francese presenta per parecchi anni il « Festival de Jazz d’Antibes/Juan-les-Pins », creato nel 1960 da Jacques Souplet, e da allora trasmesso a cura di Jean-Christophe Averty.

Nel 1958 pubblica un’opera enciclopedica intitolata « Jazz ». La passione lo porta a organizzare dei concerti già dal 1947 quando aveva appena 22 anni. E questa sarà una vocazione che l’accompagnerà per tutta la vita.

In parallelo alla sua attività all’ORTF e Radio France, programma il leggendario e turbolento «Festival de jazz» di Châteauvallon fra il 1970 e il 1980 o il “Festival de jazz de Paris” che ha ospitato tutti i mostri sacri del jazz negli anni ’80.

Nel frattempo Andfré Francis partecipa alla creazione della «Académie du Jazz» con Jean Cocteau nel 1954/55, del « Concours National de Jazz de La Défense » nel 1977 e diventa nel 1986, il primo presidente de l’Orchestre National de Jazz (ONJ), creata sotto l’impulso  di Jack Lang, allora ministro della Cultura.

Responsabile del Bureau du jazz de Radio France a partire dal 1964, avrebbe programmato circa 10 .000 formazioni nel corso degli anni.

Infine André Francis ha egualmente coltivato la sua passione per la fotografia con innumerevoli scatti effettuati durante i concerti cui assisteva.

Didier Pennequin

Michel Legrand: dal cinema al jazz, un viaggio senza barriere

Era un jazzista? Certo che sì…ma era soprattutto un grande compositore che amava il jazz e che dal mondo del jazz era profondamente ricambiato.
Michel Legrand se n’è andato a Parigi all’età di 86 anni dopo una vita intensa dedicata alla musica e densa di soddisfazioni: ha composto più di duecento colonne sonore per film e televisione e diversi musical e ha registrato oltre un centinaio di album. Ha vinto tre volte l’Oscar per la migliore colonna sonora: nel 1969 con “Il caso Thomas Crown” di Norman Jewison, nel 1972 con “Quell’estate del ’42” di Robert Mulligan e nel 1984 con “Yentl” di Barbra Streisand, meritandosi inoltre numerose nominations, a partire da quella per le musiche di “Les parapluies de Cherbourg” (1964) di Jacques Demy.
Michel comincia ad interessarsi di musica, e in special modo di pianoforte, sin da bambino da autodidatta, nei pomeriggi passati da solo a casa, mentre la madre è al lavoro. Entra, quindi, al Conservatorio di Parigi, dove studia direzione d’orchestra e composizione con Nadia Boulanger e Henri Chaland. Dopo il diploma, comincia a farsi conoscere come cantante e autore di canzoni nonché come pianista e direttore di gruppi di musica leggera e di jazz. A partire dagli anni Sessanta si dedica in modo quasi esclusivo alla musica da film; nel 1968 si trasferisce negli Stati Uniti, alla ricerca di migliori condizioni di lavoro, ma successivamente torna in Francia, pur continuando a collaborare con Hollywood.


Il primo grande successo arriva presto, nel 1954, all’età, quindi, di 22 anni: il suo primo album, “I Love Paris”, diviene uno dei dischi strumentali più venduti mai pubblicati.
Qualche anno dopo, a New-York City, il 5, 27 e 30 giugno 1958 viene registrato “Legrand Jazz”: si tratta di un vero e proprio atto d’amore del compositore francese verso la musica afro-americana; undici le tracce, tutti standard scelti e arrangiati dallo stesso Legrand che assume anche il ruolo di direttore d’orchestra; tra i musicisti presenti nelle nelle tre sedute di registrazione figurano alcuni grandi del jazz come Herbie Mann (flauto) Phil Wood (saxophone alto), Bill Evans (piano), Paul Chambers (contrabbasso), Ben Webster (saxophone tenore), Hank Jones (piano), George Duvivier (contrabbasso), Art Farmer e Donald Byrd (tromba)… e soprattutto Miles Davis con il quale Legrand avrebbe collaborato anche in seguito. Eccoli quindi ancora assieme nel 1990 quando collaborano alla scrittura della colonna sonora del film “Dingo”.
Nel 1970, quasi parafrasando il titolo di “Legrand Jazz”, Michel pubblica “Le Jazz Grand” sempre coadiuvato da illustri jazzisti quali Phil Woods (sax alto), Gerry Mulligan (sax baritono), Ron Carter (basso), Jon Faddis (tromba); questa volta il repertorio non è costituito da standard ma da cinque original di Legrand che more solito siede al piano e arrangia il tutto. Anche se di eccellente livello, questo album non raggiunge comunque i vertici toccati dal disco del ’58.
Ma gli inizi, le collaborazioni con Davis e gli altri grandi jazzisti, i due album sopra citati non restano episodi isolati nel corso della vita di Legrand; le sue frequentazioni con il mondo del jazz se non proprio assidue sono comunque costanti nel tempo: eccolo, ad esempio, nel 2001 in quartetto con Phil Woods a Montreal; nel 2009 è in trio al Ronnie Scott’s di Londra con Geoff Gascoyne al basso e Sebastiaan de Krom alla batteria; ancora in trio nel 2018 è invitato a festeggiare il trentesimo anniversario del BlueNote di Tokyo.
Ma a confermare l’amore del compositore francese verso il jazz forse è ancora più probante dare un’occhiata a quanti jazzisti hanno inciso sue composizioni.
A livello internazionale le registrazioni in cui si ritrovano brani di Legrand sono davvero innumerevoli; qui di seguito un sommario elenco di grandi artisti che si sono misurati con le partiture del compositore francese: Rosewll Rudd, Blossom Dearie, Bill Evans, Kenny Burrell, Richard Galliano, Lena Horne, Carmen McRae, Dee Dee Bridgewater, George Shearing… e l’elenco potrebbe continuare a lungo ma credo sia inutile dal momento che il concetto dovrebbe essere ben chiaro.
Per quanto concerne, infine, il jazz made in Italy gli artisti che hanno preso in considerazione brani di Legrand sono tutti di eccelso livello e appartenenti a stili, correnti assolutamente diversificati: da Massimo Urbani a Marcello Rosa, da Esmeralda Ferrara a Raimondo Meli Lupi, da Enzo Randisi ad Antonio Flinta (pianista argentino ma oramai naturalizzato italiano), da Marilena Paradisi a Lara Iacovini, da Andrea Dulbecco a Claudio Filippini… ad Ada Montellanico con Jimmy Cobb.

Gerlando Gatto

Una Tromba da Oscar. Il Nello Salza Ensemble al Teatro Massimo di Pescara

Venerdì 9 febbraio 2018, la Stagione dei Concerti della Società del Teatro e della Musica “Luigi Barbara propone “Una Tromba da Oscar”, una vera e propria “carrellata” nella grande musica delle colonne sonore e della storia del cinema con il Nello Salza Ensemble: la formazione è composta da Nello Salza alla tromba e al flicorno, Simone Salza ai sassofoni, Vincenzo Romano al pianoforte, David Medina al basso e Gianfranco Romano alla batteria. Gli arrangiamenti dei brani sono curati da Vincenzo Romano. Il programma del concerto si compone di musiche di Morricone, Salza, Piovani, Mancini, Conti, Rota, Barbieri, Piazzolla, Daniele, Corea, Umiliani, Lavagnino e Piccioni.

Il concerto si svolgerà al Teatro Massimo di Pescara, con inizio alle ore 21. Il biglietto di ingresso costa 20€ (ridotto a 15€ per i soci della Società del Teatro e della Musica “Luigi Barbara”) e si può acquistare sui circuiti online e a Pescara, presso la sede di Via Liguria.

Il concerto è realizzato nell’ambito del Progetto Circolazione Musicale in Italia del CIDIM – Comitato Nazionale Italiano Musica.

“Una Tromba da Oscar” è uno spettacolo musicale esclusivo, in cui la tromba, in veste di protagonista, ripercorre le più affascinanti ed indimenticabili colonne sonore che hanno segnato la storia del cinema, della televisione e del musical italiano, proponendo così al pubblico un repertorio unico e mai presentato in forma di concerto. Il tutto, reso ancora più interessante da aneddoti, notizie e curiosità di vita musicale vissuta, raccontati dall’artista Nello Salza, interprete di oltre 400 colonne sonore in qualità di Prima Tromba solista e definito dalla critica “La Tromba del Cinema Italiano” per la sua trentennale attività nel panorama cinematografico, televisivo e teatrale. La melodia, dunque, estrapolata dal film ed eseguita nei concerti attraverso un suggestivo spettacolo musicale che coinvolge ed avvicina il pubblico alla musica da film e che si apprezza anche al di là della proiezione cinematografica. Lo spettacolo è stato eseguito nei più importanti Teatri internazionali, in location quali Città del Vaticano, Auditorium di Roma, Thailand Cultural Center di Bangkok, Teatro di Salonicco, Cina, Sibiu Festival Cultura Europea, Firenze Palazzo della Signoria.

“Ricominciamo dal Jazz: la solidarietà non si improvvisa!” L’eMPathia Jazz Duo di Mafalda Minnozzi e Paul Ricci a San Severino Marche il 10.12

“Il palcoscenico è la parte più importante del teatro, è un luogo magico dove nascono le azioni e dove fioriscono i sogni. Ed è proprio una chiamata all’azione quella di Mafalda Minnozzi, originata dal desiderio di “fare” qualcosa per la sua terra, le Marche, martoriata dal sisma dello scorso anno”.

Partiamo da queste parole degli organizzatori per restituire da subito il senso del progetto “Ricominciamo dal Jazz: la solidarietà non si improvvisa!”, in programma domenica 10 dicembre, con inizio alle 17.00, al Teatro Feronia di San Severino Marche (MC), che ha il nobile scopo di raccogliere fondi per avviare la ricostruzione del palcoscenico del Cinema Teatro Italia, importante spazio cittadino di aggregazione culturale reso impraticabile dal terremoto.

Questo è quanto proveranno a fare, attraverso la musica, la vocalist Mafalda Minnozzi e il chitarrista Paul Ricci, ovvero eMPathia Jazz Duo plus Friends, gli ideatori di questo evento di solidarietà che vede riuniti al Feronia artisti di levatura internazionale. A duettare con Mafalda e Paul sono attesi: il clarinettista Gabriele Mirabassi, il bandoneonista Daniele di Bonaventura, il pianista Giovanni Ceccarelli, il vibrafonista Marco Pacassoni e il chitarrista Antonio Onorato, oltre a due talentuosi musicisti locali: David Padella (contrabbasso) e Maurizio Moscatelli (tromba). Anche il mondo del teatro e della televisione ha risposto alla chiamata di Mafalda: ad aprire e chiudere lo spettacolo saranno infatti due testimonial d’eccezione. Il primo è l’attore napoletano Alessandro Incerto, apprezzato protagonista di fiction televisive di grande successo come Un posto al sole, La squadra, I bastardi di Pizzofalcone. Il secondo è l’attore fiorentino Massimo Reale, fresco del successo teatrale de “Il Penitente” all’Eliseo di Roma con Luca Barbareschi, Lunetta Savino e Duccio Camerini e da quello televisivo nei panni del dottor Alberto Fumagalli, nella serie “Rocco Schiavone” con Marco Giallini.

L’auspicio degli organizzatori, la MBM Management di Marco Bisconti, in collaborazione con il Comune e la Pro Loco di San Severino Marche, è quindi quello di chiamare a raccolta un pubblico quanto più numeroso possibile affinché l’obiettivo fissato possa essere conseguibile.Il sisma dello scorso anno in Centro Italia ha lasciato ferite profonde: nella sola San Severino sono più di mille gli edifici danneggiati e circa 1.500 le famiglie sfollate.

Mafalda è sempre molto vicina molto alla sua terra d’origine, dove ha vissuto la sua infanzia e dove ritorna nelle pause delle sue tournée internazionali, che riprenderanno all’inizio del 2018 con il Cool Romantics Tour, in partenza per gli Stati Uniti. A New York, l’eMPathia Jazz Duo si esibirà al leggendario Birdland, al Mezzrow e in altri locali “cult” della grande mela. Il nuovo progetto musicale è già stato presentato in Germania, Portogallo, Brasile.

A San Severino Marche, Mafalda e i suoi ospiti daranno vita ad una serata di straordinari incontri musicali, sotto la direzione artistica del chitarrista e arrangiatore statunitense Paul Ricci. Paul proviene dalla scena jazz newyorkese ed è un vero artista internazionale, un globetrotter della musica perennemente in tour sui palchi di tutto il mondo. Nel novero delle sue importanti collaborazioni vi sono Roy Haynes, Kenny Barron, Gary Burton, Bebel Gilberto, Astrud Gilberto, Mino Cinelu, Randy Brecker, Manolo Badrena e il grande Harry Belafonte.

La storia di Mafalda Minnozzi è a dir poco singolare. Il suo percorso, che la porterà verso il successo, inizia a Roma, dove si prepara con cura e affina il suo naturale talento studiando canto, danza moderna e infine recitazione alla scuola della Compagnia della Rancia di Saverio Marconi. Conquista il pubblico della “Cabala”, il locale della Capitale più famoso al mondo, entra nel cast di “UnoMattina” (RAI Uno) e la sua popolarità crescente la porta in tour in Italia e in Europa, fino ad approdare in Brasile. In questa terra, in 20 anni, ha costruito una storia di grandi successi pubblicando 12 CD e

2 DVD, partecipando ai più seguiti programmi televisivi e radiofonici delle principali reti brasiliane e duettando con artisti del calibro di Milton Nascimento, Toquinho, Martinho da Vila, Paulo Moura, Leny Andrade e Guinga, tra gli altri.

Performer carismatica, dotata di una estensione e di una gamma di timbri vocali fuori dal comune, Mafalda domina le note, plasmandole in melodie e sfumature sorprendenti. La sua voce è una lavagna d’ardèsia, è scura e cangiante e si tinge di riflessi colorati e di nuance vocali che Paul Ricci, con la sua chitarra, riveste di una delicata ed essenziale trama sonora. Il suo repertorio è dedicato alla grande musica autorale italiana e del mondo, alla bossa nova, alla “chanson” francese, al songbook americano. Il nostro direttore Gerlando Gatto, in una sua recensione, l’ha paragonata a Caterina Valente: “… Mafalda è un artista veramente cosmopolita, che canta in diverse lingue con piena padronanza delle stesse e con estrema disinvoltura … mi viene in mente Caterina Valente …”

Per informazioni e prenotazioni: Pro Loco 0733 638414 (da martedì a domenica dalle 9 alle 12:30 e dalle 15:30 alle 19). Ingresso: Euro 20,00. Posti numerati prenotabili anche telefonicamente con ritiro dei biglietti al botteghino del Teatro Feronia fino a 30 minuti dall’orario di inizio del concerto.

www.empathiajazz.com /// www.youtube.com/empathiajazzduo

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