Alberto Giraldi 4tet guest Fulvio Sigurtà alla Casa del Jazz

Roma, Casa del Jazz, sabato 14 maggio, ore 21

Alberto Giraldi, pianoforte
Filiberto Palermini, sassofoni
Riccardo Gola, contrabbasso
Ettore Fioravanti, batteria

guest Fulvio Sigurtà, tromba e flicorno

Alberto Giraldi è pianista e compositore di grande esperienza, che ha già alle spalle una  lunga carriera cominciata nella musica leggera, proseguita  nel comporre importanti sonorizzazioni, colonne sonore per il teatro, musiche originali per la radio, il cinema, il teatro, la televisione. Questo grande lavoro intessuto negli anni, anche dietro le quinte, ne ha fatto un musicista capace di elaborare un Jazz piacevole, ben costruito, spesso intrecciato ad una fusion di ottimo livello e formulato in modo da essere sempre interessante.
Il quartetto che abbiamo ascoltato alla Casa del Jazz per la presentazione del cd “Geometrie, Affetti Personali” (AlfaMusic, 2016)”, è formato dallo stesso Giraldi al pianoforte, che ha firmato tutti i brani eseguiti, e Filiberto Palermini ai sassofoni, Riccardo Gola al contrabbaso,  Ettore Fioravanti alla batteria e Fulvio Sigurtà alla tromba, invitato come special guest per la serata.

Tutti i brani, presentati con un garbo raro, bisogna dire, sono stati eseguiti tenendo ben desta l’ attenzione del pubblico proprio per quella capacità compositiva che Giraldi ha a monte. I pezzi hanno una loro struttura formale compiuta, ben costruita, sono piccole colonne sonore in miniatura, e come tutte le colonne sonore hanno anche al loro interno, o nei finali o negli incipit episodi  “a sorpresa” che movimentano ulteriormente la percezione di un’andamento già di per se piacevole, godibile e coinvolgente.
Giraldi prepara il substrato armonico ritmico al pianoforte creando l’architettura sulla quale quale si svilupperanno i brani e gli assoli dei musicisti. Di volta in volta l’ esposizione tematica è affidata alla sezione fiati (molto ben calibrati tra loro tra Palermini e Sigurtà, che sia quando suonano insieme che quando inventano scambi improvvisati sono coesi, efficaci, e hanno un suono molto bello), oppure allo stesso pianoforte, e a volte anche al bel contrabbasso di Riccardo Gola. Questo scambiarsi di ruoli è ossigeno per la musica e fa sì che l’attenzione rimanga sempre desta sullo svilupparsi del brano.
Non manca una cura particolare per le dinamiche. Più volte si arriva ad un crescendo di volume e di spessore in cui la batteria esuberante di Fioravanti dà il meglio di se donando il groove vincente, al quale improvvisamente viene giustapposto un assottigliarsi di battiti e di note molto efficace, che riporta ad atmosfere più soft, a volte intime.
Può capitare anche che nel brano vi sia un inserto nel quale un tempo dispari in 7 interrompe il flusso tranquillo del ritmo binario incuneandosi su un ostinato del pianoforte (come in “Ascolto di un silenzio). O magari accade, come in “Residui dell’anima” che il contrasto avvenga tra la tonalità minore iniziale e un progressivo arrivo in maggiore con la batteria che “freme” sul rullante creando un’ atmosfera sospesa, prima di ritornare alla progressione minore: il tutto in una struttura ben pensata, costruita con rigore formale ma anche con un bell’afflato lirico, sul quale si inserisce un intenso assolo di contrabbasso.
Filiberto Palermini ha una bella fantasia improvvisativa ed una notevole capacità di interplay sia con la tromba che con il pianoforte di Giraldi.
Fulvio Sigurtà, che ci ha abituati a soli affascinanti non fa che confermare le aspettative, donando ricami e fraseggi veramente pregevoli, e dimostrandosi duttile come solo lui sa essere nelle occasioni più disparate.
Conclude un concerto applauditissimo il bis dedicato, senza clamori, anzi,  persino con un certo pudore, all’attentato al Bataclan di Parigi: il pezzo, ancora non inciso ma già diverse volte eseguito si intitola “Il senso estraneo delle cose”, ed è connotato da un notevole progressivo innalzamento emotivo, drammatico, lirico.
Il dualismo tra struttura formale rigorosa e improvvisazioni efficaci e contrasti dinamici e timbrici sembrerebbe avere un netto riscontro con il titolo del progetto: “Geometrie, Affetti personali”. Due aspetti complementari della musica di Giraldi.

Gato Barbieri. L’artista dal suono struggente

gato barbieri

Il tempo passa velocemente, troppo velocemente, eppure ce ne rendiamo conto soprattutto quando riflettiamo su noi stessi. Viceversa, se riserviamo la nostra attenzione al di fuori di noi, a persone che stimiamo e amiamo, stentiamo a realizzare che il tempo passa per tutti con la stessa identica velocità. Così quando apprendo dalla televisione che anche Gato Barbieri se n’è andato, stento a credere che avesse già superato gli ottanta. Ma com’è possibile? Sembra ieri che l’ho sentito al Music Inn di Roma; sembra ieri che me l’hanno presentato dopo la fine di un applauditissimo concerto; sembra ieri che ho ascoltato per la prima volta i suoi magnifici capolavori,” The third world” registrato a New York nel novembre del ’69, la serie dedicata all’America Latina,” Chapter one: Latin America”, “Chapter Two: Hasta Siempre”, “Chapter Three: Viva Emiliano Zapata”, “Chapter four: alive in New York”, “Bolivia” registrato dal vivo a new York, “El Pampero” dal vivo al festival di Montreux e poi, ovviamente, la colonna sonora di “Ultimo Tango a Parigi” che gli valse un Grammy e di cui tante volte mi aveva parlato il caro amico Mandrake partecipe di quell’incisione effettuata nel novembre del ’72 a Roma, con un organico di straordinari musicisti tra cui Franco D’Andrea e un’orchestra diretta da Oliver Nelson.
E invece tutto ciò non accadeva ieri ma alcuni decenni fa, tanto che Barbieri al momento in cui è stato sopraffatto da una polmonite in un ospedale di New York aveva ottantatre anni, ma era stato attivo fino a pochi mesi prima. In particolare nel novembre scorso aveva vinto un Latin Grammy per l’eccellenza musicale a coronamento di una carriera straordinaria impreziosita da una quarantina di album noti e ascoltati in tutto il mondo. (altro…)

Gianni Savelli. La musica è innanzitutto condivisione

Gianni Savelli

Sassofonista, compositore, arrangiatore Gianni Savelli (Napoli 1961) si è fatto le ossa suonando in diversi contesti, dal pop, alla musica improvvisata… al jazz canonicamente inteso. Nel 2000 nasce Media Res, qualcosa che va al di là del semplice gruppo musicale: si tratta, in effetti, di un progetto attraverso cui Savelli cerca di portare ad unità le varie fonti che hanno ispirato il suo fare musica. Nel 2015 l’album ‘Magellano’, pubblicato dall’etichetta tedesca Neuklang, completa la trilogia iniziata con ‘Media Res’ (2004) e proseguita con ‘Que la fête commence’ (2008). Ed è proprio da quest’ultima realizzazione discografica che prende il via questa intervista raccolta nel dicembre del 2015.

Partiamo dall’oggi; cosa rappresenta per te questo magellano?
Partirei dal titolo: magellano nasce dalla fascinazione per questo grande personaggio che ha cambiato la storia dell’uomo. L’esplorazione di Magellano è un impresa che chiude un’ epoca e ne apre un’altra ridisegnando totalmente l’immagine che l’uomo europeo aveva del mondo. Con le dovute proporzioni, e riferendomi ad un orizzonte personale, questo disco allo stesso modo rappresenta per me un punto di partenza e d’arrivo. E’ il terzo atto dell’attività di Media Res, di cui si può dire sia una sorta di esplorazione nella musica suscitata dal fascino esercitato su di me da culture diverse partendo da quella europea, passando per quella afro-americana approdando a quelle asiatiche. Così, mentre, nel primo disco si potevano riconoscere con una certa facilità le diverse influenze, Brasile, Cuba, Africa, India e così via; nel secondo disco queste differenti fascinazioni si sono cominciate ad unire in modo coerente e con magellano si è realizzata la sintesi di quello che cercavo. Potrei dire che il mio percorso è stato quello di trattare la musica come un linguaggio narrato. Quindi, mi sono trovato a prendere le “parole” delle diverse lingue di mio interesse per poi scomporle in unità più piccole come fossero “lettere” al fine di ricomporre queste unità in un nuovo linguaggio di sintesi. Da qui la creazione di una musica che fosse più aderente alle mie intime necessità.

Vogliamo ricordare i titoli dei primi due album?
Certamente: il primo si intitola semplicemente media res e venne pubblicato nel 2004 da JazzInRoma, il secondo que la fête commence fu pubblicato nel 2009 da Alfa Music.

Un percorso lungo…
Si, quasi sedici anni. Tre album, forse pochi, ma per me ogni disco rappresenta una tappa nella maturazione della mia sensibilità .

In che senso questo magellano, come tu dicevi, rappresenta allo stesso tempo un punto di partenza e un punto d’arrivo?
Un punto d’arrivo perché rappresenta la chiusura di una trilogia, un punto di partenza perché segna il passo con la mia disponibilità a vivere la musica in una maniera più libera. Sono aperto a qualsiasi novità sia sul piano musicale che su quello del rapporto di condivisione con il pubblico.

Per esempio?
Si potrebbe fare l’esempio del video ‘Pacifico’. Per la sua realizzazione abbiamo fatto una vera e propria ‘call for action’. Vale a dire, una sorta di appello alla mobilitazione rivolto alle persone che mi seguono, con la richiesta che ci fossero regalate immagini che per loro erano significative, evocative di emozioni suscitate dal brano. E’ arrivato un numero enorme di immagini, piccoli filmati, spesso di straordinaria qualità e noi li abbiamo ricondotti a un possibile disegno registico. Una delle idee che abbiamo voluto esprimere attraverso il video è quella di un tempo che non è il concetto cronometrico ma piuttosto è più vicina a quello che nell’antica Grecia veniva chiamato Kairos, cioè un tempo dinamico in cui nell’istante presente accadono molte cose simultaneamente. Le persone che hanno partecipato a questa iniziativa, vedendo il video e riconoscendo il proprio contributo, si sono sentite direttamente coinvolte. Per la copertina di magellano abbiamo agito in un modo simile. Abbiamo iniziato proponendo a delle persone tre differenti progetti, abbiamo fatto ascoltare la musica e poi, tenendo conto dei loro suggerimenti, abbiamo preparato due possibilità che abbiamo sottoposto al vaglio di settanta persone. Sono state loro che hanno avuto l’ultima parola.

Ma come avete scelto queste persone?
Sono persone che mi seguono, appassionati della mia musica che quindi erano già dentro il mio discorso. (altro…)

Omaggio del sestetto di Roberto Gatto a Nino Manfredi

 

Roberto Gatto, batteria
Silvia Manco, pianoforte e voce
Luciano Biondini, fisarmonica
Francesco Lento, tromba e flicorno
Luca Velotti, sassofoni e clarinetto
Luca Bulgarelli, contrabbasso

 

E’ davvero difficile non fare centro quando un progetto è basato su musiche da film di maestri quali Fiorenzo Carpi, o Armando Trovaioli, tanto per citarne due. Se poi la performance è rivisitare i brani in chiave jazzistica ma ferma restando una  affettuosa, rispettosa e palpitante fedeltà, il risultato è di sicuro effetto. Se infine i musicisti sono musicisti come Roberto Gatto (batteria, ideatore del progetto dedicato all’ indimenticabile Nino Manfredi e fraterno amico della moglie Erminia), Silvia Manco (pianoforte e voce), Francesco Lento (tromba),  Luciano Biondini (fisarmonica) Luca Velotti (sassofoni e clarinetto) e Luca Bulgarelli (contrabbasso) allora potete stare sicuri che il concerto che ne scaturisce sarà allegro, commovente, divertente, trascinante.

Questo è accaduto alla Casa del Jazz, alla presenza di Erminia Manfredi,  per un piccolo ma intenso live ad inviti che seguiva un Live Recording destinato alla prossima pubblicazione di un cd e (si spera) ad una serie di concerti. Concerti che avranno il merito di “rimettere in circolo” musiche bellissime con tutta l’ energia del “qui e ora” che il buon Jazz sa imprimere per la sua stessa natura.
Non serve essere rivoluzionari per produrre buona musica: in questo caso serve, come accennavo, una (oramai si può dire) tradizione musicale che è un vero proprio fiore all’ occhiello per l’ Italia, passione, bravura e voglia di divertirsi.
E così questo sestetto comincia da “E nasce all’ improvviso una canzone”, cantata da Silvia Manco con una voce potente, espressiva e perfettamente in linea con l’ atmosfera del brano che riporta alla mente quel Manfredi un po’ scanzonato, un po’ spensierato, un po’ sornione che tutti ricordiamo. Il Jazz emerge elegante negli assoli di Lento, sempre più bravo, negli accordi congrui, equilibrati tra rivisitazione e attenzione al clima originale di Silvia Manco,  nel fondamentale apporto timbrico dei sassofoni e del clarinetto di Velotti, nel contrabbasso swingante di Bulgarelli e naturalmente nella esplosiva ma raffinata e giocosa batteria di Gatto. E Biondini è jazz si, ma anche melodia pura,  ritmo, lirismi a volte quasi dolenti.
Dunque con queste solide premesse si dipana poi uno spettacolo (si,  perché stiamo parlando di musica-spettacolo) convincente,  attraverso brani quali il tema principale del film “C’eravamo tanto amati” , incentrato sul contrasto tra unisono secco di fisarmonica e pianoforte nel presentare il tema, e la pienezza del suono del sestetto con la stessa fisarmonica che affresca quasi un intenso tango.  E se in Angola Adeus, di Trovajoli, dal bellissimo film “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il loro amico misteriosamente scomparso in Africa” tutto il sestetto dà prova tangibile di coesione e di quanto il ritmo possa essere fortemente legato ad un tema melodico geniale, con la medley del film Pinocchio, la fisarmonica e la tromba emozionano riproponendo i temi melodici di Fiorenzo Carpi, oramai nell’immaginario collettivo indissolubilmente legati alla fiaba di Collodi, e ridisegnati  dalla batteria di Gatto, così efficace nel ricostruire le atmosfere ad un tempo giocose e malinconiche di un film indimenticabile della nostra televisione.  Quanto sarebbe stato bello vedere in contemporanea le immagini dei film su uno schermo, come accaduto in precedenza all’ Auditorium della Conciliazione a Roma (vedi foto galleria), data la forte valenza evocativa di questa musica.   Ma probabilmente questo accadrà nei concerti futuri che andranno in scena in versione “integrale”.

Stefano Bollani: l’importanza di fare spettacolo divertendosi e divertendo

Stefano Bollani - ©foto Daniela Crevena

©foto Daniela Crevena

Il caso di Stefano Bollani è abbastanza emblematico di ciò che non di rado accade nel mondo dell’arte in generale e della musica in particolare: osannato dal pubblico, Bollani è messo in discussione da una parte della critica. Non gli si contesta certo l’abilità pianistica, cosa impossibile dato che una vasta produzione discografica è lì a testimoniare la presenza di un immane talento. Gli si contesta il fatto di non aver scelto in che campo giocare, di suonare sia classica, sia jazz con sconfinamenti nel pop, di esibirsi troppo per il pubblico: in effetti in ogni performance dell’artista non c’è solo musica, c’è affabulazione, c’è racconto, c’è il gusto di intrattenere… di fare spettacolo. Ora, ognuno può avere le proprie idee ed è giusto che le esprima… resta il fatto che l’arte di Bollani, come leggerete nell’intervista qui di seguito, è supportata sia da un indiscusso talento sia da un’indubbia onestà intellettuale, dote di cui oggi si avverte una certa carenza… per usare un eufemismo.

Al difuori dell’ambito pop, tu sei il musicista italiano che negli ultimi anni ha ottenuto il maggior successo. Come spieghi questo risultato così clamoroso?
Io lo devo spiegare? Non lo so… forse…penso di essermi fatto vivo in ambiti diversi ho catturato pubblico a destra e a sinistra, sono stato a teatro con la Banda Osiris, ho fatto il programma in televisione, ho fatto radio con Riondino… insomma mi sono fatto conoscere anche da persone che, normalmente non seguono la musica.

E’ indubbio, comunque, che quando ti si vede suonare, si avverte immediatamente e chiaramente che in quel momento ti stai divertendo davvero. Quanto conta tutto ciò a livello di comunicazione con il pubblico?
Credo molto, moltissimo. Io adoro vedere gente che si diverte quando fa qualcosa; questo vale per qualsiasi branca dello scibile…anche per il porno…quando vedi un film porno, … quand’è che è fatto bene? Quando sembra che le due persone si stiano divertendo. Io adoro vedere un attore, un ballerino, un oratore che si diverte a fare quello che sta facendo e credo ciò valga anche per il pubblico che va ai concerti.

Quanto conta per te fare spettacolo?
Molto, credo; sin da bambino io adoravo salire sul palco; credo che il primo impulso fosse quello di stare sul palco, prendere un applauso e divertire le persone. Il primo verbo penso fosse divertire per cui tuttora credo che sia la mia gioia principale.

Che ruolo riveste l’improvvisazione nel tuo pianismo?
Fondamentale, perché eccettuati taluni progetti come quello che sto provando in questi giorni che è uno spettacolo teatrale vero e proprio con Valentina Cenni che è la mia fidanzata in cui tutto è stabilito , in tutti gli altri progetti che ho affrontato l’improvvisazione è fondamentale. E’ fondamentale perché, prima di tutto, io non voglio annoiarmi per cui ho bisogno, tutte le sere, di fare qualcosa di diverso. Il che non significa solo suonare brani differenti con persone diverse ma soprattutto vuol dire avere un atteggiamento diverso ogni sera in modo da poter smontare un brano partendo da un altro dettaglio …e poter ripetere questo tipo di operazione a seconda dell’ispirazione, dello stato d’animo del momento.

Così dicendo ti collochi nell’ambito dei musicisti jazz, indipendentemente dalle etichette…un ambito che mi sembra ti stia stretto…
Sì e no perché io credo che improvvisino in tanti. Noi del jazz abbiamo scippato la parola improvvisazione mentre tutti gli altri, per parecchio tempo non l’hanno più pronunciata ad alta voce… ma improvvisava Mozart, improvvisava Listz, improvvisava Paganini… certo non tutti i grandi compositori ma moltissimi improvvisavano per cui non credo che improvvisazione sia necessariamente sinonimo di jazz.

Beh, nell’ambito della musica classica sicuramente si improvvisava, ma non credo che nell’ambito della musica pop si improvvisi così tanto…
Certo che no, no; in quell’ambito decisamente no, ma in quel campo la questione estetica è portata al massimo livello perché il pop è un prodotto confezionato. Nella migliore delle ipotesi è meraviglioso, nella peggiore è , come ti dicevo, un prodotto confezionato per cui non solo ha la data di scadenza ma non è neanche buonissimo da gustare proprio perché è una ricetta fatta su larga scala. Ad esempio ,l’idea che la masterizzazione di un certo brano si debba fare entro determinate frequenze per non disturbare, non so, il guidatore della macchina quando ascolta l’autoradio … che è poi il motivo per cui preferiamo ascoltare in macchina il pop anziché la musica classica perché questo è pensato apposta per non disturbarci … ecco tutto ciò comprime lo spettro delle possibilità. Insomma è una musica che, per forza di cose, tanto oltre sul fronte dell’emotività e della verità non può andare. Prima di tutto per un principio sonoro e poi anche di struttura, perché si tratta di confezioni di quattro minuti che devono funzionare secondo certe regole che partono dall’industria discografica.

Qual è oggi il tuo rapporto con il canto, sia con quello degli altri sia con la tua stessa voce?
E’ buono, è un buon rapporto soprattutto con quello degli altri. Con quello mio non so, ci stiamo ancora lavorando.

Per raggiungere quale risultato?
Semplicemente un po’ più di naturalezza, direi. Quando apro bocca per cantare, spesso ho in mente qualcuno e questo mi dispiace perché invece vorrei dimenticare, così come faccio quando suono, dimenticare i miei modelli, i miei ispiratori… superarli e lasciarmi andare. Invece avendo un passato da “imitatore”, ovviamente a livello amatoriale – sin da bambino imitavo i professori, imitavo i miei amici etc… – avendo sviluppato quella cosa lì ho fatto fatica in questi anni a trovare la mia voce, almeno quando apro la bocca per cantare.

Qual era il cantante che imitavi meglio?
Johnny Dorelli; io tuttora quando canto rischio sempre di essere Johnny Dorelli e quindi non esattamente il cantante più à la page, del momento…

E qual è il tuo rapporto con la musica leggera?
E’ buono. Io prima sembrava che ti parlassi della musica leggera in modo negativo, ma in realtà affrontavo solo un dato di fatto e cioè che il pop è un prodotto pensato e realizzato per essere venduto; il fatto che un qualsiasi cantante, a partire da Madonna tanto per fare un esempio, si sente- ed in realtà lo è – obbligato dall’industria , ogni volta che si esibisce in concerto, a riproporre il brano esattamente nella stessa maniera in cui l’ha inciso fa parte della confezione e tutto ciò non è il mio pane. Io non vorrei mai lavorare in quel mondo per questo motivo. In realtà, poi, le canzoni pop io le adoro, anzi sono un grande fan di autori da Sergio Endrigo a Paul McCartney a Vinicio Capossela passando per Jacques Brel…autori che riescono in quattro minuti a scrivere una cosa che abbia un senso e che rappresenti un mondo compiuto. Invece, come sai, i jazzisti sono logorroici.

Bolero di Ravel e Rapsodia in blue di Gershwin, due brani che se non sbaglio ti sono particolarmente cari….
Sì, entrambi. Innanzitutto credo che si tratti delle prime cose che ho sentito da bambino. Poi c’è una vitalità, una gioia, e, senza entrare troppo nel merito, una vicinanza estrema con il mondo del jazz degli esordi, degli anni Venti, sia armonicamente sia ritmicamente. Per una volta direi che il Bolero di Ravel è un brano che ha una intensità ritmica che ricorda quella di tanta musica non solo jazz ma anche leggera. (altro…)

Andrea Pozza meets Harry Allen Italian Tour 28 dic. 2015 2 genn. 2106

Andrea Pozza meets Harry Allen

Il pianista genovese e il sassofonista americano in tour in Italia  dal 28 dicembre al 2 gennaio 2016:
Conegliano, Verona, Ancona e due appuntamenti a Roma.

Parte lunedì 28 dicembre da Conegliano (Hotel Cima) il tour italiano “Andrea Pozza meets Harry Allen”, una prestigiosa collaborazione per il pianista genovese Andrea Pozza che reduce da una tournée di successo a suo nome in Inghilterra, e prossimo all’uscita del nuovo cd intitolato “Siciliana” – previsto per gennaio 2016 con l’etichetta inglese Trio Records – non perde tempo e riparte con una serie di spettacoli in Italia con ospite Harry Allen, acclamato sassofonista newyorkese, degno erede di giganti del sax tenore come Stan Getz o Lester Young.  La formazione che si completa con il contrabbassista americano Simon Woolf e il batterista spezzino Matteo Cidale, proseguirà il tour martedì 29 a Le Cantine dell’Arena di Verona, giovedì 31 dicembre al Moroder di Ancona, per concludersi venerdì 1° e sabato 2 gennaio 2016 al Cotton Club di Roma.

Pozza e Allen hanno iniziato nel 2015 una proficua collaborazione che li ha visti assieme in tournée per ben 13 date solo nel Regno Unito; il loro feeling sul palco ha gettato le basi per una solida collaborazione che li vedrà ancora assieme, nuovamente in Inghilterra alla fine del 2016. Pianista eclettico Andrea Pozza è capace di affrontare con grande disinvoltura qualsiasi repertorio e come Harry Allen è capace di muoversi con agilità tra stili diversi, dal jazz tradizionale al bebop. Entrambi sono sublimi interpreti di grandi standard del jazz; per questa sua dote, Harry Allen è stato soprannominato da un critico americano “il Frank Sinatra del sax tenore”.

Nato a Washington DC ma da anni residente a New York, Allen ha ricevuto numerosi premi, pubblicato oltre 30 album a suo nome e collaborato con una miriade di grandi artisti, fra i quali ricordiamo Tony Bennett, Hank Jones, Frank Wess, Scott Hamilton, John e Bucky Pizzarelli, Jeff Hamilton, Terry Gibbs, Warren Vache, Ray Brown, per citarne solo alcuni. Probabilmente il miglior sax-tenorista del jazz classico a livello mondiale. “Superbo”, “inventivo”, “mozzafiato”, “lirico”, sono soltanto alcuni degli aggettivi utilizzati dalla critica per descrivere l’insuperabile talento di Harry Allen. (altro…)