I NOSTRI CD. Luci ed ombre dalle novità discografiche dall’Italia e dall’estero

Antonella Chionna – “Rylesonable” – Dodicilune 371
Spero di non attirarmi la solita valanga di critiche quando mi capita – ad onor del vero piuttosto raramente – di parlare male di qualche disco. Ecco questo “Rylesonable” è un album che ben difficilmente ascolterei una terza volta (prima di recensirlo l’ho ascoltato attentamente due volte). Nato nel corso di un tour della Chionna negli Stati Uniti e registrato nel Rear Window Studio di Brookline, l’album presenta accanto alla vocalist, il pianista Pat Battstone, il contrabbassista Kit Demos e il vibrafonista Richard Poole. Un combo, quindi, di tutto rispetto che si avventura, però, su un territorio che il vostro cronista non apprezza particolarmente. In repertorio otto brani frutto della collaborazione tra i quattro musicisti, cui si aggiungono “Sophisticated Lady” di Duke Ellington, Irving Mills e Mitchell Parish, “Lover Man / Nature Boy” di Jimmy Davis, Roger Ramirez, James Sherman ed Eden Ahbez, “Fida (to Carla)” con testo della Chionna su musica del chitarrista e compositore pugliese Gabriele di Franco e “Rather Life”, liberamente ispirato da un poema di André Breton. Dopo il lavoro in duo “Halfway to Dawn” con il chitarrista Andrea Musci, la giovane cantante tarantina Antonella Chionna ritorna, quindi, con un altro disco che evidenzia le potenzialità della sua voce. E su questo non ci sono dubbi. Ma allora perché estremizzare la performance, perché spingere il tutto come a voler rifiutare qualsivoglia leggibilità? L’impressione è che alle volte, spinti dalla voglia di evidenziare le proprie potenzialità, alcuni musicisti – soprattutto giovani – insistano un po’ troppo sul lato tecnico dimenticando che la musica è anche, se non soprattutto, trasmissione di emozioni.

Claudio Cojaniz – “Stride Vol.3 – Live” – Caligola 2223
“Sound of Africa – Caligola 2228
Claudio Cojaniz è musicista sincero, coraggioso, che non ha paura di esprimere le proprie convinzioni sia con le parole sia con la musica. Questi due album ne sono l’ennesima conferma, se pur ce ne fosse stato bisogno.
Il primo, registrato il 18 luglio del 2015 durante un concerto all’Arena del Parco Azzurro di Passons in provincia di Udine, rappresenta il terzo episodio di una riuscitissima serie che la Caligola sta dedicando alla valorizzazione di questo artista friulano. In questo terzo volume Cojaniz esegue in piano-solo un repertorio in cui a brani tratti dal songbook jazzistico si alternano canzoni come “Il nostro concerto” o “Michelle” e un pezzo folkloristico macedone. Indipendentemente dal materiale che si trova ad affrontare, il pianismo di Cojaniz mantiene una sua intima coerenza: robusta tecnica ma usata con parsimonia, armonizzazioni mai banali, spiccata sensibilità melodica (si ascolti al riguardo il brano d’apertura (“I loves you Porgy” di George & Ira Gershwin), perfetta padronanza della dinamica, uno spiccato senso del blues (particolarmente evidente in “Nobody knows you when you’re” down and out), assoluta coerenza nel mai disgiungere il suo impegno politico dalla musica (ecco quindi la riproposizione di “Gracias a la vida” di Violeta Parra) e quindi nessuna paura di osare quando lo ritiene necessario. In questo senso da segnalare, in conclusione, la toccante versione de “Il nostro concerto” un brano che tra le dita di Claudio riesce a esprimere tutta la delicatezza e l’amore di cui era capace Umberto Bindi.
Abbiamo già parlato dell’impegno politico di Cojaniz e questo “Sound of Africa” si inserisce proprio in tale contesto. Realizzato nel marzo del 2017, è frutto di una collaborazione tra l’associazione TimeforAfrica di Udine e Caligola Records di Venezia; il ricavato andrà infatti a finanziare un progetto educativo per le famiglie dei minatori sudafricani di Marikana, sterminati dalle forze di polizia nel 2012 durante uno sciopero indetto per protestare contro le condizioni di vita. L’album è stato presentato in prima assoluta durante “Udin&Jazz 2017” con grande successo; il disco ricrea appieno le atmosfere vissute durante il live. Splendidamente completato da Alessandro Turchet, contrabbasso, Luca Grizzo, percussioni e voce e Luca Colussi, batteria, il quartetto non scimmiotta posticce atmosfere africane, ma si rifà alla cultura di quel continente per trarne fonte di ispirazione: quindi l’Africa come una sorta di madre musicale, da cui ha preso le mosse anche il jazz. Non a caso l’album inizia con l’esecuzione per piano solo dell’inno nazionale sudafricano, anche se già dopo un minuto entrano in azione gli altri tre musicisti ed il brano, sorta di medley, diventa così –informa una nota della Caligola – “una composizione originale di Cojaniz, Capetown, contrariamente a quanto indicato nelle note di copertina”. E non a caso Cojaniz ha composto e incluso nell’album il brano “Marikana” proprio in ricordo di quella strage cui prima si faceva riferimento. Insomma un’altra, l’ennesima, prova di maturità del pianista friulano che si esprime al meglio anche come compositore dal momento che la quasi totalità delle composizioni sono sue.

eMPathia – “COOL Romantics” – mpi 2316
“eMPathia” è un duo che ti conquista immediatamente sia che lo ammiri in concerto sia che ascolti un suo disco. E i motivi sono molteplici. Innanzitutto la bravura dei musicisti: Mafalda Minnozzi è una vocalist dotata di grandi mezzi vocali, di squisita sensibilità e di una rara presenza scenica; oramai da molti anni si è fatta ambasciatrice della buona musica italiana nel mondo ottenendo straordinari successi soprattutto in Brasile, sua seconda patria. Paul Ricci, chitarrista di origini italiane, è strumentista che coniuga una tecnica sopraffina ad una non comune capacità di arrangiare i brani non facili che i due presentano. Lavorando assieme da molti anni, i due hanno sviluppato una bella intesa declinata attraverso un’operazione a sottrarre nel senso che hanno ricercato l’essenziale, risultato perfettamente raggiunto in questo album che rappresenta il coronamento di una trilogia, iniziata con “eMPathia jazz duo” e proseguita con “Inside”. Alle prese con un repertorio di estrema difficoltà, comprendente brani arci noti tratti dal pop, dal jazz, dalla musica brasiliana, dalla musica cantautorale italiana come “Insensatez”, “Dindi”, “Triste sera” di Luigi Tenco, “Nuages” forse la più bella composizione di Django Reinhardt, “Via con me” di Paolo Conte, i due riescono a trascendere le sonorità proprie dei linguaggi su accennati per attingere ad una forma espressiva nuova, originale. Forma espressiva che trae origine da un lato dalle diverse esperienze che i due hanno vissuto lavorando sui palcoscenici di mezzo mondo – dall’ Europa all’America latina… agli Stati Uniti d’America, dall’altro dalla facilità con cui i due riescono a improvvisare sulla scena sorretti da quell’intesa cui prima si faceva riferimento e da un gusto particolare per fitte trame melodico-armoniche sorrette sempre da un ritmo, alle volte sotto traccia, che Paul riesce a infondere in ogni esecuzione.

Fatsology – “A Tribute To The Music of Fats Waller” – abeat 170
Un sestetto di All Stars impegnate in un tributo a Fats Waller, pianista, cantante, interprete e compositore di alcuni brani memorabili. Protagonisti Gianni Cazzola il decano della batteria jazz italiana essendo sulla scena da oramai una sessantina d’anni, Sandro Gibellini chitarrista di ampie vedute e di altrettanto ampi consensi, Alan Farrington eccellente crooner, Alfredo Ferrario uno dei migliori clarinettisti di genere traditional in Italia, Marco Bianchi vibrafonista di grande sensibilità, Roberto Piccolo contrabbassista tra i più richiesti. La musica di Fats Waller è straordinaria contenendo in sé una valenza che per tanti anni non ha trovato eguali: non a caso era la musica che ha fatto ballare l’America per tanti anni e non a caso alcuni suoi brani sono rimasti immortali. Nel programma del CD tredici brani arrangiati in modo magistrale da Sandro Gibellini che guida il gruppo con energia, con classe inducendo tutti a suonare con gioia e partecipazione. Tutto bene, quindi? Non proprio ché alla freschezza del gruppo nella sua versione strumentale, si contrappone una voce che per quanto valida poco si adatta, almeno a nostro avviso, ad eseguire questo particolare repertorio. In effetti le interpretazioni di Fats Waller rimangono irraggiungibili quanto a musicalità e senso dell’ironia, dote, quest’ultima, cha manca completamente al pur bravo Alan Farrington; e per rendersene conto basta ascoltare i due brani più celebri di Waller, “Ain’t Misbehavin” e “Honeysuckle Rose”.

Paolo Fresu – “Two ” – Tuk 016
“Magister Giotto” – Tuk 020
Paolo Fresu è attualmente, senza ombra di dubbio, la punta di diamante del movimento jazzistico italiano. E questo non solo per le straordinarie capacità musicali, per lo smisurato talento, ma anche per la personalità dell’uomo che ama spendersi nelle più diverse occasioni, che mai si tira indietro, che ama- come suol dirsi- metterci la faccia. Emblematico, al riguardo, il suo contributo per organizzare i grandi concerti de L’Aquila. Il tutto senza minimamente incidere sulla qualità delle sue produzioni artistiche. E ne abbiamo un altro esempio in questi due album, l’uno più bello dell’altro.
In “Two Minuettos”, ad 8 anni di distanza dall’ultima collaborazione documentata dall’album “Think” uscito per la Blue Note/Emi, Fresu è tornato a duettare con il pianista Uri Caine in occasione dei tre concerti milanesi che il duo tenne al Teatro dell’Elfo dal 27 febbraio al 1 marzo 2015. Si, tratta, quindi di un live articolato su nove brani molto differenti che vanno da Bach a Bruno Lauzi passando attraverso Gershwin, Mahler, Joni Mitchell, Eden Ahbez e Barbara Strozzi, compositrice e soprano (1619 -1677), figura di rilievo della musica barocca veneta, oggi conosciuta soltanto da pochi esperti, a conferma di quanto possa essere vasto e completo l’universo musicale frequentato dal trombettista sardo. Ed è un vero godimento per le orecchie ascoltare con quanta passione, competenza, determinazione i due affrontano pagine musicali talmente distanti tra di loro. Il flicorno di Fresu disegna, con la solita eleganza, eleganti linee melodiche ben sorrette da un Uri Caine, con il suo classico contrappunto, assolutamente a suo agio nel completare quell’universo jazzistico in cui inserire le esecuzioni. Ecco quindi le note dei due che si incastonano a meraviglia sì da far assurgere a nuova modernità quei pezzi classici cui prima si faceva riferimento.
“Magister Giotto” è un album particolare: il trombettista sardo, in occasione dell’esposizione “Magister Giotto”, in programma dal 13 luglio al 5 novembre prossimo, presso la Scuola Grande della Misericordia a Venezia, per i 750 anni della nascita del grande artista fiorentino, ha realizzato uno speciale CD, dal titolo omonimo e dal formato assolutamente atipico, con in copertina una delle immagini celebri di Giotto, “Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta d’Oro”, per gentile concessione del Comune di Padova. Graficamente splendido anche il libretto d’accompagno con una serie di foto che richiamano diversi colori e che contengono le indicazioni sui brani. A quest’ultimo riguardo occorre precisare che Fresu ha scelto alcuni pezzi del già ricco catalogo Tuk Music, la casa discografica da lui stesso fondata, per creare una sorta di colonna sonora che accompagna il pubblico durante il suo viaggio alla scoperta di Giotto. Così accanto al trombettista abbiamo modo di ascoltare, divisi in vari organici ancora Uri Caine, Omar Sosa, Jaques Morelembaum, Daniele di Bonaventura, Gianluca Petrella, I Virtuosi Italiani, Michele Rabbia, Leila Shirvani, William Greco, Marco Bardoscia, Emanuele Maniscalco. Insomma una realizzazione molto, molto particolare che non a caso inaugura la Tuk Art, sezione della Tuk Music dedicata alle forme del figurativo.

Roberto Gatto – “Now!” abeat 172
Roberto Gatto è unanimemente considerato uno dei migliori batteristi, non solo italiani, attualmente in esercizio. Sorretto da una grandissima passione, si è fatto le ossa studiando sodo e collaborando con artisti di assoluto livello quali Johnny Griffin, George Coleman, Joe Zawinul, Curtis Fuller … tra gli altri. Oggi ovunque si vada Roberto è uno dei non molti jazzisti italiani conosciuti ed apprezzati. E questo album conferma quanto già di buono si sapeva sul suo conto non solo come batterista ma anche come leader e fautore di validi progetti. Ad accompagnarlo Alessandro Presti alla tromba, Alessandro Lanzoni al piano (vincitore del TOP JAZZ 2013, nella categoria Miglior Nuovo Talento) e Matteo Bortone al contrabbasso (cui è stato assegnato il premio Maletto del Top Jazz 2015). Insomma un quartetto di eccellenti musicisti che si misura su un repertorio che annovera nove originals, due standards (“I’ve Got You Under My Skin” di Cole Porter e “Thelonious” di Monk) e una moderna composizione di Chris Potter “Tick Tock”. Il terreno su cui si muovono i quattro è quello prettamente jazzistico, senza se e senza ma, vale a dire la giusta carica di swing, il piacere dell’interplay, la propensione ad improvvisare… e soprattutto quel lirismo, quel gusto per le belle melodie che sono patrimonio precipuo dei jazzisti italiani. Roberto sostiene il gruppo con il suo impeccabile drumming, con quel senso del tempo che tutti gli riconoscono e riesce così di volta in volta a lanciare i vari solisti che hanno modo di estrinsecare tutte le proprie potenzialità. Ad esempio ascoltiamo Alessandro Presti disegnare le ardite volute di “Tick Tock” con un suono netto, quasi senza vibrato e interpretare con sincera partecipazione il suo brano “Amastratum” mentre Matteo Bortone, valido partner di Gatto in tutto il disco, si fa particolarmente apprezzare sia in “Thelonious” sia nella sua “May”; infine Lanzoni dimostra di essere musicista oramai maturo anche dal punto di vista compositivo grazie al suo convincente “Brendy”.

Tigran Hamasyan – “Atmosphères” ECM 2414/15
“An Ancient Observer”
Tigran Hamasyan, giovane e dotato pianista di origine armena, si ripresenta con due realizzazioni discografiche: un doppio CD per la ECM e un album per la Nonesuch. Ambedue gli album confermano appieno quanto di buono già si conosceva di questo talento anche perché lo si ascolta in contesti diversi. Ma procediamo con ordine.
Il titolo “Atmosphères” illustra assai bene il relativo contenuto musicale, vale a dire le atmosfere cangianti, ora oniriche, ora più materiche (si ascolti “Trace II”) proprie della cifra stilistica del pianista armeno. L’album, registrato nel giugno del 2014 presso l’Auditorio della Radiotelevisione Svizzera a Lugano, coglie Tigran accompagnato da un trio di straordinari musicisti norvegesi quali Arve Henriksen alla tromba (magnifici i suoi assolo in “Traces IV” e in “Garun A”), Eivind Aarset alla chitarra e Jang Bang ai campionamenti. Sciolti da ogni legame precostituito, i quattro danno libero sfogo alla propria creatività producendo una musica in cui non è facile distinguere tra pagina scritta e parti improvvisate… ammesso che ciò sia importante. Invece è determinante il fatto che Hamasyan e compagni riescono a coniugare il linguaggio jazzistico – anche il più spinto – con la tradizione armena; funzionale a tale obiettivo è la scelta del repertorio costituito sia da composizioni originali sia da brani di Padre Komitas Vardapet, forse il più importante rappresentante della moderna musica armena. Di grande sostanza il pianismo di Tigran, che senza esagerare, senza forzare, gioca sulla dinamiche, sul timbro dello strumento ottenendo risultati del tutto personali. Dal canto loro i musicisti norvegesi – ma non è certo una sorpresa – seguono perfettamente gli intenti del leader aggiungendo un tocco di sognante impressionismo che qualifica ulteriormente l’album.
In “An Ancient Observer” ritroviamo Tigran Hamasyan in solitaria, impegnato sia al pianoforte sia alla voce, sia alle tastiere e agli effetti elettronici. E le impressioni non mutano, salvo il fatto che non sentendosi in qualche modo vincolato dalla presenza di altri musicisti, il pianista dà libero sfogo al proprio talento riuscendo ad esprimere appieno tutte le varie sfaccettature della sua complessa personalità. In qualche caso, specie quando abbandona il pianoforte, ciò lo porta ad esagerare, ad abbandonare quella sorta di minimalismo che invece caratterizzava il precedente doppio album. Eccolo comunque, passare con disinvoltura dalla danza barocca all’hip-hop, dalla musica da camera al cantautorato, dal jazz al folk tenendo, però, sempre ben presente le sonorità del suo paese. Tigran esegue dieci nuove composizioni che, come egli stesso afferma, sono “delle osservazioni musicali sul mondo nel quale viviamo, e sul peso della storia che portiamo con noi.” E sono composizioni che evidenziano appieno il suo profondo senso compositivo, con equilibrio strutturale e linee melodiche alle volte di straordinaria suggestione.

Hard Up Trio – “Waves” – CDLN
Quando si parla di post free, di jazz informale, di musica improvvisata…o comunque la si voglia chiamare credo sia giunto il momento di porre qualche punto fermo ad evitare che si ascolti musica di nulla o scarsa valenza. Ecco, a mio avviso, quando ci si cimenta con questo genere di linguaggio, occorre che sia rispettata almeno una delle seguenti condizioni: che si tratti di musica totalmente improvvisata sì da configurare una sorta di composizione istantanea (alla De Mattia tanto per intenderci), o che gli artisti siano talmente ad alto livello da presentare un jazz originale che non contenga alcunché di scontato. Purtroppo in questo album non sentiamo soddisfatta alcuna delle suddette condizioni. L’ “Hard Up Trio”, al secolo Andrea Morelli sax tenore, soprano, sopranino, Massimo “Maso” Spano contrabbasso, Alessandro Garau batteria sono musicisti ben preparati, conoscono i rispettivi strumenti e possono anche contare su una buona intesa dato che suonano assieme da qualche tempo e questo è il loro secondo album. Ma tutto ciò non basta. La loro è una musica che si lascia ascoltare, a tratti anche con interesse dato il mélange di diversi input, ma non si avverte alcun guizzo che ridesti l’attenzione dell’ascoltatore né dal punto di vista esecutivo né da quello compositivo (tutti i nove brani sono composizioni originali, tre di Garau, cinque di Morelli e una di Spano). Insomma, per dirla con Ashley Khan, manca quel quid “di casual e organico che può fare di una band molto di più della somma delle sue parti”.

Sean Jones – “Live From Jazz at The Bistro” – Mack Avenue
Registrato a St. Louis’ Jazz al the Bistro club dal 3 al 5 dicembre del 2015, questo album ci presenta l’abituale quartetto guidato dal trombettista e flicornista Sean Jones con il pianista Orrin Evans, il bassista Luques Curtis e il batterista Obed Calvaire, sostituito in quattro brani da Mark Whitfield Jr. mentre in altri quattro pezzi si ascolta un altro vecchio e caro amico di Jones, vale a dire il sassofonista alto e soprano Brian Hogans. La prima impressione che si ricava dall’ascolto dell’album – l’ottavo firmato da Sean per la Mack Avenue – è quella di una perfetta intesa e ciò si spiega con il fatto che il quartetto di Jones lavora assieme da ben undici anni, cosa di certo poco comune nell’attuale panorama jazzistico internazionale. In un contesto talmente ben collaudato è risultato facile l’inserimento degli altri due musicisti cosicché l’album nulla perde della sua intrinseca coerenza a prescindere dall’organico. In programma sette composizioni originali di cui quattro del leader, una cadauno rispettivamente di Brian Hogans e Orrin Evans e il traditional “Amazing Grace”. Sin dalle primissime note, tutti i brani evidenziano quella compattezza cui prima si accennava (si ascolti già nel brano d’apertura “”Art’s Variable” dedicato a Art Blakey l’entusiasmante intesa tra il leader e la sezione ritmica con il pianista Orrin Evans che si produce in un notevole assolo) e la capacità dei musicisti di porsi a totale servizio della musica pur conservando ampi spazi di improvvisazione. Comunque in primo piano è quasi sempre Sean Jones con il suo sound così caldo, corposo, capace di transitare con facilità da atmosfere melodiche a climi ben più arroventati. (altro…)

Donatella Luttazzi e Riccardo Biseo ricordano Lelio Luttazzi

Ricordare un personaggio poliedrico come Lelio Luttazzi, attraverso i racconti e i live in sala della figlia Donatella, ha fatto sì che la Guida all’ Ascolto di Gerlando Gatto prendesse una particolare piega di piacevolezza. Perché anche nell’ipotetico caso che qualcuno non conoscesse questo eclettico personaggio della musica italiana, e della radio e della televisione, il salto non è stato propriamente in un passato iconico, vetrificato, inattuale. Di certo ascoltare questi brani eseguiti in duo dal vivo rinascere dalla voce emozionata di Donatella Luttazzi ha creato un’atmosfera particolarmente vivida, non certo un malinconico revival. Per di più l’ironia, e l’intelligenza di Luttazzi (da Donatella ereditate in toto), e la sua musicalità, risultano assolutamente moderni: tanto che le versioni registrate scelte da Gatto per affiancarle ai live di Chiedimi Tutto, Souvenir d’Italie, Legata ad uno scoglio sono state quelle di interpreti a noi contemporanei, rispettivamente Fiorello, Karin Mensah e Fabio Concato.  E’ opportuno a questo punto che io vi riporti il testo di Legata ad uno scoglio, una delizia gioiosamente e volutamente surreale, resa mirabilmente dalla Luttazzi e anche ben sottolineata musicalmente da Biseo.

Legata ad uno scoglio
ti voglio baby
così quando mi sveglio
col sorgere del dì
ti trovo che aspetti
legata a quello scoglio lì
Oh sì, sì, sì, sì, sì.

Fidarmi dei tuoi baci
non posso credi,
perchè se c’è la nebbia
sparisci lì per lì,
per questo ti tengo
legata ad uno scoglio così,
oh sì, sì, sì.

Forse sarà un po’ scomodo,
ma l’amore è anche sacrificio.
Non ti ho portata al mare
per lasciarti sbaciucchiare
dal giovane leone
Bevilacqua Vinicio.

Legata ad uno scoglio
mi piaci baby
è già trascorso luglio
e siamo ancora qui.
Io serio che guardo,
tu forse un po’ seccata,
legata
legata a quello scoglio lì

Ascoltando i live e le versioni scelte da Gatto, sono emersi in maniera evidente il Jazz e dello swing sempre sottesi in questo artista attualissimo e mai abbastanza rimpianto: a questo proposito vi consiglio di ascoltare la versione della canzone qui sopra interpretata da Stefano Bollani. Una guida all’ascolto gioiosamente anomala, dunque, in cui si è spaziato dalla musica “leggera” (che così leggera non è – Luttazzi era un musicista eccellente sotto quella “crosta” di ottimo varietà televisivo) al Jazz, con la Luttazzi e Biseo impegnati anche a reinterpretare brani leggendari quali Samba de una nota di Jobim (autore adorato da Donatella, per sua stessa ammissione)  o ‘Round Midnight di Monk. Gerlando Gatto ha così, con le sue interviste ed i suoi brani scelti, ripercorso non solo un particolare periodo d’oro della tv e della musica italiana, sollecitando Donatella Luttazzi a raccontare pezzetti della vita privata con un padre così “importante” ed esplosivo”, ma anche, più tradizionalmente, quella storia del grande Jazz americano che tanto aveva influenzato Lelio Luttazzi.
La serata si chiude con il delizioso Orango Tango, brano ironico a firma Donatella Luttazzi, che ha una vena comica impareggiabile e che ha scatenato risate ed applausi del pubblico.
I pomeriggi alle Officine San Giovanni continuano, sempre a martedì alterni, viaggiando attraverso le mille possibilità del Jazz. Prossimo appuntamento martedì 4 aprile con il pianista Andrea Zanchi.

 

I NOSTRI CD. Una fresca ventata di buon jazz italiano

a proposito di jazz - i nostri cd

Bardoscia, Alborada, Marcotulli – “Trigono” – Tuk Music 12
Conosciamo Rita Marcotulli da quando ha cominciato a muovere i primi passi nel mondo della musica; l’abbiamo sempre seguita con affetto e stima e la pianista romana ci ha ricambiato con una carriera luminosa, ricca di splendidi episodi sia concertistici sia discografici. Anche questo album della Tuk Music si colloca su livelli molto alti grazie questa volta non solo a Rita ma anche all’ottimo contrabbassista Marco Bardoscia, allo straordinario quartetto d’archi Alborada nonché alla presenza, quali ospiti d’onore, di Maria Pia De Vito in “I’m a Dreamer” e della chitarra di Nguyên_Lê in “Andrea’s Milonga”, dove compare anche Paolo Fresu straordinariamente al pianoforte e ai battiti di mani. In repertorio tredici brani di cui sei a firma di Marco Bardoscia. L’atmosfera che i musicisti sono riusciti a creare è sorprendente: l’ascoltatore si lascia facilmente cullare dalle note proposte con naturalezza dal gruppo che riesce a far apparire semplici anche passaggi che facili non sono. Il sound creato con l’apporto degli strumenti a corda è ora poetico, ora inebriante, ora suggestivo ma sempre ben lontano da facili concessioni anche perché ad orecchie ben aperte non sfugge l’apporto di fonti ispirative diverse che vanno dalla classica, alla musica accademica contemporanea, dal folk al jazz. Si ascolti, ad esempio, con quanta pertinenza la chitarra di Nguyên_Lê e il pianoforte di Fresu si integrino nel tessuto connettivo disegnato dai compagni di viaggio in “Andrea’s milonga” mentre in “I’m a Dreamer” Maria Pia De Vito conferisce ulteriore spessore ad un ensemble di per sé già ottimo. Tra gli altri brani, uno più convincente dell’altro, ci ha particolarmente colpiti per la bellezza della linea melodica introdotta da Marco Bardoscia, “My Head” dello stesso contrabbassista.

Angiolini Bros Quartet – “JazzOmetrix” –
Due fratelli sardi, Alessandro e Andrea Angiolini, rispettivamente sax tenore e pianoforte, sono i co-leaders di un quartetto completato da Mattero Marongiu al contrabbasso e Roberto Migoni alla batteria. L’album, inciso nel febbraio del 2016 per l’etichetta cagliaritana ‘Claire de Lune’, si inserisce nel solco di quel modern mainstream che a sua volta prende le mosse da un hard-bop aggiornato e rivisto. Quindi un jazz robusto, muscolare ma allo stesso tempo raffinato, in cui scrittura e improvvisazione si legano perfettamente. Il tutto declinato attraverso un repertorio di dieci brani tutti composti a partire dalla metà degli anni ’90 fino ad oggi da Andrea Angiolini che denota una certa facilità e originalità di scrittura. Si ascolti, al riguardo, “Dear Astor”, un omaggio a Piazzolla in cui Angiolini è riuscito a ricreare un clima che in qualche modo ci rimanda al grande artista argentino senza far ricorso ad alcuno dei clichés che solitamente si adoperano per omaggiare Piazzolla. Evidentemente la bella riuscita dell’album è legata non solo alla valenza dei brani ma anche alla bravura degli esecutori. Alessandro Angiolini è sassofonista esperto, maturo ben consapevole delle eredità che gli hanno consegnato tenoristi del calibro di Gordon e Brecker ; Andrea Angiolini è pianista di squisita sensibilità, in possesso di una eccellente tecnica di base che gli consente, tra l’altro, un’assoluta padronanza della dinamica; l’intesa tra i due è perfetta segno evidente che i molti anni passati a provare, a suonare assieme non sono passati invano. Marongiu e Migoni costituiscono, infine, una brillante sezione ritmica propositiva e swingante.

Federica Colangelo – “Chiaroscuro” – Alfa Music 168
Delizioso album della pianista e compositrice Federica Colangelo alla testa di “Acquaphonica” formazione composta dall’olandese Joao Driessen sax soprano, dal tedesco Matthijs Tuijn chitarra acustica, dal bulgaro Mihail (Misho) Ivanov contrabbasso e dallo sloveno Kristijan Krajncan batteria e percussioni, insomma una sorta di multinazionale del jazz che raccoglie alcuni dei più luminosi talenti della scena europea. E già da questa composizione dell’organico si ha una prova della maturità raggiunta dalla Colangelo: le sue scelte risultano, infatti, assolutamente coerenti con le idee compositive che la stessa pone in essere dal momento che non si nota una solo attimo in cui il gruppo non si esprima con grande empatia seguendo alla perfezione le indicazioni della leader. Così ognuno ha la possibilità di mettersi in luce in un equilibrio costante tra pagina scritta e improvvisazione: si ascolti, ad esempio, Joao Driessen in “Croma” e “Contemporary Solution” o Matthijs Tuijn in “Graphic Work”. Dal canto suo la Colangelo si fa notare immediatamente fin dalla trascinante introduzione del primo brano “In bilico” per innervare tutto l’album del suo pianismo allo stesso tempo intenso e delicato, frutto di una profonda conoscenza dello strumento: ottima la padronanza della dinamica, leggero e scorrevole il flusso delle improvvisazioni senza alcuna forzatura, senza alcuna volontà di stupire con tecnicismi fuori luogo. Dal punto di vista compositivo, la sua musica è caratterizzata da una linea melodica frutto di varie influenze (musica classica, Karnatic Music ovvero la musica classica dell’India del Sud) che riesce a trasmettere sensazioni profonde.

Sade Farida – “La terra dei ciclopi” – Inner Circle Music 064
Un pianismo spumeggiante non scevro da reminiscenze classiche e folcloriche. Questa, in estrema sintesi, la carta d’identità stilistica di Sade Farida così come la si evince da questo album uscito a fine settembre per la Inner Circle Music, etichetta discografica newyorkese guidata da Greg Osby. “La Terra dei Ciclopi” è il primo album in piano solo di Sade Farida Mangiaracina, interprete e compositrice siciliana che si è fatta già conoscere in tutto il mondo , grazie a collaborazioni con artisti di fama internazionale come Fabrizio Bosso e Michael Rosen . Come si accennava, l’album è per piano-solo eccezion fatta per due brani , “Ballarò” e “Sugnu tutta pi tia”, in cui accanto alla pianista è possibile ascoltare uno strepitoso Luca Aquino impegnato alla tromba e al flicorno. Ma probabilmente il brano più interessante è “Ciuri Ciuri” che assieme a “Vitti ‘na crozza” è la canzone popolare siciliana più famosa di ogni tempo; composta da Francesco Paolo Frontini nel 1883, con testi d’autore ignoto, “Ciuri Ciuri” ha fatto parte del repertorio di qualunque artista abbia voluto affrontare con serietà il grande patrimonio della canzone popolare siciliana. Ne hanno fornito buone versioni, tra gli altri, Mina, Fiorello, Roy Paci e Otello Profazio cui si aggiunge, adesso, Sade Farida. La sua è una interpretazione sotto certi aspetti straniante: dopo una sorprendente introduzione, Sade intona il tema ma lo fa in modo assolutamente personale, innanzitutto ritardandolo all’inizio di molto rispetto alle esecuzioni cui siamo abituati per poi assumere un andamento più veloce sostenuto da un ostinato della mano sinistra; l’esecuzione prosegue alternando, in mirabile equilibrio, improvvisazione e fedele richiami all’originale.

Claudio Fasoli – “Inner Sounds” – abeat 158
Fasoli è uno di quei rari musicisti che, come si dice in gergo, mai sbaglia un colpo: lo conosco e lo seguo oramai da molto tempo e non ricordo una sola volta in cui un suo concerto, un suo disco mi abbiano deluso. E anche quest’ultimo album non sfugge alla regola: il sassofonista veneziano (ma oramai milanese d’adozione) si presenta alla testa di un doppio quartetto, il Quartetto “FOUR” ed il “SAMADHI 4et” , ad eseguire sette sue composizioni originali, ispirate a una raccolta di sette poemi (Horae Canonicae), le “ore canoniche” del poeta inglese Wystan Hugh Auden. Il percorso seguito da Fasoli, more solito, non è dei più semplici alternando momenti di grande apertura, liricità a situazioni più scure all’insegna della più assoluta imprevedibilità. Il perché è motivato assai bene dallo stesso Fasoli in una breve nota che accompagna il CD, laddove l’artista spiega che per poter dare ad ogni musicista la possibilità di esprimersi in un territorio sonoro scelto solo per lui, si è giunti ad una moltiplicazione delle situazioni musicali e a brani politematici; di qui la studiata volontà di accostare atmosfere le più lontane fra loro, di qui la possibilità di creare una serie di variabili strumentali che si alternano con grande fascino. Ed è proprio questo, a nostro avviso, il merito maggiore dell’album, vale a dire la capacità dell’inusuale organico di misurarsi, con successo, su partiture tutt’altro che semplici che testimoniano la volontà di Fasoli di mai fermarsi sugli allori, di sperimentare continuamente, di cercare sempre di dare sfogo alla propria creatività con una coerenza, un’onestà intellettuale che unanimemente gli viene riconosciuta. Il tutto impreziosito da una valentia strumentale che trova pochi eguali e non solo in ambito nazionale; il suo sound, il suo fraseggiare sia al tenore sia al soprano hanno una precisa riconoscibilità mentre le capacità compositive sono oramai talmente acclarate che riteniamo inutile ogni ulteriore commento. Insomma un gran bel disco che merita la massima attenzione. (altro…)

Tributi ai “mostri sacri” del genere, artisti d’eccezione e varietà di linguaggi nelle cinque serate de LE COLLINE DEL JAZZ

LE COLLINE DEL JAZZ, la rassegna che unisce cene e musiche d’autore sulle colline rossanesi, presso la Masseria Mazzei, offre da sempre un cartellone vario, che punta a proporre un viaggio nel mondo internazionale del jazz, attraverso tributi ai grandi che hanno fatto la storia del genere, o rivisitazioni in chiave jazz di classici anche del mondo della musica leggera italiana, o seguendo percorsi modulati verso sonorità affini e di comune matrice. Il tutto collegato da una coerenza di fondo, tale da costruire, tassello dopo tassello, un percorso organico sia all’interno della singola edizione, sia tra le diverse edizioni, oramai ben sei, che negli anni si sono succedute.

E’ secondo questa linea che anche per l’edizione 2016, pertanto, si sono scelti i protagonisti delle cinque serate, che si apriranno proprio con un tributo a quella che viene da alcuni definita la più grande interprete brasiliana di tutti i tempi, negli anni in cui la bossa nova ha avuto il suo massimo sviluppo e la sua diffusione: ELIS REGINA. A rendere l’omaggio, fondendo talentuosa improvvisazione jazzistica, con gli arrangiamenti originali, scritti e pensati dallo stesso quartetto dell’artista americana, un quartetto di matrice calabro-siciliana: gli AGORA TA’.

Il 31 luglio sarà la volta del quartetto che accompagna RAFFAELA SINISCALCHI 4ET, cantante jazz con una carriera di grande lustro, che, accanto alle collaborazioni con Danilo Rea, Roberto Gatto ed altri nomi di primo piano del panorama jazz italiano, vanta la pluriennale partecipazione alla “Compagnia della Luna” del Maestro Nicola Piovani e ripetute esperienze artistiche con il Maestro Ennio Morricone. Anche questo concerto si propone come tributo ad un’indiscussa icona artistica del ‘900, il leggendario cantautore statunitense TOM WAITS.

Si passerà poi la prima domenica di agosto al progetto MINA IN JAZZ, un’originale rilettura dei più famosi successi della star cremonese, sapientemente accostati seguendo un percorso puramente emozionale, a cura del ROMA JAZZ 5tet: un progetto ricco di inventiva e originalità, che questo inverno ha riscosso grande successo all’Auditorium della capitale. (altro…)

GINO VANNELLI, THE NEW YORK VOICES, HIROMI, KARIMA & DADO MORONI E TOMATITO SONO I PROTAGONISTI DELLA TERZA EDIZIONE DI NAVE DE VERO IN JAZZ

Nave de Vero in Jazz è giunta alla sua terza edizione. Dal 2014 ad oggi si sono esibiti sul palco di Piazza de Vero musicisti di fama nazionale e internazionale e anche quest’anno non sarà da meno: Gino Vannelli, The New York Voices, Hiromi – The Trio Project, Karima & Dado Moroni Trio Lifetime e Tomatito saranno i protagonisti della rassegna che tutti i venerdì di luglio alle 21.30 trasformerà Nave de Vero nel più grande jazz club del Veneto.

Un programma di cinque serate per affascinare gli appassionati e conquistare anche i neofiti del genere, in un’atmosfera unica, con luci soffuse e candele, menù dedicati e attenzione ad ogni dettaglio per far sì che la protagonista assoluta sia la grande musica.

Si comincia venerdì 1 luglio con il concerto di una leggenda della musica: Gino Vannelli, l’artista canadese che alla Nave si esibirà nell’unica data nel nord Italia del suo tour mondiale. Divenuto famoso negli anni ‘70 con una lunga serie di capolavori – culminati con il grande successo di Brother to Brother, Nightwalker e Black Cars -, Vannelli ha saputo sintetizzare nella sua musica un bagaglio culturale vastissimo.

Venerdì 8 luglio sul palco di Piazza de Vero arrivano invece The New York Voices, gruppo vocale americano formatosi negli anni ’80 che si è presto imposto come uno dei migliori al mondo. Vincitori di un Grammy nel 1996, Darmon Meader, Lauren Kinhan, Peter Elridge e Kim Nazarian, in arte The New York Voices, affondano le loro radici nel jazz esplorando una straordinaria varietà di generi musicali. All’attivo hanno sette album pubblicati e centinaia di concerti in tutto il mondo. (altro…)