Gianni Savelli. La musica è innanzitutto condivisione

Gianni Savelli

Sassofonista, compositore, arrangiatore Gianni Savelli (Napoli 1961) si è fatto le ossa suonando in diversi contesti, dal pop, alla musica improvvisata… al jazz canonicamente inteso. Nel 2000 nasce Media Res, qualcosa che va al di là del semplice gruppo musicale: si tratta, in effetti, di un progetto attraverso cui Savelli cerca di portare ad unità le varie fonti che hanno ispirato il suo fare musica. Nel 2015 l’album ‘Magellano’, pubblicato dall’etichetta tedesca Neuklang, completa la trilogia iniziata con ‘Media Res’ (2004) e proseguita con ‘Que la fête commence’ (2008). Ed è proprio da quest’ultima realizzazione discografica che prende il via questa intervista raccolta nel dicembre del 2015.

Partiamo dall’oggi; cosa rappresenta per te questo magellano?
Partirei dal titolo: magellano nasce dalla fascinazione per questo grande personaggio che ha cambiato la storia dell’uomo. L’esplorazione di Magellano è un impresa che chiude un’ epoca e ne apre un’altra ridisegnando totalmente l’immagine che l’uomo europeo aveva del mondo. Con le dovute proporzioni, e riferendomi ad un orizzonte personale, questo disco allo stesso modo rappresenta per me un punto di partenza e d’arrivo. E’ il terzo atto dell’attività di Media Res, di cui si può dire sia una sorta di esplorazione nella musica suscitata dal fascino esercitato su di me da culture diverse partendo da quella europea, passando per quella afro-americana approdando a quelle asiatiche. Così, mentre, nel primo disco si potevano riconoscere con una certa facilità le diverse influenze, Brasile, Cuba, Africa, India e così via; nel secondo disco queste differenti fascinazioni si sono cominciate ad unire in modo coerente e con magellano si è realizzata la sintesi di quello che cercavo. Potrei dire che il mio percorso è stato quello di trattare la musica come un linguaggio narrato. Quindi, mi sono trovato a prendere le “parole” delle diverse lingue di mio interesse per poi scomporle in unità più piccole come fossero “lettere” al fine di ricomporre queste unità in un nuovo linguaggio di sintesi. Da qui la creazione di una musica che fosse più aderente alle mie intime necessità.

Vogliamo ricordare i titoli dei primi due album?
Certamente: il primo si intitola semplicemente media res e venne pubblicato nel 2004 da JazzInRoma, il secondo que la fête commence fu pubblicato nel 2009 da Alfa Music.

Un percorso lungo…
Si, quasi sedici anni. Tre album, forse pochi, ma per me ogni disco rappresenta una tappa nella maturazione della mia sensibilità .

In che senso questo magellano, come tu dicevi, rappresenta allo stesso tempo un punto di partenza e un punto d’arrivo?
Un punto d’arrivo perché rappresenta la chiusura di una trilogia, un punto di partenza perché segna il passo con la mia disponibilità a vivere la musica in una maniera più libera. Sono aperto a qualsiasi novità sia sul piano musicale che su quello del rapporto di condivisione con il pubblico.

Per esempio?
Si potrebbe fare l’esempio del video ‘Pacifico’. Per la sua realizzazione abbiamo fatto una vera e propria ‘call for action’. Vale a dire, una sorta di appello alla mobilitazione rivolto alle persone che mi seguono, con la richiesta che ci fossero regalate immagini che per loro erano significative, evocative di emozioni suscitate dal brano. E’ arrivato un numero enorme di immagini, piccoli filmati, spesso di straordinaria qualità e noi li abbiamo ricondotti a un possibile disegno registico. Una delle idee che abbiamo voluto esprimere attraverso il video è quella di un tempo che non è il concetto cronometrico ma piuttosto è più vicina a quello che nell’antica Grecia veniva chiamato Kairos, cioè un tempo dinamico in cui nell’istante presente accadono molte cose simultaneamente. Le persone che hanno partecipato a questa iniziativa, vedendo il video e riconoscendo il proprio contributo, si sono sentite direttamente coinvolte. Per la copertina di magellano abbiamo agito in un modo simile. Abbiamo iniziato proponendo a delle persone tre differenti progetti, abbiamo fatto ascoltare la musica e poi, tenendo conto dei loro suggerimenti, abbiamo preparato due possibilità che abbiamo sottoposto al vaglio di settanta persone. Sono state loro che hanno avuto l’ultima parola.

Ma come avete scelto queste persone?
Sono persone che mi seguono, appassionati della mia musica che quindi erano già dentro il mio discorso. (altro…)

Omaggio del sestetto di Roberto Gatto a Nino Manfredi

 

Roberto Gatto, batteria
Silvia Manco, pianoforte e voce
Luciano Biondini, fisarmonica
Francesco Lento, tromba e flicorno
Luca Velotti, sassofoni e clarinetto
Luca Bulgarelli, contrabbasso

 

E’ davvero difficile non fare centro quando un progetto è basato su musiche da film di maestri quali Fiorenzo Carpi, o Armando Trovaioli, tanto per citarne due. Se poi la performance è rivisitare i brani in chiave jazzistica ma ferma restando una  affettuosa, rispettosa e palpitante fedeltà, il risultato è di sicuro effetto. Se infine i musicisti sono musicisti come Roberto Gatto (batteria, ideatore del progetto dedicato all’ indimenticabile Nino Manfredi e fraterno amico della moglie Erminia), Silvia Manco (pianoforte e voce), Francesco Lento (tromba),  Luciano Biondini (fisarmonica) Luca Velotti (sassofoni e clarinetto) e Luca Bulgarelli (contrabbasso) allora potete stare sicuri che il concerto che ne scaturisce sarà allegro, commovente, divertente, trascinante.

Questo è accaduto alla Casa del Jazz, alla presenza di Erminia Manfredi,  per un piccolo ma intenso live ad inviti che seguiva un Live Recording destinato alla prossima pubblicazione di un cd e (si spera) ad una serie di concerti. Concerti che avranno il merito di “rimettere in circolo” musiche bellissime con tutta l’ energia del “qui e ora” che il buon Jazz sa imprimere per la sua stessa natura.
Non serve essere rivoluzionari per produrre buona musica: in questo caso serve, come accennavo, una (oramai si può dire) tradizione musicale che è un vero proprio fiore all’ occhiello per l’ Italia, passione, bravura e voglia di divertirsi.
E così questo sestetto comincia da “E nasce all’ improvviso una canzone”, cantata da Silvia Manco con una voce potente, espressiva e perfettamente in linea con l’ atmosfera del brano che riporta alla mente quel Manfredi un po’ scanzonato, un po’ spensierato, un po’ sornione che tutti ricordiamo. Il Jazz emerge elegante negli assoli di Lento, sempre più bravo, negli accordi congrui, equilibrati tra rivisitazione e attenzione al clima originale di Silvia Manco,  nel fondamentale apporto timbrico dei sassofoni e del clarinetto di Velotti, nel contrabbasso swingante di Bulgarelli e naturalmente nella esplosiva ma raffinata e giocosa batteria di Gatto. E Biondini è jazz si, ma anche melodia pura,  ritmo, lirismi a volte quasi dolenti.
Dunque con queste solide premesse si dipana poi uno spettacolo (si,  perché stiamo parlando di musica-spettacolo) convincente,  attraverso brani quali il tema principale del film “C’eravamo tanto amati” , incentrato sul contrasto tra unisono secco di fisarmonica e pianoforte nel presentare il tema, e la pienezza del suono del sestetto con la stessa fisarmonica che affresca quasi un intenso tango.  E se in Angola Adeus, di Trovajoli, dal bellissimo film “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il loro amico misteriosamente scomparso in Africa” tutto il sestetto dà prova tangibile di coesione e di quanto il ritmo possa essere fortemente legato ad un tema melodico geniale, con la medley del film Pinocchio, la fisarmonica e la tromba emozionano riproponendo i temi melodici di Fiorenzo Carpi, oramai nell’immaginario collettivo indissolubilmente legati alla fiaba di Collodi, e ridisegnati  dalla batteria di Gatto, così efficace nel ricostruire le atmosfere ad un tempo giocose e malinconiche di un film indimenticabile della nostra televisione.  Quanto sarebbe stato bello vedere in contemporanea le immagini dei film su uno schermo, come accaduto in precedenza all’ Auditorium della Conciliazione a Roma (vedi foto galleria), data la forte valenza evocativa di questa musica.   Ma probabilmente questo accadrà nei concerti futuri che andranno in scena in versione “integrale”.

Stefano Bollani: l’importanza di fare spettacolo divertendosi e divertendo

Stefano Bollani - ©foto Daniela Crevena

©foto Daniela Crevena

Il caso di Stefano Bollani è abbastanza emblematico di ciò che non di rado accade nel mondo dell’arte in generale e della musica in particolare: osannato dal pubblico, Bollani è messo in discussione da una parte della critica. Non gli si contesta certo l’abilità pianistica, cosa impossibile dato che una vasta produzione discografica è lì a testimoniare la presenza di un immane talento. Gli si contesta il fatto di non aver scelto in che campo giocare, di suonare sia classica, sia jazz con sconfinamenti nel pop, di esibirsi troppo per il pubblico: in effetti in ogni performance dell’artista non c’è solo musica, c’è affabulazione, c’è racconto, c’è il gusto di intrattenere… di fare spettacolo. Ora, ognuno può avere le proprie idee ed è giusto che le esprima… resta il fatto che l’arte di Bollani, come leggerete nell’intervista qui di seguito, è supportata sia da un indiscusso talento sia da un’indubbia onestà intellettuale, dote di cui oggi si avverte una certa carenza… per usare un eufemismo.

Al difuori dell’ambito pop, tu sei il musicista italiano che negli ultimi anni ha ottenuto il maggior successo. Come spieghi questo risultato così clamoroso?
Io lo devo spiegare? Non lo so… forse…penso di essermi fatto vivo in ambiti diversi ho catturato pubblico a destra e a sinistra, sono stato a teatro con la Banda Osiris, ho fatto il programma in televisione, ho fatto radio con Riondino… insomma mi sono fatto conoscere anche da persone che, normalmente non seguono la musica.

E’ indubbio, comunque, che quando ti si vede suonare, si avverte immediatamente e chiaramente che in quel momento ti stai divertendo davvero. Quanto conta tutto ciò a livello di comunicazione con il pubblico?
Credo molto, moltissimo. Io adoro vedere gente che si diverte quando fa qualcosa; questo vale per qualsiasi branca dello scibile…anche per il porno…quando vedi un film porno, … quand’è che è fatto bene? Quando sembra che le due persone si stiano divertendo. Io adoro vedere un attore, un ballerino, un oratore che si diverte a fare quello che sta facendo e credo ciò valga anche per il pubblico che va ai concerti.

Quanto conta per te fare spettacolo?
Molto, credo; sin da bambino io adoravo salire sul palco; credo che il primo impulso fosse quello di stare sul palco, prendere un applauso e divertire le persone. Il primo verbo penso fosse divertire per cui tuttora credo che sia la mia gioia principale.

Che ruolo riveste l’improvvisazione nel tuo pianismo?
Fondamentale, perché eccettuati taluni progetti come quello che sto provando in questi giorni che è uno spettacolo teatrale vero e proprio con Valentina Cenni che è la mia fidanzata in cui tutto è stabilito , in tutti gli altri progetti che ho affrontato l’improvvisazione è fondamentale. E’ fondamentale perché, prima di tutto, io non voglio annoiarmi per cui ho bisogno, tutte le sere, di fare qualcosa di diverso. Il che non significa solo suonare brani differenti con persone diverse ma soprattutto vuol dire avere un atteggiamento diverso ogni sera in modo da poter smontare un brano partendo da un altro dettaglio …e poter ripetere questo tipo di operazione a seconda dell’ispirazione, dello stato d’animo del momento.

Così dicendo ti collochi nell’ambito dei musicisti jazz, indipendentemente dalle etichette…un ambito che mi sembra ti stia stretto…
Sì e no perché io credo che improvvisino in tanti. Noi del jazz abbiamo scippato la parola improvvisazione mentre tutti gli altri, per parecchio tempo non l’hanno più pronunciata ad alta voce… ma improvvisava Mozart, improvvisava Listz, improvvisava Paganini… certo non tutti i grandi compositori ma moltissimi improvvisavano per cui non credo che improvvisazione sia necessariamente sinonimo di jazz.

Beh, nell’ambito della musica classica sicuramente si improvvisava, ma non credo che nell’ambito della musica pop si improvvisi così tanto…
Certo che no, no; in quell’ambito decisamente no, ma in quel campo la questione estetica è portata al massimo livello perché il pop è un prodotto confezionato. Nella migliore delle ipotesi è meraviglioso, nella peggiore è , come ti dicevo, un prodotto confezionato per cui non solo ha la data di scadenza ma non è neanche buonissimo da gustare proprio perché è una ricetta fatta su larga scala. Ad esempio ,l’idea che la masterizzazione di un certo brano si debba fare entro determinate frequenze per non disturbare, non so, il guidatore della macchina quando ascolta l’autoradio … che è poi il motivo per cui preferiamo ascoltare in macchina il pop anziché la musica classica perché questo è pensato apposta per non disturbarci … ecco tutto ciò comprime lo spettro delle possibilità. Insomma è una musica che, per forza di cose, tanto oltre sul fronte dell’emotività e della verità non può andare. Prima di tutto per un principio sonoro e poi anche di struttura, perché si tratta di confezioni di quattro minuti che devono funzionare secondo certe regole che partono dall’industria discografica.

Qual è oggi il tuo rapporto con il canto, sia con quello degli altri sia con la tua stessa voce?
E’ buono, è un buon rapporto soprattutto con quello degli altri. Con quello mio non so, ci stiamo ancora lavorando.

Per raggiungere quale risultato?
Semplicemente un po’ più di naturalezza, direi. Quando apro bocca per cantare, spesso ho in mente qualcuno e questo mi dispiace perché invece vorrei dimenticare, così come faccio quando suono, dimenticare i miei modelli, i miei ispiratori… superarli e lasciarmi andare. Invece avendo un passato da “imitatore”, ovviamente a livello amatoriale – sin da bambino imitavo i professori, imitavo i miei amici etc… – avendo sviluppato quella cosa lì ho fatto fatica in questi anni a trovare la mia voce, almeno quando apro la bocca per cantare.

Qual era il cantante che imitavi meglio?
Johnny Dorelli; io tuttora quando canto rischio sempre di essere Johnny Dorelli e quindi non esattamente il cantante più à la page, del momento…

E qual è il tuo rapporto con la musica leggera?
E’ buono. Io prima sembrava che ti parlassi della musica leggera in modo negativo, ma in realtà affrontavo solo un dato di fatto e cioè che il pop è un prodotto pensato e realizzato per essere venduto; il fatto che un qualsiasi cantante, a partire da Madonna tanto per fare un esempio, si sente- ed in realtà lo è – obbligato dall’industria , ogni volta che si esibisce in concerto, a riproporre il brano esattamente nella stessa maniera in cui l’ha inciso fa parte della confezione e tutto ciò non è il mio pane. Io non vorrei mai lavorare in quel mondo per questo motivo. In realtà, poi, le canzoni pop io le adoro, anzi sono un grande fan di autori da Sergio Endrigo a Paul McCartney a Vinicio Capossela passando per Jacques Brel…autori che riescono in quattro minuti a scrivere una cosa che abbia un senso e che rappresenti un mondo compiuto. Invece, come sai, i jazzisti sono logorroici.

Bolero di Ravel e Rapsodia in blue di Gershwin, due brani che se non sbaglio ti sono particolarmente cari….
Sì, entrambi. Innanzitutto credo che si tratti delle prime cose che ho sentito da bambino. Poi c’è una vitalità, una gioia, e, senza entrare troppo nel merito, una vicinanza estrema con il mondo del jazz degli esordi, degli anni Venti, sia armonicamente sia ritmicamente. Per una volta direi che il Bolero di Ravel è un brano che ha una intensità ritmica che ricorda quella di tanta musica non solo jazz ma anche leggera. (altro…)

Andrea Pozza meets Harry Allen Italian Tour 28 dic. 2015 2 genn. 2106

Andrea Pozza meets Harry Allen

Il pianista genovese e il sassofonista americano in tour in Italia  dal 28 dicembre al 2 gennaio 2016:
Conegliano, Verona, Ancona e due appuntamenti a Roma.

Parte lunedì 28 dicembre da Conegliano (Hotel Cima) il tour italiano “Andrea Pozza meets Harry Allen”, una prestigiosa collaborazione per il pianista genovese Andrea Pozza che reduce da una tournée di successo a suo nome in Inghilterra, e prossimo all’uscita del nuovo cd intitolato “Siciliana” – previsto per gennaio 2016 con l’etichetta inglese Trio Records – non perde tempo e riparte con una serie di spettacoli in Italia con ospite Harry Allen, acclamato sassofonista newyorkese, degno erede di giganti del sax tenore come Stan Getz o Lester Young.  La formazione che si completa con il contrabbassista americano Simon Woolf e il batterista spezzino Matteo Cidale, proseguirà il tour martedì 29 a Le Cantine dell’Arena di Verona, giovedì 31 dicembre al Moroder di Ancona, per concludersi venerdì 1° e sabato 2 gennaio 2016 al Cotton Club di Roma.

Pozza e Allen hanno iniziato nel 2015 una proficua collaborazione che li ha visti assieme in tournée per ben 13 date solo nel Regno Unito; il loro feeling sul palco ha gettato le basi per una solida collaborazione che li vedrà ancora assieme, nuovamente in Inghilterra alla fine del 2016. Pianista eclettico Andrea Pozza è capace di affrontare con grande disinvoltura qualsiasi repertorio e come Harry Allen è capace di muoversi con agilità tra stili diversi, dal jazz tradizionale al bebop. Entrambi sono sublimi interpreti di grandi standard del jazz; per questa sua dote, Harry Allen è stato soprannominato da un critico americano “il Frank Sinatra del sax tenore”.

Nato a Washington DC ma da anni residente a New York, Allen ha ricevuto numerosi premi, pubblicato oltre 30 album a suo nome e collaborato con una miriade di grandi artisti, fra i quali ricordiamo Tony Bennett, Hank Jones, Frank Wess, Scott Hamilton, John e Bucky Pizzarelli, Jeff Hamilton, Terry Gibbs, Warren Vache, Ray Brown, per citarne solo alcuni. Probabilmente il miglior sax-tenorista del jazz classico a livello mondiale. “Superbo”, “inventivo”, “mozzafiato”, “lirico”, sono soltanto alcuni degli aggettivi utilizzati dalla critica per descrivere l’insuperabile talento di Harry Allen. (altro…)

Roberto Magris

Roberto Magris è nato a Trieste nel 1959. Ha iniziato la sua carriera jazzistica alla fine degli anni ’70. Ha realizzato 27 album ed ha sostenuto concerti in 41 paesi del mondo, suonando in Europa, America, Asia, Africa ed Australia. E’ direttore musicale della JMood Records, casa discografica jazz di Kansas City. In questa intervista Magris parla con estrema chiarezza, affrontando anche tematiche scottanti.

-Cos’è oggi per lei il jazz ?

E’ una musica nata e sviluppatasi nel secolo scorso, così come il rock, e che oggi tende ad unificarsi in altri generi musicali per diventare una musica “complessiva”: la musica del mondo globalizzato. Oggi, grazie alla diffusione globale del jazz e soprattutto alle scuole dove si studia ed impara il linguaggio del jazz, i musicisti sono così consapevoli e preparati da poter  “partire” dal jazz per dirigersi verso molteplici direzioni e stili musicali (un notevole passo avanti rispetto alla mia generazione che studiava invece per “arrivare” al jazz). Oggi quindi il jazz è sia “rivisitazione di un repertorio classico”, sia una musica “progressive” che segue l’evoluzione della società, cercando nuove strade per quella potrà essere la musica globale del futuro. A me, personalmente, piacciono ed interessano entrambe le direzioni.

-Come e quanto influisce sulla sua musica l’essere italiano e più precisamente vivere in una città così particolare come Trieste?

Influisce ed ha influito molto. Se guardiamo la carta geografica dell’Italia, Trieste è una città in posizione marginale, alla frontiera nord-orientale, distante da Milano ed ancor più dalla capitale Roma. Se invece guardiamo la carta geografica dell’Europa vediamo che Trieste si trova al centro, nel cuore della cosiddetta Mitteleuropa e con ben 6 capitali europee a portata di mano (Lubiana, Zagabria, Vienna, Bratislava, Budapest, Praga, oltre a Salisburgo e Monaco). Infatti non è un caso che Trieste abbia fatto parte dell’Austria per ben 600 anni e che il suo porto (che oggi è il primo porto petrolifero del Mediterraneo, dal quale parte l’oleodotto che copre tutto il fabbisogno di Austria, Rep. Ceca, Slovacchia, Ungheria e Baviera) continui ad operare massimamente per il bacino centroeuropeo. Nella mia città, qualunque iniziativa si voglia attivare, se si vuole aver successo si deve necessariamente puntare a quello che è geograficamente il suo hinterland naturale, ovvero il centroeuropa. Se invece ci si rivolge all’Italia, si entra in una dimensione di periferica provincialità. E’ successo anche a me con la musica e, sia chiaro, non si tratta assolutamente di una posizione anti-italiana ma soltanto della logica conseguenza del vivere in questa particolare città. Anzi, come musicista, mi sono sempre trovato a rappresentare all’estero il jazz italiano che però, paradossalmente, non mi ha mai riconosciuto e non mi riconosce tuttora tra i suoi esponenti più rappresentativi. In realtà, per certi versi a ragione… nel senso che io non sono certamente un “prodotto” della scena italiana del jazz, ma il mio retaggio culturale e relazionale e la mia esperienza musicale viene dalla scena jazz centroeuropea. I miei primi vent’anni di jazz, infatti, li ho spesi in gran parte suonando, oltreché nella mia città e nel vicino Veneto, soprattutto in Slovenia, Austria, Ungheria, Germania, Croazia, Rep. Ceca, Polonia ecc.. E’ vero che ho fatto delle puntate con il mio quartetto in quasi tutte le regioni d’Italia, suonando anche a diversi festival, ma la dimensione/rapporto può ben rappresentarsi nel seguente esempio: nella mia vita, finora, ho suonato a Roma un’unica volta, a Milano forse 4-5 volte, mentre a Praga (o a Kansas City, per dirne un’altra) siamo sulla ventina.

L’influenza di essere di Trieste nella mia musica si è esplicata soprattutto nei primi anni della mia vicenda musicale. Erano gli anni Ottanta, c’era la cortina di ferro, ed io ero uno dei pochi musicisti dell’Ovest a collaborare regolarmente con la scena jazz est-europea. Con il mio trio di allora, il Gruppo Jazz Marca, ero in contatto e sintonia con il lavoro di musicisti come Emil Viklicky, Janos Gonda, Bosko Petrovic, Tony Lakatos, Janusz Muniak, Sandor Szabo, e proponevo – mi si consenta, in anticipo con i tempi – un jazz di matrice europea basato su melodie popolari, retaggi classici e jazz modale. Registrai 3 Lp, tra cui uno dal titolo mitteleuropa che venne molto apprezzato a livello internazionale e pure recensito da Down Beat, parliamo di 25 anni fa… In Italia passò nel sostanziale disinteresse/incomprensione – eravamo nel periodo “free jazz politico” – così come il mio primo Lp dal titolo comunicazione sonora, che registrai nel 1981 a 22 anni (nel volume giapponese Jazz Critique dedicato al jazz europeo è tuttora presente). I conti comunque alla fine mi sono ritornati, dal momento che questi 3 Lp nel corso degli anni sono diventati dei “collector items” venduti alle aste online su internet e l’etichetta londinese Arision li ha infine ristampati su Cd. Ancora oggi, per quel mondo del jazz est-europeo fatto di etichette discografiche “di stato” come Jugoton, Pannonton, Supraphon, Amiga, Poljazz e di tanto jazz “valoroso” che aveva un significato di libertà, sotto l’icona di John Coltrane, provo una certa nostalgia per la sua sincerità e verità anche naif nel fare musica. La scorsa primavera sono ritornato a Praga, dopo alcuni anni, per 3 serate al Reduta, al Jazzdock ed all’Agharta, in trio con i miei vecchi amici Frantisek Uhlir e Jaromir Helesic. Arrivato ai club, ho trovato tutti i posti già “sold out” ed ho pensato “qui sono sempre a casa”. Poi, quando Pavel Smetacek – leader del Traditional Jazz Studio e poi politico dell’era Vaclav Havel – mi ha portato in regalo un libro sul jazz a Praga nel quale c’era anche un passaggio dedicato a me, con una mia foto, ho pensato: “questo in Italia proprio non lo sa nessuno”. Del resto, mentre in quel periodo in Italia c’erano i collettivi di musica improvvisata, io ero musicalmente e fisicamente tutto da un’altra parte.

-Se non sbaglio nei primi anni 2000 c’è stata anche l’esperienza dell’ Europlane Orchestra…

Esatto… nei primi anni 2000 ho avuto l’opportunità di fondare e dirigere l’Europlane Orchestra, l’orchestra jazz dei paesi centro-europei patrocinata e sostenuta politicamente e finanziariamente dall’INCE-CEI – Iniziativa Centro Europea, con sede a Trieste. E’ stato un periodo di felice ritorno e riscoperta, dopo vent’anni ed a condizioni politiche completamente mutate, di quello stesso mondo del jazz est-europeo, nel frattempo ormai “sdoganatosi” a livello internazionale. Con l’Europlane Orchestra – una specie di Vienna Art Orchestra di dimensioni più contenute – ho scritto composizioni ed arrangiamenti sempre nuovi, per ogni meeting annuale, sostenendo concerti (anche in situazioni istituzionali europee) e registrando 3 Cd (l’ultimo è current views. E’ stata una faticaccia, ma ne è valsa la pena e mi sono divertito con vecchi e giovani amici. Poi, una volta che le varie Ungheria, Romania, Polonia, Rep. Ceca ecc. sono entrate definitivamente nella Comunità Europea, la “mission” si è conclusa e con essa i finanziamenti e l’esistenza dell’orchestra stessa. Ma ancora fino a poco tempo fa i musicisti continuavano a scrivermi: quando ci rivediamo?

-Come spiega il fatto che probabilmente lei è più conosciuto e apprezzato all’estero che non in Italia?

Se da giovane mi fossi trasferito a Milano o a Roma mi sarei inserito nella scena jazz italiana, invece mi è stato più agevole rimanere a vivere a Trieste ed inserirmi direttamente nella scena jazz europea. Sembra una battuta, ma non lo è. Poi, a partire dagli anni Novanta ho cominciato a suonare anche e sempre di più in giro per il mondo. In America Latina ho praticamente suonato in quasi tutti i Paesi (da Buenos Aires a Lima, da Caracas a Città del Messico, da Montevideo a Managua in Nicaragua, Quito in Ecuador , Asuncion in Paraguay…). In Asia ho suonato in Cina, ad Hong Kong, in Uzbekistan, in Indonesia, nelle Filippine, poi in Australia, in Canada, ai Caraibi in Jamaica e Curacao, in Gabon in Africa e soprattutto negli Stati Uniti. Mi vien da dire che magari qualche festival in Italia in più  avrebbe anche potuto interessarsi alle mie proposte… ma ormai sono molti anni che ho smesso di “perdere tempo” e, semplicemente, se in Italia qualcuno mi chiama vengo volentieri altrimenti pazienza. Da quel che ho potuto toccare con mano, il mondo del jazz italiano (promoter e musicisti) è esattamente come l’Italia, un Paese che amo molto ma che, con ogni evidenza, ha qualche serio problema… con le dovute rare eccezioni, naturalmente. Per contro alla “situazione concerti” devo invece dire, con soddisfazione e gratitudine, che conto molti amici ed estimatori tra i critici jazz italiani, da lunga data, che mi hanno seguito e sostenuto con recensioni ed interviste; inoltre, ho avuto un ottimo rapporto con le etichette jazz italiane, soprattutto con la BlackSaint/Soulnote di Bonandrini, che ha pubblicato 3 miei Cd, che reputo i migliori da me realizzati con musicisti europei (in testa check in, con Tony Lakatos e Michi Erian)

-Lei ha una notevole frequentazione con gli States, in special modo con Kansas City; come è nato questo rapporto?

Semplicemente, il mio manager e produttore discografico negli USA è Paul Collins, che è di Kansas City. Più nel dettaglio, nel 2006 avevo dei concerti a Los Angeles assieme ad Art Davis (bassista di John Coltrane) e suonammo alla Jazz Bakery ed al Catalina Jazz Club di Hollywood, che ebbero un ottimo successo. L’anno seguente ci incontrammo di nuovo a Los Angeles per registrare il Cd mating call, assieme ad Idris Muhammad. Dopodiché fu naturale l’invito a Kansas City, per concerti e nuove registrazioni per la sua etichetta JMood Records, di cui poi mi ha chiesto di diventare il direttore musicale. Oggi, sono arrivato a quota 12 CD incisi a mio nome negli USA per un’etichetta americana, il che penso sia un record per il “jazz italiano”. Negli ulteriori CD per la JMood ho registrato varie volte con Albert Tootie Heath, con Sam Reed, ma anche con “giovani leoni” come Brandon Lee, Kendall Moore e Logan Richardson e la “mia ritmica” (Dominique Sanders al contrabbasso e Brian Steever alla batteria). Di particolare successo finora…  sono stati aliens in a bebop planet ed enigmatix, ma tutti i miei lavori vengono abitualmente promossi presso la rete delle radio jazz americane, con recensioni su Down Beat, JazzTimes, All About Jazz ecc. Oltre a ciò, va ricordato che Kansas City è una delle capitali del jazz ed è la città di Charlie Parker, Mary Lou Williams, Count Basie, Jimmy Lunceford, Jay McShann… ma anche di Bobby Watson e Pat Metheny…  ed a Kansas City c’è la sede dell’American Jazz Museum. Qualche anno fa, proprio in occasione di un mio concerto all’American Jazz Museum, in tributo all’appena scomparso Jay McShann (di cui conosco la famiglia, ho ricevuto in omaggio di alcuni suoi arrangiamenti originali e sul cui pianoforte ho personalmente suonato, a casa sua), il City Council di Kansas City mi ha conferito la cittadinanza onoraria, di cui sono particolarmente orgoglioso. Dopo tanti anni posso dire di essere (anche) un musicista della scena jazz di Kansas City e, anzi, negli USA vengo spesso direttamente presentato come un musicista di Kansas City (che è per me sempre un bel complimento!). Non è escluso che prima o poi mi trasferisca direttamente a vivere negli States, visto che anche a mia moglie piacciono molto. (altro…)

Elegance Cafè, al via la rassegna jazz italo-finlandese ‘Il Mondo di Karri’

Sarà il pianista italo – finlandese Karri Luhtala, protagonista di quattro serate all’Elegance Cafè di via Veneto, dove con la collaborazione di vari artisti presenterà lo spettacolo ‘Il Mondo di Karri’. L’evento organizzato con il patrocinio dell’Ambasciata di Finlandia a Roma, nasce come un incontro di musica e cultura, un confronto tra due trazioni così lontane, ma, anche così affini grazie alla condivisione della musica jazz.
Karri Luhtala è cresciuto in Hyvinkää Finlandia e si è laureato al conservatorio di Frosinone nel marzo 2014 con il massimo dei voti. Ha iniziato a studiare il pianoforte a Hyvinkää nel 1989, i suoi studi sono proseguiti al politecnico di Helsinki e nel 2005 per un anno ha frequentato il conservatorio di Ghent, Belgio. Si è esibito con svariati musicisti in molti paesi: Finlandia, Belgio, UK, Italia, Estonia, Francia, Lussemburgo, USA, Germania. In Finlandia si è affermato partecipando a un programma televisivo per cinque anni con uno dei suoi gruppi, il “Trio Mäihä”. In Italia ha collaborato con tante formazioni a teatro, in televisione e nei principali jazz club di Roma. Numerose anche le partecipazioni a prestigiosi festival jazz come Roma Jazz Festival, Atina Jazz Winter, Roero Music Fest & Fara Music. (altro…)