“JAZZ IS MY RELIGION”

Una delle caratteristiche del “Roma Jazz Festival” è che, contrariamente ad altre manifestazioni del genere, ogni anno si articola su un tema diverso alla ricerca di una sorta di fil rouge che possa in qualche modo unire i vari concerti.

Il tema scelto per quest’anno è allo stesso tempo di estrema attualità ma quanto mai impegnativo: la religione. Un tema oggi divisorio ma che inevitabilmente fa parte della vita di tutti noi e quindi anche del mondo del jazz.

“Il JAZZ è la mia religione”, proclamava con orgoglio il poeta afroamericano Ted Joans. In effetti, jazz e religione hanno avuto uno stretto rapporto fin da tempi non sospetti, se è vero che tra le fonti di questa musica ci sono il blues (notoriamente “musica del diavolo”) e il gospel, che invece sarebbe la musica di Dio. Senonché, guarda caso, molti jazzisti della prima ora li praticavano entrambi.

New Orleans, del resto, era un mosaico di etnie e religioni: i bianchi anglosassoni protestanti, gli schiavi che accanto al culto dei padroni continuavano a praticare gli ancestrali riti africani, i creoli che conservavano il cattolicesimo dei loro antenati francesi. E poi gli italoamericani (tanti dei loro nomi figurano tra quelli dei primi jazzisti), anch’essi cattolici, e le grandi comunità ebraiche, originarie dell’Europa orientale e della Russia, dalle quali usciranno innumerevoli jazzisti, come Benny Goodman (celebre la sua versione del canto yiddish Bei mir bist du schoen, incisa nel 1938), Artie Shaw, Stan Getz, Lee Lonitz, Dave Liebman.

Con il passare del tempo, la situazione non è cambiata molto, anzi si è persino complicata. Negli anni Quaranta e Cinquanta, molti jazzisti cominciarono a convertirsi all’Islam, spesso cambiando anche nome: e così Frederick Russell Jones divenne Ahmad Jamal, Dollar Brand si trasformò in Abdullah Ibrahim e Art Blakey assunse il nome di Abdullah ibn Buhaina. Il grande trombettista Dizzy Gillespie era di fede Bahá’í, l’ebreo Steve Lacy studiava il taoismo, l’italoamericano Tony Scott (vero nome: Anthony Sciacca) si interessò allo Zen, gli afroamericani Herbie Hancock e Wayne Shorter sono notoriamente di fede buddhista, l’italoamericano Chick Corea è un adepto di Scientology e Keith Jarrett segue le teorie mistico-filosofiche di G.I. Gurdjieff.

Vi è persino un filone di musica sacra nel jazz. La pianista Mary Lou Williams, dopo la conversione al cattolicesimo, scrisse una Messa e vari altri lavori di ispirazione religiosa, così come fece più tardi il suo collega Dave Brubeck, anch’egli convertitosi alla religione cattolica. Duke Ellington, nell’ultima parte della sua carriera, si dedicò alla scrittura di due “Sacred Concerts”, originalissima fusione di jazz e musica sacra. Più di recente, Wynton Marsalis ha modellato il suo disco del 1994 “In This House, On This Morning” sui riti delle chiese battiste afroamericane.

E come non menzionare il capolavoro di John Coltrane, “A Love supreme”? Un vero e proprio inno all’amore divino, che si conclude con una maestosa preghiera all’Altissimo, salmodiata dal sassofono. Del resto, lo stesso Coltrane è un esempio di come, nel jazz, le religioni si mescolino senza problemi: la sua prima moglie Naima era musulmana e la seconda, Alice, una seguace di Sai Baba e una studiosa dei testi vedici; egli stesso, cresciuto nella fede metodista, si interessò profondamente alle religioni orientali e oggi esiste persino una chiesa che lo venera come santo.

Oggi il panorama è più variegato che mai: il sassofonista John Zorn e il pianista Anthony Coleman hanno fatto dell’ebraicità un loro vessillo, il contrabbassista israeliano Avishai Cohen ha reinterpretato canti sefarditi, il cantante Kurt Elling ha addirittura un passato di studente in teologia, il pianista cubano Omar Sosa si ispira ai culti della Santeria, per non parlare dei tanti musicisti jazz che ormai arrivano dai più remoti angoli dell’Asia o del Sud America portando con sé le proprie credenze religiose.

Ciò non ha impedito ai jazzisti di convivere pacificamente gli uni con gli altri. Anzi, in questo scenario multiforme, il jazz è sempre stato un vero e proprio collante fra religioni e culture diverse. Basti pensare a musicisti come Albert Ayler, Pharoah Sanders, Kalaparusha Maurice McIntyre, che nei loro dischi hanno più volte celebrato il sincretismo religioso.

Oggi, il jazz si è staccato dalla sua patria d’origine, gli Stati Uniti, e ha cominciato a vagare per il mondo, trasformandosi in una lingua franca, parlata da musicisti di tutto il pianeta. In un clima politico come quello attuale, lacerato da conflitti etnico-religiosi, c’è più che mai bisogno di un simile esperanto comune, che aiuti a superare barriere ideologiche e politiche in nome di una comune spiritualità: quella della musica.

Partendo da queste premesse, il Festival presenta artisti di svariata estrazione come potrete leggere nel programma che qui di seguito pubblichiamo. Ciò non ci esime, comunque, dal segnalarvi gli appuntamenti che riteniamo particolarmente importanti.

L’apertura, il 5 novembre, è riservata a due artisti di fama mondiale come il pianista Chick Corea e il batterista Steve Gadd che con il loro sestetto si esibiranno all’Auditorium Parco della Musica. Il 7 novembre all’Alcazar altro appuntamento da non perdere con la nuova stella della musica cubana Daymé Arocena. L’8 tutti al Museo Ebraico per ascoltare il nuovo progetto “Sephirot” del sassofonista e clarinettista Gabriele Coen; il 12 ancora all’Auditorium per incontrare il padre dell’Ethio-Jazz Mulate Astatke con la sua musica speziata di colori tanto africani quanto latini. Il 13, sempre all’Auditorium, un musicista da scoprire: Adam Ben Ezra, che si esibirà in splendida solitudine alla voce, al contrabbasso e al pianoforte.

IL 17 presso la Chiesa di San Tolentino una delle nuove stelle del piano-jazz, Tigran Hamasyan. Il 20 ancora all’Auditorium un omaggio a Thelonious Monk firmato da quattro straordinari pianisti quali Kenny Barron, Dado Moroni, Cyrus Chestnut, Danny Grisset.

Tra gli italiani da segnalare il 9 novembre all’Auditorium l’omaggio ad Ella Fitzgerald da parte di Simona Molinari con il suo quartetto “rinforzato” dal trombone di Mauro Ottolini; il 15, sempre all’Auditorium, la splendida Lydian Soun Orchestra di Riccardo Brazzale in un programma dedicato a Dizzy Gillespie con la partecipazione di Jeremy Pelt, trombettista tra i più acclamati del momento; il 21, presso la sacrestia dei Borromini, il piano solo di Giovanni Guidi; il 24 al Pantheon Dimitri Grechi Espinoza con il suo progetto in solo “Oreb”. Il 26 e 27, uno dopo l’altro, all’Auditorium, due delle punte di diamante del jazz italiano ed europeo quali Fabrizio Bosso e Tino Tracanna. Il 29 ancora all’Auditorium il trio di Roberto Gatto nell’omaggio a John Coltrane. Il concerto di chiusura, il 30 novembre, naturalmente all’Auditorium, è affidato alla “New Talents Jazz Orchestra” diretta da Mario Corvini e al Coro del Conservatorio di Santa Cecilia diretto da Carla Marcotulli impegnati a riproporre i “Sacri Concerti” di Ellington, ovvero quelle musiche che lo stesso compositore reputava le più impegnative e significative che gli avesse scritto.

ROMA JAZZ FESTIVAL 2017 – PROGRAMMA

5 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA S. CECILIA ore 21:00

CHICK COREA e STEVE GADD SEXTET

7 NOVEMBRE / ALCAZAR ore 22:30

DAYMÉ AROCENA QUARTE Prima italiana

8 NOVEMBRE / MUSEO EBRAICO ore 21:00

GABRIELE COEN QUINTET “Sephirot”

9 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA SINOPOLI ore 21:00

OMAGGIO A ELLA FITZGERALD

SIMONA MOLINARI QUARTET Feat. MAURO OTTOLINI “Loving Ella”

11 NOVEMBRE / CASA DEL JAZZ ore 21:00

SWING VALLEY BAND “Swing is my Religion”

12 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

MULATU ASTATKE & STEPS AHEAD BAND “Peace and Love Ethio-jazz”

13 NOVEMBREAUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

ADAM BEN EZRA Solo Tour” – Prima” Assoluta

15 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, TEATRO STUDIO ore 21:00

OMAGGIO A DIZZY GILLESPIE

LYDIAN SOUND ORCHESTRA Guest star JEREMY PELT

“To Be or not to Bop” – Prima italiana con Jeremy Pelt

17 NOVEMBRE / CHIESA SAN NICOLA DA TOLENTINO ore 20:30

TIGRAN HAMASYAN “An Ancient Observer” – Prima assoluta

18 NOVEMBRE / CASA DEL JAZZ ore 21:00

OMAGGIO A LOUIS ARMSTRONG  – “The Good Book”

THREE BLIND MICE & GUESTS

20 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA SINOPOLI ore 21:00

OMAGGIO A THELONIUS MONK – Monk by Four by Monk

21 NOVEMBRE / SACRESTIA DEL BORROMINI Via di Santa Maria dell’Anima, 30, ore 18:00

GIOVANNI GUIDI “Planet Earth” piano solo tour – Prima assoluta

22 NOVEMBRE / PANTHEON ore 18:00

DIMITRI GRECHI ESPINOZA “Oreb”

23 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

JAZZ E SANTERIA – OMAR SOSA & SECKOU KEITA

“TRASPARENT WATER” – Prima italiana

25 NOVEMBRE / CASA DEL JAZZ ore 21:00

LUCA FILASTRO – “Omaggio a Fats Waller” – Prima assoluta – progetto speciale IMF

25 NOVEMBRE / ALCAZAR ore 22:30

EZRA COLLECTIVE – Prima assoluta

26 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

FABRIZIO BOSSO SPIRITUAL TRIO Feat. WALTER RICCI

27 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA TEATRO STUDIO ore 21:00

TINO TRACANNA – “Double Cut”

28 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA SINOPOLI ore 21:00

CORY HENRY & THE FUNK APOSTLES  – Prima assoluta

29 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA TEATRO STUDIO ore 21:00

OMAGGIO A JOHN COLTRANE

FRANCESCO BEARZATTI / ROBERTO GATTO /  BENJAMIN MOUSSAY – “Dear John”

30 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

NEW TALENTS JAZZ ORCHESTRA DIRETTA DA MARIO CORVINI

E IL CORO DEL CONSERVATORIO DI SANTA CECILIA CONDOTTO DA CARLA MARCOTULLI

“Duke Ellington’s Sacred Concert” – Prima italiana – una produzione IMF

 

I NOSTRI CD. In primo piano il sound atipico del jazz

Max De Aloe, Baltic Trio – “Valo” – abeat 169
De Aloe, Cominoli, Zanchi – “City of Dreams” for Garrison Fewell – abeat 166
Tromba, pianoforte, sassofono, batteria hanno da sempre connotato il jazz con il loro sound; poi man mano si sono aggiunti altri strumenti con un suono profondamente diverso, tra cui l’armonica a bocca e la fisarmonica, che il vostro cronista apprezza moltissimo. Questa volta abbiamo la fortuna di segnalarvi ben cinque album che evidenziano appunto, questo “sound atipico” del jazz, due di Max De Aloe straordinario armonicista, due della splendida coppia Soscia-Jodice e uno di Vince Abbracciante.
Ma procediamo con ordine. “Valo” è una parola finlandese che significa “Luce” e per questo nuovo progetto De Aloe collabora, infatti, con due musicisti nordici, il chitarrista finlandese Niklas Winter e il contrabbassista danese Jesper Bodilsen. Si trattava di una sfida impegnativa in quanto l’universo musicale di Max non è certo lo stesso degli altri due: intriso di melodia il primo, rarefatto e con grande senso dello spazio il secondo. A ciò si aggiunga il fatto che intenzione di De Aloe, così come da lui stesso esplicitata, era “unire il jazz alla musica antica… o meglio trattare la musica antica come se fosse jazz contemporaneo”. Ecco quindi in repertorio musiche di Claudio Monteverdi e di Henry Purcell nonché due perle tratte dalla Graduale Aboense, una partitura – ci informa ancora De Aloe – in notazione neumatica (che caratterizza tra l’altro i canti gregoriani) risalente al XIV-XV secolo ritrovata nella cattedrale di Turku, antica capitale della Finlandia. Ma a parte queste informazioni, l’album è un vero e proprio atto d’amore che De Aloe dedica alla Finlandia, una sorta di viaggio in cui l’armonicista intende prendere per mano l’ascoltatore e portarlo a godere di quegli spazi, quella luce, quei paesaggi che caratterizzano il profondo Nord e che solo quanti hanno visitato quei luoghi possono capire sino in fondo. E la musica appare perfettamente in linea con quanto detto; De Aloe evidenzia ancora una volta quelle che sono le sue grandi doti: un eccellente senso melodico; una pronuncia sempre diretta, chiara, esplicita; un linguaggio mai banale; un sound del tutto personale; una capacità di creare profonde atmosfere con poche note. Per questa non facile impresa un’importanza determinante l’hanno avuta anche i partners di Max: Niklas Winter e Jesper Bodilsen hanno svolto un prezioso lavoro di supporto e di sottolineatura con il chitarrista spesso in funzione solistica (lo si ascolti ad esempio nella title-track). Un’ultima segnalazione: in questo album De Aloe si è espresso anche in splendida solitudine e oltre all’armonica ha suonato anche la fisarmonica, il sintetizzatore e la viola da gamba coronando così un sogno che ci aveva confidato qualche tempo fa.
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Diversa l’atmosfera del secondo album in cui Max suona in trio con Attilio Zanchi al contrabbasso e Lorenzo Cominoli alla chitarra cui si unisce in “Are You Afraid of the Dark?” Tino tracanna al sax soprano . Si tratta di un concept album dedicato alla figura del grande chitarrista Garrison Fewell scomparso nel 2015 e con il quale avevano collaborato sia De Aloe, sia Cominoli sia Zanchi; non a caso il titolo dell’album è lo stesso di un CD inciso da Fewell in Italia per la Splasc(h) Records con il pianista George Cables, il sassofonista Tino Tracanna, il bassista Steve LaSpina e il batterista Jeff Williams; non a caso dei dieci brani eseguiti da De Aloe e compagni ben sette sono di Fewell con l’aggiunta di “Beatrice” di Sam Rivers, “A Reason to Believe” di Zanchi e “Johnny Come Lately” di Billy Strayhorn. Come si conviene ad un tributo profondamente sentito, la musica risponde ad un solo profondo imperativo: la sincerità dell’espressione, la voglia di ricordare un maestro, un amico e un uomo in cui, come ricorda Max, la prima cosa che riconoscevi era la profonda umanità. Di qui una musica eseguita quasi in punta di piedi, con grande dolcezza e delicatezza, spesso pervasa da una soffusa malinconia, senza per questo trascurare una certa carica di swing e quel terreno improvvisativo che tutti e quattro conoscono assai bene. I brani sono ben strutturati con una preferenza particolare per “Insatiable” impreziosito da uno splendido assolo di Max De Aloe

Giuliana Soscia &Pino Jodice 4tet meets Tommy Smith – “North Wind” – Cose
Orchestra Jazz Parthenopea di Pino Jodice e Giuliana Soscia – “Megaride” – Cose
Pino Jodice, pianista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, didatta e Giuliana Soscia fisarmonicista, pianista, compositrice, arrangiatrice e direttore di orchestra oramai da molti anni costituiscono una coppia di straordinaria efficacia nell’arte e nella vita. Di qui un’empatia, un’intesa, un idem sentire che si evidenziano in tutte le loro performances sia live sia discografiche. A quest’ultimo riguardo, le loro produzioni si mantengono tutte su altissimi livelli e a questa regola non sfuggono questi due ultimi CD. Nel primo, “North Wind”, i due, in quartetto con Luca Pirozzi al contrabbasso e Valerio Vantaggio alla batteria, incontrano Tommy Smith sassofonista scozzese di grande talento, compositore/arrangiatore, e direttore della SNJO Scottish National Jazz Orchestra ed anche Artistic Director del Royal Conservatoire of Scotland in Glasgow; personaggio di primissimo piano sullo scenario internazionale Smith ha inciso per varie etichette tra cui ECM, Blue Note , la sua personale Spartacus, e ha collaborato con musicisti di caratura internazionale quali Gary Burton, Chick Corea, Jack DeJohnette, Kenny Barron, Arild Andersen, John Scofield, Trilok Gurtu, Kurt Elling e tantissimi altri. Questo album è quindi il frutto di una amicizia profonda, che ha già visto momenti di collaborazione, declinata nell’occasione in nove brani originali equamente divisi, tre a testa. Ciò nulla toglie all’omogeneità dell’album che si snoda con grande musicalità ponendo in evidenza non solo la maestria strumentale di tutti e cinque i musicisti ma soprattutto la capacità di Soscia, Jodice e Smith di far coesistere un linguaggio (quello di Smith) chiaramente improntato al jazz più propriamente europeo, con la matrice italiana, mediterranea, del pianista e della fisarmonicista. Non c’è un solo passaggio, un solo attimo in cui la musica non appia ben strutturata, ben arrangiata, in cui i tre non dialoghino con grande libertà coadiuvati da una sezione ritmica di assoluta eccellenza. E le atmosfere dell’album sono ben delineate dai primi tre pezzi: in “Body or Soul” brano d’apertura di Tommy Smith, prevalgono gli “ingredienti” nordici mentre in “The Old Castle” di Giuliana Soscia approdiamo a momenti più soft, rilassati, con il sassofonista ad interpretare magnificamente il clima voluto e disegnato dalla Soscia la quale si produce in un assolo delicato e coinvolgente, clima che, però, nelle altre sue composizioni la Soscia abbandona per una scrittura più vicina al free; in “Freedom’s Sword”, così come in tutti gli altri suoi brani, Pino Jodice offre un saggio delle sue capacità di compositore e arrangiatore disegnando un ricco tappeto sonoro su cui si inseriscono gli assolo dei solisti (si ascolti il contrabbasso di Vantaggio e la batteria di Pirozzi nella title track). E via di questo passo fino all’ultimo brano, “Sun” di Tommy Smith, introdotto da una magnifico assolo dell’autore allo shakuhachi, sorta di flauto giapponese e impreziosito tra l’altro da un trascinante assolo di Pino Jodice.
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Di natura completamente diversa il secondo album, registrato dal vivo durante il concerto al Volcano Solfatara il 22 giugno del 2016, nell’ambito del “Pozzuoli Jazz Festival”. Protagonista una “creatura” fortemente voluta da Pino Jodice e Giuliana Soscia, l’ “Orchestra Jazz Parthenopea” che raccoglie 20 musicisti provenienti dal Sud Italia cui si è aggiunto , nell’occasione, Paolo Fresu. Il risultato è davvero notevole: certo, probabilmente i due direttori d’orchestra si saranno rivolti a qualche esempio del passato, ma l’orchestra è riuscita ad ottenere un sound assolutamente personale grazie sia ai preziosi arrangiamenti sia all’utilizzo di strumenti meno usuali, come la fisarmonica di Giuliana Soscia, i tamburi etnici, l’ uso del canto del percussionista Giovanni Imparato, il basso tuba. La band, in tal modo, ha potuto avvalersi di sonorità diverse ampliando la gamma timbrica, nel tentativo, ben riuscito, di coniugare sperimentazione e tradizione, elemento che oramai costituisce una sorta di marchio di fabbrica della coppia Soscia-Jodice essendo già numerosi gli esempi in cui i due hanno evidenziato particolari doti in tal senso. Ma torniamo all’album declinato in sette brani di cui due scritti da Pino Jodice, due da Giuliana Soscia ed uno a testa da Paolo Fresu, Pino Daniele e Joe Zawinul. L’elemento che maggiormente risalta negli oltre 75 minuti di musica è la contaminazione, intesa nell’accezione più nobile del termine. Così ecco il lungo brano d’apertura di Pino Jodice, “Feste popolari in Sardegna”, in cui echi della musica folcloristica sarda si fondono con il jazz canonico rappresentato nell’occasione dagli assolo di Nicola Rando al sassofono, di Paolo Fresu, di Alessandro Tedesco al trombone e di Giuliana Soscia; ecco la più classica delle ballad, “Inno alla vita” , scritta da Fresu per il figlio con due toccanti assolo dello stesso Fresu e di Giuliana Soscia; ecco l’originale approccio al pop con la riproposizione di “Chi tene ‘o mare” di Pino Daniele che ottiene il Riconoscimento di Eccellenza Certificata dalla Fondazione “Pino Daniele Trust Onlus”; ecco reminiscenze della musica classica far capolino nella composizione della Soscia “Variazioni – Sonata per luna crescente” con gli assolo di Enzo Amazio alla chitarra e Pino Jodice al pianoforte; ecco l’omaggio ad uno dei gruppi più importante della storia del jazz, i “Weather Report” con “Volcano for Hire” di Joe Zawinul, introdotto dalla batteria di Pietro Iodice e sviluppato dall’intera orchestra con gli assolo di Virzo al sax, Fresu e Soscia.

Vince Abbracciante – “Sincretico” – Dodicilune 370
Il fisarmonicista pugliese si ripresenta alla testa di un organico composto da Nando Di Modugno chitarra, Giorgio Vendola contrabbasso e dagli archi dell’Alkemia Quartet ovvero Marcello De Francesco e Leo Gadaleta violino, Alfonso Mastrapasqua viola e Giovanni Astorino violoncello. Otto i brani, tutti composti da Abbracciante, attraverso cui il fisarmonicista dà libero sfogo alle sue capacità inventive mescolando le varie influenze che contribuiscono a forgiare il suo stile , e cioè il jazz in primo luogo, e poi la musica popolare brasiliana, la canzone italiana, il tango, la musica classica, le colonne sonore, la musica balcanica… il tutto condito da un virtuosismo mai fine a sé stesso ma funzionale a meglio esprimere le idee del compositore. Così la fisarmonica del leader veleggia sicura sulle delicate tessiture armoniche intrecciate dall’Alkemia Quartet mentre la sapiente chitarra di Di Modugno e il basso preciso di Vendola sostengono la parte ritmica in un continuo gioco di tensione e distensione, di alternanza tra dimensione materica e atmosfere più eteree che tengono viva l’attenzione dell’ascoltatore. Si ascolti, ad esempio, la formidabile carica melodico-ritmica del brano d’apertura “Equinozio” con un violino in bella evidenza, mentre la title track pone in primo piano le doti strumentali del leader ben sostenuto dal contrabbasso di Vendola; in “Elementi” sono i “ricordi” classici ad avere la meglio con un bell’assolo di Di Modugno; in “Anelito” la musica si fa più materica a richiamare atmosfere più familiari subito contraddette dal successivo “Mistico” in cui la musica si libra leggera nell’aria con un intenso dialogo tra fisarmonica e archi. Insomma un susseguirsi di situazioni quanto mai variegate che rendono l’album godibile dal primo all’ultimo istante.

Alter & Go – “Alter & Go” – Filibusta 1704
“Alter & Go” è un gruppo composto da Roberto Bottalico al sax tenore, Pietro Ciancaglini al contrabbasso, Augusto Creni alla chitarra e Pietro Fumagalli alla batteria, cui si aggiunge in due brani Tiziano Ruggeri alla tromba. Nel marzo 2017 il quartetto ha pubblicato il disco omonimo con l’etichetta Filibusta Record, album che rappresenta anche l’esordio discografico del gruppo. La cifra stilistica della formazione va ricondotta a quel modern mainstream ( o se preferite a quell’hard-bop) che caratterizza buona parte del jazz prodotto in questo periodo. Si tratta, quindi, di un jazz che, pur restando fortemente ancorato alle proprie radici, presenta tuttavia elementi di novità che si possono ritrovare – nell’album in oggetto – nelle composizioni originali di Roberto Bottalico (ben otto su un totale di dieci), nel sapore vagamento funky di “A. plays B.” una sorta di mini suite composta da due brani con il tema A eseguito dai fiati di ispirazione jazz messengers e il tema B caratterizzato da un assolo del chitarrista e da un giro armonico particolarmente coinvolgente, nelle capacità improvvisative dell’intera band evidenti soprattutto in “What’s”, nel tentativo di avvicinarsi al jazz più moderno in “Aka Waltz” tutto giocato sulle dinamiche e sulle potenzialità del sax tenore, “cercando di creare – spiega lo stesso Bottalico – un crescendo emotivo fino all’esplosione finale caratterizzata da un solo di batteria”. Tutt’altro che casuale la scelta dei due standard: “Well You Needn’t” di Thelonious Monk è arrangiata in modo da mettere in primo piano il contrabbasso di Ciancaglini che espone il tema mentre “Intermission Riff” (che alcuni ricorderanno come sigla del programma TV7) è stato scelto a chiusura del programma anche in modo simbolico a rappresentare quello che per Bottalico e compagni è un vero e proprio punto di partenza.

Roberto Bonati, Bjergsted Jazz Ensemble – “Nor Sea, Nor Land, Nor Salty Waves” – A Nordic Story” – Parma Frontiere
Questo CD è il frutto della collaborazione tra la rassegna Parma Frontiere, il conservatorio dipartimento di jazz della città (ambedue diretti da Roberto Bonati) e l’università di Stavanger, meravigliosa cittadina della Norvegia meridionale dove il vostro cronista ha trascorso uno dei periodi più entusiasmanti della sua vita. Questo per dire che conosco molto bene il fervore culturale che anima questa cittadina e l’amore per il jazz coltivato per tanti anni attraverso il locale “jazzklubb” diretto con passione e competenza dall’amico Terry Nilssen-Love padre del mitico batterista Paal Nilssen-Love che tanti successi sta ottenendo in tutto il mondo. Ma veniamo all’album per sottolineare come le doti compositive del nostro contrabbassista – nel caso specifico una suite in otto sezioni – abbiano trovato nella formazione norvegese composta da diciotto elementi (voce esclusa) un’interprete ideale per più di una ragione. Innanzitutto la scrittura di Bonati veleggia sempre in quel territorio di confine che sta tra jazz e musica contemporanea ed in genere i musicisti nordici ( e norvegesi in particolare) sono oramai da tempo tra i più significativi esponenti di questo linguaggio; in secondo luogo perché il bilanciamento tra parti corali e parti in assolo ha dato l’opportunità ad alcuni giovani musicisti di mettersi particolarmente in luce come la sopranista Camilla Hole, il clarinettista basso Mathias Aanundsen Hagen, la splendida vocalist Signe Irene Strangborli Time. In definitiva una musica non facile ma proprio per questo da ascoltare con attenzione.

Felice Clemente – “Mino Legacy” – Crocevia di suoni – cofanetto con cd, dvd e libro
Progetto complesso ed ambizioso questo concepito dal sassofonista Felice Clemente, dedicato allo zio Mino Reitano, personaggio di primo piano della musica leggera italiana. Per omaggiare l’ex ragazzo di Fiumara, Clemente ha realizzato un cofanetto contenente un CD, un DVD e un libretto. Esaminiamo, quindi, brevemente tutti e tre questi elementi. Il CD costituisce, a nostro avviso, il punto di forza vero e proprio dell’intera realizzazione: undici brani (tra cui un inedito, “Mino Legacy” di Felice Clemente e Fabio Nuzzolese) che in qualche modo ripercorrono la carriera di Mino Reitano reinventando le melodie che Mino portò al successo. Sotto la sapiente regia di Felice Clemente al sax tenore e soprano, ottimamente coadiuvato da Fabio Nuzzolese al pianoforte (responsabile degli arrangiamenti), Giulio Corini al contrabbasso e Massimo Manzi alla batteria, i brani acquistano un sapore nuovo, fresco, originale tanto che non si farebbe fatica a considerarli scritti ad hoc per un disco jazz. In effetti mentre basso e batteria macinano ritmo a tutto spiano, Clemente e Nuzzolese si spartiscono le parti solistiche in un equilibrio tra scrittura e improvvisazione non facile da raggiungere; si ascolti ad esempio, con quanta naturalezza Clemente improvvisa sulla melodia di “Era il tempo delle more” senza che lo spirito originario del brano venga minimante messo in discussione. Altro pezzo di bravura “Eduardo” in cui Felice Clemente si produce in un convincente assolo al sax soprano. Il CD si conclude con il già citato “Mino Legacy” introdotto ancora da un bell’assolo di Clemente al soprano e poi sviluppato dall’intero quartetto.
IL DVD contiene immagini di backstage della registrazione dei brani, un’intervista a Felice Clemente e alcuni filmati di Mino Reitano ivi compreso il commovente discorso che Mino pronunciò al suo ritorno a Fiumara, dopo venti anni di assenza, nel 1998 e che da l’esatta dimensione della statura umana del personaggio.Statura umana lumeggiata a 360 gradi dal libro cui prima si faceva riferimento, curato dal critico musicale Andrea Pedrinelli che ripercorre e approfondisce la carriera di Mino non mancando di sottolineare come la sua musica facesse storcere il naso ai tanti radical-chic a corrente alternata che mal sopportavano il suo stile così popolare eppure di così tanto meritato successo. (altro…)

Stefano Colpi Open Atrio al TrentinoInJazz 2017

TRENTINOINJAZZ 2017
&
ARS MODI ASSOCIAZIONE CULTURALE
presentano:

Stefano Colpi Open Atrio
in concerto:
presentazione del nuovo disco ‘Morning’

Sabato 13 maggio 2017
ore 21.00
Sala Sosat
Via Malpaga 17
Trento

Miky Loesch, pianoforte
Stefano Colpi, contrabbasso
Giuliano Cramerotti, chitarra
Enrico Tommasini, batteria

Ingresso:
6 euro intero
4 euro ridotto (soci Ars Modi)
gratuito minorenni (altro…)

I NOSTRI CD. Una sventagliata di nuovi album dal blues alla musica contemporanea

a proposito di jazz - i nostri cd

John Abercrombie Quartet – “Up and Coming” – ECM 2528

In questo album, che apre la stagione 2017 della ECM, ritroviamo il chitarrista John Abercrombie alla testa di un quartetto composto da “vecchi amici”, se ci passate il termine, vale a dire Marc Copland al piano , Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria. In un modo o nell’altro Abercrombie, anche nel recente passato, ha avuto modo di collaborare con i musicisti su citati : basti ricordare, al riguardo, l’album “39 Steps” del 2013 che tanti consensi ottenne da pubblico e critica. Ciò per sottolineare come il quartetto già prima di entrare in sala di registrazione per quest’ultimo album fosse ben rodato e pronto a seguire le linee direttrici tracciate dal leader. Linee che si sostanziano innanzitutto nella ricerca di una bella linea melodica supportata da raffinate armonizzazioni e quindi nello splendido suono della chitarra di Abercrombie che dialoga magnificamente con il sound più robusto del pianoforte; l’intesa tra i due è a tratti sorprendente: John e Marc sanno ascoltarsi, comprendersi e mai accade che una intuizione, un input lanciato da uno dei due non venga prontamente captato e sviluppato dall’altro. Così il fraseggio liquido, scorrevole di Abercrombie, a fronte del pianismo più articolato e dinamico di Copland, crea spesso una tensione che affascina l’ascoltatore attento. Ovviamente questo continuo gioco di rimandi non sarebbe stato possibile se i due non fossero stati accompagnati da una eccellente sezione ritmica in grado di fornire un supporto di grande flessibilità ed eleganza. Caratteristiche queste che si riscontrano per tutta la durata dell’album, sia che il gruppo interpreti le cinque composizioni di Abercrombie, sia che ad assumere il ruolo del compositore per due volte sia Marc Copland, sia, infine, che si faccia rivivere un capolavoro assoluto quale “Nardis” di Miles Davis.

Theo Bleckmann – “Elegy” – ECM 2512

In perfetta sintonia con il titolo, atmosfere sognanti, oniriche quella disegnate dal vocalist e compositore tedesco Theo Bleckmann al suo esordio da leader nell’ambito della prestigiosa etichetta ECM. Ad onor del vero Theo aveva già registrato per la casa tedesca ma come sideman: lo ritroviamo, infatti, accanto a Julia Hulsmann in “ A Clear Midnight—Weill and America” (ECM, 2015) e ancora con Meredith Monk ‎in “Mercy” (ECM, 2002) e “Impermanence” (ECM, 2008) album, questi ultimi due, in cui suona anche lo stesso batterista di “Elegy”, John Hollenbeck. Ma soffermiamoci adesso su quest’ultima produzione di Theo che ha scelto di guidare un quintetto completato da Ben Monder chitarra, Shai Maestro piano, Chris Tordini, contrabbasso e, come si accennava, John Hollenbeck batteria. Il gruppo appare perfettamente funzionale alle idee del leader vale a dire una musica semplice ma non banale, un organico che si esprime quasi per sottrazione, la precisa volontà di non prediligere il lato virtuosistico della performance ma di affidarsi all’espressività, ad una concezione che in qualche modo potremmo avvicinare al cosiddetto minimalismo. Ovviamente per raggiungere in pieno tali obiettivi occorreva un repertorio acconcio: di qui i dodici brani presenti nell’album, tutti a firma del leader eccezion fatta per “Comedy Tonight” tratto da “A Funny Thing Happened on the Way to the Forum” , musical andato in scena per la prima volta a Broadway nel 1962, con musiche e versi di Stephen Sondheim. I brani sono tutti interessanti anche se una menzione particolare la merita “The Mission” un vero e proprio esercizio di bravura per Theo Bleckmann che dimostra ancora una volta, se pur ce ne fosse bisogno, quanto sia meritata la stima di cui gode nell’ambiente musicale di tutto il mondo.

Dave Brubeck – At The Sunset Center – Solar 4569973

Questo album riporta, per la prima volta integralmente, il concerto tenuto dal quartetto di Dave Brubeck al ‘Sunset Center’ di Carmel (California) nel giugno del ’55. La ‘storica’ collaborazione tra il pianista Dave Brubeck e il sassofonista Paul Desmond era iniziata nel 1946 all’interno di un ottetto dal sapore vagamente sperimentale. Negli anni a venire, in particolare nel 1951, Brubeck e Desmond costituirono un quartetto completato da Fred Dutton al basso e Herb Barman alla batteria, questi ultimi poi sostituiti rispettivamente da Bob Bates e Joe Dodge. In quel periodo il quartetto, nonostante avesse tenuto diversi concerti soprattutto in università e college, realizzò solo un album “Jazz Goes To College” registrato nel corso di vari concerti in college nel 1954. Di qui l’interesse non solo artistico ma anche storico dell’album in oggetto. Dal punto di vista squisitamente musicale, non occorrono certo molte parole per sottolineare come si ascolti una delle formazioni più importanti della storia del jazz, una formazione che seppe dire qualcosa di originale. Certo lo stile può piacere o meno ma il ruolo ricoperto da Brubeck e Desmond resta lì, indiscutibile. L’album contiene otto standards registrati, come si accennava al ‘Sunset Center’ di Carmel cui è stata aggiunta una inedita versione di “Two Part Contention” dello stesso Brubeck registrata durante un concerto al ”Basin Street Club” di New York del 1956. Un’ultima notazione di carattere cronachistico: il “Sunset Center” era un teatro che ospitava dei cicli di concerti jazzistici ed è proprio lì che il 19 settembre dello stesso 1955 Erroll Garner registrò il suo indimenticabile “Concert by the Sea”.

François Couturier, Tarkovsky Quartet – “Nuit blanche” – ECM 2524

Parlare semplicemente di jazz a proposito di questo album appare improprio: siamo piuttosto nel campo della musica contemporanea eseguita da artisti che hanno frequentazioni importanti con il mondo del jazz. François Couturier piano, Anja Lechner violoncello, Jean Marc Larché sax soprano, Jean Louis Matinier accordéon sono infatti musicisti che abbiamo spesso incontrato in contesti più prettamente jazzistici. Da qualche tempo i quattro hanno costituito questa formazione dall’organico assai insolito che hanno chiamato “Tarkovsky Quartet” in omaggio ad Andrei Arsenyevich Tarkovsky, celebre regista russo scomparso nel 1986. Ancora una volta il quartetto si impone alla generale attenzione per la profondità di campo che riesce a dare alla sua musica. Ascoltando i diciassette brani dell’album – di cui sette sono libere improvvisazioni e gli altri scritti da Couturier da solo o con gli altri compagni di strada – non si può non restare colpiti dalla purezza del suono, dalla estrema linearità con cui si esprime ciascun artista, dall’atmosfera dialogante per cui violoncello e fisarmonica riescono ad esprimersi su un piano di assoluta parità e soprattutto dalla straordinaria capacità improvvisativa dei singoli che, anche nel caso dei brani scritti, trovano ampi spazi per dar libero sfogo alla fantasia. Di qui una musica aperta, nuova ad ogni ascolto, ricca di sottigliezze. E, per chiudere, consentitemi di sottolineare la straordinaria prestazione di Jean Louis Matinier il quale dimostra, se pur ce ne fosse bisogno, come la fisarmonica, se in mani sapienti, sia strumento adatto ad ogni situazione, anche la più sofisticata e quindi lontana da quel recinto popolare cui ancora oggi molti vorrebbero rinchiuderla.

Matt Dibble, Fabio Zambelli – “Songs and Soundscapes” – Xtreme

Album interessante questo proposto da Matt Dibble e da Fabio Zambelli; il clarinettista inglese e il chitarrista italiano hanno costituito da qualche tempo un duo che tralascia facili situazioni per addentrarsi in terreni scivolosi, imprevedibili come quelli rappresentati dalla ricerca e dalla sperimentazione. Intendiamoci: mai abbiamo sostenuto che ricerca e sperimentazioni nel campo musicale siano valori in sé, occorre che le stesse siano sostenute da profonda conoscenza della materia musicale, da eccellente tecnica di base e soprattutto – almeno a nostro avviso – da una onestà di fondo che si sostanzia nell’assoluto abbandono di qualsivoglia ansia di stupire, di meravigliare. Ebbene, ascoltando l’album in oggetto, sembra proprio che i due artisti abbiano le carte in regola per soddisfare anche i palati più esigenti: la loro è una musica tutta basata sull’interplay, sulla coralità, ben equilibrata tra parti scritte (songs) e improvvisazioni (soundscapes), sempre alla ricerca di soluzioni nuove, affascinanti, impreziosite da belle linee melodiche e da una robusta tecnica strumentale. Questi elementi non stupiscono ove si tenga presente che i due si sono conosciuti nel 2001 a Londra, durante i loro studi di jazz performance e composizione presso il conservatorio “Guildhall school of music and drama” e che successivamente hanno suonato, tra l’altro, nella GSMD jazz band misurandosi su repertori di jazz classico e contemporaneo, e con cui hanno vinto il premio BBC come migliore orchestra jazz Britannica. Nel corso della loro attività, prima di questo “Songs and Soundscapes”, hanno inciso nel 2009 in Francia come duo “Minor Mood”, poi pubblicato nel 2011 da Sonitus, e quindi “Spring” sempre in duo pubblicato nel 2015, album che hanno aperto la strada quest’ultima realizzazione.

Duke Ellington – “Blues in Orbit + The Cosmic Scene” – Essential Jazz Classics 2 CD

Duke Ellington – “Sacred Concerts” – “Rondeau”

Il perché di questi due titoli , “Blues in Orbit” e “The Cosmic Scene”, viene illustrato efficacemente nell’esaustivo libretto che accompagna i CD laddove si spiega che, dopo il lancio nello spazio dello Sputnik 1 di fabbricazione sovietica il 4 ottobre del 1957, l’idea di poter viaggiare nello spazio conquistò l’animo della gente. Neanche il jazz ne rimase immune come dimostrano questi due album di Ellington risalenti al 1958-59, ma non solo ché altri lavori dedicati allo spazio furono registrati da Dave Brubeck e da George Russell. Ciò detto occorre sottolineare come i due CD di Ellington contengano integralmente gli LP originari con l’aggiunta di ben diciotto bonus tracks di cui otto alternative takes tratte dalle stesse sedute di registrazione e dodici da altre date. Nel primo album compare la band ellingtoniana al completo mentre nel secondo si può ascoltare un nonetto di livello assoluto con la presenza dei più rappresentativi solisti dell’orchestra. Ellington prese la decisione di ridurre l’orchestra ad un nonetto dopo lo strepitoso successo ottenuto al Newport Jazz Festival del 1956, sempre alla ricerca di nuove vie espressive. Straordinario il repertorio dei due album comprendente sia celebri standard rivisitati e riattualizzati sia nuove composizioni mai registrate in precedenza. Dal punto di vista squisitamente musicale, ambedue gli album sono semplicemente straordinari: l’orchestra ellingtoniana è colta in uno dei suoi momenti migliori, impreziosita dagli assolo di Paul Gonsalves, di Clark Terry, di Jimmy Hamilton, di Johnny Hodges … e via discorrendo in una galleria delle meraviglie che comprende alcuni dei migliori solisti che la storia del jazz possa vantare.
Il secondo CD contiene una recente (2015) registrazione live di brani tratti dai concerti sacri di Ellington, effettuata in Germania dalla Big Band Fette Hope e dal Junges Vokalensemble Hannover sotto la direzione rispettivamente di Timo Warnecke o Jorn Marcussen-Wulff Klaus e di Jürgen Etzold . E’ noto agli appassionati di jazz come i concerti sacri rappresentino , almeno nella considerazione dello stesso Ellington, le pagine più importanti da lui scritte nel corso degli anni. Composti tra il 1962 e il 1973 i tre Concerti rappresentano al meglio l’anima del compositore e la sua stessa concezione della spiritualità. Ben si capisce, quindi, il perché questa musica non venga spesso eseguita risultando assai difficile ricreare le emozioni che Ellington trasmetteva con la sua orchestra. Ben venga, quindi, questa impresa che ci restituisce pagine di musica che non conoscono età. E bisogna dire che sia la band sia i vocalist se la cavano assai bene: da un punto di vista orchestrale, la band riesce a rappresentare quella concezione orchestrale che caratterizzava l’opera di Ellington mentre i cantanti sono tutti all’altezza del compito: Claudia Burghard (mezzo soprano), Joachim Rust (baritono), magistralmente supportati dal già citato Junges Vokalensemble Hannover, danno energia a brani celeberrimi come “Ain’t But The One”,“Come Sunday” , “Something’Bout Believing” riportandoli all’attualità del nuovo secolo.

Ellery Eskelin Trio – “Willisau Live” – hatOLOGY 741

Oramai vicino ai sessanta, il tenorsassofonista statunitense Ellery Eskelin è stato definito da “Down Beat” il miglior artista nel campo della musica creativa di oggi. E per avere conferma di quanto tale considerazione sia meritata basta l’ascolto di questo album registrato dal vivo durante il Festival Jazz di Willisau, in Svizzera, il 28 agosto 2015. Ellery suona in trio con Gary Versace all’organo Hammond B3 e Gerry Hemingway alla batteria. L’organico è inusuale ma non per il sassofonista che sta esplorando questa particolare formula già dal 1994 quando costituì un trio con il tastierista Andrea Parkins e il batterista Jim Black, formula ulteriormente perfezionata nel 2011 con la creazione del Trio New York, dove accanto a Eskelin e Versace c’era Gerald Cleaver alla batteria, in questi ultimi tempi sostituito per l’appunto da Gerry Hemingway. Ed eccoci alla serata del 28 agosto 2015 a Willisau: il trio inizia la sua performance con una medley lunga oltre cinquanta minuti in cui figurano, in successione, un originale – “Our (or about)” –firmato da tutti e tre i musicisti, e tre standard , “My Melancoly Baby”, “Blue and Sentimental” di basiana memoria ed “East of the Sun”. Il set si chiude con altre due perle, la monkiana “Wee See” e “I Don’t Stand A Ghost of A Chance With You”. Ebbene dal primo all’ultimo istante la musica del trio appare innervata da una grande energia e dalla perfetta consapevolezza, da parte di tutti e tre i musicisti, di stare esplorando nuove strade pur restando fortemente ancorati alla tradizione. Di qui il fraseggio e la sonorità del leader che dimostra di aver ascoltato e assimilato la lezione dei grandi del passato quali, tanto per fare qualche nome, Sonny Rollins e Ben Webster; di qui il fantasioso apporto ritmico, davvero originale e timbricamente unico, della batteria di Hemingway che deve aver molto apprezzato le sezioni ritmiche delle orchestre di Count Basie; di qui il particolare approccio alla materia sonora da parte di Versace che stravolge un po’ il modo di suonare di Jimmy Smith, da un tutto pieno ad un gioco di pause e di sottigliezze timbriche non proprio usuali nel mondo degli organisti.

Cameron Graves – “Planetary Prince” – Mack Avenue 1123

Cameron Graves al pianoforte , Kamasi Washington al sax tenore: dovrebbero bastare solo questi due nomi per far capire che tipo di musica si ascolta in questo cd. Ma il gruppo è più largo e comprende altri eccellenti musicisti del moderno jazz di Los Angeles quali il trombettista Philip Dizack, il trombonista Ryan Porter, ed una formidabile sezione ritmica costituita dal batterista Ronald Bruner Jr., dal bassista elettrico Hadrien Feraud considerato oggi un numero uno e dal contrabbassista Stephen “Thundercat” Bruner. La presenza di Kamasi Washington in questo album di debutto come leader di Cameron Graves non deve meravigliare ove si tenga presente che il pianista era partner del sassofonista in quell’album “Epic” che tanto successo ottenne alla sua uscita nel 2015. Insomma questo “Planetary Prince” rappresentava , per Cameron, una occasione assai importante per consacrarsi definitivamente come uno dei migliori, più fantasiosi e visionari pianisti, tastieristi e compositori delle ultime generazioni. E le premesse c’erano tutte anche perché i pezzi dell’album sono da lui stesso scritti e arrangiati. Peccato che anche ad un primo sommario ascolto l’album risulti tutt’altro che imperdibile. Certo Graves suona bene, Washington non deve dimostrare alcunché, ma è tutto l’impianto del disco che non regge, proponendo una musica scontata e poco originale. E qui ci fermiamo in quanto è ben possibile che Graves ritorni sui suoi passi e ci proponga qualcosa all’altezza delle sue enormi possibilità. (altro…)