I NOSTRI CD. In primo piano il sound atipico del jazz

Max De Aloe, Baltic Trio – “Valo” – abeat 169
De Aloe, Cominoli, Zanchi – “City of Dreams” for Garrison Fewell – abeat 166
Tromba, pianoforte, sassofono, batteria hanno da sempre connotato il jazz con il loro sound; poi man mano si sono aggiunti altri strumenti con un suono profondamente diverso, tra cui l’armonica a bocca e la fisarmonica, che il vostro cronista apprezza moltissimo. Questa volta abbiamo la fortuna di segnalarvi ben cinque album che evidenziano appunto, questo “sound atipico” del jazz, due di Max De Aloe straordinario armonicista, due della splendida coppia Soscia-Jodice e uno di Vince Abbracciante.
Ma procediamo con ordine. “Valo” è una parola finlandese che significa “Luce” e per questo nuovo progetto De Aloe collabora, infatti, con due musicisti nordici, il chitarrista finlandese Niklas Winter e il contrabbassista danese Jesper Bodilsen. Si trattava di una sfida impegnativa in quanto l’universo musicale di Max non è certo lo stesso degli altri due: intriso di melodia il primo, rarefatto e con grande senso dello spazio il secondo. A ciò si aggiunga il fatto che intenzione di De Aloe, così come da lui stesso esplicitata, era “unire il jazz alla musica antica… o meglio trattare la musica antica come se fosse jazz contemporaneo”. Ecco quindi in repertorio musiche di Claudio Monteverdi e di Henry Purcell nonché due perle tratte dalla Graduale Aboense, una partitura – ci informa ancora De Aloe – in notazione neumatica (che caratterizza tra l’altro i canti gregoriani) risalente al XIV-XV secolo ritrovata nella cattedrale di Turku, antica capitale della Finlandia. Ma a parte queste informazioni, l’album è un vero e proprio atto d’amore che De Aloe dedica alla Finlandia, una sorta di viaggio in cui l’armonicista intende prendere per mano l’ascoltatore e portarlo a godere di quegli spazi, quella luce, quei paesaggi che caratterizzano il profondo Nord e che solo quanti hanno visitato quei luoghi possono capire sino in fondo. E la musica appare perfettamente in linea con quanto detto; De Aloe evidenzia ancora una volta quelle che sono le sue grandi doti: un eccellente senso melodico; una pronuncia sempre diretta, chiara, esplicita; un linguaggio mai banale; un sound del tutto personale; una capacità di creare profonde atmosfere con poche note. Per questa non facile impresa un’importanza determinante l’hanno avuta anche i partners di Max: Niklas Winter e Jesper Bodilsen hanno svolto un prezioso lavoro di supporto e di sottolineatura con il chitarrista spesso in funzione solistica (lo si ascolti ad esempio nella title-track). Un’ultima segnalazione: in questo album De Aloe si è espresso anche in splendida solitudine e oltre all’armonica ha suonato anche la fisarmonica, il sintetizzatore e la viola da gamba coronando così un sogno che ci aveva confidato qualche tempo fa.
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Diversa l’atmosfera del secondo album in cui Max suona in trio con Attilio Zanchi al contrabbasso e Lorenzo Cominoli alla chitarra cui si unisce in “Are You Afraid of the Dark?” Tino tracanna al sax soprano . Si tratta di un concept album dedicato alla figura del grande chitarrista Garrison Fewell scomparso nel 2015 e con il quale avevano collaborato sia De Aloe, sia Cominoli sia Zanchi; non a caso il titolo dell’album è lo stesso di un CD inciso da Fewell in Italia per la Splasc(h) Records con il pianista George Cables, il sassofonista Tino Tracanna, il bassista Steve LaSpina e il batterista Jeff Williams; non a caso dei dieci brani eseguiti da De Aloe e compagni ben sette sono di Fewell con l’aggiunta di “Beatrice” di Sam Rivers, “A Reason to Believe” di Zanchi e “Johnny Come Lately” di Billy Strayhorn. Come si conviene ad un tributo profondamente sentito, la musica risponde ad un solo profondo imperativo: la sincerità dell’espressione, la voglia di ricordare un maestro, un amico e un uomo in cui, come ricorda Max, la prima cosa che riconoscevi era la profonda umanità. Di qui una musica eseguita quasi in punta di piedi, con grande dolcezza e delicatezza, spesso pervasa da una soffusa malinconia, senza per questo trascurare una certa carica di swing e quel terreno improvvisativo che tutti e quattro conoscono assai bene. I brani sono ben strutturati con una preferenza particolare per “Insatiable” impreziosito da uno splendido assolo di Max De Aloe

Giuliana Soscia &Pino Jodice 4tet meets Tommy Smith – “North Wind” – Cose
Orchestra Jazz Parthenopea di Pino Jodice e Giuliana Soscia – “Megaride” – Cose
Pino Jodice, pianista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, didatta e Giuliana Soscia fisarmonicista, pianista, compositrice, arrangiatrice e direttore di orchestra oramai da molti anni costituiscono una coppia di straordinaria efficacia nell’arte e nella vita. Di qui un’empatia, un’intesa, un idem sentire che si evidenziano in tutte le loro performances sia live sia discografiche. A quest’ultimo riguardo, le loro produzioni si mantengono tutte su altissimi livelli e a questa regola non sfuggono questi due ultimi CD. Nel primo, “North Wind”, i due, in quartetto con Luca Pirozzi al contrabbasso e Valerio Vantaggio alla batteria, incontrano Tommy Smith sassofonista scozzese di grande talento, compositore/arrangiatore, e direttore della SNJO Scottish National Jazz Orchestra ed anche Artistic Director del Royal Conservatoire of Scotland in Glasgow; personaggio di primissimo piano sullo scenario internazionale Smith ha inciso per varie etichette tra cui ECM, Blue Note , la sua personale Spartacus, e ha collaborato con musicisti di caratura internazionale quali Gary Burton, Chick Corea, Jack DeJohnette, Kenny Barron, Arild Andersen, John Scofield, Trilok Gurtu, Kurt Elling e tantissimi altri. Questo album è quindi il frutto di una amicizia profonda, che ha già visto momenti di collaborazione, declinata nell’occasione in nove brani originali equamente divisi, tre a testa. Ciò nulla toglie all’omogeneità dell’album che si snoda con grande musicalità ponendo in evidenza non solo la maestria strumentale di tutti e cinque i musicisti ma soprattutto la capacità di Soscia, Jodice e Smith di far coesistere un linguaggio (quello di Smith) chiaramente improntato al jazz più propriamente europeo, con la matrice italiana, mediterranea, del pianista e della fisarmonicista. Non c’è un solo passaggio, un solo attimo in cui la musica non appia ben strutturata, ben arrangiata, in cui i tre non dialoghino con grande libertà coadiuvati da una sezione ritmica di assoluta eccellenza. E le atmosfere dell’album sono ben delineate dai primi tre pezzi: in “Body or Soul” brano d’apertura di Tommy Smith, prevalgono gli “ingredienti” nordici mentre in “The Old Castle” di Giuliana Soscia approdiamo a momenti più soft, rilassati, con il sassofonista ad interpretare magnificamente il clima voluto e disegnato dalla Soscia la quale si produce in un assolo delicato e coinvolgente, clima che, però, nelle altre sue composizioni la Soscia abbandona per una scrittura più vicina al free; in “Freedom’s Sword”, così come in tutti gli altri suoi brani, Pino Jodice offre un saggio delle sue capacità di compositore e arrangiatore disegnando un ricco tappeto sonoro su cui si inseriscono gli assolo dei solisti (si ascolti il contrabbasso di Vantaggio e la batteria di Pirozzi nella title track). E via di questo passo fino all’ultimo brano, “Sun” di Tommy Smith, introdotto da una magnifico assolo dell’autore allo shakuhachi, sorta di flauto giapponese e impreziosito tra l’altro da un trascinante assolo di Pino Jodice.
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Di natura completamente diversa il secondo album, registrato dal vivo durante il concerto al Volcano Solfatara il 22 giugno del 2016, nell’ambito del “Pozzuoli Jazz Festival”. Protagonista una “creatura” fortemente voluta da Pino Jodice e Giuliana Soscia, l’ “Orchestra Jazz Parthenopea” che raccoglie 20 musicisti provenienti dal Sud Italia cui si è aggiunto , nell’occasione, Paolo Fresu. Il risultato è davvero notevole: certo, probabilmente i due direttori d’orchestra si saranno rivolti a qualche esempio del passato, ma l’orchestra è riuscita ad ottenere un sound assolutamente personale grazie sia ai preziosi arrangiamenti sia all’utilizzo di strumenti meno usuali, come la fisarmonica di Giuliana Soscia, i tamburi etnici, l’ uso del canto del percussionista Giovanni Imparato, il basso tuba. La band, in tal modo, ha potuto avvalersi di sonorità diverse ampliando la gamma timbrica, nel tentativo, ben riuscito, di coniugare sperimentazione e tradizione, elemento che oramai costituisce una sorta di marchio di fabbrica della coppia Soscia-Jodice essendo già numerosi gli esempi in cui i due hanno evidenziato particolari doti in tal senso. Ma torniamo all’album declinato in sette brani di cui due scritti da Pino Jodice, due da Giuliana Soscia ed uno a testa da Paolo Fresu, Pino Daniele e Joe Zawinul. L’elemento che maggiormente risalta negli oltre 75 minuti di musica è la contaminazione, intesa nell’accezione più nobile del termine. Così ecco il lungo brano d’apertura di Pino Jodice, “Feste popolari in Sardegna”, in cui echi della musica folcloristica sarda si fondono con il jazz canonico rappresentato nell’occasione dagli assolo di Nicola Rando al sassofono, di Paolo Fresu, di Alessandro Tedesco al trombone e di Giuliana Soscia; ecco la più classica delle ballad, “Inno alla vita” , scritta da Fresu per il figlio con due toccanti assolo dello stesso Fresu e di Giuliana Soscia; ecco l’originale approccio al pop con la riproposizione di “Chi tene ‘o mare” di Pino Daniele che ottiene il Riconoscimento di Eccellenza Certificata dalla Fondazione “Pino Daniele Trust Onlus”; ecco reminiscenze della musica classica far capolino nella composizione della Soscia “Variazioni – Sonata per luna crescente” con gli assolo di Enzo Amazio alla chitarra e Pino Jodice al pianoforte; ecco l’omaggio ad uno dei gruppi più importante della storia del jazz, i “Weather Report” con “Volcano for Hire” di Joe Zawinul, introdotto dalla batteria di Pietro Iodice e sviluppato dall’intera orchestra con gli assolo di Virzo al sax, Fresu e Soscia.

Vince Abbracciante – “Sincretico” – Dodicilune 370
Il fisarmonicista pugliese si ripresenta alla testa di un organico composto da Nando Di Modugno chitarra, Giorgio Vendola contrabbasso e dagli archi dell’Alkemia Quartet ovvero Marcello De Francesco e Leo Gadaleta violino, Alfonso Mastrapasqua viola e Giovanni Astorino violoncello. Otto i brani, tutti composti da Abbracciante, attraverso cui il fisarmonicista dà libero sfogo alle sue capacità inventive mescolando le varie influenze che contribuiscono a forgiare il suo stile , e cioè il jazz in primo luogo, e poi la musica popolare brasiliana, la canzone italiana, il tango, la musica classica, le colonne sonore, la musica balcanica… il tutto condito da un virtuosismo mai fine a sé stesso ma funzionale a meglio esprimere le idee del compositore. Così la fisarmonica del leader veleggia sicura sulle delicate tessiture armoniche intrecciate dall’Alkemia Quartet mentre la sapiente chitarra di Di Modugno e il basso preciso di Vendola sostengono la parte ritmica in un continuo gioco di tensione e distensione, di alternanza tra dimensione materica e atmosfere più eteree che tengono viva l’attenzione dell’ascoltatore. Si ascolti, ad esempio, la formidabile carica melodico-ritmica del brano d’apertura “Equinozio” con un violino in bella evidenza, mentre la title track pone in primo piano le doti strumentali del leader ben sostenuto dal contrabbasso di Vendola; in “Elementi” sono i “ricordi” classici ad avere la meglio con un bell’assolo di Di Modugno; in “Anelito” la musica si fa più materica a richiamare atmosfere più familiari subito contraddette dal successivo “Mistico” in cui la musica si libra leggera nell’aria con un intenso dialogo tra fisarmonica e archi. Insomma un susseguirsi di situazioni quanto mai variegate che rendono l’album godibile dal primo all’ultimo istante.

Alter & Go – “Alter & Go” – Filibusta 1704
“Alter & Go” è un gruppo composto da Roberto Bottalico al sax tenore, Pietro Ciancaglini al contrabbasso, Augusto Creni alla chitarra e Pietro Fumagalli alla batteria, cui si aggiunge in due brani Tiziano Ruggeri alla tromba. Nel marzo 2017 il quartetto ha pubblicato il disco omonimo con l’etichetta Filibusta Record, album che rappresenta anche l’esordio discografico del gruppo. La cifra stilistica della formazione va ricondotta a quel modern mainstream ( o se preferite a quell’hard-bop) che caratterizza buona parte del jazz prodotto in questo periodo. Si tratta, quindi, di un jazz che, pur restando fortemente ancorato alle proprie radici, presenta tuttavia elementi di novità che si possono ritrovare – nell’album in oggetto – nelle composizioni originali di Roberto Bottalico (ben otto su un totale di dieci), nel sapore vagamento funky di “A. plays B.” una sorta di mini suite composta da due brani con il tema A eseguito dai fiati di ispirazione jazz messengers e il tema B caratterizzato da un assolo del chitarrista e da un giro armonico particolarmente coinvolgente, nelle capacità improvvisative dell’intera band evidenti soprattutto in “What’s”, nel tentativo di avvicinarsi al jazz più moderno in “Aka Waltz” tutto giocato sulle dinamiche e sulle potenzialità del sax tenore, “cercando di creare – spiega lo stesso Bottalico – un crescendo emotivo fino all’esplosione finale caratterizzata da un solo di batteria”. Tutt’altro che casuale la scelta dei due standard: “Well You Needn’t” di Thelonious Monk è arrangiata in modo da mettere in primo piano il contrabbasso di Ciancaglini che espone il tema mentre “Intermission Riff” (che alcuni ricorderanno come sigla del programma TV7) è stato scelto a chiusura del programma anche in modo simbolico a rappresentare quello che per Bottalico e compagni è un vero e proprio punto di partenza.

Roberto Bonati, Bjergsted Jazz Ensemble – “Nor Sea, Nor Land, Nor Salty Waves” – A Nordic Story” – Parma Frontiere
Questo CD è il frutto della collaborazione tra la rassegna Parma Frontiere, il conservatorio dipartimento di jazz della città (ambedue diretti da Roberto Bonati) e l’università di Stavanger, meravigliosa cittadina della Norvegia meridionale dove il vostro cronista ha trascorso uno dei periodi più entusiasmanti della sua vita. Questo per dire che conosco molto bene il fervore culturale che anima questa cittadina e l’amore per il jazz coltivato per tanti anni attraverso il locale “jazzklubb” diretto con passione e competenza dall’amico Terry Nilssen-Love padre del mitico batterista Paal Nilssen-Love che tanti successi sta ottenendo in tutto il mondo. Ma veniamo all’album per sottolineare come le doti compositive del nostro contrabbassista – nel caso specifico una suite in otto sezioni – abbiano trovato nella formazione norvegese composta da diciotto elementi (voce esclusa) un’interprete ideale per più di una ragione. Innanzitutto la scrittura di Bonati veleggia sempre in quel territorio di confine che sta tra jazz e musica contemporanea ed in genere i musicisti nordici ( e norvegesi in particolare) sono oramai da tempo tra i più significativi esponenti di questo linguaggio; in secondo luogo perché il bilanciamento tra parti corali e parti in assolo ha dato l’opportunità ad alcuni giovani musicisti di mettersi particolarmente in luce come la sopranista Camilla Hole, il clarinettista basso Mathias Aanundsen Hagen, la splendida vocalist Signe Irene Strangborli Time. In definitiva una musica non facile ma proprio per questo da ascoltare con attenzione.

Felice Clemente – “Mino Legacy” – Crocevia di suoni – cofanetto con cd, dvd e libro
Progetto complesso ed ambizioso questo concepito dal sassofonista Felice Clemente, dedicato allo zio Mino Reitano, personaggio di primo piano della musica leggera italiana. Per omaggiare l’ex ragazzo di Fiumara, Clemente ha realizzato un cofanetto contenente un CD, un DVD e un libretto. Esaminiamo, quindi, brevemente tutti e tre questi elementi. Il CD costituisce, a nostro avviso, il punto di forza vero e proprio dell’intera realizzazione: undici brani (tra cui un inedito, “Mino Legacy” di Felice Clemente e Fabio Nuzzolese) che in qualche modo ripercorrono la carriera di Mino Reitano reinventando le melodie che Mino portò al successo. Sotto la sapiente regia di Felice Clemente al sax tenore e soprano, ottimamente coadiuvato da Fabio Nuzzolese al pianoforte (responsabile degli arrangiamenti), Giulio Corini al contrabbasso e Massimo Manzi alla batteria, i brani acquistano un sapore nuovo, fresco, originale tanto che non si farebbe fatica a considerarli scritti ad hoc per un disco jazz. In effetti mentre basso e batteria macinano ritmo a tutto spiano, Clemente e Nuzzolese si spartiscono le parti solistiche in un equilibrio tra scrittura e improvvisazione non facile da raggiungere; si ascolti ad esempio, con quanta naturalezza Clemente improvvisa sulla melodia di “Era il tempo delle more” senza che lo spirito originario del brano venga minimante messo in discussione. Altro pezzo di bravura “Eduardo” in cui Felice Clemente si produce in un convincente assolo al sax soprano. Il CD si conclude con il già citato “Mino Legacy” introdotto ancora da un bell’assolo di Clemente al soprano e poi sviluppato dall’intero quartetto.
IL DVD contiene immagini di backstage della registrazione dei brani, un’intervista a Felice Clemente e alcuni filmati di Mino Reitano ivi compreso il commovente discorso che Mino pronunciò al suo ritorno a Fiumara, dopo venti anni di assenza, nel 1998 e che da l’esatta dimensione della statura umana del personaggio.Statura umana lumeggiata a 360 gradi dal libro cui prima si faceva riferimento, curato dal critico musicale Andrea Pedrinelli che ripercorre e approfondisce la carriera di Mino non mancando di sottolineare come la sua musica facesse storcere il naso ai tanti radical-chic a corrente alternata che mal sopportavano il suo stile così popolare eppure di così tanto meritato successo. (altro…)

Stefano Colpi Open Atrio al TrentinoInJazz 2017

TRENTINOINJAZZ 2017
&
ARS MODI ASSOCIAZIONE CULTURALE
presentano:

Stefano Colpi Open Atrio
in concerto:
presentazione del nuovo disco ‘Morning’

Sabato 13 maggio 2017
ore 21.00
Sala Sosat
Via Malpaga 17
Trento

Miky Loesch, pianoforte
Stefano Colpi, contrabbasso
Giuliano Cramerotti, chitarra
Enrico Tommasini, batteria

Ingresso:
6 euro intero
4 euro ridotto (soci Ars Modi)
gratuito minorenni (altro…)

I NOSTRI CD. Una sventagliata di nuovi album dal blues alla musica contemporanea

a proposito di jazz - i nostri cd

John Abercrombie Quartet – “Up and Coming” – ECM 2528

In questo album, che apre la stagione 2017 della ECM, ritroviamo il chitarrista John Abercrombie alla testa di un quartetto composto da “vecchi amici”, se ci passate il termine, vale a dire Marc Copland al piano , Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria. In un modo o nell’altro Abercrombie, anche nel recente passato, ha avuto modo di collaborare con i musicisti su citati : basti ricordare, al riguardo, l’album “39 Steps” del 2013 che tanti consensi ottenne da pubblico e critica. Ciò per sottolineare come il quartetto già prima di entrare in sala di registrazione per quest’ultimo album fosse ben rodato e pronto a seguire le linee direttrici tracciate dal leader. Linee che si sostanziano innanzitutto nella ricerca di una bella linea melodica supportata da raffinate armonizzazioni e quindi nello splendido suono della chitarra di Abercrombie che dialoga magnificamente con il sound più robusto del pianoforte; l’intesa tra i due è a tratti sorprendente: John e Marc sanno ascoltarsi, comprendersi e mai accade che una intuizione, un input lanciato da uno dei due non venga prontamente captato e sviluppato dall’altro. Così il fraseggio liquido, scorrevole di Abercrombie, a fronte del pianismo più articolato e dinamico di Copland, crea spesso una tensione che affascina l’ascoltatore attento. Ovviamente questo continuo gioco di rimandi non sarebbe stato possibile se i due non fossero stati accompagnati da una eccellente sezione ritmica in grado di fornire un supporto di grande flessibilità ed eleganza. Caratteristiche queste che si riscontrano per tutta la durata dell’album, sia che il gruppo interpreti le cinque composizioni di Abercrombie, sia che ad assumere il ruolo del compositore per due volte sia Marc Copland, sia, infine, che si faccia rivivere un capolavoro assoluto quale “Nardis” di Miles Davis.

Theo Bleckmann – “Elegy” – ECM 2512

In perfetta sintonia con il titolo, atmosfere sognanti, oniriche quella disegnate dal vocalist e compositore tedesco Theo Bleckmann al suo esordio da leader nell’ambito della prestigiosa etichetta ECM. Ad onor del vero Theo aveva già registrato per la casa tedesca ma come sideman: lo ritroviamo, infatti, accanto a Julia Hulsmann in “ A Clear Midnight—Weill and America” (ECM, 2015) e ancora con Meredith Monk ‎in “Mercy” (ECM, 2002) e “Impermanence” (ECM, 2008) album, questi ultimi due, in cui suona anche lo stesso batterista di “Elegy”, John Hollenbeck. Ma soffermiamoci adesso su quest’ultima produzione di Theo che ha scelto di guidare un quintetto completato da Ben Monder chitarra, Shai Maestro piano, Chris Tordini, contrabbasso e, come si accennava, John Hollenbeck batteria. Il gruppo appare perfettamente funzionale alle idee del leader vale a dire una musica semplice ma non banale, un organico che si esprime quasi per sottrazione, la precisa volontà di non prediligere il lato virtuosistico della performance ma di affidarsi all’espressività, ad una concezione che in qualche modo potremmo avvicinare al cosiddetto minimalismo. Ovviamente per raggiungere in pieno tali obiettivi occorreva un repertorio acconcio: di qui i dodici brani presenti nell’album, tutti a firma del leader eccezion fatta per “Comedy Tonight” tratto da “A Funny Thing Happened on the Way to the Forum” , musical andato in scena per la prima volta a Broadway nel 1962, con musiche e versi di Stephen Sondheim. I brani sono tutti interessanti anche se una menzione particolare la merita “The Mission” un vero e proprio esercizio di bravura per Theo Bleckmann che dimostra ancora una volta, se pur ce ne fosse bisogno, quanto sia meritata la stima di cui gode nell’ambiente musicale di tutto il mondo.

Dave Brubeck – At The Sunset Center – Solar 4569973

Questo album riporta, per la prima volta integralmente, il concerto tenuto dal quartetto di Dave Brubeck al ‘Sunset Center’ di Carmel (California) nel giugno del ’55. La ‘storica’ collaborazione tra il pianista Dave Brubeck e il sassofonista Paul Desmond era iniziata nel 1946 all’interno di un ottetto dal sapore vagamente sperimentale. Negli anni a venire, in particolare nel 1951, Brubeck e Desmond costituirono un quartetto completato da Fred Dutton al basso e Herb Barman alla batteria, questi ultimi poi sostituiti rispettivamente da Bob Bates e Joe Dodge. In quel periodo il quartetto, nonostante avesse tenuto diversi concerti soprattutto in università e college, realizzò solo un album “Jazz Goes To College” registrato nel corso di vari concerti in college nel 1954. Di qui l’interesse non solo artistico ma anche storico dell’album in oggetto. Dal punto di vista squisitamente musicale, non occorrono certo molte parole per sottolineare come si ascolti una delle formazioni più importanti della storia del jazz, una formazione che seppe dire qualcosa di originale. Certo lo stile può piacere o meno ma il ruolo ricoperto da Brubeck e Desmond resta lì, indiscutibile. L’album contiene otto standards registrati, come si accennava al ‘Sunset Center’ di Carmel cui è stata aggiunta una inedita versione di “Two Part Contention” dello stesso Brubeck registrata durante un concerto al ”Basin Street Club” di New York del 1956. Un’ultima notazione di carattere cronachistico: il “Sunset Center” era un teatro che ospitava dei cicli di concerti jazzistici ed è proprio lì che il 19 settembre dello stesso 1955 Erroll Garner registrò il suo indimenticabile “Concert by the Sea”.

François Couturier, Tarkovsky Quartet – “Nuit blanche” – ECM 2524

Parlare semplicemente di jazz a proposito di questo album appare improprio: siamo piuttosto nel campo della musica contemporanea eseguita da artisti che hanno frequentazioni importanti con il mondo del jazz. François Couturier piano, Anja Lechner violoncello, Jean Marc Larché sax soprano, Jean Louis Matinier accordéon sono infatti musicisti che abbiamo spesso incontrato in contesti più prettamente jazzistici. Da qualche tempo i quattro hanno costituito questa formazione dall’organico assai insolito che hanno chiamato “Tarkovsky Quartet” in omaggio ad Andrei Arsenyevich Tarkovsky, celebre regista russo scomparso nel 1986. Ancora una volta il quartetto si impone alla generale attenzione per la profondità di campo che riesce a dare alla sua musica. Ascoltando i diciassette brani dell’album – di cui sette sono libere improvvisazioni e gli altri scritti da Couturier da solo o con gli altri compagni di strada – non si può non restare colpiti dalla purezza del suono, dalla estrema linearità con cui si esprime ciascun artista, dall’atmosfera dialogante per cui violoncello e fisarmonica riescono ad esprimersi su un piano di assoluta parità e soprattutto dalla straordinaria capacità improvvisativa dei singoli che, anche nel caso dei brani scritti, trovano ampi spazi per dar libero sfogo alla fantasia. Di qui una musica aperta, nuova ad ogni ascolto, ricca di sottigliezze. E, per chiudere, consentitemi di sottolineare la straordinaria prestazione di Jean Louis Matinier il quale dimostra, se pur ce ne fosse bisogno, come la fisarmonica, se in mani sapienti, sia strumento adatto ad ogni situazione, anche la più sofisticata e quindi lontana da quel recinto popolare cui ancora oggi molti vorrebbero rinchiuderla.

Matt Dibble, Fabio Zambelli – “Songs and Soundscapes” – Xtreme

Album interessante questo proposto da Matt Dibble e da Fabio Zambelli; il clarinettista inglese e il chitarrista italiano hanno costituito da qualche tempo un duo che tralascia facili situazioni per addentrarsi in terreni scivolosi, imprevedibili come quelli rappresentati dalla ricerca e dalla sperimentazione. Intendiamoci: mai abbiamo sostenuto che ricerca e sperimentazioni nel campo musicale siano valori in sé, occorre che le stesse siano sostenute da profonda conoscenza della materia musicale, da eccellente tecnica di base e soprattutto – almeno a nostro avviso – da una onestà di fondo che si sostanzia nell’assoluto abbandono di qualsivoglia ansia di stupire, di meravigliare. Ebbene, ascoltando l’album in oggetto, sembra proprio che i due artisti abbiano le carte in regola per soddisfare anche i palati più esigenti: la loro è una musica tutta basata sull’interplay, sulla coralità, ben equilibrata tra parti scritte (songs) e improvvisazioni (soundscapes), sempre alla ricerca di soluzioni nuove, affascinanti, impreziosite da belle linee melodiche e da una robusta tecnica strumentale. Questi elementi non stupiscono ove si tenga presente che i due si sono conosciuti nel 2001 a Londra, durante i loro studi di jazz performance e composizione presso il conservatorio “Guildhall school of music and drama” e che successivamente hanno suonato, tra l’altro, nella GSMD jazz band misurandosi su repertori di jazz classico e contemporaneo, e con cui hanno vinto il premio BBC come migliore orchestra jazz Britannica. Nel corso della loro attività, prima di questo “Songs and Soundscapes”, hanno inciso nel 2009 in Francia come duo “Minor Mood”, poi pubblicato nel 2011 da Sonitus, e quindi “Spring” sempre in duo pubblicato nel 2015, album che hanno aperto la strada quest’ultima realizzazione.

Duke Ellington – “Blues in Orbit + The Cosmic Scene” – Essential Jazz Classics 2 CD

Duke Ellington – “Sacred Concerts” – “Rondeau”

Il perché di questi due titoli , “Blues in Orbit” e “The Cosmic Scene”, viene illustrato efficacemente nell’esaustivo libretto che accompagna i CD laddove si spiega che, dopo il lancio nello spazio dello Sputnik 1 di fabbricazione sovietica il 4 ottobre del 1957, l’idea di poter viaggiare nello spazio conquistò l’animo della gente. Neanche il jazz ne rimase immune come dimostrano questi due album di Ellington risalenti al 1958-59, ma non solo ché altri lavori dedicati allo spazio furono registrati da Dave Brubeck e da George Russell. Ciò detto occorre sottolineare come i due CD di Ellington contengano integralmente gli LP originari con l’aggiunta di ben diciotto bonus tracks di cui otto alternative takes tratte dalle stesse sedute di registrazione e dodici da altre date. Nel primo album compare la band ellingtoniana al completo mentre nel secondo si può ascoltare un nonetto di livello assoluto con la presenza dei più rappresentativi solisti dell’orchestra. Ellington prese la decisione di ridurre l’orchestra ad un nonetto dopo lo strepitoso successo ottenuto al Newport Jazz Festival del 1956, sempre alla ricerca di nuove vie espressive. Straordinario il repertorio dei due album comprendente sia celebri standard rivisitati e riattualizzati sia nuove composizioni mai registrate in precedenza. Dal punto di vista squisitamente musicale, ambedue gli album sono semplicemente straordinari: l’orchestra ellingtoniana è colta in uno dei suoi momenti migliori, impreziosita dagli assolo di Paul Gonsalves, di Clark Terry, di Jimmy Hamilton, di Johnny Hodges … e via discorrendo in una galleria delle meraviglie che comprende alcuni dei migliori solisti che la storia del jazz possa vantare.
Il secondo CD contiene una recente (2015) registrazione live di brani tratti dai concerti sacri di Ellington, effettuata in Germania dalla Big Band Fette Hope e dal Junges Vokalensemble Hannover sotto la direzione rispettivamente di Timo Warnecke o Jorn Marcussen-Wulff Klaus e di Jürgen Etzold . E’ noto agli appassionati di jazz come i concerti sacri rappresentino , almeno nella considerazione dello stesso Ellington, le pagine più importanti da lui scritte nel corso degli anni. Composti tra il 1962 e il 1973 i tre Concerti rappresentano al meglio l’anima del compositore e la sua stessa concezione della spiritualità. Ben si capisce, quindi, il perché questa musica non venga spesso eseguita risultando assai difficile ricreare le emozioni che Ellington trasmetteva con la sua orchestra. Ben venga, quindi, questa impresa che ci restituisce pagine di musica che non conoscono età. E bisogna dire che sia la band sia i vocalist se la cavano assai bene: da un punto di vista orchestrale, la band riesce a rappresentare quella concezione orchestrale che caratterizzava l’opera di Ellington mentre i cantanti sono tutti all’altezza del compito: Claudia Burghard (mezzo soprano), Joachim Rust (baritono), magistralmente supportati dal già citato Junges Vokalensemble Hannover, danno energia a brani celeberrimi come “Ain’t But The One”,“Come Sunday” , “Something’Bout Believing” riportandoli all’attualità del nuovo secolo.

Ellery Eskelin Trio – “Willisau Live” – hatOLOGY 741

Oramai vicino ai sessanta, il tenorsassofonista statunitense Ellery Eskelin è stato definito da “Down Beat” il miglior artista nel campo della musica creativa di oggi. E per avere conferma di quanto tale considerazione sia meritata basta l’ascolto di questo album registrato dal vivo durante il Festival Jazz di Willisau, in Svizzera, il 28 agosto 2015. Ellery suona in trio con Gary Versace all’organo Hammond B3 e Gerry Hemingway alla batteria. L’organico è inusuale ma non per il sassofonista che sta esplorando questa particolare formula già dal 1994 quando costituì un trio con il tastierista Andrea Parkins e il batterista Jim Black, formula ulteriormente perfezionata nel 2011 con la creazione del Trio New York, dove accanto a Eskelin e Versace c’era Gerald Cleaver alla batteria, in questi ultimi tempi sostituito per l’appunto da Gerry Hemingway. Ed eccoci alla serata del 28 agosto 2015 a Willisau: il trio inizia la sua performance con una medley lunga oltre cinquanta minuti in cui figurano, in successione, un originale – “Our (or about)” –firmato da tutti e tre i musicisti, e tre standard , “My Melancoly Baby”, “Blue and Sentimental” di basiana memoria ed “East of the Sun”. Il set si chiude con altre due perle, la monkiana “Wee See” e “I Don’t Stand A Ghost of A Chance With You”. Ebbene dal primo all’ultimo istante la musica del trio appare innervata da una grande energia e dalla perfetta consapevolezza, da parte di tutti e tre i musicisti, di stare esplorando nuove strade pur restando fortemente ancorati alla tradizione. Di qui il fraseggio e la sonorità del leader che dimostra di aver ascoltato e assimilato la lezione dei grandi del passato quali, tanto per fare qualche nome, Sonny Rollins e Ben Webster; di qui il fantasioso apporto ritmico, davvero originale e timbricamente unico, della batteria di Hemingway che deve aver molto apprezzato le sezioni ritmiche delle orchestre di Count Basie; di qui il particolare approccio alla materia sonora da parte di Versace che stravolge un po’ il modo di suonare di Jimmy Smith, da un tutto pieno ad un gioco di pause e di sottigliezze timbriche non proprio usuali nel mondo degli organisti.

Cameron Graves – “Planetary Prince” – Mack Avenue 1123

Cameron Graves al pianoforte , Kamasi Washington al sax tenore: dovrebbero bastare solo questi due nomi per far capire che tipo di musica si ascolta in questo cd. Ma il gruppo è più largo e comprende altri eccellenti musicisti del moderno jazz di Los Angeles quali il trombettista Philip Dizack, il trombonista Ryan Porter, ed una formidabile sezione ritmica costituita dal batterista Ronald Bruner Jr., dal bassista elettrico Hadrien Feraud considerato oggi un numero uno e dal contrabbassista Stephen “Thundercat” Bruner. La presenza di Kamasi Washington in questo album di debutto come leader di Cameron Graves non deve meravigliare ove si tenga presente che il pianista era partner del sassofonista in quell’album “Epic” che tanto successo ottenne alla sua uscita nel 2015. Insomma questo “Planetary Prince” rappresentava , per Cameron, una occasione assai importante per consacrarsi definitivamente come uno dei migliori, più fantasiosi e visionari pianisti, tastieristi e compositori delle ultime generazioni. E le premesse c’erano tutte anche perché i pezzi dell’album sono da lui stesso scritti e arrangiati. Peccato che anche ad un primo sommario ascolto l’album risulti tutt’altro che imperdibile. Certo Graves suona bene, Washington non deve dimostrare alcunché, ma è tutto l’impianto del disco che non regge, proponendo una musica scontata e poco originale. E qui ci fermiamo in quanto è ben possibile che Graves ritorni sui suoi passi e ci proponga qualcosa all’altezza delle sue enormi possibilità. (altro…)

Quando rischiare fa bene all’anima: Cettina Donato, Sonia Spinello

 

Altre volte mi è capitato di illustrare i motivi che, una decina d’anni fa, mi hanno spinto ad aprire questo sito: la volontà di tenere allenata la mente, la necessità di avere qualcosa da fare e, dopo quindici anni di giornalismo economico, il piacere di dedicarsi interamente alla musica e in particolare al jazz.

Ciò perché seguo questa musica da sempre e quindi ho ritenuto importante esclusivamente per me – intendiamoci – la possibilità di poter esprimere il mio parere senza condizionamento alcuno. Così quando ho dato vita a “A proposito di  jazz” non mi ha sfiorato neppure lontanamente il pensiero di poterci guadagnare qualcosa…e bene ho fatto perché in dieci anni di attività non ne ho ricavato un solo euro.

In compenso non sono mancate le polemiche, alle volte anche molto aspre e immotivate… così come, per fortuna, non sono mancate le soddisfazioni, in special modo quelle legate alla segnalazione di jazzisti o alle prime armi o che godevano di poca considerazione.

In effetti mi è sempre piaciuto assumermi dei rischi in tale direzione: ricordo a me stesso, con immutato piacere, di essere stato il primo giornalista italiano a dedicare un articolo, quando ancora nessuno lo conosceva, a Fabrizio Sferra che successivamente sarebbe divenuto uno dei più grandi batteristi italiani; mi è andata egualmente bene quando ho segnalato alla generale attenzione due artisti come il pianista-organista Pippo Guarnera e Roberto Spadoni di cui di recente abbiamo apprezzato l’ultimo album “Travel Music”.

Qualcosa di simile è avvenuto proprio in queste ultime settimane con due artiste che mi stanno particolarmente a cuore e le cui vicende illustrerò in ordine alfabetico per non far torto ad alcuna: Cettina Donato e Sonia Spinello.

Cettina Donato è una bravissima pianista ma soprattutto compositrice messinese che, proprio in questi giorni, sta presentando la sua ultima fatica discografica, “Persistency – The New York Project” realizzata con il grande batterista Eliot Zigmund,  il sassofonista Matt Garrison e il contrabbassista Curtis Ostle. In repertorio, oltre ad un brano di Carla Bley “Lawns”,  sette composizioni di Cettina concepite come omaggi agli artisti più amati dall’artista siciliana: George Gershwin, Thelonious Monk e Herbie Hancock, che ha avuto un ruolo importante nella crescita della Donato avendola  più volte incoraggiata a sviluppare le sue capacità compositive. E questo album rappresenta, per l’appunto, il raggiungimento di una piena maturità che qualifica l’artista siciliana come una delle migliori rappresentanti del jazz made in Italy soprattutto – è importante ripeterlo – dal punto di vista compositivo. L’album sta, in effetti, raccogliendo entusiastici consensi, tutti più che meritati, in quanto le composizioni sono ben scritte, equilibrate, caratterizzate da uno squisito senso melodico non disgiunto da una certa raffinatezza armonica. E non è certo un caso che artisti come Garrison, Ostle e Zigmund si siano prestati con entusiasmo ad incidere l’album in oggetto.

Ebbene su Cettina ho scommesso sin dall’inizio, sin da quando è apparso sul mercato nel 2008 il suo primo album, “Pristine”; in quella occasione rimasi talmente ben impressionato da scrivere un articolo e intervistare Cettina per un programma televisivo che allora conducevo.

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Leggermente diverso il discorso per quanto concerne Sonia Spinello. Di recente ho ascoltato un suo album, “WONDERland”, che mi è particolarmente piaciuto sia per le possibilità vocali della cantante, sia per la sincerità e l’amore verso le composizioni di uno dei più grandi artisti della scena pop mondiale che più ha influenzato la musica contemporanea a 360 gradi, sia per il modo assai originale di interpretare tali brani conosciuti in tutto il mondo. Accanto alle composizioni di Stevie Wonder, il progetto propone anche composizioni inedite ispirate alla sua poetica. Ultima, ma non meno importante considerazione: l’album risulta di spessore anche perché la Spinello è accompagnata da un ottimo gruppo costituito da Roberto Olzer al piano, Yuri Goloubev al basso, Mauro Beggio alla batteria, Fabio Buonarota al flicorno, Bebo Ferra alla chitarra.  Spinto da tali considerazioni ho votato la Spinello come miglior talento all’annuale “Top Jazz”, ovviamente senza esito alcuno. Di qui qualche dubbio: che mi fossi sbagliato? Che mi fossi lasciato trascinare dalla mia ammirazione per Stevie Wonder? Fortunatamente dall’estremo Oriente sono arrivate notizie confortanti che mi inducono a restare ancora lontano dalle filiali Maico: in Giappone “WONDERland”  è appena stato selezionato, fra moltissime produzioni provenienti da tutto il mondo, per il primo posto della classifica audiofila riservata alle voci internazionali del Jazz stilata da una delle riviste giapponesi di critica Jazz più autorevoli (HIHYO – Jazz Critique Magazine).

E molto successo il disco sta ottenendo anche negli USA sia tra il pubblico degli acquirenti sia tra gli addetti ai lavori.

La stessa cosa accadrà in Italia? Consentitemi di nutrire qualche ragionevole dubbio!

I NOSTRI CD. Una fresca ventata di buon jazz italiano

a proposito di jazz - i nostri cd

Bardoscia, Alborada, Marcotulli – “Trigono” – Tuk Music 12
Conosciamo Rita Marcotulli da quando ha cominciato a muovere i primi passi nel mondo della musica; l’abbiamo sempre seguita con affetto e stima e la pianista romana ci ha ricambiato con una carriera luminosa, ricca di splendidi episodi sia concertistici sia discografici. Anche questo album della Tuk Music si colloca su livelli molto alti grazie questa volta non solo a Rita ma anche all’ottimo contrabbassista Marco Bardoscia, allo straordinario quartetto d’archi Alborada nonché alla presenza, quali ospiti d’onore, di Maria Pia De Vito in “I’m a Dreamer” e della chitarra di Nguyên_Lê in “Andrea’s Milonga”, dove compare anche Paolo Fresu straordinariamente al pianoforte e ai battiti di mani. In repertorio tredici brani di cui sei a firma di Marco Bardoscia. L’atmosfera che i musicisti sono riusciti a creare è sorprendente: l’ascoltatore si lascia facilmente cullare dalle note proposte con naturalezza dal gruppo che riesce a far apparire semplici anche passaggi che facili non sono. Il sound creato con l’apporto degli strumenti a corda è ora poetico, ora inebriante, ora suggestivo ma sempre ben lontano da facili concessioni anche perché ad orecchie ben aperte non sfugge l’apporto di fonti ispirative diverse che vanno dalla classica, alla musica accademica contemporanea, dal folk al jazz. Si ascolti, ad esempio, con quanta pertinenza la chitarra di Nguyên_Lê e il pianoforte di Fresu si integrino nel tessuto connettivo disegnato dai compagni di viaggio in “Andrea’s milonga” mentre in “I’m a Dreamer” Maria Pia De Vito conferisce ulteriore spessore ad un ensemble di per sé già ottimo. Tra gli altri brani, uno più convincente dell’altro, ci ha particolarmente colpiti per la bellezza della linea melodica introdotta da Marco Bardoscia, “My Head” dello stesso contrabbassista.

Angiolini Bros Quartet – “JazzOmetrix” –
Due fratelli sardi, Alessandro e Andrea Angiolini, rispettivamente sax tenore e pianoforte, sono i co-leaders di un quartetto completato da Mattero Marongiu al contrabbasso e Roberto Migoni alla batteria. L’album, inciso nel febbraio del 2016 per l’etichetta cagliaritana ‘Claire de Lune’, si inserisce nel solco di quel modern mainstream che a sua volta prende le mosse da un hard-bop aggiornato e rivisto. Quindi un jazz robusto, muscolare ma allo stesso tempo raffinato, in cui scrittura e improvvisazione si legano perfettamente. Il tutto declinato attraverso un repertorio di dieci brani tutti composti a partire dalla metà degli anni ’90 fino ad oggi da Andrea Angiolini che denota una certa facilità e originalità di scrittura. Si ascolti, al riguardo, “Dear Astor”, un omaggio a Piazzolla in cui Angiolini è riuscito a ricreare un clima che in qualche modo ci rimanda al grande artista argentino senza far ricorso ad alcuno dei clichés che solitamente si adoperano per omaggiare Piazzolla. Evidentemente la bella riuscita dell’album è legata non solo alla valenza dei brani ma anche alla bravura degli esecutori. Alessandro Angiolini è sassofonista esperto, maturo ben consapevole delle eredità che gli hanno consegnato tenoristi del calibro di Gordon e Brecker ; Andrea Angiolini è pianista di squisita sensibilità, in possesso di una eccellente tecnica di base che gli consente, tra l’altro, un’assoluta padronanza della dinamica; l’intesa tra i due è perfetta segno evidente che i molti anni passati a provare, a suonare assieme non sono passati invano. Marongiu e Migoni costituiscono, infine, una brillante sezione ritmica propositiva e swingante.

Federica Colangelo – “Chiaroscuro” – Alfa Music 168
Delizioso album della pianista e compositrice Federica Colangelo alla testa di “Acquaphonica” formazione composta dall’olandese Joao Driessen sax soprano, dal tedesco Matthijs Tuijn chitarra acustica, dal bulgaro Mihail (Misho) Ivanov contrabbasso e dallo sloveno Kristijan Krajncan batteria e percussioni, insomma una sorta di multinazionale del jazz che raccoglie alcuni dei più luminosi talenti della scena europea. E già da questa composizione dell’organico si ha una prova della maturità raggiunta dalla Colangelo: le sue scelte risultano, infatti, assolutamente coerenti con le idee compositive che la stessa pone in essere dal momento che non si nota una solo attimo in cui il gruppo non si esprima con grande empatia seguendo alla perfezione le indicazioni della leader. Così ognuno ha la possibilità di mettersi in luce in un equilibrio costante tra pagina scritta e improvvisazione: si ascolti, ad esempio, Joao Driessen in “Croma” e “Contemporary Solution” o Matthijs Tuijn in “Graphic Work”. Dal canto suo la Colangelo si fa notare immediatamente fin dalla trascinante introduzione del primo brano “In bilico” per innervare tutto l’album del suo pianismo allo stesso tempo intenso e delicato, frutto di una profonda conoscenza dello strumento: ottima la padronanza della dinamica, leggero e scorrevole il flusso delle improvvisazioni senza alcuna forzatura, senza alcuna volontà di stupire con tecnicismi fuori luogo. Dal punto di vista compositivo, la sua musica è caratterizzata da una linea melodica frutto di varie influenze (musica classica, Karnatic Music ovvero la musica classica dell’India del Sud) che riesce a trasmettere sensazioni profonde.

Sade Farida – “La terra dei ciclopi” – Inner Circle Music 064
Un pianismo spumeggiante non scevro da reminiscenze classiche e folcloriche. Questa, in estrema sintesi, la carta d’identità stilistica di Sade Farida così come la si evince da questo album uscito a fine settembre per la Inner Circle Music, etichetta discografica newyorkese guidata da Greg Osby. “La Terra dei Ciclopi” è il primo album in piano solo di Sade Farida Mangiaracina, interprete e compositrice siciliana che si è fatta già conoscere in tutto il mondo , grazie a collaborazioni con artisti di fama internazionale come Fabrizio Bosso e Michael Rosen . Come si accennava, l’album è per piano-solo eccezion fatta per due brani , “Ballarò” e “Sugnu tutta pi tia”, in cui accanto alla pianista è possibile ascoltare uno strepitoso Luca Aquino impegnato alla tromba e al flicorno. Ma probabilmente il brano più interessante è “Ciuri Ciuri” che assieme a “Vitti ‘na crozza” è la canzone popolare siciliana più famosa di ogni tempo; composta da Francesco Paolo Frontini nel 1883, con testi d’autore ignoto, “Ciuri Ciuri” ha fatto parte del repertorio di qualunque artista abbia voluto affrontare con serietà il grande patrimonio della canzone popolare siciliana. Ne hanno fornito buone versioni, tra gli altri, Mina, Fiorello, Roy Paci e Otello Profazio cui si aggiunge, adesso, Sade Farida. La sua è una interpretazione sotto certi aspetti straniante: dopo una sorprendente introduzione, Sade intona il tema ma lo fa in modo assolutamente personale, innanzitutto ritardandolo all’inizio di molto rispetto alle esecuzioni cui siamo abituati per poi assumere un andamento più veloce sostenuto da un ostinato della mano sinistra; l’esecuzione prosegue alternando, in mirabile equilibrio, improvvisazione e fedele richiami all’originale.

Claudio Fasoli – “Inner Sounds” – abeat 158
Fasoli è uno di quei rari musicisti che, come si dice in gergo, mai sbaglia un colpo: lo conosco e lo seguo oramai da molto tempo e non ricordo una sola volta in cui un suo concerto, un suo disco mi abbiano deluso. E anche quest’ultimo album non sfugge alla regola: il sassofonista veneziano (ma oramai milanese d’adozione) si presenta alla testa di un doppio quartetto, il Quartetto “FOUR” ed il “SAMADHI 4et” , ad eseguire sette sue composizioni originali, ispirate a una raccolta di sette poemi (Horae Canonicae), le “ore canoniche” del poeta inglese Wystan Hugh Auden. Il percorso seguito da Fasoli, more solito, non è dei più semplici alternando momenti di grande apertura, liricità a situazioni più scure all’insegna della più assoluta imprevedibilità. Il perché è motivato assai bene dallo stesso Fasoli in una breve nota che accompagna il CD, laddove l’artista spiega che per poter dare ad ogni musicista la possibilità di esprimersi in un territorio sonoro scelto solo per lui, si è giunti ad una moltiplicazione delle situazioni musicali e a brani politematici; di qui la studiata volontà di accostare atmosfere le più lontane fra loro, di qui la possibilità di creare una serie di variabili strumentali che si alternano con grande fascino. Ed è proprio questo, a nostro avviso, il merito maggiore dell’album, vale a dire la capacità dell’inusuale organico di misurarsi, con successo, su partiture tutt’altro che semplici che testimoniano la volontà di Fasoli di mai fermarsi sugli allori, di sperimentare continuamente, di cercare sempre di dare sfogo alla propria creatività con una coerenza, un’onestà intellettuale che unanimemente gli viene riconosciuta. Il tutto impreziosito da una valentia strumentale che trova pochi eguali e non solo in ambito nazionale; il suo sound, il suo fraseggiare sia al tenore sia al soprano hanno una precisa riconoscibilità mentre le capacità compositive sono oramai talmente acclarate che riteniamo inutile ogni ulteriore commento. Insomma un gran bel disco che merita la massima attenzione. (altro…)