Roma e il jazz

Massimo urbani 2

Che Roma sia una città jazzistica – nonostante i numerosi e strutturali problemi per la musica di ispirazione afroamericana – è affermazione plausibile. Domenica 8 maggio alle ore 18 è stata collocata una targa in onore di Massimo Urbani nell’area verde antistante il parco di Santa Maria della Pietà a Roma nord. E’ l’atto (temporaneamente) conclusivo di un percorso iniziato il 6 agosto 2015, quando la giunta del municipio XIV aveva deliberato l’apposizione di una targa in memoria di “Max” che è nato e cresciuto nel quartiere di Monte Mario. Nel marzo 2015 si era, peraltro, svolto un jazz festival a piazza Guadalupe, sempre dedicato al grande sassofonista e la rassegna dovrebbe essere replicata nei prossimi mesi, diventando un “appuntamento annuale per tutti gli appassionati e i fruitori di questa forma musicale (il jazz, n.d.r.) di cui Massimo ha saputo rendere al meglio quell’urgenza espressiva che ne è alla base” (come ha dichiarato Pino Acquafredda, presidente della commissione Scuola, Cultura e Sport). Alla cerimonia di domenica hanno partecipato svariate persone che hanno conosciuto Massimo Urbani e gli sono state amiche, come il batterista Ivano Nardi con cui Max ha spesso suonato. (altro…)

I nostri CD. Israeliani e norvegesi in primo piano

Ralph Alessi – “Quiver” – ECM 2438
QuiverAtmosfere intimiste, a tratti liriche, note centellinate con grazia: questo il clima che si respira ascoltando l‘ultimo lavoro di Ralph Alessi, a nostro avviso l’opera più matura e convincente finora prodotta dal trombettista. A tre anni di distanza dall’eccellente “Baida”, inciso sempre per la ECM con Jason Moran al piano, Drew Gress al contrabbasso e Nasheet Waits alla batteria, Alessi si ripresenta con lo stesso quartetto, eccezion fatta per Jason Moran sostituito da Gary Versace. E ovviamente il suono cambia in quanto i due pianisti sono differenti per tecnica e modalità espressive. Ma, come si accennava in apertura, la compattezza del gruppo non ne risente, anzi! Il quartetto si muove con grande disinvoltura grazie anche alla intelligente scrittura di Alessi: alla sua penna si devono, infatti, tutti gli undici brani in repertorio in cui l’artista californiano è riuscito a ben equilibrare pagina scritta e improvvisazione lasciando ad ognuno ampia libertà di esprimersi. Si ascolti, ad riguardo, “Smoothy Descent” in cui per lunghi tratti la tromba tace lasciando tutta la scena al trio pianoforte, contrabbasso, batteria. Ovviamente in molte altre situazioni è Alessi a tornare in primo piano, con un suono limpido ma allo stesso tempo variegato, un’assoluta padronanza della dinamica, un fraseggio ben articolato che pur prendendo le mosse dal post-bop sfocia spesso nella musica contemporanea, evidente retaggio del background di questo musicista, figlio di un trombettista classico e di una cantante d’opera, ed egli stesso trombettista classico prima di incontrare Charlie Haden. I brani sono tutti interessanti ma forse una menzione particolare, oltre al già citato “Smoothy Descent” la merita “Do Over” l’unico brano up- tempo dell’album impreziosito dal bel lavoro di Nasheet Waits alla batteria.

Jon Balke – “Warp” – ECM 2444
WarpPianista e compositore visionario e suggestivo, il norvegese Jon Balke è al suo secondo album in solo per la ECM dopo ‘Book of Velocities’ del 2007. Le coordinate su cui si muove rimangono sostanzialmente le stesse, vale a dire una musica che trova da un canto nel sound dall’altro in strutture piuttosto labili e mai chiaramente definite le sue principali fonti di ispirazione. Così non è un caso che il pianoforte appaia ‘preparato’ con alcuni oggetti piazzati sulle corde o che lo strumento sia stato trattato in fase di post- produzione per ottenere uno specifico suono. In realtà, come illustrato nelle specifiche dell’album, il pianoforte di Balke è stato registrato al Rainbow Studio di Oslo, le immagini sonore sono state registrate ed elaborate da Balke e Audun Kleive, mentre registrazioni aggiuntive sono state integrate durante il mix dell’album all’RSI Studio di Lugano nel settembre del 2015. Ma tutto ciò per nulla nuoce all’omogeneità dell’album ché il procedere dello stesso evidenzia proprio l’intento dell’artista di avanzare verso una specifica direzione, ben conscio delle difficoltà che si incontrano: « Come sempre » spiega Balke « più si esplora e si scopre, più si vuole andare avanti anche se le cose non sono poi semplici. E’ un processo interessante ». Di qui la diversa natura dei brani: alcuni sono veri e propri frammenti come “Mute” o “Geminate”; altri hanno un andamento più complesso e completo come “This Is The Movie”; altri ancora – “Bolide” – hanno un evidente sapore impressionista che denuncia una profonda conoscenza del mondo classico… e via di questo passo in un mutar di atmosfere, inserite in uno spazio in costante fluttuazione a tratti di grande, grandissimo fascino. E’ questo il caso di “Kantor” in cui oltre al piano si ascolta in sottofondo una voce e un suono che sembra provenire da un organo.

Avishai Cohen – “Into The Silence” – ECM 2482
intothesilenceAlbum di rara intensità ma allo stesso tempo di grande delicatezza e liricità questo album che vede protagonista il trombettista israeliano Avishai Cohen, nativo di Tel Aviv ma oramai da tempo residente negli States. Con questo disco Cohen fa il suo debutto da leader per la ECM alla testa di un gruppo completato dall’altro israeliano Yonathan Avishai al piano, già al fianco del trombettista in molteplici occasioni, dal bassista Eric Revis, già membro autorevole del quartetto di Branford Marsalis, dal batterista Nasheet Waits e dal tenorsassofonista Bill McHenry che si è fatto conoscere suonando, tra gli altri, con Paul Motian e Andrew Cyrille. Album di grande delicatezza, dicevamo, e ciò si spiega avendo riguardo alla genesi dei sei brani in repertorio, dedicati alla memoria del padre di Avishai, David scomparso nel 2014. La musica scorre così con semplicità, arrivando davvero a toccare il cuore di chi ascolta, come una sorta di ricordo struggente di chi non si rivedrà più e di cui avverti la mancanza, sottolinea lo stesso artista, soprattutto quando “la voce di una persona che hai amato non è più accanto a te, e allora comprendi cos’è il silenzio, l’assenza”. Di qui l’importanza riservata al silenzio, che in questo caso rappresenta, per l’appunto, l’assenza. Di qui la logica conclusione dell’album con un pezzo intitolato “”Life And Death – Epilogue”. Ciò detto, dal punto di vista musicale, Cohen è riuscito ad esprimere compiutamente questi pensieri; la sua tromba, spesso sordinata, disegna suadenti linee melodiche con trasporto ed essenzialità, richiamando esplicitamente il Davis degli anni ’60, con un sound originale e privo di vibrato . I pezzi, tutti dovuti alla sua penna, sono ben strutturati e “scritti” lasciando quindi non molto spazio alle improvvisazioni; eppure anche in un tale contesto particolarmente rilevante è stato l’apporto del pianista Yonathan Avishai che ha spesso dialogato con il trombettista riuscendo ad esprimere appieno le atmosfere, le nuances volute dal leader: non è un caso che il già citato brano di chiusura sia interpretato dal pianista in splendida solitudine.

Avishai Cohen – “From Darkness” – Sunnyside / Razdaz Recordz –
From darknessIl jazz israeliano annovera due Avishai Cohen: il primo (classe 1978) è il trombettista di cui sopra, il secondo (classe 1970) è il contrabbassista, compositore e vocalist protagonista di questo album. Cohen, da quando ha fatto parte del sestetto “Origin” di  Chick Corea  (dal 1996 al 2003), ha sviluppato una propria poetica che lo pone come personaggio unico nel pur variegato panorama del jazz internazionale. Questo “From Darkness” è il suo quindicesimo album da leader ma presenta una particolarità: dopo “Gently Disturbed” del 2008 è il secondo album che Cohen incide in trio, nonostante, per sua stessa ammissione, “la mia musica sia sempre stata scritta – ed eseguita – per il trio”. A riportarlo su questa strada l’incontro con altri due straordinari musicisti, il pianista Nitai Hershkovits e il batterista Daniel Dor: il primo collabora con Avishai Cohen a partire dall’album “Duende” del 2012 mentre il secondo è entrato nel mondo del compositore israeliano all’inizio del 2014. Ma l’intesa fra pianista e batterista è stata immediata tanto da far dichiarare al leader che “tra i due si è creato uno spazio che dona forza ai momenti condivisi in scena: sanno portare la musica in luoghi e prospettive che non avrei mai immaginato”. E per averne conferma basta ascoltare l’album in oggetto: la musica scorre fluida, senza un solo attimo di stanca, corroborata da una empatia tale da avere la sensazione che i tre riescano a fondersi in un unicum di rara compattezza. Il pianismo di Hershkovits nulla concede allo spettacolo, basandosi spesso su nuclei tematici reiterati alla ricerca di una essenzialità nelle cui pieghe si celano mille sfumature; il drumming di Dor appare propositivo seppur mai invadente con quel tocco di fantasia e di ricerca timbrica che impreziosisce il tutto. Ovviamente in primo piano resta la figura di Cohen sia come strumentista sia come compositore: dieci degli undici brani in programma sono suoi, cui si aggiunge il celebre “Smile” di Charlie Chaplin porto in maniera tanto personale quanto convincente. La pubblicazione di “From Darkness” è accompagnata da un tour in giro per il mondo, che toccherà anche l’Italia, il 19 marzo, con un concerto all’Auditorium Gazzoli di Terni per “Visioninmusica”.

Hugh Coltman – “Shadows – Songs of Nat King Cole” – Okeh
shadows-songs-of-nat-king-coleNel mondo del jazz, così come nel mondo dell’arte in generale, ci sono personaggi che rappresentano vere e proprie icone, difficili quindi da imitare o da approcciare. Nat King Cole appartiene a questa categoria, personaggio giustamente passato alla storia come grande pianista ma soprattutto raffinato vocalist. Bisogna, perciò, dare atto a Hugh Coltman, cantante e armonicista brillante, di aver avuto un gran coraggio a registrare un CD contenente alcune delle migliori interpretazioni di Cole. L’ammirazione di Coltman per questo artista viene da lontano, viene da quando bambino ne ascoltava i dischi assieme alla sua mamma che lo considerava uno degli artisti preferiti. Di qui l’idea, coltivata a lungo, di affrontare questa sfida e rendere così omaggio sia alla madre sia a Nat King Cole. In effetti Coltman è artista di rara sensibilità, che ama mettersi alla prova, passando dal blues con il suo gruppo “The Hoax”, al pop con artisti quali Nouvelle Vague, Babet o Mayra Andrade fino ad arrivare al jazz con China Moses o il pianista Eric Legnini che l’ha invitato a partecipare al su album “Swing Twice”. Ed ora Coltman ha ricambiato il favore dato che in questo “Shadows” figurano proprio Eric Legnini alle tastiere e agli arrangiamenti, Misja Fitzgerald Michel alla chitarra, Laurent Vernerey al basso, Franck Agulhon o Raphaël Chassin alla batteria, Pierrick Pedron al sax alto, Nicolas Liesnard all’organo Hammond e Freddy Koella alla chitarra. Supportato da questo ensemble di ottimi musicisti, Coltman, come si accennava, ripropone sia alcuni dei più grandi successi di Nat King Cole come “Nature Boy”, “Mona Lisa”, “Smile” sia brani meno conosciuti ma non per questo meno preziosi come “The Shadows” , “Small Towns are Smile Towns” o “Morning Star”. Ma, a prescindere dal pezzo interpretato, Coltman dimostra di aver ben assimilato la lezione del suo predecessore: il suo stile è sempre misurato, rispettoso dell’originale, con una voce calda, suadente, spesso emozionante anche se non priva di una certa tensione, quella stessa tensione che – sostiene Coltman – Nat King Cole deve aver provato vivendo ed esibendosi in un periodo e in un Paese in cui i neri non avevano certo vita facile.

(altro…)

I NOSTRI CD. Novità da tutto il mondo

I NOSTRI CD

Weather Report “The Legendary Live Tapes: 1978-1981″ – Legacy Recordings
wheaterreportAnche nel jazz il mercato discografico attraversa un momento particolarmente difficile: si producono molti, forse troppi dischi che poi nessuno compra anche perché, diciamolo chiaramente, gli album davvero interessanti, degni di essere ascoltati con attenzione e di essere conservati sono pochi. A questa seconda categoria appartiene la sontuosa realizzazione della Legacy Recordings, una divisione della Sony Music Entertainment: un cofanetto di 4 album contenente concerti inediti della band le cui concezioni avrebbero rivoluzionato il mondo del jazz – e non solo – influenzando generazioni di musicisti. Registrato dal vivo tra il 1978 e il 1981, “Weather Report, The Legendary Live Tapes” presenta quella che a detta di molti è stata la migliore formazione del gruppo, vale a dire, Joe Zawinul (tastiere), Wayne Shorter (sassofono), Jaco Pastorius (basso elettrico) e Peter Erskine (batteria) cui si aggiunge nei concerti in quintetto  Robert Thomas, Jr. (percussioni). Questa sorta di compilation da concerti inediti è stata curata e prodotta da Peter Erskine e Tony Zawinul (figlio del compianto Joe); le performances sono state registrate o dal data mixing engineer Brian Risner o direttamente dal pubblico (bootleg). Il tutto è completato da un libretto di 32 pagine scritto da Peter Erskine, con rare fotografie del periodo. I risultati sono assolutamente apprezzabili: abbiamo, infatti, l’opportunità di riascoltare il gruppo in uno dei momenti di maggiore creatività grazie anche all’innesto di quello straordinario fenomeno che fu Jaco Pastorius (lo si ascolti, tra l’altro, in due strepitosi assolo alla fine del CD 1 e nel quarto pezzo del CD 4). Ma è tutta la band ad esprimersi su livelli di eccellenza, evidenziando grande coesione con Zawinul e Shorter impegnati sempre a ricercare nuove vie espressive e un Peter Erskine che già allora dimostrava di essere uno dei batteristi più inventivi e originali della storia del jazz. Venendo ad una disamina più particolareggiata del cofanetto, va subito rilevato che lo stesso non è organizzato in forma cronologica: il primo e il terzo CD si riferiscono ai concerti effettuati in quintetto nel 1980 e ’81 mentre il secondo e il quarto sono dedicati al quartetto registrato durante il 1978. L’ascolto di questi album ci consente alcune considerazioni di fondo: innanzitutto se è vero che i Weather Report ottenevano grandi risultati in studio, è altrettanto vero che dal vivo la qualità delle loro esibizioni non era inferiore e questo indipendentemente dal fatto che il gruppo si esibisse in quartetto o in quintetto. In secondo luogo risalta evidente la maestria pianistica di Zawinul: troppo spesso si è considerato Joe un abilissimo assemblatore di suoni e un grande tastierista trascurando la sua dimensione pianistica: ebbene lo si ascolti nel duetto con Wayne Shorter che apre il secondo CD sulle note di una medley ellingtoniana (“Come Sunday” e “Sophisticated Lady”) per avere un’esatta percezione del suo pianismo. Infine viene ribadita sia la grande capacità del gruppo di controllare sempre e comunque le dinamiche sia la sagacia compositiva di Zawinul i cui temi resteranno nella storia del jazz: due titoli per tutti “Birdland” e “Black Market” registrati in quartetto alla Koseinenkin Hall di Tokyo il 28 giugno del 1978.

Les Ambassadeurs – “Rebirth” – World Village 479113
rebirth“Pop mandingo e groove inalterabile…Il gruppo faro delle nuove musiche africane è di ritorno”. Così recita la fascetta di presentazione di quest’album ed in effetti queste poche parole racchiudono mirabilmente il senso dell’album: il ritorno sulle scene di una band che ha fatto la storia della musica africana. Si era nel 1969 e il vocalist Salif Keita, stella di primaria grandezza, diede vita a questo gruppo che in breve conquistò dapprima il pubblico del Mali e poi dell’intera Africa dell’Ovest grazie alla fortissima carica ritmica, all’inimitabile groove e alla sincerità di ispirazione. E l’orchestra ha avuto anche una ragguardevole importanza sociale dal momento che ha indirizzato verso la musica moltissimi ragazzi che probabilmente avrebbero intrapreso strade diverse, più pericolose. Dopo l’esperienza africana e la fine di questa esperienza, in questi ultimi quaranta anni i singoli componenti degli “ambasciatori” si sono affermati singolarmente nel resto del mondo, divenendo tutti musicisti di primissimo piano . Anche di qui il favore con cui è stata accolta la rinascita della band nel 2015, per una tournée europea e questo EP di quattro titoli uscito a fine giugno in formato CD ed LP. L’organico è straordinario: oltre al già citato Keita, abbiamo – tanto per fare qualche nome – Amadou Bagayoko et Ousmane Kouyate alla chitarra, Cheikh Tidiane Seck et Idrissa Soumaoro alle tastiere, Sékou Diabaté al basso. E la musica non è da meno: fresca, trascinante, coinvolgente come nei primissimi anni ’70. Infine c’è un risvolto umanitario che non ci sentiamo di trascurare: Salif Keita è un albino e gli albini in Africa sono fortemente discriminati; lui ce l’ha fatta, ma per aiutare gli albini in Mali, è stata creta la fondazione “Salif Nantenin Keita” cui andranno i proventi ricavati dalla vendita dell’album.

The David Benoit Trio – “Believe” – Concord 37154
BelieveA chi predilige la musica d’avanguardia e/o improvvisata, poco o nulla dirà l’ascolto di questo album che invece presenta notevoli motivi di interesse per chi ama un jazz più tradizionale. In primo luogo la bontà degli esecutori. Il pianista, compositore e arrangiatore David Benoit si è conquistata negli anni una solida reputazione che gli ha fruttato per ben tre volte la nomination ai Grammy: nel 1989 per Best Contemporary Jazz Performance – Every Step Of The Way; nel 1996 per Best Large Jazz Ensemble Performance – GRP All_Star Big Band; nel 2000 per Best Instrumental Composition – Dad’s Room from Professional Dreamer. Identico discorso per la vocalist Jane Monheit anch’essa insignita di due nomination ai Grammy: nel 2003 , per Best Instrumental Arrangement Accompanying Vocalist(s)- “Since You’ve Asked” e nel 2005 per Best Instrumental Arrangement Accompanying Vocalist(s) – “Dancing in the Dark” , per non parlare della vittoria – nell’ormai lontano 1998 – alla Thelonious Monk International Vocalist Competition. I due avevano già collaborato pochi mesi or sono incidendo il cd ‘2 in Love’ dedicato alla voce e si sono ritrovati per questo disco che, pur nascendo con l’etichetta di ‘album natalizio’ in effetti è perfettamente fruibile in ogni stagione dell’anno. I due sono accompagnati dall’eccellente flautista Tim Weisberg e da una sezione ritmica di assoluta eccellenza composta da Jamey Tate alla batteria e David Hughes al basso cui si aggiunge in alcuni brani un’eccellenza della musica corale, l’ All-American Boys Chorus diretto da Wesley Martin. Come si accennava, il gruppo affronta un repertorio di canzoni natalizie che gli appassionati di jazz gradiranno certamente… anche perché tra queste figura la celebre “My Favorite Things” arrangiata dal trio e dalla vocalist. A questo punto è opportuno sottolineare ancora la levità, la delicatezza con cui i musicisti affrontano un repertorio facile se si vuol produrre semplicemente della buona musica d’ascolto, assai difficile se si pretende qualcosa di più. E crediamo che sia proprio questo il caso di David Benoit e Jane Monheit.

Chick Corea & Bela Flech – “Two” – Stretch Records 37992 02
twoPersonaggio complesso, immaginifico, visionario, Chick Corea sta attraversando molte stagioni del jazz lasciando sempre un’impronta ben visibile della sua arte. Egli appartiene a quella schiera di artisti che mai riposa sugli allori tentando sempre nuove vie, sperimentando continuamente contesti diversi, sonorità inusuali. E’ in quest’ambito che si iscrive la sua collaborazione con il banjoista Bela Fleck che oramai data da lunga pezza. In particolare Corea fu invitato da Bela Flech dapprima a suonare in tre brani nell’album “Tales From The Acoustic Planet” inciso con i Flecktones nel ’94 e quindi ad essere presente in altri tre brani nel doppio “Live art” pubblicato nel ’96. Dal canto suo Corea ricambiò la cortesia invitando il banjoista come ospite d’onore nel DVD “Rendezvous in New York” del 2005. Di qui una fertile collaborazione declinata attraverso varie tournées in duo e la realizzazione dell’album “The Enchantment” nel 2007 che ottenne grandi consensi tanto da guadagnarsi il sesto posto nella classifica di Billboard dei Top Jazz albums mentre Fleck riceveva una nomination al Grammy award per “Spectacle” nella categoria “Migliore composizione strumentale”. E non c’è dubbio che anche questo “Two” ottenga gli stessi favori di pubblico e di critica. I due CD contengono quattordici brani , di cui cinque scritti da Corea e sei da Fleck, cui si aggiungono il celeberrimo “Brazil” di Barroso & Russell presentato in versione tanto originale quanto convincente, “Bugle Call Rag” di Pettis, Meyers, Schoebel e “Prelude en Berceuse” di Henri Dutilleux compositore francese venuto meno nel 2013. Brani che provengono tutti dagli spettacoli che i due hanno portato in giro per il mondo negli ultimi sette anni. Quindi registrazioni live che ,come facilmente intuibile da quanto sopra detto, evidenziano la perfetta intesa tra i due: Chick e Bela sanno benissimo come rapportarsi, quando prendere l’iniziativa e quando lasciarla al compagno, in un gioco di rimandi che non conosce attimi di stanca. La loro comunicazione va al di là del fatto squisitamente musicale articolandosi anche su un piano molto più intimo tanto da toccare chi li ascolta con attenzione e partecipazione.

Bill Frisell – “When You Wish Upon a Star” – Okeh 88751
When you vishPersonalità complessa come quella del già citato Chick Corea, anche Bill Frisell è artista che non disdegna le sfide misurandosi su terreni non proprio facili. E’ il caso di questo album in cui Frisell affronta un repertorio tratto da film e dalla TV che sarebbe potuto risultare banale se non fosse stato illuminato dai lampi di classe di questo chitarrista. Frisell ci riporta ad un periodo non troppo lontano in cui James Bond imperversava sul grande schermo e i programmi televisivi si mantenevano ancora su standard accettabili; di qui una sorta di viaggio onirico in un passato ancora presente – ci si consenta l’ossimoro – in cui vengono rivisitati brani che ben conosciamo. Ecco quindi organizzati in forma di suite “To Kill A Mockinbird” di Elmer Bernstein, “Psycho” di Bernard Herrmann, “Once Upon a Time in the West” di Morricone, “The Godfather” di Nino Rota… e poi altri classici tratti e da film (“When You Wish Upon a Star” una canzone contenuta nel film Pinocchio, con testo di Ned Washington e musica di Leigh Harline, “Moon River” di Henry Mancini e Johny Mercer, “The Shadow of Your Smile” di Heywood, Mandel e Webster da “Castelli di sabbia”, “You Only Live Twice” di John Barry dal celebre “Goldfinger”, “The Bad and the Beautiful” scritto da David Raksin da “Il bruto e la bella” di Minnelli) e da serie televisive (“Bonanza” di Livingston-Evans, “Happy Trails” di Dale Evans) il tutto completato da un eccellente original di Frisell “Tales From The Far Side”. Come si accennava in apertura, Frisell affronta questi brani in modo assolutamente originale rivitalizzando il mistero insito in questa musica che oramai fa parte del patrimonio collettivo. In particolare Frisell e Kang dialogano mantenendo un grande equilibrio tra parte scritta e improvvisazione con Royston e Morgan che supportano il tutto con grande levità. Dal canto suo Petra Haden, pur non essendo un’interprete jazz, si presta assai bene all’intento narrativo del leader.

Ahmad Jamal – “Live in Marciac” – Jazzbook Records – CD + DVD 570078.79
lIVE IN mARCIACRecensire un album del genere è impresa quanto mai difficile: cosa, infatti, si può aggiungere che già non si sappia dell’arte di Ahmad Jamal? Praticamente nulla . Né, a memoria, ricordo un solo album del pianista che non sia stato all’altezza della situazione. E anche questo doppio (CD+DVD) non fa eccezione alla regola. L’ottuagenario pianista di Pittsburgh è registrato durante un concerto svolto a Marciac il 5 agosto del 2014 accompagnato dal bassista Reginald Veal, dal percussionista Manolo Badrena e dal batterista Herlin Riley. Il repertorio è lo stesso del concerto di Londra pochi mesi prima, vale a dire alcuni classici dello stesso Jamal e due standards con l’aggiunta, nell’occasione , di altri due pezzi “Silver” sempre di Ahmad e “Strollin’” di Horace Silver presentati proprio per omaggiare Silver venuto meno proprio pochi mesi prima del concerto di Marciac il 18 giugno del 2014. Quasi inutile aggiungere che Jamal nulla ha perso dell’originaria classe. Il suo pianismo è sorretto da grande tecnica, da un groove incessante e soprattutto dalla personalissima capacità di passare con grande disinvoltura da atmosfere raccolte e intimiste a brani caratterizzati da una forte carica ritmica, mantenendo intatta la sua cifra stilistica. Così, ad esempio, dal clima latineggiante di “Sunday Afternoon” eccoci trasportati nel delicato lirismo, in alcuni passaggi, di “The Gipsy”, per transitare successivamente allo spumeggiante swing di “Strollin”… fino al ben noto “Blue Moon” tutto giocato su un tempo veloce ottimamente sostenuto dai partners del pianista. E al riguardo non si può non evidenziare e l’affiatamento fra i quattro e il valore dei singoli che hanno avuto tutti la possibilità di porsi in primo piano, con uno strepitoso Reginald Veal spesso impegnato ad introdurre i brani sia da solo sia in trio con batteria e percussioni.

Stacey Kent – “Tenderly” – Okeh – Sony Music
TenderlyUna splendida voce, un’interpretazione intensa ma sempre ben calibrata, arrangiamenti raffinati, un repertorio che pesca a piene mani nel classico songbook americano: questa, in estrema sintesi, la carta d’identità dell’album in oggetto assolutamente sconsigliabile per quanti cercano la sperimentazione ad ogni costo. La vocalist si muove, infatti, in un contesto jazzisticamente canonico, potendo contare sulla collaborazione di eccellenti strumentisti quali Jim Tomlinson (suo compagno nella vita oltre che nell’arte), al sax tenore e flauto, il bassista Jeremy Brown e soprattutto il celebre chitarrista, compositore e produttore Roberto Menescal, a ben ragione considerato oramai da molti anni una delle personalità più importanti della scena musicale brasiliana. Nonostante Kent e Menescal appartengano a due generazioni diverse e abbiano background non assimilabili, sono tuttavia legati da un idem sentire musicale assolutamente straordinario. In effetti come la Kent era rimasta sin da piccola affascinata dalla musica brasiliana e dalla bossa nova, così Menescal aveva trovato in Julie London e in Barney Kessel una delle prime fonti di ispirazione. Sulla base di questi comuni amori per il jazz e la bossa nova, la loro reciproca stima si era già in qualche modo concretizzata nel 2013 quando il chitarrista aveva partecipato alla realizzazione dell’album “The Changing Lights” della Kent sonando in due brani, “O Barquinho” una composizione dello stesso Menescal e un original di Jim Tomlinson/Antonio Ladeira “A Tarde”. Visto il buon esito dell’operazione, i due hanno deciso di rincontrarsi per una collaborazione più estesa, che ha trovato un’esauriente esplicazione nelle dodici registrazioni contenute nell’album . Alle prese, come si accennava, con una serie di standard (cui si aggiunge “Agarradinhos” di Roberto Menescal e Rosalia De Souza) è stato quasi naturale trovare un terreno d’intesa nella modalità di approccio al materiale tematico quasi minimalista, con la voce di Stacey non particolarmente estesa ma sempre calda, suadente, a tratti emozionante, mai comunque sopra le righe, con la chitarra di Menescal a sottolineare ogni passaggio, ad evidenziare ogni più piccola sfumatura, con Brown e Tomlinson ad assecondare i preziosi arrangiamenti di Menescal tanto da non far minimante avvertire la mancanza della batteria. (altro…)

I NOSTRI CD. BUON ANNO Con la musica italiana

I NOSTRI CD

Stefano Battaglia – “In The Morning” – ECM 2429
inthemorningCe l’aveva annunciato nel podcast pubblicato a giugno del 2013, ed ecco quindi l’album dedicato alle musiche di Alec Wilder , compositore, afferma esplicitamente Battaglia, “che, così come Gershwin, teneva il piede in diverse scarpe – musica popolare, musica colta, canzone di Broadway, di Hollywood, le arts song come le aveva catalogato lui – ma per ragioni a me misteriose è un autore quasi del tutto ineseguito, ci sono solo un vecchio disco di Marian McPartland , un doppio degli anni ’60, un vecchio album di Frank Sinatra che fa tutte canzoni di Wilder”. Con “In The Mornong”, sesto album per la ECM, il pianista colma questa lacuna con una prestazione che non esiteremo a definire superlativa: assieme ai suoi abituali partners, Salvatore Maiore al contrabbasso e Roberto Dani alla batteria, Battaglia è registrato dal vivo nell’aprile del 2014 al Teatro Vittoria di Torino. Ed ecco un Battaglia che non ti aspetti, un artista completamente concentrato sull’aspetto melodico delle composizioni di Wilder. Di qui una serie di interpretazioni che scavano a fondo nelle pieghe dei sette brani presentati, cercando di estrarne tutto il potenziale melodico, armonico, ritmico sì da far rivivere, al meglio, le composizioni di Wilder. Ad un ascolto superficiale, disattento potrebbe apparire carente l’aspetto ritmico ed invece la carica ritmica è li, che viaggia quasi in sottofondo ma che caratterizza ogni singolo brano grazie alla squisita fattura del tappeto intessuto da Maiore e Dani . Dal canto suo Stefano Battaglia si conferma quel grande artista che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni, un artista mai pago dei risultati raggiunti, che ama mettersi in gioco, differenziarsi pur restando sempre a livelli di assoluta eccellenza. E questo grazie ad una preparazione tecnica ineccepibile che gli consente una modalità di tocco straordinaria, ma soprattutto grazie ad una squisita sensibilità che l’accompagna in ogni impresa.

Francesco Bearzatti Tinissima 4ET – “This Machine Kills Fascists” – Cam Jazz 7893-2
ThisMachineKillsFascists-coverBearzatti non è certo nuovo a concepire e realizzare ‘album con dedica’, tendenza che altre volte non avevamo particolarmente apprezzato in quanto ci sfuggiva il nesso tra il titolo e la musica contenuta nell’album. Questa volta invece il nesso c’è e ben evidente. L’album è dedicato a Woody Guthrie personaggio di fondamentale importanza nella storia della musica statunitense: Woody fu infatti tra i primi a mettere in musica le angosce dell’America della Grande Depressione, le lotte sindacali, le speranze legate al New Deal segnando un punto di non ritorno: non è un caso che a lui si siano ispirati molti grandi artisti come, tanto per fare qualche nome, Bob Dylan, Joan Baez e Bruce Springsteen. Come si accennava, ad omaggiare cotanto artista è l’oramai ben noto Tinissima 4ET ovvero Bearzatti sassofono e clarinetto, Giovanni Falzone alla tromba, Danilo Gallo al basso elettrico e al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria cui si aggiunge in “One for Sacco e Vanzetti” la voce di Petra Magoni. I brani sono tutti di Bearzatti eccezion fatta per il pezzo di chiusura , “This Land Is Your Land” scritto dallo stesso Guthrie. Intendiamoci, non si tratta di una pedissequa rilettura della musica di Guthrie, quanto di una intelligente e coraggiosa operazione tendente a ricreare quelle atmosfere attraverso cui si possa in qualche modo ritrovare lo spirito del grande cantautore e attivista politico. Tratti direttamente dalla vita artistica di Guthrie ci sono, quindi, soltanto il titolo del disco (ovvero la frase scritta sulla sua chitarra) e il già citato “This Land Is Your Land”. Di qui una sorta di viaggio imbastito da Bearzatti che partendo dal paese natale di Guthrie, Okemah in Oklahoma ci porta fino all’opera forse più emblematica dell’intellettuale Americano – “ This land is your land, this land is my land / From California to the New York Island/ From the Redwood Forest to the Gulf Stream waters / This land was made for you and me” frasi che illustrano al meglio le concezioni politiche e sociali dell’artista. La musica composta da Bearzatti si attaglia perfettamente alle tematiche che si volevano illustrare, con un andamento che , dopo un inizio pacato, diventa sempre più trascinante grazie ad un mix di jazz, blues , folk e rock che, ne siamo sicuri, coinvolgerà l’ascoltatore così come ha coinvolto il vostro recensore.

Maurizio Brunod, Garrison Fewell – “Unbroken Circuit” – Caligola 2199
Unbroken CircuitUn duo costituito da chitarristi, anche se in realtà multi-strumentisti, non è facile da incontrare per cui ben venga questo album che presenta due artisti di assoluto livello quali Maurizio Brunod (classe 1968) e l’americano Garrison Fewell, recentemente scomparso, ambedue non certo nuovi ad esperienze di duo. In particolare Garrison, vero e proprio punto di riferimento per tutti i chitarristi grazie alla sua attività didattica, ha formato un duo molto apprezzato con il pianista Alex Ulanowsky (ex direttore del dipartimento di Armonia del Berklee e autore dei libri di testo di armonia del Berklee), mentre Brunod si è già fatto apprezzare con Stefano Bollani, con Claudio Lodati, con Giovanni Palombo… per non parlare dell’album “Duets” in cui dialoga alternativamente con il bandoneon di Daniele di Bonaventura, il basso di Danilo Gallo, la marimba di Massimo Barbiero, i fiati di Achille Succi e il contrabbasso di Miroslav Vitous. In questo “Unbroken Circuit” i due sono impegnati su sette brani di cui due a firma di Fewell mentre gli altri cinque, per quanto attribuiti ad ambedue, sono in realtà improvvisazioni totali. Di qui un continuo cangiare di atmosfere, ora coinvolgenti, ora evocative, ora più aspre al limite del respingente con la prevalenza del rumorismo , in cui si avvertono echi di musiche altre, quelle stesse musiche che ovviamente costituiscono il portato di questi due artisti. Ed è proprio questo il pregio dell’album: i due si confrontano, cercano… e trovano un dialogo fitto, compiuto senza alcunché perdere della loro identità per cui l’italiano mantiene la sua “melodicità” se ci si passa il termine, mentre l’americano è sempre incline alle dissonanze, ad un fraseggio più lineare. Ultima notazione: l’album è corredato da un bel libretto con le foto di due grandi appassionati di jazz, Luca D’agostino (di cui vi abbiamo di recente segnalato il volume dedicato ai 25 anni di Udin&jazz) e Luciano Rossetti.

Francesco Cafiso – “3” – Alfredo LoFaro Produzioni
francesco-cafiso_3_copertina_allmusicitaliaSpettacolosa realizzazione discografica di Francesco Cafiso: un box contenente tre album , “Contemplation”, “La banda” “20 cents per note” . Il cofanetto è disponibile nelle due versioni “Box edition” (tre dischi e un flyer con i link per scaricare video, foto e registrazioni live dell’artista) e “Special edition” autografata (contenente, oltre ai tre album e al flyer, un’originale chiavetta USB con gli spartiti e le basi minus one di tutti i brani, un esclusivo booklet e un voucher “Ospiti d’onore” per un ingresso gratuito ad uno dei concerti 2015-2016). Prodotto da Alfredo Lo Faro per Made in Sicily (edito da Made in Sicily di Eleonora Abbruzzo, distribuito da Artist First), il progetto “3” ha visto Francesco Cafiso impegnato in studio in Italia, a Londra, New York e Los Angeles per ben tre anni, e ha coinvolto molti artisti tra cui 33 membri della prestigiosa London Symphony Orchestra, oltre ai siciliani Mauro Schiavone e Giuseppe Vasapolli (autore della sigla degli Mtv Awards 2013), che hanno affiancato il sassofonista negli arrangiamenti dei brani. Ovviamente, per ciò che ci interessa in questa sede, la bellezza editoriale del progetto poco o nulla significherebbe se non fosse accompagnata dalla valenza della musica che invece c’è, eccome! In effetti Cafiso, oltre che sassofonista oramai di levatura internazionale, si dimostra arrangiatore, orchestratore e compositore di vaglia dal momento che tutti i brani registrati sono frutto della sua fervida inventiva. E, come egli stesso afferma, ben illustrano i diversi aspetti della sua variegata personalità: “la mia spiritualità, il legame con la mia terra, l’indole jazzistica che non mi abbandona mai.” Il primo album,”Contemplation” si fa apprezzare innanzitutto per la qualità delle composizioni: nove brani organizzati in forma di suite con cui Cafiso ha inteso mettere in note il suo pensiero circa la “capacità di non vedere la morte come la fine di qualcosa, ma come l’inizio di qualcos’altro” per cui la musica ha un andamento descrittivo circolare in cui inizio e fine risultano speculari. Il tutto impreziosito dal raffinato impasto timbrico determinato sia dai 33 membri della London Symphony Orchestra sia dai partners di caratura internazionale scelti da Cafiso per affiancare se stesso e il pianista Mauro Schiavone, vale a dire Linda Oh al contrabbasso, Marcus Gilmore alla batteria e Alex Acuña alle percussioni.
Anche nel secondo CD , “La banda”, le composizioni si fanno apprezzare per la loro valenza, in questo caso evidenziata dalla riconoscibilità della linea melodica. E’ il tentativo, ben riuscito di collegare il jazz al sound bandistico e delle marching band, e attraverso di esso alla Sicilia terra in cui la tradizione bandistica è molto forte. E qui il legame con l’intento di Pino Minafra – di cui abbiamo parlato in questa stessa sede – di dare dignità e valore culturale alle bande appare fin troppo evidente nella consapevolezza che tutto il Sud ha qualcosa da dire nel contesto culturale del Paese.
Il terzo album, “20 cents per note”, per ammissione dello stesso Cafiso, è il più jazzistico dei tre; qui ascoltiamo un Cafiso maturo come forse mai in precedenza, un artista che perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi, non si lascia tentare dal virtuosismo ma accarezza ogni singola nota , ogni singolo passaggio.
Ma francamente se ci chiedeste quale dei tre album è migliore, non sapremmo cosa rispondere… se non che tutti e tre meritano la vostra attenzione.

Marco Castelli – “Porti di mare” – Caligola 2196
Porti di mareConoscevamo già bene Marco Castelli per la sua conduzione della BandOrkestra, formazione che ci ha sempre entusiasmato per l’originalità e la freschezza della proposta, valutazioni espresse chiaramente quando ci siam trovati a recensire album della band. Con questo nuovo CD Castelli conferma di essere musicista di vaglia, sassofonista, compositore e arrangiatore che nulla ha da invidiare a personaggi anche più noti. Ben coadiuvato da Alfonso Santimone (piano), Edu Hebling (contrabbasso), Mauro Beggio (batteria) e Andrea Ruggeri (percussioni e batteria), Marco Castelli ci conduce attraverso un viaggio in otto tappe che partendo da “Zanzibar” arriva fino ai “Vespri Siciliani” di Giuseppe Verdi. Otto brani di cui la metà dovuti alla sua penna , brani che nascono dalle impressioni stimolate dal frequente viaggiare in più di 40 Paesi tra Asia, Africa, Americhe e naturalmente Europa, il che , spiega lo stesso Castelli nelle note che accompagnano l’album, comporta una relazione con spazi e atmosfere diverse da quelle abituali. Di qui un repertorio eclettico che rispecchia appieno il titolo: alle atmosfere africane sono riconducibili i tre brani originali ed inediti, vale a dire “Dakar”, “Zanzibar” e “Xela”, mentre all’America Latina si rifanno la bellissima “Alfonsina y el Mar” dell’argentino Ariel Ramirez e, “El Ciego” del messicano Armando Manzanero; un riferimento al rock con “Jockey Full of Bourbon” di Tom Waits e poi l’omaggio ad un grande del jazz quale Jelly Roll Morton e quell’original “Scorribanda” che avevamo già avuto modo di apprezzare nell’ultimo album della BandOrkestra, per chiudere con l’accennata rivisitazione di “Mercè Dilette Amiche” tratta da “I Vespri Siciliani”. Difficile segnalare un brano in particolare anche se, personalmente, ci ha colpiti l’interpretazione di “Alfonsina y el Mar”.

Colombo- Erskine-Oleskiewicz – “Trio Grande” – Crocevia di suoni
Il jazz non conosce confini: è forse questo il contenuto principale di questo album registrato a Los Angeles il 25 e 26 settembre del 2104 e che a nostro avviso rappresenta l’opera migliore finora prodotta dal pianista milanese (classe 1961). Colombo, accompagnato nell’occasione da due stelle di primaria grandezza quali Peter Erskine alla batteria e il polacco Darek Oleskiewicz al contrabbasso, ci offre un saggio delle sue capacità sia compositive sia esecutive. Così l’album si snoda attraverso nove composizioni originali di Colombo (di cui alcune già pubblicate, altre inedite) in cui si avverte chiaramente la sapienza musicale del compositore che conosce assai bene la musica classica e in particolare l’arte del contrappunto, elemento caratterizzante molte parti dell’album. Così non a caso il CD si apre con “Anna Magdalena”, un brano dedicato alla moglie di Bach in cui Colombo coniuga la conoscenza bachiana con un linguaggio prettamente jazzistico… o forse sarebbe più opportuno dire con quel linguaggio così particolare che Colombo si è costruito negli anni e che è il frutto , il compendio , per usare le stesse parole del pianista, “ di tutto quello che hai ascoltato”. Quindi riferimenti, come già detto, alla musica colta… ma anche al flamenco, al bop (“Bah And Boh”), al funky, …e non mancano il ricorso ad un’improvvisazione prettamente jazzistica (“Trio Grande”) e due splendide ballad quali “Jane” in cui si può apprezzare e la maestria di Erskine alle spazzole e la capacità di Oleskiewicz di cesellare suadenti linee melodiche, e la conclusiva “Una ragione in più” caratterizzata da un dolce malinconico andamento. Se Colombo si conferma eccellente pianista, occorre sottolineare anche il ruolo dei suoi partners. Superlativo, come sempre, Peter Erskine il cui drumming contrappuntistico costituisce una delle punte di diamante dell’intero album: lo si ascolti con particolare attenzione in “La mia spalla sinistra”. Dal canto suo Darek Oleskiewicz evidenzia grande versatilità e musicalità sia nella parti in assolo sia nell’accompagnamento che sa fornire ai compagni.

Filippo Cosentino – “L’Astronauta” – ERL 1506
l'astronautaEcco l’ultimo lavoro di un chitarrista di cui non era difficile prevedere una prestigiosa carriera. In effetti dopo “Lanes” (2010) e “Human Being” (2013) questo terzo CD conferma appieno le ottime impressioni che avevamo avuto ascoltando i citati album. Cosentino si ripresenta alla testa di un quartetto di lusso con Antonio Zambrini al pianoforte, Jesper Bodilsen al contrabbasso e Andrea Marcelli alla batteria e certifica – se ci si consente il termine – di essere artista oramai maturo, perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi e soprattutto in grado di prefissarsi un risultato e di raggiungerlo. Così abbiamo ritrovato quella predilezione per linee melodiche lunghe e coinvolgenti che aveva caratterizzato le precedenti opere e soprattutto quell’ampiezza dell’universo sonoro cui il chitarrista fa esplicito riferimento e che resta una delle chiavi di volta del suo stile. In effetti, come dichiarato dallo stesso Cosentino, nello scrivere musica egli evoca colori, “gusti, odori, immagini che hanno fatto e fanno parte dei miei interessi culturali e così, avendo avuto la fortuna di frequentare i repertori di svariati generi musicali – jazz, pop, rock, blues- non devo per forza ragionare a compartimenti stagni”. Di qui una musica estremamente variegata che si snoda attraverso le invenzioni melodiche del chitarrista passando da composizioni con chiare influenze medio-orientali (“Mediterranean Clouds”) a ballads con suadenti melodie (“Inside the blue”, “L’astronauta”, e “Seven Days) nel solco della musica jazz europea, a pezzi come “Nessie” di cui lo stesso Cosentino esplicita l’influenza americana ma non mainstream, fino a composizioni con una certa impronta free (“More than times” e “Momento”), quest’ultima scritta da tutto il quartetto. Il tutto eseguito da un combo che si intende alla perfezione grazie anche alla maestria di Zambrini, Bodilsen e Marcelli che non scopriamo certo oggi come eccellenti jazzisti.

Rosario Di Rosa Trio – “Pop Corn Reflections” – NAU 2015
popcornreflectionsMusica non omogenea ma di sicuro interesse quella presentata dal trio del pianista Rosario Di Rosa con Paolo Dassi al contrabbasso e Riccardo Tosi alla batteria. Musica non omogenea, si diceva: in effetti l’album, attraverso nove brani originali, presenta un andamento altalenante che costituisce, paradossalmente, un pregio anziché un difetto in quanto evidenzia come il trio sappia ben adattarsi a diverse atmosfere. L’album inizia, dunque, con il gruppo che sembra assolutamente lontano da qualsivoglia riferimento melodico; i tre seguono altre piste, si interessano d’altro, si interessano di creare particolari effetti timbrici – grazie anche ad un uso parco e sapiente dell’elettronica – , di sviluppare il discorso partendo da micro-cellule soprattutto ritmiche, e di inserire il tutto in un contesto fortemente percussivo in cui anche il pianoforte viene utilizzato coerentemente all’obiettivo. Poi , dopo qualche brano, si scopre che il trio è anche capace di disegnare, seppure non in modo esplicito, belle linee melodiche che attraggono l’ascoltatore . Così si procede per qualche minuto…ma quando si ha la sensazione che l’atmosfera sia decisamente cambiata, ecco un’altra virata e il ritorno ad una musica più dura, spigolosa, ancora una volta fortemente percussiva: insomma un universo sonoro magistralmente disegnato dal pianista siciliano che dimostra di aver assimilato tanto bene
gli insegnamenti di Steve Reich e di Arnold Schönberg sì da ricreare un linguaggio del tutto personale ed affascinante. (altro…)

Claudio Lo Cascio. Il padre del jazz-folk

Foto_ClaudioIMG_2191

In qualsivoglia branca artistica il titolo di “Padre nobile” non lo si concede, certo, con facilità; ma nel campo del jazz made in Italy, e ancor più propriamente del jazz siciliano, tale titolo spetta di diritto a Claudio Lo Cascio. Pianista, compositore, arrangiatore, didatta, organizzatore, l’artista palermitano può vantare una serie di primati difficilmente eguagliabili: è il primo in Italia, nel 1958 a tenere a Palermo ,in un Conservatorio di Musica, due concerti di jazz; a partire dal 1961, unico in Europa, enuncia una teoria che all’inizio viene quasi derisa per essere, poi, nei decenni successivi, accolta universalmente vale a dire la possibilità di utilizzare in chiave jazzistica temi del folklore musicale italiano ed europeo (folk-jazz) dandone una eloquente dimostrazione nel disco OLEODOTTI A SUD EST registrato in quintetto nel 1975; nel 1962 è ancora tra i primissimi nel nostro Paese a realizzare un’esperienza di third stream music col “New Jazz Quartet” assieme ai solisti dell'”Orchestra Sinfonica dell’EAOSS”; nel 1976 un’esperienza importantissima per tutto il mondo del jazz non solo siculo, purtroppo naufragata per l’insipienza dei politici: recupera una delle più antiche ville del ‘700 palermitano, Villa Pantelleria, che fino al 1990 diventa la sede del “Centro Django Reinhardt”, un centro culturale interdisciplinare in cui il jazz ha una collocazione assolutamente paritaria con la musica sinfonica, lirica, elettronica e folk….una sorta di quei cantieri culturali che sarebbero sorti successivamente; nell’ottobre del 1991 riceve la cittadinanza onoraria di New Orleans.
Lo abbiamo intervistato incontrando un uomo, un artista ancora fortemente legato alle vicende del suo universo musicale, un uomo che non le manda certo a dire.

-Lei è stato protagonista attivo della scena jazzistica italiana, e siciliana in particolare, per un lungo lasso di tempo. Da questo suo osservatorio privilegiato, come valuta l’evoluzione del jazz in Italia? Ha rispettato le sue aspettative o si attendeva qualcosa d’altro?
Dopo il fenomeno del free, ritengo che il jazz sia morto avendo esaurito la spinta propulsiva che aveva prodotto per circa un secolo l’evoluzione di questo particolarissimo linguaggio con il cambiamento dei vari stili: New Orleans, Dixieland, Chicago, New York, Swing, Be-Bop, Cool, Hard-bop etc… (altro…)

Alfredo Rodriguez e Dhafer Youssef al Roma Jazz Festival

Alfredo rodriguez1 copia

Funambolico e trascinante: questi gli aggettivi che mi vengono in mente dopo aver ascoltato martedì 17 novembre, in occasione del Roma Jazz Festival, il trio di Alfredo Rodriguez completato da Reiner Ruano al contrabasso e Michael Oliveira batteria, per la prima volta nel nostro Paese.
Alfredo Rodríguez (classe 1985) è un talentuoso pianista cubano, che prosegue degnamente la tradizione dei grandi, grandissimi pianisti cubani tra cui, in questa sede, basti ricordare Gonzalo Rubalcaba.
Formatosi nel prestigioso conservatorio “Manuel Saumell” de L’Avana, Rodriguez è stato scoperto nel 2006 al Montreux Jazz Festival da Quincy Jones che l’ha accompagnato nella sua crescita artistica; nel 2009 si è trasferito negli States dove è proseguita la collaborazione con Quincy Jones che gli ha prodotto , nel 2012, il primo album “Sounds of space”, cui ha fatto seguito nel 2014 “The Invasion Parade” ambedue per la “Mack Avenue Records”. In pochissimi anni Rodriguez è così riuscito ad imporsi alla generale attenzione grazie ad alcune prestigiose collaborazioni e alle performances in alcuni dei più grandi festival internazionali insieme a vere proprie leggende del jazz come Wayne Shorter, Herbie Hancock e McCoy Tyner.
E il perché di tanto successo è stato facile capirlo ascoltandolo nella Capitale: il suo è un pianismo ricco, spumeggiante, mai banale in cui si possono ascoltare echi provenienti dai grandi della tastiera quali Bill Evans, Jeitk Jarrett, Thelonious Monk… ma in cui è altresì assai facile scorgere le profonde influenze della musica cubana e in special modo di Chucho Valdes. Il tutto amalgamato e filtrato attraverso la sua specifica sensibilità sì da giungere ad uno stile del tutto personale caratterizzato da un uso frequente delle due mani all’unisono, dal frequente utilizzo di tutte le ottave dello strumento, da frequenti cambi di ritmo, da linee melodiche alle volte sghembe ma sempre affascinanti, da spessi clusters… mentre dal punto divista compositivo i suoi brani appaiono ben strutturati, contrassegnati alle volte da una ipnotica ripetitività di piccoli nuclei tematici . Da non trascurare, infine, la grande originalità nell’arrangiare brani altrui, elemento che abbiamo particolarmente ammirato nella riproposizione di due celeberrimi brani quali “Quizás, Quizás, Quizás” scritto dal musicista cubano Osvaldo Farrés nel 1947, e “Guantanamera”, resa famosa dal cantante e compositore cubano Joseíto Fernández a partire dalla fine degli anni ’40.
Insomma un gran bel concerto: peccato che, probabilmente anche a causa delle targhe alterne, non ci fosse un pubblico molto numeroso. (altro…)