I nostri CD. Dal minimalismo di Bärtsch alla fusion degli Yellow Jackets

a proposito di jazz - i nostri cd

Nik Bärtsch’s Mobile – “Continuum” – ECM 2464
ContinuumProva impegnativa questa del pianista svizzero Nik Bärtsch alla testa del suo gruppo “Mobile” con Sha clarinetto basso e clarinetto contrabbasso, Kaspar Rast e Nicolas Stocker batteria e percussioni, e il quintetto d’archi Extended costituito da Etienne Abelin e Ola Sendecki violini, David Schnee viola, Solme Hong e Ambrosius Huber cello. E già dall’organico si capisce abbastanza bene in quale orbita si muova il gruppo: una ricerca che cerca di coniugare il jazz da un lato con la musica colta contemporanea europea, dall’altro con il minimalismo di marca statunitense. In effetti Nik Bärtsch può vantare approfonditi studi di Conservatorio, anche se, ad onor del vero, in questo “Continuum” l’influenza predominante sembra essere quella del minimalismo americano. Di qui una musica incentrata sovente sulla reiterazione di minuscole celle melodiche che mutano pelle in modo quasi impercettibile. Il tutto sorretto da un robusto impianto ritmico che dimostra come Nik conosca assai bene anche il linguaggio jazzistico. Elemento, questo, che si riscontra anche nel brano conclusivo, “Modul 8_11”, che a tratti – ma solo a tratti – sembra quasi virare verso un andamento ritmico funky, Di impronta più nettamente cameristica sono, invece, “Modul 12”, “Modul 18” e “Modul 60” ; “Modul 44” – il brano più lungo dell’ album – è introdotto da un bel gioco di spazzole per poi svilupparsi su un ostinato eseguito dal pianoforte mentre in “Modul4” il gruppo insiste troppo sulla riproposizione del medesimo gruppo di note. Tra gli esecutori, oltre il leader, una nota particolare la merita Sha, compositore, sassofonista e clarinettista ; classe 1983, Sha ha studiato presso la Jazz School di Lucerna avendo come insegnanti Don Li, Sujay Bobade , Bänz Oester e lo stesso Nik Bärtsch; in questo album suonando con perizia il clarinetto basso, non ha minimamente fatto rimpiangere l’assenza del contrabbasso. Insomma un album ben costruito, ben studiato e altrettanto ben suonato… anche se alle volte il gioco della reiterazione può indurre nell’ascoltatore una certa stanchezza, cosa che andrebbe assolutamente evitata.

Carla Bley – “Andando el Tiempo” – ECM 2487
Andando El TiempoDi recente ci siamo occupati degli ottanta anni di questa straordinaria e geniale artista che torna a stupire il mondo del jazz con questa sua ultima produzione. Coadiuvata da
Andy Sheppard al sax tenore e soprano e dal compagno di vita e di musica Steve Swallow al basso, Carla evidenzia ancora una volta quanto sia ampia la sua capacità compositiva e come sia ancora fresco ed entusiasmante il suo pianismo. E la cosa , ad onor del vero, non stupisce più di tanto ove si tenga presente che i tre collaborano oramai da tanti anni nulla perdendo dell’originario entusiasmo, anzi aggiungendo sempre qualcosa in termini di empatia. Per averne conferma basta riascoltare “Trios” inciso qualche anno dalla stessa formazione e confrontarlo con questo “Andando el Tiempo”: i tre, se possibile, dimostrano di conoscersi ancora meglio e di saper dialogare su livelli di quasi perfezione, anche perché questa volta le composizioni sono tutte nuove. In effetti l’album ha una genesi particolare dal momento che la Bley ha scritto la musica rispondendo al preciso invito di Manfred Eicher , patron della ECM, di realizzare un disco che raccontasse una storia. Ecco quindi ‘Sin Fin’, ‘Potacion de Guaya’ e ‘Camino al Volver’ (i tre brani attraverso cui si articola la suite che da il titolo all’album) a fotografare il recupero dalla dipendenza dalle droghe di un amico della Bley. Di qui l’uso del ritmo di tango, come espressione di pathos, per evidenziare la caduta e la lotta. ‘Naked Bridges/Diving Brides’ è il regalo di nozze per il matrimonio di Andy Sheppard, influenzato – ammette la stessa Bley – dalla poesia di Paul Haines, librettista di Carla per opere precedenti tra cui ‘Escalator Over The Hill’, e dalla musica di Mendelssohn la cui marcia nuziale viene esplicitamente richiamata . Infine ‘Saints Alive!’ racconta la Bley – è ‘un’espressione usata da vecchie signore sedute sotto il portico nel fresco della sera, mentre si scambiano pettegolezzi particolarmente succosi’, clima reso perfettamente dal dialogo raffinato ed elegante tra Steve Swallow e dapprima il piano della Bley e successivamente il sax di Andy Sheppard. Ma, come si accennava in precedenza, è tutto l’album ad essere caratterizzato da questo dialogo fra i tre che producono un jazz da camera in cui il pianismo così misurato, quasi minimale si coniuga alla perfezione con il lirismo dei sassofoni di Sheppard mentre Swallow si incarica di cucire il tutto con l’enorme carica di swing, alle volte sotterranea ma sempre ben presente che scaturisce dal suo basso elettrico. Il tutto senza che minimamente si avverta la mancanza della batteria.

Wolfert Brederode Trio- “Black Ice” – ECM 2476
Black IceWolfert Brederode al piano, Gulli Gudmundsson al contrabbasso e Jasper van Hulten alla batteria sono i protagonisti di questo interessante album registrato nel luglio del 2015 all’Auditorium dello Studio RSI di Lugano. In effetti si tratta di un trio abbastanza atipico in quanto è costituito da due olandesi (il pianista-leader e il batterista) e un islandese (il contrabbassista); la collaborazione tra Brederode e Gudmundsson data oramai da molti anni passando dal free alla musica per teatro mentre l’innesto del batterista è piuttosto recente, non a caso “Black Ice” è il primo album inciso da questa formazione dopo i due precedenti CD in casa ECM registrati da un quartetto sempre guidato dal pianista ma comprendente Claudio Puntin (clarinetti), Mats Eilertsen (contrabbasso) e Samuel Rohrer (batteria). Quali le differenze tra i due contesti? A nostro avviso la formula del trio valorizza meglio le raffinatezze del pianismo di Wolfert, la sua capacità di delineare un’atmosfera facendo ricorso solo a poche note, il suo controllo della dinamica, il suo senso melodico ben supportato da una capacità di armonizzazione non comune, il suo tocco così delicato e deciso allo stesso tempo: non a caso ha conseguito i masters degree sia in piano classico sia in piano jazz al Royal Conservatory dell’Aia. Prima avevamo accennato alla lunga collaborazione tra Brederode e Gudmundsson e se ne ha l’ennesima dimostrazione già a partire dal brano d’apertura, “Elegia”, in cui il contrabbasso sottolinea al meglio le invenzioni melodiche di Wolfert mentre Jasper van Hult si dimostra innesto quanto mai felice riuscendo a trovare immediatamente una felice intesa con i compagni di viaggio. In repertorio 13 brani scritti da Brederode eccezion fatta per “Conclusion” di Gudmundsson, tutti intrisi di un profondo lirismo; difficile citarne qualcuno in particolare anche se particolarmente ci ha colpiti “Cocoon”, impreziosito da uno splendido assolo di Gulli Gudmundsson.

Greg Burk – Clean Spring” – SteepleChase 33124
clean-springStatunitense di nascita ma italiano (romano) d’adozione, Greg Burk è artista le cui doti, a nostro avviso, non sono state ancora valorizzate come meriterebbero. E che si tratti di un fior di musicista lo evidenzia a tutto tondo quest’album registrato dal vivo al Teatro Marchetti di Camerino per la prestigiosa SteepleChase nel marzo del 2015. Greg affronta la prova del piano-solo declinandola attraverso quattordici tracce tutte di sua composizione ad evidenziare anche una felice vena compositiva. Greg conosce a fondo lo strumento e lo utilizza in tutta la sua ampiezza con una perfetta indipendenza tra le due mani e un fraseggio fluido, scattante sorretto sempre da pertinenti armonizzazioni. Il tutto guidato da una forte idea di base: ricercare la modernità attraverso l’improvvisazione e la sperimentazione restando, però, in qualche modo ancorato alla tradizione. Di qui una ricerca affatto personale che lo ha portato ad ottenere quei brillanti risultati che si possono apprezzare in quest’ album. Ecco quindi l’omaggio contemporaneamente ad uno dei suoi grandi maestri e alla forma blues in “Blues For Yusef Lateef” mentre in altre tracce come, ad esempio, “A Simple Question” , “Four Reasons”, “Ionosphere” appare evidente la prevalenza dell’improvvisazione. La vena melodica emerge forte in brani quali “Solo una camminata”, “Serena”, “Amore trovato”, lo splendido “Tonos” mentre la title tracke è un delizioso bozzetto caratterizzato da una forte carica ritmica. “Escher Dance” è una sorta di enciclopedia di tecnica pianistica con una continua serie di variazioni tonali e con la mano destra di Burk che vola velocissima sulla tastiera. Il disco si chiude con “Not Forever” un brano di largo respiro in cui si ascolta, tra l’altro, una citazione di “NatureBoy”.

Danielsson, Neset, Lund – “Sun Blowing” – ACT 9821-2
sunblowingIl trio composto da sax tenore, basso e batteria non è certo una novità nel mondo del jazz ma è una formula sempre vincente soprattutto se ad interpretarla sono musicisti quali Marius Neset al sax tenore, Lars Danielsson al basso e Morten Lund alla batteria a costituire una sorta di internazionale scandinava essendo rispettivamente norvegese, svedese e danese. L’idea della registrazione è stata di Morten Lund che ben conosceva gli altri due anche se in realtà il trio si è trovato a registrare in studio senza mai aver suonato assieme. Insomma una scommessa vera e propria che è stata vinta grazie alla brillantezza strumentale di tutti e tre i musicisti e di quell’alchimia che alle volte si crea senza una specifica ragione se non la gioia di suonare assieme. In effetti alle prese con un repertorio di otto brani scritti dai tre con l’aggiunta di “The Cost Of Living” di Don Grolnick, i tre dimostrano di trovarsi a meraviglia: il disegno degli spazi è ottimale così come le improvvisazioni dei singoli che ben si inseriscono nel tessuto complessivo disegnato da batteria e contrabbasso. Comunque, a nostro avviso, una menzione particolare la merita il sassofonista Marius Neset, a suo agio in tutti i brani, e in grado di elaborare un linguaggio, un fraseggio che pur prendendo le mosse dal connazionale Jan Garbarek riesce poi a risultare personale e caratterizzato da un sound ricco, pieno, a tratti potente a tratti dolcemente espressivo: lo si ascolti particolarmente in “Salme” una sua composizione e a nostro avviso uno dei brani meglio riusciti dell’intero album.

Jack DeJohnette/Ravi Coltrane/Matthew Garrison (NO) – “In Movement” – ECM 2488
inmovementQuesto album, almeno per il celebrato batterista, ha una valenza che va ben al di là del fatto squisitamente musicale e che viene esplicitata dallo stesso DeJohnette in una breve nota di copertina: “Matthew – spiega Jack – è il mio figlioccio e ha trascorso molti anni con la mia famiglia durante la sua fanciullezza e Ravi l’ho conosciuto sin da quando era un bambino così lo considero come se fosse un mio figlio”. Senza contare che Jack , nel passato, ha avuto modo di suonare con i padri di ambedue questi giovani musicisti. Non è quindi un caso che l’album si apra con “Alabama” un celebre brano di John Coltrane. Ma non è questa la sola dedica dell’album: ecco quindi “Blue In Green” di Miles Davis e Bill Evans, “Serpentine Fire”, in onore di Maurice White, fondatore degli Earth, Wind and Fire (e ancora una volta Jack ha suonato con tutti e tre questi artisti), “Two Jimmys” in onore di Jimi Hendrix e Jimmy Garrison, mentre “Rashied” è dedicato al batterista Rashied Ali. Insomma un repertorio ricco di riferimenti storici che non possono passare inosservati. Occorre sottolineare come questo trio sia enormemente migliorato nel corso degli anni: lo avevamo ascoltato in concerto nel 2014 e fu una serata insoddisfacente, tanto per usare un eufemismo. I tre apparivano completamente sconnessi, come se mai avessero provato prima di quella serata. E’ stato, quindi, un vero piacere sentire questo album in cui, viceversa, i tre evidenziano un’empatia straordinaria. Il leader, impegnato sia dietro i tamburi e percussioni elettroniche sia al pianoforte, detta i tempi delle esecuzioni e Matthew Garrison al basso elettrico è in grado di seguire gli input del laeder a disegnare un tappeto armonico-ritmico in cui si inserisce perfettamente Ravi Coltrane, positivo con tutti e tre i sassofoni utilizzati: tenore, soprano e sopranino. Il risultato è notevole: DeJohnette è quel grandioso musicista che non ha certo bisogno di ulteriori presentazioni; qualche parola in più è necessaria per i suoi partners: Garrison dimostra di avere un senso compiuto dello spazio entro cui muoversi mentre Ravi ha elaborato un sound molto personale anche al sopranino. I brani sono tutti notevoli con una menzione particolare per le due ballad composte da DeJohnette, “Lydia” dedicata alla moglie e “Soulful Ballad” in cui DeJohnette suona il suo primo strumento, vale a dire il pianoforte. Per chi, viceversa, predilige i climi infuocati, il pezzo forte è costituito da “Rashied” un duetto al fulmicotone tra batteria e sopranino.

Duke Ellington – The Complete Newport 1956 Concert – Essential Jazz Classics 55687 – 2 CD
Thew complete newportRecensire questo doppio CD è impresa quanto mai facile: sarebbe sufficiente dire che si tratta di uno dei migliori jazz festival mai organizzati (basti confrontarne i programmi con quelli odierni; oltre Ellington c’erano Louis Armstrong e Buck Clayton) e che l’orchestra registrata il 7 luglio del 1956 è una delle migliori in assoluto che mai abbia calcato i palcoscenici del jazz. In effetti in quegli anni la big band del Duca era in forma smagliante, impreziosita da solisti che davvero hanno fatto la storia del jazz quali, tanto per fare qualche nome, Clark Terry, Quentin Jackson, Jimmy Hamilton, Johnny Hodges, Paul Gonsalves, Harry Carney, per non parlare della straordinaria sezione ritmica costituita dallo stesso Ellington al piano, Jimmy Wood o Al Lucas al contrabbasso e Sam Woodyard alla batteria. Così abbiamo l’opportunità di riascoltare alcune interpretazioni che sono rimaste memorabili come ad esempio l’assolo con 27 chorus di Paul Gonsalves al sax tenore in “Diminuendo and Crescendo in Blue”. Ma il pregio di questa nuova edizione non consiste solo nel riproporre la versione integrale dello storico concerto del ’56. Sono aggiunte le tracce registrate in studio due giorni dopo lo show e l’intera session realizzata in studio nel marzo dello stesso 1956 nonché alcune tracks molto rare tratte da una trasmissione radiofonica a New York tre mesi prima del concerto a Newport.

Fats O – “On Tape” – jazzhaus 123
OnTapeDisco divertente e curioso questo “On Tape” che vede protagonista ‘fatsO’, un ensemble colombiano la cui musica trae evidente ispirazione dal blues così come dal jazz e dall’hard rock: Disco curioso, dicevamo, ed in effetti da musicisti provenienti dalla Colombia, e in modo specifico dalla sua capitale Bogotà, ci si aspetterebbe musica latina nell’accezione più completa del termine. Ed invece ecco questo settetto capitanato da Daniel Restrepo bassista dalla buona tecnica ma soprattutto vocalist dotato di una voce roca e suadente al tempo stesso; accanto a lui una ricca front line con i clarinettisti e sassofonisti Daniel Linero, e Elkin Hernandez, Cesar Daniel Caicedo al sax alto , Pablo Beltran al sax tenore, mentre la sezione ritmica è completata da Santiago Jiménez, chitarrista di formazione classica e Cesar Morales alla batteria con l’aggiunta, quale special guest, dell’alto-sassofonista Daniel Bahamon in “Crying Out”. In repertorio dieci tracce tutte firmate, parole e musica, da Daniel Restrepo che, alla già citata sapienza interpretativa, accoppia una felice vena compositiva. In effetti le sue creazioni disegnano atmosfere molto variegate: così, ad esempio, si passa dallo swingante e allegro “Hello” che apre l’album alla più dolce “It’s Getting Bad” a evidenziare le doti di Santiago Jimenez alla chitarra; dal clima vagamente fusion e malinconico di “Crying Out” in cui il leader duetta con un clarinetto (onestamente non sappiamo da chi imboccato) strumento tipico della tradizione boliviana e chiuso da un bell’assolo di Daniel Bahamon al sax alto, al rock-blues spigoloso e piuttosto duro di “Out of control”; “Pimp” è forse il brano più jazzistico dell’intero album con in bella evidenza la batteria di Cesar Morales e la front line di fiati cui fa seguito il blueseggiante “Movie Star”. “Oye Palo” si caratterizza per essere l’unico brano in cui Restrepo ha fatto ricorso alla lingua spagnola e di conseguenza a stilemi che si rifanno chiaramente alla musica folkloristica boliviana. L’album si chiude con “I’ll Be Fine” , ancora un saggio di bravura di Restrepo come vocalist che in questa occasione richiama, almeno a parere del vostro cronista, il Joe Cocker dei tempi migliori; significativa anche la performance del chitarrista Santiago Jimenez.

Michael Formanek, Ensemble Kolossus – “The Distance” – ECM 2484
TheDistanceImpresa davvero colossale, tanto per citare il nome dell’ensemble, questa intrapresa dal bassista californiano Michael Formanek alla testa di un vasto organico di ben diciotto elementi tra cui non mancano nomi di spicco quali Ralph Alessi , Kris Davis , Oscar Noriega, Chris Speed, Mark Helias che dirige la band anche nei concerti e qualche sorpresa come ascoltare Tim Berne al sax baritono. Insomma un ensemble davvero stellare per una musica che senza dubbio costituisce uno dei non molti capolavori registrati in questi ultimi anni. Le composizioni di Formanek sono di ampio respiro, illuminate da variabili colori orchestrali, da una certa carica di swing anche se alle volte sottotraccia, da un alternarsi di tensione e distensione, da una struttura solida al cui interno i vari solisti trovano la possibilità di esprimere le proprie potenzialità. E’ il caso dello stesso leader sempre straordinario al contrabbasso, ma altresì di molti altri musicisti che con le loro performances riescono a caratterizzare alcuni momenti della lunga suite, “Exoskeleton”, attraverso cui si articola l’album aperto dai sei minuti della title tracke , inusuale preambolo della suite stessa: così, ad esempio, il trombonista Ben Gerstein e la chitarrista Mary Halvorson costituiscono il fulcro su cui ruotano, rispettivamente, la terza e la quinta parte della suite. Ma i momenti più interessanti sono quelli in cui l’orchestra si esprime a pieno organico , compatta, solida…fino al pirotecnico finale in cui ascoltiamo un’improvvisazione collettiva straordinaria per inventiva e allo stesso tempo rispetto della forma: un equilibrio davvero difficile da raggiungere in situazioni del genere.

Allan Harris – “Black Bar Jukebox” – Love Records 233921
Black Bar JukeBoxNato il 4 aprile 1956 a Brooklyn, il vocalist, chitarrista, e compositore Allan Harris può vantare, tra l’altro, numerosi awards tra cui il New York Nightlife Award for “Outstanding Jazz Vocalist” – vinto per ben tre volte – il Backstage Bistro Award for “Ongoing Achievement in Jazz,” e l’ Harlem Speaks “Jazz Museum of Harlem Award.” Il titolo di questo nuovo album è quanto mai esplicativo: attraverso la menzione del jukebox, Harris intende rendere omaggio a tutta una serie di grandi artisti del passato più o meno recente, anche modificando in qualche modo i suoi punti di riferimento. In effetti prima Harris veniva considerato una sorta di straordinaria sintesi di Nat King Cole, Frank Sinatra e Tony Bennett mentre in quest’ultima realizzazione, sotto la guida del produttore Brian Bacchus (lo stesso di Gregory Porter) allarga il suo raggio d’azione includendo in repertorio brani jazz, R&B, country, blues, soul, e musica latina, sia con pezzi originali sia con composizioni di James Moody, Lester Young, Elton John e Bernie Taupin, Rodgers e Hart, Kenny Rankin e John Mayer a disegnare un mosaico tanto variegato quanto affascinante. Alla testa di un sestetto con il batterista Jake Goldbas, il bassista Leon Boykins, il pianista/tastierista Pascal Le Boeuf, con l’aggiunta in veste di special guests del percussionista Samuel Torres e del chitarrista Yotam Silbersteinadd, Allan Harris evidenzia come il suo talento sia rimasto immutato nel corso degli ani. La bellezza della voce caratterizzata da un registro che oscilla tra tenore e baritono e la capacità di interpretare con assoluta padronanza e pertinenza brani tra loro così diversi sono doti proprie solo dei grandi artisti: si ascolti con quanta disinvoltura Allan passi da pezzi quali “I Got A Lot Of Livin’ To Do”, o “Lester Leaps In” un classico di Lester Young trasformato da Eddie Jefferson nel vocalese “I Got The Blues”, o lo swingante “Love’S The Key” tutti di chiara impostazione jazzistica, a “Catfish” di impronta latineggiante, al funky-soulful di “Take Me To The Pilot” un hit di Elton John e Bernie Taupin…fino al sorprendente “Daughters” di John Mayer in cui Allan suona la chitarra acustica disegnando atmosfere che in qualche modo si riallacciano alla mitica Motown.

Stan Kenton – “The Stuttgart Experience” – SWR 457
The Stuttgart ExperienceLa leggenda del cosiddetto progressive jazz, Stan Kenton, guida una delle più celebri, innovative ma allo stesso tempo controverse formazioni che abbiano illuminato le scene jazzistiche internazionali. L’orchestra è qui registrata durante un concerto tenuto a Stoccarda il 17 gennaio del 1972: La band è infarcita di nomi importanti quali, tanto per citarne qualcuno, Ray Brown, Fred Carter, Richard Torres, e soprattutto il batterista John van Ohlen… oltre naturalmente allo stesso leader al piano. In quel periodo la band attraversava un momento particolarmente felice e aveva introdotto in repertorio alcuni nuovi brani che si possono ascoltare nell’album in oggetto quali il latineggiante “Malaga” di Bill Holmann , un nuovo arrangiamento della “Rhapsody in Blue” ad opera dello stesso Holmann e il brano portante della colonna sonora del film “Love Story” scritto da Francis Lai . Ebbene, a distanza oramai di molti anni, forse si possono abbandonare le polemiche e riconoscere che, al di là dei gusti personali, Stan Kenton fu un grande musicista e che le formazioni da lui dirette erano organici di grande spessore, in grado di interpretare anche le partiture più ostiche senza alcuna difficoltà apparente. Anche la band che si ascolta a Stoccarda è semplicemente poderosa: Kenton , come al solito, ama agire sulle masse sonore, sovrapponendole o allineandole nel tentativo, rivelatosi comunque utopistico, di fondere in un unicum jazz e musica classica. Di qui un flusso sonoro imponente, costante che si riversa sull’ascoltatore con un sound che è divenuto un vero e proprio marchio di fabbrica delle orchestre kentoniane. Tra i brani presenti nell’album due ci hanno particolarmente colpiti soprattutto per la bontà degli arrangiamenti e la qualità degli interventi solistici: “Rhapsody in Blue” arrangiato da Bill Holman e impreziosito da Chuck Carter nell’occasione al sax baritono e “Intermission Riff” con un centrato assolo del bassista John Worster.

Golfam Khayam, Mona Matbou Riahi – “Narrante” – ECM 2475
NarranteDue straordinarie artiste iraniane, Golfam Khayam alla chitarra e Mona Matbou Riahi al clarinetto, hanno formato il “Naqsh Duo” decidendo di proseguire all’estero i propri studi musicali ma restando in qualche modo legate alle proprie tradizioni. Di qui una musica davvero personale, sotto molti aspetti affascinante, raffinata anche se di non facilissima lettura per un pubblico occidentale poco abituato ai microtoni, ai ritmi, ai cicli improvvisativi propri della musica orientale. Questo “Narrante” costituisce il loro debutto in casa ECM ed è la prima volta che un album prodotto da Manfred Eicher viene edito contemporaneamente in Europa e in Iran. Il repertorio è declinato su nove tracce originali delle due musiciste alla ricerca di un contatto tra oriente e occidente. Evidentemente qui siamo ben lontani da quel che si intende per jazz anche se, ascoltando con attenzione l’album, sembra potersi rinvenire qua e là una pratica improvvisativa certo non sconosciuta alle due. In effetti dal punto di vista tecnico-strumentale Golfam e Mona sono preparatissime, tanto per usare un eufemismo, per cui possono benissimo abbandonare la pagina scritta per addentrarsi in territori sconosciuti ed uscirne senza problema alcuno. Il loro tocco è straordinario, la visione musicale sempre coerente, l’intesa profonda: basta ascoltare un qualsiasi brano per rendersi immediatamente conto di come le due si conoscano alla perfezione intrecciando le loro voci strumentali in un dialogo fitto, incessante. In precedenza accennavamo a come il duo non intenda distaccarsi completamente dalle proprie tradizioni e lo dimostra il fatto che alcuni dei brani si richiamano esplicitamente a tale passato: così, ad esempio, la title tracke trae ispirazione dal Guati , una cerimonia di guarigione del Baluchistan caratterizzata da figure ritmiche ripetitive e scale pentatoniche mentre “Lacrimae” evidenzia l’influenza delle tradizioni improvvisative canore del Kurdistan. (altro…)

I nostri libri

Enzo Boddi – “Uri Caine – Musica in tempo reale” – Sinfonica Jazz, pgg.241, 
€ 20

Uri CaineEccellente lavoro questo del musicologo fiorentino Enzo Boddi che dedica le sue attenzioni ad una delle personalità più sfaccettate e poliedriche che il mondo musicale ci abbia offerto negli ultimi decenni: Uri Caine. L’artista è ben noto al pubblico italiano sia per le numerose apparizioni in festival e concerti sia per le collaborazioni con musicisti italiani. Di qui un ulteriore motivo per leggere con curiosità ed interesse le oltre duecento pagine del libro.
E devo dire che la lettura viene ampiamente ripagata: Uri Caine è lumeggiato in tutti i suoi aspetti, a partire dalla Philadelphia anni ‘50, fino alle opere più recenti, a disegnare un mosaico complesso di cui le varie influenze cui Caine è stato sottoposto e le molteplici direzioni che la sua arte ha seguito nel corso degli anni rappresentano gli imprescindibili tasselli.
Ecco quindi i primi forti legami con Don Byron e Dave Douglas, l’importanza del piano-trio, il fattore soul nella sua musica .. per approdare ad un primo e importante punto fermo: la forza delle radici ebraiche che diventano fonte di ispirazione.
Raggiunta questa consapevolezza, Caine si muove su altri fronti: sperimenta con la canzone pop, sperimenta con alcuni grandi della musica classica quali Bach, Beethoven, Mozart, Schumann, Mahler, Verdi, si inoltra nei sentieri tortuosi della musica contemporanea…mantenendo comunque intatta la sua cifra stilistica. 
Boddi ci guida con mano sicura in questo zig zagare tra stili, epoche, suggestioni pure assai diversi e lontani tra di loro evidenziando quel filo rosso che lega il tutto e che è rappresentato dall’arte di Caine. Questo perché l’autore, nella sua analisi, non segue tanto un percorso cronologico quanto una via che si snoda attraverso i differenti contenuti della musica di Caine.
Il volume è inoltre scritto in maniera semplice ma non banale ed è corredato da discografia e biografia.

Peter Erskine – “No Beethoven – La mia vita dentro e fuori i Weather Report” – Arcana Jazz pgg.305 più un’appendice fotografica – € 25,00

No BeethovenI Weather Report non esistono più da tempo, Joe Zawinul è venuto meno nel 2007 eppure questi musicisti continuano a calamitare l’attenzione degli appassionati. Di recente vi abbiamo presentato quella splendida realizzazione della Legacy contenente inediti del gruppo. Adesso è la volta dell’autobiografia di Peter Erskine che, guarda caso, è anche l’estensore delle note che accompagnano la citata raccolta discografica. E la cosa non stupisce più di tanto ove si tenga presente da un lato la straordinaria carriera artistica di Erskine, batterista giustamente annoverato tra i più grandi di sempre, musicista e compositore di rilievo che ha collaborato con artisti di estrazione pure assai diversa quali, tanto per fare qualche nome Stan Kenton, Maynard Ferguson, Michael Brecker, Joni Mitchell, gli Steely Dan, Elvis Costello, Pat Metheny, dall’altro il ruolo che il batterista ha giocato all’interno del gruppo fondato da Joe Zawinul e Wayne Shorter. Un ruolo che andava ben al di là del semplice partner per assurgere a quello di vera e propria colonna portante della migliore edizione del gruppo, vale a dire quella con Wayne Shorter, Joe Zawinul e Jaco Pastorius; Erskine rivive quel periodo  che va dal 1978 al 1986, con cinque album, tutti di straordinario livello. Ma, come racconta lo stesso Erskine, c’è un prima e un dopo Weather Report. Ecco quindi i 63 capitoli in cui è diviso il volume, veri e propri frammenti di vita vissuta in cui l’artista esprime le proprie opinioni circa gli accadimenti della vita quotidiana di un musicista e quindi, tanto per fare qualche esempio, i rapporti con l’industria discografica, la musica per il cinema, le registrazioni ECM, i voli in Giappone e via di questo passo in una galleria affascinante di fatti e personaggi. Il racconto non si sviluppa, tuttavia, su un canovaccio temporale ma trova il suo preciso punto di riferimento nei Weather Report, ossia nel periodo che precede la sua entrata nel gruppo, negli anni vissuti assieme e nell’imperituro ricordo che accompagna il batterista dopo essere uscito dal gruppo. Non a caso l’autobiografia si chiude con una toccante “Ultima lettera di Joe” in cui il tastierista austriaco ringrazia Peter per la sua amicizia e soprattutto ricorda il grande amore che per tanti anni lo ha legato alla sua Maxine, “il centro del suo universo”.
Il volume è corredato da due appendici: la prima dedicata alle «persone che appaiono in questo libro, ma che non hanno avuto spazio sufficiente, oppure le persone che mancano del tutto dalla narrazione» (p.245); la seconda a cinquanta album, compresi tra il 1974 e il 2010 e selezionati da una discografia di seicento, «che per qualche motivo meritano una discussione separata» (p.279). (altro…)

Chiude la stagione Candiani Groove, con quattro concerti

CANDIANI GROOVE GIUGNO 2016

Giovedì 9 giugno, ore 21.00

New Landscapes
Not just a soundscape
Silvia Rinaldi (violino barocco)
Luca Chiavinato (liuto barocco, oud)
Francesco Ganassin (clarinetto basso)

Daniele Vianello Quartet
Lunaria
Stefano Gajon (clarinetto)
Dario Zennaro (chitarra elettrica)
Daniele Vianello (contrabbasso)
Davide Michieletto (batteria)

Giovedì 16 giugno, ore 21.00

Venice Connection Quartet
Acrilico
Tommaso Troncon (sax tenore e soprano)
Paolo Garbin (pianoforte)
Vincenzo della Malva (contrabbasso)
Enrico Smiderle (batteria)

Claudio Cojaniz
Stride vol. 1 e vol. 2
Claudio Cojaniz (pianoforte)

ingresso : intero € 5
ridotto speciale per giovani fino ai 29 anni € 3

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Roma e il jazz

Massimo urbani 2

Che Roma sia una città jazzistica – nonostante i numerosi e strutturali problemi per la musica di ispirazione afroamericana – è affermazione plausibile. Domenica 8 maggio alle ore 18 è stata collocata una targa in onore di Massimo Urbani nell’area verde antistante il parco di Santa Maria della Pietà a Roma nord. E’ l’atto (temporaneamente) conclusivo di un percorso iniziato il 6 agosto 2015, quando la giunta del municipio XIV aveva deliberato l’apposizione di una targa in memoria di “Max” che è nato e cresciuto nel quartiere di Monte Mario. Nel marzo 2015 si era, peraltro, svolto un jazz festival a piazza Guadalupe, sempre dedicato al grande sassofonista e la rassegna dovrebbe essere replicata nei prossimi mesi, diventando un “appuntamento annuale per tutti gli appassionati e i fruitori di questa forma musicale (il jazz, n.d.r.) di cui Massimo ha saputo rendere al meglio quell’urgenza espressiva che ne è alla base” (come ha dichiarato Pino Acquafredda, presidente della commissione Scuola, Cultura e Sport). Alla cerimonia di domenica hanno partecipato svariate persone che hanno conosciuto Massimo Urbani e gli sono state amiche, come il batterista Ivano Nardi con cui Max ha spesso suonato. (altro…)

I nostri CD. Israeliani e norvegesi in primo piano

Ralph Alessi – “Quiver” – ECM 2438
QuiverAtmosfere intimiste, a tratti liriche, note centellinate con grazia: questo il clima che si respira ascoltando l‘ultimo lavoro di Ralph Alessi, a nostro avviso l’opera più matura e convincente finora prodotta dal trombettista. A tre anni di distanza dall’eccellente “Baida”, inciso sempre per la ECM con Jason Moran al piano, Drew Gress al contrabbasso e Nasheet Waits alla batteria, Alessi si ripresenta con lo stesso quartetto, eccezion fatta per Jason Moran sostituito da Gary Versace. E ovviamente il suono cambia in quanto i due pianisti sono differenti per tecnica e modalità espressive. Ma, come si accennava in apertura, la compattezza del gruppo non ne risente, anzi! Il quartetto si muove con grande disinvoltura grazie anche alla intelligente scrittura di Alessi: alla sua penna si devono, infatti, tutti gli undici brani in repertorio in cui l’artista californiano è riuscito a ben equilibrare pagina scritta e improvvisazione lasciando ad ognuno ampia libertà di esprimersi. Si ascolti, ad riguardo, “Smoothy Descent” in cui per lunghi tratti la tromba tace lasciando tutta la scena al trio pianoforte, contrabbasso, batteria. Ovviamente in molte altre situazioni è Alessi a tornare in primo piano, con un suono limpido ma allo stesso tempo variegato, un’assoluta padronanza della dinamica, un fraseggio ben articolato che pur prendendo le mosse dal post-bop sfocia spesso nella musica contemporanea, evidente retaggio del background di questo musicista, figlio di un trombettista classico e di una cantante d’opera, ed egli stesso trombettista classico prima di incontrare Charlie Haden. I brani sono tutti interessanti ma forse una menzione particolare, oltre al già citato “Smoothy Descent” la merita “Do Over” l’unico brano up- tempo dell’album impreziosito dal bel lavoro di Nasheet Waits alla batteria.

Jon Balke – “Warp” – ECM 2444
WarpPianista e compositore visionario e suggestivo, il norvegese Jon Balke è al suo secondo album in solo per la ECM dopo ‘Book of Velocities’ del 2007. Le coordinate su cui si muove rimangono sostanzialmente le stesse, vale a dire una musica che trova da un canto nel sound dall’altro in strutture piuttosto labili e mai chiaramente definite le sue principali fonti di ispirazione. Così non è un caso che il pianoforte appaia ‘preparato’ con alcuni oggetti piazzati sulle corde o che lo strumento sia stato trattato in fase di post- produzione per ottenere uno specifico suono. In realtà, come illustrato nelle specifiche dell’album, il pianoforte di Balke è stato registrato al Rainbow Studio di Oslo, le immagini sonore sono state registrate ed elaborate da Balke e Audun Kleive, mentre registrazioni aggiuntive sono state integrate durante il mix dell’album all’RSI Studio di Lugano nel settembre del 2015. Ma tutto ciò per nulla nuoce all’omogeneità dell’album ché il procedere dello stesso evidenzia proprio l’intento dell’artista di avanzare verso una specifica direzione, ben conscio delle difficoltà che si incontrano: « Come sempre » spiega Balke « più si esplora e si scopre, più si vuole andare avanti anche se le cose non sono poi semplici. E’ un processo interessante ». Di qui la diversa natura dei brani: alcuni sono veri e propri frammenti come “Mute” o “Geminate”; altri hanno un andamento più complesso e completo come “This Is The Movie”; altri ancora – “Bolide” – hanno un evidente sapore impressionista che denuncia una profonda conoscenza del mondo classico… e via di questo passo in un mutar di atmosfere, inserite in uno spazio in costante fluttuazione a tratti di grande, grandissimo fascino. E’ questo il caso di “Kantor” in cui oltre al piano si ascolta in sottofondo una voce e un suono che sembra provenire da un organo.

Avishai Cohen – “Into The Silence” – ECM 2482
intothesilenceAlbum di rara intensità ma allo stesso tempo di grande delicatezza e liricità questo album che vede protagonista il trombettista israeliano Avishai Cohen, nativo di Tel Aviv ma oramai da tempo residente negli States. Con questo disco Cohen fa il suo debutto da leader per la ECM alla testa di un gruppo completato dall’altro israeliano Yonathan Avishai al piano, già al fianco del trombettista in molteplici occasioni, dal bassista Eric Revis, già membro autorevole del quartetto di Branford Marsalis, dal batterista Nasheet Waits e dal tenorsassofonista Bill McHenry che si è fatto conoscere suonando, tra gli altri, con Paul Motian e Andrew Cyrille. Album di grande delicatezza, dicevamo, e ciò si spiega avendo riguardo alla genesi dei sei brani in repertorio, dedicati alla memoria del padre di Avishai, David scomparso nel 2014. La musica scorre così con semplicità, arrivando davvero a toccare il cuore di chi ascolta, come una sorta di ricordo struggente di chi non si rivedrà più e di cui avverti la mancanza, sottolinea lo stesso artista, soprattutto quando “la voce di una persona che hai amato non è più accanto a te, e allora comprendi cos’è il silenzio, l’assenza”. Di qui l’importanza riservata al silenzio, che in questo caso rappresenta, per l’appunto, l’assenza. Di qui la logica conclusione dell’album con un pezzo intitolato “”Life And Death – Epilogue”. Ciò detto, dal punto di vista musicale, Cohen è riuscito ad esprimere compiutamente questi pensieri; la sua tromba, spesso sordinata, disegna suadenti linee melodiche con trasporto ed essenzialità, richiamando esplicitamente il Davis degli anni ’60, con un sound originale e privo di vibrato . I pezzi, tutti dovuti alla sua penna, sono ben strutturati e “scritti” lasciando quindi non molto spazio alle improvvisazioni; eppure anche in un tale contesto particolarmente rilevante è stato l’apporto del pianista Yonathan Avishai che ha spesso dialogato con il trombettista riuscendo ad esprimere appieno le atmosfere, le nuances volute dal leader: non è un caso che il già citato brano di chiusura sia interpretato dal pianista in splendida solitudine.

Avishai Cohen – “From Darkness” – Sunnyside / Razdaz Recordz –
From darknessIl jazz israeliano annovera due Avishai Cohen: il primo (classe 1978) è il trombettista di cui sopra, il secondo (classe 1970) è il contrabbassista, compositore e vocalist protagonista di questo album. Cohen, da quando ha fatto parte del sestetto “Origin” di  Chick Corea  (dal 1996 al 2003), ha sviluppato una propria poetica che lo pone come personaggio unico nel pur variegato panorama del jazz internazionale. Questo “From Darkness” è il suo quindicesimo album da leader ma presenta una particolarità: dopo “Gently Disturbed” del 2008 è il secondo album che Cohen incide in trio, nonostante, per sua stessa ammissione, “la mia musica sia sempre stata scritta – ed eseguita – per il trio”. A riportarlo su questa strada l’incontro con altri due straordinari musicisti, il pianista Nitai Hershkovits e il batterista Daniel Dor: il primo collabora con Avishai Cohen a partire dall’album “Duende” del 2012 mentre il secondo è entrato nel mondo del compositore israeliano all’inizio del 2014. Ma l’intesa fra pianista e batterista è stata immediata tanto da far dichiarare al leader che “tra i due si è creato uno spazio che dona forza ai momenti condivisi in scena: sanno portare la musica in luoghi e prospettive che non avrei mai immaginato”. E per averne conferma basta ascoltare l’album in oggetto: la musica scorre fluida, senza un solo attimo di stanca, corroborata da una empatia tale da avere la sensazione che i tre riescano a fondersi in un unicum di rara compattezza. Il pianismo di Hershkovits nulla concede allo spettacolo, basandosi spesso su nuclei tematici reiterati alla ricerca di una essenzialità nelle cui pieghe si celano mille sfumature; il drumming di Dor appare propositivo seppur mai invadente con quel tocco di fantasia e di ricerca timbrica che impreziosisce il tutto. Ovviamente in primo piano resta la figura di Cohen sia come strumentista sia come compositore: dieci degli undici brani in programma sono suoi, cui si aggiunge il celebre “Smile” di Charlie Chaplin porto in maniera tanto personale quanto convincente. La pubblicazione di “From Darkness” è accompagnata da un tour in giro per il mondo, che toccherà anche l’Italia, il 19 marzo, con un concerto all’Auditorium Gazzoli di Terni per “Visioninmusica”.

Hugh Coltman – “Shadows – Songs of Nat King Cole” – Okeh
shadows-songs-of-nat-king-coleNel mondo del jazz, così come nel mondo dell’arte in generale, ci sono personaggi che rappresentano vere e proprie icone, difficili quindi da imitare o da approcciare. Nat King Cole appartiene a questa categoria, personaggio giustamente passato alla storia come grande pianista ma soprattutto raffinato vocalist. Bisogna, perciò, dare atto a Hugh Coltman, cantante e armonicista brillante, di aver avuto un gran coraggio a registrare un CD contenente alcune delle migliori interpretazioni di Cole. L’ammirazione di Coltman per questo artista viene da lontano, viene da quando bambino ne ascoltava i dischi assieme alla sua mamma che lo considerava uno degli artisti preferiti. Di qui l’idea, coltivata a lungo, di affrontare questa sfida e rendere così omaggio sia alla madre sia a Nat King Cole. In effetti Coltman è artista di rara sensibilità, che ama mettersi alla prova, passando dal blues con il suo gruppo “The Hoax”, al pop con artisti quali Nouvelle Vague, Babet o Mayra Andrade fino ad arrivare al jazz con China Moses o il pianista Eric Legnini che l’ha invitato a partecipare al su album “Swing Twice”. Ed ora Coltman ha ricambiato il favore dato che in questo “Shadows” figurano proprio Eric Legnini alle tastiere e agli arrangiamenti, Misja Fitzgerald Michel alla chitarra, Laurent Vernerey al basso, Franck Agulhon o Raphaël Chassin alla batteria, Pierrick Pedron al sax alto, Nicolas Liesnard all’organo Hammond e Freddy Koella alla chitarra. Supportato da questo ensemble di ottimi musicisti, Coltman, come si accennava, ripropone sia alcuni dei più grandi successi di Nat King Cole come “Nature Boy”, “Mona Lisa”, “Smile” sia brani meno conosciuti ma non per questo meno preziosi come “The Shadows” , “Small Towns are Smile Towns” o “Morning Star”. Ma, a prescindere dal pezzo interpretato, Coltman dimostra di aver ben assimilato la lezione del suo predecessore: il suo stile è sempre misurato, rispettoso dell’originale, con una voce calda, suadente, spesso emozionante anche se non priva di una certa tensione, quella stessa tensione che – sostiene Coltman – Nat King Cole deve aver provato vivendo ed esibendosi in un periodo e in un Paese in cui i neri non avevano certo vita facile.

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I NOSTRI CD. Novità da tutto il mondo

I NOSTRI CD

Weather Report “The Legendary Live Tapes: 1978-1981″ – Legacy Recordings
wheaterreportAnche nel jazz il mercato discografico attraversa un momento particolarmente difficile: si producono molti, forse troppi dischi che poi nessuno compra anche perché, diciamolo chiaramente, gli album davvero interessanti, degni di essere ascoltati con attenzione e di essere conservati sono pochi. A questa seconda categoria appartiene la sontuosa realizzazione della Legacy Recordings, una divisione della Sony Music Entertainment: un cofanetto di 4 album contenente concerti inediti della band le cui concezioni avrebbero rivoluzionato il mondo del jazz – e non solo – influenzando generazioni di musicisti. Registrato dal vivo tra il 1978 e il 1981, “Weather Report, The Legendary Live Tapes” presenta quella che a detta di molti è stata la migliore formazione del gruppo, vale a dire, Joe Zawinul (tastiere), Wayne Shorter (sassofono), Jaco Pastorius (basso elettrico) e Peter Erskine (batteria) cui si aggiunge nei concerti in quintetto  Robert Thomas, Jr. (percussioni). Questa sorta di compilation da concerti inediti è stata curata e prodotta da Peter Erskine e Tony Zawinul (figlio del compianto Joe); le performances sono state registrate o dal data mixing engineer Brian Risner o direttamente dal pubblico (bootleg). Il tutto è completato da un libretto di 32 pagine scritto da Peter Erskine, con rare fotografie del periodo. I risultati sono assolutamente apprezzabili: abbiamo, infatti, l’opportunità di riascoltare il gruppo in uno dei momenti di maggiore creatività grazie anche all’innesto di quello straordinario fenomeno che fu Jaco Pastorius (lo si ascolti, tra l’altro, in due strepitosi assolo alla fine del CD 1 e nel quarto pezzo del CD 4). Ma è tutta la band ad esprimersi su livelli di eccellenza, evidenziando grande coesione con Zawinul e Shorter impegnati sempre a ricercare nuove vie espressive e un Peter Erskine che già allora dimostrava di essere uno dei batteristi più inventivi e originali della storia del jazz. Venendo ad una disamina più particolareggiata del cofanetto, va subito rilevato che lo stesso non è organizzato in forma cronologica: il primo e il terzo CD si riferiscono ai concerti effettuati in quintetto nel 1980 e ’81 mentre il secondo e il quarto sono dedicati al quartetto registrato durante il 1978. L’ascolto di questi album ci consente alcune considerazioni di fondo: innanzitutto se è vero che i Weather Report ottenevano grandi risultati in studio, è altrettanto vero che dal vivo la qualità delle loro esibizioni non era inferiore e questo indipendentemente dal fatto che il gruppo si esibisse in quartetto o in quintetto. In secondo luogo risalta evidente la maestria pianistica di Zawinul: troppo spesso si è considerato Joe un abilissimo assemblatore di suoni e un grande tastierista trascurando la sua dimensione pianistica: ebbene lo si ascolti nel duetto con Wayne Shorter che apre il secondo CD sulle note di una medley ellingtoniana (“Come Sunday” e “Sophisticated Lady”) per avere un’esatta percezione del suo pianismo. Infine viene ribadita sia la grande capacità del gruppo di controllare sempre e comunque le dinamiche sia la sagacia compositiva di Zawinul i cui temi resteranno nella storia del jazz: due titoli per tutti “Birdland” e “Black Market” registrati in quartetto alla Koseinenkin Hall di Tokyo il 28 giugno del 1978.

Les Ambassadeurs – “Rebirth” – World Village 479113
rebirth“Pop mandingo e groove inalterabile…Il gruppo faro delle nuove musiche africane è di ritorno”. Così recita la fascetta di presentazione di quest’album ed in effetti queste poche parole racchiudono mirabilmente il senso dell’album: il ritorno sulle scene di una band che ha fatto la storia della musica africana. Si era nel 1969 e il vocalist Salif Keita, stella di primaria grandezza, diede vita a questo gruppo che in breve conquistò dapprima il pubblico del Mali e poi dell’intera Africa dell’Ovest grazie alla fortissima carica ritmica, all’inimitabile groove e alla sincerità di ispirazione. E l’orchestra ha avuto anche una ragguardevole importanza sociale dal momento che ha indirizzato verso la musica moltissimi ragazzi che probabilmente avrebbero intrapreso strade diverse, più pericolose. Dopo l’esperienza africana e la fine di questa esperienza, in questi ultimi quaranta anni i singoli componenti degli “ambasciatori” si sono affermati singolarmente nel resto del mondo, divenendo tutti musicisti di primissimo piano . Anche di qui il favore con cui è stata accolta la rinascita della band nel 2015, per una tournée europea e questo EP di quattro titoli uscito a fine giugno in formato CD ed LP. L’organico è straordinario: oltre al già citato Keita, abbiamo – tanto per fare qualche nome – Amadou Bagayoko et Ousmane Kouyate alla chitarra, Cheikh Tidiane Seck et Idrissa Soumaoro alle tastiere, Sékou Diabaté al basso. E la musica non è da meno: fresca, trascinante, coinvolgente come nei primissimi anni ’70. Infine c’è un risvolto umanitario che non ci sentiamo di trascurare: Salif Keita è un albino e gli albini in Africa sono fortemente discriminati; lui ce l’ha fatta, ma per aiutare gli albini in Mali, è stata creta la fondazione “Salif Nantenin Keita” cui andranno i proventi ricavati dalla vendita dell’album.

The David Benoit Trio – “Believe” – Concord 37154
BelieveA chi predilige la musica d’avanguardia e/o improvvisata, poco o nulla dirà l’ascolto di questo album che invece presenta notevoli motivi di interesse per chi ama un jazz più tradizionale. In primo luogo la bontà degli esecutori. Il pianista, compositore e arrangiatore David Benoit si è conquistata negli anni una solida reputazione che gli ha fruttato per ben tre volte la nomination ai Grammy: nel 1989 per Best Contemporary Jazz Performance – Every Step Of The Way; nel 1996 per Best Large Jazz Ensemble Performance – GRP All_Star Big Band; nel 2000 per Best Instrumental Composition – Dad’s Room from Professional Dreamer. Identico discorso per la vocalist Jane Monheit anch’essa insignita di due nomination ai Grammy: nel 2003 , per Best Instrumental Arrangement Accompanying Vocalist(s)- “Since You’ve Asked” e nel 2005 per Best Instrumental Arrangement Accompanying Vocalist(s) – “Dancing in the Dark” , per non parlare della vittoria – nell’ormai lontano 1998 – alla Thelonious Monk International Vocalist Competition. I due avevano già collaborato pochi mesi or sono incidendo il cd ‘2 in Love’ dedicato alla voce e si sono ritrovati per questo disco che, pur nascendo con l’etichetta di ‘album natalizio’ in effetti è perfettamente fruibile in ogni stagione dell’anno. I due sono accompagnati dall’eccellente flautista Tim Weisberg e da una sezione ritmica di assoluta eccellenza composta da Jamey Tate alla batteria e David Hughes al basso cui si aggiunge in alcuni brani un’eccellenza della musica corale, l’ All-American Boys Chorus diretto da Wesley Martin. Come si accennava, il gruppo affronta un repertorio di canzoni natalizie che gli appassionati di jazz gradiranno certamente… anche perché tra queste figura la celebre “My Favorite Things” arrangiata dal trio e dalla vocalist. A questo punto è opportuno sottolineare ancora la levità, la delicatezza con cui i musicisti affrontano un repertorio facile se si vuol produrre semplicemente della buona musica d’ascolto, assai difficile se si pretende qualcosa di più. E crediamo che sia proprio questo il caso di David Benoit e Jane Monheit.

Chick Corea & Bela Flech – “Two” – Stretch Records 37992 02
twoPersonaggio complesso, immaginifico, visionario, Chick Corea sta attraversando molte stagioni del jazz lasciando sempre un’impronta ben visibile della sua arte. Egli appartiene a quella schiera di artisti che mai riposa sugli allori tentando sempre nuove vie, sperimentando continuamente contesti diversi, sonorità inusuali. E’ in quest’ambito che si iscrive la sua collaborazione con il banjoista Bela Fleck che oramai data da lunga pezza. In particolare Corea fu invitato da Bela Flech dapprima a suonare in tre brani nell’album “Tales From The Acoustic Planet” inciso con i Flecktones nel ’94 e quindi ad essere presente in altri tre brani nel doppio “Live art” pubblicato nel ’96. Dal canto suo Corea ricambiò la cortesia invitando il banjoista come ospite d’onore nel DVD “Rendezvous in New York” del 2005. Di qui una fertile collaborazione declinata attraverso varie tournées in duo e la realizzazione dell’album “The Enchantment” nel 2007 che ottenne grandi consensi tanto da guadagnarsi il sesto posto nella classifica di Billboard dei Top Jazz albums mentre Fleck riceveva una nomination al Grammy award per “Spectacle” nella categoria “Migliore composizione strumentale”. E non c’è dubbio che anche questo “Two” ottenga gli stessi favori di pubblico e di critica. I due CD contengono quattordici brani , di cui cinque scritti da Corea e sei da Fleck, cui si aggiungono il celeberrimo “Brazil” di Barroso & Russell presentato in versione tanto originale quanto convincente, “Bugle Call Rag” di Pettis, Meyers, Schoebel e “Prelude en Berceuse” di Henri Dutilleux compositore francese venuto meno nel 2013. Brani che provengono tutti dagli spettacoli che i due hanno portato in giro per il mondo negli ultimi sette anni. Quindi registrazioni live che ,come facilmente intuibile da quanto sopra detto, evidenziano la perfetta intesa tra i due: Chick e Bela sanno benissimo come rapportarsi, quando prendere l’iniziativa e quando lasciarla al compagno, in un gioco di rimandi che non conosce attimi di stanca. La loro comunicazione va al di là del fatto squisitamente musicale articolandosi anche su un piano molto più intimo tanto da toccare chi li ascolta con attenzione e partecipazione.

Bill Frisell – “When You Wish Upon a Star” – Okeh 88751
When you vishPersonalità complessa come quella del già citato Chick Corea, anche Bill Frisell è artista che non disdegna le sfide misurandosi su terreni non proprio facili. E’ il caso di questo album in cui Frisell affronta un repertorio tratto da film e dalla TV che sarebbe potuto risultare banale se non fosse stato illuminato dai lampi di classe di questo chitarrista. Frisell ci riporta ad un periodo non troppo lontano in cui James Bond imperversava sul grande schermo e i programmi televisivi si mantenevano ancora su standard accettabili; di qui una sorta di viaggio onirico in un passato ancora presente – ci si consenta l’ossimoro – in cui vengono rivisitati brani che ben conosciamo. Ecco quindi organizzati in forma di suite “To Kill A Mockinbird” di Elmer Bernstein, “Psycho” di Bernard Herrmann, “Once Upon a Time in the West” di Morricone, “The Godfather” di Nino Rota… e poi altri classici tratti e da film (“When You Wish Upon a Star” una canzone contenuta nel film Pinocchio, con testo di Ned Washington e musica di Leigh Harline, “Moon River” di Henry Mancini e Johny Mercer, “The Shadow of Your Smile” di Heywood, Mandel e Webster da “Castelli di sabbia”, “You Only Live Twice” di John Barry dal celebre “Goldfinger”, “The Bad and the Beautiful” scritto da David Raksin da “Il bruto e la bella” di Minnelli) e da serie televisive (“Bonanza” di Livingston-Evans, “Happy Trails” di Dale Evans) il tutto completato da un eccellente original di Frisell “Tales From The Far Side”. Come si accennava in apertura, Frisell affronta questi brani in modo assolutamente originale rivitalizzando il mistero insito in questa musica che oramai fa parte del patrimonio collettivo. In particolare Frisell e Kang dialogano mantenendo un grande equilibrio tra parte scritta e improvvisazione con Royston e Morgan che supportano il tutto con grande levità. Dal canto suo Petra Haden, pur non essendo un’interprete jazz, si presta assai bene all’intento narrativo del leader.

Ahmad Jamal – “Live in Marciac” – Jazzbook Records – CD + DVD 570078.79
lIVE IN mARCIACRecensire un album del genere è impresa quanto mai difficile: cosa, infatti, si può aggiungere che già non si sappia dell’arte di Ahmad Jamal? Praticamente nulla . Né, a memoria, ricordo un solo album del pianista che non sia stato all’altezza della situazione. E anche questo doppio (CD+DVD) non fa eccezione alla regola. L’ottuagenario pianista di Pittsburgh è registrato durante un concerto svolto a Marciac il 5 agosto del 2014 accompagnato dal bassista Reginald Veal, dal percussionista Manolo Badrena e dal batterista Herlin Riley. Il repertorio è lo stesso del concerto di Londra pochi mesi prima, vale a dire alcuni classici dello stesso Jamal e due standards con l’aggiunta, nell’occasione , di altri due pezzi “Silver” sempre di Ahmad e “Strollin’” di Horace Silver presentati proprio per omaggiare Silver venuto meno proprio pochi mesi prima del concerto di Marciac il 18 giugno del 2014. Quasi inutile aggiungere che Jamal nulla ha perso dell’originaria classe. Il suo pianismo è sorretto da grande tecnica, da un groove incessante e soprattutto dalla personalissima capacità di passare con grande disinvoltura da atmosfere raccolte e intimiste a brani caratterizzati da una forte carica ritmica, mantenendo intatta la sua cifra stilistica. Così, ad esempio, dal clima latineggiante di “Sunday Afternoon” eccoci trasportati nel delicato lirismo, in alcuni passaggi, di “The Gipsy”, per transitare successivamente allo spumeggiante swing di “Strollin”… fino al ben noto “Blue Moon” tutto giocato su un tempo veloce ottimamente sostenuto dai partners del pianista. E al riguardo non si può non evidenziare e l’affiatamento fra i quattro e il valore dei singoli che hanno avuto tutti la possibilità di porsi in primo piano, con uno strepitoso Reginald Veal spesso impegnato ad introdurre i brani sia da solo sia in trio con batteria e percussioni.

Stacey Kent – “Tenderly” – Okeh – Sony Music
TenderlyUna splendida voce, un’interpretazione intensa ma sempre ben calibrata, arrangiamenti raffinati, un repertorio che pesca a piene mani nel classico songbook americano: questa, in estrema sintesi, la carta d’identità dell’album in oggetto assolutamente sconsigliabile per quanti cercano la sperimentazione ad ogni costo. La vocalist si muove, infatti, in un contesto jazzisticamente canonico, potendo contare sulla collaborazione di eccellenti strumentisti quali Jim Tomlinson (suo compagno nella vita oltre che nell’arte), al sax tenore e flauto, il bassista Jeremy Brown e soprattutto il celebre chitarrista, compositore e produttore Roberto Menescal, a ben ragione considerato oramai da molti anni una delle personalità più importanti della scena musicale brasiliana. Nonostante Kent e Menescal appartengano a due generazioni diverse e abbiano background non assimilabili, sono tuttavia legati da un idem sentire musicale assolutamente straordinario. In effetti come la Kent era rimasta sin da piccola affascinata dalla musica brasiliana e dalla bossa nova, così Menescal aveva trovato in Julie London e in Barney Kessel una delle prime fonti di ispirazione. Sulla base di questi comuni amori per il jazz e la bossa nova, la loro reciproca stima si era già in qualche modo concretizzata nel 2013 quando il chitarrista aveva partecipato alla realizzazione dell’album “The Changing Lights” della Kent sonando in due brani, “O Barquinho” una composizione dello stesso Menescal e un original di Jim Tomlinson/Antonio Ladeira “A Tarde”. Visto il buon esito dell’operazione, i due hanno deciso di rincontrarsi per una collaborazione più estesa, che ha trovato un’esauriente esplicazione nelle dodici registrazioni contenute nell’album . Alle prese, come si accennava, con una serie di standard (cui si aggiunge “Agarradinhos” di Roberto Menescal e Rosalia De Souza) è stato quasi naturale trovare un terreno d’intesa nella modalità di approccio al materiale tematico quasi minimalista, con la voce di Stacey non particolarmente estesa ma sempre calda, suadente, a tratti emozionante, mai comunque sopra le righe, con la chitarra di Menescal a sottolineare ogni passaggio, ad evidenziare ogni più piccola sfumatura, con Brown e Tomlinson ad assecondare i preziosi arrangiamenti di Menescal tanto da non far minimante avvertire la mancanza della batteria. (altro…)