I NOSTRI CD. BUON ANNO Con la musica italiana

I NOSTRI CD

Stefano Battaglia – “In The Morning” – ECM 2429
inthemorningCe l’aveva annunciato nel podcast pubblicato a giugno del 2013, ed ecco quindi l’album dedicato alle musiche di Alec Wilder , compositore, afferma esplicitamente Battaglia, “che, così come Gershwin, teneva il piede in diverse scarpe – musica popolare, musica colta, canzone di Broadway, di Hollywood, le arts song come le aveva catalogato lui – ma per ragioni a me misteriose è un autore quasi del tutto ineseguito, ci sono solo un vecchio disco di Marian McPartland , un doppio degli anni ’60, un vecchio album di Frank Sinatra che fa tutte canzoni di Wilder”. Con “In The Mornong”, sesto album per la ECM, il pianista colma questa lacuna con una prestazione che non esiteremo a definire superlativa: assieme ai suoi abituali partners, Salvatore Maiore al contrabbasso e Roberto Dani alla batteria, Battaglia è registrato dal vivo nell’aprile del 2014 al Teatro Vittoria di Torino. Ed ecco un Battaglia che non ti aspetti, un artista completamente concentrato sull’aspetto melodico delle composizioni di Wilder. Di qui una serie di interpretazioni che scavano a fondo nelle pieghe dei sette brani presentati, cercando di estrarne tutto il potenziale melodico, armonico, ritmico sì da far rivivere, al meglio, le composizioni di Wilder. Ad un ascolto superficiale, disattento potrebbe apparire carente l’aspetto ritmico ed invece la carica ritmica è li, che viaggia quasi in sottofondo ma che caratterizza ogni singolo brano grazie alla squisita fattura del tappeto intessuto da Maiore e Dani . Dal canto suo Stefano Battaglia si conferma quel grande artista che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni, un artista mai pago dei risultati raggiunti, che ama mettersi in gioco, differenziarsi pur restando sempre a livelli di assoluta eccellenza. E questo grazie ad una preparazione tecnica ineccepibile che gli consente una modalità di tocco straordinaria, ma soprattutto grazie ad una squisita sensibilità che l’accompagna in ogni impresa.

Francesco Bearzatti Tinissima 4ET – “This Machine Kills Fascists” – Cam Jazz 7893-2
ThisMachineKillsFascists-coverBearzatti non è certo nuovo a concepire e realizzare ‘album con dedica’, tendenza che altre volte non avevamo particolarmente apprezzato in quanto ci sfuggiva il nesso tra il titolo e la musica contenuta nell’album. Questa volta invece il nesso c’è e ben evidente. L’album è dedicato a Woody Guthrie personaggio di fondamentale importanza nella storia della musica statunitense: Woody fu infatti tra i primi a mettere in musica le angosce dell’America della Grande Depressione, le lotte sindacali, le speranze legate al New Deal segnando un punto di non ritorno: non è un caso che a lui si siano ispirati molti grandi artisti come, tanto per fare qualche nome, Bob Dylan, Joan Baez e Bruce Springsteen. Come si accennava, ad omaggiare cotanto artista è l’oramai ben noto Tinissima 4ET ovvero Bearzatti sassofono e clarinetto, Giovanni Falzone alla tromba, Danilo Gallo al basso elettrico e al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria cui si aggiunge in “One for Sacco e Vanzetti” la voce di Petra Magoni. I brani sono tutti di Bearzatti eccezion fatta per il pezzo di chiusura , “This Land Is Your Land” scritto dallo stesso Guthrie. Intendiamoci, non si tratta di una pedissequa rilettura della musica di Guthrie, quanto di una intelligente e coraggiosa operazione tendente a ricreare quelle atmosfere attraverso cui si possa in qualche modo ritrovare lo spirito del grande cantautore e attivista politico. Tratti direttamente dalla vita artistica di Guthrie ci sono, quindi, soltanto il titolo del disco (ovvero la frase scritta sulla sua chitarra) e il già citato “This Land Is Your Land”. Di qui una sorta di viaggio imbastito da Bearzatti che partendo dal paese natale di Guthrie, Okemah in Oklahoma ci porta fino all’opera forse più emblematica dell’intellettuale Americano – “ This land is your land, this land is my land / From California to the New York Island/ From the Redwood Forest to the Gulf Stream waters / This land was made for you and me” frasi che illustrano al meglio le concezioni politiche e sociali dell’artista. La musica composta da Bearzatti si attaglia perfettamente alle tematiche che si volevano illustrare, con un andamento che , dopo un inizio pacato, diventa sempre più trascinante grazie ad un mix di jazz, blues , folk e rock che, ne siamo sicuri, coinvolgerà l’ascoltatore così come ha coinvolto il vostro recensore.

Maurizio Brunod, Garrison Fewell – “Unbroken Circuit” – Caligola 2199
Unbroken CircuitUn duo costituito da chitarristi, anche se in realtà multi-strumentisti, non è facile da incontrare per cui ben venga questo album che presenta due artisti di assoluto livello quali Maurizio Brunod (classe 1968) e l’americano Garrison Fewell, recentemente scomparso, ambedue non certo nuovi ad esperienze di duo. In particolare Garrison, vero e proprio punto di riferimento per tutti i chitarristi grazie alla sua attività didattica, ha formato un duo molto apprezzato con il pianista Alex Ulanowsky (ex direttore del dipartimento di Armonia del Berklee e autore dei libri di testo di armonia del Berklee), mentre Brunod si è già fatto apprezzare con Stefano Bollani, con Claudio Lodati, con Giovanni Palombo… per non parlare dell’album “Duets” in cui dialoga alternativamente con il bandoneon di Daniele di Bonaventura, il basso di Danilo Gallo, la marimba di Massimo Barbiero, i fiati di Achille Succi e il contrabbasso di Miroslav Vitous. In questo “Unbroken Circuit” i due sono impegnati su sette brani di cui due a firma di Fewell mentre gli altri cinque, per quanto attribuiti ad ambedue, sono in realtà improvvisazioni totali. Di qui un continuo cangiare di atmosfere, ora coinvolgenti, ora evocative, ora più aspre al limite del respingente con la prevalenza del rumorismo , in cui si avvertono echi di musiche altre, quelle stesse musiche che ovviamente costituiscono il portato di questi due artisti. Ed è proprio questo il pregio dell’album: i due si confrontano, cercano… e trovano un dialogo fitto, compiuto senza alcunché perdere della loro identità per cui l’italiano mantiene la sua “melodicità” se ci si passa il termine, mentre l’americano è sempre incline alle dissonanze, ad un fraseggio più lineare. Ultima notazione: l’album è corredato da un bel libretto con le foto di due grandi appassionati di jazz, Luca D’agostino (di cui vi abbiamo di recente segnalato il volume dedicato ai 25 anni di Udin&jazz) e Luciano Rossetti.

Francesco Cafiso – “3” – Alfredo LoFaro Produzioni
francesco-cafiso_3_copertina_allmusicitaliaSpettacolosa realizzazione discografica di Francesco Cafiso: un box contenente tre album , “Contemplation”, “La banda” “20 cents per note” . Il cofanetto è disponibile nelle due versioni “Box edition” (tre dischi e un flyer con i link per scaricare video, foto e registrazioni live dell’artista) e “Special edition” autografata (contenente, oltre ai tre album e al flyer, un’originale chiavetta USB con gli spartiti e le basi minus one di tutti i brani, un esclusivo booklet e un voucher “Ospiti d’onore” per un ingresso gratuito ad uno dei concerti 2015-2016). Prodotto da Alfredo Lo Faro per Made in Sicily (edito da Made in Sicily di Eleonora Abbruzzo, distribuito da Artist First), il progetto “3” ha visto Francesco Cafiso impegnato in studio in Italia, a Londra, New York e Los Angeles per ben tre anni, e ha coinvolto molti artisti tra cui 33 membri della prestigiosa London Symphony Orchestra, oltre ai siciliani Mauro Schiavone e Giuseppe Vasapolli (autore della sigla degli Mtv Awards 2013), che hanno affiancato il sassofonista negli arrangiamenti dei brani. Ovviamente, per ciò che ci interessa in questa sede, la bellezza editoriale del progetto poco o nulla significherebbe se non fosse accompagnata dalla valenza della musica che invece c’è, eccome! In effetti Cafiso, oltre che sassofonista oramai di levatura internazionale, si dimostra arrangiatore, orchestratore e compositore di vaglia dal momento che tutti i brani registrati sono frutto della sua fervida inventiva. E, come egli stesso afferma, ben illustrano i diversi aspetti della sua variegata personalità: “la mia spiritualità, il legame con la mia terra, l’indole jazzistica che non mi abbandona mai.” Il primo album,”Contemplation” si fa apprezzare innanzitutto per la qualità delle composizioni: nove brani organizzati in forma di suite con cui Cafiso ha inteso mettere in note il suo pensiero circa la “capacità di non vedere la morte come la fine di qualcosa, ma come l’inizio di qualcos’altro” per cui la musica ha un andamento descrittivo circolare in cui inizio e fine risultano speculari. Il tutto impreziosito dal raffinato impasto timbrico determinato sia dai 33 membri della London Symphony Orchestra sia dai partners di caratura internazionale scelti da Cafiso per affiancare se stesso e il pianista Mauro Schiavone, vale a dire Linda Oh al contrabbasso, Marcus Gilmore alla batteria e Alex Acuña alle percussioni.
Anche nel secondo CD , “La banda”, le composizioni si fanno apprezzare per la loro valenza, in questo caso evidenziata dalla riconoscibilità della linea melodica. E’ il tentativo, ben riuscito di collegare il jazz al sound bandistico e delle marching band, e attraverso di esso alla Sicilia terra in cui la tradizione bandistica è molto forte. E qui il legame con l’intento di Pino Minafra – di cui abbiamo parlato in questa stessa sede – di dare dignità e valore culturale alle bande appare fin troppo evidente nella consapevolezza che tutto il Sud ha qualcosa da dire nel contesto culturale del Paese.
Il terzo album, “20 cents per note”, per ammissione dello stesso Cafiso, è il più jazzistico dei tre; qui ascoltiamo un Cafiso maturo come forse mai in precedenza, un artista che perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi, non si lascia tentare dal virtuosismo ma accarezza ogni singola nota , ogni singolo passaggio.
Ma francamente se ci chiedeste quale dei tre album è migliore, non sapremmo cosa rispondere… se non che tutti e tre meritano la vostra attenzione.

Marco Castelli – “Porti di mare” – Caligola 2196
Porti di mareConoscevamo già bene Marco Castelli per la sua conduzione della BandOrkestra, formazione che ci ha sempre entusiasmato per l’originalità e la freschezza della proposta, valutazioni espresse chiaramente quando ci siam trovati a recensire album della band. Con questo nuovo CD Castelli conferma di essere musicista di vaglia, sassofonista, compositore e arrangiatore che nulla ha da invidiare a personaggi anche più noti. Ben coadiuvato da Alfonso Santimone (piano), Edu Hebling (contrabbasso), Mauro Beggio (batteria) e Andrea Ruggeri (percussioni e batteria), Marco Castelli ci conduce attraverso un viaggio in otto tappe che partendo da “Zanzibar” arriva fino ai “Vespri Siciliani” di Giuseppe Verdi. Otto brani di cui la metà dovuti alla sua penna , brani che nascono dalle impressioni stimolate dal frequente viaggiare in più di 40 Paesi tra Asia, Africa, Americhe e naturalmente Europa, il che , spiega lo stesso Castelli nelle note che accompagnano l’album, comporta una relazione con spazi e atmosfere diverse da quelle abituali. Di qui un repertorio eclettico che rispecchia appieno il titolo: alle atmosfere africane sono riconducibili i tre brani originali ed inediti, vale a dire “Dakar”, “Zanzibar” e “Xela”, mentre all’America Latina si rifanno la bellissima “Alfonsina y el Mar” dell’argentino Ariel Ramirez e, “El Ciego” del messicano Armando Manzanero; un riferimento al rock con “Jockey Full of Bourbon” di Tom Waits e poi l’omaggio ad un grande del jazz quale Jelly Roll Morton e quell’original “Scorribanda” che avevamo già avuto modo di apprezzare nell’ultimo album della BandOrkestra, per chiudere con l’accennata rivisitazione di “Mercè Dilette Amiche” tratta da “I Vespri Siciliani”. Difficile segnalare un brano in particolare anche se, personalmente, ci ha colpiti l’interpretazione di “Alfonsina y el Mar”.

Colombo- Erskine-Oleskiewicz – “Trio Grande” – Crocevia di suoni
Il jazz non conosce confini: è forse questo il contenuto principale di questo album registrato a Los Angeles il 25 e 26 settembre del 2104 e che a nostro avviso rappresenta l’opera migliore finora prodotta dal pianista milanese (classe 1961). Colombo, accompagnato nell’occasione da due stelle di primaria grandezza quali Peter Erskine alla batteria e il polacco Darek Oleskiewicz al contrabbasso, ci offre un saggio delle sue capacità sia compositive sia esecutive. Così l’album si snoda attraverso nove composizioni originali di Colombo (di cui alcune già pubblicate, altre inedite) in cui si avverte chiaramente la sapienza musicale del compositore che conosce assai bene la musica classica e in particolare l’arte del contrappunto, elemento caratterizzante molte parti dell’album. Così non a caso il CD si apre con “Anna Magdalena”, un brano dedicato alla moglie di Bach in cui Colombo coniuga la conoscenza bachiana con un linguaggio prettamente jazzistico… o forse sarebbe più opportuno dire con quel linguaggio così particolare che Colombo si è costruito negli anni e che è il frutto , il compendio , per usare le stesse parole del pianista, “ di tutto quello che hai ascoltato”. Quindi riferimenti, come già detto, alla musica colta… ma anche al flamenco, al bop (“Bah And Boh”), al funky, …e non mancano il ricorso ad un’improvvisazione prettamente jazzistica (“Trio Grande”) e due splendide ballad quali “Jane” in cui si può apprezzare e la maestria di Erskine alle spazzole e la capacità di Oleskiewicz di cesellare suadenti linee melodiche, e la conclusiva “Una ragione in più” caratterizzata da un dolce malinconico andamento. Se Colombo si conferma eccellente pianista, occorre sottolineare anche il ruolo dei suoi partners. Superlativo, come sempre, Peter Erskine il cui drumming contrappuntistico costituisce una delle punte di diamante dell’intero album: lo si ascolti con particolare attenzione in “La mia spalla sinistra”. Dal canto suo Darek Oleskiewicz evidenzia grande versatilità e musicalità sia nella parti in assolo sia nell’accompagnamento che sa fornire ai compagni.

Filippo Cosentino – “L’Astronauta” – ERL 1506
l'astronautaEcco l’ultimo lavoro di un chitarrista di cui non era difficile prevedere una prestigiosa carriera. In effetti dopo “Lanes” (2010) e “Human Being” (2013) questo terzo CD conferma appieno le ottime impressioni che avevamo avuto ascoltando i citati album. Cosentino si ripresenta alla testa di un quartetto di lusso con Antonio Zambrini al pianoforte, Jesper Bodilsen al contrabbasso e Andrea Marcelli alla batteria e certifica – se ci si consente il termine – di essere artista oramai maturo, perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi e soprattutto in grado di prefissarsi un risultato e di raggiungerlo. Così abbiamo ritrovato quella predilezione per linee melodiche lunghe e coinvolgenti che aveva caratterizzato le precedenti opere e soprattutto quell’ampiezza dell’universo sonoro cui il chitarrista fa esplicito riferimento e che resta una delle chiavi di volta del suo stile. In effetti, come dichiarato dallo stesso Cosentino, nello scrivere musica egli evoca colori, “gusti, odori, immagini che hanno fatto e fanno parte dei miei interessi culturali e così, avendo avuto la fortuna di frequentare i repertori di svariati generi musicali – jazz, pop, rock, blues- non devo per forza ragionare a compartimenti stagni”. Di qui una musica estremamente variegata che si snoda attraverso le invenzioni melodiche del chitarrista passando da composizioni con chiare influenze medio-orientali (“Mediterranean Clouds”) a ballads con suadenti melodie (“Inside the blue”, “L’astronauta”, e “Seven Days) nel solco della musica jazz europea, a pezzi come “Nessie” di cui lo stesso Cosentino esplicita l’influenza americana ma non mainstream, fino a composizioni con una certa impronta free (“More than times” e “Momento”), quest’ultima scritta da tutto il quartetto. Il tutto eseguito da un combo che si intende alla perfezione grazie anche alla maestria di Zambrini, Bodilsen e Marcelli che non scopriamo certo oggi come eccellenti jazzisti.

Rosario Di Rosa Trio – “Pop Corn Reflections” – NAU 2015
popcornreflectionsMusica non omogenea ma di sicuro interesse quella presentata dal trio del pianista Rosario Di Rosa con Paolo Dassi al contrabbasso e Riccardo Tosi alla batteria. Musica non omogenea, si diceva: in effetti l’album, attraverso nove brani originali, presenta un andamento altalenante che costituisce, paradossalmente, un pregio anziché un difetto in quanto evidenzia come il trio sappia ben adattarsi a diverse atmosfere. L’album inizia, dunque, con il gruppo che sembra assolutamente lontano da qualsivoglia riferimento melodico; i tre seguono altre piste, si interessano d’altro, si interessano di creare particolari effetti timbrici – grazie anche ad un uso parco e sapiente dell’elettronica – , di sviluppare il discorso partendo da micro-cellule soprattutto ritmiche, e di inserire il tutto in un contesto fortemente percussivo in cui anche il pianoforte viene utilizzato coerentemente all’obiettivo. Poi , dopo qualche brano, si scopre che il trio è anche capace di disegnare, seppure non in modo esplicito, belle linee melodiche che attraggono l’ascoltatore . Così si procede per qualche minuto…ma quando si ha la sensazione che l’atmosfera sia decisamente cambiata, ecco un’altra virata e il ritorno ad una musica più dura, spigolosa, ancora una volta fortemente percussiva: insomma un universo sonoro magistralmente disegnato dal pianista siciliano che dimostra di aver assimilato tanto bene
gli insegnamenti di Steve Reich e di Arnold Schönberg sì da ricreare un linguaggio del tutto personale ed affascinante. (altro…)

Claudio Lo Cascio. Il padre del jazz-folk

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In qualsivoglia branca artistica il titolo di “Padre nobile” non lo si concede, certo, con facilità; ma nel campo del jazz made in Italy, e ancor più propriamente del jazz siciliano, tale titolo spetta di diritto a Claudio Lo Cascio. Pianista, compositore, arrangiatore, didatta, organizzatore, l’artista palermitano può vantare una serie di primati difficilmente eguagliabili: è il primo in Italia, nel 1958 a tenere a Palermo ,in un Conservatorio di Musica, due concerti di jazz; a partire dal 1961, unico in Europa, enuncia una teoria che all’inizio viene quasi derisa per essere, poi, nei decenni successivi, accolta universalmente vale a dire la possibilità di utilizzare in chiave jazzistica temi del folklore musicale italiano ed europeo (folk-jazz) dandone una eloquente dimostrazione nel disco OLEODOTTI A SUD EST registrato in quintetto nel 1975; nel 1962 è ancora tra i primissimi nel nostro Paese a realizzare un’esperienza di third stream music col “New Jazz Quartet” assieme ai solisti dell'”Orchestra Sinfonica dell’EAOSS”; nel 1976 un’esperienza importantissima per tutto il mondo del jazz non solo siculo, purtroppo naufragata per l’insipienza dei politici: recupera una delle più antiche ville del ‘700 palermitano, Villa Pantelleria, che fino al 1990 diventa la sede del “Centro Django Reinhardt”, un centro culturale interdisciplinare in cui il jazz ha una collocazione assolutamente paritaria con la musica sinfonica, lirica, elettronica e folk….una sorta di quei cantieri culturali che sarebbero sorti successivamente; nell’ottobre del 1991 riceve la cittadinanza onoraria di New Orleans.
Lo abbiamo intervistato incontrando un uomo, un artista ancora fortemente legato alle vicende del suo universo musicale, un uomo che non le manda certo a dire.

-Lei è stato protagonista attivo della scena jazzistica italiana, e siciliana in particolare, per un lungo lasso di tempo. Da questo suo osservatorio privilegiato, come valuta l’evoluzione del jazz in Italia? Ha rispettato le sue aspettative o si attendeva qualcosa d’altro?
Dopo il fenomeno del free, ritengo che il jazz sia morto avendo esaurito la spinta propulsiva che aveva prodotto per circa un secolo l’evoluzione di questo particolarissimo linguaggio con il cambiamento dei vari stili: New Orleans, Dixieland, Chicago, New York, Swing, Be-Bop, Cool, Hard-bop etc… (altro…)

Alfredo Rodriguez e Dhafer Youssef al Roma Jazz Festival

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Funambolico e trascinante: questi gli aggettivi che mi vengono in mente dopo aver ascoltato martedì 17 novembre, in occasione del Roma Jazz Festival, il trio di Alfredo Rodriguez completato da Reiner Ruano al contrabasso e Michael Oliveira batteria, per la prima volta nel nostro Paese.
Alfredo Rodríguez (classe 1985) è un talentuoso pianista cubano, che prosegue degnamente la tradizione dei grandi, grandissimi pianisti cubani tra cui, in questa sede, basti ricordare Gonzalo Rubalcaba.
Formatosi nel prestigioso conservatorio “Manuel Saumell” de L’Avana, Rodriguez è stato scoperto nel 2006 al Montreux Jazz Festival da Quincy Jones che l’ha accompagnato nella sua crescita artistica; nel 2009 si è trasferito negli States dove è proseguita la collaborazione con Quincy Jones che gli ha prodotto , nel 2012, il primo album “Sounds of space”, cui ha fatto seguito nel 2014 “The Invasion Parade” ambedue per la “Mack Avenue Records”. In pochissimi anni Rodriguez è così riuscito ad imporsi alla generale attenzione grazie ad alcune prestigiose collaborazioni e alle performances in alcuni dei più grandi festival internazionali insieme a vere proprie leggende del jazz come Wayne Shorter, Herbie Hancock e McCoy Tyner.
E il perché di tanto successo è stato facile capirlo ascoltandolo nella Capitale: il suo è un pianismo ricco, spumeggiante, mai banale in cui si possono ascoltare echi provenienti dai grandi della tastiera quali Bill Evans, Jeitk Jarrett, Thelonious Monk… ma in cui è altresì assai facile scorgere le profonde influenze della musica cubana e in special modo di Chucho Valdes. Il tutto amalgamato e filtrato attraverso la sua specifica sensibilità sì da giungere ad uno stile del tutto personale caratterizzato da un uso frequente delle due mani all’unisono, dal frequente utilizzo di tutte le ottave dello strumento, da frequenti cambi di ritmo, da linee melodiche alle volte sghembe ma sempre affascinanti, da spessi clusters… mentre dal punto divista compositivo i suoi brani appaiono ben strutturati, contrassegnati alle volte da una ipnotica ripetitività di piccoli nuclei tematici . Da non trascurare, infine, la grande originalità nell’arrangiare brani altrui, elemento che abbiamo particolarmente ammirato nella riproposizione di due celeberrimi brani quali “Quizás, Quizás, Quizás” scritto dal musicista cubano Osvaldo Farrés nel 1947, e “Guantanamera”, resa famosa dal cantante e compositore cubano Joseíto Fernández a partire dalla fine degli anni ’40.
Insomma un gran bel concerto: peccato che, probabilmente anche a causa delle targhe alterne, non ci fosse un pubblico molto numeroso. (altro…)

Roberto Magris

Roberto Magris è nato a Trieste nel 1959. Ha iniziato la sua carriera jazzistica alla fine degli anni ’70. Ha realizzato 27 album ed ha sostenuto concerti in 41 paesi del mondo, suonando in Europa, America, Asia, Africa ed Australia. E’ direttore musicale della JMood Records, casa discografica jazz di Kansas City. In questa intervista Magris parla con estrema chiarezza, affrontando anche tematiche scottanti.

-Cos’è oggi per lei il jazz ?

E’ una musica nata e sviluppatasi nel secolo scorso, così come il rock, e che oggi tende ad unificarsi in altri generi musicali per diventare una musica “complessiva”: la musica del mondo globalizzato. Oggi, grazie alla diffusione globale del jazz e soprattutto alle scuole dove si studia ed impara il linguaggio del jazz, i musicisti sono così consapevoli e preparati da poter  “partire” dal jazz per dirigersi verso molteplici direzioni e stili musicali (un notevole passo avanti rispetto alla mia generazione che studiava invece per “arrivare” al jazz). Oggi quindi il jazz è sia “rivisitazione di un repertorio classico”, sia una musica “progressive” che segue l’evoluzione della società, cercando nuove strade per quella potrà essere la musica globale del futuro. A me, personalmente, piacciono ed interessano entrambe le direzioni.

-Come e quanto influisce sulla sua musica l’essere italiano e più precisamente vivere in una città così particolare come Trieste?

Influisce ed ha influito molto. Se guardiamo la carta geografica dell’Italia, Trieste è una città in posizione marginale, alla frontiera nord-orientale, distante da Milano ed ancor più dalla capitale Roma. Se invece guardiamo la carta geografica dell’Europa vediamo che Trieste si trova al centro, nel cuore della cosiddetta Mitteleuropa e con ben 6 capitali europee a portata di mano (Lubiana, Zagabria, Vienna, Bratislava, Budapest, Praga, oltre a Salisburgo e Monaco). Infatti non è un caso che Trieste abbia fatto parte dell’Austria per ben 600 anni e che il suo porto (che oggi è il primo porto petrolifero del Mediterraneo, dal quale parte l’oleodotto che copre tutto il fabbisogno di Austria, Rep. Ceca, Slovacchia, Ungheria e Baviera) continui ad operare massimamente per il bacino centroeuropeo. Nella mia città, qualunque iniziativa si voglia attivare, se si vuole aver successo si deve necessariamente puntare a quello che è geograficamente il suo hinterland naturale, ovvero il centroeuropa. Se invece ci si rivolge all’Italia, si entra in una dimensione di periferica provincialità. E’ successo anche a me con la musica e, sia chiaro, non si tratta assolutamente di una posizione anti-italiana ma soltanto della logica conseguenza del vivere in questa particolare città. Anzi, come musicista, mi sono sempre trovato a rappresentare all’estero il jazz italiano che però, paradossalmente, non mi ha mai riconosciuto e non mi riconosce tuttora tra i suoi esponenti più rappresentativi. In realtà, per certi versi a ragione… nel senso che io non sono certamente un “prodotto” della scena italiana del jazz, ma il mio retaggio culturale e relazionale e la mia esperienza musicale viene dalla scena jazz centroeuropea. I miei primi vent’anni di jazz, infatti, li ho spesi in gran parte suonando, oltreché nella mia città e nel vicino Veneto, soprattutto in Slovenia, Austria, Ungheria, Germania, Croazia, Rep. Ceca, Polonia ecc.. E’ vero che ho fatto delle puntate con il mio quartetto in quasi tutte le regioni d’Italia, suonando anche a diversi festival, ma la dimensione/rapporto può ben rappresentarsi nel seguente esempio: nella mia vita, finora, ho suonato a Roma un’unica volta, a Milano forse 4-5 volte, mentre a Praga (o a Kansas City, per dirne un’altra) siamo sulla ventina.

L’influenza di essere di Trieste nella mia musica si è esplicata soprattutto nei primi anni della mia vicenda musicale. Erano gli anni Ottanta, c’era la cortina di ferro, ed io ero uno dei pochi musicisti dell’Ovest a collaborare regolarmente con la scena jazz est-europea. Con il mio trio di allora, il Gruppo Jazz Marca, ero in contatto e sintonia con il lavoro di musicisti come Emil Viklicky, Janos Gonda, Bosko Petrovic, Tony Lakatos, Janusz Muniak, Sandor Szabo, e proponevo – mi si consenta, in anticipo con i tempi – un jazz di matrice europea basato su melodie popolari, retaggi classici e jazz modale. Registrai 3 Lp, tra cui uno dal titolo mitteleuropa che venne molto apprezzato a livello internazionale e pure recensito da Down Beat, parliamo di 25 anni fa… In Italia passò nel sostanziale disinteresse/incomprensione – eravamo nel periodo “free jazz politico” – così come il mio primo Lp dal titolo comunicazione sonora, che registrai nel 1981 a 22 anni (nel volume giapponese Jazz Critique dedicato al jazz europeo è tuttora presente). I conti comunque alla fine mi sono ritornati, dal momento che questi 3 Lp nel corso degli anni sono diventati dei “collector items” venduti alle aste online su internet e l’etichetta londinese Arision li ha infine ristampati su Cd. Ancora oggi, per quel mondo del jazz est-europeo fatto di etichette discografiche “di stato” come Jugoton, Pannonton, Supraphon, Amiga, Poljazz e di tanto jazz “valoroso” che aveva un significato di libertà, sotto l’icona di John Coltrane, provo una certa nostalgia per la sua sincerità e verità anche naif nel fare musica. La scorsa primavera sono ritornato a Praga, dopo alcuni anni, per 3 serate al Reduta, al Jazzdock ed all’Agharta, in trio con i miei vecchi amici Frantisek Uhlir e Jaromir Helesic. Arrivato ai club, ho trovato tutti i posti già “sold out” ed ho pensato “qui sono sempre a casa”. Poi, quando Pavel Smetacek – leader del Traditional Jazz Studio e poi politico dell’era Vaclav Havel – mi ha portato in regalo un libro sul jazz a Praga nel quale c’era anche un passaggio dedicato a me, con una mia foto, ho pensato: “questo in Italia proprio non lo sa nessuno”. Del resto, mentre in quel periodo in Italia c’erano i collettivi di musica improvvisata, io ero musicalmente e fisicamente tutto da un’altra parte.

-Se non sbaglio nei primi anni 2000 c’è stata anche l’esperienza dell’ Europlane Orchestra…

Esatto… nei primi anni 2000 ho avuto l’opportunità di fondare e dirigere l’Europlane Orchestra, l’orchestra jazz dei paesi centro-europei patrocinata e sostenuta politicamente e finanziariamente dall’INCE-CEI – Iniziativa Centro Europea, con sede a Trieste. E’ stato un periodo di felice ritorno e riscoperta, dopo vent’anni ed a condizioni politiche completamente mutate, di quello stesso mondo del jazz est-europeo, nel frattempo ormai “sdoganatosi” a livello internazionale. Con l’Europlane Orchestra – una specie di Vienna Art Orchestra di dimensioni più contenute – ho scritto composizioni ed arrangiamenti sempre nuovi, per ogni meeting annuale, sostenendo concerti (anche in situazioni istituzionali europee) e registrando 3 Cd (l’ultimo è current views. E’ stata una faticaccia, ma ne è valsa la pena e mi sono divertito con vecchi e giovani amici. Poi, una volta che le varie Ungheria, Romania, Polonia, Rep. Ceca ecc. sono entrate definitivamente nella Comunità Europea, la “mission” si è conclusa e con essa i finanziamenti e l’esistenza dell’orchestra stessa. Ma ancora fino a poco tempo fa i musicisti continuavano a scrivermi: quando ci rivediamo?

-Come spiega il fatto che probabilmente lei è più conosciuto e apprezzato all’estero che non in Italia?

Se da giovane mi fossi trasferito a Milano o a Roma mi sarei inserito nella scena jazz italiana, invece mi è stato più agevole rimanere a vivere a Trieste ed inserirmi direttamente nella scena jazz europea. Sembra una battuta, ma non lo è. Poi, a partire dagli anni Novanta ho cominciato a suonare anche e sempre di più in giro per il mondo. In America Latina ho praticamente suonato in quasi tutti i Paesi (da Buenos Aires a Lima, da Caracas a Città del Messico, da Montevideo a Managua in Nicaragua, Quito in Ecuador , Asuncion in Paraguay…). In Asia ho suonato in Cina, ad Hong Kong, in Uzbekistan, in Indonesia, nelle Filippine, poi in Australia, in Canada, ai Caraibi in Jamaica e Curacao, in Gabon in Africa e soprattutto negli Stati Uniti. Mi vien da dire che magari qualche festival in Italia in più  avrebbe anche potuto interessarsi alle mie proposte… ma ormai sono molti anni che ho smesso di “perdere tempo” e, semplicemente, se in Italia qualcuno mi chiama vengo volentieri altrimenti pazienza. Da quel che ho potuto toccare con mano, il mondo del jazz italiano (promoter e musicisti) è esattamente come l’Italia, un Paese che amo molto ma che, con ogni evidenza, ha qualche serio problema… con le dovute rare eccezioni, naturalmente. Per contro alla “situazione concerti” devo invece dire, con soddisfazione e gratitudine, che conto molti amici ed estimatori tra i critici jazz italiani, da lunga data, che mi hanno seguito e sostenuto con recensioni ed interviste; inoltre, ho avuto un ottimo rapporto con le etichette jazz italiane, soprattutto con la BlackSaint/Soulnote di Bonandrini, che ha pubblicato 3 miei Cd, che reputo i migliori da me realizzati con musicisti europei (in testa check in, con Tony Lakatos e Michi Erian)

-Lei ha una notevole frequentazione con gli States, in special modo con Kansas City; come è nato questo rapporto?

Semplicemente, il mio manager e produttore discografico negli USA è Paul Collins, che è di Kansas City. Più nel dettaglio, nel 2006 avevo dei concerti a Los Angeles assieme ad Art Davis (bassista di John Coltrane) e suonammo alla Jazz Bakery ed al Catalina Jazz Club di Hollywood, che ebbero un ottimo successo. L’anno seguente ci incontrammo di nuovo a Los Angeles per registrare il Cd mating call, assieme ad Idris Muhammad. Dopodiché fu naturale l’invito a Kansas City, per concerti e nuove registrazioni per la sua etichetta JMood Records, di cui poi mi ha chiesto di diventare il direttore musicale. Oggi, sono arrivato a quota 12 CD incisi a mio nome negli USA per un’etichetta americana, il che penso sia un record per il “jazz italiano”. Negli ulteriori CD per la JMood ho registrato varie volte con Albert Tootie Heath, con Sam Reed, ma anche con “giovani leoni” come Brandon Lee, Kendall Moore e Logan Richardson e la “mia ritmica” (Dominique Sanders al contrabbasso e Brian Steever alla batteria). Di particolare successo finora…  sono stati aliens in a bebop planet ed enigmatix, ma tutti i miei lavori vengono abitualmente promossi presso la rete delle radio jazz americane, con recensioni su Down Beat, JazzTimes, All About Jazz ecc. Oltre a ciò, va ricordato che Kansas City è una delle capitali del jazz ed è la città di Charlie Parker, Mary Lou Williams, Count Basie, Jimmy Lunceford, Jay McShann… ma anche di Bobby Watson e Pat Metheny…  ed a Kansas City c’è la sede dell’American Jazz Museum. Qualche anno fa, proprio in occasione di un mio concerto all’American Jazz Museum, in tributo all’appena scomparso Jay McShann (di cui conosco la famiglia, ho ricevuto in omaggio di alcuni suoi arrangiamenti originali e sul cui pianoforte ho personalmente suonato, a casa sua), il City Council di Kansas City mi ha conferito la cittadinanza onoraria, di cui sono particolarmente orgoglioso. Dopo tanti anni posso dire di essere (anche) un musicista della scena jazz di Kansas City e, anzi, negli USA vengo spesso direttamente presentato come un musicista di Kansas City (che è per me sempre un bel complimento!). Non è escluso che prima o poi mi trasferisca direttamente a vivere negli States, visto che anche a mia moglie piacciono molto. (altro…)

Franco D’Andrea

Foto Daniela Crevena

 

Franco D’Andrea è una delle punte di diamante del jazz internazionale. Grazie ad  una tecnica superlativa e ad una capacità improvvisativa che non teme confronti, il pianista di Merano è uno dei pochi artisti che riesca a coniugare, in mirabile sintesi, la tradizione e il linguaggio attuale del jazz. La sua oramai lunga carriera è costellata da esperienze tutte assai felici e da una serie di album che fanno oramai parte della storia del jazz italiano. Uomo affabile e dal facile eloquio, D’Andrea mai si sottrae ad un franco confronto…come accade nell’intervista che segue, realizzata in un ristorante di Ruvo di Puglia  sabato dieci ottobre, il giorno della sua esibizione al Talos Festival.

Tu sei uno dei pochi musicisti che suona un jazz estremamente moderno sulla base di una conoscenza approfondita della tradizione. Come sei arrivato a questo tuo linguaggio così particolare?

Questo fa parte della mia storia. Io, quand’ero ragazzino, mi sono innamorato del jazz ascoltando Louis Armstrong e ciò, prima o dopo, produce qualche effetto. Louis Armstrong con gli All Stars; ricordo che allora i dischi di Armstrong degli anni Venti erano difficili da ascoltare, gracchiavano , non si capiva granché; però quel disco degli All Stars che per caso mi fece ascoltare un mio compagno di scuola, era ben registrato, Louis Armstrong suonava al meglio con Barney Bigard al clarinetto, Trummy Young al trombone… insomma dei personaggi straordinari… davvero un bel gruppo. Mi piacque tantissimo per cui io ho cominciato ad interessarmi di jazz, a suonarlo con il jazz tradizionale. Ho voluto immediatamente comprare una tromba per cui hanno ragione quanti, tracciando la mia biografia, dicono che ho cominciato suonando la tromba. L’ho suonata veramente ma nel jazz tradizionale. Quando ho sentito Louis Armstrong avevo circa tredici anni per cui, circa quattro anni dopo, un mio amico – ma permettimi una digressione: io sono nato a Merano e Merano è un posto un po’ strano in quanto c’è una parte di lingua tedesca e una di lingua italiana – ebbene, questo mio amico di lingua tedesca ogni tanto andava a Monaco a cercare dei dischi particolari e mi portò un disco di Horace Silver. Era il primo disco che fecero con l’insegna dei Jazz Messengers, cioè non si era ancora deciso se il leader sarebbe stato Silver o Art Blakey. Era un bellissimo disco, c’erano pezzi come Nica’s Dream, Icaroh … è un disco che ancora oggi, quando l’ascolto, mi sembra bellissimo. Ecco, in quel momento ho capito che c’era un altro jazz, di un altro genere, egualmente bello, interessante. Io ero un tradizionalista convinto, potevo arrivare alla swing era, potevo spingermi sino a Benny Goodman ma di jazz moderno nulla conoscevo.

Quindi Silver ti ha aperto nuovi orizzonti.. ma hai avuto anche un ottimo viatico in quanto la musica di Silver è davvero trascinante, fresca ancora oggi a tanti anni di distanza.

Hai perfettamente ragione. Ho avuto fortuna perché Horace Silver è in effetti una buona porta d’ingresso per incontrare il jazz moderno: come tu dici, la sua è una musica piacevole, ha una sua melodicità, dei temi bellissimi, una semplicità molto accattivante. Partendo da lì è stato poi facile ascoltare tutto il resto e cioè Coltrane, Miles Davis, Cannonball Adderley… a quel punto però ero in gravi difficoltà. Io suonavo strumenti a fiato – oltre la tromba il clarinetto , il sax soprano – insomma tutti gli strumenti classici del dixieland, e non sapevo un accordo; da questo punto di vista la roba di Horace Silver era difficilissima.

-E’ questo che ti ha spinto verso il pianoforte?

Esatto. Trovandomi dinnanzi a queste difficoltà, ho cominciato a toccare il pianoforte che c’era a casa, il classico piano di famiglia, e lì – come dico spesso ai miei allievi – ci sono rimasto incollato. A quel punto della mia vita il pianoforte era indissolubilmente legato al jazz moderno; superati i venti anni, vado a Bologna e qui incontro un giro pazzesco; io ufficialmente avrei dovuto studiare a Bologna , all’Università, ma io coltivavo questa passione per la musica e così nella città felsinea trovo questi personaggi che mi traviano completamente: jam sessions che finivano alle cinque del mattino… Insomma finii con l’abbandonare l’Università; in compenso conobbi altre cose del jazz moderno a contatto con quell’ambiente.

-Ma chi erano i personaggi che animavano la scena bolognese di quegli anni?

Il personaggio più importante, l’animatore era Alberto Alberti che all’epoca vendeva dischi, soprattutto di jazz, e fomentava un enorme interesse, passione per questa musica. L’ambiente che gli stava attorno era costituito nella quasi totalità da musicisti appassionati e anche bravi, alle volte molto bravi… ricordo che tra questi musicisti c’era Lucio Dalla che all’epoca suonava il clarinetto, tra l’altro abbastanza bene . A un certo punto conosco Maurizio Maiorana che era il bassista di Amedeo Tommasi , però il Maiorana aveva avuto un invito per andare a Roma con Nunzio Rotondo. Maiorana mi aveva sentito in queste jam sessions e gli piaceva come suonavo; così mi raccomandò presso Nunzio Rotondo e mi propose di seguirlo nella Capitale. Così nel ’63 sono andato a Roma e a quel punto è cominciata la mia carriera da professionista, avevo ventidue anni. (altro…)

I nostri CD

I NOSTRI CD

Omer Avital – “New Song” – Plus Loin Music 4568
Quintetto di tutte stelle questo guidato dal contrabbassista Omer Avital, con il trombettista Avishai Cohen, il sassofonista tenore Joel Frahm, il pianista Yonathan Avishai e il batterista Daniel Freedman . Israeliano di origini yemenite da parte di madre e marocchine da parte di padre, Avital è uno di quei personaggi che hanno scritto la storia del jazz israeliano assieme a quel Avishai Cohen che non a caso figura anche in questo album. La sua è una cultura composita, poliedrica: amante del jazz conosce a fondo il blues, il gospel, il soul, così come la musica afro-cubana, i ritmi di estrazione africana… ma da artista, da uomo che vive il suo tempo, inserito in una realtà difficile come quella del suo Paese, non disconosce certo le sue origini. Di qui molti elementi della cultura araba che fatalmente si ascoltano nelle sue composizioni i cui titoli, d’altro canto, evidenziano assai bene questa sua attitudine a rivolgere lo sguardo sia verso l’occidente sia verso l’oriente: “Hafla”, “Tsafdina”, “Maroc” ad esempio richiamano il mondo arabo così come “Ballad for a friend” o “Small time shit” si rifanno a paesaggi, situazioni a noi più vicine. Ma non è solo una questione letteraria ché la musica rispecchia in qualche modo quanto su accennato. Così ad esempio il brano d’apertura, “Hafla”, si muove su coordinate che richiamano espressamente una melodia tradizionale israeliana coniugata con un linguaggio jazzistico ben evidenziato dal solismo di Avishai Cohen. Viceversa nella title track l’atmosfera è più chiaramente e inequivocabilmente jazzistica , con una dolce cantabilità evidenziata dal pianismo di Yonathan Avishai e ancora dalla tromba di Cohen con il leader che si produce in un accompagnamento tanto propulsivo quanto discreto unitamente alle spazzole egregiamente manovrate da Freedman. Con “Tsafdina” siamo sul versante afro-cubano sorretto da un pertinente backghround vocale e da un coinvolgente dialogo pianoforte-batteria che conduce all’assolo conclusivo di Cohen… e via di questo passo in un alternarsi di atmosfere che si protrae sino alla fine dell’album impreziosito da una mescolanza di colori, sapori, timbri che costituisce la forza dell’album. Ultima notazione: i brani sono tutti di Omer Avital.

Tim Berne’s Snakeoil – “You’ve Been Watching Me” – ECM 2443
You've beenTim Berne è musicista “pericoloso” nel senso che se, tanto tanto ti azzardi non dico a parlarne male ma a dire che la sua musica non ti scalda più di tanto, ecco che le vestali “del vero jazz” si ergono indignate a tacciarti nel migliore dei casi di incompetente…altrimenti sei un venduto al soldo di qualche casa discografica concorrente. Ma abbiamo le spalle larghe e quindi sfideremo l’ira di chi ne sa più di noi per dire che Tim Berne è sicuramente un grande musicista ma altrettanto sicuramente che la sua musica non è in cima alla nostra personalissima scala di preferenze. Questo è il terzo album che Berne, con il suo nuovo gruppo “Snakeoil” incide per la ECM: nel 2011 il primo “Snakeoil” , nel 2013 il secondo “Shadow Man” (2013), ed ora questo “You’ve Been Watching Me”, registrato a dicembre del 2014. Il gruppo è rimasto sostanzialmente lo stesso vale a dire con il clarinettista Oscar Noriega, il pianista/tastierista Matt Mitchell e il batterista Ches Smith cui si aggiunge il chitarrista Ryan Ferreira. Come al solito le composizioni di Berne sono caratterizzate da strutture estremamente complesse nel cui ambito l’artista riesce a raggiungere un notevole equilibrio tra le parti d’assieme e lo spazio lasciato ai singoli solisti. Solisti che sono tutti dei fuoriclasse: a parte il leader che ben si ascolta in tutti i brani, Oscar Noriega si fa apprezzare a partire dal brano di apertura, “Lost In Redding”, mentre il chitarrista Ryan Ferreira da vita e spessore alla title track; notevoli l’ utilizzo del vibrafono da parte di Ches Smith e l’impiego delle elettroniche da parte di Matt Mitchell che forniscono al tutto una timbrica e un colore nuovo. I brani sono tutti piuttosto lunghi e si avverte, sempre, la grande conoscenza che Berne ha dell’universo musicale inteso nella sua globalità dal momento che è possibile percepire una serie di influenze che vanno ben al di là del mondo jazz.

Ketil Bjørnstad-“Sunrise. A Cantata On Texts By Edvard Munch”- ECM 2336

Il pianista, compositore, scrittore e poeta Ketil Bjørnstad è una sorta di icona nell’ambito del mondo culturale norvegese e ben a ragione ove si consideri che si tratta di un artista che ha fatto dell’integrità, della sincerità d’espressione la sua particolarissima cifra stilistica. A tali regole non sfugge quest’ultimo album registrato a Oslo nell’aprile del 2012: si tratta di una commissione in quanto il lavoro è stato chiesto al compositore dai responsabili del Nordstrand Musikkselskap Choir in occasione del suo settantesimo anniversario, nel 2011, lavoro che è stato poi eseguito in concerto presso l’Auditorium dell’Università di Oslo; qiì, dietro al palco, si può ammirare il dipinto di Munch intitolato “The Sun”. Ed è proprio a Munch che è dedicata questa composizione in cui è racchiuso molto dell’animo norvegese. Come spiega lo stesso Bjørnstad nelle note che accompagnano l’album, Munch non si limitava a dipingere ma scriveva sia per meglio illustrare i suoi quadri sia per esprimere le proprie emozioni, i propri stati d’animo che ondeggiavano sempre tra un cupo pessimismo e la speranza della luce, speranza e delucidazioni che, ipotizza Bjørnstad, il pittore forse avrà trovato solo alla fine della sua esistenza. Bjørnstad ha cercato di trasporre in musica queste sensazioni, questi sentimenti: si è quindi avvalso di alcuni di questi scritti per costruirvi delle splendide melodie che sembrano fuori dal tempo e dallo spazio nella loro dolce cantabilità. Ad eseguire magnificamente queste partiture sono l’Oslo Chamber Choir, diretto da Egil Fossum, la vocalist Kari Bremnes e musicisti di diversa estrazione come il violoncellista Aage Kvalbein, l’alto sassofonista Matias Bjørnstad, il contrabbassista Bjørn Kjellemyr, il percussionista Hans-Kristian Kjos Sørensen e lo stesso Bjørnstad al pianoforte. L’atmosfera generale è chiaramente riconducibile ad un mix tra musica colta e musica pop mentre , oggettivamente, i riferimenti al jazz sono piuttosto labili.

Tore Brunborg – “Slow Snow” – Act 9586-2
Questo è l’album d’esordio in casa ACT del norvegese Tore Brunborg che già conoscevamo dalla fine degli anni Novanta quando incise, tra l’altro, due ottimi album, “Orbit” in compagnia del batterista Jarle Vespestad e “Lines” con Vigleik Storaas ( Key ),Olaf Kamfjord ( Bss ) e Trond Kopperud (Drs). Anche in questo debutto con la ACT, Brunborg evidenzia appieno tutte le sue qualità sia di eccellente polistrumentista (sax tenore e pianoforte) sia di compositore (il repertorio è composto unicamente da sue composizioni). Si tratta, insomma, dell’ennesimo jazzista talentuoso che la Norvegia sta producendo in questi anni, ed è una sorta di miracolo ove si pensi a quanto poco numerosa sia la popolazione che vive da quelle parti. Ed in effetti anche gli altri musicisti che accompagnano Brunborg sono norvegesi: Aivind Aarset alla chitarra, Steinar Raknes al contrabbasso e Per Oddvar Johansen alla batteria ed elettronica. Ciò detto, va sottolineato come la musica di Tore, seppure si inserisce in quel filone di “jazz nordico” che abbiamo imparato a conoscere ed ammirare nel corso di questi ultimi decenni , presenta tuttavia qualche particolarità. Così ritroviamo quegli spazi ampi, quella tessitura sofisticata, quella cura del suono , quelle atmosfere sognanti , quel caldo lirismo che caratterizzano in linea di massima la produzione dei musicisti norvegesi, ma accanto a ciò ascoltiamo episodi , ad esempio “Tune In” e “Light A Fire Fight A Liar”, in cui la musica si fa più dura, spigolosa quasi a voler reclamare una più precisa identità . E via di questo passo in un alternarsi di situazioni che, lungi dal significare disomogeneità, illustrano al meglio le qualità e dell’ensemble e dei singoli. Così se è vero che le luci sono focalizzate sul leader , è altrettanto vero che non mancano occasioni per evidenziare il talento degli altri: si ascolti l’assolo di Raknes in “History”, mentre Eivind Aarset, uno dei grandi innovatori della chitarra, si fa apprezzare in diversi momenti. Dal canto suo Johansen fornisce un drumming preciso e propulsivo per tutta la durata dell’album.

Terry Lyne Carrington – “The ACT Years” – ACT 9588-2
Preparare una compilation è impresa oggettivamente difficile in quanto si tratta di scegliere tra diverse opzioni e realizzare un album che possa raggiungere lo scopo prefissato. Scopo che può essere di natura differente a seconda che si tratti di lumeggiare un periodo particolare, uno stile, l’attività di una casa discografica o quella di un artista. E’ il caso di questo album la cui protagonista è la celebre batterista Terry Lyne Carrington; sulla scena oramai da molti anni, la Carrington è a ben ragione considerata la migliore batterista-compositrice jazz oggi in esercizio, come d’altro canto affermato da Dizzy Gillespie che l’ascoltò agli inizi della carriera e successivamente confermato dal Grammy ottenuto nel 2011 con “The Mosaic Project” . In effetti Terry Lyne possiede tutte quelle doti che fanno un grande batterista: eccellente tecnica, senso del tempo, forte propulsione ritmica, fantasia, capacità di creare un tappeto ritmico cangiante a seconda delle necessità del solista…
In questo album possiamo ascoltare dodici brani tratti da tre CD “Jazz Is A Spirit” del 2002, “Purple : Celebrating Jimi Hendrix” di Nguyên Lee ancora del 2002 e “Structure” del 2004. La batterista figura accanto ad alcuni dei più bei nomi del jazz mondiale, da Herbie Hancock a Greg Osby da Kevin Eubanks a Wallace Roney, da Terence Blanchard a Gary Thomas… alla vocalist Aida Khann. Insomma un’ottima occasione non solo per rivisitare il drumming della Carrington, ma anche per ascoltare artisti che hanno scritto pagine indimenticabili. In tal senso particolarmente stimolante “Samsara (for Wayne) con Herbie Hancock, Kevin Eubanks, Gary Thomas e Bob Hurst.

Keith Jarrett – “Creation” – ECM 2450
A maggio, in occasione del settantesimo compleanno di Keith Jarrett, sono usciti per la ECM due album. Il primo, live, contenente due Concerti del Novecento per pianoforte e orchestra è già stato recensito su questo sito, con la solita competenza ed arguzia da Massimo Giuseppe Bianchi. Del secondo parliamo adesso. “Creation” raccoglie nove improvvisazioni in piano-solo registrate durante concerti tenuti a Tokyo, Toronto, Parigi e Roma in un breve arco di tempo che va dal 6 maggio all’11 luglio del 2014 e scelte dallo stesso Jarrett – per una volta senza l’apporto di Eicher – sì da farne una sorta di suite. Ora è indubbio che, al netto delle tante bizze che hanno contrassegnato gli ultimi anni della sua carriera, Jarret rimane un pianista straordinario, un artista che quando ritiene di aver trovato le condizioni giuste è in grado di sciorinare musica di ineguagliabile bellezza e valenza artistica. Ci è riuscito anche in questo album? L’interrogativo non è retorico dal momento che la cronaca ci racconta di alcune performances di Jarrett non proprio memorabili. Ecco, questo CD non può certo essere annoverato tra i capolavori del pianista anche se siamo, sempre, su livelli alti. Il fatto è che l’aver scelto improvvisazioni da diversi concerti ha sì fornito all’album una sua omogeneità ma non sempre questo è un fatto positivo. Nel caso in oggetto, infatti, molto si è perso di quella varietà di situazioni che spesso si registra nei concerti di Jarrett quando il pianista, nelle sue improvvisazioni, riflette l’umore del momento, l’ispirazione momentanea creando quel clima di incertezza, straordinariamente coinvolgente, che caratterizza le sue esibizioni. Ad esempio ricordiamo perfettamente una performance a Roma in cui ad una prima parte francamente noiosa fece seguito un secondo tempo di straordinaria brillantezza. Insomma forse non siamo molto lontani dal vero affermando che probabilmente il meglio di sé Jarrett lo ha già dato.

Leszek Możdżer & Friends – “Jazz at Berlin Philarmonic III” – ACT 9578-2
Jazz at the Berlin PhilarmonicIl pianista Leszek Możdżer, classe 1971, è uno dei maggiori esponenti del jazz polacco. Ha cominciato a studiare pianoforte all’età di cinque anni fino al raggiungimento del diploma al Conservatorio Stanislaw Moniuszko di Gdańsk nel 1996. Avvicinatosi al jazz, all’età di 18 anni, inizia la sua carriera con il gruppo del clarinettista Emil Kowalski . Nel 1991 è con il gruppo Miłość (« Amour »). Un anno dopo è premiato all’ International Jazz Competition Jazz Juniors che si svolge a Cracovia. Per questo album registrato live alla Berlin Philharmonie si presenta con il suo trio abituale completato dal contrabbassista svedese Lars Danielsson e dal batterista israeliano Zohar Fresco, con l’aggiunta dell’Atom String Quartet. Il repertorio è basato in massima parte su originals del leader che evidenziano appieno le grandi doti di questo artista. In possesso, come si accennava, di una solida preparazione di base innervata da una cultura classica, Leszek si esprime con un linguaggio che coniuga efficacemente stilemi jazzistici, echi folk con modalità proprie della musica classica, in cui si avverte, evidente, l’influenza dell’eroe nazionale della musica polacca, Chopin . Il tutto impreziosito da un sound affatto particolare che attribuisce all’intero album un’atmosfera suggestiva; in effetti il trio, che ha raggiunto una grande intesa cementata da molti anni di stretta collaborazione, è completamente sintonizzato sulle idee del leader che riesce a fondere il sofisticato gioco di batterista e contrabbassista all’interno di un puzzle cameristico in cui l’Atom String Quartet riveste un ruolo tutt’altro che secondario. E non è certo un caso che molti critici pongano quasi sullo stesso piano il Kronos Quartet e l’Atom String Quartet data la straordinaria capacità improvvisativa dei componenti quest’ultimo gruppo. Si ascolti, al riguardo, le romantiche sonorità del quartetto in “Love Pastas”   (altro…)