L’Indo Jazz nella visione di Giuliana Soscia

All’Auditorium Parco della Musica di Roma, ancora una superlativa dimostrazione di quali straordinari traguardi abbia raggiunto nel nostro Paese il jazz al femminile: ci stiamo riferendo al “GIULIANA SOSCIA INDO JAZZ PROJECT” eseguito nella Capitale il 19 marzo scorso.

Già in sede di presentazione avevamo sottolineato la difficoltà prima di immaginare e poi di comporre una musica in cui siano presenti elementi tratti dalla tradizione indiana classica e dal jazz eseguiti da un gruppo di musicisti provenienti da questi due mondi musicali. Allo stesso tempo avevamo però detto che se ad occuparsene era un’artista di grandi qualità compositive e interpretative come Giuliana Soscia allora tutto diventava possibile. E avevamo ragione ché il concerto del 19 è stato un successone salutato dal pubblico con grandi e convinti applausi.

Per i lettori di “A proposito di jazz”, Giuliana Soscia è nome familiare dal momento che tante volte è stata oggetto delle nostre recensioni in relazione a concerti e produzioni discografiche. Ciò non toglie che sia comunque il caso di ribadire come la Soscia sia una delle musiciste più preparate e titolate che affollano il nostro universo jazzistico. Nata a Latina, pianista, fisarmonicista, compositrice/arrangiatrice e direttrice d’orchestra jazz, nel 1988 si diploma in pianoforte con il massimo dei voti presso il Conservatorio di musica S. Cecilia di Roma.  Si perfeziona con il M° S. Cafaro allievo di Petrassi e la Prof.ssa A.M. Pernafelli in interpretazione barocca. È maestro pianista accompagnatore nella classe del tenore M° Gabriele De Julis. Vince numerosi concorsi pianistici e intraprende subito un’intensa attività concertistica. Contemporaneamente comincia a studiare fisarmonica jazz e successivamente composizione e arrangiamento per orchestra jazz, conseguendo il Diploma Accademico di II Livello in Composizione Jazz con il massimo dei voti e la lode. Proprio come fisarmonicista e compositrice jazz ottiene probanti risultati affermandosi non solo in Italia ma in tutto il Vecchio Continente. Così nel 2001 vince il trofeo “Sonerfisa” Premio Internazionale città di Castelfidardo come migliore fisarmonicista italiana e nel 2007 il Premio alla carriera.

Nel 2006 fonda il quartetto “Giuliana Soscia Tango Quartet” che dall’anno successivo si avvale anche di Pino Jodice (che diventerà suo marito). Con questa formazione svolge un’intensa attività concertistica presso prestigiosi festivals e teatri in Italia e all’Estero tra cui il San Carlo di Napoli, il Teatro dell’Opera di Ankara, il Brasile, Lima, Addis Abeba… Impegnata con il “Giuliana Soscia Trio” nella divulgazione della composizione jazz al femminile e soprattutto del ruolo della Donna nel jazz, si esibisce in un prestigioso Tour in India in occasione della Festa della Donna 2016.

L’esperienza indiana si ripete pochi anni dopo: è il febbraio di quest’anno quando l’artista è chiamata ad un altro tour promosso dall’ Ambasciata d’Italia in India, dal Consolato Generale d’Italia di Mumbai e di Calcutta, dagli Istituti Italiani di Cultura di New Delhi e Mumbai ad aprire le Celebrazioni dei 70 anni di Relazioni Diplomatiche tra Italia e India. In tutte queste località la Soscia presenta il suo “Indo Jazz Project” che, come già detto, approda finalmente all’Auditorium romano; accanto a Giuliana – composizione, direzione e pianoforte –  ci sono Mario Marzi importante sassofonista di area classica, Paolo Innarella flauto, bansuri e sax soprano, Rohan Dasgupta sitar, Marco de Tilla contrabbasso e Sanjay Kansa Banik tabla.

Ed è davvero stupefacente ascoltare come la Soscia sia riuscita a comporre un repertorio assolutamente omogeneo in cui il sound degli strumenti tipici del jazz e più in generale della musica occidentale si fondono con alcuni strumenti tipici dell’India. Così, nei vari brani, è possibile enucleare parti scritte e arrangiate in chiave jazzistica che, nella parte centrale, lasciano campo libero alle improvvisazioni dei vari strumenti ognuno con il proprio linguaggio pur rimanendo coerenti con la struttura data. Così sitar e tabla improvvisano con i raga intrecciandosi con l’accompagnamento del contrabbasso e del piano. E bisogna dare atto alla Soscia di aver saputo ‘scrivere’ in maniera tale da lasciare il dovuto spazio ai singoli improvvisatori senza tuttavia trascurare la forza e la compattezza dell’insieme. Il tutto impreziosito da alcuni assolo al pianoforte sempre centrati, senza mai eccedere, senza la pur minima voglia di stupire l’ascoltatore con espedienti in un contesto del genere assai facili da trovare… insomma con quella grande onestà intellettuale che nel corso degli anni abbiamo imparato ad apprezzare nell’artista di Latina.

Il concerto si apre con “Samsara” dedicato al ciclo della vita e in particolare – spiega la stessa Soscia “alla mia rinascita, quando ho deciso di mettere un po’ da parte la fisarmonica a causa di un problema di salute e di riprendere a suonare il pianoforte a pieno ritmo”. L’andamento musicale del brano è molto ciclico e ciclico è l’alternarsi delle parti improvvisate di flauto, pianoforte, sax e sitar.

A seguire “Indian Blues” una forma blues in 7/4 con una melodia molto semplice e solare che ricorda i colori dell’India; il pezzo si avvale di una lunga introduzione con parti scritte in uno stile classico contemporaneo e una improvvisazione di solo piano.

Particolarmente gustoso il terzo brano, “Arabeque” dedicato al mondo arabo, a sottolineare questa influenza araba nella cultura indiana. Di grande impatto l’introduzione stile free jazz con percussioni varie e il contrabbasso ‘percosso’ con l’archetto sugli armonici.

A rievocare la maestosità del fiume Gange l’omonimo brano mentre “Alpha Indi” la stella più luminosa del cielo indiano, è un brano dedicato espressamente dalla Soscia a quelle persone che per generosità e bontà d’animo, brillano come una stella nell’universo.

A chiudere “Bloodshed” una denuncia per le stragi, le miserie umane, un brano per esorcizzare il male nella speranza di un mondo migliore.

Gerlando Gatto

Maria Pia De Vito riattualizza le “moresche” di Orlando di Lasso

Maria Pia De Vito è davvero un’artista di livello superiore, come dimostra ampiamente il suo ultimo lavoro discografico “Moresche e altre invenzioni” registrato per la Parco della Musica Records e presentato al pubblico il 3 marzo presso l’Auditorium romano.

La sua ricerca sul canto e sulla voce abbraccia diversi campi d’azione: dalla personale elaborazione della lingua e la cultura napoletana attraverso la musica di improvvisazione e l’incontro con culture diverse (il Brasile di Guinga, Chico Buarque e Ivan Lins…quella africana), free jazz ed elettronica, la prossimità con la musica barocca, il lavoro sulla forma canzone senza limitazioni di genere. Molto attiva dal 2007 con il duo Dialektos con Huw Warren con cui ha inciso due Cd per l’etichetta ‘Parco della musica’, suonando in tutta Europa ed un tour in estremo oriente. E’ stata protagonista dell’opera ‘Diario dell’assassinata’, presso il Teatro San Carlo di Napoli nell’aprile 2014, sempre con Huw Warren al suo fianco. Ha varato nel 2011 il Progetto ‘Il Pergolese’, che ha inciso poi per la prestigiosa etichetta ECM, con François Couturier, Anja Lechner, Michele Rabbia, esibendosi in grandi festival e teatri europei. Nel 2016 la troviamo all’Opera di Lyon in una carte blanche di 5 progetti da lei diretti.

L’ultimo arrivato, in ordine di tempo ma non certo di importanza, è “Moresche e altre invenzioni”, il delizioso progetto di cui in apertura.

Conosciamo Maria Pia De Vito da tanti anni, ne abbiamo seguito con grande interesse le varie fasi dello sviluppo artistico… insomma la conosciamo assai bene, eppure Maria Pia è ancora in grado di stupirci, di presentare qualcosa di assolutamente nuovo e inedito che la conferma una delle più grandi artiste che il panorama musicale europeo possa vantare al di là di qualsivoglia etichetta o stile.

In questo album la vocalist si presenta alla testa di “Burnoguala” un ensemble vocale di una ventina di elementi da lei diretto che dopo vari anni di studio e ricerca approda finalmente ad una prova discografica che definire convincente è del tutto eufemistico. In effetti il disco è semplicemente superlativo così come superlativo è stato il concerto del 3 marzo.

All’Auditorium, per l’attesa presentazione dell’album, la vocalist napoletana si è presentata alla testa del suo nutrito coro, accompagnato dal pianista Lorenzo Apicella, dal contrabbassista Dario Piccioni, dal percussionista Arnaldo Vacca, da Ousmane Coulibaly alla kora e al balafon, da Alessandro D’Alessandro all’organetto e da Giuseppe Moffa detto “Spedino” alla zampogna. Oltre un’ora e mezzo di musica semplicemente straordinaria che ha portato all’entusiasmo il numeroso pubblico, per la qualità e la carica innovativa della proposta.

In effetti oramai da qualche anno, la De Vito, alla testa di questo suo coro, sta conducendo una raffinata ricerca sulle ‘moresche’ di Orlando di Lasso, compositore fiammingo del XVI secolo, ovvero su quelle composizioni a più voci basate su un linguaggio burlesco in voga nel ‘500. Ma l’album, come recita lo stesso titolo, contiene non solo “moresche” ma anche “altre invenzioni” cioè improvvisazioni che in qualche modo si allacciano alla musica di ieri. Così accanto alle otto moresche troviamo sei “invenzioni” dovute alla leader da sola o in collaborazione, sul disco, con Rita Marcotulli, Coulibaly e Ralph Towner mentre un ulteriore brano, “Vecchie letrose”, è di Willaert, con intro da Canto delle Lavandaie di Roberto de Simone – tratto da La Gatta Cenerentola.

Insomma un repertorio che, pur nella sua diversità presenta un notevole tasso di omogeneità dovuto al fatto che tutto questo materiale viene innervato continuamente da inserti sonori tratti dalla musica africana, dalla Napoli rinascimentale, dal jazz, testimoniato, quest’ultimo dalla capacità improvvisativa che gli artisti evidenziano e che rendono il tutto di estrema attualità. E così è davvero straniante ascoltare una musica che data di qualche secolo e che pure suona contemporanea, più moderna di molta roba incisa in questi mesi. Così come straordinario è il lavoro fatto dalla De Vito sulle “invenzioni” tutte perfettamente aderenti al progetto globale. Si ascolti, al riguardo, le tre invenzioni che vedono protagonista Ousmane Coulibaly alla kora e al balafon; l’artista africano si integra, perfettamente, sia con la voce sia con lo strumento, nel ricco tessuto immaginato e realizzato dalla De Vito. Ma queste caratteristiche si riscontrano appieno in tutto l’album: il ritmo è continuo, incalzante, coinvolgente con una ricca tramatura contrappuntistica, in cui il canto, anche improvvisato, si regge ora sulle sue sole forze (a cappella) ora su una impalcatura strumentale che conserva anche dal vivo tutta la sua forza nonostante manchino alcune delle stelle presenti sul disco come Rita Marcotulli e Ralph Towner. Il senso del repertorio è illustrato dalla stessa De Vito: le Moresche sono state scritte da Orlando dopo un periodo a Napoli e il linguaggio che si usa è un miscuglio tra dialetto napoletano storpiato, e parole e frasi derivanti dalla lingua africana Kanuri; queste ‘canzoni’ rappresentano litigi e bisticci fra schiavi e liberti che vivono a Napoli. Una Napoli rinascimentale in cui però c’era anche accoglienza e qui il richiamo alla drammatica attualità di oggi è palese. Quello che ne viene fuori, spiega ancora Maria Pia De Vito, è uno spaccato sulla vita degli schiavi che vengono liberati e possono esprimere la loro cultura musicale. In fondo rappresentano il primo incontro tra la musica europea e quella africana 400 anni prima del “Treemonisha” di Scott Joplin, come argutamente rileva Gianfranco Salvatore nelle note che accompagnano l’album.

Insomma una rappresentazione davvero superlativa per cui ci pare giusto, in conclusione, citare uno per uno tutti i componenti del coro: SOPRANO: Valentina Rossi; Vittoria D’angelo; Ilaria Gampietri; Oona Rea; Mary De Leo – MEZZOSOPRANO: Francesca Fusco; Marta Colombo; Lucia Mossa – CONTRALTO: Laura Sciocchetti; Elisabetta D’aiuto; Margherita Rampelli; Elena Paparusso – TENORE: Danilo Cucurullo; Daniele Giannetti; Tommaso Gatto; Stefano Minder; Paolo Caiti; Flavio Spampinato; Gianfranco Aghedu – BASSO: Marco Lizzani; Sebastiano Forti; Fabio Grasso

Gerlando Gatto

Emma Salokoski Amo la musica finlandese

 

Emma, come è affettuosamente chiamata in Finlandia Emma Salokoski (Helsinki 1976), è artista poco conosciuta nel resto dell’Europa ma amatissima nel suo Paese e in tutta la Scandinavia. Artista versatile, affronta con estrema disinvoltura un repertorio assai vasto che va dal jazz alla bossa nova, dal pop alle canzoni per bambini.

Il tutto porto attraverso un linguaggio semplice ma non banale sorretto da approfonditi studi che l’hanno qualificata, altresì, come eccellente didatta nel campo della tecnica vocale. E dato che il pubblico italiano poco la conosce, vale la pena spendere qualche parola sulla sua formazione artistica. Emma studia viola ‘classica’ dagli undici ai diciotto anni dopo di ché si trasferisce in Svezia per studiare teatro musicale ed in effetti le sue prima esperienze professionali le fa proprio in questo tipo di spettacolo. Tornata in patria, studia canto jazz e nel 1999 fonda il gruppo ‘Quintessence’ che debutta, discograficamente parlando, nel 2001 con l’EP ‘White Light”, seguito l’anno dopo da un vero LP ‘Talk Less Listen More’ per la Texicalli Records. In questo stesso periodo Emma costituisce un proprio trio che, tempo dopo, diventa quintetto; il successo arriva nel 2005 con la pubblicazione dell’album ‘Kaksi Mannerta’ che entra tra i ‘Top Five’ degli album finlandesi. Non a caso sempre nel 2005 la Salokoski vince il premio come Miglior Artista Donna dell’anno nell’ambito degli Emma Awards (Ethnic Multicultural Media Awards). Nel 2015 è pubblicato un ulteriore album, “Kiellettyjä Asioita” In questi ultimi anni, Emma ha vieppiù rafforzato il ruolo di primaria protagonista della scena musicale finlandese al di là di qualsivoglia etichetta, come lei stessa conferma nel corso dell’intervista che qui di seguito pubblichiamo.

 

-La sua arte canora si estrinseca su vari terreni, anche assai diversificati tra di loro. Sostanzialmente lei si considera una vocalist jazz?

“E’ difficile rispondere a questa domanda perché io stessa ho sempre cercato di non restringere la mia musica nell’ambito di una casella ben precisa. Nella mia vita artistica ho sempre cantato un sacco di cose, dalle canzoni per bambini alla bossa nova, dal pop  al jazz influenzato dalla folk music. Ad esempio anche quando sono stata invitata a Festival di Jazz, come il Kaamos Jazz Festival,  ho presentato un programma molto più vicino alla musica cantautorale piuttosto che al jazz ed è quindi curioso il fatto che mi chiamino in questi festival, probabilmente perché il mio genere è troppo difficile da definire per i finlandesi. Tanto difficile che normalmente mi considerano cantante jazz anche se non lo sono in senso stretto”.

 

-Lei ha viaggiato molto nel corso della sua carriera. Quanto ha influito tutto ciò sulla sua musica?

“Si ho viaggiato molto ma in questi ultimi tempi meno di prima anche perché, nella mia carriera, ho sempre privilegiato la musica finlandese. Il mio pubblico è soprattutto finlandese. Però sono apprezzata anche in Giappone. Mio marito, Olavi Louhivuori, è un batterista jazz che dovrebbe essere conosciuto anche dal pubblico italiano in quanto sta lavorando con Claudio Filippini (in effetti molti gli album pubblicati in Italia in cui figura questo eccellente batterista n.d.r.); ebbene quando lui ha effettuato una tournée in Giappone per suonare il suo jazz mi ha raccontato di aver ascoltato la mia musica, in finlandese, in qualche bar, ristorante non ricordo con esattezza dove. Credo sia stato divertente ascoltare una bossa nova tradotta in finlandese in un bar del Giappone. Quindi evidentemente c’è una parte di pubblico a cui piace la mia musica anche lì. Comunque al momento non intendo andare all’estero”.

 

-Lei è nello stesso tempo vocalist, compositrice, attrice. In quali panni si sente più a suo agio?

“Io ho iniziato la mia carriera nel musical, dopo di che ho avuto piccoli ruoli in alcuni film. E per diversi anni non ho più recitato. Adesso sto scrivendo musica per un teatro musicale e per un coro che dirigo. Comunque per rispondere alla sua domanda, mi piace fare di tutto, mi piace diversificare il mio lavoro, mi piace essere cantante, compositrice, attrice quando ci riesco. Sono quel tipo di persona che non ama fare una sola cosa, che non vuole annoiarsi con ciò che fa. Ogni tanto ho bisogno di rinfrescare le mie idee; probabilmente imparerei di più se facessi le cose più a lungo, se dedicassi più tempo ad una cosa sola ma, come già detto, mi piace variare, è nella mia indole.  Quando ho iniziato a occuparmi di musica, dapprima sono stata presa dalla bossa nova, quindi dalla musica folkloristica finlandese dopo di ché ho inciso il mio primo disco jazz in svedese. Adesso sono impegnata a scrivere le mie canzoni e a dirigere un coro, attività che mi appassiona e che mi è indispensabile per la mia creatività”

 

-Come avviene il suo processo compositivo?

“In realtà mai mi sono considerata una compositrice a tutto tondo. E’ vero, ho cominciato a scrivere canzoni: ho avuto, altresì, modo di scrivere una nuova musica per il coro ma ancora non ho piena fiducia di poter scrivere una canzone completamente da sola, parole e musica. Così c’è qualcuno che mi aiuta per la progressione degli accordi o per disegnare la linea melodica, anche perché quando faccio da sola commetto ancora qualche errore.  Sto approfondendo il tema della composizione. Comunque, a questo punto della mia vita, realmente non m’importa tanto se le mie canzoni suonano un po’ impacciate, scrivo con lo stesso spirito di un bambino.  Io sono solo una principiante nel campo della composizione”.

 

-Lei è anche una quotata didatta. Cosa può dirci circa questa attività?

“Io resto soprattutto una cantante, ma insegnare può essere molto interessante e anche divertente. E’ interessante sottolineare come, adesso che io insegno, riesco a capire molto meglio ciò che i miei maestri volevano comunicarmi, trasmettermi. Ho sempre cercato, quando insegno, di instaurare un clima gioioso, di divertimento: non c’è alcun bisogno, per studiare canto, di essere musoni e seriosi. Ciò non significa che si debba essere tutti d’accordo; ci sono vari modi di fare bene le cose: alle volte si instaurano delle discussioni anche accese e a me piace creare una sorta di ponte tra le varie posizioni sì da giungere ad un punto di sintesi”.

 

-E’ possibile in Finlandia vivere dignitosamente cantando qualcosa di diverso dalla pop-music?

“E’ molto, molto difficile. Io sono stata molto fortunata in quanto ho potuto fare una carriera rapida e fruttuosa, ho incontrato i musicisti giusti con cui collaborare, ho potuto varare dei progetti che hanno interessato un buon numero di persone. Come dicevo è molto difficile; io ci sono riuscita ma sono stata fortunata. Ci sono molti miei colleghi, talentuosi, che purtroppo non hanno avuto la stessa fortuna. ”.

 

-Ha un sogno musicale?

“Ho un sacco di sogni ma ho un po’ di paura a disegnare in modo chiaro un quadro dei miei desideri in quanto se elaboro un’idea ben precisa, allora devo assolutamente raggiungerla. So che a molte gente piace avere sempre un obiettivo preciso da raggiungere. A me no, perché se mi pongo un obiettivo e non lo raggiungo ci resto molto male, se invece lo raggiungo può anche darsi che si riveli diverso da come me l’aspettavo. Per il momento cerco di restare concentrata su ciò che faccio e resto ovviamente aperta a qualsivoglia ispirazione”.

 

 

 

Parte dal Teatro Fontana di Milano il 7 aprile il tour europeo di eMPathia Jazz Duo

L’eMPathia Jazz duo della vocalist Mafalda Minnozzi con il chitarrista newyorchese Paul Ricci, feat. Giovanni Falzone (tromba), sul palco del Teatro Fontana di Milano il 7 aprile 2018 (h 21) – prima data italiana del “Cool Romantics Tour 2018”

Il duo è da poco rientrato da una tournée di oltre due mesi negli Stati Uniti: sold-out in alcuni dei più importanti jazz club del mondo!

Biglietti on line su Vivaticket.it e nelle prevendite collegate / Info e prenotazioni: +39 02 6901 5733 / fontana.teatro@elsinor.net / www.teatrofontana.it

Milano, 13 marzo 2018  – Il Teatro Fontana di Milano ospita, il 7 aprile, la prima data italiana del “Cool Romantics Tour 2018” di eMPathia Jazz Duo, della vocalist Mafalda Minnozzi, ambasciatrice della musica italiana nel mondo e star in Brasile, paese in cui vive da vent’anni, e del chitarrista newyorchese Paul Ricci. Assieme ai due artisti, sul palcoscenico del teatro milanese in un featuring prestigioso, l’eclettico trombettista siciliano Giovanni Falzone, figura di spicco del jazz italiano ed europeo.

La Minnozzi e Ricci sono reduci da un lungo tour negli Stati Uniti, iniziato a gennaio con un sold-out al leggendario Birdland di NYC ed esibizioni da tutto esaurito in diversi locali culto della musica jazz quali il Mezzrow, il Jazz Forum a New York e il Trumpets di Montclair. Dagli States, il Cool Romantics Tour si trasferisce dunque in Europa, dove è in allestimento un calendario di concerti organizzati dalla Mbm Management di Marco Bisconti; dopo la premiére milanese e la data di Alessandria del 14 aprile, il duo debutterà con il nuovo spettacolo anche in Germania, il 18 aprile a Monaco di Baviera e il 21 a Brema, partecipando alla prestigiosa Jazzahead Clubnight.

Cool Romantics” (Mpi-2017) è il titolo dell’album che sta per essere distribuito in Italia e che completa una trilogia composta da “eMPathia Jazz Duo” (Mpi/Egea 2015), album di esordio del progetto omonimo, cui è seguito “Inside” (Mpi/Onerpm 2016).

In “Cool Romantics” il duo ha raggiunto un perfetto equlibrio di fattori in cui emerge la ricerca dell’essenzialità, grazie ai raffinati arrangiamenti e allo stile peculiare del fingerpicking di Paul Ricci, chitarrista di fama internazionale, e all’approccio estetico-espressivo di Mafalda, intriso da una forte teatralità, che inventa, trasforma, traduce ritmi, timbri e gesti; questa combinazione di elementi crea il linguaggio personale e distintivo di eMPathia.

Sul palco del teatro milanese, situato nel cuore del quartiere Isola e luogo d’incontro delle arti, il duo, supportato dalle preziose sottolineature della tromba del funambolico Giovanni Falzone, musicista di razza dalla personalità prorompente, volteggia tra samba, bossa nova, swing, blues e musica d’autore, firmando inconfondibili interpretazioni che vanno dalla lettura struggente di “Insensatez”, di Antonio Carlos Jobim, al “divertissement” musicale creato in “Via con me” di Paolo Conte e ad una versione piena di temperamento “di Triste sera” di Luigi Tenco.

Mafalda, interprete poliedrica di levatura internazionale, canta nella sua lingua madre, in inglese (“Dindi”, “My shining hour”), in francese (nella rilettura blues di “Nuages” di Django Reinhardt) e in portoghese, sebbene il vero linguaggio di eMPathia sia quello creato dal dialogo tra la sua voce e la chitarra di Paul, le cui linee digradano fino ad accogliere la tromba di Falzone, in un sempre più effuso paesaggio sonoro.

L’incontro tra Mafalda e Paul è avvenuto nel 1996, in Brasile, paese dove lei è famosissima; da allora, ha avuto inizio una parabola artistica sfociata nel loro attuale progetto. La vocalist vanta collaborazioni con Martinho da Vila, Milton Nascimento, Leny Andrade, Toquinho, Guinga, Paulo Moura, Art Hirahara, Jane Duboc, Gene Bertoncini, Gabriele Mirabassi, mentre Ricci ha suonato con Roy Haynes, Kenny Barron, Gary Burton, Sonny Fortune, Bebel Gilberto, Astrud Gilberto, Mino Cinelu, Randy Brecker, Manolo Badrena e il grande Harry Belafonte. Riferendosi alla Minnozzi, il critico musicale Gerlando Gatto ha scritto: “… Mafalda è un artista veramente cosmopolita, che canta in diverse lingue con piena padronanza delle stesse e con estrema disinvoltura … mi viene in mente Caterina Valente …”

 Biglietti on line su Vivaticket.it e nelle prevendite collegate. Info e prenotazioni: +39 02 6901 5733 / fontana.teatro@elsinor.net

 

 

 

Comunicato stampa

Secondo @ Zingarò Jazz Club, Faenza

Mercoledì 28 marzo 2018, la stagione dello Zingarò Jazz Club presenta Secondo, il progetto ideato da Claudio Zappi come tributo alla musica di Secondo Casadei. Insieme al clarinettista Claudio Zappi, si esibiranno Alessandro Petrillo alla chitarra, Milko Merloni al contrabbasso ed Enrico Guerzoni al violoncello. La serata è ad ingresso libero con inizio alle 22.

Secondo è un progetto ideato da Claudio Zappi come tributo alla musica di Secondo Casadei. Il folk della Romagna si intreccia con il jazz, tradizionale e moderno, con l’etno jazz, con il rock, con echi classici, soprattutto negli arrangiamenti per gli archi.

Trasversale è l’aggettivo che meglio descrive il progetto Secondo. I famosi brani di Casadei sono stati riarrangiati da Claudio Zappi seguendo il suo eclettismo musicale e la sua inclinazione per il jazz, il latin, il funk e la musica popolare. Si è poi unito l’amico e chitarrista Alessandro Petrillo, la cui esperienza passata è legata al rock progressivo e contaminato del gruppo Transgender, la sua predilezione per le commistioni di genere e la conoscenza del jazz rientrano perfettamente nel progetto. Petrillo ha anche collaborato agli arrangiamenti.

Il quartetto è completato da Milko Merloni al contrabbasso – altro musicista eclettico che spazia dalla classica al jazz al rock – e da Enrico Guerzoni al violoncello – attivo in molteplici ambiti, dalla musica barocca e classica al rock, jazz, pop e etnica e collaboratore per molti anni di Zucchero con cui ha intrapreso anche il suo ultimo World Tour.

Secondo ha vinto il Premio Imola in musica che valorizza «la contaminazione tra le tradizioni popolari emiliano-romagnole e forme contemporanee di musica.» Il disco della formazione è stato pubblicato da Incipit Records ad aprile 2017 con una formazione ampia: oltre ai musicisti già citati, ci sono Gianluca Nanni alla batteria, Luisa Cottifogli alla voce e come ospite Simone Zanchini alla fisarmonica.

La stagione dello Zingarò Jazz Club prosegue, mercoledì 4 aprile 2018, con il concerto del Giacomo Toni Trio, formato dal cantante e musicista Giacomo Toni insieme a Roberto Villa al contrabbasso e a Marco Frattini alla batteria.

Lo Zingarò Jazz Club è a Faenza in Via Campidori, 11.

Giuliana Soscia e il suo Indo Jazz Project

Foto di Paolo Soriani

E’ possibile immaginare una musica in cui siano presenti elementi tratti dalla musica indiana classica e dal jazz eseguiti da un gruppo di musicisti provenienti da questi due mondi musicali?

Certo, detta in questo modo, l’impresa sembra al limite del possibile, ma se ad occuparsene è un’artista di grandi qualità compositive e interpretative come Giuliana Soscia allora il discorso cambia. E la prova si avrà lunedì prossimo (19 marzo) quando presso la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma la Soscia eseguirà il suo “GIULIANA SOSCIA INDO JAZZ PROJECT”.

L’evento è stato presentato ieri (12 marzo) alla stampa nel corso di una conferenza organizzata presso l’ambasciata indiana a Roma alla presenza dell’ambasciatrice della Repubblica dell’India a Roma, Reenat Sandhu, del prof. Fabio Scialpi dell’Università La Sapienza di Roma, del prof. Adriano Rossi e del dott. Francesco Palmieri rispettivamente presidente e addetto stampa dell’ISMEO. I giornalisti erano stati convocati per illustrare le iniziative promosse nell’ambito delle celebrazioni per i 70 anni delle relazioni Italia – India. Così questa sera alle ore 21, ad ingresso libero, presso l’Accademia Filarmonica Romana ci sarà “A Symphony in Serenity”, un concerto di musica classica indiana del musicista e virtuoso Partho Sarothy al sarod accompagnato da Anandi Chowdhury alle tabla e Ashis Paul al tanpuri. Il concerto è di quelli da non perdere data la statura artistica di Partho Sarothy considerato a ben ragione uno dei più importanti musicisti indiani contemporanei.

Venerdì 23 e sabato 24 marzo presso il Teatro di Villa Torlonia e sempre ad ingresso gratuito, potremo assistere ad uno spettacolo di danza e musica.

Ma veniamo all’evento che più ci interessa in questa sede, vale a dire il progetto di Giuliana Soscia di cui in apertura, progetto presentato dall’Ambasciata della Repubblica dell’India a Roma e dall’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente).

Per i lettori di “A proposito di jazz”, Giuliana Soscia è nome familiare dal momento che tante volte è stata oggetto delle nostre recensioni in relazione a concerti e produzioni discografiche. Ciò non toglie che sia comunque il caso di ribadire come la Soscia, diplomata nel 1988 in pianoforte con il massimo dei voti presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma, abbia poi intrapreso una brillantissima carriera di fisarmonicista ottenendo straordinari successi nel mondo del jazz… senza comunque del tutto abbandonare il suo coté classico. Ed è proprio da questa doppia valenza di grande fisarmonicista jazz ma anche di apprezzata compositrice e pianista classica che prende le mosse il progetto dedicato alla musica classica indiana.

L’idea comincia a prendere corpo nel 2016, quando in occasione della Festa della Donna, Giuliana si esibisce in un prestigioso tour in India valorizzando il ruolo della donna anche nel mondo del jazz; forte di questo “messaggio” si esibisce in alcuni importanti teatri indiani. L’esperienza indiana si ripete pochi anni dopo: è il febbraio di quest’anno quando l’artista è chiamata ad un altro tour promosso dall’ Ambasciata d’Italia in India, dal Consolato Generale d’Italia di Mumbai e di Calcutta, dagli Istituti Italiani di Cultura di New Delhi e Mumbai. Ed è quindi Giuliana Soscia con il suo concerto ad aprire le Celebrazioni dei 70 anni di Relazioni Diplomatiche tra Italia e India, il 3 febbraio presso “The India Council for Cultural Relations” di Kolkata, il 7 febbraio presso “India Habitat Centre, Stein Auditorium” di New Delhi e il 9 febbraio nell’ambito del Festival “16th East West Music & Dance Encounters from Feb 4 – 18, 2018” a Bangalore.

Adesso è la volta dell’Italia; come accennato in apertura lunedì 19 marzo la Soscia sarà all’Auditorium Parco della Musica coadiuvata da Mario Marzi uno dei più importanti sassofonisti di area classica, Paolo Innarrella flautista che tutti gli appassionati di jazz conoscono assai bene (nonché specialista di bansuri), Rohan Dasgupta al sitar, Marco de Tilla al contrabbasso e Sanjay Kansa Banik alle tabla. Credo non sia neppure il casso di aggiungere che si tratta di un’occasione unica, da non perdere.