Il mercato francese dei professionisti del jazz

Con più di una ventina di show case, una giornata intera consacrata ai grandi format, la presenza di dozzine di responsabili di festival, di agenti, di manager e tour manager e di giornalisti, la terza edizione di Jammin’ Juan (dal 23 al 26 ottobre) ad Antibes/Juan-les-Pins ha dimostrato come questa manifestazione sia divenuta la vetrina e soprattutto il mercato francese dei professionisti del jazz.

Lilian Goldstein, direttrice del servizio musica e spettacoli dal vivo, la SACEM, ha tenuto a ricordare come questo appuntamento non sia un festival ma “innanzitutto un mercato destinato al jazz regionale e nazionale, anzi internazionale, o per dirla con altri termini, un modo di fare dei corsi per i professionisti del settore in vista dei concerti nei festival o nei jazz-club”. Una affermazione pienamente condivisa da Philippe Baute, direttore de l’«Office du tourisme d’Antibes/Juan-les-Pins et de “Jammin’ Juan” » che ha sottolineato che nel 2018 sono stati firmati più di 30 contratti e che non c’è nulla di peggiorativo nel parlare di un “mercato” dei professionisti del jazz.

Da parte sua, Alain Paré, responsabile del club le Pan Pier à Paris, ha annunciato di aver già selezionato quattro gruppi tra quelli presentati durante gli show case per dei  concerti nella capitale.

Cominciata sotto condizioni atmosferiche proibitive la manifestazione si è conclusa nella calma più assoluta, con un sole radioso e una temperatura primaverile, dopo aver conosciuto qualche bel momento musicale soprattutto nella giornata di chiusura, come già detto il 26 ottobre, consacrata alle big band con quattro significative formazioni.

Questa maratona di grandi orchestre era iniziata già alla vigilia con la presenza sulla scena di “Danzas”, un largo ensemble jazz/classico condotto dal pianista/direttore d’orchestra/compositore & arrangiatore Jean-Marie Machado. Il punto di forza di questa performance, perfettamente oleata e rodata, è stato senza dubbio il vocalist bernese André Minvielle, che ha rivisitato con humour e devozione parecchie canzoni di Bobby Lapointe (cantante francese – 1922/1972 – noto soprattutto per i suoi testi ricchi di giochi di parole e ossimori).

Come accennavamo, quattro ensemble erano presenti per la giornata “Grands formats” “Les Rugissants”, la “Tullia Morand Orchestra”, la “Line Kruse Orchestra” et “Bigre”.

Se il primo, un tentetto, è costituito da giovani talenti usciti dai conservatori parigini e se l’ultimo rassomiglia più ad una grande fanfara (20 musicisti e una sola donna trombettista) delle Beaux-Arts malgrado la presenza della cantante Célia Kameni, la palma dei più coinvolgenti spetta a due donne ‘direttrici’: Tullia Morand et Line Kruse.

Sassofonista baritono, compositrice, arrangiatrice Tullia Morand dirige i suoi dodici musicisti lasciando ad un invitato a sorpresa, l’elegante ballerino di tip-tap Fabien Ruiz, il compito di vivacizzare lo show soprattutto quando egli improvvisa con agilità e un coté dandy su “Heart Of My Heart”, divenuto in francese “Plus je t’embrasse….”, immortalato da Blossom Dearie.

Comunque il momento clou di questa ultima serata è stato incontestabilmente rappresentato dalla prestazione della violinista danese Line Kruse alla testa di una big band di 17 musicisti tra i quali figurano parecchie personalità come Pierre Bertrand (sax/flauto), Minino Garay (percussioni), Denis Leloup (trombone) e Stéphane Huchard (batteria). Fedele alle sue abitudini, la delicata compositrice e arrangiatrice ha condotto il pubblico e gli addetti ai lavori in viaggio: a Cuba prima dell’uscita del suo nuovo CD, Invitation” (Continuo Jazz), in America latina, con una composizione afro-peruviana o negli Stati Uniti, con la riproposizione di uno standard dei fratelli Gershwin, “Fascinating Rhythm”. Davvero straordinari inviti musicali da parte di una eccellente musicista dalla scrittura ricercata.

Oltre a concerti e incontri, “Jammin’ Juan” è stata anche l’occasione di molteplici show case, vetrine della vivacità e dell’ardore della scena jazz attuale.

Se vi è stata una sorta di inflazione di trio piano -contrabbasso-batteria (sei in tutto!) – ispiratisi soprattutto o quasi esclusivamente a Bill Evans, Keith Jarrett, Brad Mehldau o E.S.T. – il più interessante è stato quello di Alex Montfort (Samuel F’Hima, contrabbasso, Tom Peyron, batteria). Contrariamente agli altri, il giovane pianista trae infatti ispirazione da Mulgrew Miller, Jason Moran, McCoy Tyner o Herbie Hancock. Un ottimo punto di partenza in questa epoca di clonazioni!

Altra scoperta il duo Nicolas Gardel/Rémi Panossian, già riconosciuto per le sue molteplici qualità. Il trombettista e il pianista, che già conoscevamo da alcuni anni, hanno condotto ad un alto livello di creatività e di inventiva una formula lontana dall’essere evidente, formula che li ha portati a riprendere con disinvoltura un classico del passato come “Caravan” di Duke Ellington/Juan Tizol.

E per restare nell’ambito del jazz più canonico, stile Jazz Messengers per intenderci, tanto di cappello a Josiah Woodson e il suo 5tet, “Quintessentiel”. Il trombettista/chitarrista già sideman di Beyoncé , ha presentato un jazz post be bop e hard bop potente, energico, fedele a una certa tradizione e che trasporta. Da scoprire…

A parte gli show case e i concerti, è stata anche organizzata una tavola rotonda dal titolo «Le donne del jazz », a seguito di una inchiesta intitolata “La rappresentanza donne-uomini nel jazz e le musiche improvvisate” realizzata dall’AJC, l’associazione Grands Formats, la FNEIJIMA (Federazione nazionale delle scuole di influenza jazz e musiche attuali), Opale e in cooperazione con l’ADEJ (Associazione degli insegnanti di jazz) .

Uno studio volontariamente riduttivo perché si esamina unicamente la rappresentanza donne-uomini (o vice-versa) in Francia. Come se il jazz – musica universale – si arresti alle frontiere interiori dell’Esagono (la Francia) o come se la stessa Francia sia l’ombelico del jazz! Questa inchiesta, che arriva alla conclusione per cui “il jazz e le musiche improvvisate sono attraversate da una netta divisione sessuale del lavoro, orizzontale ma anche verticale” avrebbe meritato di essere estesa se non all’Europa almeno ad alcuni dei nostri prossimi vicini… Ma forse, in quei casi, la comparazione sarebbe stata meno lusinghiera e in nostro sfavore…!

Didier Pennequin

(Trad. Gerlando Gatto)

Forlì Open Music – F.O.M. IV edizione

Forlì Open Music – F.O.M. – IV edizione

L’esclusiva rassegna dedicata a diversi linguaggi musicali dalla tradizione al presente, quest’anno allarga i suoi confini accogliendo il Festival di Musica Contemporanea Italiana: 12 appuntamenti tra cui Joe Morris in esclusiva e la data unica della Paal Nilssen-Love Large Unit – 11, 12, 13 ottobre 2019 ex Chiesa San Giacomo – Piazza Guido da Montefeltro – Forlì

Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Dopo l’entusiasmante edizione del 2018, torna Forlì Open Music la rassegna internazionale dedicata ai diversi linguaggi musicali dalla tradizione al presente, che per il 2019 allarga i suoi confini accogliendo il Festival di Musica Contemporanea Italiana e ampliando il cartellone e la durata del festival.

Tre giorni, dall’11 al 13 ottobre, ospitati tra le millenarie mura della Chiesa di San Giacomo a Forlì, e 12 appuntamenti di assoluta qualità con artisti considerati internazionalmente le punte di diamante dei rispettivi ambiti musicali, come Joe Morris (in esclusiva), la Paal Nilssen-Love Large Unit (data unica), il Quartetto Maurice, gli Zaum Percussion, Fabrizio Ottaviucci, il duo Monica Benvenuti e Francesco Giomi e tanti altri. Performer diversi tra loro ma allo stesso tempo molto vicini, quasi compenetranti, nonostante le etichette affibbiate.

Non solo musica: il programma di quest’anno abbraccerà anche altre forme d’arte, come la fotografia con la mostra di Žiga Koritnik e la presentazione del suo monumentale Cloud Arrangers che apriranno il Festival, e la letteratura, con la presentazione del libro postumo Non abbastanza per me di Stefano Scodanibbio, contrabbassista virtuoso e compositore che ha illuminato il panorama musicale degli ultimi trent’anni.

Da sempre caratterizzata dentro e fuori i confini nazionali per la sua trasversalità rispetto a vari mondi musicali, Forlì Open Music, quest’anno insieme al Festival di Musica Contemporanea Italiana, porrà attenzione e sensibilizzerà gli ascoltatori su musiche diverse nate nello stesso contesto storico, mostrando non solo il prodotto finale ma anche i luoghi e le espressioni sonore del pensiero. Una musica che può essere scrittura ma anche realizzazione estemporanea, improvvisazione, sperimentazione, evocazione.

La direzione artistica di FOM è sempre a cura dell’associazione culturale Area Sismica che da nove anni organizza anche il Festival di Musica Contemporanea Italiana, con lo scopo di divulgare le opere e l’arte di compositori e interpreti nati e formati nel nostro paese. La quarta edizione di Forlì Open Music è organizzata da Area Sismica con la consulenza di Fabrizio Ottaviucci, e in collaborazione con il Comune di Forlì e i Musei di San Domenico, e il sostegno della Regione Emilia Romagna, del MiBACT e della Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì.

IL PROGRAMMA

Entrando nel dettaglio del calendario, l’apertura – venerdì 11 ottobre, ore 19 – è affidata alla mostra fotografica di Žiga Koritnik, fotografo sloveno di fama internazionale specializzato nella fotografia di spettacolo, in particolare nell’ambito del jazz. Ha ritratto i più grandi musicisti del mondo ed è per questo ospite fisso di moltissimi festival in Europa e Stati Uniti: il Vienna jazz festival e il Saalfelden in Austria, Musique Metisses di Angouleme in France, il Vision Festival di New York, i festival di Skopjie in Macedonia e di Sant’Anna Arresi in Sardegna. Le sue immagini sono pubblicate da prestigiose riviste internazionali come l’italiana Zoom, che gli ha dedicato un intero articolo nel 2005, la giapponese Jazznin, e altre come Time Out, Jazz Times, Jazziz, Signal to Noise, Neue Zeitschrift fur Musik, Village Voice. Ha realizzato numerose mostre e pubblicazioni, e le sue foto sono utilizzate in diverse opere discografiche e letterarie: è di Ziga Koritnik la foto di copertina dell’edizione slovena dell’autobiografia di Miles Davis.  Durante la serata sarà presentato il suo nuovo libro fotografico, Cloud Arrangers, nel quale ha raccolto la sua intera e prestigiosa carriera. Un volume di 376 pagine, con 278 foto quasi tutte in bianco e nero, in cui Ziga Koritnik fa il punto di oltre trent’anni di lavoro sulla musica, anzi nella musica.

Protagonista del primo concerto – sabato 12 ottobre, ore 20.30 – sarà un enfant prodige, il talentuosissimo Jacopo Fulimeni, a sottolineare come una delle vocazioni del Festival sia anche quella di portare alla luce i migliori rappresentanti delle nuove generazioni, che siano interpreti o compositori.  Diciotto anni appena compiuti, ha iniziato lo studio del pianoforte all’età di 8 anni, mentre a 9 anni ha sostenuto l’esame di ammissione per la classe di pianoforte al Conservatorio “G.B.Pergolesi” di Fermo, risultando 1° su 54 candidati. Tra i più interessanti giovani talenti a livello nazionale, già vincitore di numerosissime competizioni pianistiche nazionali e internazionali, Fulimeni è stato insignito del premio Arca d’Oro di Torino, prestigioso riconoscimento nel cui albo figurano nomi come Riccardo Muti e Riccardo Chailly. Nonostante la giovane età ha già un’agenda fittissima di impegni, tra i prossimi è stato  invitato dal governo ungherese a tenere un concerto per la stagione 2019/2020 presso il Liszt Ferenc Memorial Museum di Budapest. A Forlì presenterà un repertorio di notevole difficoltà con musiche di Liszt, Alkan e Rameau.

A seguire, un concerto più vicino alle epoche contemporanee con il Quartetto Maurice, che interpreterà composizioni immaginifiche di Giacinto Scelsi e Francesco Lanza. Insignito di numerosi premi e riconoscimenti, fra i più recenti dei quali spiccano quello ricevuto ai Ferienkurse fur Neue Musik 2016 di Darmstadt come migliori interpreti e il XXXV Premio della Critica Musicale “Franco Abbiati” 2015 dedicato a Piero Farulli, il Quartetto Maurice  di Torino è una formazione ben nota a livello internazionale che vanta ad oggi ben 17 anni di attività oltre a una lunghissima serie di collaborazioni con alcuni dei più importanti compositori viventi. Fondato nel 2002, dopo aver approfondito l’ambito classico, il Quartetto si è dedicato alla musica dei secoli XX e XXI, esplorando ogni tipo di linguaggio contemporaneo. Tra i vari progetti, 4+1 inteso come quartetto d’archi + elettronica, con cui si delinea la volontà del Quartetto Maurice di considerare l’elemento elettronico come un quinto membro del gruppo e di lavorare quindi in senso cameristico con l’elettronica, cogliendo le suggestioni sonore che essa offre per poi rilanciarle in ambito acustico, in un fluire di novità acustiche che si alimentano vicendevolmente. Si è esibito nei maggiori festival in Italia ed in tutto il mondo, oltre ad annoverare nel proprio curriculum anche la direzione e codirezione artistica di festival ed eventi culturali.

Subito dopo è il turno dei Zaum Percussion, un trio che riunisce al suo interno 3 dei più grandi percussionisti della scena internazionale per un omaggio al genio di Mario Bertoncini e a quello di Lorenzo Pagliei. Fondato nel 2018, Zaum Percussion è un ensemble formato da Simone Beneventi, Carlota Cáceres e Lorenzo Colombo, provenienti da percorsi di studio e di attività artistica internazionali. Accomunati dall’interesse per la ricerca, la creazione di nuove forme di produzione e fruizione musicale, lo studio e la ripresa delle opere più significative del repertorio per percussioni del XX e XXI secolo, i tre hanno fatto convergere in questo ensemble le loro esperienze, i loro ambiti di azione e i loro interessi artistici affini. Simone Beneventi nato a Reggio Emilia (1982), è stato premiato con il Leone D’Argento alla  Biennale  di  Musica  a  Venezia (Repertorio  Zero).  La sua ricerca nella costruzione di nuovi strumenti e  di  nuove  soluzioni  compositive per le percussioni hanno definito il suo campo d’azione come “Solismo Creativo”. Carlota Cáceres originaria di Badajoz, Spagna (1988), è una percussionista poliedrica che combina le sue passioni per la musica contemporanea, il teatro musicale e l’orchestra. Vincitrice del primo e secondo premio alla Kiefer Hablitzel  Stiftung  competion,  Carlota  vive  a  Palma  di  Maiorca  dove  insegna  al Conservatorio Superiore delle Isole Baleari. Lorenzo Colombo, nato a Milano (1990), ha vinto come solista il Premio Nazionale delle Arti, il Yamaha Foundation Price e l’International Percussion Competition. Nel 2016 è stato identificato come promettente giovane performer dall’ULYSSES NETWORK e da Steven Schick per Manifeste/IRCAM a Parigi. Al momento Zaum percussion è artist in residence al Festival Milano Musica per il triennio 2018/2020.

Anche in questa edizione del FOM ci saranno eventi organizzati in esclusiva mondiale, come il solo abbagliante dell’incredibile chitarrista compositore improvvisatore statunitense Joe Morris, che chiuderà la prima serata di concerti. Definito da Downbeat Magazine “il principale chitarrista di musica libera della sua generazione” e dalla rivista WIRE come “uno dei più grandi improvvisatori viventi”, Joe Morris è uno dei più grandi chitarristi del free jazz e della free music. Ha composto oltre 150 brani musicali originali e ha al suo attivo più di 140 registrazioni incise da etichette quali Leo, Aum Fidelity, ECM, Rare Noise e dalle sue etichette Riti e Glacial Erratic. Dotato di uno stile molto personale che unisce varie ispirazioni – tradizionali, classiche, d’avanguardia – Morris vanta collaborazioni prestigiose tra cui quelle con Matthew Shipp, William Parker, Ken Vandermark, Joe e Mat Maneri, Butch Morris e molti altri. Ha tenuto conferenze e seminari sulla propria musica e sull’improvvisazione negli Stati Uniti, in Canada e in Europa, attualmente insegna presso il Tufts University Extension College e il New England Conservatory nei dipartimenti di jazz e improvvisazione. Nel 1998 e nel 2002 è stato nominato Miglior Chitarrista ai New York Jazz Awards.

La terza e ultima giornata di Forlì Open Music 2019 si apre – domenica 13 ottobre, ore 11 – con l’Open Day delle scuole musicali di Forlì, un progetto che coinvolge e fonde in formazioni diverse gli studenti dell’Istituto Masini e del Liceo Musicale Statale.

Segue L’evoluzione del linguaggio musicale” una conversazione/concerto a cura del maestro Fabrizio Ottaviucci che accompagnerà il pubblico attraverso le epoche musicali, fino a decifrare gli stilemi contemporanei. Le strade principali percorse da alcuni tra i più importanti compositori dei primi decenni del XX secolo, momento cardine per lo sviluppo successivo della musica, saranno oggetto di riflessioni e di ascolto.  Fabrizio Ottaviucci, è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete nella musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Stockhausen, Cage, Riley e Scelsi con cui collaborò direttamente. Pianista eclettico, Ottaviucci unisce alla prassi interpretativa quella compositiva, spostandosi dalla musica minimalista a quella seriale, dodecafonica e aleatoria. Diplomatosi brillantemente in pianoforte presso il Conservatorio di Pesaro, ha inoltre studiato composizione e musica elettronica. Ha tenuto centinaia di concerti nelle maggiori città italiane e tedesche, con tournée in Spagna, Austria, Inghilterra, Polonia, Messico, Stati Uniti, Canada e India; ed è stato più volte invitato a prestigiosi festival come il Festival Pontino, Milano Musica, Rassegna Nuova Musica Macerata, Ravenna Festival, Festival Cervantino Messico, Angelica Bologna, Biennale Venezia, Musica d’hoy Madrid e tanti altri. Quest’anno Ottaviucci ha collaborato con Area Sismica per la realizzazione della quarta edizione di FOM.

Si proseguirà poi con un altro appuntamento organizzato dall’Istituto Musicale Angelo Masini di Forlì, che vede protagonista la formazione Piano & Wind Quintet. In programma il quintetto K 452 di Mozart (1784), che innovativo per scrittura e organico, sembra superare i confini cameristici per incontrare quelli orchestrali e viaggiare tra le epoche divenendo riferimento per Rimsky-Korsakov che col suo quintetto in Si bemolle maggiore (1876), a chiusura del concerto, attua un felice sodalizio tra la tradizione russa e la cultura occidentale. Questo filo che lega le anime di due compositori solo apparentemente lontane si trasforma in una rete fittissima di intese, condivisioni e interazioni che legano le vite dei cinque componenti del Piano & Wind, stabilendo un incontro dei musicisti appartenenti alla storia dell’Istituto Musicale Masini – Roberto Fantini all’oboe, Yuri Ciccarese al flauto, Stefano Bertozzi al clarinetto, Pierluigi Di Tella al piano – con gli esponenti più acclamati del panorama musicale internazionale: Paolo Carlini, primo Fagotto dell’orchestra della Toscana nonché interprete solista di molte opere del repertorio contemporaneo a lui dedicate e Guido Corti considerato tra i migliori cornisti d’ Europa. Il concerto è dedicato al Dott. Giulio Vanitelli e offerto dalla moglie l’artista pittrice Anny Wernert.

Lo sguardo tornerà a posarsi sui mondi contemporanei con un omaggio a uno dei suoi più illuminati rappresentanti, Marco Stroppa, compositore fra i primi in Italia ad aver approfondito lo studio della musica elettronica con una lunga collaborazione all’Ircam di Parigi, attento studioso di informatica, scienze cognitive e intelligenza artificiale. Ad eseguire la sua musica, sarà il giovane e talentuoso Erik Bertsch. Pianista italiano di origini olandesi, Bertsch si dedica con uguale curiosità e spirito di ricerca al repertorio classico, romantico, novecentesco e contemporaneo. Diplomatosi a pieni voti al Conservatorio “Cherubini” di Firenze sotto la guida del maestro Maria Teresa Carunchio, ha seguito corsi di perfezionamento tenuti da Alexander Lonquich, Bruno Canino, Enrico Pace e altri. Ha approfondito la sua conoscenza del repertorio antico attraverso lo studio del clavicembalo e dell’organo; allo stesso tempo si è dedicato con passione alla musica contemporanea, perfezionandosi con pianisti come Pierre-Laurent Aimard e Tamara Stefanovich (Piano Academy, Monaco di Baviera) e Maria Grazia Bellocchio (Divertimento Ensemble, Milano). Svolge un’intensa attiva concertistica, sia in veste di solista che in formazioni da camera, collaborando inoltre con importanti compositori come Ivan Fedele, Alessandro Solbiati, Marco Stroppa, ma anche con giovani compositori che a lui hanno dedicato nuovi lavori. Fra i suoi ultimi progetti di particolare rilevanza è stata l’esecuzione integrale del Primo Libro delle Miniature Estrose di Marco Stroppa, un ciclo di lavori di grande virtuosismo eseguito da Erik per la prima volta in Italia nella sua interezza e di cui ci farà ascoltare un estratto a Forlì.

A seguire il F.O.M. pone sotto i riflettori un altro gigante dei nostri tempi, Sylvano Bussotti, che sarà interpretato dal duo Benvenuti & Giomi, per un evento nato in collaborazione con Tempo Reale di Firenze, centro di ricerca musicale fondato da Luciano Berio. Già da alcuni anni Tempo Reale ha voluto rendere omaggio a uno dei massimi compositori italiani quale è Bussotti, con un ciclo di progetti che reinterpretano in un luce nuova e attualissima una serie di opere della sua produzione musicale meno conosciuta. I programmi – costruiti insieme allo stesso Bussotti e a Rocco Quaglia – ruotano intorno alla voce di Monica Benvenuti, cantante iconica del maestro fiorentino, così come ad un utilizzo inedito per lui degli strumenti elettronici. Il concerto si pone quindi come un unicum originalissimo e sorprendente nel panorama interpretativo della sua musica, ed è affidato alla bravura e alla maestria di due affermati solisti. Monica Benvenuti, cantante soprano nota nel panorama nazionale ed internazionale per le sue interpretazioni di musica contemporanea, ha sviluppato un interesse specifico per la musica del Novecento che l’ha portata a esplorare le potenzialità della voce umana in rapporto ai diversi linguaggi, dalla recitazione al canto lirico, attraverso molteplici livelli espressivi. Ha tenuto concerti in tutto il mondo, spesso interpretando musiche a lei dedicate. Francesco Giomi, compositore e regista del suono, ha maturato una lunga esperienza nel campo della musica di ricerca e dei suoi rapporti con le altre arti. Da molti anni collabora con Tempo Reale, del quale è attualmente direttore; in questo ambito ha diretto l’equipe di produzione del centro nei principali teatri di tutto il mondo per le opere di  Luciano Berio, e collaborando anche con musicisti e artisti come Virgilio Sieni, Henri Pousseur, Micha Van Hoecke, David Moss, Uri Caine, Sonia Bergamasco, Jim Black, Simona Bertozzi, Elio Martusciello.

Da Sylvano Bussotti a Stefano Scodanibbio con la presentazione, curata da una delle penne più illuminate del panorama dei critici musicali, Mario Gamba, del suo libro Non abbastanza per me. Scritti e taccuini, edizioni Quodlibet. Si tratta di un libro che Giorgio Agamben e Maresa Scodanibbio hanno costruito raccogliendo articoli, annotazioni dai taccuini privati e note ai pezzi musicali che il grande contrabbassista maceratese (Macerata 1956 – Cuernavaca 2012) aveva scritto nel corso della sua vita: gli appunti di viaggio (l’India, l’amatissimo Messico, la Svezia, la Spagna, la California), gli incontri decisivi (Scelsi, Berio, Xenakis, Nono, ma anche poeti e scrittori, come Sanguinetti e Agamben), le annotazioni illuminanti sulla musica si compongono in una sequenza vertiginosa, che ricorda la velocità e l’esattezza con cui egli riusciva a trarre dal contrabbasso sonorità prima di lui insospettate. Durante la presentazione saranno proiettate riprese dell’indimenticabile genio maceratese e il M.to Fabrizio Ottaviucci interpreterà “Terre Lontane” per pianoforte, video e musiche preregistrate da Scodanibbio stesso. Nella composizione “Terre Lontane” un nastro magnetico realizzato con i suoni di contrabbasso manipolati elettronicamente avvolge il pianoforte in un viaggio timbrico dal colore scuro e profondo, dove gli scintillanti gesti sonori dello strumento a tastiera si adagiano quasi senza interferire con l’inesorabilità del paesaggio. L’opera si può considerare un lavoro di musica elettronica centrato sulla elaborazione del suono del contrabbasso in cui il pianoforte fa da testimone, assiste, accompagna.

E poi il finale, di quelli col botto, con la data unica italiana della monumentale ed esplosiva orchestra Large Unit del batterista norvegese Paal Nilssen-Love. Assieme alla Fire!Orchestra, ospitata in un’edizione memorabile del F.O.M. del 2016, la Large Unit è la formazione più grande del mondo dedita alla musica libera e all’incrocio e fusione di stilemi diversi. Paal Nilssen-Love è uno dei musicisti più operosi e prolifici che ci siano. Messosi fin da subito in luce con band come The Thing, Ballister, Hairy Bones, Chicago Tentet e Original Silence, nonché con collaborazioni con musicisti come Arto Lindsay, Otomo Yoshihide, Akira Sakata, Ken Vandermark, Jim O’Rourke, Peter Brötzmann, Thurston Moore e molti altri, e con un’impressionante attività dal vivo nei 5 continenti, nel 2013 Nilssen-Love ha deciso che era il momento di creare una sua big band e così i Large Unit hanno preso vita. Composta principalmente da musicisti norvegesi, la Large Unit si manifesta come un’intensa forza motrice sul palco, ma si trasforma anche in passaggi più sottili e materici. Il gruppo si è quasi subito allargato acquisendo membri dalla Finlandia, Svezia e Danimarca. Nel 2015 l’orchestra si è estesa fino a raggiungere i 14 elementi, con l’inserimento di due percussionisti brasiliani e ha registrato dal vivo e in studio il cd “ANA” che precede l’EP del 2013 “First Blow” e l’imponente album di debutto “Erta Ale”. Nilssen-Love ha successivamente scritto nuovi brani per il tour mondiale del 2015 che sono stati registrati e pubblicati in “Fluku”. Nel 2018 la band si è connessa al festival di musica contemporanea nyMusikk Only Connect di Oslo, incidendo “More Fun, Please!”. La musica dei Large Unit parte dalle composizioni scritte da Nilssen-Love, ma i musicisti hanno sempre la massima libertà di dare il proprio apporto anche in maniera importante. La potenza dell’orchestra non è in discussione, basta notare la sezione ritmica, ma sorprende come riesca a disegnare paesaggi sonori di meravigliosa rarefazione. La quiete prima e dopo la tempesta…

Ufficio Stampa

Michela Giorgini –  giorginimichela@gmail.com

Gonzalo Rubalcaba: è difficile restare in alto

 

 

L’appuntamento è fissato per le 18,30 nel migliore albergo di Grado, poche ore prima del concerto che lo vedrà trionfare alla prima edizione di Grado Jazz.

Ogni volta che ci incontriamo ho sempre un po’ di timore: lui è diventato una stella di primaria grandezza, acclamato da pubblico e critica sotto ogni latitudine; io un cronista di jazz che continua a fare il suo lavoro con passione e onestà intellettuale. E quindi: sarà affettuoso come sempre o sarà annoiato dalla mia presenza?

Per fortuna anche questa volta i miei dubbi si sciolgono immediatamente: appena mi vede mi corre incontro e mi abbraccia con il calore e l’affetto di sempre.

In effetti molta acqua è passata sotto i classici ponti da quando nel 1991, in Martinica, ho avuto il piacere di conoscere Gonzalo Rubalcaba; da allora ci siamo mantenuti in contatto e ogni volta che viene in Italia se possibile lo raggiungo e lo sottopongo alla rituale tortura di un’intervista, cui egli non si sottare…anzi.

Entriamo subito in argomento, regalandogli il mio libro – “Gente di jazz” – contenente la prima intervista che gli feci nell’oramai lontano 1991.

 

-Gonzalo, dopo tutti questi anni, come ci si sente ad essere considerati una stella di assoluta grandezza nel firmamento del jazz?

“Bene, ovviamente, anche se tu mi conosci bene e sai che ho dovuto faticare non poco per raggiungere questi risultati. Credo, per rispondere più dettagliatamente alla tua domanda, che oggi sono un pò più in linea con ciò che per molti anni ho cercato di raggiungere. Però questa è una carriera come altre in cui non si arriva mai. Certo, ciò dipende da ciascun individuo, da ciascuna persona, da ciò che ognuno pensa. Ci sono alcuni che trovano – e si accontentano – la formula di fare musica, per me è molto importante trovare la forma di fare musica. La forma io credo che non sia legata ad alcun tipo di ordine di moda, o di ordine commerciale. La forma è essere più fedele alla creazione stessa senza che tu sia troppo interessato a quali siano le strade che ti portano ad un risultato più rapido; l’importante per me è sentirmi bene con ciò che faccio e sentire che sono sincero, coerente con ciò che dico. Comunque non ti credere, anche se sono arrivato in alto, la vita è sempre difficile anche perché c’è molta concorrenza e quando questa è leale no problem, quando invece è scorretta allora le cose si complicano”.

-Senti mai il bisogno di rifugiarti in seno alla tua famiglia?

“No anche perché ho sempre accanto a me la mia famiglia. Noi viviamo in Florida, a Coral Springs, un’ora di macchina più su di Miami. Come forse ricorderai ho tre figli, due maschi ed una femmina e tutti e tre sono in qualche modo impegnati nella musica”.

 

-Chissà perché la cosa non mi stupisce affatto. Come articolerai il concerto di questa sera e cosa puoi dirmi dei tuoi attuali partner?

“Per quanto riguarda il repertorio sarà una sorta di summa della mia carriera sino a questo momento, vale a dire brani, suggestioni tratti dai molti album che ho registrato fino ad oggi. Per quanto concerne i miei attuali compagni di viaggio, con il bassista Armando Gola collaboro oramai da molti anni e quindi l’intesa è perfetta, quasi telepatica. Il batterista, Ludwig Afonso, è con me solo da un anno ma sentirai: è un drummer sontuoso”.

 

-Conoscendo la cura con cui scegli i tuoi partner non ne dubito. Poco fa hai fatto cenno alla tua produzione discografica. Quali progetti hai in cantiere al riguardo?

“Come probabilmente saprai, qualche anno fa ho fondato una mia etichetta indipendente – “5 Passion” – con cui realizzo i miei nuovi album. Adesso ne ho pronti tre ma sto ancora cercando la casa di distribuzione. Il primo di questi CD si chiama “Skyline” e vorrei uscisse entro quest’anno”.

 

-Mi sembra di aver letto che si tratta di una sorta di omaggio a Ron Carter e Jack DeJohnette.

“Esatto: il trio è composto da me e da questi due straordinari artisti. L’album lo abbiamo registrato in ottobre ai Power Station di New York durante una session di due giorni. Sono gli studi di registrazione un tempo chiamati Avatar ricchi di ricordi per tutti noi tre”.

 

-Perché hai sentito l’esigenza di questo omaggio?

“Perché non dimenticherò mai quello che artisti come Ron Carter e Jack DeJohnette, fra molti altri, hanno fatto per me al mio arrivo negli Stati Uniti quando avevo meno di trent’anni. Mi vengono in mente, oltre a Ron e Jack, Joe Lovano, Chick Corea, Herbie Hancock, Paul Motian… tutte persone che si sono prese cura di me, accettandomi all’interno della comunità musicale. E da loro ho cercato di imparare il più possibile. Da allora ho cercato, quasi, di pagare loro un tributo invitandoli a suonare con me 20 o 30 anni dopo. L’album sarà composto da 6 tracce originali, due firmate da ognuno di noi tre. Ho poi voluto aggiungere due brani di piano solo, il primo scritto da Jose Antonio Mendez mentre il secondo è una versione di “Lágrimas negras” reso famoso in tutto il mondo dai Buena Vista Social Club, c he presenterò anche questa sera. A chiudere un brano nato spontaneamente, quasi un blues, che è venuto davvero bene”.

 

-Questo senza ovviamente dimenticare Dizzy Gillespie e soprattutto Charlie Haden con il quale, come tu stesso hai avuto speso modo di dichiarare, hai avuto un rapporto stretto, non solo in campo artistico ma anche personale.

“Certo”.

-Bene parliamo adesso degli altri due album pronti sulla rampa di lancio.

“Il secondo è stato inciso dal “Trio d’été” che mi vede accanto a Matthew Brewer basso  ed Eric Harland batteria. E con questa formazione mi sono esibito anche all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il terzo, cui tengo particolarmente, è la registrazione di un recital per piano solo che ho tenuto il 16 maggio del 2017 al Teatro Olimpico di Vicenza, un concerto che ricordo con particolare piacere per le sensazioni straordinarie che ho vissuto”.

-Dischi a parte, hai qualche altro progetto in mente?

“Sì, tra qualche mese con una tournée in Giappone, partirà un progetto particolare con la vocalist Aymee Nuviola che si chiama “Viento y Tiempo”. Aymee è una straordinaria vocalist cubana che conosco praticamente da sempre. Quando avevo dieci anni, e lei sette, andavamo dalla stessa maestra di piano, Silvia; abitavamo nello stesso barrio e ci vedevamo spesso. Poi, come puoi ben immaginare, le vicende della vita ci hanno portato lontani. Ma poco tempo fa ci siamo rivisti, abbiamo ricordato i vecchi tempi e abbiamo scoperto la possibilità, anzi la voglia di mettere su un progetto assieme, incentrato non sul jazz ma sulle musiche tradizionali cubane. L’abbiamo fatto ed ora siamo sui blocchi di partenza. E’ un progetto di cui sono davvero entusiasta e spero tanto che vada bene”.

 

-Se non sbaglio avete già collaborato in passato

“Sì, sono stato suo ospite nell’album “First Class to Havana”.

 

-Quando pensi che sarà possibile ascoltarlo in Italia?

“Lo porteremo in Europa il prossimo anno e sono sicuro che verremo anche in Italia dove so di poter contare su molti estimatori”.

 

-Ci sono altri artisti cubani che si stanno mettendo particolarmente in luce?

“Ce ne sono davvero tanti e sparsi in tutto il mondo. Tanto per farti qualche nome c’è Alfredo Rodriguez, pianista e compositore che adesso ha 33 anni e che ha collaborato con Quincy Jones; c’è David Virelles statunitense d’adozione; a Madrid opera Iván ‘Melón’ Lewis che viene da Pinar del Río; ad Amsterdam è possibile ascoltare Ramón Valle… insomma ce n’è davvero tanti e come vedi sono davvero in giro per il mondo”.

 

-Un’ultima domanda che spero non ti crei imbarazzo: come vedi la situazione attuale a Cuba?

“Come sempre… nel senso che non vedo segni di profondo cambiamento. Negli ultimi cinquant’anni Cuba è stata totalmente scollegata dal resto del mondo per cui reputo improbabile una sua veloce e specifica ripartenza. Certo, è possibile che tra poco si possano trovare anche a Cuba quantità rilevanti di prodotti di qualità ma le incrostazioni nella struttura mentale dei cubani, il modo in cui ormai intendono la vita sono assai difficili da sconfiggere. C’è chi da tempo si è messo l’animo in pace con ciò che passava il convento e non ha altre ambizioni; altri, invece, sperano nel cambiamento; vedremo!”.

 

I NOSTRI LIBRI

Camilla Poesio – “Tutto è ritmo, tutto è swing”- Quaderni di storia – Le Monnier – pgg.175 – € 14,00
Mai volume fu più attuale, forse al di là delle stesse intenzioni dell’autrice. In un momento storico in cui si parla tanto di fascismo, come se le camice nere fossero nuovamente in agguato alle porte di Roma, Camilla Poesio, Dottore di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in cotutela con la Freie Universität di Berlino, ci ricorda in poche pagine cos’era realmente il fascismo. Un regime liberticida, in cui nessuna forma di dissenso era tollerata, un regime che invadeva pesantemente ogni aspetto della vita del cittadino, decidendo per lui cosa fare, quali divertimenti scegliere, con quali restrizioni e quali permessi. Un regime che pretendeva addirittura di comandarti quali canzoni ascoltare e quali no, che censurava anche i titoli dei pezzi americani…arrivando al ridicolo di italianizzare “St. Louis Blues” in ” La tristezza di San luigi”.
Ebbene la Poesio incentra la sua analisi su quale fu, in quegli anni, la sorte del jazz nel nostro Paese, e lo fa con lucidità e precisione. Il jazz era giunto nel nostro Paese con i transatlantici di ritorno da New York, con gli emigrati, le grandi orchestre in tournée, i balli ma soprattutto la radio e il cinema. Per non parlare del fatto che alcuni illustri esponenti della nuova musica, quali Cole Porter, soggiornarono per un certo lasso di tempo, in alcune località italiane quali Venezia.
Ecco quindi uno scenario per lo meno contraddittorio al cui interno le autorità dominanti da un lato cercano di impedire la diffusione del jazz come musica proveniente dagli States, dall’altro, però, si rendono conto che questa musica fa presa sugli ascoltatori italiani, specie i più giovani, e cercano quindi di limitare i danni. Cosa fare, dunque? Giocando di sponda anche con la Chiesa che cannoneggia un giorno sì e l’altro pure contro i nuovi ritmi considerandoli amorali e pericolosi, il regime fascista cerca di incorporare nel suo seno anche queste nuove espressioni artistiche ma non ci riesce ché anche sotto le spire di una censura sempre più opprimente, il jazz conserva una propria identità con cui poi giunge sino ai nostri giorni.
Tutto ciò lo trovate ben illustrato nel libro in oggetto che caldamente raccomandiamo a chi segue queste vicende. Il volume è corredato da una ricca bibliografia e da un utile indice analitico
Un’ultima notazione di carattere metodologico: bisogna una volta per tutte mettersi d’accordo sulle note. Sono importanti o no? Se un autore le mette, e in gran quantità come in questo caso, è perché ritiene che debbano essere lette. Allora perché riunirle tutte alla fine del volume costringendo il lettore volenteroso ad un avanti e indietro con le pagine che alla fine ti stanca e lasci perdere? Non sarebbe molto più opportuno collocarle a piè di pagina?

Neri Pollastri – “Riccardo Tesi – Una vita a bottoni” – Squilibri – pgg 306 con CD – € 22,00

Ho conosciuto Riccardo Tesi nel 1994 a Sassari mentre stava registrando un disco, per altro molto bello, “Islà”, con un gruppo comprendente tra gli altri, Enzo Favata, Marcello Peghin, Federico Sanesi e Salvatore Maiore. Ne ebbi subito un’ottima impressione non solo del musicista, straordinariamente bravo ed originale tanto da essere considerato già allora il migliore organettista italiano, ma anche dell’uomo, aperto, cordiale, simpatico, che se aveva qualcosa da dire te la comunicava senza tanti orpelli.

Devo dire che questa impressione mi è stata confermata tutte quelle volte – in realtà non moltissime – in cui ci siamo successivamente incontrati. Ed in tutti questi anni Tesi si è costruito una solida reputazione affermandosi come uno dei musicisti più autorevoli della scena world europea, un musicista capace di far dialogare le sonorità “contadine” dell’organetto con il rock e con i più sofisticati linguaggi del jazz, della musica colta. Il tutto impreziosito dalle numerose collaborazioni con musicisti di assoluto livello internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Caterina Bueno, Patrick Vaillant, Kepa Junkera, Gabriele Mirabassi e Gianlugi Trovesi. Ed è lo stesso Tesi a spiegare questo suo percorso: “ho studiato la musica del centro-sud Italia, quella sarda, ma poi ho capito che non sarei mai potuto diventare un musicista tradizionale. Ed è allora, quando mi sono messo a cercare la mia strada, che sono riaffiorati anche tutti i ricordi delle tante musiche che avevo ascoltato in passato: il rock, il jazz, la canzone d’autore, musiche distanti ma unite da un denominatore comune, il Mediterraneo, inteso come pensiero e come sensibilità”.

E’ quindi con grande piacere che mi sono accinto a leggere questo volume di Neri Pollastri sicuro di ritrovarvi tutte quelle caratteristiche umane e artistiche che ai miei occhi avevano caratterizzato Riccardo Tesi. E le mie attese non sono andate deluse.

Con quello stile essenziale e chiaro che lo contraddistingue, Neri Pollastri racconta la carriera di Tesi. Il volume è articolato in ben 30 capitoli che corrispondono grosso modo ad altrettanti momenti della vita artistica del musicista. Si parte, così, dai “primi passi con Caterina Bueno” per chiudere con un contributo di Ezio Guaitamacchi, critico musicale. In mezzo le varie tappe della carriera di Tesi raccontate con dovizia di particolari, impreziosite da un canto da interventi dello stesso Tesi, dall’altro da testimonianze di vari personaggi che con lui hanno collaborato. Ma non basta ché spinto dalla necessità di argomentare al meglio i contenuti del volume, Neri Pollastri illustra brevemente la storia dell’organetto, mentre Tesi ci racconta la bontà degli strumenti costruiti dalla ditta Castagnari, sul mercato da generazioni.

Prima del già citato contributo di Guaitamacchi, il volume contiene una interessante intervista dello stesso Neri Pollastri a Riccardo Tesi nel tentativo, all’approssimarsi del sessantesimo compleanno dell’artista, di “capire meglio l’uomo e il musicista rivolgendogli alcune domande dirette non solo su questioni artistiche ma anche personali e umane”.

Il volume è completato dagli spartiti di “Fulmine” e “Pomodhoro”, due brani di Riccardo Tesi, una ben articolata discografia (comprendente anche le collaborazioni), un ricco corredo fotografico e soprattutto un cd di brani selezionati che illustrano assai bene l’arte di Riccardo.

Gerlando Gatto

Grande musica a GradoJazz by Udin&Jazz: in particolare evidenza Gonzalo Rubalcaba e Snarky Puppy

Snarky Puppy Grado 11.7.19 ph: Dario Tronchin ©

Si è conclusa con una standing ovation la 29° edizione di “Udine&Jazz” o se preferite la I° di “GradoJazz”. No, non sto giocando con le parole o con i numeri, sto solo sottolineando come, giunto alla sua 29° edizione, “Udine&Jazz”, per volontà del suo ideatore Giancarlo Velliscig, ha abbandonato il capoluogo friulano per motivazioni di carattere politico già ampiamente illustrate in questa stessa sede. La scelta è caduta su Grado, splendida località tra laguna e mare, storica stazione turistica di tedeschi e austriaci. Ed è stata una scelta pagante: ottima l’accoglienza delle autorità comunali, ottima la risposta del pubblico, splendida la location del Parco delle Rose al cui interno è stata istituita una tenso-struttura capace di ospitare un migliaio di persone con una resa acustica soddisfacente. Unico elemento su cui non si è stati in grado di intervenire la pioggia, che si è fatta vedere a giorni alterni provocando comunque qualche guasto come l’annullamento del concerto di “Maistah Aphrica” un gruppo di otto musicisti molto amati e di cui qui in Friuli si dice un gran bene.

Palmanova, 06/07/2019 – Grado Jazz by Udin&;Jazz – King Crimson Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2019

E proprio la pioggia è stata la grande protagonista del concerto che nella Piazza Grande di Palmanova, il 6 luglio, ha inaugurato la fase finale del Festival, dopo i concerti-anteprima a Tricesimo, Cervignano, San Michele del Carso e della rassegna “Borghi Swing” a Marano Lagunare. Nella storica cittadina in provincia di Udine era in programma l’attesissimo concerto dei King Crimson; durante tutta la serata la pioggia ha flagellato costantemente le migliaia di spettatori giunti per ascoltare la storica band. Alle 22,30 tutto lasciava prevedere che il concerto non si sarebbe potuto svolgere, data l’inclemenza del tempo. Ma gli organizzatori hanno tenuto duro nella speranza che la pioggia si fermasse ed hanno avuto ragione ché verso le 23 finalmente ha smesso di piovere e Fripp e compagni hanno fatto il loro ingresso sul palco suonando per circa due ore. Ed è stato tutto un amarcord: ho visto spettatori più che adulti commossi quasi fino alle lacrime nell’ascoltare la musica che probabilmente aveva accompagnato la loro gioventù. Ed in effetti i King Crimson hanno riproposto un repertorio di brani celebri: da “Epitaph” a “In the Court of The Crimson King”, da “Starless” al bis, arrivato all’una di notte, “21st Century Schizoid Man”. L’esecuzione è stata degna di cotanto nome anche se personalmente non ho particolarmente gradito l’insistenza di Fripp sulle distorsioni: uno, due, tre vanno bene… ma tutto un pezzo suonato in questo modo francamente per me è troppo. Confesso comunque di non essere un giudice imparziale dal momento che i King Crimson non hanno mai fatto parte della mia formazione musicale.

Quinteto Porteño ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Archiviato l’evento, eccoci a Grado per la prima serata del festival vero e proprio (il 7 luglio). Apertura come si dice col botto data la grande levatura dei musicisti, italiani, sul palco. A rompere il ghiaccio è stato il “Quinteto Porteño” e per il vostro cronista è stata forse la sorpresa più bella del festival. Amo incondizionatamente la musica di Piazzolla ma solo molto raramente mi è capitato di ascoltare un gruppo che pur rifacendosi alla musica del grande compositore argentino riesca ad esprimerne adeguatamente lo spirito. Di solito manca la carica drammatica, il pathos. Ebbene il “Quinteto Porteño” nonostante abbia eseguito solo musiche originali, è riuscito perfettamente a ricreare quelle atmosfere, quelle suggestioni care a Piazzolla. Il tutto grazie ad una empatia che costituisce l’asse portante del gruppo: così, mentre la scrittura è equamente divisa tra Nicola Milan (accordion) e Daniele Labelli (pianoforte), il compito di esporre la linea melodica è principalmente sulle spalle dell’eccellente violinista Nicola Mansutti, ben sostenuto da Roberto Colussi alla chitarra; una menzione particolare la merita Alessandro Turchet assolutamente sontuoso al contrabbasso sia in fase di accompagnamento sia negli interventi solistici tutt’altro che sporadici. Come si accennava, quel che affascina in questo quintetto è la compattezza declinata attraverso arrangiamenti sempre ben studiati che trovano terreno fertile nella bellezza dei temi caratterizzati sempre da una suadente linea melodica. Così tutti i musicisti si mettono al servizio del collettivo, senza ansia o volontà di strafare; in questo senso perfetto il contributo del fisarmonicista: di solito, nei gruppi tangheri, la fisarmonica tende e strafare; non così nel “Quinteto Porteño” in cui Nicola Milan è apparso sempre misurato, suonando le note indispensabili al progetto, non una di più.

Paolo Fresu Trio, Grado 7.7.19 ph: Gianni Carlo Peressotti ©

A seguire il trio di Paolo Fresu con Dino Rubino al piano e Marco Bardoscia al contrabbasso. I tre hanno presentato la colonna sonora dello spettacolo teatrale “Tempo di Chet” che hanno portato in giro per oltre sessanta repliche. Di qui un’intesa umana oltre che musicale che si percepisce immediatamente, al primo ascolto: il gruppo si muove in maniera coesa, mai una sbavatura, mai un’indecisione, con Fresu a tracciare e dettare le atmosfere, con Rubino a disegnare straordinari tappeti armonici e Bardoscia a legare il tutto.  In repertorio, oltre ad alcuni standard preferiti da Chet Baker, brani originali sempre nello spirito e nel ricordo di Chet. Ecco, quindi, tra gli altri, “My Funny Valentine”, “Basin Street Blues”, “The Silence Of Your Heart”, “Jetrium” un original in cui si ascolta la batteria preregistrata di Stefano Bagnoli, “When I Fall In Love”; in conclusione si ascolta brevemente la voce dello stesso Chet Baker che interpreta “Blue Room”. Particolarmente curiosa la storia di un altro original, “Hotel Universo”, presentato durante il concerto e scritto da Fresu in ricordo di una particolare notte; quella volta a Lucca – è lo stesso Fresu a raccontarlo – “alloggiavo all’ Hotel Universo. La signora alla reception mi dà le chiavi della numero 15. Salgo in camera, è una bella stanza ampia arredata con mobili un po’ retrò, stile anni Cinquanta. Mi sistemo, apro la finestra che dà su piazza del Giglio e prende posto su una sedia. Sopra il letto è appesa una fotografia: è Chet Baker. E’ seduto nello stesso posto in cui sono seduto ora. Dietro, dalla finestra aperta, si vede la piazza, esattamente come ora, dalla medesima finestra. Insomma un bell’omaggio di una albergatrice che evidentemente mi vuole bene”. Comunque ricordi a parte, set assai intenso, di grande impatto emotivo non a caso salutato dal foltissimo pubblico con calorosi applausi.

A completare una prima serata assolutamente positiva un duo di classe con Laura Clemente alla voce e Andrea Girardo alla chitarra. Laura è una vocalist raffinata, dotata di una bella voce, di notevoli capacità interpretative, di un gusto particolarmente ricercato: nel suo repertorio figurano brani tutti di notevole spessore anche se non sempre identificabili con il jazz… ma questo poco importa.

Clemente&Girardo duo 7.7.19 ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Anche la seconda giornata – ad ingresso gratuito –  si apre con una sorpresa: il trio del pianista brasiliano Amaro Freitas, con Hugo Medeiros alla batteria e Jean Elton al contrabbasso. Cresciuto nelle favelas di Recife, il giovane Amaro si è costruito passo dopo passo uno stile del tutto personale, uno stile percussivo in cui tuttavia è possibile riscontrare le influenze di alcuni maestri sia del jazz quali Ellington, Monk e Tatum, sia della musica brasiliana, Egberto Gismonti su tutti. Il rapporto con la musica inizia nella chiesa evangelica grazie al padre che, quand’era bambino, gli insegna a suonare la batteria. La tastiera arriva solo in un secondo momento perché, durante le funzioni religiose, c’è bisogno di uno strumento che funga da accompagnamento. Venendo al concerto di Grado, dopo il brano d’apertura – “Coisa n. 4” di Moacir Santos – Amaro ha sciorinato una serie di sue composizioni (“Dona Eni”, “Samba de César”, “Paço”, “ Trupé”, “Rasif “, “Aurora”, “Mantra”) che hanno letteralmente mandato in visibilio il pubblico, colpito dalla straordinaria energia e inventiva dell’artista brasiliano. All’interno di “Vitrais” ha addirittura creato nuovi innesti musicali basati sulle note di “Con te partirò” di Bocelli e di “Bella Ciao”! Non è certo un caso che Freitas venga, quindi, considerato un rinnovatore della musica brasiliana “attraverso – come afferma lo stesso pianista –  una nuova forma di costruzione melodica e armonica che passa per la valorizzazione percussiva e per il work in progress collettivo che si realizza durante i concerti”.

Amaro Freitas 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

A seguire un’altra esibizione trascinante quella della “North East Ska Jazz Orchestra”. Nata nel 2012 la big band riunisce diciotto musicisti che si rifanno soprattutto alla musica giamaicana. L’intento era quello di unire molte persone attive professionalmente nel panorama della musica giamaicana e afroamericana presenti nel Triveneto. La NESJO fin da subito ha, quindi, ottenuto molti consensi, anche grazie alla collaborazione con importanti esponenti della musica ska e del reggae italiano, consensi che si sono registrarti anche al di fuori dei confini nazionali, in Francia, Spagna, Paesi Bassi, Germania, Slovenia e Croazia. Sostenuto magnificamente dalle voci di Rosa Mussin, Freddy Frenzy e Michela Grena il gruppo si muove su ritmi assai elevati, ottenendo successo di critica e di pubblico, successo che non è mancato a Grado.

Sempre l’8 in cartellone anche un terzo concerto con Lorena Favot 4et “Landscapes” ma, causa stanchezza, non sono riuscito a sentirlo; amici degni di fede mi hanno comunque riferito che si è trattato di una performance in linea con il livello alto della serata.

North East Ska* Jazz Orchestra 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Lorena Favot 4et 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Ed eccoci al 9 luglio con quella che personalmente consideravo la chicca del Festival, vale a dire l’esibizione del Trio di Gonzalo Rubalcaba.

Ma procediamo con ordine. Ad aprire la serata i “Licaones” al secolo Mauro Ottolini trombone, Francesco Bearzatti sax, Oscar Marchioni organo, Paolo Mappa batteria. Nato quasi per gioco con l’album “Licca-Lecca” di una decina d’anni fa, il gruppo ha conservato la vivacità e soprattutto la gioia di suonare degli inizi. Elementi questi che si riscontrano in ogni loro concerto: a vederli sul palco si intuisce immediatamente che si divertono a suonare e in tal modo divertono anche chi li ascolta, mantenendo il livello musicale sempre alto. Così verve, ironia, funky si mescolano in una ricetta originale e trascinante.

Licaones 9.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Successivamente è stata la volta del già citato Gonzalo Rubalcaba, in trio con Armando Gola al basso e Ludwig Afonso batteria. Illustrare, in questa sede, la carriera di Rubalcaba è impresa tutto sommato inutile tale e tanta è la popolarità raggiunta in tutto il mondo dal pianista cubano: basti dire che attualmente è considerato una delle massime espressioni del pianismo jazz, vincendo due Grammy e due Latin Grammy e ottenendo ben 15 nomination. Agli inizi era, a ben ragione, considerato un pianista “cubano” in quanto nel suo stile erano ben presenti tutti gli elementi musicali dell’ ”Isola”: Man mano, Gonzalo si è staccato da questo linguaggio per approdare ad una sintesi che è sua e solo sua. Descrivere la sua musica è infatti molto, molto difficile; si ascolta un flusso sonoro illuminato da improvvisi lacerti di gran classe che aprono come uno spiraglio, una luce improvvisa sull’universo sonoro disegnato dal trio. In quest’ottica, particolarmente brillante l’intesa con il bassista, con il quale Gonzalo collabora da una decina d’anni… e si sente chiaramente, dal momento che i due si uniscono, si accarezzano, si compenetrano, sempre insieme, come una mano in un guanto. Oggettivamente difficile il compito del batterista entrato nel gruppo solo da un anno che deve dialogare da pari a pari con il piano di Rubalcaba, senza un attimo di tregua, sempre nella condizione di fornire la risposta giusta e rilanciare verso nuovi traguardi. Comunque devo dire che anch’egli se l’è cavata egregiamente. Insomma davvero un concerto memorabile che resterà nel cuore e nella mente di chi ha avuto la fortuna di assistervi.

Gonzalo Rubalcaba Trio 9.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

I concertini notturni ci riservano un’altra bella sorpresa: Humpty Duo, ovvero Luca Dal Sacco alla chitarra acustica e Matteo Mosolo al contrabbasso. Sebbene il progetto, “Synchronicities” sia interamente dedicato all’opera di Sting e dei Police, il jazz si libera in ogni singola nota con squisita ricercatezza. Non a caso il nome scelto dal duo richiama un celeberrimo brano di Ornette Coleman: “Humpty Dumpty”.

Il 10 serata dedicata al blues. Apertura con il chitarrista Jimi Barbiani accompagnato da Pietro Taucher all’organo e Alessandro Mansutti alla batteria. Professionista di sicuro spessore, Barbiani si è fatto le ossa suonando in giro per il mondo grazie ad una tecnica raffinata, ad un repertorio consolidato e ad una voglia di suonare che dopo tanti anni di professionismo è ancora lì, ben presente.

Jimi Barbiani 10.7.19 Grado ph: Angelo Salvin ©

Il clou della serata era rappresentata da Robben Ford “Purple House Tour” e l’attesa dei tanti amanti del blues non è andata delusa. Ad onta dei 67 anni e di circa 50 anni di carriera Robben conserva tutte le caratteristiche che ne hanno fatto un grande bluesman. Bella padronanza scenica, tecnica chitarristica di primo livello, voce sempre presente, intonata… e una carica di entusiasmo che si è facilmente trasmessa al numeroso pubblico. Considerato “Uno dei più grandi chitarristi del XX secolo” nel corso della sua carriera ha ottenuto cinque nomination ai Grammy, senza trascurare il fatto che la marca di chitarre Fender gli ha dedicato una sua creatura (“Robben Ford Signature”); ultima notazione tutt’altro che trascurabile: nel 1977 è stato il fondatore degli “Yellowjackets” all’epoca chiamato “The Robben Ford Group”. A Grado ha presentato, in quartetto, il suo nuovo album “Purple House” ed è stato un bel sentire. Ottimo il gruppo con un batterista tanto potente quanto di metronomica precisione, moderno il linguaggio caratterizzato da un’alternanza di generi: dal southern al blues, dal rock alla fusion, con qualche sconfinamento nel jazz.

Robben Ford 10.7.19 Grado ph: Angelo Salvin ©

La serata si è conclusa con il trio del chitarrista Gaetano Valli, con Silvano Borzacchiello alla batteria e Gianpaolo Rinaldi alle tastiere (a sostituire degnamente il contrabbasso di Riccardo Fioravanti); in programma il nuovo progetto “Sylvain Valleys & Flowers”, nato dall’intesa di tre amici di vecchia data che si ritrovano a suonare assieme dopo vent’anni scoprendo la passione comune, oltre che per il jazz, per la montagna. Non a caso il clima della performance è stato, oserei dire, dolce, distensivo e meditativo alternando brani inediti e citazioni provenienti dalla tradizione musicale. Un bravo di cuore a Gaetano Valli, artista che non ha ancora ottenuto i riconoscimenti che merita.

 

Gaetano Valli Trio 10.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Ed eccoci alla serata finale dell’11 luglio; come accennato la pioggia ha costretto gli organizzatori a cancellare il primo concerto di “Maistah Aphrica” e l’ultimo del trio di Gianpaolo Rinaldi. E’ rimasta quindi in piedi l’esibizione di Snarky Puppy (main stage e platea completamente al coperto), che a Grado hanno iniziato la loro tournée italiana per presentare il nuovo lavoro discografico, almeno nel titolo di estrema attualità, “Immigrance”. Il concerto ha visto il sold out con molti spettatori anche in piedi – da segnalare al riguardo, finalmente, la presenza di molti giovani. E, come accennavo in apertura, il pubblico ha gradito – e molto – il concerto tanto da riservare al gruppo l’unica stand ovation di tutto il festival. Ovazione assolutamente meritata in quanto ancora una volta il gruppo ha espresso una cifra artistica di assoluto livello. Certo, la loro musica è trascinante ma non facilissima: il collettivo newyorchese, composto da una trentina di musicisti (a Grado rappresentato da nove elementi), si muove su terreni impervi, in cui jazz, funk e R&B si mescolano in un magma sonoro costruito con estrema consapevolezza. In effetti chi crede che la musica di Snarky Puppy sia soprattutto estemporanea si sbaglia e di grosso: il tutto è arrangiato con precisione e grande professionalità, lasciando comunque spazio ad improvvisazioni declinate attraverso una preparazione tecnica di primo livello. Come sempre in primo piano il bassista, compositore e arrangiatore Michael League, vera mente del gruppo, che ha guidato l’esibizione con sicurezza.

Snarky Puppy 11.7.19 Grado ph: Dario Tronchin©

Il recital del gruppo ha quindi chiuso nel migliore dei modi l’esperienza di questo primo “GradoJazz”,  il cui bilancio finale non può che essere positivo. Il festival, organizzato da Euritmica con il sostegno di regione Friuli Venezia-Giulia, comune di Grado, Promoturismo FVG, Fondazione Friuli e in collaborazione con i vari comuni coinvolti, nonostante il cambio di location, sempre pericoloso, ha comunque conservato quelle caratteristiche che nel corso degli anni ne hanno fatto una delle manifestazioni più interessanti dell’intero panorama jazzistico italiano. Intendo riferirmi da un canto al giusto mix tra musicisti internazionali e italiani con una particolare attenzione verso gli artisti friulani, dall’altro alla valorizzazione del territorio e dei relativi prodotti: ad esempio, quest’anno, il vino ufficiale della rassegna è la vitovska del Castello di Rubbia (con etichetta creata ad hoc per GradoJazz) e vi assicuro che si tratta di un gran vino.

Gerlando Gatto

 

 

A Cettina Donato il Premio speciale Alumni Eccellenti

 

Finalmente anche in Italia è tempo di jazz al femminile: le nostre jazziste stanno, infatti, ottenendo i riconoscimenti ufficiali che spettano loro a testimonianza dell’elevatissimo livello raggiunto oramai da tempo.

Nei giorni scorsi vi abbiano riferito delle prestigiose onorificenze attribuite a Rita Marcotulli.

Oggi vi segnaliamo un altro premio attribuito a Cettina Donato, pianista, compositrice e direttore d’orchestra messinese, che siamo stati tra i primi a sottoporre alla vostra attenzione perché la ritenevamo assolutamente degna delle più importanti platee e non già perché siamo ambedue siciliani e quindi – come purtroppo mi è capitato di leggere in questi giorni su FCB –un pochino, ma solo un pochino, mafiosi e omertosi.

Ma torniamo a Cettina: il 28 giugno nell’Aula Magna dell’Università di Messina, l’artista ha ricevuto dall’Associazione Alumni ME, con il patrocinio dell’Università di Messina, il Premio speciale Alumni Eccellenti dedicato agli ex studenti dell’Ateneo peloritano che si sono distinti in Italia e all’estero per le loro eccellenti attività.

Cettina ha conseguito proprio all’Università di Messina la Laurea in Scienze dell’Educazione con una tesi in Psicologia Sociale, un percorso di studi completato con due Master sulla didattica speciale, che ha tradotto in una grande passione per la didattica musicale, insegnando nei Conservatori di Livorno, Alessandria e Messina. Attualmente è docente di Pianoforte jazz al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari.

In ambito sociale, da anni è impegnata nella realizzazione della Residenza artistica “VillagGioVanna” dedicata all’accoglienza di ragazzi autistici www.villaggiovanna.org, a cui ha devoluto l’intero ricavato della vendita del suo quarto album “Persistency – The New York Project” (ed. Alfa Music) e il cui testimonial è il noto attore e regista Ninni Bruschetta. Proprio con Ninni Bruschetta è nato un sodalizio artistico che l’ha portata a calcare le scene teatrali in qualità di direttore d’orchestra, pianista, arrangiatrice e compositrice per produzioni teatrali quali “I Siciliani di Antonio Caldarella”, Il Giuramento” (Claudio Fava) e “Il mio nome è Caino” (Claudio Fava), attualmente in tour nei teatri italiani.

 

Nella sua formazione musicale, oltre alla Laurea in Pianoforte classico al Conservatorio di Reggio Calabria, ha conseguito la Laurea al Berklee College of Music dove è stata nominata “Best Jazz Revelation Composer and Performer” e ha ricevuto l’ambito Carla Bley Award for “Best Jazz Composer.

Ha ricoperto il ruolo di International President of Women in Jazz del South Florida, associazione volta alla promozione di musiciste e compositrici di tutto il mondo. Attualmente, è membro del Worldwide Association of Female Professionals di New York

Tornando al premio del 28 giugno, lo stesso, come si accennava, arriva a riconoscimento di una carriera oramai prestigiosa che si è sviluppata lungo l’asse Europa – Stati Uniti – Giappone, ottenendo ottimi consensi di pubblico e critica per i diversi ruoli che ricopre: è la prima donna italiana direttore d’orchestra e arrangiatrice ad avere diretto orchestre sinfoniche classiche con repertorio jazzistico, rock e popular e allo stesso tempo ad aver riscosso ampi riconoscimenti come pianista jazz, compositrice e arrangiatrice. Insomma, quel che si dice un’artista a 360 gradi in grado di affrontare imprese musicali le più disparate.

Eccola, quindi, sul palco di teatri celebri come il Petruzzelli di Bari, il Teatro Antico di Taormina e il Teatro Di Verdura di Palermo; eccola a collaborare con l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, l’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, la Lucca Jazz Donna Orchestra, la New Talents Jazz Orchestra di Roma, l’Orchestra Giovanile “Città di Molfetta”, la Late Night Jazz Orchestra di Los Angeles.  Eccola a Boston fondare un’orchestra a suo nome, la “Cettina Donato Orchestra”, composta da musicisti provenienti dai cinque continenti, con cui ha inciso, nella stessa Boston, un album.

Negli ultimi anni il Jazzit Award la annovera tra i migliori arrangiatori jazz di nazionalità italiana.

Nel corso della sua carriera, si è esibita con alcuni jazzisti di assoluto livello internazionale tra cui Eliot Zigmund, Stefano Di Battista, Fabrizio Bosso, Joanne Brackeen, Greg Hopkins, Jackson Schultz, Dick Lowell, Adam Nussbaum, Scott Free, Matt Garrison… E’ stata invitata in importanti festival italiani, e negli USA si è esibita in vari contesti tra cui il Blue Note di New York City, il South By Southwest di Austin, il Regattabar di Boston.

Gerlando Gatto