Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Alessandro Turchet, contrabbassista

Intervista raccolta da Marina Tuni

Alessandro Turchet, contrabbassista

-Come stai vivendo queste giornate?
“Con un’inaspettata integrità spirituale data dalla musica e dallo studio”.

–Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
“Ritengo, molto umilmente, che il lavoro del musicista non sia legato unicamente alla mera “performance”, ma che occupi un continuo spazio-tempo. Quindi, nel nostro mestiere, lo studio, il confronto con i colleghi, l’analisi delle partiture per i lavori discografici futuri, l’organizzazione del materiale, la ricerca, lo sviluppo di nuove idee e molto altro ancora, ne sono parte integrante. E quindi, nonostante restrizioni e lockdown, posso dire di non aver mai smesso di lavorare in questo periodo, ho continuato, diversamente, a svolgere il mio lavoro. Il nostro è un ruolo sociale, ci siamo, condividendo la meravigliosa arte della musica, grazie alle persone. Anche nei periodi più bui della storia, l’umanità ha cercato e si è riscoperta grazie all’arte ed alla cultura! Sono “abbastanza” speranzoso nel futuro, nella possibilità di esprimerci, condividendo”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Ho avuto la fortuna di poter continuare le lezioni con alcuni allievi in via telematica. Ovviamente è una modalità per molti di noi del tutto nuova e che, forse, ci ha colti un po’ troppo di sorpresa ma, superate le prime difficoltà tecniche, è servita sia a me che agli allievi per poter continuare a confrontarci. Mi sento di ringraziare gli studenti per essersi/ci messi in gioco con la volontà di continuare ad imparare reciprocamente”.

-Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo da solo ma non sono solo… Ho trovato una forza inaspettata nella lettura, mi sono immerso nella poesia ed ho continuato a viaggiare con la musica; nell’esperienza sensibile ho trovato e ritrovato vicinanza con amici nuovi e di un tempo, con i miei familiari e con diversi colleghi, anche d’oltre confine, che mi hanno dimostrato una sincera fratellanza”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Non posso parlare al plurale… per quanto mi riguarda sì. In momenti di crisi profonda come questo penso sia naturale riconsiderare, analizzandoli, sia i rapporti umani che quelli professionali, quindi sarà naturale per me un cambiamento, spero in meglio ovviamente”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

“Sinceramente la musica mi ha portato aiuto e soccorso in tantissimi momenti della mia vita e forse ho scelto di fare il musicista proprio grazie alla musica, che mi ha sempre teso la mano nei momenti più bui. Ho sempre pensato che la musica abbia un enorme potere terapeutico e non a caso, in musicoterapia, viene addirittura impiegata a livello educativo e riabilitativo. Quindi sì, in generale penso che la musica possa aiutarci in questo tragico evento”.

-Se non la musica a che cosa ci si può affidare?
“A tutto quello che può darci forza”.

-Quanto c’è di inutile retorica in questi continui richiami all’unità?
“Gli slogan, soprattutto se pronunciati con vanagloria, non fanno per me”.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Bella domanda, in effetti vorrei sapere anch’io quali sono questi organismi di rappresentanza nel nostro settore… evitando polemiche, visto la tragicità del momento storico che stiamo vivendo, noto che diverse associazioni si stanno muovendo in modo positivo per portare le problematiche legate al nostro lavoro (in primis quella di considerare la musica un lavoro) alle alte sfere del governo. Spero in un dialogo efficace che porti ad altrettante efficaci normative. Utopia?”.

Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Anche ragionando in astratto temo che concretamente non verrei nemmeno ascoltato”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Mi sono totalmente re-immerso nell’ascolto dell’Esbjorn Svensson Trio, soprattutto nella loro produzione discografica Live. Consiglierei l’ascolto dell’intera discografia…”.

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Nico Catacchio, contrabbassista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Nico Catacchio, contrabbassista

-Come sta vivendo queste giornate?
“Cercando di lavorare e studiare il più possibile. Diciamo che non mi annoio e anzi, alla fine il tempo non è mai abbastanza”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Azzeramento completo del lavoro didattico (non faccio lezioni on line) e dei concerti.
Il futuro è veramente oscuro, anche perché il governo, che nell’emergenza ha operato buone scelte (abbastanza obbligate), ora si è perso e ha istituito commissioni e task force nelle quali alla fine tutti dicono e nessuno decide. Nessuna strategia. E invece, come per l’emergenza, l’uscita ha bisogno di velocità di pensiero e velocità decisionale. Qui mi sembra che non ci sia né l’una né l’altra”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Per una di quelle cose che sembrano coincidenze qualche mese fa ho preso un lavoro extra musicale da fare a casa. La didattica per il mio strumento (il contrabbasso) non permette grandi numeri e i concerti si sa che non danno da mangiare se non a pochi. Quindi mi sono organizzato e alla fine questo mi ha parzialmente salvato in questo momento”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia compagna e, anche qui per una coincidenza, con mia figlia che vive a Roma e che era venuta a trovarmi. Dopo si è trovata bloccata qui con me. Si certo è importante avere rapporti personali. Ma immagino la difficoltà invece di chi è da solo o viceversa di chi si trova a dover vivere in un ambiente ristretto con molte persone senza avere possibilità di un suo spazio. Non è banale. E le pubblicità dei divi della TV che ridacchiando invogliavano a restare a casa fanno solo irritare”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Sicuramente non si torna indietro. C’è un solco profondo tra il prima e il dopo. E come per tutto c’è qualcosa di positivo (la riscoperta che la libertà è un bene prezioso, che non tutto va dato per scontato, che è importante coltivare le competenze, la professionalità, la profondità) e di negativo (economia a picco, ritorno importante di disoccupazione e povertà)”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica è importante. Accompagna l’umanità da sempre o almeno da quando l’uomo è riuscito ad uscire dalla fase animale di pura sopravvivenza. Ma alla gente (mediamente) questo non arriva. Pensa che la musica debba essere gratis perché chi la fa si diverte. Non riesce nemmeno a capire il lavoro che c’è dietro. E anzi, se qualcuno di noi si azzarda a dire che bisogna fare qualcosa in fretta per ricominciare a suonare in concerto, ci sono gli haters che ci si scagliano contro, pronti a dire che è l’ultima delle priorità. Ma se ora è così lo è sempre: perché si muore tutti i giorni. Tanta, tantissima gente muore tutti i giorni e non di coronavirus. È un fatto. La morte è un evento naturale che lo si voglia o meno. Solo che ora, essendo più vicina e pubblicizzata, in tanti si sono accorti di non essere immortali. Ma la musica accompagna la vita e una vita senza colonna sonora è una vita ben povera. Anche qui forse la gente se ne accorgerebbe se la musica smettesse di colpo di esistere. È  come per il mio strumento. Scherzando dico spesso che il contrabbasso è uno strumento di cui si avverte l’esistenza solo nel momento in cui non suona!”.

– Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Arte, musica, conoscenza. Sono i pilastri di una civiltà. Togli una di queste cose e il tetto crolla”.

– Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Si, all’improvviso tutti si sono scoperti patrioti. All’inizio del lockdown tutti alle finestre con le bandiere e l’inno di Mameli. Ma la cosa è durata ben poco. Il patriottismo non è una cosa molto radicata nell’italiano medio”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Grazie ad alcuni musicisti c’è un movimento. Certo anche qui si è dovuti arrivare alla crisi per correre ai ripari. E ora molti musicisti sono nei guai perché non esistono sulla carta”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Inquadramento professionale, ammortizzatori sociali e anche quello che in altri Paesi civili si fa da molto e cioè sovvenzioni agli artisti e ai musicisti perché possano svolgere il loro lavoro di ricerca senza doversi sentire degli emarginati”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Ascoltare. Cosa che ormai nessuno fa più. Fermarsi e ascoltare musica senza fare altro. Non è una perdita di tempo ma un arricchimento importante e sostanziale”.

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Pino Jodice, pianista e compositore

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Pino Jodice, pianista e compositore

Come sta vivendo queste giornate?
“In realtà nulla è cambiato dal punto di vista creativo… un pianista, compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra vive da sempre solo con se stesso, il pianoforte, la partitura e la sua anima… vivo solo male la mancanza di libertà e l’incognita del domani…”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Dal punto di vista professionale, come concertista, mi manca il contatto umano con i musicisti e con il pubblico, come docente riesco da casa a non abbandonare i miei allievi del conservatorio di Milano, facendo lezione on line più del dovuto e cercando di iniettare loro con convinzione più dose possibile di positività, coraggio e speranza per il futuro. Il futuro per ora è una incognita… ma la prima cosa per la quale combatterò in prima linea sarà una campagna “Anti-Distanziamento-Sociale” per riportare la gente a Teatro… senza questo non ci sarà mai una ripresa del nostro settore, incluso tutto l’indotto dell’industria culturale che è immensa e non sacrificabile…”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Io sono tra i fortunati che dopo 14 anni di precariato è riuscito a diventare di ruolo come docente di Composizione Jazz al Conservatorio di Milano. Ricevo comunque lo stipendio, sebbene sia nel nostro settore in Europa il più basso… comunque arriva… e non risento in maniera particolare questa crisi… ma la sento come concertista… poiché, se pur docente, la mia attività si estende prevalentemente nei teatri “affollati” e come direttore e  pianista non ho mai smesso, né ho voglia di smettere di suonare… ho iniziato la mia carriera per il piacere di suonare e continuerò a farlo per tutta la mia vita…”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Ho appena divorziato a Natale e quindi vivo da solo. In questo periodo avrei voluto condividere la quarantena con chi ti è caro… ma la vita ti mette sempre alla prova e nei momenti difficili ancora di più… noi Artisti, però, abbiamo riserve di Amore infinite… e sappiamo focalizzare e concentrare nella giusta direzione le nostre energie positive, con l’aiuto della Musica, per superare i momenti più complessi della nostra vita”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Non voglio neanche immaginarlo… e non ci penso nemmeno. Se tutto non tornerà come prima… andremo tutti a casa…perché la nostra attività senza le relazioni umane “Vere” non può andare avanti…. e tra l’altro non è tutelata da nessuno e poi, che facciamo con il Teatro San Carlo di Napoli, L’Arena di Verona, La Scala di Milano, La Fenice di Venezia, Il Massimo di Palermo… insomma li facciamo andare in malora? Non ci penso neanche! Tutto deve tornare come e meglio di prima… anzi si dovrà pensare di investire di più in Cultura, Ricerca, Sanità ecc…”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Ne sono pienamente convinto!!! Senza Se e senza Ma!!!”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Al buon senso… ma senza la Musica non ha “senso” “.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“La Politica!”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“In parte… ma comprendo il peso e la responsabilità di scelte difficili e della ricerca disperata di soluzioni plausibili ed efficaci”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“La Tutela economica e la considerazione professionale del nostro settore e di tutto l’indotto culturale, che serve a rendere grande l’Italia nel Mondo!”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Si. Ho 3 ascolti che coprono 3 generi musicali: Musica Jazz: Bill Evans Trio with Symphony Orchestra diretto e arrangiato da Claus Ogerman.
Musica Classica: Il Concerto in FA per pianoforte e orchestra di George Gershwin
Musica Pop: Mark Ronson – Uptown Funk ft. Bruno Mars (un Groove della Madonna e un Bruno Mars unico…)

Una cervogia tiepida alla tua salute, Ezio…

La prima volta che sentii parlare di Ezio Bosso fu nel 2003. Dopo aver letto il bellissimo romanzo “Io non ho paura” di Niccolò Ammanniti, in cui il tema della solidarietà tra esseri umani è l’essenza, uscì il film omonimo di Gabriele Salvatores.
Mi piacque il film e apprezzai molto la colonna sonora; andai quindi a cercare chi ne fosse l’autore e quali gli esecutori.
Il nome Ezio Bosso non mi disse granché, conoscevo, invece, il Quartetto D’Archi di Torino, che suonò le “14 danze diatoniche per bambini” e le composizioni brevi originali, mentre l“Andante dal concerto in Sib maggiore per violino ed archi” di Vivaldi fu eseguito dall’Orchestra di Madrid (violino solista Giacomo Agazzini del 4etto d’Archi di Torino); entrambi gli ensemble diretti da Bosso.

Ezio Bosso – Villa Manin – Ud – ph Domenico Mimmo Dragotti

Nel 2016, guardando il Festival di Sanremo, abbinai finalmente quel nome ad una faccia e ad un corpo: un Ezio Bosso, visibilmente emozionato, fece un’apparizione che colpì e commosse l’Italia intera, presentando la sua musica al pianoforte e mettendo a nudo le sue fragilità, la sua malattia, senza paura di mostrarsi.
Ebbene, come poche altre volte nella mia vita, ricordo di aver provato una strana sensazione, non proprio positiva, in controtendenza rispetto all’acclamante pensiero “unico” generale… si trattava di un pregiudizio, sebbene in quel momento non l’avessi catalogato come tale.
Me ne vergogno un po’, ora, avendo in seguito conosciuto personalmente Ezio, però so che la mia mente fu attraversata da un pensiero… “ma questo, non sarà mica un altro che sfrutta la sua malattia per fare audience?”. Lo so, è un pensiero orribile, i pregiudizi lo sono tout court… e infatti è strano, perché io so di non essere “quel” tipo di persona, né di avere “quel” tipo di forma mentis…
Accantonai tutto ma qualche giorno dopo, il direttore artistico di Euritmica, associazione culturale per la quale curo l’ufficio stampa, mi chiese se avessi visto Bosso a Sanremo perché lui, molto prima di quel passaggio televisivo, aveva fissato una data in Teatro a Udine, per il 10 maggio 2016.
Ad Aprile, Bosso venne in Friuli Venezia Giulia, al Teatro Rossetti di Trieste; decisi di andarci; ascoltarlo dal vivo mi sarebbe servito per scrivere un articolo e per il mio lavoro di ufficio stampa per la nostra data.
Entrai nel bellissimo Teatro triestino, dal soffitto di cielo, conscia di essere prevenuta nei confronti del musicista piemontese.
Ne uscii completamente trasformata…
Il concerto iniziò con “Following a Bird”, lo stesso brano che avevo ascoltato a Sanremo e, canzone dopo canzone ma soprattutto parola dopo parola, compresi quanto avessi sbagliato nel mio superficiale giudizio su Ezio.
Mi sono letteralmente persa con lui, in una delle sue stanze, ascoltandolo mentre parlava della sua visione del verbo perdere: «ho smesso di soffrire quando ho cominciato a perdere tempo. Diamo sempre un’accezione negativa al verbo “perdere”, ma non è così: sono da perdere più le cose buone che quelle cattive. Perdete più che potete».

Mi sono persa mentre raccontava, a suo modo, la storia d’amore tra lo “sfigato” e malaticcio Chopin e Georges Sand, scrittrice spregiudicata, amata da diversi uomini di cultura della sua epoca (le donne che scrivono – e che sanno amare – sono pericolose…); persa tra i versi della sua (e anche mia) poetessa preferita, Emily Dickinson, che trascorse la sua vita osservando il mondo da una stanza, i cui poemi Ezio declamava faticosamente ma con un’intensità che mai avevo ascoltato prima… irrimediabilmente perduta nel cogitabondo tributo al maestro John Cage con “In a Landscape” e la celeberrima “4’33”, ricordando il suo incontro reale con il maestro che studiò a lungo la stanza anecoica (dove il silenzio si può ascoltare), avvenuto al Consevatorio, a Torino, quand’era poco più che un bambino. Cage lo difese dalle aggressioni verbali – e non solo – di un insegnante: “A me sembra molto bravo. – disse Cage al docente – “Perché grida?”
Poi arrivò il concerto di Udine, al Teatro Nuovo. Non avemmo neppure il tempo di avviare le prevendite: sold-out in 48 ore!
Il 10 maggio 2016, conobbi Ezio di persona, in una stanza del teatro molto cara agli artisti, il camerino. Era attorniato dalle persone del suo staff più stretto, Annamaria, Nepal (non chiedetemi il perché di quel nome…) molto protettive nei suoi confronti, forse il giusto.

Ezio Bosso – Teatro Nuovo Giovanni da Udine – ph Domenico Mimmo Dragotti

Il Friuli è patria di vini eccellenti ma a Ezio la birra piaceva di più.
A parte la Dickinson, trovammo un altro punto in comune. Mio marito ed io le birre le produciamo artigianalmente in casa! Ricordo che fu molto interessato all’argomento.
Il concerto fu magnifico, al solito. Ezio si arrabbiò con una sua fan, diciamo… esuberante… che nonostante il divieto, scattò delle foto durante l’esibizione… con il flash!
Alla fine si andò tutti a cena ed iniziammo a parlare, scoprendo altri suoi aspetti; dell’uomo, più che del musicista. Era appassionato dei Monty Python, ci fu quasi una gara di citazioni! Credo la vinsero il direttore artistico, Giancarlo, e i suoi figli. Poi, parlando ancora di birre, io citai Asterix e la cervogia… calda, dissi. Lui mi corresse subito, ridendo: “No, Marina, era tiepida!”
Già… aveva ragione. Andammo a dormire alle 4 del mattino.

Ezio, Rita ed io – Udine, 10 maggio 2016

Ci furono altri concerti da noi organizzati, si era creata un’amicizia, non sempre accade con gli artisti, anzi quasi mai… c’era una grande sintonia e lui in Friuli ci veniva volentieri.
A giugno dello stesso anno, il 2016, chiuse il Festival Internazionale Udin&Jazz, sempre curato da noi, in uno scenografico Castello di Udine, davanti a migliaia di persone che vidi uscire commosse… lui riusciva a portarti in altre dimensioni…
Altra cena… finita a notte fonda.

Ezio Bosso e Giancarlo Velliscig – Udin&Jazz 2016 – ph Alice BL Durigatto Phocus Agency

Poi, a febbraio del 2017, al Verdi di Pordenone: ci abbracciò ad uno ad uno al suo arrivo…
Un altro tutto esaurito… un’altra delle sue magie, anzi maghezzi, come li chiamo io in forma dialettale! Sul mio profilo Instagram pubblicai una sua foto mentre, seduto di fronte a me, alla Vecia Osteria del Moro, sempre con quel suo dolcissimo sorriso sulle labbra, mangiava con grande appetito, bevendo… birra… ça va sans dire!
Scrissi nel post: “S” di Sanremo. Voi. Noi a Pordenone con Ezio Bosso e le sue “S”: Suonare, Steinway and Sons (il suo fratellone!), Standingovation, Sony, Sorridere, Sfamarsi, Sorseggiare, SauvignonCabernet (noi!), Sbadigliare, Sbaciucchiarsi, Salutare #comesenoncifosseundomani #davidromano #reljalukic #grazie #fvglive #fvg #musica #notenuove #euritmica.

Ezio – Pordenone

Il concerto pordenonese “Music For Weather Elements” non era un piano solo ma un trio, con David Romano, al violino e Relja Lukic, al violoncello, una rivisitazione per pianoforte e archi dei suoi brani, riscritti per questa formazione in occasione della firma di un contratto pluriennale in esclusiva con Sony Classical.
L’ultima volta fu sempre nel 2017, a fine luglio, l’unico recital piano solo che Ezio tenne quell’anno, nella meravigliosa Villa Manin, dimora dogale, di Passariano di Codroipo, c’era Annamaria ed anche i suoi cani, basset hound, mi pare.
“Ti trovo davvero molto bene, migliorato rispetto a Pordenone – gli dissi – “come se la tua malattia ti stesse concedendo una tregua”. Mi abbracciò. I suoi abbracci erano avvolgenti e coinvolgenti…

Ezio Bosso – Villa Manin – Codroipo (UD) – ph Domenico Mimmo Dragotti

Ennesima “nottolata”, sotto una delle barchesse della Villa, dove è ospitato il ristorante.
Ci salutammo quasi all’alba, con la promessa di rivederci per altri concerti.
La mattina dopo, il 1 agosto, lui scrisse e pubblicò sulla sua pagina Facebook queste parole:
“Udine-Codroipo… Ancora una volta, attraversammo ancora stanze, attraverso la stanchezza e il dolore di una tristezza. Attraversati dall’affetto che vibra di dolcezza, affetto sonante, affetto risuonante, in un suono che si allarga e attraversa il tempo. E resta indelebile, come la nostalgia della stanza incontrata, di sorrisi, di gentilezza a cui (ormai) appartieni. Riempi per un attimo ogni pezzo mancante e come ogni attimo… lascialo infinito. Grazie Udine”
Poco dopo lui divenne direttore artistico del Teatro Verdi di Trieste… pian pianino smise di suonare, continuando a comporre e soprattutto a dirigere.

Il “fratellone” Steinway & Sons Gran Coda di Ezio a Villa Manin

Il mio direttore artistico l’aveva sentito qualche settimana fa, voleva portarlo nuovamente in Friuli Venezia Giulia, quest’estate, con la sua Europe Philharmonic Orchestra, qualora le misure di contenimento del virus Covid-19 avessero funzionato e permesso lo svolgimento di concerti…
Ero felice per questo… speravo tanto si potesse.
Invece… “A volte le parole non bastano, ma resta il sorriso, quel respirare insieme, quel sogno ininterrotto in ogni respiro, in un riposo cercato e uno forzato. Quel sogno in ogni nota, quel sogno di vivere ancora perché resta ogni afflato, e ogni affetto trovato. Perché le cose che restano sono quelle che trovi… quelle che cerchi…”
Una cervogia tiepida alla tua salute, maestro…

Marina Tuni

Il trombettista Aldo Bassi scomparso prematuramente il 10 maggio scorso

Il 10 maggio 2020 è venuto a mancare Aldo Bassi. Da suo amico sento il bisogno di ricordarlo e lo faccio attraverso queste poche righe. In realtà per parlare di Aldo servirebbero moltissime pagine, moltissime pagine per descrivere la sua persona e la breve vita da lui vissuta, breve ma intensa, forse l’unica consolazione…

Aldo Bassi

Aldo è stato un musicista eccezionale, uno straordinario trombettista, compositore e arrangiatore. Uno dei più stimati artisti in Italia che ha collaborato con i più importanti musicisti sia in ambito nazionale che internazionale; ma soprattutto Aldo è stato un musicista che ha avuto sempre un rapporto totale con la musica. Dal diploma di tromba classica conseguito a Roma nel Conservatorio di “Santa Cecilia” (e in seguito studierà anche la tromba barocca, forse pochi lo sanno…) per continuare con l’esperienza a Cuba della musica per l’appunto cubana; ha militato nelle big band più importanti in Italia in qualità di solista e arrangiatore, per continuare con le piccole formazioni come trio, quartetto, quintetto etc. con cui ha registrato dei dischi di altissima qualità con importantissime collaborazioni. Aldo poteva suonare qualsiasi tipo di musica e lo faceva sempre al top, dalla musica classica al jazz (con uno straordinario linguaggio) a qualsiasi altro genere… All’attività concertistica ha unito quella didattica insegnando con la stessa passione che metteva nel suonare.

Ma non sono qui per parlare del suo importante curriculum bensì di Aldo… come musicista, ma anche e soprattutto come persona. Aldo al suo talento naturale ha aggiunto un impegno professionale e una dedizione totale alla musica. Uno degli aspetti che mi ha colpito di più in Aldo è stata l’importanza che aveva per lui lo studio e la preziosità del tempo da dedicare a questa attività. Penso che sia una delle cose che mi abbia trasmesso di più, oltre alle tante idee sul fraseggio. Aldo aveva affittato un box sotto casa mia dove si ritirava per studiare e spesso mi citofonava per farsi una suonata insieme. Indimenticabili quelle mattinate trascorse a suonare e a scambiarci fiumi di idee… Con Aldo ho condiviso tanta musica, concerti e vari momenti di vita, forse da una trentina di anni… Abbiamo anche viaggiato insieme per cinque o sei anni, da Roma a Benevento, per andare a insegnare in Conservatorio. Di quei viaggi ho un bellissimo ricordo fatto di battute, grandi risate ma anche di discorsi sulla musica e sulla didattica. Aldo ha creduto alla musica fino alla fine, fino a quando ha avuto la forza di “soffiare” in quella tromba l’ha fatto. Oltre naturalmente ai suoi affetti, la musica per Aldo è stata motivo di vita. Come persona Aldo era veramente adorabile. Sempre col sorriso e con un umorismo intelligente e raffinato, lo stesso gusto appariva anche nelle sue note. Il suo entusiasmo innato, lo slancio emotivo e soprattutto l’amore per il suo strumento lo portò addirittura a un progetto veramente ambizioso: un disco dove lui suona la tromba senza la presenza di altri strumenti. Il CD, registrato nel 2012 dal titolo “Solo”, è una importante testimonianza della sua estetica musicale, della sua essenza e anche, tutto sommato, del coraggio che ha avuto nel realizzare il progetto. All’interno del CD sono contenute delle parole dedicate al suo strumento: la tromba.  Eccole: “Quaranta anni passati insieme. Passione, sentimenti ed emozioni ormai stratificate nella mia anima. Se mi chiedi come sono stati, ti basti sapere che rifarei esattamente tutto. Mi innamorerei di te, verserei sudore nel cercarti, faticherei per tenerti accanto e mi arrabbierei fino a odiarti, senza però smettere di amarti.”

Ciao amico mio, rimarrai per SEMPRE nei miei pensieri

Andrea Beneventano

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Max De Aloe, armonicista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Max De Aloe, armonicista

-Come sta vivendo queste giornate?
“Per tre settimane sono stato isolato da tutto e tutti perché ho avuto il Covid 19 per cui è solo da pochi giorni che sto bene e sto ricominciando a suonare, a studiare e a godermi la famiglia”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“La mia scuola di musica è chiusa e i concerti sono tutti annullati. L’unica speranza è che si riesca a salvare almeno una parte della stagione estiva. Mediamente i musicisti di jazz hanno la maggior parte degli introiti dei concerti tra la primavera e l’estate quando ci sono rassegne e festival per cui per ora è tutto fermo e molti organizzatori stanno già cancellando le rassegne estive”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Con i risparmi”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Ho una famiglia ed ovviamente in questo momento è un sostegno soprattutto dal punto di vista psicologico”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e    professionali sotto una luce diversa?
“No. Non penso che qualcosa migliorerà. Nel campo della cultura e della musica era già un continuo piagnisteo di mancanza di soldi e stimoli. Sarà solo peggio. Ma cercheremo di farcela. Non ho nessuna fiducia in aiuti statali a questo riguardo. Siamo stati sempre ignorati e continuerà ad essere così. Saremo l’ultima categoria professionale che potrà ricominciare a lavorare perché nella visione italiana siamo solo qualcosa di più che un gioco”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica è sogno, vita, stupore, luce, impegno, sacrificio, bellezza. Certamente che in questo momento può aiutare. Aiuta sempre. Io non posso pensare alla mia vita senza musica. Nella mia vita è totalizzante. Un amore mai sopito che porto con me fin da quando ero bambino”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?

“Ai veri rapporti tra le persone che ci vogliono bene. In questi giorni in cui sono stato male ho avuto delle bellissime testimonianze di persone che mi hanno scritto e telefonato tutti i giorni o quasi. Persone che erano preoccupate per me. Che non avevano timore di mostrare il loro affetto e le loro paure. Questa cosa mi ha aiutato moltissimo a sorpassare dei momenti non molto facili”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?

“Un po’ ma ognuno la vive a sua maniera ed è giusto che sia così”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i Vostri organismi di rappresentanza?
“Se intende gli organi di rappresentanza della categoria dei musicisti devo dire che non seguo moltissimo il loro operato ma comunque li stimo per la loro voglia di fare. Non potrei mai criticarli perché per avere il diritto di criticare bisogna essere disposti a rilanciare idee, darsi da fare, investire del tempo. Troppo facile la critica rimanendo a casa davanti a un computer”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Questa è una domanda difficile perché richiederebbe molto tempo per rispondere. Se la domanda è riferita a cosa chiederei rispetto alla mia categoria sicuramente mi accontenterei che venga veramente riconosciuta la nostra professione, spesso relegata a un ruolo da saltimbanchi di fine Ottocento. Suggerirei ai nostri politici di studiarsi il trattamento che viene riservato ai musicisti in Francia. Ma non ho neanche più voglia di lamentarmi e tanto meno di sperare. Le dico solo che in questo paese l’IVA sulla didattica musicale e sui CD è del 22%. Se va nel ristorante di Cracco scoprirà che l’IVA è del 10% e che se compra un libro di Ezio Greggio l’IVA è del 4% perché è un bene culturale. Per cui un CD di Stravinsky ha l’Iva al 22% e un libro di Ezio Greggio iva al 4%. Questo è il paradosso che purtroppo è realtà. Pensiamo a quanto non si sta facendo per salvare i negozi di dischi. Possiamo continuare a suonare e cantare su tutti i balconi ma in questo Paese non riusciremo probabilmente ad acquistare una dignità professionale. Se poi dovessimo parlare dei contributi pensionistici dei musicisti si aprirebbe un capitolo ancora più imbarazzante”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Ne avrei tantissimi:
NOCTURNE – Charlie Haden; DIANE – Chet Baker & Paul Bley; SAIL AWAY – Tom Harrell; PARKER’S MOOD – Roy Hargroove; Trio TOOTS THIELEMANS – Only trust your heart; DJAVAN – Rua dos Amores; DANIELE DI BONAVENTURA – Ritus; JORDI SAVALL- Les Voix Humaines; NILS PETTER MOLVAER – Solid Ether; FRANK MAROCCO – Ballads…
e mille altri dischi