Roma torna ad essere la capitale del jazz!

Non chiedetemi il perché: non lo so. Fatto sta che inopinatamente, nonostante i mille problemi che affliggono la città, Roma si presenta all’appuntamento con l’estate quale vera capitale del jazz. Sono davvero tante le iniziative dedicate alla musica afroamericana che si svolgeranno nella Capitale, alcune davvero di eccellente livello.

Roma, Auditorium Parco della Musica 18 06 2018 foto Musacchio & Ianniello

E partiamo con una struttura prestigiosa che, dopo vari mesi di assoluta inattività, torna prepotentemente alla ribalta. Lunedì 18 giugno, introdotta da un breve assolo di Danilo Rea, è stata presentata alla stampa la riapertura della Casa del Jazz nel cui parco il primo luglio parte la stagione estiva, la prima sotto la gestione della Fondazione Musica per Roma e all’interno della rassegna Estate Romana. Il parco di Villa Osio diventa così il palcoscenico ideale di una fitta programmazione di proposte originali, grandi concerti e spettacoli dal 1° luglio al 5 agosto in collaborazione con IMF Foundation e I Concerti nel Parco.

In particolare la Casa del Jazz ospiterà la 42esima edizione del Roma Jazz Festival, lo storico e prestigioso festival diretto da Mario Ciampà, che dopo 12 stagioni autunnali all’Auditorium Parco della Musica ritorna in estate con gran parte della programmazione alla Casa del Jazz. “Jazz is Now“ è il titolo di questa edizione che vuole trasmettere il sound attuale di una musica che non teme l’usura del tempo. Venti concerti con grandi stelle italiane e internazionali del jazz si susseguiranno alla Casa del Jazz con protagonisti Enrico Rava/Danilo Rea Duo (1.07), Pietropaoli – Zanisi – Paternesi Wire Trio (8.7), Ottolini – Bearzatti Licaones (9.7), Camille Bertault Trio (11.7), Tony Allen (13.7), Giovanni Guidi – Fabrizio Bosso (15.7), The Freexielanders (18.7), Randy Weston (19.7), Corey Harris (22.7), Vijay Iyer Sextet (23.7), Dee Dee Bridgewater (24.7), Tanotrio feat. George Garzone e Leo Genovese (25.7), Paolo Fresu/Chano Dominguez Duo (26.7), Steve Coleman & Five Elements (27.7), Big Fat Band (29.7), Giuliani – Biondini – Pietropaoli – Rabbia “Cinema Italia” (30.7), NTJO New Talents Jazz Orchestra (31.7), Lizz Wright (2.8), Chansons! (3.8), Piji Siciliani (4.8), Swing Valley Band (5.8).

Ma la Casa del Jazz non sarà l’unica location del “Roma Jazz Festival”: così alla Cavea dell’Auditorium ci saranno il 7 luglio gli Snarky Puppy, il 14 Chick Corea Akoustic Band, il 16 luglio Stefano Bollani Quintet, il 20 luglio Pat Metheny; al Museo Maxxi sarà possibile ascoltare il 12 Tommaso Cappellato, il 21 Kamaal Williams Trio, il 1 agosto Sons Of Kemet; presso il Parterre Farnesina il 14 luglio si esibirà Oddisee & Good Company, il 16 luglio Knower, il 23 Cory Henry & The Funk Apostles, il 28 luglio Jungle Green.

Tornando alla Casa del Jazz, la struttura ospiterà per il terzo anno consecutivo un’altra manifestazione storica dell’estate romana, I Concerti nel Parco, giunta alla sua 28sima edizione dal titolo “Una casa bellissima” e diretta da Teresa Azzaro. Tredici eventi, molte produzioni originali, in prima assoluta o al loro debutto romano e molte date uniche, in esclusiva in Italia; una programmazione di grande prestigio, sempre più multidisciplinare ed eterogenea, che ospita grandi nomi del parterre nazionale ed internazionale. Molti progetti speciali e giovani talenti italiani e stranieri che mettono in campo nuove idee per lo spettacolo dal vivo.

Tra i protagonisti: Graham Nash (2.7), Joey Alexander (3.7), Gio Evan (4.7), Monica Molina (5.7), Player2 Orchestra (6.7), The Black Blues Brothers (10.7), Paolo Cevoli e Quartetto Saxofollia (12.7), Claudia Gerini e Solis String Quartet (14.7), Suzanne Vega e Gerry Leonard (16.7), Avion Travel (20.7), Filippo Timi e Giuseppe Albanese (21.7), Teresa Salgueiro (28.7), Flamenco Tango Neapolis (1.8).

Da settembre riprenderanno le attività principali della Casa del Jazz quali la didattica, la divulgazione, la formazione e la promozione del jazz in tutte le sue forme oltre ovviamente alla programmazione concertistica Riaprirà anche il prestigioso studio di registrazione per riprendere le attività di produzione discografica. Verranno inoltre dedicate attività specifiche per i bambini e i giovani, concerti, spettacoli e attività di formazione. Così a maggio scorso è stato siglato un protocollo d’intesa tra la Fondazione Musica per Roma ed il Conservatorio di Santa Cecilia per sviluppare alla Casa del Jazz una collaborazione nei settori dell’Alta Formazione musicale, della formazione di base, della ricerca e della promozione e produzione artistica.

Sempre a maggio si è formata presso la Casa del Jazz la nuova Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti (ONJGT) sotto la direzione di Paolo Damiani, ensemble che raccoglie undici tra i migliori talenti emersi in Italia e che presenta un organico inusuale con due voci femminili e un violino, oltre a fiati e sezione ritmica. Questo pregevole organico presenterà il 17 luglio il progetto “Oscene rivolte” che porterà in tour nelle più importanti città italiane per poi ritornare alla Casa del Jazz a registrare il suo primo disco.

Il 22 settembre inoltre la Casa del Jazz ospiterà uno degli appuntamenti del festival “Una striscia di terra feconda”, festival franco-italiano di jazz e musiche improvvisate, che vedrà protagonisti nella prima parte il pianista François Coutorier in un concerto in solo in prima nazionale e nella seconda parte i musicisti italiani, in residenza con il trombettista Mederic Collignon, Camilla Battaglia (voce), Andrea Molinari (chitarra), Rosa Brunello (contrabbasso), Perla Cozzone (pianoforte), tutti vincitori del Concorso Nazionale in collaborazione con l’Institut Français Italia, l’Ambasciata di Francia in Italia, MiDJ e SIAE.

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Ma, come si accennava in apertura, il “Roma Jazz Festival” non sarà l’unica occasione di ritrovo per gli appassionati di jazz. Fra le altre iniziative c’è da segnalare “L’ISOLA DI ROMA JAZZ & BLUES” che si svolgerà dal 4 Luglio al 17 Agosto presso l’Isola Tiberina. La rassegna vedrà la partecipazione di artisti da ogni parte del mondo, come il talentuoso ventenne russo Alexandr Misko, a ben ragione considerato il genio del percussive fingerstyle guitar solo (il 4 Luglio). L’ 8 luglio sarà la volta della pianista giapponese Chihiro Yamanaka e il suo “Electric Female Trio”. Mercoledì 11 Luglio a mio avviso uno degli avvenimenti più importanti dell’intera stagione romana: saliranno sul palco della Grande Arena Carla Bley con Andy Sheppard (sax) e Steve Swallow (basso). Si tratta di artisti che hanno fatto la storia del jazz e che, specie per quanto concerne la Bley, non è usuale ascoltare nella Capitale.  Il 18 invece si esibirà la band statunitense The Bad Plus, dal groove trascinante.

Il 25/7 l’Africa si impossesserà del palco: i Songhoy Blues, quattro ragazzi del Mali, proporranno brani Blues, R&B e Raggae nella lingua della loro terra.

Il mitico sassofonista Kenny Garrett suonerà col suo quintetto il 31 luglio mentre martedì 7 Agosto, si alterneranno sul palco Dick Halligan, storico pianista dei Blood Sweat & Tears, al piano solo, e la “Giancarlo Maurino’S Evidence”, condotta dal noto sassofonista italiano.

A chiudere la rassegna, Atrio, Dumbo, Station e Modular, testimoni delle nuove generazioni del crossover Jazz.

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Intanto dai primi del mese è in corso di svolgimento, nella splendida cornice di piazza Garibaldi, con una vista ineguagliabile sulla Città Eterna, la seconda edizione di “Gianicolo in Jazz” che, sotto la sapiente regia del nuovo direttore artistico Roberto Gatto, andrà avanti fino al 14 settembre. Variegato il programma che prevede artisti di assoluto rilievo internazionale e giovani talenti che possono così trovare l’occasione di far conoscere le proprie potenzialità. Tra gli appuntamenti più importanti il 27 giugno   il vocalist e chitarrista Mark Hanna; il 10 luglio il duo Javier Girotto sax e Natalio Mangalavite piano; il 15 luglio il Paolo Damiani Santa Cecilia Jazz Ensemble con Daphne Nisi voce, Francesco Fratini tromba, Andrea Molinari chitarra, Fabio Sasso batteria e Paolo Damiani contrabbasso e composizioni; il 18 “The Italian Trio” con Dado Moroni piano, Rosario Bonaccorso contrabbasso e Roberto Gatto batteria; il 24 “The Hidden Side” con Rosario Giuliani sax, Alessandro Lanzoni piano, Jacopo Ferrazza contrabbasso e Fabrizio Sferra batteria; il 7 agosto Tandem, ovvero Fabrizio Bosso tromba e Julian Mazzariello piano; il 15 Seamus Blake al sax, accompagnato da Roberto Tarenzi piano, Gabriele Evangelista contrabbasso e Roberto Gatto batteria; il 21 un quartetto di classe con Peter Bernstein chitarra, Dario Deidda basso, Alessandro Lanzoni piano e Roberto Gatto batteria; il giorno dopo Enrico Rava Quartet completato da Domenico Sanna piano, Dario Deidda basso e Roberto Gatto batteria; il 29 Enrico Pieranunzi piano, Rosario Giuliani sax, Luca Fattorini contrabbasso e Marco Valeri batteria; il 4 settembre Maurizio Giammarco “Syncotribe”, ovvero Maurizio Giammarco sax, Luca Mannutza organo e Enrico Morello batteria; il 9 il duo, Rita Marcotulli piano, Israel Varela batteria e voce.

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Un’altra manifestazione in corso di svolgimento è quella che si svolge in un’altra splendida villa della Capitale: la terza edizione del Village Celimontana, rassegna organizzata dal Cotton Club che si protrarrà fino all’8 settembre. Media-Partner della rassegna Radio Montecarlo, la radio italiana che offre maggiore spazio al jazz. Molto spazio ai giovani talenti italiani ma anche appuntamenti di rilievo internazionale: la “Carta Bianca” ad Enrico Pieranunzi sarà una tre giorni dedicata al grande pianista che salirà sul palcoscenico del Village Celimontana presentando due nuovi dischi, domenica 17 giugno in duo con una star emergente, il contrabbassista danese Thomas Fonnesbeak, mercoledì 4 luglio con un concerto in piano solo e giovedì 5 luglio in quintetto con ospite il sax di Rosario Giuliani.

Tra gli altri italiani degni di attenzione le esibizioni – tanto per citare qualche nome –  di Massimo Morriconi, Ellade Bandini, Nico Gori, Lorenzo Tucci, Stefano Sabatini, Gianni Oddi, Giorgio Rosciglione, Riccardo Biseo, Stefano Sabatini.

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Infine La Scuola Popolare di Musica di Testaccio presenta “Le vie del jazz”, concerti suonati e raccontati dai protagonisti del jazz romano attraverso sei lezioni-concerto.

Un’occasione per ascoltare le varie “anime” del jazz e le molteplici culture che, partendo dal blues e dalla musica di New Orleans, hanno nel tempo influenzato questo linguaggio fino a renderlo una sorta di esperanto musicale.

A rendere possibile l’iniziativa sono i musicisti che fanno base a Roma, tra i quali alcuni insegnanti della Scuola Popolare di Musica di Testaccio come Roberto Nicoletti, Gaia Possenti, Sonia Cannizzo, Simona Bedini e Ludovico Piccinini. Oltre a noti musicisti che, nella scuola, si sono nel tempo formati: Gabriele Coen, Giulia Salsone, Antonella Vitale, Luca Monaldi e oltre ancora a tutti i musicisti che con la scuola hanno più volte incrociato la propria strada per concerti, incontri, stage…

Durante gli incontri si toccheranno le varie influenze: dal rock-pop alle musiche del mondo, a Giuseppe Verdi in chiave gipsy/swing, alla canzone italiana in chiave swing, per finire con un approfondimento sulla musica di Thelonius  Monk e sul trombone.

Ogni incontro prevede una parte illustrativa curata dal relatore e una parte di concerto.

Gerlando Gatto

 

 

L’afflato del jazz rivitalizza sette “Borghi Swing”

Coniugare la musica di qualità con le eccellenze eno-gastronomiche e artigianali del nostro Paese: questo l’obiettivo di Borghi Swing, il nuovo progetto ideato e promosso da I-Jazz, l’associazione che riunisce alcuni tra i più noti e seguiti festival jazz italiani, con il sostegno del MiBACT. La manifestazione è stata presentata alla stampa specializzata nel corso di una conferenza stampa svoltasi venerdì 15 giugno nella Capitale.

Ad animare il progetto saranno sette Festival Jazz che si svolgono lungo tutto lo stivale in altrettanti Borghi particolarmente significativi per le loro caratteristiche storiche, paesaggistiche e culturali e che, da giugno ad agosto, ospitano una programmazione di eventi che include concerti di musica jazz, pop e world music; iniziative artistiche e culturali con visite guidate al patrimonio storico; percorsi nella natura ed escursioni in mare; viaggi nei sapori alla scoperta dell’enogastronomia locale. Tra gli artisti coinvolti grandi nomi del panorama nazionale come Stefano Cocco Cantini, Luigi Martinale, Daniele Dagaro Trio… e molti altri. Ma ci sarà spazio anche per le contaminazioni musicali e per grandi artisti internazionali come David Helbock, Johannes Bär, Andreas Broger, Robert Glasper, Terrace Martin, Christian Scott, Derrick Hodge, Justin Tyson, Taylor McFerrin, Ingrid Jensen, Jeremy Pelt, Aaron Parks. Dato il tenore ella manifestazione non possono mancare realtà musicali fortemente legate al territorio d’origine: Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino e del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino, il BargaJazz Ensemble, la BargaJazz Orchestra, l’Udin&Jazz Big Band.

The Licaones

Robert Glasper

Ma entriamo più nello specifico e vediamo quali sorprese ci riservano i Borghi, richiamati in rigoroso ordine cronologico.

A dar fuoco alle polveri, quasi in contemporanea, la Toscana e il Friuli Venezia Giulia. In particolare dal 20 al 24 giugno a Vicchio si volgerà “ETNICA”, manifestazione che tra l’altro punta a rafforzare l’identità culturale attraverso attività di interazione con vecchie e nuove comunità del territorio. Dal punto di vista musicale da segnalare l’apertura con il concerto di Danilo Rea e Gino Paoli mentre la chiusura sarà affidata ai “Fankoff” che festeggiano il loro XX anniversario ospitando Karima.

Fankoff

Mauro Costantini Bus Horn Band

Dal 22 al 24 giugno, il borgo di Marano e la sua suggestiva laguna ospitano la speciale apertura del Festival Udin&Jazz 2018 #takeajazzbreak, con questa nuova manifestazione, volta a scoprire e valorizzare il borgo marino con un’offerta culturale-musicale di alto profilo. Il progetto artistico, costruito ad hoc per valorizzare una significativa espressione del panorama jazzistico del Friuli Venezia Giulia, coinvolge anche nomi affermati della scena nazionale, come la storica formazione dei Licaones con Francesco Bearzatti, Mauro Ottolini, Oscar Marchioni, Paolo Mappa (24/6 h 20.30 Piazza Aquileia), Claudio Cojaniz, che proporrà un suggestivo  concerto per piano solo all’alba nella Riserva naturalistica Canal Novo (24/6 h 5:00), il progetto di Fantin-Zaninotto-Colussi dedicato a Thelonious Monk con il featuring del chitarrista americano Russ Spiegel (24/6 Piazza Savorgnan h 19:00).

A seguire, dal 6 all’8 luglio, in Piemonte, per l’esattezza a Bagnolo Piemonte e Racconigi (CN) si svolge “JAZZ VISIONS”. Un progetto che Luigi Martinale, direttore artistico della manifestazione racconta così: “Sin dalla prima edizione della rassegna abbiamo scelto come sede dei nostri concerti il meglio che ogni realtà coinvolta potesse offrirci: teatri, parchi, castelli, ma anche aziende che si trasformano per un giorno in sala da concerto. Il progetto Borghi Swing ci ha permesso di portare jazz, arte contemporanea ed eccellenze enogastronomiche nella piccola rocca medievale del Castello Malingri di Bagnolo Piemonte e nel maestoso Castello di Racconigi, una della grandi regge sabaude del territorio”.

Dal 7 luglio al l’11 agosto è in programma a Locorotondo, in provincia di Bari, il “LOCUS FESTIVAL” dedicato prevalentemente alle sonorità contemporanee. Così tra gli ospiti più attesi R+R=NOW, uno speciale dream-team con Robert Glasper, Terrace Martyn,Christian Scott, Derrick Hodge, Justin Tayson e Tayylor McFerrin. Altro attesissimo artista afroamericano del momento è Moses Sumney, mentre Rodrigo Amarante è californiano di adozione ma è un grande della musica brasiliana,

Moses Sumney

Dopo la singola data dell’8 luglio dal 17 al 25 agosto si svolgerà “Barga Jazz”; personalmente conosco questa manifestazione molto molto bene avendone curato l’ufficio stampa nelle primissime edizioni (e siamo negli anni ’80). Si tratta di un progetto che ha conservato negli anni tutta la sua validità dal momento che ha dato la possibilità a molti giovani di esprimere le proprie potenzialità di arrangiatori.

Dal 23 al 29 luglio si svolgerà a Fara in Sabina (RI) il “FARA MUSICA FESTIVAL”; di sicuro spessore il concerto conclusivo: Aaron Parks Trio with Kendrick Scott e Matt Brewer.

Infine dall’8 al 30 agosto è in programma a Diamante, in provincia di Cosenza, il “PEPERONCINO JAZZ FESTIVAL” manifestazione che ha oramai raggiunto una sua meritata notorietà grazie alla valenza dei programmi che nel corso degli anni sono stati presentati. “Il Peperoncino Jazz Festival – dichiara il direttore artistico Sergio Gimigliano – è una rassegna che coinvolge più di trenta località calabresi, sparse tra le cinque province, e racconta i luoghi di interesse storico e paesaggistico attraverso episodi concertistici d’eccellenza”.

Gerlando Gatto

Udin&Jazz 2018 e U&J Borghi Swing: a Udine e a Marano per godere il jazz come momento di relax

Puntuale come un orologio svizzero, con l’avvento della bella stagione ecco ricomparire l’estate jazzistica ovvero quel fiorire di iniziative dedicate al jazz che ad onta della conclamata crisi economica continuano ad interessare tutta la penisola. Già questo spazio si è occupato di alcune di queste iniziative che riteniamo di particolare interesse trascurando le più grandi kermesse che a nostro avviso hanno oramai ben poca ragione di esistere.

Eh sì, perché lo ripetiamo per l’ennesima volta, oggi un Festival del Jazz si giustifica solo se è in grado di valorizzare le eccellenze locali, cosa che ben pochi sono disposti a fare. Tra questi ultimi va senza dubbio inserito il Festival Internazionale Udin&Jazz, giunto alla ventottesima edizione e organizzato da Euritmica, per la direzione artistica di Giancarlo Velliscig.

Quest’anno la rassegna si svolgerà dal 27 giugno al 24 luglio a Udine e provincia ma dal 22 al 24 giugno sarà preceduta, presso il borgo di Marano e la sua suggestiva laguna, da una nuovissima manifestazione che si colloca all’interno del progetto “BORGHI SWING”, iniziativa di valorizzazione e riscoperta dei meravigliosi borghi italiani attraverso la musica jazz, patrocinata dal MiBACT.

Il progetto artistico, con un programma costruito ad hoc per valorizzare anche una significativa espressione del panorama jazzistico del Friuli Venezia Giulia, si inserisce in una più ampia proposta di turismo esperienziale, che prevede la partecipazione attiva alle numerose iniziative in programma, attraverso cui conoscere il luogo, l’ambiente che lo circonda, la sua storia, i suoi riti, la cultura e l’enogastronomia in modo più attraente e spontaneo.

Il programma prevede ben undici concerti in tre giorni, tutti ad ingresso gratuito, con la partecipazione di artisti affermati anche a livello internazionale; particolarmente interessante la serata conclusiva che vedrà impegnati, all’alba, l’Afrikanpiano di Claudio Cojaniz; alle 19 “THE HamMonk SPHERE Trio” con Nevio Zaninotto, sax tenore e soprano, Luca Colussi, batteria, Rudy Fantin, Hammond Organ feat. Russ Spiegel, chitarra; alle 20.30 “THE LICAONES” con Francesco Bearzatti, sax, Mauro Ottolini, trombone, Oscar Marchioni, organo, Paolo Mappa, batteria e alle 22 gran finale con la “Udin&Jazz Big Band”.

E veniamo, adesso, a Udin&Jazz la cui insegna quest’anno è “#takeajazzbreak”, ovvero un’esortazione a ridurre il ritmo, a prendere una pausa dalla superficialità frenetica di questi nostri giorni, a uscire dal mondo virtuale, dai social, dalla tecnologia, per assaporare il gusto di emozioni reali, condivise, vissute andando ai concerti ad ascoltare una musica che si rinnova sempre… il jazz, naturalmente! Musica declinata, però, non solo attraverso le note ma anche attraverso incontri, conferenze, libri…

Il festival si apre con due concerti nella provincia di Udine: il 27 giugno, a Tricesimo, si esibirà la cantante Barbara Errico accompagnata dagli Short Sleepers feat. Mauro Costantini e Gianni Massarutto, mentre il 28 giugno, a Cervignano del Friuli, performance di Disorder at the Border, progetto firmato da Daniele D’Agaro, Giovanni Maier, in questa occasione con Marko Lasič alla batteria al posto di Zlatko Kaučič.

Dal 2 luglio eccoci a Udine con una nuova e suggestiva location nel cuore della città: Largo Ospedale Vecchio, una sorta di anfiteatro architettonico di fronte alla Chiesa di San Francesco, ora sede museale.

Le serate, tranne qualche eccezione, si articoleranno con la formula del doppio concerto ad ingresso libero (alle 20 e alle 22) e su un cartellone, che, come al solito, alterna a musicisti di chiaro valore internazionale, jazzisti “nazionali” che hanno saputo comunque conquistarsi una oramai solida reputazione. E’ il caso, ad esempio, del pianista siciliano oramai da tempo ‘emigrato’ a Udine, Dario Carnovale, che sarà di scena il 2 luglio con Simone Serafini, contrabbasso e Klemens Marktl, batteria; sempre lunedì 2 luglio si esibirà la Udin&Jazz Big Band che nasce da un’idea di Emanuele Filippi e Mirko Cisilino, idea che Udin&Jazz ha fatto propria, decidendo di sostenere con forza il collettivo sia come resident band del festival sia offrendogli diverse occasioni per esibirsi e per far crescere un potenziale diventato davvero importante

Il 5 luglio sarà la volta di “Quintorigo” che presenterà in anteprima il suo nuovo CD; il 6 nell’ambito della serata dedicata al Brasile, avremo modo di ascoltare colei che è stata insignita del titolo di “Ambasciatrice della Musica Italiana in Brasile” (Paese in cui vive e dove, da oltre vent’anni, è un’autentica star), ossia Mafalda Minnozzi con il suo abituale partner Paul Ricci alla chitarra cui si aggiungerà come special guest il pianista Art Hirahara; sempre il 6 la vocalist romana Susanna Stivali, riproporrà in quartetto con Alessandro Gwis, pianoforte, Marco Siniscalco, basso elettrico e contrabasso, Emanuele Smimmo, batteria  i brani contenuti nel suo ultimo lavoro “Caro Chico” evidentemente dedicato a Chico Buarque.

A questo punto il Festival si interrompe per riprendere il 24 con il concerto forse più atteso: “LAID BLACK TOUR” con Marcus Miller, basso, Alex Han, sax, Brett Williams, tastiere e Alex Bailey, batteria.

Se Marcus Miller, come si accennava è probabilmente l’artista più atteso, non è l’unica stella di caratura internazionale presente al Festival. Così a chiudere l’importante giornata del 2 luglio ci sarà il trio del celebre contrabbassista Dave Holland, con Zakir Hussain, tabla e Chris Potter, sax.

Il 3 luglio due grandi artiste: la vocalist Norma Winstone con Klaus Gesing, clarinetto basso, sax soprano, Glauco Venier, piano e Helge Andreas Norbakken, percussioni, vale a dire il trio che ha registrato alcuni album di successo per la ECM con l’aggiunta di un percussionista; a seguire un duo di grande spessore costituito dalla vocalist coreana Youn Sun Nah e dal chitarrista svedese Ulf Wakenius.

Il 4 luglio ancora due concerti da non perdere: alle 20 “THRĒQ” il nuovo progetto dei FORQ con Chris McQueen, chitarra, Henry Hey, tastiere, Kevin Scott, basso e Jason ‘JT’ Thomas, batteria: il gruppo nasce da una costola degli Snarky Puppy, ed in breve ha raggiunto i vertici di gradimento in tutto il mondo; in successione, in anteprima e unica data italiana il bassista Avishai Cohen, presenterà il suo nuovo progetto “1970” con Shai Bachar, tastiere, voce, Marc Kakon, chitarra, basso, voce, Karen Malka, voce e Noam David, batteria.

 

Il 5 luglio una delle leggende della batteria jazz, ossia Tony Allen con Mathias Allamane, contrabbasso, Jeff Kellner, chitarra, Jean Philippe Dary, tastiere, Nicolas Giraud, tromba, Yann Jankielewicz, sassofono, tastiere.

Tra gli eventi non musicali ricordiamo martedì 3 luglio presso Largo Ospedale Vecchio ad ingresso libero “I 20 ANNI DI “ARTESUONO” DI STEFANO AMERIO”; dialogano con Stefano Amerio: Glauco Venier e U.T. Gandhi, Ermanno Basso, Cam Jazz e Luca d’Agostino, fotografo.

Il 4 luglio alle ore 18:00, nella suggestiva e intima Corte Savorgnan, sempre ad ingresso libero, verrà presentato il libro del sottoscritto “L’ALTRA METÀ DEL JAZZ” – Voci di Donne nella Musica Jazz (KappaVu / Euritmica ed.)

Gerlando Gatto

 

Ambrose Akinmusire 4tet all’ Auditorium Parco della musica

Foto di Adriano Bellucci

 

                                                                                                      AMBROSE AKINMUSIRE QUARTET

Auditorium Parco della Musica, sala Petrassi, 23 aprile 2018, ore 22

Ambrose Akinmusire, tromba
Sam Harris, pianoforte
Harish Raghavan, contrabbasso
Justin Brown, batteria

Ambrose Akinmusire apre il concerto con una intro in cui il pianoforte di Sam Harris appare con accordi sul secondo e sul quarto tempo: giusto un minimale appoggio armonico al suono della tromba, che si apre in una introduzione suggestiva, intensa, quasi struggente fatta di note lunghe, cambi espressividi timbro, dinamiche contrastanti. Fino all’apparire dell’ostinato di contrabbasso di Harish Raghavan, che precede di poco l’entrata esplosiva della batteria di Justin Brown. L’andamento martellante del contrabbasso, gli accordi reiterati del pianoforte,  il deflagrare della batteria, non incidono sul fraseggio di Ambrose, che rimane assestato su quelle note lunghe e sui fraseggi lirici dell’inizio.
Il volume si intensifica, arriva quasi ad un fortissimo senza mai nemmeno sfiorare l’urlato, il fracasso.
Quando la tromba tace, pianoforte, contrabbasso e batteria non fanno altro che aumentare la massa sonora fino allo spessore massimo. Poi da quel momento, molto gradualmente, si torna a diminuire fino al rientro della tromba e di quei fraseggi iniziali.

Questa minima telecronaca differita del primo brano serve a me per capire e poter illustrare a chi legge come possano convivere contemporaneamente improvvisazione libera e parti obbligate, le une in funzione dell’altra, in un bilanciamento costante, anche scorrendo parallelamente tra loro e non come episodi giustapposti. Durante ogni brano coesiste un tipo di andamento e il suo contrario, e spesso essi sono simultanei.
Se un tema in 3/4 della tromba è dolce, e melodico, sullo sfondo contrabbasso e pianoforte saranno incalzanti, insistenti, e la batteria di Justin Brown non produrrà mai un battito uguale all’altro, pur garantendo una funzione di quadratura ferrea, al netto dei suoi incredibili e funambolici assoli.

Un’atmosfera rarefatta sarà resa da mallets in luogo delle bacchette, archetto, accordi al pianoforte che sottolineano solo i cambi armonici e dalla tromba che raggiunge pianissimo quasi vicini allo 0: ma inaspettatamente arriveranno improvvisi e brevi urli che ti scuoteranno da quel quasi incanto cui ti stavi abituando.
Un brano lunare, trasognato, pulsa di una continua ricerca del suono complessivo che rende l’atmosfera quasi magica e rituale: ma il deflagrare della batteria dà il via ad un alternanza tra introspezione onirica ed esplosione di battiti e volumi. Quando la tromba riprende il comando, con note lunghe e dense di suono placa e riporta tutto ad un’atmosfera quasi estatica.
L’energia esplicita e l’introspezione spesso convivono nello stesso istante. Sempre il fil rouge di tutto è insito nel suono della tromba di Ambrose Akinmusire, che è particolare, riconoscibile, e connota Akinmusire e nessun altro.

Ma non mancano brani adrenalinici, pura energia, i cui una nota ribattuta può andare avanti anche per tre minuti di seguito, e nei quali il fine sembra quello di saturare i suoni il più possibile. In questi casi il pianoforte assume, come la batteria un’importanza fondamentale, procedendo per accordi pieni e in modo pressoché muscolare.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Non è molto semplice descrivere cosa è accaduto durante un concerto come quello del quartetto di Ambrose Akinmusire, perché la tentazione è quella di non voler capire, e semplicemente di abbandonarsi al suono della sua tromba, che è bellissimo, intenso, ne connota già di per sé la personalità di musicista. Questo suono è emerso da subito nelle introduzioni in solo, quelle in cui come si diceva sopra il pianoforte e gli altri strumenti erano minimali, ma ancora di più stagliandosi durante gli episodi con volume e spessore massimo. Nei momenti in cui la tromba si è tirata fuori dall’ ensemble, credo che molti come me abbiano per qualche secondo avvertito una sorta di ” vuoto” che va al di là della semplice percezione del silenzio. Quel suono è avviluppante e il suo interrompersi provoca un attimo di smarrimento.
In queste righe in cui posso parlare della mia sensazione personale posso dire che il sovrapporsi parallelo di improvvisazione e degli obbligati ha una sua compiutezza, e arriva all’ ascolto come un unico flusso sonoro, in cui gli ostinati martellanti della ritmica e la voce intensa e cangiante della tromba sembrano non aver altra possibilità di persistenza che quella, tanto sono armonici tra loro. Si potrebbe obiettare che è usuale che nel jazz convivano queste due realtà di esecuzione: eppure in questo quartetto l’originalità è nel come si avvicendano gli episodi, i cambi di ruolo e di importanza tra gli strumenti e persino tra le sezioni.
Justin Brown è un batterista prodigioso, dotato di una fantasia irrefrenabile e della duplice capacità di adattarsi, mimetizzarsi assecondando l’atmosfera, ma anche di creare contrasti estemporanei negli episodi in cui sembrava che la ritmica dovesse solo mantenere il punto di una reiterazione potente e martellante.
Il pianoforte di Sam Harris e il contrabbasso di Harish Raghavan sembrerebbero all’apparenza quelli cui è affidato il ruolo della struttura in cemento armato, quella che regge tutto l’edificio: ma se posso rimanere nella metafora è una struttura a vista, originale, tutt’altro che nascosta, anzi volutamente visibile e con una valenza espressiva e non solo di sottolineatura, o accompagnamento.
Un concerto notevole, suggestivo, in cui la personalità del leader emerge senza schiacciare mai i compagni di viaggio. Musica piena di particolari che avrò bisogno di riascoltare, credo, per goderne appieno.





Sempre in primo piano il vulcanico Paolo Fresu

 

E’ nota la particolare – per certi versi unica – capacità di concentrazione, creatività ed impegno artistico-intellettuale di Paolo Fresu, da poco presidente dell’Italian Jazz Federation (IJF). Tra il 27 aprile ed il 1° maggio il trombettista-flicornista ha partecipato all’”Umbria Jazz Spring” a Terni, suonando in diversi contesti: insieme al violoncello di Giovanni Sollima e all’Orchestra da Camera di Perugia in un nuovo progetto, in duo con Daniele Di Bonaventura (alla Cascata delle Marmore) e con il quartetto Devil (Bebo Ferra, Paolino della Porta e Stefano Bagnoli). Il 30 aprile era a Verona (teatro Ristori) per l’International Jazz Day con “Lumină”, progetto ideato e realizzato insieme a cinque musicisti pugliesi: la vocalist Carla Casarano, la violoncellista Leila Shirvani, il pianista William Greco, il contrabbassista Marco Bardoscia, il batterista/percussionista Emanuele Maniscalco. In realtà è stato Fresu a pensare integralmente il progetto per la propria etichetta Tŭk Music, concependo un’intera opera intorno al tema della “Luce”, con suggestioni letterarie riprese da Erri De Luca, Lella Costa, Marcello Fois e Flavio Soriga.

Non si vuole, qui, tessere elogi in modo acritico, semplicemente mettere in fila dei fatti e sottolineare come l’artista Fresu riesca a seguire in contemporanea svariate iniziative e a cambiare in tempo reale veste e ruolo senza perdere la sua personalità, sfaccettandola invece in innumerevoli aspetti che le donano una maggiore lucentezza.

Il 23 aprile, ad esempio, era a Roma per inaugurare al teatro Eliseo il festival “Special Guest”, organizzato dal Saint Louis College of Music. Il trombettista proveniva dalle prove a Perugia con Sollima ed aveva, nella mattinata, avuto un importante incontro istituzionale mentre il 24 era già pieno di impegni. Essendo personalmente la sera occupato a seguire un concerto all’Auditorium (l’argentino Aca Seca Trio), ho chiesto ed ottenuto il permesso di assistere alle prove del recital dell’Eliseo. Nove i brani in programma, tutti di Paolo Fresu ma in appositi arrangiamenti per il Saint Louis Ensemble, formazione orchestrale diretta dal vulcanico Antonio Solimene. Gli arrangiamenti, davvero pregevoli, sono opera di Luigi Giannatempo a parte tre brani: “Paris” e “Un tema per Roma” affidati a due giovani ricchi di talento come Fabio Renzullo e Filippo Minisola. Anche un tema popolare sardo, “Duru duru durusia”, è stato proposto in un brillante – e complesso – arrangiamento di Giovanni Ceccarelli.

Assistere alle prove è stata un’occasione per apprezzare la qualità del jazz italiano in senso proprio ed in senso lato. Paolo Fresu è stato, da par suo, concentratissimo, attento e partecipe. Ha suggerito qualche modifica, dispensato complimenti ad orchestrali ed arrangiatori, provato e riprovato – quando necessario – con l’umiltà ed il carisma dei grandi artisti. I nove brani della scaletta percorrevano un vasto periodo, con composizioni dei primi anni (“Opale”, “Fellini”) fino a temi più recenti: oltre ai già citati, erano previsti “Walzer del ritorno”, “Trasparenze”, “Tango della buona aria”, “E varie notti”. Il Saint Louis Ensemble è stato impeccabile, professionale ed ispirato durante le prove, pronto a seguire il vigoroso direttore Solimene, a ripetere parti di brani, ad eseguire in modo perfetto gli arrangiamenti conferendo, tuttavia, alla musica il necessario calore. Qualche esempio. In “Un tema per Roma” le partiture sostengono un tema semplice ed ispirato, come il solo di Fresu che ora rallenta, ora illumina, ora velocizza. In “Parigi” si crea un’atmosfera vellutata ed intima, con flauto e clarinetti in sezione, e con l’apporto del sax soprano (Gabriele Pistilli) l’orchestra è pronta a lanciare un liberatorio solo di flicorno.

Finite le prove, democraticamente, Paolo Fresu, Antonio Solimene e l’orchestra decidevano la scaletta del concerto serale che sarà stato magnifico, come le prove pomeridiane nella loro dimensione di laboratorio ad uno stato già avanzatissimo.

Mi sembra, infine, giusto ricordare tutti i membri del Saint Louis Ensemble: Maurizio Leoni, sax alto e flauto; Gabriele Pistilli, sax tenore e sax soprano; Luigi Acquaro, sax tenore e clarinetto; Luca Padellaro, sax baritono e clarinetto basso; Mario Caporilli, tromba; Antonio Padovano, tromba; Giuseppe Panico, tromba; Elisabetta Mattei, trombone; Federico Proietti, trombone basso e basso tuba; Andrea Saffirio, piano; Fabrizio Cucco, basso e Alessio Baldelli, batteria.

Il festival “Special Guest” ritornerà il 10 e 15 giugno con gli ospiti Fabrizio Bosso & Serena Brancale e Javier Girotto & Martín Bruhn.

Luigi Onori

Riflettori puntati su Carla Marcotulli, Greg Burk e Riccardo Fassi

Questa volta vorrei soffermarmi su tre artisti che conosco da tempo e che stimo perché mai deludono, sia che li si ascolti su disco sia che li si apprezzi dal vivo.

La prima è Carla Marcotulli, vocalist e didatta di spessore (insegna canto jazz al Conservatorio Santa Cecilia di Roma); Carla ha da poco inciso per la Parco della Musica Records “Love is the Sound of Surprise”, con l’ausilio di una folta schiera di eccellenti musicisti quali il pianista e tastierista Dick Halligan (già nei Blood Sweat & Tears), suo collaboratore da molti anni (sostituito in due track da Greg Burk e in uno da Gilda Buttà), Bruce Ditmans alla batteria, Antonio Leofreddi alla viola, Sandro Gibellini alla chitarra, Marco Siniscalco al basso, Giovanni Tommaso e Stefano Cantarano al contrabbasso, Pietro Tonolo al sax soprano, Giancarlo Maurino al tenore, Rossano Emili al baritono, Aldo Bassi alla tromba, Mario Corvini, Stan Adams al trombone e, in una track, Israel Varela alle percussioni. In repertorio dodici brani tutti originali, eccezion fatta per un pezzo di Schubert (con un tocco di Gershwin) arrangiato da Dick Halligan, e per lo standard “God Bless the Child”, un omaggio a Billie Holiday, la cantante più amata dalla Marcotulli. Particolarmente spumeggiante l’apertura affidata a “Io non sono nessuno”, con liriche della Marcotulli ispirate al poema “I am nobody! Who are you?” di Emily Dickinson e musica di Dick Halligan.

Il tutto dà vita ad una produzione di grande livello per più di un motivo: le qualità della Marcotulli (su cui ci soffermeremo tra poco), la bravura di tutti i musicisti che l’accompagnano, distribuiti in vari organici, la valenza artistica dei brani proposti. Brani molto variegati che danno modo alla Marcotulli di estrinsecare tutte le proprie potenzialità come il perfetto controllo dell’emissione, frutto evidente di un accurato studio del canto lirico (la si ascolti in ‘Gretchen am Spinnrade’ del già citato Schubert). Ma dopo questo saggio di bravura estraneo al jazz, ecco Carla rientrare nel mondo jazzistico con quella che è forse la migliore interpretazione dell’album, “God Bless the Chid” porto con sincera partecipazione. Ma al di là delle mie personalissime preferenze, c’è da sottolineare come la Marcotulli sia superlativa in ogni momento dell’album: sempre precisa, puntuale, con il giusto accento (il che cantando jazz in italiano non è proprio impresa facilissima), una convincente carica ritmica mitigata, all’occorrenza, da una “giusta” dolcezza (la si ascolti in “Live to Give”).

Insomma davvero un bel disco e non si spiega perché questo “Love is the sound of surprise” arrivi a distanza di 10 anni dall’ultimo lavoro discografico di Carla Marcotulli.

Con nelle orecchie ancora le atmosfere del CD, il 22 aprile ho voluto ascoltare Carla dal vivo, recandomi al Conservatorio Santa Cecilia per il concerto conclusivo di “Percorsi jazz”, il festival giunto alla sua XII edizione ideato e sviluppato in seno al Dipartimento di Jazz, Musiche Improvvisate e Audiotattili del Conservatorio diretto da Paolo Damiani. Ed è stato ancora una volta un bel sentire, nonostante l’infelice acustica della sala che ha reso praticamente inascoltabile il suono della batteria. La Marcotulli era coadiuvata da Greg Burk al pianoforte, Stefano Cantarano al contrabbasso, Bruce Ditmans alla batteria e un coro formato dai migliori allievi del corso di canto jazz curato dalla stessa Marcotulli. Sono stati presentati alcuni dei brani presenti nel CD e, nonostante l’ovvia differenza dal disco, data la diversità dell’organico, la Marcotulli ha avuto modo di evidenziare ancora una volta quelle doti che ne fanno una delle migliori vocalist del jazz italiano… e non solo!

Come detto, nel concerto della Marcotulli al Conservatorio, al pianoforte sedeva un artista che mi consentirete di considerare italiano a tutti gli effetti, dato che già da tempo ha scelto l’Italia come paese d’elezione. Sto parlando, ovviamente, di Greg Burk, artista che meriterebbe molto più di quanto abbia finora raccolto.

Pianista e compositore di rara raffinatezza, Greg nasce a Detroit in una famiglia di musicisti classici: il padre, figlio di immigrati russi e polacchi, era un direttore d’orchestra e la madre, di origine italiana, una cantante lirica. Inizia il suo percorso musicale a 16 anni, nella città natale, suonando con veterani del bebop come Larry Smith, Marcus Belgrave e Roy Brooks, e con giovani emergenti come James Carter, Rodney Whittaker e Gerald Cleaver. Prosegue i suoi studi musicali con grandissimi nomi del jazz internazionale come Yusef Lateef, Archie Shepp, George Russell e, infine, Paul Bley, che lo incoraggia a sviluppare e approfondire un suo stile personale. Nel 2002 esce il suo primo disco per la Soul Note Records. Nel 2004 si trasferisce definitivamente in Italia. Oggi Burk vanta 12 dischi a suo nome, compreso l’ultimo nato “The Detroit Songbook”, su cui vale la pena spendere qualche parola.

Registrato per la prestigiosa SteepleChase nel maggio del 2017 (è il secondo album del pianista per questa etichetta), Burk suona in trio con Matteo Bortone al basso e John B. Arnold alla batteria.

Il titolo ha una sua precisa ragion d’essere in quanto l’album racchiude una serie di brani scritti dal pianista dal 1991 al 1993, quando risiedeva a Detroit e mai più suonati né tanto meno incisi. E nelle note che accompagnano il disco, Greg rievoca la sua passione di quegli anni, ricorda gli altri giovani musicisti che con lui dividevano la scena musicale di Detroit, da Larry Smith a George Goldsmith, da Antonio Ciacca a Kelvin Sholar… insomma una sorta di amarcord, un sentito omaggio all’ambiente in cui si è formato, ma che nulla ha di stantio. Tutt’altro! La musica è fresca, coinvolgente, originale a dimostrazione di un artista a tutto tondo. E in questo album si possono soprattutto ammirare le capacità compositive di Burk, tenuto anche conto del fatto che i brani risalgono ad un periodo in cui l’artista non aveva ultimato il suo percorso formativo.

I pezzi appaiono tutti ben strutturati, sorretti da un solido impianto formale su cui si innestano le escursioni improvvisative certo non estranee al bagaglio dell’artista. Il trio si muove sulle coordinate dettate dal leader il cui fraseggio è sempre elegantemente ritmico, anche perché giunge a maturazione quell’insieme di input, di influenze, quella varietà di approcci che, come afferma lo stesso Burk, partendo da punti di vista diversi si integrano l’uno con l’altro. Non a caso la varietà è uno degli elementi che hanno sempre caratterizzato la sua musica. In questo senso un ruolo particolarmente importante è affidato alla sezione ritmica che deve essere in grado di seguire le intenzioni del leader pur nel variare delle atmosfere. E occorre sottolineare come sia Bortone sia Arnold abbiano fornito un supporto prezioso e determinante per la bella riuscita dell’album, il cui valore, a mio avviso, va al di là del fatto squisitamente musicale in quanto rappresenta anche la testimonianza, viva, pulsante, ancora attuale di un’intera generazione di musicisti che hanno contribuito in maniera determinante allo sviluppo del jazz negli ultimi trent’anni.

E veniamo a Riccardo Fassi e al “suo” Zappa.

Interessante, divertente, onirica, visionaria, trascinante, intrigante, ironica, ribelle… questi sono solo alcuni degli aggettivi che si potrebbero utilizzare per definire la musica di Frank Zappa, ma non sarebbero in ogni caso sufficienti ché la musica del compositore, chitarrista di Baltimora non può essere racchiusa nell’ambito di una qualsivoglia classificazione. Probabilmente l’unica parola che, seppure alla lontana, potrebbe dare un significato a ciò che la musica di Zappa ha rappresentato e ancora oggi rappresenta è il termine “attualità”. In effetti, ad oltre venticinque anni dalla scomparsa di Zappa, la sua musica risulta sempre fresca, di assoluta modernità come se fosse stata scritta solo pochi mesi fa. E un’ulteriore conferma se ne è avuta proprio in questi giorni ascoltando sia il recente CD inciso dalla Tankio Band di Riccardo Fassi sia il concerto del 26 aprile all’Auditorium Parco della Musica di Roma, dedicato alla presentazione dell’album in oggetto (“Riccardo Fassi Tankio Band plays Zappa – The Return of The Fat Chicken – Alfa Music 200”).

Riccardo Fassi è pianista, compositore, arrangiatore tra i più preparati che il jazz italiano possa vantare. Costituita nel 1983, la “Tankio Band” si è immediatamente imposta all’attenzione di critica e pubblico per la particolare strutturazione dell’organico, che si traduce in una coloritura ed in una timbrica assolutamente originale. Dal canto suo Fassi è sempre stato innamorato della musica di Zappa, che conosce a menadito. Di qui l’idea di inserire nel repertorio dell’orchestra un programma dedicato a Zappa; di qui l’incisione di due CD.

Quest’ultimo, registrato nel novembre del 2016 e nel maggio del 2017, accanto alle composizioni di Zappa che abbracciano vari periodi dai primi anni ‘70 ai ‘90, presenta la celebre “Uncle Remus” di George Duke e alcuni pezzi di Fassi e Salis. Dal punto di vista dell’organico, la Tankio è “rinforzata” dalla presenza di prestigiosi ospiti quali Napoleon Murphy Brock vocalist e sassofonista che per oltre dodici anni militò nelle formazioni dirette da Zappa, Alex Sipiagin tromba e flicorno, Gabriele Mirabassi clarinetto, Antonello Salis accordeon, Ruben Chaviano violino e Mario Corvini trombone.

Il risultato è eccellente: Fassi si dimostra ancora una volta artista di assoluto livello, riuscendo a cucire addosso alla musica di Zappa degli arrangiamenti che pur nell’assoluto rispetto dell’originale portano la musica su un versante prettamente jazzistico consentendo ai vari solisti di esprimersi al meglio anche attraverso spazi improvvisativi assenti nelle partiture originali.

Ciò detto, trasferite queste considerazioni al concerto del 26 aprile ed avrete un’idea chiara della musica che Fassi ci ha offerto.

Pur annoverando tra gli ospiti il solo Gabriele Mirabassi, la band ha macinato musica come un treno, precisa, trascinante, senza un attimo di stanca: così uno dopo l’altro abbiamo ascoltato alcuni capolavori di Zappa, da “Little Umbrellas” a “Uncle Meat” impreziosito dal primo dei molti assolo che Gabriele Mirabassi ci avrebbe regalato nel corso della serata, da “Oh no” ad un medley comprendente “Let’s Make The Water Turn Black” con in primo piano l’ensemble dei fiati, “Eat That Question” e “I’m the Slime”, da “Sofa” una delle poche ballad zappiane all’ironico “Take Your Clothes Off When You dance” dedicato ai “frichettoni” anni ‘70, da “It Must Be A Camel” a “G-Spot Tornado”, una delle ultime composizioni di Zappa originariamente tutta scritta e nel cui ambito Fassi ha invece introdotto una struttura di improvvisazione, per chiudere con “Uncle Remus” che come accennato fu scritto da George Duke per Zappa il quale scrisse un testo cantato. Come bis non poteva mancare quello che forse è il brano più celebre di Zappa, vale dire “Peaches en Regalia”, interpretato ancora una volta magnificamente dalla band. Ed a proposito dell’orchestra, data la valenza della stessa, credo valga la pena citarne tutti i componenti: Giancarlo Ciminelli e Sergio Vitale alle trombe, Massimo Pirone trombone, Roberto Pecorelli tuba, Sandro Satta sax alto, Torquato Sdrucia sax baritono, Steve Cantarano contrabbasso, Pietro Iodice batteria, Riccardo Fassi piano, tastiere, direzione e arrangiamenti oltre al già citato ospite Gabriele Mirabassi al clarinetto.

Gerlando Gatto

La redazione di A Proposito di Jazz ringrazia i fotografi Paolo Soriani e Adriano Bellucci rispettivamente per le immagini di Rita Marcotulli e Riccardo Fassi, Tankio Band.