Il Jazz in Friuli Venezia Giulia passa da GradoJazz: un piacevole contagio in musica che oltrepassa le mascherine!

di Alessandro Fadalti –

Dopo tutte le paure, il senso di impotenza e sfiducia che il lungo periodo di quarantena ha imposto a tutti noi, finalmente una boccata d’aria fresca portata dalla musica! Una reazione necessaria, dopo mesi di esibizioni solitarie nelle stantie cantine domestiche o le alternative esibizioni in live streaming sulla rete le quali, seppur innovative, sono state soluzioni raffazzonate per un settore in crisi ancor prima della pandemia globale. L’assenza di calore umano, una mancanza di fisicità, emotività e annullamento dell’esperienza sociale che il palco offre a tutti gli amanti della musica: queste sono le ferite aperte che hanno a malapena cominciato a cicatrizzarsi.

Con l’estate, però, vien dal mare un’allietante brezza che dissolve l’aria stagnante, sicché il festival di cui vi parleremo, con la sua grande affluenza e i tre sold-out, è la concreta dimostrazione della voglia di ripartire, pur nel pieno rispetto delle regole e norme contro il Covid-19. In effetti, gli usi e le modalità di fruizione degli spettacoli che si adattano ai tempi sono l’elemento vincente per combattere quella che in  primavera si prospettava come una stagione di immobilismo culturale.

La seconda edizione di GradoJazz 2020, la trentesima per lo storico festival Udin&Jazz, organizzata dall’associazione culturale Euritmica di Udine, è un simbolo in tal senso. Come ogni anno il festival presenta un cartellone con artisti jazz di grande caratura, di livello nazionale e internazionale, e anche questa edizione, con i suoi otto concerti, dal 28 luglio al 1 agosto nello spazioso e rinnovato Parco delle Rose di Grado, ha rispettato i pronostici. Quasi ironicamente il tema forte ma sottinteso  di quest’anno è stata la contaminazione, che poi è sinonimo di contagio! Tuttavia, mettendo da parte l’ironia, in arte essa assurge a un altro significato e il Friuli è una terra dove la contaminazione culturale fa da padrona e si dirama in ogni dove.

L’apertura non poteva che essere affidata a un gruppo le cui contaminazioni musicali costituiscono il manifesto artistico: i Quintorigo, band romagnola dalle sonorità rock-barocco con incursioni jazzistiche grazie a un organico inusuale (Alessio Velliscig, voce; Andrea Costa, violino; Gionata Costa, violoncello; Stefano Ricci contrabbasso; Valentino Bianchi, sassofoni e Simone Cavia, batteria) uniscono molteplici mondi della musica, reinterpretandoli nel loro stile. Parlando della formazione: Alessio Velliscig, cantante friulano, ha una voce in grado di sopraffare l’orecchio dell’ascoltatore grazie a un registro canoro ampio e a un mirato controllo dinamico. Alessio, dimostra grande tecnica e teatralità, senza scadere in eccessi di poco gusto. Tra i brani più apprezzati ci sono stati alcuni arrangiamenti tra cui “Alabama Song” di Kurt Weill e Bertolt Brecht, che fu anche un successo dei Doors, un duplice tributo a Charles Mingus con “Moanin’” e “Fables of Faubus” infine “Space Oddity” di David Bowie. In essi, la caratteristica che colpisce è quella di saper sorprendere con rimaneggiamenti invasivi, senza che le canzoni perdano la loro unicità. Infatti, a seguito della più classica struttura strofa-ritornello, seguono dei terzi temi aggiunti al brano e delle improvvisazioni al sax dal suono aggressivo rhythm’n’blues o gli archi con il distorsore, districando il gomitolo dei variopinti generi della musica popular. È in conclusione dell’esibizione che il gruppo riserva due pezzi da novanta che sono la matrice di un’idea di fare musica che si avvicina all’estetica del gruppo, ovvero Frank Zappa. Con gli arrangiamenti di “Cosmik Debris” e “Zomby Woof”, tutte le caratteristiche singolari del gruppo sono evidenziate e la sobrietà teatrale del frontman diventa un’esplosione di gesti e movimenti più dinamici e coinvolgenti, accompagnati da svariati salti di registro, spingendosi in acuti lontani dalle corde di un tenore, che vengono sottolineati da espedienti rumoristici degli strumentisti. Quintorigo è la dimostrazione di come “jazz” sia da anni non solo un genere, ma un multiforme modo di concepire l’approccio alla musica.

Il set successivo è stato quello del duo Bill Laurance (pianoforte) e Michael League (basso). Il progetto è una riproposizione di vari loro brani scritti ed eseguiti per altre formazioni, tra cui gli stessi Snarky Puppy. Stiamo parlando di due amici che nella musica ritrovano un’alchimia, che è sensibile dal primo ascolto. Non è un progetto artistico preciso e definito: il repertorio è costituito da brani con continui incastri ritmici tematizzati a cui seguono degli stacchi omofonici e omoritmici in stile funk, che prosegue in improvvisazioni prima dell’uno, poi dell’altro e si conclude riprendendo il tema. A questo, si aggiunge il tocco risolutivo di Laurance che, quasi scherzando, finge una cadenza finale che lascia il pubblico con l’applauso mozzato, un approccio sicuramente non convenzionale. Il duo respira in un ciclo di opposizioni: se il bassista è molto selvaggio, intuitivo ed espansivo con il suo strumento, Laurance è intellettuale, introverso e colto… una sintesi tra il nietzschiano spirito Apollineo e Dionisiaco. Se i vari brani in stile più classico, tra cui “December in New York” e “Denmark Hill” di Laurance, sono quelli in cui l’anima e il flusso del pianista vengono meglio espressi, in contrapposizione vi è l’estro di League, che scaturisce in brani dal sapore funk come “Semente” degli Snarky Puppy o “Spanish Joint” di D’Angelo. La sintesi è comunque altrove, s’insinua in brani come “Two Birds in A Stone”, un inedito scritto da League dove il bassista prende in mano l’Oud, strumento di cui è promettente novizio.
Nonostante l’esibizione sia stata prossima alla perfezione, nel destreggiarsi acrobatico dei brani c’era una schematicità ripetitiva. Laurance si adagiava spesso sulle ottave medie del pianoforte mentre League non sembrava ascoltare sempre il compagno, nei decrescendo dinamici o nei rallentando pareva inseguirlo più che accompagnarlo, asincronia che non è tuttavia pesata su tutto il concerto. Va detto, in conclusione, che la chiave di lettura dello spettacolo è forse quella di due amici che essenzialmente non ne potevano più di starsene chiusi in casa e lontani dai palchi. Si sono ritrovati e hanno mostrato il loro spirito giocoso, fatto di sguardi e sorrisi di complicità. Una gioia per gli occhi e per le orecchie.

Il giorno seguente è Alex Britti ad occupare un palco già molto caldo dal giorno precedente. Sullo schermo sul fondo sovrasta la scritta “jazz” a caratteri cubitali, ma solo alcuni brani hanno forti influssi blues e jazz. “Mi Piaci”, “Bene Così”, “Buona Fortuna” e “Immaturi” sono canzoni fortemente pop con alcune contaminazioni funk, blues e southern rock, mantenendo però uno stile rigoroso alla canzone italiana tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90. Britti sfrutta intelligentemente la sua vena profondamente blues, ma quei brevi call and response, sotto forma di stacchi con la chitarra, tra i versi e i soli pentatonici corti e in struttura sono abbastanza per parlare di blues e influenze? A mio parere no! Ma ecco il colpo di scena. La similitudine più forte per spiegare la sensazione è attraverso una partita di calcio. Un primo tempo stanco con poche palle gol e molte azioni a centro campo a cui segue un secondo tempo dove la squadra si trasforma. Dopo i primi 45′ di gioco scende in campo il trombettista Flavio Boltro. Entra nel vivo del brano, sul concludersi di “Le cose che ci uniscono”, esibendo un solo che mostra le sue indubbie qualità. Il trombettista torinese è rapido nei fraseggi, il linguaggio è molto modale, è un invito a dialogare rivolto al chitarrista, mettendo in mostra la sua anima più virtuosistica. Cambia profondamente anche lo schema dei brani: dopo un’esposizione della canzone in stile pop seguono delle lunghe sessioni di improvvisazione tra i due, tornando al ritornello come finale. Il brano “Jazz” è un fast che fa da modello a quanto illustrato, un vero e proprio rilascio delle qualità artistiche e tecniche di Britti. Il resto della band (Davide Savarese, batteria; Matteo Pezzolet, basso; Benjamin Ventura, tastiere; Cassandra De Rosa e Oumy N’Diaye, cori) è impeccabile, riescono a salire d’intensità con un accompagnamento perfetto durante i solo. Purtroppo ci sono delle note dolenti; nessuno di loro ha avuto un momento per splendere (eccezion fatta per il solo di batteria di Savarese) e, complice un pessimo mastering, le tastiere e il basso erano poco udibili. Infine, lo spazio quasi nullo dato alle coriste. La seconda parte è stata la più interessante, il picco massimo di spettacolarità è un medley acrobatico tra “Oggi Sono Io” e “7.000 Caffè”; dove tra le due canzoni possiamo sentire una versione completa del tema di “Round Midnight” e “Gasoline Blues” che fungono da ponte. La distensione musicale a chiusura si compone di tre hit per far cantare il pubblico. “La Vasca”, “Solo una volta” e “Baciami” hanno fatto alzare il pubblico dalle sedie, personalmente sarebbe stato molto più di classe concludere con il medley, ma è il pubblico a smentirmi.

La terza giornata è stata una pennellata di voci rosa. Doppio set per due cantanti molto interessanti, l’una all’opposto dell’altra per certi versi. Il primo è il duo Musica Nuda di Ferruccio Spinetti (contrabbasso) e Petra Magoni (voce). Il concerto si apre con un arrangiamento di “Eleanor Rigby” dei Beatles. La loro musica funziona molto bene, la cantante si cimenta in acrobazie vocali, salti di registro importanti, cambi di stile, dal bel canto agli espedienti rumoristici che ricordano Cathy Berberian e molto altro. Il contrabbassista ha una sensibilità compositiva raffinatissima, i brani hanno una struttura solida con tocchi fantasiosi che permettono alla Magoni di trovare spazio in slanci vocali. L’impressione generale è che insieme funzionino in maniera assoluta. La diversità di background musicale tra loro è palpabile e crea ricchezza. Spinetti, nei suoi arrangiamenti, fa percepire un’osmosi tra contaminazioni di musica classica, jazz e contemporanea. Petra, d’altro canto, ha un’esperienza come cantante e interprete vicina agli ambienti alternative pop. La qualità attoriale è quel quid che rende i loro brani diversi, unici.
Ne è un esempio “Paint it Black” dei Rolling Stones, su cui incidono un tono oscuro, amplificando i tratti del dolore intrinseco che permea tutta la canzone; oppure il finale con “Somewhere Over The Rainbow” in cui la sensazione di malinconia e speranza viene accentuata con lunghi sospiri e respiri. Nei brani originali come “Qui tra poco pioverà” e “Come si Canta una Domanda” emerge quanto l’uno debba all’altro, Spinetti offre composizioni e arrangiamenti artistici interessanti, mentre Magoni dona la sua imponente abilità ed estro.
La seconda grande voce femminile, nel set successivo, è molto composta e senza sospiri in coda alle note, con una prorompente carica di emotività. Chiara Civello a Grado è accompagnata da Marco Decimo al violoncello e dall’eclettica Rita Marcotulli al pianoforte. Il trio è inedito e fa percepire la sua estetica dal primo brano con un arrangiamento di “Lucy In The Sky With Diamond” dei Beatles. Ricchezza di riverberi e delay, accompagnati da alcuni solerti colpi di Pandero della cantante, violoncello percosso sulla cassa armonica, alternato a lunghi glissando dal registro medio all’acuto con l’archetto. Il risultato è un’atmosfera onirica e trascendentale, superiore all’originale. Si tratta tuttavia di un unicum, in quanto nei brani successivi lo stile vocale della Civello resta fedele a un’ispirazione brasiliana, in una sorta di “Saudade nostrano”; la voce è dolce e malinconica, risaltata da una scaletta fatta di ballad eleganti come “Estate” di Bruno Martino, “Travessia” di Milton Nascimento e “Anima” di Pino Daniele. Il pianismo della Marcotulli è l’altro grande protagonista del concerto: sfrutta tutte le ottave del piano in una libertà assoluta, ondeggia tra i registri in maniera ipnotica, passa dal pizzicare le corde, all’inserire oggetti metallici nella cordiera (pianoforte preparato), per poi toglierli e percuotere le corde bloccandone la risonanza con le dita. Non sta ferma sul seggiolino e a livello espressivo suscita una sensazione di moto perpetuo; oltretutto inserisce note dissonanti a commento della voce e dell’atmosfera dei brani. In sintesi, ricopre all’interno di questo trio un ruolo timbrico, ritmico, melodico, dinamico, rumoristico ed espressivo. Quello che personalmente definisco “pianismo totale”. Ciò che meglio emerge da questo trio è una forte capacità di espressione attraverso una scaletta fatta da brani lenti, eseguiti con un trasporto e sentimento unico. Punctum dolens di questo concerto, per me, la versione poco gradevole di “Bocca di Rosa” di De André, dai toni molto dark e tragici che cozza con il testo del cantautore genovese, nonostante abbia trovato coraggioso l’arrangiamento. Nel finale, tutti gli artisti dei due set sul palco, per un’esplosione di bellezza!

 

Una delle poche giornate di vaga frescura nella bella isola di Grado ci ha regalato l’esibizione del trombettista Paolo Fresu e del suo quintetto (Tino Tracanna, Sax; Roberto Cipelli, Piano; Attilio Zanchi, Contrabbasso; Ettore Fioravanti, Batteria). Ad arricchire l’ensemble, il trombone di Filippo Vignato. Il progetto riprende lo storico album del 1985, rinominato Re-Wanderlust in occasione della performance dal vivo: un fiore all’occhiello per la rassegna! Un jazz dai tratti un po’ desueti, che non sa di aceto, ma è un vino pregiato. Dal primo brano “Geremeas” si capisce la cifra stilistica, il repertorio è in continuo equilibrio tra fast e slow, come “Touch Her Soft Lips and Part” di William Walton. La sonorità è un riferimento che va dal Bebop al Modal, con accenni di Free. Le strutture sono quelle classiche del jazz ma risalta un’instancabile energia dei musicisti, che con grande vigoria aggrediscono ogni solo, esprimendo libertà. Il sestetto può essere diviso in due sezioni per ruolo, quella del trio: piano, basso, batteria e quello dei tre fiati. Questo scisma emerge soprattutto durante le improvvisazioni collettive, dove ogni fiato emette una voce ostinata e sovrappone frasi sopra altre frasi, per nulla scontate e non omoritmiche, concedendosi di oscillare sul tempo. Il risultato è piacevolmente caotico e non ti permette di concentrarti su un’unica fonte sonora, tutti gli strumenti raggiungono una loro vocalità estemporanea, a tratti indipendente a tratti contagiandosi, divenendo isole in un arcipelago, distanti ma interconnesse. La sezione trio fornisce magistralmente un tappeto solido ai fiati, impedendogli di prendere il volo e di perdersi nel loro stesso processo creativo. Molte sono le eccezionalità e finezze da mettere in luce. In “Trunca e Peltunta” il tema ricalca l’estetica melodica monkiana dell’album “Underground”. In brani soffusi come “Ballade”, si riesce a sentire la colonna d’aria uscire dai fiati e in “Favole” si percepisce molto bene come mai Fresu ami il calore del suono del flicorno, unendolo al suono del Rhodes. Con il finale,“Only Women Bleed”, queste caratteristiche del sestetto raggiungono la loro summa, la contaminazione è anche nell’approccio, specie in quei solo collettivi.

Ultima giornata con il concerto del sassofonista Francesco Cafiso e il suo quintetto “Confirmation”, (Alessandro Presti, Tromba; Andrea Pozza, Piano; Aldo Zunino, Basso; Luca Caruso, Batteria), una dedica al Bebop in tributo ai 100 anni dalla nascita del suo massimo esponente: Charlie Parker. Il primo brano è “Tricotism” di Oscar Pettiford, un inizio differente da quello che ci si poteva aspettare. Quelli che dovrebbero essere dei fast sono più lenti del previsto e gran parte del repertorio, fatta eccezione per “Repetition” e “Little Willie Leaps” di Bird, sono brani di artisti coevi dell’era bebop come “Budo” di Miles Davis e alcuni post bebop come “Little Niles” di Randy Weston. La qualità del lirismo e del fraseggio di Cafiso, assieme alla tromba con sordina di Presti, sono i due elementi più significativi. Il duo, sul fronte del palco, trasmetteva le stesse sensazioni della coppia della 52esima strada: Parker e Gillespie. Non è manierismo bebop come potrebbe sembrare, ed infatti nei solo cercano di far dialogare il linguaggio del passato con alcuni espedienti tecnici del jazz non esclusivamente bebop, come il linguaggio modale, i poliritmi e la rinuncia all’approccio armonico in favore di molteplici variazioni sul tema.
Colpisce la qualità espressa da Cafiso, le frasi dove la punteggiatura si avvicina al parlato, con idee fraseologiche articolate anche in otto battute, trovando respiro soltanto a posteriori.
Dal lato ottoni, i solo di Presti erano ricchi di ritmo e staccato a cui contrapponeva una grande ariosità del suono. Quello che è venuto a mancare da parte di tutto l’organico è l’enfasi scoppiettante tipica dei quintetti di inizio anni ’50. La risultante sonora è rattenuta, dando il sentore di una jam session in concerto, dove il classico rhythm change senza alcuna variazione è lo stilema. Fattore che emerge soprattutto da un batterismo che nell’accompagnamento e nei solo dimostra tecnica e tocco pulito, a cui si oppone una non perfetta connessione con il gruppo e un linguaggio accademico da manuale. La conclusione è una buona ma contenuta esibizione, dove a risplendere sono Cafiso e Presti.

Nel gran finale di GradoJazz by Udin&Jazz sale sul palcoscenico Stefano Bollani, che porta un progetto unico, il musical di Lloyd Webber e Rice: Jesus Christ Superstar del 1971, in variazioni per piano solo. Il primo pensiero che ho avuto è stato quello della paura del flop. Il musical è ricco di tanti stili e generi che trovo complessi da racchiudere in un piano solo annullando la varietà timbrica. Non avevo fatto i conti con l’oste, Bollani è riuscito, grazie alle sue spiccate qualità interpretative, a restituire tutti i sentimenti e le caratteristiche dei personaggi del dramma all’interno delle corde roventi dello Steinway. L’arduo compito è stato rispettato in toto. Udiamo delle variazioni sui temi di alcuni pezzi più importanti della rock opera come: “What’s the Buzz”, il trio tra il personaggio di Maria Maddalena, Gesù e Giuda, dove i pensieri di ogni protagonista hanno un’unità melodica che è stata rispettata, mentre la variazione sta nell’improvvisazione sopra di essi, che amplifica al meglio gli aspetti drammaturgici legati al personaggio. Stesso discorso vale per la romantica e triste aria di Maria Maddalena che si questiona su come manifestare il suo amore per il messia in “I don’t Know How To Love Him”. Così come il dissidio interiore di Giuda in “Damned For All Time”, quando vende Gesù ai Farisei, oppure la reazione sconcertata e confusa degli Apostoli in “The Last Supper”. Altrettanto forte, a livello immaginifico, è il turbinio di semicluster nel brano “The Temple”, che corrisponde alla scena in cui Gesù scaccia i mercanti dal tempio e il monologo di Ponzio Pilato in “Pilate’s Dream”. Sono molti gli espedienti musicali che ricalcano in maniera geniale le immagini del film del ’73. Oltre alle già note abilità pianistiche di Bollani è interessante notare come abbia caratterizzato al meglio i personaggi attraverso la musica. Finale da superstar tra ironia e musica, in un serrato dialogo tra il palco e la platea, chiamata a scegliere dieci brani che il pianista unisce a formare un medley.
Metaforicamente parlando, veder finire questa cinque giorni di concerti jazz è stato come entrare nel finale del film Jesus Christ Superstar: tutti gli spettatori salgono in macchina e abbandonano il Parco delle Rose di Grado, così come nel film i fedeli abbandonano l’ultimo grande spettacolo, ovvero la crocifissione, salendo sul pullman da cui sono arrivati!
Commento finale: un elogio ai fonici e al service in primis che per quanto abbiano potuto risentire del periodo di lockdown hanno tutti lavorato con serietà e professionalità, dimostrando quanto il loro compito sia il motore e l’ornamento che permette agli spettacoli dal vivo di essere “vivi”. L’esperienza globale è stata estremamente gratificante. I migliori auguri per l’edizione invernale di Udin&Jazz, annunciata sul palco dal presentatore Max De Tomassi di Radio 1 Rai (partner ufficiale del Festival) e dal direttore artistico Giancarlo Velliscig, che porterà, senz’ombra di dubbio, quel clima jazz che fa respirare a pieni polmoni nell’ecosistema della musica dal vivo.

Alessandro Fadalti

Si ringrazia l’ufficio stampa di GradoJazz by Udin&Jazz e i fotografi: Angelo Salvin, GC Peressotti e Dario Tronchin

 

Riflettori su Mafalda Minnozzi e Francesco Di Giulio e i loro nuovi progetti

In attesa di pubblicare la solitamente corposa rubrica su “I nostri CD”, cosa che avverrà nei primi di settembre, vorrei sottoporre alla vostra attenzione due artisti che ritengo particolarmente interessanti: una, Mafalda Minnozzi, continua a proporre in giro per il mondo la musica italiana… e non solo, l’altro, Francesco Di Giulio, è un giovane artista abruzzese che meriterebbe ben altra considerazione.

Ma procediamo con ordine. Anticipato esclusivamente dalla pubblicazione di due singoli estratti dall’album – “A felicidade” (24 giugno) e “Once I Loved”D (9 luglio) – e da 8 concerti “première” realizzati a novembre con il quintetto americano, di cui 6 in Italia e 2 al Birdland di NYC (sold-out), il 20 luglio scorso è stato lanciato l’ultimo album di Mafalda Minnozzi, “Sensorial- Portraits in Bossa & Jazz”, distribuito su tutte le piattaforme digitali. Contemporaneamente è stata data la possibilità non solo di ascoltare i brani sulle piattaforme ma anche di vederli sul canale YouTube di Mafalda (disponibili 13 video realizzati durante la registrazione in studio a NY, uno per ogni brano) e di approfondirli con il podcast, per entrare nello spirito dell’artista. Al momento l’approfondimento con i podcast riguarda solo tre brani ma è intenzione dell’artista dedicare ad ogni pezzo la stessa attenzione. Insomma un’azione promozionale a tutto campo che ben si attaglia ad un album che presenta numerosi punti di forza.
Innanzitutto la ‘ricchezza’ dell’organico. A conferma della statura di artista internazionale, per quest’ultima impresa la Minnozzi è riuscita a raccogliere accanto a sé una pletora di musicisti di assoluto rilievo: al contrabbasso si alternano Harvie Swartz (classe 1948) a ben ragione considerato il bassista dei chitarristi avendo inciso tra gli altri con  John Scofield, Mick Goodrick, John Abercrombie, Gene Bertoncini, Mike Stern, Jim Hall, Leni Stern, e Essiet Okon Essiet già con Benny Golson, Johnny Griffin,  Cedar Walton; alla batteria Victor Jones, personaggio di assoluto rilievo nel panorama jazzistico internazionale come dimostrano gli oltre cento dischi cui ha partecipato sia come leader sia come sideman; alle percussioni Rogerio Boccato che può vantare collaborazioni con Maria Schneider, John Patitucci, Danilo Perez; al  pianoforte Art Hirahara già leader in trio e in quartetto con Linda Oh e Donny McCaslin; Will Calhoun  vincitore di decine di premi tra cui il ‘Buddy Rich Jazz Masters Award for outstanding performance by a drummer’ all’Udu nigeriano e shaker nel brano n. 7 (“Samba da Benção”) …e naturalmente quel Paul Ricci, alle chitarre sulle cui eccelse qualità mi sono già soffermato diverse volte su questi stessi spazi.
Secondo punto di forza, la bellezza del repertorio. In cartellone ben sette composizioni di Antonio Carlos Jobim tra cui le notissime “A Felicidade” che apre l’album, “Dindi”, “Desafinado” e “Triste”, mentre gli altri sei pezzi completano un magnifico affresco dei maggiori compositori brasiliani chiamando in causa Baden Powell (“Samba da Benção”), Chico Buarque (“Morro Dois Irmãos”), Toninho Horta (“Mocidade”), Filó Machado (“Jogral”), Alcyvando Luz e Carlos Coqueijo (“É Preciso Perdoar”).
In terzo luogo, ma non certo in ordine d’importanza, l’eccellente livello delle esecuzioni che come sottolinea lo stesso titolo dell’album non si limita ad una mera riproposizione della bossa-nova ma introduce ben individuabili elementi jazzistici nelle celebri melodie brasiliane (si ascolti a mo’ di esempio con quanta pertinenza le note del coltraniano “Lonnie’s Lament” vengano utilizzate per introdurre “É Preciso Perdoar”).

Il risultato è affascinante. La Minnozzi si conferma interprete sensibile, sorretta da una tecnica vocale di rilievo che le consente di ascendere senza difficoltà alcuna alle  note più alte, brava anche nello scat (la si ascolti in “Mocidade”) e cosa non proprio comune perfettamente in grado di esprimersi sia in perfetto portoghese sia in perfetto inglese; la sua voce, a tratti lievemente nasale, si staglia stentorea sul meraviglioso tappeto armonico-ritmico disegnato dai compagni di viaggio, sulla scorta di pregevoli arrangiamenti cui non è di certo estranea la mano di Paul Ricci. E di rilievo il modo in cui riesce a colloquiare con i compagni di viaggio: certo l’intesa con Paul Ricci è cementata da anni di fruttuosa collaborazione ma con gli altri no. Eppure l’intesa è perfetta: si ascolti come riesce a interloquire con le improvvisazioni di Hirahara in “Vivo Sonhando” (Jobim).
E le perle offerte dalla vocalist si succedono senza soluzione di continuità fino al conclusivo “Dindi” di Jobim impreziosito da un ispirato arrangiamento, di sapore blues.
Insomma un album di assoluto spessore, forse il migliore nella già prestigiosa carriera della Minnozzi.

Si ringrazia Chris Drukker per la photogallery di Mafalda Minnozi

                                                           *****
Trombonista abruzzese, classe 1983, Francesco Di Giulio è sulle scene jazzistiche oramai da parecchi anni.
Dopo la maturità scientifica conseguita nel 2002, si dedica interamente alla musica, al jazz. Così nel 2007 ottiene una borsa di studio presso i seminari estivi di Siena Jazz e successivamente partecipa ad un International Jazz Master a Siena. Nel 2009 ottiene il Diploma Accademico di primo livello in Jazz, Musiche improvvisate e Musiche del nostro tempo (Triennio Superiore Sperimentale di I livello) presso il Conservatorio di Musica “G. B. Martini” di Bologna. L’anno successivo vince una borsa di studio presso la New Bulgarian University in cui ha l’occasione di studiare, tra gli altri, con Glenn Ferris. L’attività professionale vera e propria inizia già nei primissimi anni 2000 e negli ultimi dieci anni si è notevolmente intensificata con la partecipazione, tra l’altro, a numerosi gruppi e orchestre sia come I trombone, sia come side-man, sia come compositore.
Per conoscerlo meglio ecco tre album, registrati in periodi diversi.
Cuneman – “Tension and Relief” UR Records è il secondo capitolo del progetto musicale Cuneman che in questa occasione cambia radicalmente pelle: non più il quartetto composto da sax, tromba, contrabbasso e batteria del primo disco del 2018 ma una formazione allargata a sei, con l’aggiunta del trombone suonato proprio da Francesco Di Giulio e del susafono nelle sapienti mani di Mauro Ottolini. Il risultato è eccellente in quanto il gruppo conserva le sue caratteristiche migliori, vale a dire una sapiente ricerca sulle armonie senza scivolare nel banale, con una giusta considerazione del passato ma con più di un occhio rivolto al free jazz. In quest’ambito particolarmente positivo l’inserimento di Di Giulio che riesce a ben dialogare con i compagni di viaggio (si ascolti il suo assolo in “Schifano”). Il gruppo sarà impegnato il prossimo 18 agosto alla Civitella di Chieti.

Completamente diverso il secondo album, “Mo’ Better Band” – “Li vuoi quei kiwi?”
La Mo’ Better Band nasce nel 2003 da un’idea di Fabrizio Leonetti, fondatore e sassofonista del gruppo: l’obiettivo era fondere la versatilità e l’organico tipici della classica banda italiana, con l’energia di un repertorio principalmente funky con “ammiccamenti” al jazz. Il tutto portato per le strade, in mezzo alla gente, per farla ascoltare anche a chi non è un appassionato di jazz.  Il nome della band proviene da ‘Mo’ Better Blues’, il brano eseguito, nell’omonimo film di Spike Lee del 1990, dal Brandford Marsalis Quartet. Di Giulio entra nella band nel 2007 nella duplice veste di strumentista e compositore ed in questo album firma il brano d’apertura (“Jam”) e quello di chiusura (“Soul In Da Hole”) a conferma di un apporto tutt’altro che marginale, come evidenziato anche dal convincente assolo nella title track.
Determinante è invece il ruolo di Di Giulio nel terzo album, “Re-Birth of The Cool” il cui contenuto musicale è già chiaramente espresso nel titolo. Si tratta, infatti, della rilettura dello storico album di Miles Davis pubblicato nel 1957 dalla Capitol Records che raccoglie le registrazioni effettuate tra il 1949 e il 1950 dal “nonetto”, capitanato da Miles Davis con gli arrangiamenti di Gil Evans. Come sottolineato dall’amico e collega Fabio Ciminiera “sulla scorta delle trascrizioni del trombonista Francesco Di Giulio e della sua conduzione e, va da sé, sulla scia delle registrazioni originali è stato costituito un nonetto fedele all’originale, con l’incontro tra musicisti jazz e classici e con alcuni dei solisti emergenti della scena abruzzese-marchigiana”. Confrontarsi con un’impresa del genere non era certo impresa facile e il trombonista-leader in questa occasione ne è uscito più che bene; sotto la sua conduzione il gruppo ha evidenziato un buon affiatamento generale e i musicisti hanno avuto modo di esplicitare appieno le proprie potenzialità data la scelta, effettuata allo stesso Di Giulio, di dare maggiore spazio agli assolo mantenendo inalterate per il resto le strutture architettate all’epoca. Ulteriore elemento che rende particolarmente riuscito l’album, il fatto che è stato registrato dal vivo il 21 giugno del 2012 durante un concerto alla Villa Comunale di Roseto degli Abruzzi.

Gerlando Gatto

CORINALDO JAZZ – 22°Edizione

Due eventi di qualità per gli appassionati di musica jazz: Corinaldo Jazz, il tradizionale festival estivo ospitato tra le mura di uno dei borghi più belli d’Italia, è alle porte. Le serate concerto saranno due, il 2 e il 5 agosto, nello splendido scenario di Piazza del Terreno, nel pieno centro di Corinaldo, alle ore 21.45. Il festival, organizzato dall’associazione culturale Round Jazz, è alla ventiduesima edizione e vanta come sempre nomi di spicco del panorama jazzistico italiano e internazionale.

Si parte domenica 2 agosto con Francesco Cafiso che celebrerà Charlie “Bird” Parker nel centenario dalla nascita: concerto, dal titolo “Confirmation”, ispirato al celebre brano di uno dei mostri sacri del sassofono, vedrà esibirsi un quintetto stellare con Francesco Cafiso al sassofono, Alessandro Presti alla tromba, Andrea Pozza al piano, Aldo Zunino al contrabbasso e Luca Caruso alla batteria. Poco da dire su Parker, il più influente jazzista di sempre insieme a Armstrong e Davis, inventore del bebop e maestro di stile e suono per generazioni di musicisti. Nonostante la pandemia, infatti, molti artisti nel mondo stanno celebrando il suo anniversario. Francesco Cafiso, al sax da quando ha 6 anni, ha lavorato ad altissimi livelli fin da piccolo: a 13 anni il trombettista americano Wynton Marsalis lo coinvolge nel suo tour europeo, a 14 è ospite d’onore al festival di Sanremo e questi sono solo gli esordi di un ottimo musicista, eletto “ambasciatore della musica jazz italiana nel mondo” nel 2009. Molto alto il livello anche per gli altri componenti del quintetto, noti all’estero e assai richiesti sulla scena internazionale.

Il secondo appuntamento è per mercoledì 5 agosto con Michele Samory e il suo “Jazz Mike Around the World”. Numerosa e ricca la band che accompagna il giovane trombettista, compositore e vocalist marchigiano (precisamente di Corinaldo, ndr) nel suo disco d’esordio, composta da Massimo Morganti al trombone, Riccardo Federici al sax alto e flauto, Filippo Sebastianelli al sax tenore, Marco Postacchini al sax baritono e clarinetto, Diego Donati a chitarra e banjo, Manuele Montanari al contrabbasso, Tommaso Sgammini al piano, Lorenzo Marinelli alla batteria, Marco Roveti alle percussioni e Sabrina Angelini come special guest vocale. Michele Samory, classe 1990, è ormai musicista di professione, collabora con varie big orchestra e gruppi swing negli Stati Uniti. Nel suo disco, che dà il titolo al concerto, si respira proprio il sapore swing dell’America degli anni ’40.

Come ogni anno, da non perdere i dopo concerto ai 9 Tarocchi dove si scatenano esplosive jam session per musicisti e amanti del jazz.

Posto unico per ogni concerto 10€ con prevendita disponibile sulla piattaforma Vivaticket. In caso di maltempo i concerti saranno annullati e i biglietti rimborsati.

I biglietti possono essere acquistati online www.corinaldojazz.com o in una delle rivendite live ticket https://shop.vivaticket.com/ita/ricercapv

Per informazioni www.corinaldojazz.com; 071.7978636 (Ufficio Turismo comune di Corinaldo); 329 4295102; roundjazz@gmail.com e pagine social del festival.

Corinaldo jazz applica le norme contenute nei protocolli di sicurezza come da DPCM del 17 maggio 2020: consultare il sito www.corinaldojazz.com.

Manu Dibango, Bill Smith e Ray Mantilla: in pochi giorni il jazz perde tre grandi artisti

Continuano i lutti anche nel mondo del jazz, a ulteriore conferma di un inizio d’anno che definire traumatico è semplicemente eufemistico. Mentre il Coronavirus colpisce duramente in tutto il pianeta, ovviamente si continua a morire anche per altre cause; ed ecco quindi che dalla Francia e dagli States ci arrivano le ferali notizie della scomparsa di tre grandi musicisti: il sassofonista Manu Dibango, il clarinettista e compositore Bill Smith e il percussionista Ray Mantilla.

Manu Dibango con Enzo Avitabile

Contrariamente a molte altre occasioni si tratta di tre jazzisti che ho avuto l’opportunità di ascoltare dal vivo ma con i quali non avevo intessuto alcun rapporto personale neanche di “buon giorno e buona sera”. Ve ne parlo, quindi, da semplice cronista e appassionato. Ma procediamo con ordine.

La notizia della scomparsa di Manu Dibango, sassofonista, compositore, vibrafonista e cantante, mi è giunta pochi minuti prima di pubblicare il ricordo di Bill Smith e Ray Mantilla, rendendo, se possibile, la mia giornata più pesante.

Manu Dibango è uno di quegli artisti la cui fama aveva superato i confini del jazz,  grazie al successo internazionale dell’album “Soul Makossa” del 1972, e detiene il non invidiabile primato di essere stato il primo jazzista di fama internazionale ad essersene andato a causa di questa sconvolgente pandemia: era stato ricoverato la scorsa settimana in un ospedale parigino dopo essere stato trovato positivo al test per il coronavirus.

Manu Dibango, affettuosamente soprannominato “Papy Groove”, nasce in Camerun, a Douala il 12 dicembre 1933 per spegnersi a Parigi questa mattina (24 marzo 2020). Evidenzia una grande predisposizione per la musica sin da bambino cosicché, all’età di 15 anni, i suoi lo mandano a studiare musica a Parigi. Qui viene affascinato soprattutto dal jazz e dalla musica della sua terra che mai ha dimenticato. Studia quindi con interesse questi due linguaggi e negli anni sessanta, mentre si sviluppa il movimento africano per l’indipendenza, entra a far parte degli “African Jazz”. In quest’ambito nasce quello stile che lo renderà famoso in tutto il mondo, uno stile che mescola jazz, soul, musica del Congo e dello Zaire, e che trova la sua più esemplare declinazione in quel brano “Makossa” accennato in precedenza. E’ l’inizio di una strepitosa carriera che lo porta a collaborare con moltissimi musicisti e a incidere innumerevoli album. Tra queste collaborazioni ricordiamo quella con il sassofonista napoletano Enzo Avitabile per l’album “Black Tarantella”, e all’annuncio della dipartita dell’amico camerunense, addolorato è stato il suo commento «Purtroppo il mio grande amico Manu Dibango si é spento stamane a causa di questo maledetto virus. Quanti concerti insieme, quanti ricordi. Sono addolorato!». Cordoglio che in queste ore viene manifestato da tanti musicisti e appassionati che hanno avuto modo di apprezzare la carica innovativa insita nella sua musica, quella straordinaria intuizione di capire, ben prima della world music, che la musica africana potesse ben essere esportata negli altri continenti senza alcunché perdere della sia originaria valenza. A conferma di tutto ciò le molteplici nomination al Grammy, le nomine di Ambasciatore dell’Unesco e di Cavaliere delle Arti in Francia, nonché la pubblicazione della sua autobiografia “Tre chili di caffè – vita del padre dell’afro music” per i tipi in Italia della Edt.

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Bill Smith

William Overton Smith, detto “Bill”, nasce il 22 settembre del 1926 a Sacramento ma cresce a Oakland, California. Scompare nella sua casa di Seattle, all’età di 93 anni, per le complicazioni di un tumore alla prostata, dopo una lunga e straordinaria carriera che l’ha visto tra i protagonisti assoluti del jazz contemporaneo.

Comincia a studiare il clarinetto all’età di 10 anni, a 13 costituisce un gruppo di musica da ballo, a 15 fa parte della Oakland Symphony. A seguito di approfonditi studi, diversifica i suoi interessi occupandosi sia di jazz sia di musica colta. Così negli anni ’50 si afferma sulle scene del West Coast Jazz accanto al pianista Dave Brubeck del cui gruppo è una colonna importante. Contemporaneamente il suo ‘Five Pieces for Clarinet Alone’ diviene nel 1959 la prima composizione, mai registrata, con uso di suoni multipli per clarinetto. Nello stesso anno realizza presso i Columbia-Princeton Electronic Music Studios di New York il primo lavoro che integra una esecuzione del clarinetto dal vivo con un nastro registrato composto da suoni dello stesso clarinetto trasformati. Alcuni anni dopo partecipa, con Paul Ketoff a Roma, allo sviluppo del primo sintetizzatore elettronico portatile e del primo microfono per clarinetto. Nel 1960 completa il suo catalogo di oltre 200 suoni multifonici per clarinetto. All’attività di musicista affianca quella di didatta: dal 1966 dirige presso l’Università di Washington il Contemporary Music Ensemble.

Oltre cinquanta i dischi incisi con le etichette Columbia, Rca, New World, Contemporary Crystal e Edipan. A conferma della sua straordinaria statura di musicista da segnalare che Luigi Nono gli ha dedicato il suo concerto per clarinetto.

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Ray Mantilla – ph Arturo Di Vita

Completamente diverso il percorso artistico di Ray Mantilla, batterista e percussionista di origine cubana molto conosciuto in Italia per aver inciso a lungo con la Red Record di Sergio Veschi e aver lavorato sia con il M’Boom Re Percussion fondato da Max Roach, sia con altri grandissimi jazzisti quali, tanto per fare qualche nome, Tito Puente, Art Blakey, Max Roach, Gato Barbieri, Charles Mingus, Herbie Mann, Bobby Watson, Cedar Walton, Muhal Richard Abrams, Ray Barretto…Negli anni ’80 costituisce la sua Ray Mantilla Space Station, con cui raggiunge risultati di assoluto livello. Insomma un vero e proprio gigante delle percussioni amato e apprezzato in tutto il mondo.

Ray Mantilla nasce nel 1934, nel South Bronx, e già all’età di vent’anni, si esibisce a New York, con uno stile del tutto personale che riesce a fondere le sue radici afro-cubane con il linguaggio jazz contemporaneo dell’epoca. Il successo come side-man arriva quando comincia a collaborare con Art Blakey ed i Jazz Messengers, con cui rimane per diverso tempo negli anni ’70. Debutta come solista nel 1978 con ‘Mantilla’ per la Inner City (con Eddie Gomez al basso, Joe Chambers alla batteria, Car Ratzer alle chitarre e Jeremy Steig nella duplice veste di flautista e produttore) ma bisognerà attendere il 1984, quando viene pubblicato “Hands of Fire” (Red Records), perché la carriera da solista acquisti definitivo slancio. Da questo momento Mantilla si dedica quasi esclusivamente a gruppi da lui guidati tra cui la “European Space Station” formata da musicisti italiani

Nel 2017 il suo ultimo album, “High Voltage” per Savant Records con Jorge Castro al sax baritono e flauto, Cucho Martinez al basso, Diego Lopez alla batteria, Edy Martinez al piano, Ivan Renta al sax tenore e soprano e Guido Gonzalez alla tromba e flicorno.

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Jimmy Heath

E consentitemi in questa sede di ricordare un altro grande scomparso il 19 gennaio scorso a 93 anni, per cause naturali: il sassofonista Jimmy Heath, vera e propria leggenda del jazz americano. Conosciuto nell’ambiente come ‘Little Bird’ per l’influenza che Charlie ‘Bird’ Parker ebbe sul suo passaggio al sassofono tenore, Jimmy nasce il 25 ottobre 1926 a Filadelfia, Pennsylvania, in una famiglia evidentemente baciata dalla dea dell’arte dal momento che la sorella diventa pianista e i due fratelli Percy e Albert rispettivamente bassista e batterista.

Jimmy si interessa alla musica sin da giovanissimo e a 13 anni ha in dono il suo primo sassofono da cui mai si separerà. Negli anni ‘50 anch’egli ha problemi con la droga e viene condannato a quattro anni e mezzo di prigione per spaccio. Fortunatamente si libera dalla dipendenza e impara a suonare il flauto, approfondendo gli studi di composizione e arrangiamento. Il suo primo album, «The Thumper», risale al 1959 e accanto al sassofonista ci sono il fratello Albert, Paul Chambers al basso, Nat Adderley alla cornetta, Wynton Kelly al piano, Curtis Fuller al trombone. A partire dai primissimi anni ’60, Jimmy Heatyh rimane sulla cresta dell’onda lavorando con nomi come Miles Davis, John Coltrane e Dizzy Gillespie. In particolare nel 1975, forma con i fratelli il gruppo “Heath Brothers”, comprendente anche il pianista Stanley Cowell.

Nel corso della sua lunga carriera Heath partecipa sia come side-man sia come leader ad oltre 100 album, ottenendo tre Grammy Nomination e un dottorato onorario in Lettere Umanistiche presso il “Queens College, City University of New York”.

 Gerlando Gatto

I nostri CD

Carla Bley – “Life Goes On”- ECM 2669
Carla Bley con il fido Steve Swallow al basso e Andy Sheppard ai sax tenore e soprano sono i protagonisti di questo nuovo album registrato nel maggio del 2019 a Lugano. In repertorio tre suite intitolate rispettivamente “Life Goes On”, “Beautiful Telephones” e “Copycat” tutte composte dalla stessa Bley. Chi ha seguito negli anni la Bley, sa bene come ad onta dei suoi ottantaquattro anni, l’artista di Oakland conservi intatta la sua straordinaria vena creativa e una stupefacente capacità di arrangiare e presentare in forme sempre originali le sue composizioni. Altro dato che si può ricavare dall’ascolto di questo suo ultimo lavoro, è la consapevolezza raggiunta dall’artista di poter finalmente trarre le fila di un discorso portato avanti oramai da molti anni. In effetti la musica che si ascolta soprattutto nella prima suite rappresenta un po’ la cifra stilistica della Bley in cui il blues viene coniugato con una certa malinconia di fondo che ben si affianca a quella carica iconoclasta e ironica che nel passato aveva caratterizzato molte composizioni della pianista. Ed ecco infatti la seconda suite che nel polemico titolo “Beautiful Telephones” richiama quella assurda espressione del presidente Trump che installandosi nello studio ovale della Casa Bianca, fu colpito soprattutto dai telefoni che definì “i più bei telefoni che abbia mai visto in vita mia”. Comunque, al di là di tutto, la musica di Carla Bley convince ancora una volta per la straordinaria carica di eleganza, modernità, coerenza in essa contenuta nonché per aver creato un jazz cameristico – se mi consentite il termine – che dovrebbe mettere d’accordo gli amanti del jazz e quelli della musica “colta” dati gli espliciti riferimenti a quel coté artistico che la Bley spesso mette in campo. Ovviamente la bella riuscita dell’album è dovuta anche alla personalità artistica dei due compagni di viaggio. Steve collabora con la Bley oramai da venticinque anni e la loro intesa è parte integrante di ogni loro album dato il peso specifico che il bassista riesca ogni volta ad assumere (lo si ascolti soprattutto nel primo movimento della “Beautiful Telephones”); dal canto suo Andy Sheppard è in grado di inserirsi autorevolmente e coerentemente nel fitto dialogo pianoforte-basso.

Paolo Damiani – “Silenzi luterani” – Alfa Music 214
Due i riferimenti colti esplicitati dallo stesso Damiani nelle note che accompagnano il CD: da un lato la Riforma di Martin Lutero che nel 1517 si staccò dalla Santa Sede romana introducendo il canto in chiesa di tutti i fedeli e componendo egli stesso musica, dall’altro l’evocazione nel titolo del CD… e non solo, delle “Lettere Luterane” di Pier Paolo Pasolini, articoli scritti nel 1975 e pubblicati sul Corriere della Sera. Ambedue, Lutero e Pasolini, si scagliavano contro i mali della società ovviamente delle rispettive epoche: ebbene, Damiani con la sua musica intende protestare contro uno stato di cose per cui l’indignazione non basta più. Di qui una musica a tratti sghemba, difficile, ma di sicuro fascino, impreziosita dal fatto che viene liberamente interpolata con frammenti melodici scritti da Lutero e testi di Pasolini. Ancora una volta Damiani evidenzia la sua ottima conoscenza del mondo musicale, inteso nell’accezione più ampia del termine, riuscendo così a far convivere nella stessa espressione artistica echi di mondi assai lontani con suggestioni derivate dal presente, in un gioco di incastri, di rimandi che disegnano un universo davvero senza confini. Insomma un’operazione tutt’altro che banale per la cui riuscita era necessaria una perfetta intesa degli esecutori. Ecco quindi la formazione posta in campo da Damiani, formata dai migliori ex allievi del dipartimento jazz del conservatorio di Santa Cecilia, dipartimento fondato e guidato dallo stesso Damiani fino al 2018: quattro voci capitanate da Daniela Troilo (in questa sede anche arrangiatrice), Erica Scheri al violino, Lewis Saccocci al pianoforte, Francesco Merenda alla batteria cui si aggiunge, in veste di ospite, Daniele Tittarelli ai sassofoni. In repertorio sette brani, tutti composti dal leader, registrati in occasione di due concerti tenuti presso la Sala Accademia del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma e la Sala Concerti della casa del Jazz di Roma, nel 2017.

Vittorio De Angelis – “Believe Not Belong” – Creusarte Records
Una delle strade maestre su cui oramai si è indirizzato il jazz è quella di far confluire in un unico linguaggio input derivanti da varie fonti, soprattutto jazz mainstream, soul e funk. Certo, se la strada è la stessa, il modo di percorrerla è diverso ed è proprio su questo parametro che si può valutare oggi la valenza di una esecuzione. Da questo punto di vista, l’album in oggetto si lascia ascoltare non tanto per l’originalità delle composizioni (7 brani tutti composti dal leader sassofonista, flautista e compositore napoletano) quanto per il particolare organico. De Angelis ha infatti scelto di puntare sul “double trio” vale a dire due batterie, due tastiere, due fiati; manca il bassista in quattro dei sette brani sostituito dai due tastieristi (Domenico Sanna al basso sinth e Sebi Burgio al piano basso Rhodes). Insomma due trio indipendenti che suonano assieme e che proprio per questo producono una sonorità particolare, pregio principale di queste registrazioni. E non è poco ove si tenga conto che si tratta del primo album di Vittorio De Angelis leader, il quale, tra l’altro ha avuto l’intelligenza di chiamare accanto a sé musicisti di livello tra cui Domenico Sanna pianista di Gaeta, classe 1984, che ha già collaborato con musicisti di livello internazionale quali Steve Grossman, Rick Margitza, Dave Liebman, JD Allen, Greg Hutchinson; Seby Burgio, altro talentuoso tastierista (Siracusa 1989 ) che può vantare collaborazioni con, tra gli altri, Larry James Ray, Tony Arco, Michael Rosen, Alfredo Paixao; Francesco Fratini uno dei più promettenti trombettisti italiani e Takuya Kuroda trombettista e arrangiatore giapponese, classe 1980, che incide per la Blue Note e ha già al suo attivo cinque album sotto suo nome.

e.s.t. – “Live in Gothenburg” – ACT 9046 2
Ascoltando queste registrazioni effettuate live il 10 Ottobre del 2001 alla Concert Hall di Gothenburg si rinnova il rimpianto per aver perso troppo presto e in maniera davvero assurda un talento come Esbjörn Svensson qui accompagnato dai fidi partner Dan Berglund al basso e Magnus Ostrom alla batteria. Siamo negli anni in cui il trio sta consolidando il proprio essere gruppo omogeneo, compatto in grado di dire qualcosa di nuovo nel pur affollato panorama dei trii piano-basso-batteria. Ciò ovviamente per merito di tutti e tre i musicisti ma in modo particolare, del leader, il pianista Esbjörn Svensson affermatosi in brevissimo tempo come uno dei più fulgidi talenti del piano jazz a livello internazionale. In questo concerto, poi riportato sul doppio CD in oggetto, il trio rivisita alcuni dei brani contenuti nei due album già usciti in quel periodo, vale a dire “From Gagarin´s Point of View” del 1999 e “Good Morning Susie Soho” del 2000. E si è trattato di una performance davvero molto rilevante se lo stesso Svensson aveva più volte dichiarato di considerare questo concerto uno dei migliori della sua carriera. E come dargli torto? La musica è assolutamente ben costruita, ben arrangiata e altrettanto ben eseguita con i tre artisti che si ascoltano e interagiscono con immediatezza e pertinenza. Ascoltando in sequenza tutti e gli undici brani dei due CD è davvero difficile, se non impossibile, capire quando i tre improvvisano e quando seguono qualcosa di stabilito in precedenza. E non credo di esagerare affermando che dopo i mitici trii di Bill Evans, che hanno rivoluzionato il modo di concepire il combo piano-batteria-contrabbasso, questa di Svensson e compagni sia stato la formazione che più di altre è riuscita a dire qualcosa di nuovo e originale in materia.

Giovanni Falzone – “L’albero delle fate” – Parco della Musica
Il trombettista Giovanni Falzone, il pianista Enrico Zanisi, il contrabbassista Jacopo Ferrazza e il batterista Alessandro Rossi sono i protagonisti di questo album registrato nel febbraio del 2019 all’Auditorium Parco della Musica di Roma. La musica è di segno naturistico, se mi consentite l’espressione, in quanto Giovanni per comporla si è ispirato ai sentieri, ai grandi sassi, agli alberi, agli animali, ai colori, alle fonti d’acqua che vivificano il lago di Endine, in provincia di Bergamo, dove il trombettista ama trascorrere parte del suo tempo libero. Di qui nove brani che lo stesso Falzone definisce “cartoline sonore”; ma attenzione, quanto fin qui detto non tragga in inganno ché quella di Falzone resta una musica ben lontana dal New Age e viceversa ben ancorata alle grandi tradizioni del jazz. Così nel suo linguaggio è possibile riscontrare echi di Armstrong così come, per venire a tempi a noi più vicini, di Kenny Wheeler, di Enrico Rava (al quale in occasione dell’ottantesimo compleanno il 20 agosto scorso ha dedicato una intensa ballad), di Miles Davis (ma quale trombettista non è stato influenzato da Miles?). Quindi un jazz ora vigoroso (“Il mondo di Wendy”), ora più intimista (“Capelli d’argento”) ma sempre splendidamente suonato e arrangiato. Frutto evidente dell’intesa che si respira nel gruppo in cui tutti si esprimono al meglio delle rispettive possibilità.

Claudio Fasoli – “The Brooklyn Option” – abeat 206
Questo album è in realtà la riedizione di un CD pubblicato nel 2015; quindi, dal punto di vista del contenuto musicale, nessuna novità; cambia, invece, la copertina adesso rappresentata da una bella foto scattata dallo stesso Fasoli. Il sassofonista è reduce da una serie di brillanti riconoscimenti: nel 2018 ha vinto il Top Jazz come musicista dell’anno mentre nel 2017 il suo album “Selfie” sul mercato francese è stato votato dalla rivista “JazzMagazine” come “disco shock” del mese. In questa occasione è alla testa di un quintetto all stars comprendente Ralph Alessi alla tromba, Matt Mitchell al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e Nasheet Waits alla batteria. Fasoli è in forma smagliante sia come compositore sia come esecutore. In effetti tutti e tredici i brani contenuti nell’album sono da lui stesso firmati e ci mostrano un musicista maturo, assolutamente consapevole dei propri mezzi ed in grado di scrivere musica a tratti coinvolgente, sempre, comunque, interessante e ben lontana dal ‘già sentito’. Ovviamente almeno parte di queste positive valutazioni dipende anche dall’esecuzione: ebbene al riguardo occorre sottolineare come il gruppo funzioni a meraviglia, con un altissimo grado di interplay che consente ai musicisti di muoversi in assoluta libertà, certo che il compagno di strada saprà quasi percepire in anticipo le sue proposte e sarà quindi in grado di condurle alle finalità desiderate. Straordinario, al riguardo, il modo in cui tromba e sassofono dialogano e suonano anche all’unisono sul filo di un idem sentire non facilissimo da raggiungere. Ancora una volta Alessi si qualifica come una delle più belle e originali voci trombettistiche degli ultimi anni. E non c’è un solo momento nel disco che non si percepisca questa intesa, questa gioia di suonare assieme. Tali caratteristiche si colgono sin dall’inizio, vale a dire dai tre movimenti che compongono la suite “Brooklyn Bridge”, aperta da una esposizione del tema armonizzata dai fiati che lasciano quindi spazio alla sezione ritmica con Mitchell, Gress e Waits a dimostrare quanto sia meritata la fama raggiunta nel corso degli ultimi anni.

Luca Flores – “Innocence” – Auand 2 cd
Ascoltare un inedito di Luca Flores è sempre emozionante e non solo per le vicende umane legate alla prematura scomparsa dell’artista, quanto perché la sua musica è come una sorta di scrigno contenente delle perle rare e preziose. Ovviamente anche quest’ultimo doppio album non sfugge alla regola: sedici tracce inedite incise da Luca Flores tra il 1994 e il 1995 di grande livello. Ma prima di spendere qualche parola sul contenuto artistico di “Innocence” vorrei ringraziare, a nome di tutti gli appassionati di jazz, l’amico Luigi Bozzolan, anch’egli valente pianista, il quale da tempo si sta adoperando per illustrare al meglio il lavoro di Flores, Stefano Lugli, il sound engineer che aveva curato quelle registrazioni, e Michelle Bobko, che ne aveva conservate delle copie, per aver ritrovato questo materiale e averlo regalato all’ascolto di noi tutti. E un doveroso riconoscimento va anche al pianista Alessandro Galati che ha curato selezione e mastering dell’opera. Il titolo di questo doppio cd è quello che Luca aveva indicato al produttore Peppo Spagnoli della Splasc(H) per quello che sarebbe stato il suo nuovo lavoro, un disco dedicato alla sua infanzia in Mozambico e che prevedeva un organico allargato con violoncello, percussioni, vibrafono e armonica, nonché la voce di Miriam Makeba. Data la complessità del progetto, dai costi piuttosto elevati, si decise di pubblicare un piano solo (“For Those I Never Knew”, edito da Splasch Records), con l’aggiunta di nuove tracce registrate il 19 marzo 1995; il pianista sarebbe scomparso dieci giorni dopo cosicché l’album uscì postumo. Tornando a “Innocence” i due CD si differenziano per un particolare non secondario: il primo è dedicato a brani mai incisi mentre il secondo presenta versioni alternative di pezzi già registrati. Ovviamente ciò nulla toglie all’omogeneità delle registrazioni che ci restituiscono ancora una volta un musicista straordinario dal punto di vista sia tecnico sia interpretativo. Il suo pianismo è sempre lucido, fluido, mai teso a stupire l’ascoltatore ma sempre rivolto ad esprimere il proprio io, la propria anima. Di qui una capacità di scavare all’interno di ogni singolo brano che solo i grandi possiedono. Si ascolti al riguardo come sia riuscito a fondere in un unicum “Broken Wing” e “Lush Life” e come dimostri di saper padroneggiare diversi stili, dal bop di “Work” di Thelonious Monk e “Donna Lee” di Charlie Parker, allo swing di “Strictly Confidential” fino ad un pianismo di marca intimista in “Kaleidoscopic Beams” impreziosito da un unisono piano/voce prima e dopo il lungo assolo e “Silent Brother” che chiude degnamente il cd.

Jan Garbarek, The Hilliard Ensemble – “Remember me, my dear” – ECM New Series 2625
Ho conosciuto personalmente Jan Garbarek nel 1982 quando abitavo in Norvegia; in quella occasione l’ho trovato persona squisita, cortese, sensibile…oltre che straordinario musicista. E questa valutazione sull’artista nel corso degli anni non è mutata di una virgola…anzi. Quest’ultimo album mi conferma vieppiù nel considerare Jan Garbarek uno dei musicisti più originali, maturi, straordinari degli ultimi decenni. Ancora una volta accanto all’Hilliard Ensemble (questo è il quinto album da loro inciso nel corso degli ultimi ventisei anni), il sassofonista norvegese ci regala un’altra rara perla, una musica assolutamente inconsueta che affascina chi mantiene mente e cuore aperti. Qui non c’è più la distinzione tra generi: non si tratta di jazz, di musica classica, di folk, di musica religiosa ma di una straordinaria miscela di suoni, ricca di pathos, che ci trasporta in una dimensione trascendente l’attualità per instaurare un colloquio diretto con l’anima di chi ascolta. Ecco quindi un repertorio che abbraccia un lunghissimo arco di tempo, con quattordici brani di cui due firmati rispettivamente da Christ Komitas e Nikolai N. Kedrov autori a cavallo tra Otto e Novecento, cinque di autore anonimo, uno a testa per Guillaume le Rouge, maestro Pérotin, Hildegard von Bingen, Antoine Brumel tutti databili da 1098 al 1500,lo splendido “Most Holy Mother of God” di Arvo Pärt, più due composizioni originali dello stesso Garbarek. L’apertura è affidata a “Ov zarmanali” inno battista del religioso armeno Christ Komitas, interpretato da Garbarek in solitudine ed è questo il brano in cui si ascolta maggiormente il sax soprano del musicista norvegese, dal momento che negli altri pezzi a prevalere sono sostanzialmente le voci. Particolarmente degna di nota l’”Alleluia Nativitas” del Maestro Perotino. Un’ultima notazione: la registrazione, effettuata nella Chiesa della Collegiata dei SS.Pietro e Stefano di Bellinzona risale all’ottobre del 2014; come mai è stata pubblicata solo adesso?

Ghost Horse – “Trojan” – Auand 9090
Ecco la nuova formazione posta in essere sulle orme del precedente gruppo “Hobby Horse” dal sassofonista Dan Kinzelman con Filippo Vignato al trombone, Gabrio Baldacci alla chitarra baritona, Joe Rehmer al basso elettrico, Stefano Tamborrino alla batteria e Glauco Benedetti all’eufonio e alla tuba. Come si nota un organico piuttosto insolito così come insolita è la musica proposta. Una musica che trae spunti dal jazz, dal rock, dalla psichedelia cui si riferisce la frequente reiterazione di brevi frasi musicali che finiscono per ottenere un effetto in bilico tra l’onirico e l’ipnotico. Il tutto impreziosito da una intelligente ricerca sul suono, sulla timbrica e sulla dinamica particolarmente evidente nel brano di chiusura “Pyre” di Kinzelman (autore di cinque degli otto brani in repertorio) caratterizzato sul finire da quella reiterazione cui prima si faceva riferimento. Ma è l’intero album che si fa ascoltare con interesse dal primo all’ultimo minuto. Così, tanto per citare qualche altro titolo, la title track che apre l’album evidenzia la volontà del gruppo di non fermarsi su terreni particolarmente frequentati e di ricercare da un canto una propria specificità con frasi oblique, sghembe, tutt’altro che scontate, dall’altro una dimensione quasi orchestrale con un crescendo in cui tutti i componenti il sestetto hanno modo di mettersi in luce. In “Il bisonte” è in primo piano il sound così particolare della tuba utilizzata in un ruolo tutt’altro che coloristico. Convincente l’impianto narrativo di “Five Civilized Tribes” con in primo piano Gabrio Baldacci e Stefano Tamborrino autore del brano. Più legato a stilemi tradizionali, ma non per questo meno affascinante, “Hydraulic Empire” con un Vignato in grande spolvero mentre in “Dancing Rabbit” è in primo piano la sezione ritmica di Tamborrino e Rehmer. Per chiudere una menzione la merita anche la crepuscolare “Forest For The Trees” (di Kinzelman) in cui si avverte forse più che altrove quel fine lavoro di cesello cui si dedicano i fiati.

Rosario Giuliani – “Love in Translation” – VVJ 133
Una sezione ritmica tra le migliori del jazz non solo italiano (Dario Deidda basso e Roberto Gatto batteria; li si ascolti in “Hidden force of love”) e una front line costituita da due grandi performer quali Rosario Giuliani ai sax alto e soprano e Joe Locke al vibrafono: ecco in poche righe spiegati i motivi del perché questo album si percepisce con grande piacere. Come solo i grandi musicisti sanno fare, i brani si susseguono con scioltezza e si ha l’impressione che tutto sia facile anche quando, ascoltando più attentamente, si scopre che le cose non stanno proprio così. In effetti gli arrangiamenti sono tutt’altro che banali e il modo di interloquire vibrafono-sax è il frutto di un’intesa assai solida, cementificata da un ventennio di collaborazione che i due intendono festeggiare proprio con l’uscita di questo album. Il repertorio è quanto mai variegato passando da classici del jazz (“Duke Ellington’s Sound of Love” di Charles Mingus, o “Everything I Love” di Cole Porter”) a hit della musica pop quali “I Wish You Love”, versione inglese della celeberrima “Que reste-t-il de nos amours?” di Charles Trenet o quel “Can’t Help Falling In Love” di Peretti-Creatore-Weiss che inopinatamente troveremo anche nel CD di Oded Tzur di cui si parla più in basso; a questi si aggiungono alcuni original quali “Raise Heaven” dedicato da Joe Locke a Roy Hargrove e “Tamburo” di Rosario Giuliani per l’amico Marco Tamburini. Come prima sottolineato, tutti e dieci i brani in repertorio si ascoltano con molta piacevolezza, tuttavia mi ha particolarmente impressionato il dialogo di sax e vibrafono in “Can’t Help Falling In Love” e le modalità con cui il gruppo nella sua interezza ha approcciato un brano non facile come il mingusiano “Duke Ellington’s Sound of Love”.

Wolfgang Haffner – “Kind of Tango” – ACT 9899-2
Ad alcuni sembrerà forse strano che dei musicisti nordeuropei si interessino di tango, ma si tratta di una impressione totalmente errata. In effetti il Paese dove il tango è più frequentato, ascoltato, ballato – ovviamente al di fuori dell’Argentina – è un Paese del Nord Europa e precisamente la Finlandia. Chiarito questo equivoco, con questo album siamo in terra di Germania dove il batterista Wolfgang Haffner ha costituito un gruppo di stelle a livello internazionale per affrontare un repertorio piuttosto impegnativo dal momento che sotto l’insegna del tango si ascoltano sia brani di compositori celebri come Astor Piazzolla, Gerardo Matos Rodriguez sia original dei componenti il sestetto. Ecco quindi uno accanto all’altro il già citato Haffner, gli altri tedeschi Christopher Dell al vibrafono e Simon Oslender al piano, il francese Vincent Peirani all’accordion, gli svedesi Lars Danielsson al basso e cello e Ulf Wakenius alla chitarra, “rinforzati” dalla presenza in alcuni brani dei tedeschi Alma Naidu vocalist e Sebastian Studnitzky trombettista, dello svedese Lars Nilsson flicorno e del sassofonista statunitense Bill Evans. E c’è un altro equivoco da chiarire. In questo caso non si tratta della m era riproposizione delle atmosfere tipiche del tango, quanto di un’operazione un tantino più complessa e ben illustrata dallo stesso batterista quando afferma che per lui ascoltare e scrivere un tango non è una semplice traduzione in musica di ciò che ha sentito ma l’assorbire e l’adattare degli input ricevuti in un processo da cui può scaturire qualcosa di nuovo e contemporaneo. Ed in effetti ascoltando la riproposizione dei tanghi più celebri da tutti conosciuti quali “La Cumparista”, “Libertango” e “Chiquilin de Bachin” da un lato non c’è quel pathos che caratterizza le esecuzioni di un Astor Piazzolla, dall’altro si avverte la volontà di distaccarsi dai modelli originari per giungere su spiagge inesplorate. Tentativo riuscito? A mio avviso sì, ma ascoltate e giudicate.

Ayler’s Mood “Combat joy” e Pasquale Innarella “Go Dex”Quartet– aut records 051, 053
Due cd dedicati a due giganti del sax: il Trio Ayler’s Mood, costituito da Pasquale Innarella al sax, Danilo Gallo al basso elettrico e Ermanno Baron alla batteria sono i protagonisti di “Combat Joy”, dedicato ad Albert Ayler, e Pasquale Innarella e “Go Dex Quartet” dedicato a Dexter Gordon. Una sfida molto, molto difficile, quella con i mondi sonori di due grandi sassofonisti molto diversi tra di loro e quindi impossibili da ricondurre ad un unicum. Di qui l’intelligenza poetica – mi si passi il termine – di questi due gruppi e di Innarella che, come sassofonista, ben lungi dal voler imitare l’inimitabile, ha voluto con i suoi compagni di viaggio, piuttosto, rileggere le esperienze dei due grandi artisti. In particolare nel primo album, “Ayler’s Mood”, registrato live durante un concerto a “Jazz in Cantina”, zona Quarto Miglio, Roma, il 22 dicembre del 2018, Innarella (nell’occasione anche al sax soprano) coadiuvato da due eccellenti partner quali Danilo Gallo al basso e Ermanno Baron alla batteria, si rivolge all’universo di Albert Ayler (1936-1970) considerato a ben ragione uno dei massimi esponenti del free anni sessanta; lo stile del musicista di Cleveland era caratterizzato da un vibrato molto aggressivo e da un linguaggio che destrutturava gli elementi fondativi della musica, vale a dire melodia, armonia e timbro. Come affrontare quindi, tale musica senza ricorrere a sterile imitazioni? Lasciandosi andare ad una improvvisazione pura, estemporanea (come sottolineato nella presentazione dell’album) è stata la risposta di Innarella e compagni. Un flusso sonoro di circa un’ora che coinvolge l’ascoltatore in una sorta di viaggio senza meta, assolutamente coinvolgente. I tre suonano liberamente ma con estrema lucidità, in un quadro in cui nessuno ha la prevalenza sull’altro e in cui la musica di Ayler rivive in tutta la sua drammatica attualità con lacerti di free che si alternano con accenni di calypso o di R&B…senza trascurare alcune citazioni ben riconoscibili.
Nel secondo CD, “Go Dex”, Innarella è in quartetto con Paolo Cintio al piano, Leonardo De Rose al contrabbasso e Giampiero Silvestri alla batteria. In questo caso il discorso è completamente diverso e non potrebbe essere altrimenti dato che Dexter Gordon (1923-1990) è stato uno degli alfieri del bebop, un artista straordinario di recente ricordato in un bel volume della EDT di cui ci si occuperà quanto prima. Nell’album Innarella esegue sette composizioni di Dexter Gordon con l’aggiunta di un celeberrimo standard, “Misty” di Errol Garner. Ma è già nel termine “Go Dex” che si vuole omaggiare il sassofonista di Los Angeles dal momento che “Go” è il titolo che lo stesso Dexter volle dare ad un suo album registrato nell’agosto del 1962 con Sonny Clark piano, Butch Warren basso e Billy Higgins batteria. Ma Pasquale non si è fermato qui: Gordon ha scritto pochi brani e Innarella ha voluto, quindi, riproporne almeno una parte tenendosi però ben lontano da una pedissequa imitazione. Quindi non un linguaggio boppistico ma un jazz moderno, attuale, che non disdegna incursioni nel mondo del free. Ecco le prime battute dell’album eseguite secondo stilemi molto vicini al free accanto ad una convincente e canonica interpretazione di “Misty” con sonorità più legate alla tradizione; ecco “Soy Califa” dall’andamento funkeggiante, illuminato da uno splendido assolo di Paolo Cintio accanto al conclusivo “Sticky Wichet” che ci riconduce ad atmosfere molto accese… il tutto senza perdere di vista, in alcun momento, quelli che erano i principi ispiratori di Gordon e che ritroviamo intatti in questo pregevole album.

Keith Jarrett – “Munich 2016” – ECM 2667/68
Passano gli anni ma è sempre un’esperienza appagante ascoltare Keith Jarrett specie su disco (ché dal vivo alcune intemperanze sono francamente insopportabili). In questo doppio CD, registrato alla Philarmonic Hall di Berlino il 16 luglio del 2016, ultima sera di un tour europeo, Jarrett, in totale solitudine, ci presenta una suite in dodici parti dal titolo “Munich” totalmente improvvisata e tre bis, “Answer Me, My Love” (versione inglese della canzone tedesca del 1953, “Mütterlein”), “It’s A Lonesome Old Town” e “Somewhere Over The Rainbow”. Com’è facile immaginare, il Jarrett migliore lo si trova nella prima parte, e soprattutto nel primo movimento dove, in circa quindici minuti di musica magmatica e complessa, il pianista improvvisa liberamente mescolando gli input che oramai da tempo costituiscono gli ingredienti fondamentali della sua cifra stilistica, vale a dire jazz, blues, gospel, folk, musica colta. Ed è davvero un bel sentire: gli intricati percorsi disegnati da Jarrett confluiscono sempre laddove l’artista vuole arrivare, nonostante le spericolate armonizzazioni e la velocissima diteggiatura che alle volte non consentano all’ascoltatore, seppur attento, di immaginare il percorso immaginato dall’artista. E seppur meno intense anche i successivi momenti della suite mantengono davvero alto lo standard esecutivo ed improvvisativo di Jarrett. Leggermente diverso il discorso per i tre brani. Jarrett sembra essersi relativamente placato fino a regalarci una splendida versione del celeberrimo “Over The Rainbow” che da solo vale l’acquisto dell’album.

Lydian Sound Orchestra – “Mare 1519” – Parco della Musica Records
Oramai da tempo la Lydian Sound Orchestra viene a ben ragione considerata una delle migliori big band a livello internazionale e ciò per alcuni validi motivi; innanzitutto la bontà dell’organico che prevede artisti tutti di assoluto spessore quali i sassofonisti Robert Bonisolo, Rossano Emili e Mauro Negri anche al clarinetto, Gianluca Carollo alla tromba e flicorno, Roberto Rossi al trombone, Giovanni Hoffer al corno francese, Glauco Benedetti alla tuba, Paolo Birro al piano e al Fender Rhodes, Marc Abrams al basso e Mauro Beggio alla batteria, Riccardo Brazzale piano e direzione, Bruno Grotto electronics e Vivian Grillo voce. In secondo luogo il grande lavoro svolto da Riccardo Brazzale che è stato capace di mettere assieme una compagine di tutto rispetto e di scrivere per essa arrangiamenti coinvolgenti che non a caso sono stati interpretati dall’orchestra con estrema compattezza. A ciò si aggiunga una sempre lucida scelta del repertorio che anche questa volta è composto sia da composizioni originali del leader sia da composizioni di alcuni grandi della musica come Ellington, Monk, Shorter, Miles Davis, Paul Simon. In più questo album è una sorta di concept dal momento che, come spiegato nelle note, due numeri, 1 e 9, accompagnano nel corso dei secoli i viaggi e i viaggiatori, a partire dall’impresa di Magellano del 1519 ( considerata l’inizio dell’era moderna ) per finire al 2019 quando il mar Mediterraneo continua a raccontare di nascite e di morti; insomma questa volta Brazzale vuole prendere per mano l’ascoltatore e condurlo attraverso quel mar Mediterraneo, testimone delle più importanti vicende dell’umanità, per un viaggio che metaforicamente riproduce alcune fasi della storia del jazz. Di qui una musica immaginifica, travolgente a tratti, sempre improntata alla commistione di più elementi, dal jazz al folk alla musica classica, il tutto impreziosito da una originalità di linguaggio vivificata dal grande livello dei vari solisti cui prima si faceva riferimento.

Christian McBride – “The Movement Revisited” – Mack Avenue 1082
“The Movement Revisited: A Musical Portrait of Four Icons” è esplicitamente dedicato a quattro figure chiave del movimento per i diritti civili degli afro-americani: Rev. Dr. Martin Luther King Jr., Malcolm X, Rosa Parks e Muhammad Ali. In realtà questa monumentale opera ha una storia piuttosto complessa che ha origine nel 1998 quando, su commissione della Portland Arts Society, McBride scrisse una composizione per quartetto e coro gospel che rappresenta, per l’appunto, la prima versione di “The Movement Revisited”. Nel 2008 la L.A. Philharmonic chiese a McBride di farne una versione orchestrale e così “The Movement Revisited” diventò una suite in quattro parti per big band jazz, piccolo gruppo jazz, coro gospel e quattro narratori. In questa registrazione, effettuata nel 2013, è stato aggiunto un quinto movimento, “Apotheosis”, dedicato all’elezione di Barack Obama come primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Evidente, quindi, l’intento di Christian McBride (contrabbassista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, poeta, vincitore di due Grammy con “The Good Feeling” nel 2011 e “Bringin ‘It” nel 2017) di presentare un album che andasse ben al di là del fattore squisitamente musicale riallacciandosi direttamente alla lotta per una effettiva eguaglianza tra bianchi e neri, ancora ben lungi dall’essere raggiunta negli States. La suite è eseguita da una big band di 18 elementi, con coro gospel e narratori, questi ultimi nelle persone di Sonia Sanchez, Vondie Curtis-Hall, Dion Graham, e Wendell Pierce. E come accade alle volte, è impossibile scindere il mero valore artistico dal valore sociale, politico, culturale che questa musica veicola. Non a caso l’album ha ottenuto i più sinceri riconoscimenti da parte di accreditati critici statunitensi. In effetti ascoltando il CD è come se ci si muovesse in un contesto teatrale con i quattro attori che riportano stralci dei discorsi dei protagonisti e un sound che è una sorta di summa di tutta la musica nera, quindi jazz, soul, funk, gospel, spiritual…Insomma una musica che è allo stesso tempo un grido di dolore per quanto accaduto e un segno di speranza per un futuro che non può essere disgiunto dal passato in quanto, come nota lo stesso McBride, “ci sono oggi nuove battaglie che stiamo combattendo, ma sento che queste nuove battaglie cadono sotto l’ombrello di uguaglianza, equità e diritti umani – e questa è una vecchia battaglia». Particolarmente emozionante, al riguardo, riascoltare “I Have a Dream”, un discorso che credo tutti dovremmo, ancora oggi, apprezzare nei suoi profondi significati.

Dino e Franco Piana – “Open Spaces” – Alfa Music
Conosco Dino e Franco Piana oramai da tanti anni e mi ha sempre stupito la straordinaria intesa tra padre e figlio che ha portato questi due personaggi ad attraversare l’oceano del jazz con signorilità, competenza e pochi ma significativi album. In effetti i due (il primo nella veste di trombonista dalla classe eccelsa, il secondo nella quadruplice funzione di compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra e flicornista) entrano in sala di incisione solo quando sentono di avere qualcosa di nuovo da dire. Di qui gli ultimi tre album particolarmente significativi, tutti registrati per l’Alfa Music, “Seven” (2012), “Seasons” (2015), e adesso questo “Open Spaces” il cui organico è sostanzialmente lo stesso dell’album precedente cui si aggiungono i cinque archi della Bim Orchestra. Quindi, oltre a Dino e Franco Piana, si possono ascoltare Fabrizio Bosso alla tromba, Max Ionata al sax tenore, Ferruccio Corsi al sax alto, Lorenzo Corsi al flauto, Enrico Pieranunzi al piano, Giuseppe Bassi al basso e Roberto Gatto alla batteria. In repertorio due suite, “Open Spaces” e “Sketch of Colours”, articolate la prima su una Introduzione e tre Variazioni, la seconda su una Introduzione e due Movimenti, ed in più altri tre brani “Dreaming”, “Sunshine” e “Blue Blues”, tutti composti e arrangiati da Franco Piana eccezion fatta per “Sketch of Colours” scritto da Franco Piana e Lorenzo Corsi. L’album è davvero di assoluto livello e per più di un motivo. Innanzitutto la scrittura di Franco che, accoppiata ad una evidente bravura nell’arrangiamento, riesce a ricreare una sonorità caratterizzata da timbri e colori assolutamente originali, rimanendo fedele ad un linguaggio prettamente jazzistico. In secondo luogo l’affiatamento dell’orchestra che pur essendo composta da grandi personalità ha trovato una sua cifra di coesione che l’accompagna in tutte le esecuzioni. In terzo luogo la caratura dei vari assolo che vedono protagonisti tutti i componenti della band. A questo punto non resta che auguravi buon ascolto!

Stefania Tallini – “Uneven” – Alfa Music 226
Ebbene lo confesso: sono un grande amico di Stefania Tallini che ammiro non solo come pianista e compositrice ma anche come persona gentile, equilibrata, mai sopra le righe e soprattutto affettuosa, che si è sempre mantenuta con i piedi per terra nonostante gli innumerevoli successi a livello internazionale. Ecco, questo album inciso in trio con Matteo Bortone valente contrabbassista che ha suonato tra gli altri con Kurt Rosenwinkel, Ben Wendel, Tigran Hamasyan, Ralph Alessi, e Gregory Hutchinson statunitense a ben ragione considerato uno dei migliori batteristi di questi ultimi anni, è probabilmente uno degli album più significativi registrati dalla pianista. La filosofia dell’album è racchiusa nello stesso titolo, “Uneven” ovvero “Irregolare”: in effetti, spiega la stessa Tallini, “questa parola inglese è l’espressione di qualcosa di inatteso, di inaspettato, che rimanda ad un carattere di imprevedibilità, appunto, che è proprio ciò che amo nella musica e nella vita.” E per esplicitare al meglio queste sue posizioni, Stefania ha voluto fortemente accanto a sé i due musicisti cui prima si faceva riferimento. I risultati le danno ragione. L’album è convincente in ogni suo aspetto: intelligente la scelta del repertorio che accanto a dieci composizioni originali della pianista annovera “Inùtìl Paisagem” di Antonio Carlos Jobim e lo standard “The Nearness of You” di Hoagy Carmichael eseguito in solo; assolutamente ben strutturata la scrittura in cui ricerca della linea melodica e armonizzazione si equilibrano in un linguaggio che non consente espliciti punti di riferimento. Tra i vari brani una menzione particolare, a mio avviso, per il brano di Jobim proposto con grande partecipazione e delicatezza, impreziosito anche dagli assolo dei compagni di viaggio, e l’original “Triotango” che ben cattura l’essenza di questo genere musicale.

Oded Tzur – “Here Be Dragons” – ECM 2676
Questo “Here Be Dragons” è l’album d’esordio in casa ECM per il sassofonista israeliano, ma da tempo residente a New York, Oded Tzur. Accanto a lui Nitai Hershkovits al pianoforte, Petros Klampanis al contrabbasso e Johnathan Blake alla batteria, quindi una piccola internazionale del jazz dal momento che se Hershkovits è anch’egli israeliano, il bassista è greco di Zakynthos‎ e il batterista statunitense di Filadelfia. Registrato nel giugno del 2019 presso l’Auditorio Stelio Molo in Lugano, l’album presenta in repertorio otto brani di cui ben sette scritti dallo stesso sassofonista cui si aggiunge “Can’t Help Falling In Love” di Peretti-Creatore-Weiss, portato al successo nientemeno che da Elvis Presley. Fatte queste premesse, anche per inquadrare il personaggio ancora non molto noto presso il pubblico italiano, occorre sottolineare la valenza della musica proposta. Una musica che sottende una particolare bravura di Tzur sia nell’esecuzione sia ancora – e forse di più – nella scrittura, sempre fluida, facile da assorbire seppure non banale e soprattutto frutto di una straordinaria capacità di introiettare input provenienti da mondi i più diversi. In effetti egli, israeliano di nascita, ha dedicato molta parte del suo tempo a studiare la musica classica indiana considerata, come egli stesso afferma, “un laboratorio di suoni”. Ecco quindi stagliarsi in modo del tutto originale il suono del suo sassofono chiaramente influenzato dagli studi con il maestro di bansuri (flauto traverso tipico della musica classica indiana) Hariprasad Chaurasia, iniziati nel 2007. Ed è proprio la particolarità del sound che a mio avviso caratterizza tutto l’album, con i quattro musicisti che si intendono a meraviglia pronti a supportarsi in qualsivoglia momento. I brani sono tutti ben scritti e arrangiati con una prevalenza, per quanto mi riguarda, per “20 Years” la cui linea melodica viene splendidamente disegnata da Hershkovits altrettanto splendidamente sostenuto da Blake il cui lavoro alle spazzole andrebbe fatto studiare ai giovani batteristi.

Kadri Voorand – In duo with Mihkel Mälgand – ACT 9739-2
Ecco un album che sicuramente susciterà l’interesse e la curiosità degli appassionati italiani: protagonisti due artisti estoni, la cantante, pianista e compositrice Kadri Voorand e il bassista Mihkel Mälgand. Kadri da piccola cantava nel gruppo di musica popolare di sua madre, avvicinandosi successivamente al pianoforte classico e quindi al jazz nelle accademie di Tallinn e Stoccolma.  Oggi viene considerata una stella nel proprio Paese grazie ad uno stile versatile che le consente di mescolare jazz contemporaneo, folk estone, rhythm & blues e ritmi latino-americani. Non a caso nel 2017 è stata insignita del premio musicale estone per la miglior artista ed è stata premiata per il miglior album jazz dell’anno (“Armupurjus”). Mihkel Mälgand è uno dei bassisti estoni di maggior successo, avendo lavorato, tra gli altri, con musicisti come Nils Landgren, Dave Liebman e Randy Brecker. In questo album si presentano nella rischiosa formula del duo con la vocalist che suona anche kalimba e violino mentre Mihkel si cimenta anche con bass guitar, bass drum, cello e percussioni. In un brano ai due si aggiunge come special guest Noep. In repertorio 12 brani scritti in massima parte dalla Voorand e cantati in inglese eccezion fatta per due nella sua lingua madre (due splendide song tratte dal patrimonio folcloristico estone). L’album è notevole ed è stato apprezzato anche al di fuori dell’Estonia: Europe Jazz Network, la rete europea di operatori del settore jazz, che stila la Europe Jazz Media Chart, una selezione mensile dei migliori titoli usciti curata da un pool di giornalisti specializzati, ha incluso “Kadri Voorand – In duo with Mihkel Mälgand” tra le migliori registrazioni del marzo 2020. La musica scorre fluida ed evidenzia appieno la valenza dei due musicisti che si muovono con maestria ben supportati da un tappeto intessuto dagli effetti elettronici padroneggiati con misura ed euqilibrio. La voce della Voorand è fresca, e affronta il difficile repertorio con disinvoltura non scevro da una certa dose di ironia. Dal canto suo Mälgand non si limita ad accompagnare la vocalist ma ci mette del suo prendendo spesso in mano il pallino dell’esecuzione sempre con pertinenza.

I nostri CD. Italiani in primo piano… ma tanta buona musica anche dall’estero

Stefano Bagnoli We Kids Trio – “Dalì” – Tuk 036

Dopo il progetto dedicato ad Arthur Rimbaud, Stefano Bagnoli si cimenta con un altro concept album esaminando la figura di Salvador Dalì. Accanto al celebre e celebrato batterista, Giuseppe Vitale al pianoforte e Stefano Zambon al contrabbasso, due giovani talenti, rispettivamente di 19 e 20 anni, solidamente ancorati al jazz tradizionale ma nello stesso tempo capaci di misurarsi con successo su terreni più moderni e attuali. L’album consta di 14 composizioni originali a firma del leader e rappresenta una sorta di punto di svolta nella poetica di Bagnoli. In effetti è lo stesso batterista ad affermare che il suo We Kids Trio “sino ad oggi volutamente legato a quella tradizione jazzistica alla quale sono profondamente e visceralmente devoto, viceversa in questo nuovo lavoro lascia spazio alla creatività sonora più ampia e sperimentale”. Di qui una musica aperta, senza confini, a tratti irriverente come la pittura di Dalì, in cui pagina scritta e improvvisazione convivono, in cui la ricerca melodica pur nella sua onnipresenza sconfina spesso nell’imprevisto senza che ciò arrechi un minimo problema all’omogeneità dell’album globalmente inteso. In un tale contesto, certo non banale, Vitale e Zambon evidenziano tutta la loro bravura e sotto la regia del leader dimostrano di sapersi egregiamente districare nel puzzle così ben congegnato e disegnato da Stefano Bagnoli. Un’ultima considerazione perfettamente in linea con l’argomento trattato: la copertina è opera del grafico e illustratore Oscar Diodoro, le cui opere sono state esposte a Roma, Milano, Treviso, Verona, Los Angeles, Parigi e Pechino.

Cuneman – “Tension And Relief” – UR

Questo è il secondo capitolo del progetto posto in essere da Cuneman, un gruppo che si sta facendo conoscere in tutta Italia. Nel 2018 venne pubblicato il loro primo lavoro dal titolo “Cuneman” sempre per l’etichetta milanese UR Records; per “Tension And Relief” all’originaria formazione (Fabio Della Cuna sax tenore e composizione, Jorge Ro tromba e flicorno, Giuseppe Lubatti contrabbasso, Luca Di Battista batteria) si aggiungono Francesco Di Giulio trombone e in otto pezzi il prezioso sousaphone di Mauro Ottolini. Ciò detto resta da sottolineare come la cifra stilistica sia rimasta coerentemente la stessa, vale a dire la costante ricerca di un perfetto equilibrio tra composizione e improvvisazione; il tutto basato sull’interplay che deve necessariamente caratterizzare l’operato di jazzisti di tal fatta. E il risultato è notevole: il gruppo si muove su coordinate ben precise, mettendo in luce qualità sia dei singoli sia del collettivo. E, a mio avviso, i momenti più significativi e convincenti dell’album si hanno quando i sei si muovono contemporaneamente a disegnare un quadro tutt’altro che banale, reso ancora più complesso dalla mancanza di uno strumento armonico. Un’ultima notazione che evidenzia ancor più la valenza dell’album e del gruppo: il repertorio è declinato attraverso undici composizioni tutte scritte da Fabio Della Cuna, il quale passa con estrema disinvoltura e competenza da riferimenti classici, per la precisione a Poulenc nella title track, al jazz più canonico come l’esplicito omaggio a Lee Konitz “Self Conscious-Lee”, fino ad inclinazioni più moderniste come nel caso di “War and Violence” in ambedue le sue parti.

Francesco Fratini – “The Best Of All Possible Worlds” – VVJ 132

Il trombettista Francesco Fratini è il leader di un quartetto completato da Domenico Sanna piano, Luca Fattorini contrabbasso e Matteo Bultrini batteria, cui si aggiungono in alcuni brani Charlotte Wassy voce, Daniele Tittarelli al sax alto, e i rapper Karnival Kid e Kala and The Lost Tribe, con cui ha inciso questo album. I quattro si conoscono e frequentano da diverso tempo ma non avevano, finora, avuto l’occasione di incidere assieme anche perché hanno percorso strade diverse. In particolare Fratini nel settembre 2010 si trasferisce a New York dove frequenta, grazie ad una borsa di studio quadriennale, i corsi della New School For Jazz and Contemporary Music. A New York si ferma per 5 anni avendo così l’opportunità di studiare con insegnanti quali Reggie Workman, George Cables, Aaron Goldberg, Jimmy Owens, Ambrose Akimounsire, Avishai Cohen… tra gli altri. Tornato in Italia nel 2016 costituisce il quartetto di cui parliamo in questa sede e con cui si presenta all’attenzione del pubblico italiano. E se il buongiorno si vede dal mattino non v’è dubbio che di questo gruppo e del suo leader in particolare sentiremo parlare molto a lungo. I quattro si muovono lungo dieci brani tutti scritti dallo stesso Fratini eccezion fatta per ”163 Humboldt Street” di Domenico Sanna e “Buffalo Wings” di Tom Harrell. Scorrendo l’organico, la presenza dei rapper evidenzia al meglio come Fratini sia rimasto legato alla realtà degli States e di come intenda riproporla nella sua musica. Di qui un jazz robusto, solido, impreziosito dalle spiccate individualità di tutti i musicisti

Paolo Fresu, Daniele Di Bonaventura – “Altissima luce. Laudario di Cortona” – Tuk 032

Conosco Paolo Fresu oramai da qualche decennio eppure questo artista riesce ancora a sorprendermi per la straordinaria musicalità che sa infondere in ogni progetto. E’ il caso di questo album concepito e realizzato in collaborazione con il bandoneonista Daniele Di Bonaventura cui si affiancano Marco Bardoscia al contrabbasso, Michele Rabbia alla batteria e percussioni, l’Orchestra da Camera di Perugia e il gruppo vocale “Armonioso incanto” diretto da Franco Radicchia, album impreziosito da una eccellente qualità del suono. In programma la rivisitazione del Laudario di Cortona ovvero una preziosa raccolta di 66 laude (di cui solo 46 canti devozionali) con testo in lingua volgare e su notazione quadrata risalente alla seconda metà del XIII secolo che dovrebbe essere stato copiato fra gli anni 1270 e 1297. Materiale difficile da maneggiare e posso dirlo a ragion veduta dal momento che per ben cinque anni ho seguito mio figlio che studiava e cantava musica sacra. Comunque, a prescindere da queste notazioni personali, l’album è davvero un piccolo gioiello di inventiva e capacità di arrangiare e attualizzare, per giunta in chiave jazzistica, una musica così distante dall’oggi. Dai suddetti 46 canti sono stati estrapolate 13 composizioni (a cui se ne è aggiunta un’altra, quella finale “Laudar Vollio Per Amore”, tratta dal più tardo e similare Laudario Magliabechiano 18). Nel CD in oggetto ogni elemento è al posto giusto: il coro che s’incarica di trasmetterci il misticismo dei canti originari, Fresu e Di Bonaventura che incarnano le due anime di questa musica quella colta e quella popolare, l ‘Orchestra che trasmette una narrazione più ampia, vasta nel cui ambito si rimescolano linguaggi e sonorità che abbracciano non solo la tradizione europea ma anche la cultura araba. Insomma un album da gustare con attenzione in tutte le sue mille sfaccettature.

Roberto Magris – “Sun Stone” – Jmoodrecords – 017

Ancora un eccellente album del pianista triestino Roberto Magris che questa volta si presenta alla testa di un sestetto di caratura internazionale con Ira Sullivan al flauto ed ai sax alto e soprano, Shareef Clayton alla tromba, Mark Colby al sax tenore, Jamie Ousley al contrabbasso e Rodolfo Zuniga alla batteria. In programma sei composizioni originali dello stesso Magris con l’aggiunta di “Innamorati a Milano” di Memo Remigi già entrato nel repertorio di alcuni jazzisti quali Stefano Benini, Marco Gotti, Mario Piacentini…insomma una sorta di standard italiano. Quasi superfluo affermare che Magris ne dà un’interpretazione assolutamente convincente, swingante, senza che venga persa un’oncia dell’originaria linea melodica, il tutto impreziosito dagli assolo dei tre fiati. Ma è tutto l’album che si fa apprezzare per la qualità della musica composta da Magris e la valenza degli esecutori. Il jazz che si ascolta non può considerarsi sperimentale ma proprio per questo acquisisce ancora maggior valore: in un momento in cui il cosiddetto mainstream è additato come qualcosa che si avvicina all’inconcepibile, Magris dimostra come si possa ancora fare non della buona ma dell’ottima musica senza discostarsi troppo dagli insegnamenti del passato. Certo ci vogliono classe, fantasia, capacità compositiva, grande padronanza strumentale, raffinate capacità interpretative, doti non facili da trovare tutte assieme ma che di sicuro fanno parte del bagaglio sia di Magris sia degli altri componenti questo fantastico gruppo. Tra le sette composizioni una menzione particolare la merita “Look at the Stars”, il brano più lungo dell’album, in cui dopo un’intro affidata a pianoforte e sezione ritmica si ascoltano in successione gli assolo dello stesso Magris, del sempre grande Ira Sullivan (classe 1931) al sax soprano, Shareef Clayton alla tromba, Mark Colby al sax tenore e di nuovo Magris prima della ripresa finale che vede la front line esprimersi all’unisono ben sostenuta dalla sezione ritmica.

Francesco Mascio, Alberto La Neve – “I Thàlassa Mas” – Manitù Records

Il chitarrista Francesco Mascio e il sassofonista (soprano) Alberto La Neve sono i protagonisti di questo album in cui si richiama un tema oggi di strettissima attualità: il significato di uno spazio, quale il Mar Mediterraneo, che collega e sotto certi aspetti, accomuna civiltà e tradizioni di più Paesi. Come viene illustrato nelle brevi note di copertina, “I Thàlassa Mas” è il nome con cui i greci chiamavano il Mediterraneo, ma i turchi lo chiamavano in altro modo così come gli arabi, gli albanesi… Questo per sottolineare come luoghi con culture diverse siano uniti dalle onde del medesimo mare. Di qui la partenza per un viaggio non solo musicale ma anche spirituale alla riscoperta di ciò che ci unisce; di qui la creazione di una musica che, prendendo spunto dalle molteplici sonorità dei diversi territori toccati dal Mediterraneo, arrivia ad un unicum di grande fascino; di qui la collaborazione, importante, che a questo intento hanno fornito le voci di Jali Babou Saho (anche suonatore di Kora) artista africano di lingua mandinga, Esharef Ali Mhagag di origine libica e Fabiana Dota di origine napoletana.
Insomma una sorta di jazz etnico che tocca diversi generi musicali (dal francese all’andaluso, dal balcanico al nordafricano, dall’italiano al vicino oriente) declinato attraverso nove composizioni, di cui due a firma di La Neve e sei di Mascio. La terza traccia (“Cano”) è frutto della collaborazione tra Mascio e il già citato Jali Babou Saho. Tutto il repertorio si ispira alle linee sopra illustrate, eccezion fatta per “Soul in September” di Francesco Mascio che si richiama ad un linguaggio jazzistico più tradizionale e mainstream.

Enrica Rava, Joe Lovano – “Roma” – ECM 2654

Ecco uno degli album più interessanti dell’anno: protagonisti due dei più autorevoli jazzisti oggi in esercizio – il trombettista Enrico Rava e il sassofonista Joe Lovano – coadiuvati da una sezione ritmica letteralmente stellare composta da Giovanni Guidi al pianoforte, Dezron Douglas al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria. E vi assicuro che è davvero motivo d’orgoglio per chi, come lo scrivente, segue il jazz da qualche decennio constatare colme oggi i musicisti italiani siano in grado di misurarsi alla pari con gli artisti d’oltre Oceano. Questo album ne è l’ennesima riprova: registrato live durante un concerto del gruppo all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 10 novembre del 2018, “Roma” è stato classificato primo nell’annuale referendum “Top Jazz” nella categoria “disco italiano dell’anno” e contemporaneamente Enrico Rava è stato ancora una volta giudicato “musicista italiano dell’anno” Un doppio riconoscimento che la dice lunga sui meriti dell’album e del musicista. Ad onor del vero non è che i referendum, da chiunque indetti, fotografino sempre al meglio i valori in campo, ma in questo caso i riconoscimenti sono assolutamente meritati. Ad onta della sua non verdissima età (ad agosto ha compiuto 80 anni), Rava, nell’occasione al flicorno soprano, suona bene, come al solito senza eccedere nei virtuosismi ma con una sensibilità, un trasporto, una visione d’assieme che gli fanno onore. Ovviamente non è da meno un altro leone del jazz quale Joe Lovano (classe 1952) che sfodera un linguaggio sassofonistico sempre attuale nonostante si rifaccia alle più genuine tradizioni del jazz. Il tutto declinato attraverso un repertorio che vede ancora in primo piano i due grandi maestri: così l’album si apre con le due composizioni di Rava “Interiors” e “Secrets”, cui fanno seguito i tre brani del sassofonista “Fort Worth”, “Divine Timing” e “Drum Song”, unico episodio in cui Lovano suona il tarogato, che apre la medley di chiusura completata dal coltraniano “Spiritual” e da un “Over the Rainbow” per solo piano. E proprio quest’ultimo brano mi offre l’occasione per sottolineare come la bella riuscita dell’album si deve anche al pianismo sempre raffinato e ben calibrato di Giovanni Guidi, e all’esemplare supporto di Douglas e Cleaver sempre propositivi.

Tower Jazz Composers Orchestra – “Tower Jazz Composers Orchestra”

Questo album, che segna il debutto discografico della Tower Jazz Composers Orchestra, merita una segnalazione particolare per più di un motivo. Innanzitutto evidenzia come l’intesa tra più soggetti possa portare a risultati positivi. L’orchestra è diretta emanazione del Jazz Club Ferrara e il nome Tower si riferisce alla sede storica del club, il rinascimentale Torrione San Giovanni. Ma l’uscita dell’album in oggetto non sarebbe stata possibile senza la collaborazione tra il Jazz Club Ferrara, Bologna Jazz Festival, Regione Emilia Romagna (“Legge Musica L.R 2/18, art. 8”) e Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna. A produrlo la neonata Over Studio Records, etichetta emanazione dell’omonimo studio discografico che si è occupato della registrazione del disco a fine settembre al Teatro De Micheli di Copparo (FE). In secondo luogo è l’ennesima dimostrazione di come il jazz orchestrale conservi un suo fascino particolare ed una sua precisa ragion d’essere…specie se la band segue strade poco battute. In effetti il nome è ispirato alla storica Jazz Composer’s Orchestra di Carla Bley e Michael Mantler e l’intento rimane quello, assai impegnativo, di mettere assieme alcuni compositori-improvvisatori in grado di offrire qualcosa di nuovo. Obiettivo perfettamente raggiunto: nell’organico, composto da musicisti dell’area emiliano-veneta, figurano musicisti di estrazione diversa tra cui figurano nomi ben noti come quelli di Piero Bittolo Bon e Alfonso Santimone che dirigono l’orchestra e della vocalist Marta Raviglia, accanto a giovani di sicuro talento come il trombettista Mirko Cisilino che abbiamo imparato a conoscere a Udine Jazz e la sassofonista Giulia Barba che ho avuto il piacere di intervistare nel 2014 in occasione dell’uscita del suo primo album “The Angry St. Bernard”. Le atmosfere proposte dalla big band sono assai variegate essendo molteplici i punti di riferimento (free jazz, musica latina, musica classica, mainstream orchestrale) ma in tutte si avverte una sapiente scrittura ed un costante equilibrio tra composizione e improvvisazione, una particolare ricerca timbrica, un sapiente uso della dinamica, il ricorso a soluzioni ritmiche inusuali, il tutto supportato dal talento dei musicisti.

Gianluigi Trovesi, Gianni Coscia – “La misteriosa musica della Regina Loana” – ECM 2652

E’ con vero piacere che vi presento questo album in quanto i protagonisti sono, oltre che due grandissimi musicisti, due affettuosi amici che conosco da tempo e che incontro ogni volta con sincero affetto. Ad onor del vero non vedo Gianluigi da circa due anni mentre con Gianni Coscia ci siamo incontrati nello scorso settembre a Castelfidardo per l’annuale edizione del premio internazionale della fisarmonica. In questa occasione Coscia, presentando in concerto un suo brano, omaggiò l’amico di sempre, Umberto Eco. E proprio al grande scrittore e semiologo è dedicato l’album in oggetto che trae ispirazione dal suo «La misteriosa fiamma della regina Loana» del 2004, romanzo illustrato sulla natura della memoria. E così Trovesi al clarinetto piccolo e alto e Gianni Coscia alla fisarmonica imbastiscono un repertorio tutto giocato sul filo dei ricordi, con i due che non nascondono il piacere di suonare assieme e di improvvisare con la solita classe e competenza. L’album si apre con “Interludio”, brano composto da Coscia quando aveva quattordici anni e di cui Eco scrisse i testi, cui fanno seguito una serie di pezzi assai conosciuti che svariano dal jazz, al folk, alla musica popolare italiana come tre frammenti tratti dalla composizione di Leoš Janáček “Nella nebbia”, “Basin Street Blues”, “Pippo non lo sa”, “As Time Goes By”, “Fischia il vento” libera elaborazione di “Bella Ciao”, “Gragnola”, “L’inno dei sommergibili”, una gustosa suite di brani EIAR, per chiudere con “Moonlight Serenade”. Certo l’improvvisazione c’è, lo swing pure, la maestria strumentale quanta ne volete… i virtuosismi strumentali fine a se stessi, il percorrere terreni ai confini del jazz, lo sperimentalismo sui suoni, beh questi elementi non ci sono. Ma siamo sicuri che sia poi così importante?

Gianluca Vigliar – “Plastic Estrogenus” – A.M.A. Records 019

Questo è il secondo album del sassofonista e compositore Gianluca Vigliar in quintetto con Andrea Biondi al vibrafono, Francesco Fratini alla tromba, Luca Fattorini al contrabbasso e Marco Valeri alla batteria, questi ultimi tre presenti anche nel precedente album di Vigliar “Fragia” (2018). Quando ci si accinge ad ascoltare un album di un artista non ancora conosciutissimo bisogna ben chiarire quali sono le aspettative. Se ci si attende di scoprire il novello John Coltrane fatalmente si resterà delusi; viceversa se l’idea è quella di incontrare un musicista di talento ci sono molte più probabilità che le nostre attese non vadano disattese. E’ questo il caso di Gianluca Vigliar, un musicista romano (classe 1979) che pur in possesso di una solida preparazione di base e ad onta delle numerose e prestigiose collaborazioni (Greg Hutchinson, Javier Girotto, Israel Varela, Pino Jodice, Mark White , Paolo Fresu, Pietro Jodice, Giovanni Tommaso… tra gli altri) non ha ancora avuto i riconoscimenti che merita. Questo “Plastic Estrogenus” è una sorta di concept album in cui Vigliar denuncia i danni che la plastica produce all’ambiente e quindi a noi stessi. Come in tutti gli album a tesi è veramente difficile che la musica corrisponda all’assunto per cui è meglio prescindere da questo elemento. Ciò detto bisogna riconoscere a Vigliar da un canto la facilità e la bravura nello scrivere (sei brani su sette sono sue composizioni), dall’altro la capacità di ben arrangiare i brani caratterizzandoli sia con una efficace ricerca timbrica sia con un convincente alternarsi tra “pieni” di buon effetto ed interventi solistici sempre pertinenti.

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Joe Bonamassa – “Live At The Sydney Opera House” – Mascot/Provogue

Iniziamo questa seconda parte della rubrica dedicata alle novità internazionali con un chitarrista bianco che fa musica nera: si tratta del newyorchese Joe Bonamassa (classe 1977). Dopo aver studiato musica classica, Joe, ancora ragazzino, scopre il blues ed è a questo genere che si dedica con tutte le forze esordendo professionalmente nel 2000 e divenendo in breve tempo uno dei migliori esponenti del rock-blues. E quanto tale stima sia meritata viene confermata dagli album che si succedono nel tempo; in particolare dopo i tre CD pubblicati nel 2018, ecco il CD in oggetto registrato dal vivo nel 2016 per l’appunto nella Sydney Opera House, durante il tour di “Blues Of Desperation”. Non a caso molti sono i brani tratti da “Blues Of Desperation”. L’impianto è quello caro al leader vale a dire un rock-blues piuttosto aggressivo, giocato su ritmi veloci e su dinamiche sempre alte. Quindi un linguaggio che potrebbe stancare se non ci fossero anche momenti di maggiore raffinatezza in cui si nota un approccio più jazzistico: è il caso di “Drive” impreziosito da un notevole assolo di Reese Wynans alle tastiere. Tra gli altri pezzi particolarmente convincente la riproposizione di una cover, “Florida Mainiline” tratta da “461 Ocean Boulevard” di Eric Clapton, con un Bonamassa in gran spolvero. E la menzione di Wynans mi offre il destro per sottolineare come il chitarrista presenti in questa occasione una band piuttosto nutrita completata da Anton Fig alle percussioni, Michael Rhodes al basso, Lee Thornburg alla tromba, Paulie Cerra al sax e Mahalia Barnes, Juanita Tippins, Gary Pinto ai backing vocals.

Edmar Castaneda, Grégoire Maret – “Harp vs. Harp” – ACT9044-2

Nonostante la presenza di un’eccellente arpista jazz come Marcella Carboni, sono ancora in molti nel nostro Paese a ritenere che con l’arpa non si possa suonare del buon jazz. Ebbene, a questi scettici consiglio caldamente l’ascolto di questo bell’album in cui si confrontano un grande esponente dell’arpa quale Edmar Castaneda e un eccellente armonicista quale Grégoire Maret, coadiuvati in alcuni brani da Béla Flack al banjo e Andrea Tierra voce. Svizzero l’uno (Maret), colombiano l’altro (Castaneda) hanno in comune alcuni tratti particolarmente significativi: l’aver deciso di abbandonare il proprio Paese per stabilirsi a New York e l’aver cercato e trovato una nuova strada per il proprio strumento. Di qui l’autorevolezza di cui i due godono nel panorama jazzistico internazionale; tanto per citare qualche elemento Maret ha vinto nel 2006 il Grammy Award for Best Contemporary Jazz Album grazie a “The Way Up” con il gruppo di Pat Meteny mentre Castaneda è unanimemente considerato uno dei massimi esponenti dell’arpa jazz, come d’altro canto testimoniato dalle collaborazioni con alcuni giganti del jazz attuale come Paquito D’Rivera, Giovanni Hidalgo, Joe Locke, Wynton Marsalis, John Patitucci, John Scofield, Hiromi. Poco tempo fa i due si sono incontrati al Montecarlo Jazz Festival e hanno deciso di creare un duo; così nel settembre del 2018, hanno radunato a New York il quartetto di cui in apertura dando vita all’album in oggetto. Album che sicuramente non va incontro alle esigenze di sperimentazione presenti in molti appassionati, ma altrettanto sicuramente soddisferà i palati di quanti anche nel jazz continuano a cercare belle melodie e arrangiamenti non particolarmente cervellotici anche se non banali. Ecco, tutto ciò è presente in abbondanza nell’album declinato attraverso otto brani di cui un paio originali (“Blueserinho” di Maret e”No Fear” di Castaneda) e gli altri sei di sapore prevalentemente sudamericano tra cui spiccano, a mio avviso, “Romance de Barrio” di Annibal Troilo e Homero Manzi e “Manhã de Carnaval” di Luiz Bonfá.

Avishai Cohen, Yonathan Avishai – “Playing The Room” – ECM 2641

I duo tromba-piano non sono frequentissimi nel mondo del jazz anche perché la formula è particolarmente insidiosa: manca del tutto il supporto ritmico e il pianoforte deve assumersi il duplice compito di sostenere melodia e armonia. Certo, occorrono musicisti che non solo siano straordinariamente bravi e sensibili ma anche che si conoscano assai bene per poter liberamente interagire. Ebbene queste due condizioni sono del tutto soddisfatte nell’album in oggetto dal momento che il pianista Avishai Cohen e il trombettista Yonathan Avishai si conoscono da circa vent’anni. E tale intesa si avverte sin dalle primissime note disegnate dal pianoforte che introduce il primo pezzo per oltre un minuto prima di ascoltare anche la tromba di Yonathan. Il clima del CD è, quindi, immediatamente riconoscibile: una approfondita ricerca melodica che bandisce qualsivoglia tentazione virtuosistica per far ricorso, unitamente, a quella sincerità d’espressione che da sempre caratterizza questi due artisti. E il repertorio scelto tocca tutti gli aspetti del jazz, eccezion fatta per le più accese sperimentazioni. Ecco quindi, oltre ai due brani di apertura dovuti rispettivamente ad Avishai Cohen e Yonathan Avishai, “Azalea” di Duke Ellington, “Kofifi Blue” di Abdullah Ibrahim, “Crescent” di John Coltrane, “Dee Dee” di Ornette Coleman fino al blues di Milt Jackson, “Ralph’s New Blues”, inciso per la prima volta dal Modern Jazz Quartet nel 1955 e a “Sir Duke”, brano di Stevie Wonder che ha superato gli ancor ristretti confini del jazz, magnificamente intonato dal pianoforte di Cohen sottilmente contrappuntato dalla tromba di Avishai..

Chick Corea Trio – “Trilogy 2” – Concord 00183 2 CD

Eccoci all’Università del jazz ad ascoltare la lezione di uno dei più grandi pianisti della storia del jazz, il pianista settantottenne di origini italiane Chick Corea, con i suoi assistenti, il batterista Brian Blade e il contrabbassista Christian McBride. Ed in effetti ascoltando questi due straordinari CD con sedici tracce (che non caso si è classificato sesto nell’annuale “Top Jazz” nella categoria “disco internazionale dell’anno”) non si può non restare ammirati di fronte ad un artista che non solo non conosce l’usura del tempo ma che anzi riesce a dare nuova linfa, nuova vitalità ad una formula usata ed abusata qual è quella del piano trio con batteria e contrabbasso. In queste due ore di musica non c’è un solo passaggio che suoni scontato, un solo frammento in cui si avverta un minimo di stasi, di ricorso a cliché: la musica è fresca, trascinante, godibile dal primo all’ultimo istante. Il tutto con un repertorio quanto mai impegnativo in cui figurano, tra l’altro, due brani di Thelonious Monk, “Work” e “Crepuscule With Nellie”, di cui il trio fornisce interpretazioni da antologia…per non parlare degli evergreen di Chick Corea quali “500 Miles High” registrato per la prima volta nel 1972 e impreziosito in quest’ultimo album da un poderoso assolo di Brian Blade, il celeberrimo “La Fiesta” e “Now He Sings, Now He Sobs”. Il titolo dell’album prende le mosse dal precedente cd “Trilogy” del 2014, che ottenne ben due Grammy Awards (Best Jazz Instrumental Album e Best Improvised Jazz Solo per “Fingerprints”) e da cui sono stati ripescati per questo nuovo doppio disco solo due brani, “How Deep Is the Ocean” di Irving Berlin, proposto in apertura, e del già citato “Work”. Come il precedente, anche questo “Trilogy 2” comprende esecuzioni provenienti da anni e luoghi diversi: in questo caso Oakland e Tokio nel 2010, Bologna e Zurigo nel 2012, Ottawa, Minneapolis, St. Louis, Rockport, Rochester nel 2016.

Pablo Corradini – “Alma de viejo” –

Compositore polistrumentista argentino che risiede in Italia da 25 anni, Pablo Corradini ha studiato flauto traverso diplomandosi successivamente in piano jazz. Parallelamente si è dedicato allo studio costante del bandoneon, attività che ha affinato confrontandosi spesso con i grandi maestri bandoneonisti del paese natio. Dopo “Betango” ecco la sua nuova produzione caratterizzata ancora una volta dalla riproposizione in chiave jazzistica dei ritmi tradizionali argentini. Per questa nuova impresa, Corradini ha chiamato accanto a se musicisti di vaglia quali Marco Postacchini al sax tenore e soprano e al flauto, Simone Maggio al piano, Roberto Gazzani al contrabbasso e Gianluca Nanni batteria e percussioni cui si aggiungono come special guests Javier Girotto al quena flute (flauto diritto andino) in “Tempo Atras” e un trio d’archi nella title track (Carlo Celsi violino, Fabio Cappella viola, Giuseppe Franchellucci cello). In repertorio undici brani tutti scritti dal leader che propongono un repertorio assai variegato in cui figurano diversi ritmi del folclore argentino come la zamba, la chacarera ed il tango, declinati però attraverso un linguaggio prettamente jazzistico in cui l’improvvisazione non è certo secondaria. Tra i diversi brani particolarmente significativi i due citati in precedenza in cui figurano gli ospiti, ambedue caratterizzati da una dolce linea melodica ben interpretata rispettivamente da Javier Girotto e dal trio d’archi. Dal canto suo il leader conferma appieno quanto di buono aveva già messo in mostra nei precedenti lavori vale a dire una assoluta padronanza strumentale coniugata con una piena maturità e consapevolezza dei propri mezzi espressivi.

Aaron Diehl – “The Vagabond” – Mack Avenue 1153

Ecco un altro album per trio pianoforte, batteria e contrabbasso. Protagonista Aaron Diehl, nome non particolarmente noto anche se si tratta di un artista davvero di grande spessore: non a caso Aaron Diehl è soprannominato “The Real Diehl” da Winton Marsalis ed è considerato dai critici del New York Times tra i più sofisticati e virtuosi pianisti jazz viventi. In questo album, accompagnato da Paul Sikivie al contrabbasso e Gregory Hutchinson alla batteria, Diehl evidenzia i molteplici aspetti della sua personalità artistica attraverso un repertorio variegato in cui accanto a sue composizioni, figurano brani di grandi personaggi del jazz come Sir Roland Hanna e John Lewis e due pezzi riconducibili alla musica colta come “March From Ten Pieces for Piano, Op. 12” di Sergei Prokofiev e “Piano Etude No. 16” di Philip Glass. L’album si divide, quindi, in due parti: nei primi sette brani Diehl si presenta nella duplice veste di compositore ed esecutore ed in ambedue evidenzia una spiccata sensibilità. Le sue composizioni non sono di facilissimo ascolto ma la ricerca di una precisa linea melodica si appalesa sempre precisa mentre le armonizzazioni ben si attagliano al disegno complessivo del pezzo. L’esecutore di assoluta originalità vien fuori nella presentazione di “A Story Often Told, Seldom Heard” di Sir Roland Hanna e del celebre “Milano” di John Lewis: in questi casi, pur rispettando l’originario impianto dei brani, il pianista ne offre una interpretazione affatto personale e ricercata. Infine, nelle due composizioni rispettivamente di Prokofiev e Philip Glass Diehl evidenzia l’ottima conoscenza del pianismo “classico” supportato, cioè, da studi approfonditi non solo della musica jazz. In ogni caso, qualunque repertorio affronti, Diehl si caratterizza per un stile raffinato ed elegante, per un tocco di straordinaria leggerezza, doti che trovano le loro radici, oltre che nello studio cui prima si faceva riferimento, in un indubbio talento naturale. Un’ultima non secondaria notazione: l’album è dedicato alla memoria di Lawrence “Lo” Leathers, batterista statunitense, caduto vittima di un agguato il 3 giugno del 2019 all’età di 38 anni.

Kit Downes – “Dreamlife Of Debris” – ECM 2632

Musicista assolutamente atipico questo Kit Downes, il quale, dopo essersi formatosi nel coro della cattedrale di Norwich dove ha imparato a suonare l’organo, si è successivamente innamorato del jazz ascoltando Oscar Peterson. Di qui una musica spesso straniante in cui si mescolano echi i più diversi. Se ne era avuta piena consapevolezza in “Obsidian” in cui Kit suona in splendida solitudine l’organo da chiesa coadiuvato da Tom Challenger al sax tenore in un solo brano. Stesso discorso per quest’ultimo “Dreamlife Of Debris” registrato nel 2018 nella sala da concerto dell’Università di Huddersfield, anch’essa dotata di un organo a canne, strumento cui Downes non sembra proprio voler rinunciare, così come non sembra voler fare a meno di determinati spazi che consentono una certa qualità di suono. Come spiegato da Steve Lake nelle esaurienti note che accompagnano l’album, il titolo dello stesso riporta una frase tratta dal documentario “Patience (After Sebald)” di Grant Gee, che traduce in immagini i testi vergati da W.G. Sebald, durante i suoi viaggi nella contea di Suffolk, testi che in particolare hanno ispirato il suo capolavoro, “Gli anelli di Saturno”. L’impianto basico di “Dreamlife Of Debris” è simile a quello di Obsidian in quanto pone in primo piano l’improvvisazione ma se ne differenzia sotto due aspetti non secondari: qui Downes ha voluto affiancare all’organo altri strumenti (ancora Tom Challenger sax tenore, Lucy Railton cello, Stian Westerhus chitarra, Sebastian Rochford batteria) e, in secondo luogo, si è presentato non solo come organista ma anche come pianista. Il risultato è assolutamente positivo in quanto l’ascoltatore è immerso in atmosfere senza tempo in cui jazz, musica da chiesa, echi folk, richiami alla musica colta da camera si mescolano incredibilmente in atmosfere il cui fascino è difficile da descrivere. Ascoltate il disco e capirete a cosa ci si riferisce.

Ethan Iverson Quartet – “Common Practice” – ECM 2643

Splendido album del quartetto del pianista Ethan Iverson innervato dalla presenza di Tom Harrell e completato da una eccellente ritmica con Ben Street al contrabbasso e Eric McPherson alla batteria). L’album registrato live al Village Vanguard nel gennaio del 2017 ci consegna un mainstream attualizzato, ricco di swing, esplicitato attraverso sia composizioni oramai classiche (ad esempio “The Man I Love”, “I Can’t Get Started”, “Sentimental Journey”, “All The Things You Are” e “We”) sia nuovi brani dovuti anche al pianista di Menomonie quali “Philadelphia Creamer” e “Jed From Teaneck” che rappresentano un mirabile esempio dell’approccio swing del quartetto. Iverson – lo ricordo per quei quattro, cinque che ancora non lo sapessero – è stato membro fondatore del trio jazz d’avanguardia The Bad Plus con il contrabbassista Reid Anderson e il batterista Dave King, che è riuscito a ricollocarsi in contesti assai diversi. E’ il caso, per l’appunto di questo “Common Practice”, il cui risultato è davvero notevole: l’intesa tra il leader e la tromba di Tom Harrell (classe 1946, votato nel 2018 come miglior trombettista dell’anno dalla U.S. Jazz Journalists Association) si staglia su un tessuto musicale ben disegnato in cui le invenzioni melodico-armoniche del leader sono sostenute da una sezione ritmica capace sempre di proiettare la musica in avanti, in una sorta di slancio che mai viene meno. Si ascolti al riguardo l’interpretazione di quel “Sentimental Journey” composto nel 1944 da Les Brown e Ben Homer (musica) e Bud Green (parole), portato al successo dapprima da Doris Day e successivamente inciso da molti jazzisti tra cui Lionel Hampton, Buck Clayton con Woody Herman, Ben Sidran, Frank Sinatra e Rosemary Clooney. Ma il brano citato è solo un esempio di quanto il gruppo sia ottimamente attrezzato anche per merito della sezione ritmica: si ascolti ancora nel successivo ”Out Of Nowhere” il centrato assolo di Ben Street al contrabbasso.

Louis Sclavis – “Characters On A Wall” – ECM 2645

Molti i riferimenti colti in questo album, vincitore del referendum “Top Jazz” nella categoria “disco internazionale dell’anno”, del clarinettista Louis Sclavis coadiuvato da Benjamin Moussay al piano, Christophe Lavergne alla batteria e Sarah Murcia al contrabbasso. L’ispirazione principale risiede nell’arte del pittore Ernest Pignon-Ernest con il quale Sclavis ha avuto modo di collaborare lungamente a partire dagli anni ’80. In effetti le opere di Pignon-Ernest erano state in precedenza oggetto dell’album di Sclavis “Napoli’s Walls” del 2002, disco ispirato ad un ciclo di immagini che il pittore aveva disegnato sui muri della città campana dal 1987 al 1995 aventi ad oggetto la rappresentazione della morte, le donne di Napoli ed i culti pagani e cristiani. Questa volta l’artista francese, in cinque dei suoi brani originali (“L’heure Pasolini”, “La dame de Martigues”, “Extases”, “Prison” e “Darwich dans la ville”) si ispira a dipinti realizzati da Pignon-Ernest in location diverse, da Parigi alla Palestina. Il disco è completato da un brano di Moussay, “Shadows and Lines”, e due improvvisazioni collettive. Altra differenza rispetto all’album precedente è che mentre in “Napoli’s Walls” si faceva un certo uso dell’elettronica, in questo “Characters” il gruppo è totalmente acustico Ciò detto, l’apertura è significativamente intitolata “L’heure Pasolini”, un brano intimista che disegna assai bene il quadro generale entro cui il gruppo si muoverà lungo tutto l’album. Ovvero una musica ricercata, in cui scrittura e improvvisazione si bilanciano, con la sezione ritmica che lavora quasi in sottofondo per creare le condizioni ideali in cui il leader inserisce i propri straordinari assolo caratterizzati sempre da un suono personale, limpido. Suono che si adatta perfettamente sia ai brani di più chiara ispirazione jazzistica, sia a quelle composizioni in cui si evince chiaramente un’ispirazione di matrice classica, nonostante si tratti di improvvisazioni collettive. Un’ultima notazione: l’album è corredato da un esauriente libretto con prefazione dello stesso Sclavis e ampie note di Stéphane Ollivier.

Israel Varela- “The Labyrinth Project” – VVJ 131

Ecco una sorta di internazionale del jazz: a guidarla il compositore, percussionista e vocalist messicano Israel Varela; al suo fianco il sassofonista canadese-americano Ben Wendel conosciuto soprattutto per essere un membro fondatore del gruppo Kneebody che nel 2009 si è meritato una nomination ai Grammy, il pianista tedesco Florian Weber il cui primo album “Minsarah” del 2006 ha vinto il premio della critica discografica tedesca, il bassista brasiliano Alfredo Paixao vincitore di numerosi Grammy Awards e “collaboratore” di alcune stelle anche al di fuori dell’ambito jazzistico come Julio Iglesias, , Liza Minelli, Henry Salvador… fino al ‘nostro’ Pino Daniele. Insomma un insieme composto da quattro spiccate personalità, evidentemente portatrici di culture e input differenziati, che si incontrano dando vita ad un ensemble del tutto originale…così come originale è la musica da loro proposta. Musica difficile da classificare dal momento che accanto a brani di chiara impronta jazzistica (si ascolti i lunghi assolo di Weber e di Wendel in “Heliopolis”) è possibile ascoltare episodi in cui ci si allontana dal jazz per approdare su sponde diverse come in “Azul” affidata alla coinvolgente e mai scontata vocalità di Israel Varela, in alcuni tratti addirittura commovente. Il quale subito dopo conferma in “Nueve secretos” di essere soprattutto uno strepitoso batterista accompagnando in solitudine il trascinante assolo di Ben Wendel. Nel conclusivo “Cuatro” si ricostituisce il gruppo in una sorta di rielaborazione di tutto il materiale sonoro offerto nell’album, quindi attenzione alle dinamiche, sapiente uso della tavolozza coloristica, giusta suddivisione degli assolo, eccellente equilibrio di scrittura e improvvisazione, il tutto conseguenza di un sapido arrangiamento.