I Floors in concerto al TrentinoInJazz!

TRENTINOINJAZZ 2019
e
Lagarina Jazz
presentano:

Giovedì 20 giugno
ore 18,00
Montura Alp Station C/O Montura Bistrò
Isera (TN)

Swing2Wedding: Aperitivo Jazz

Ingresso libero

ore 21,30
Cortile Palazzo De Probizer C/O Ristorante Casa del Vino
Isera (TN)

FLOORS

Prenotazione obbligatoria al numero 3421330005
ingresso 10 Euro, con posti limitati a 60

Giovedì 20 giugno, per il secondo appuntamento estivo del TrentinoInJazz 2019 – VIII Edizione, si apre la sezione Lagarina Jazz Festival con un concerto imperdibile: quello dei Floors! A Isera (TN), dopo l’aperitivo in jazz, arriva il trio composto da Filippo Vignato (trombone), Francesco Diodati (chitarra) e Francesco Ponticelli (contrabbasso). Vignato è stato segnalato come “Miglior nuovo talento” del Top Jazz 2016, Diodati vanta al proprio attivo lavori interessanti come leader e dal 2014 è componente del New Quartet di Enrico Rava, Ponticelli è nuovo per il pubblico trentino, non per la scena italiana, dove è attivissimo.

Quella con trombone, chitarra e contrabbasso è una combinazione particolarmente suggestiva, che dà modo alla creatività di spaziare su più piani di livello: diversi “Floors”, appunto. La cosa riesce bene quando i protagonisti sono musicisti giovani e di fervido talento, come Vignato, Diodati e Ponticelli. Loro stessi affermano: “Il nome della band vuole evocare una musica stratificata, con uno sguardo al minimalismo e alla ricerca poliritmica, ma allo stesso tempo fortemente ancorata alla melodia”. Geometrie astratte, dunque, che si incontrano con una schietta intenzione comunicativa. L’itinerario di Floors, iniziato nel 2017, ha fatto tappa nel 2018 a Umbria Jazz e si è rinnovato quest’anno in un tour che ha toccato cinque Paesi europei.

Prossimo appuntamento: domenica 23 giugno Sarah Stride Duo a Rovereto (TN).

Rita Marcotulli riceve dal Presidente Mattarella l’onorificenza di Ufficiale della Repubblica Italiana

E’ una delle artiste italiane più illustri, e per i suoi innumerevoli meriti in ambito musicale il Presidente Sergio Mattarella le ha conferito l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: è Rita Marcotulli, pianista e compositrice di grande talento ed eleganza. Prima donna ad aver vinto un David di Donatello per la miglior colonna sonora (nel 2011, per “Basilicata coast to coast”), annovera tra gli altri suoi riconoscimenti il Ciak d’oro, il Nastro d’Argento e le due vittorie al Top Jazz della rivista Musica Jazz prima come miglior talento emergente e poi come miglior talento italiano.
Già ufficializzata, la prestigiosa nomina di Ufficiale della Repubblica Italiana sarà ulteriormente suggellata il 1 giugno al Quirinale con la sua partecipazione al ricevimento per la Festa della Repubblica.
Nel corso della sua carriera Rita Marcotulli è riuscita ad affermare il suo stile raffinato in numerosi progetti e generi musicali che l’hanno portata ad esibirsi in tutto il mondo con grandi artisti e nelle location più importanti a livello internazionale.
Memorabili i suoi concerti con Pino Daniele (è suo il pianoforte e alcuni arrangiamenti dell’album “Non calpestare i fiori nel deserto” vincitore di 8 dischi di platino e della Targa Tenco), Ambrogio Sparagna, la sua esibizione al Festival di Sanremo 1996 con Pat Metheny, il tour mondiale come membro del gruppo del celebre batterista statunitense Billy Cobham, la sua sapiente rilettura dei Pink Floyd con un grande ensemble tra cui Raiz Fausto Mesolella, il live multimediale dedicato a Caravaggio presentato nel 2018 al Festival Umbria Jazz.
Nel 2013, è stata chiamata come membro della Giuria di qualità per la 63esima edizione del Festival di Sanremo.
In ambito jazz spiccano i progetti e le performance con Enrico Rava, Michel Portal, Javier Girotto, Jon Christensen, Palle Danielsson, Peter Erskine, Joe Henderson, Helène La Barrière, Joe Lovano, Kenny Wheeler, Norma Winston, Luciano Biondini, Charlie Mariano, Marilyn Mazur, Sal Nistico, Maria Pia De Vito. Per oltre 15 anni è stata membro del gruppo del sassofonista statunitense Dewey Redman – padre del noto sassofonista Joshua Redman – suonando in tutta Europa e in Sud America.
Tra le sue recenti collaborazioni troviamo Max Gazzè, Gino Paoli, Peppe Servillo, Noa, Massimo Ranieri, Claudio Baglioni e John De Leo. In ambito teatrale e cinematografico: Lella Costa, Chiara Caselli, Stefano Benni, Rocco Papaleo (per cui ha scritto le colonne sonore di “Basilicata coast to coast” e “Una piccola impresa meridionale”), Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Gabriele Lavia, Paolo Briguglia, Daniele Formica, Michele Placido.

Nella sua discografia, oltre 25 album tra cui “Woman Next Door – Omaggio Truffaut”, che nel 1998 il magazine inglese The Guardian ha nominato miglior disco dell’anno, e l’ultimo di Giorgio Gaber “Io non mi sento italiano”.
L’ultimo, appena uscito, è il live “Yin e Yang” (ed. Cam Jazz) in duo con il batterista e vocalist messicano Israel Varela, che a sua volta annovera collaborazioni con Pat Metheny, Charlie Haden, Bireli lagrene, Diego Amador, Bob Mintzer, Mike Stern, Yo Yo Ma, Jorge Pardo. Per questo nuovo progetto, Rita Marcotulli sarà impegnata nei prossimi mesi in tour con un eccellente quartetto europeo formato dal noto bassista Michel Benita, il sassofonista britannico Andy Sheppard (vincitore di numerosi British Jazz Awards) e lo stesso Varela.

CONTATTI
Ufficio Stampa: Fiorenza Gherardi De Candei
Tel. 328.1743236 Email info@fiorenzagherardi.com

“La scelta di non scegliere”: Franco Ambrosetti racconta e si racconta

Un importante volume edito da Jazzit ci apre le porte sulla vita di uno degli artisti e compositori più significativi degli ultimi decenni: Franco Ambrosetti. Con la sua tromba ha girato il mondo e ha incontrato artisti importanti, ha suonato la sua musica ovunque, e anche in veri e propri templi del Jazz.
Eppure la sua esistenza non è disegnata solo dal Jazz.

In questa intervista sveliamo qualcuna delle suggestioni che leggendo questo libro ci hanno incuriosito e appassionato, in quanto racconto non solo autobiografico, ma fortemente evocativo di una storia che riguarda tutti gli appassionati di Jazz.
L’intervista è divisa in piccoli paragrafi ispirati proprio dal libro – racconto di Franco Ambrosetti.

IL LIBRO

D.
Come nasce l’idea di dare vita ad un volume così importante, esaustivo, cronologico? Durante la lettura di questo libro sembra emergere una urgenza anche per se stesso di guardare e ricostruire il mosaico della          propria vita, oltre che di farne il racconto (di certo affascinante) ai suoi lettori. E’ così? O c’è altro ancora?

R.
In realtà non avevo alcuna intenzione di scrivere un libro autobiografico. Ma devo dire che amici, critici, booking agents, in generale persone appartenenti al mondo dello spettacolo hanno insistito al punto tale da presentarmi un giornalista, Marco Buttafuoco, che si è prestato a raccogliere le mie memorie. Per svariati giorni durante 6 mesi, ci siamo incontrati affrontando tematiche non solo autobiografiche ma di contenuto riguardo al vasto mondo musicale che frequento e al jazz in particolare.
A pagina 162 esprimo i miei sentimenti riguardo allo scrivere autobiografie e le ragioni per cui, rileggendo il riassunto di tante ore di conversazione mi decisi a riscrivere il testo da capo, dando un taglio personale alla mia storia. E mentre scrivevo, capitolo dopo capitolo mi appassionavo sempre più al viaggio nei ricordi…Forse per questo può sembrare che ci sia alla base una urgenza di raccontare la propria vita ad altri. Non è così, mi stavo soltanto divertendo a rivivere, raccontandoli, oltre settant’anni di vita, con lo stesso  piacere che provo quando faccio un assolo in concerto.

LA DICOTOMIA, IL DILEMMA

D.
Nel suo libro è costante il richiamo al dilemma principale della sua vita: Università o Musica? Musicista o Imprenditore?

R.
ll dilemma deriva dal fatto di CREDERE di dover scegliere. La società, la famiglia, i benpensanti, i conformisti chi ti circondano te lo fanno capire: dovresti decidere cosa vuoi fare da grande.
Ma nel mio caso il  musicista e l’imprenditore sono assolutamente la stessa persona. Il medico che svolge un’ attività politica non esercita forse anche lui attività molto diverse tra loro, pur essendo la stessa identica persona impegnata in due ruoli? L’unico criterio fondamentale per riuscire a combinare musica e industria è avere talento musicale. Se sei nato musicista puoi fare qualsiasi  mestiere. È solo una questione di gestione del tempo.

D.
Potrebbe tracciare episodi specifici della sua vita in cui a questo dilemma ha dato risposte, anche magari temporeggiando? O prendendo decisioni fondamentali, propulsive, che le hanno permesso di andare avanti invece che arenarsi nell’incertezza?

R.
La mia vita ha smesso di essere avvolta dall’incertezza una volta capito che è assolutamente possibile esercitare due professioni in modo assolutamente professionale. Borodin era chirurgo e chimico eccellente, scriveva sinfonie splendide e faceva parte del gruppo dei cinque con (Rimskji Korsakof, Musorskji ecc).

LA CONTINUITA’, LA SCELTA

D.
Lei si definisce, a ragione, dicotomico. Ma si nota anche un fil rouge continuo nella vita della sua famiglia: in fondo ha avuto un padre musicista, lei è musicista, suo figlio è musicista. Tutti e tre però non siete solo musicisti: è una sorta di predisposizione familiare, genetica, o un valore che si è tramandato, consciamente, o naturalmente?

R.
Forse c’è qualcosa di genetico nel fatto che in famiglia tre generazioni si sono dedicate professionalmente alla musica. Ma penso che la consuetudine nell’ascoltare musica quotidianamente oltre che il frequentare ambienti musicali e i musicisti serva a risvegliare i cromosomi deputati alla funzione musicale. Mio padre, io e mio figlio abbiamo fratelli o sorelle. Loro hanno scelto di non fare musica anche se, a mio parere,  avevano talento e avrebbero potuto fare lo stesso. Hanno scelto di non seguire la nostra strada.

D.
La determinazione di portare avanti (con successo) due vite presuppone, a me sembra, non una indecisione paralizzante ma al contrario una volontà ferrea che permetta l’unione delle due vite: per potersi permettere di essere dicotomici occorre avere una cintura di sicurezza ideale che permetta di compiere le acrobazie tra entrambe senza farsi male. Quale è stata e quale è la sua cintura di sicurezza?

R.
La cintura di sicurezza consiste nel sapere di essere la stessa persona che senza conflitto alcuno passa dall’esame dei bilanci o dalla riunione con i sindacati al palcoscenico per intonare “Giant Steps”. Sempre io sono, con o senza tromba. Aggiungo che la musica è un ottima forma di psicoterapia, di valvola di sfogo per qualsiasi problema non direttamente legato alla musica stessa. Aiuta a prendere distanza da ansie e problemi. Ma anche l’attività industriale è un rifugio dai problemi che il mondo musicale può porre.


IL RIGORE

D.
Lei ha condotto e conduce due vite parallele. Imprenditore e Jazzista. Nel suo libro descrive il suo arrivo al Politecnico di Zurigo, come matricola alla facoltà di ingegneria. Un periodo difficile che la vedeva dormire di giorno mentre i suoi compagni di corso la mattina presto andavano a lezione, all’incirca all’ora in cui lei invece tornava dai club in cui suonava. Verrebbe da pensare al rigore degli studenti e dei futuri ingegneri, contrapposto, come lei stesso racconta, all’etichetta di nato stanco affibbiatagli dai suoi colleghi, o allo stereotipo del musicista senza regole, fuori norma.
Ma la musica non prevede anch’essa un certo rigore? In quel periodo quale era la sua disciplina “altra” rispetto agli studenti del Politecnico?

R.
La disciplina “altra” erano le 5-6 ore di esercizio quotidiano che facevo all’Africana, il club dove suonavo a Zurigo. Per 4 anni.

Tutti i giorni. Oltre ai concerti…

D.
Lei ricorda, del periodo di Zurigo negli anni 60, due anni in cui suonò con un musicista che definisce esattamente così, rigoroso: Kenny Clarke. Perché rigoroso?

R.
Rigoroso perché razionale, preciso e intransigente. Come ogni genio.

D.
Leggendo il suo libro emerge una Zurigo vivacissima in quegli anni: molta musica, un viavai di grandissimi musicisti. Lei ne dipinge un ritratto davvero nitido, e a dire il vero chi immagina la Svizzera non la immagina esattamente così. Fino a quando si arriva all’episodio della mancata Jam Session di John Coltrane all’ Africana. E’ il tipico rigore svizzero?

R.
No, è peggio: è la tipica cultura svizzera tedesca in cui tutto ciò che non è obbligatorio è proibito. 

D.
Un altro tipo di rigore che mi piacerebbe lei raccontasse è quello dimostratole da suo padre che, presente ad una Jam Session con Charlie Mingus, decise che lei non doveva accettarne la scrittura, perché aveva gli esami alla facoltà di economia.

R.
Quello non fu rigore. Piuttosto il fatto che io, primogenito e quarta generazione di industriali, ero destinato a gestire le aziende di famiglia. Era per difendere gli interessi familiari, anche rispetto a mio nonno che allora era ancora a capo delle aziende.

D.
Esiste, a suo parere, una categoria di strumentisti più rigorosa di altre, o il rigore è una questione personale, di indole, di carattere?

R.
Il rigore è indirettamente proporzionale al talento. Meno talento, meno facilità con lo strumento, più rigore cioè più ore di studio.

LA VOGLIA DI VIVERE

D.
Questa frase nel suo libro appare a pagina 42, quando descrive l’estate passata a Villa Pirla, residenza presa in affitto da Enrico Intra a Castiglioncello. Cos’è la voglia di vivere per lei? E’ una sensazione legata alla musica o è più in generale una sorta di fiducia nella vita stessa, a prescindere dalla musica? E come ha influenzato le sue scelte, se le ha influenzate?

R.
La voglia di vivere è tutto per me. Sono un ottimista, ho fiducia nella vita al di là della musica, non vedo mai il bicchiere mezzo vuoto. E non sopporto i nichilisti.

 

LE EMOZIONI

D.
La stretta al braccio da parte di Miles: chi vorrà leggerà i particolari di quella particolare serata. Ma quanto ha contato poi nella sua vita di musicista quella stretta fugace ma forte?

R.
Ha contato moltissimo. Anni dopo Miles espresse  opinioni molto lusinghiere su di me, in un’ intervista di cui conservo la copia.
Ma la stretta al braccio ce l’ho nel cuore.

D.
Herbie Hancock al contrabbasso e lei al pianoforte possiamo annoverarla tra le grandi emozioni da raccontare?

R.
Oh sì! Anche se tutta la serata fu un emozione forte. Ma messa nel suo contesto temporale, nel 1965  Herbie non era il mito che è divenuto oggi, e noi giovani affrontavamo le jam session con quella sana incoscienza e leggerezza  che contraddistingue la gioventù.

D.
Le emozioni negative contano anch’esse. Penso alla rabbia ad Umbria Jazz che le fece abbandonare il palco, o alla delusione a Los Angeles per una performance difficile davanti ad Horace Silver. Per lei le emozioni negative sono comunque fonte di creatività? E invece l’amore, gli affetti?

R.
I miei affetti sono sempre stati al centro della mia vita, l’ amore mi ha ispirato innumerevoli composizioni  come “Silli in the Sky” o “ Silli’s Nest” e tra le ultime “ Silli’s long Wave” che ho appena registrato a New York. Anche le delusioni amorose sono fonte di ispirazione per comporre ma il risultato è appesantito dal dolore che si prova in quel momento, pur rimanendo  uno stimolo alla creatività, uno sfogo, una specie di antidolorifico.

 

LE CITTA’, I LUOGHI

D.
Zurigo, Basilea, Lugano, le Cicladi. E un’infinità di viaggi. Quali sono le città che sente più visceralmente parte della sua vita, di musicista e di imprenditore?

R.
New York per la musica. New York come imprenditore. Paros per il relax. Venezia almeno una volta all’anno per spaesarsi.

D.
Se potesse fissare una differenza profonda, per la sua esperienza di musicista, tra Zurigo e New York, quale sarebbe? E quale invece una affinità profonda e inaspettata?

R.
New York è molto più competitiva, più dinamica. È stimolante e frenetica. Zurigo è una delle città più vivibili del pianeta, come Vienna. Tutto funziona. 

Entrambe, Zurigo e Vienna promuovono la creatività di un artista in modo più umano, a ritmi più lenti. In fondo il movimento Dada è nato a Zurigo. E la secessione a Vienna….

D.
Lei ha suonato nei templi del Jazz di tutto il mondo. Quale è quello che di più la ha emozionato, colpito, e quale quello che invece la ha deluso?

R.
La delusione: Lussemburgo. Al concerto c’erano due persone, il portinaio e sua moglie perché la manifestazione non era stata annunciata. Quelle belle sono troppe. Ma diciamo che la prima volta al Blue Note di New York è stato emozionante.

 

I MUSICISTI, I PROGETTI

D.
Un progetto realizzato e uno non realizzato?

R.
Realizzato: l’ultima registrazione fatta in gennaio a New York con John Scofield, Uri Caine, Scott Colley e Jack de Johnette. Uscirà in giugno per l’etichetta Unit. Non realizzato: Suonare una volta con John Coltrane.

 

D.
Un musicista amato e uno meno amato?

R.
Se deve essere uno, l’amato è Frank Zappa. Meno amato, Ted Curson.

IL TEMPO

D.
Lei parla del metodo da lei inventato per ottimizzare il tempo e riuscire ad esercitarsi con la tromba nonostante viaggiasse continuamente per lavoro. Il far quadrare il tempo le è stato facilitato dall’essere musicista? O dalla sua formazione manageriale? O entrambe?

R.
Far quadrare il tempo quando se ne ha poco è una questione manageriale. È parte del concetto di produttività, produrre di più  in meno tempo.

I CRITICI MUSICALI

D.
Io che la intervisto scrivo di musica. E così le chiedo qualcosa sul duro giudizio che lei da dei critici musicali a pagina 59. Non pensa che, come in alcuni casi c’erano e ci sono pregiudizi su musicisti dal doppio mestiere come è lei, non ce ne siano anche sulla competenza di chi scrive di musica? Una delle frasi che sento dire più spesso è “se scrive è solo un musicista mancato”

R.
Ci sono critici buoni e altri no. Come in tutti i mestieri.Sicuramente ci sono molti pregiudizi verso chi, come nel mio caso, è fortunato.

Schönberg scriveva, a proposito di Mahler ,spesso  oggetto di pessime critiche durante la sua vita, che ciò fosse giusto. Perché il critico coperto di onore durante la sua vita potesse avere una compensazione per la vergogna che lo avrebbe sommerso dopo la sua morte. Musicisti e critici fanno mestieri diversi. Uno fa, l’altro giudica. Ma quando ci si mette in vetrina ci si espone automaticamente alla critica. Poco importa che sia competente, corretta o totalmente sballata e scritta da un musicista mancato. Nessuno è obbligato ad andare in scena. Se ci va è il rischio che si corre in ossequio al diritto di critica che è una delle libertà fondamentali della democrazia liberale.
Poi è diritto di ciascuno essere d’accordo o no.

 

IL FUTURO

D.
La mia ultima domanda riguarda il suo futuro di musicista. Dunque i suoi progetti a breve, medio e lungo termine. Ci sono? Quali sono?

R.
Il prossimo progetto è una registrazione in duo con 4-5 pianisti, solo di ballads. Forse in qualche brano aggiungo un bassista.

È previsto per fine anno a New York. I pianisti verranno contattati a breve. Le farò sapere quali saranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Greg Spero e i suoi Spirit Fingers portano la fusion contemporanea all’Elegance Cafè

Il quartetto affonda le radici nella contemporary fusion, e presenta un repertorio improntato su composizioni originali del leader Greg Spero. Spirit Fingers ha mandato letteralmente in visibilio tutti gli appassionati statunitensi del genere, riscuotendo un enorme successo di pubblico in tutti i tour da New York a Los Angeles, che hanno fatto registrare sempre il sold out. Greg Spero, leader di questa brillante formazione, è uno tra i migliori pianisti della nuova generazione, già vincitore del Best Jazz Entertainer ai “Chicago Music Awards”, nonché direttore musicale di Hasley e vera star dell’elettro-pop. Il suo stile è torrenziale, tensivo, supportato da una padronanza strumentale di livello assoluto. Grazie alle sue note doti, fra gli altri, ha stretto collaborazioni con artisti di caratura mondiale come Arturo Sandoval, Corey Wilkes e Robert Irving III. Dario Chiazzolino, talento della chitarra jazz, è uno tra i musicisti più apprezzati in circolazione. Il suo fascinoso phrasing si incardina su un esteso utilizzo dell’out playing, vero e proprio suo biglietto da visita. Dave Liebman, Bob Mintzer, Bobby Watson, Roy Hargrove, e Billy Cobham, sono solo alcuni dei leggendari jazzisti con i quali ha condiviso il palco. L’Umbria Jazz Award nel 2006 e il Top Jazz Guitar Competition in Inghilterra, invece, soltanto due dei premi più prestigiosi da lui ottenuti. Hadrien Feraud è un eccezionale bassista francese, assai poliedrico e in possesso di una tecnica sopraffina. Le sue rare qualità musicali gli hanno consentito di calcare le scene insieme ad artisti di rango mondiale, fra cui: Chick Corea, John McLaughlin, Bireli Lagrene, Virgil Donati, Billy Cobham. Dal drumming esplosivo, fortemente energico e trascinante, Mike Mitchell è un batterista virtuoso, sempre alla ricerca di un suono personale e immediatamente riconoscibile, fra i più quotati nel panorama musicale internazionale. Per merito del suo talento cristallino si è esibito al fianco di giganti del calibro di Stanley Clarke, Christian McBride, Antonio Hart, solo per citarne alcuni. Spirit Fingers è un mix di virtuosismo, nerbo espressivo, straripante energia.
Sul palco Greg Spero (piano), Dario Chiazzolino (chitarra), Hadrien Feraud (basso) e Mike Mitchell (batteria).

Giovedì 13 dicembre 2018
(doppio set) ore 21 e 23.30
Elegance Cafè Jazz Club
Via Francesco Carletti, 5 – Roma
Euro 15 (ingresso e prima consumazione)
Infoline +390657284458

Emanuele Coluccia in concerto a Parma con “Birthplace”

Venerdì 23 novembre Emanuele Coluccia torna sul palco nell’ambito del tour dedicato al suo album “Birthplace” prodotto da Workin’ Label con il sostegno di Puglia Sounds Records 2018. Alle 21.30 sarà difatti in concerto a Parma presso il Circolo Giovane Italia (via John Fitzgerald Kennedy, 7) in trio con il contrabbassista Giampaolo Laurentaci e il batterista Dario Congedo: info e prenotazioni al 320.1992273.
Emanuele Coluccia, che ha trascorso molti anni della sua carriera negli Stai Uniti, è una delle figure più talentuose e eclettiche del panorama musicale italiano: pianista, sassofonista, polistrumentista, arrangiatore, compositore, direttore d’orchestra, didatta, Coluccia ha condotto il suo percorso artistico parallelamente tra Europa e States, facendo definitivamente ritorno in Italia qualche anno fa.
Gli 8 brani originali di “Birthplace” (disponibili su Spotify al link http://bit.ly/spotifyBIRTHPLACE) segnano proprio la ricapitolazione di un percorso, un ritorno al luogo di origine, dove il potenziale è al massimo e le possibilità infinite, punto di partenza di una nuova vita. Nella tracklist anche la rivisitazione del celebre brano di Paolo Conte “Azzurro”:
“Il brano appartiene al mio immaginario infantile. Da piccolo lo ascoltavo su 45 giri e ci ballavo sopra. L’originale è musicalmente molto semplice e mi sono divertito molto a riarmonizzarlo, cambiandone il colore, che da azzurro diventa un colore molto misterioso.”
Nel disco, registrato con Luca Alemanno e Dario Congedo, anche un cameo della cantante Carolina Bubbico che ha prestato la sua voce in “Eagle’s Wish” per riportare il tema del brano alla sua natura originaria di canto libero, immediato, espressione del desiderio di un essere che conosce il volo come propria condizione naturale e quotidiana.
Improvvisatore, sempre teso alla sintesi delle esperienze e ispirato da una visione sincretica della vita e delle arti, Emanuele Coluccia è un musicista sui generis. Al centro della sua raffinata ricerca vi è il desiderio di cogliere il cuore delle cose: del suono, dell’ascolto, dell’azione musicale.
Le parti tematiche delle composizioni nascono da “appunti di viaggio”: note vocali prese al volo durante i frequenti viaggi o da momenti di ispirazione, in cui sembra che il canto e il suono siano una perfetta opportunità di relazione e conoscenza con se stessi. La parte armonica è realizzata con una tecnica mista (tonale, modale, atonale) nello sforzo costante di tenere vicini i rispettivi piani espressivi in una danza sempre più complessa e, allo stesso tempo, concreta.

BIO
Pianista e polistrumentista eclettico, Emanuele Coluccia conduce la sua carriera parallelamente tra Europa e Stati Uniti. Nel suoperiodo newyorkese, iniziato nel 1999, ha intrapreso un percorso molto attivo sia per quanto riguarda l’attività concertistica (Brooklyn Film Festival, Lincoln Center, University of Stoneybrook, WAX Studios, Consolato Tedesco, Brooklyn Museum of Art, Università di Princeton) sia per l’attività discografica. Negli USA ha collaborato con la cantautrice americana Myla Hardie, l’artista afro-jazz Alain Kodjovi, la cantante italiana Greta Panettieri, il trombettista/compositore tedesco Volker Goetze, il cantautore francese Chris Combette, e ha partecipato ai tour europei del trombettista newyorkese Greg Glassman e al tour in Andalusia con il trio Malesciana Folk.
Rientrato in Italia ha fondato con Claudio Prima e Redi Hasa Bandadriatica, progetto con cui ha all’attivo 4 lavori discografici, numerosi tour in Italia e all’estero e prestigiose collaborazioni (King Naat Veliov e la Kocani Orkestra, Eva Quartet). Negli anni ha condiviso il palco con moltissimi artisti, tra cui Fabrizio Bosso, Carolina Bubbico, Gabriele Mirabassi, Javier Girotto e Silvia Manco, e nel 2005 e nel 2006 è stato membro dell’Orchestra della Notte Della Taranta.
Collabora a diversi progetti multidisciplinari caratterizzati dall’interazione fra musica, danza, pittura e letteratura, prendendo parte a spettacoli, residenze artistiche e gruppi di ricerca con attori, pittori danzatori e performer. Affianca la sua attività di compositore con quella di arrangiatore e orchestratore per Bandadriatica e per la Giovane Orchestra del Salento.
Nella sua formazione spiccano le lezioni e i workshop di Joe Lovano, Joe Zawinul, Paul Motian, Bill Frisell, John MacLaughlin, George Garzone nell’ambito delle clinics del Berklee College of Music a Umbria Jazz. Proprio nell’edizione del 1999 del grande Festival umbro, ha partecipato a performance improvvisate con Jason Moran, Taurus Mateen, Eric Harland e Pat Metheny.

CONTATTI
Facebook: https://www.facebook.com/emacoluccia/
www.workinproduzioni.it  workinmusic@gmail.com
Ufficio Stampa: Fiorenza Gherardi De Candei  tel. 328.1743236 info@fiorenzagherardi.com

Muore a 49 anni il trombettista texano Roy Hargrove, musicista-simbolo del rinnovamento del jazz

“È con il cuore greve che annunciamo la scomparsa del grande Roy Anthony Hargrove, all’età di 49 anni, a New York la scorsa notte (la notte del 2 novembre NdA), per un arresto cardiaco a causa delle complicazioni della sua coraggiosa battaglia contro la malattia renale”, scrive su Facebook Larry Clothier, suo manager e amico.

La prima volta che mi capitò di sentire la tromba di Roy Hargrove fu nel 2002. L’album era un tributo a Davis e Coltrane (e quello, onestamente, fu il motivo primario che mi spinse ad ascoltarlo); registrato dal vivo in Canada nel 2001, venne pubblicato l’anno dopo con il titolo “Directions in Music: Live at Massey Hall”. Naturalmente, i nomi di Herbie Hancock e di Michael Brecker fecero da traino ma ebbero il merito di farmi scoprire uno tra i trombettisti coevi che avrei amato di più, insieme a Dave Douglas.

Quel disco valse loro ben due Grammy: uno come miglior album jazz strumentale e l’altro come miglior solo nel brano “My ship”, il cui autore della parte musicale è Kurt Weill. Questo pezzo è sempre presente nelle mie playlist, lo trovo perfetto nel suo trasognato lirismo, nella sua trascinante carica interpretativa e il suono del flicorno di Roy è morbido, brillante, unico… ogni tentativo di collegarlo ad altri trombettisti del passato risulta praticamente impossibile.

Da lì, ho iniziato a seguirlo, anche andando a ritroso nel tempo. L’ho ritrovato spesso protagonista in diverse edizioni di Umbria Jazz – anche in questa del 2018 – sia con la sua core-band RH Factor, dalle diverse anime R&B, soul, hip-hop e funky, sia con il suo quintetto più tradizionale.

A proposito di questo quintetto, che vedeva Roy Hargrove, alla tromba e flicorno, Justin Robinson, al sax alto e flauto, Gerald Clayton, al piano, Danton Boller al basso e Montez Coleman, alla batteria, un collettivo di musicisti jazz di alto livello ispirato dall’hard-bop degli anni sessanta, quelli, per intenderci, dei Jazz Messengers di Art Blakey, nel periodo in cui vi suonava un altro mito della tromba: Freddie Hubbard, c’è un altro disco che è entrato nelle profondità della mia anima musicale, si tratta di “Earfood”, uscito nel 2008. Qui Hargrove si immerge nuovamente alla sorgente della sua esplorazione musicale che, tuttavia, non significa un ritorno al passato ma un abbinare la sua profonda conoscenza del jazz più tradizionale alla sua infinita genialità e alla sua indiscutibile  modernità.

C’è in questo disco una versione di Mr. Clean (incommensurabile composizione di Hubbard, indimenticabile nell’incisione del 1970 con Joe Henderson, al sax, George Benson alla chitarra, Herbie Hancock alle tastiere, Ron Carter, al basso e Jack DeJohnette, alla batteria… massima concentrazione di mostri sacri del jazz!) dove il riff di matrice R&B è un miracolo di interplay tra tromba e sax, dove l’ottimo pianismo di Clayton, con i suoi brevi e incisivi assolo, mostra di aver fatto propri gli insegnamenti del miglior Herbie Hancock, dove in ogni nota circola la linfa evolutiva del jazz modale.

Molte sono le storie che si potrebbero raccontare sul “giovane leone Hargrove”, scoperto in una scuola di musica di Dallas da Wynton Marsalis; si potrebbero ricordare i nomi dei grandi musicisti con i quali ha suonato, oltre ai già citati Hancock e Brecker, da Steve Coleman a Oscar Peterson, da Roy Haynes a Dave Brubeck e, più di recente Erykah Badu, Marcus Miller, Angelique Kidjo; si potrebbe dire che la sua musica ha illuminato la strada di parecchi giovani che, grazie a lui, si sono avvicinati ad uno strumento complesso da padroneggiare, come la tromba. Tutto questo, però, è cronaca… già detta, ovunque e da tutti.

Noi abbiamo voluto ricordarlo cercando di entrare nella sua visione della musica, la stessa che ebbe, prima di lui, Miles Davis, entrambi artisti dal talento immenso, pionieri audaci e sognatori… quel tanto che basta a fare la differenza per reclamare, a pieno titolo, un posto nel gotha dei geni musicali del nostro tempo.

Marina Tuni