Dalla Russia a Umbria Jazz il virtuosismo controcorrente di Greta Panettieri

Un’artista dal vissuto intenso e sempre controcorrente. Vincitrice di una prestigiosa borsa di studio, si afferma negli Stati Uniti e poi conquista il pubblico italiano e gli spettatori di La7 con le sue reinterpretazioni magistrali tra jazz, pop, rock e musica popolare brasiliana. Cantante e compositrice dalla musicalità e virtuosismo innati, è reduce dal suo terzo tour sold out in Russia e dal 29 dicembre al 1 gennaio torna live a Umbria Jazz con il suo ultimo album “With Love”, ripercorrendo anche le tappe dei suoi precedenti 5 album realizzati tra Stati Uniti e Italia.

Poche artiste possono vantare la sua stessa capacità interpretativa ed espressiva, e le sue incredibili doti vocali. Dal 29 dicembre al 1 gennaio, torna live in Italia Greta Panettieri, protagonista di 8 concerti nell’edizione Winter del festival Umbria Jazz, al Palazzo dei Sette di Orvieto.
Cantante, compositrice e strumentista. Ma soprattutto un’artista singolare, dalla personalità unica, tanto armoniosa quanto “sgretolata” – così come recita il titolo del suo penultimo album “Shattered”. Reduce dal grandissimo successo del terzo tour in Russia in poco meno di un anno, dove ha collezionato una lunga serie di sold out, Greta Panettieri si è affermata prima negli Stati Uniti dove ha firmato un contratto con la DECCA/Universal e ha collaborato con grandi della musica mondiale come Larry Williams, Diane Warren, Curtis King, Terri Lynn Carrington, Mitch Forman, Robert Irvin III, Curtis King, Toninho Horta ed è stata invitata ad aprire le date del tour europeo di Joe Jackson.
In Italia ha conquistato il pubblico del jazz e gli spettatori di LA7 dapprima con le sue personalissime reinterpretazioni di grandi artisti (il suo album “Non Gioco Più, dedicato a Mina, svela il suo incredibile virtuosismo vocale, a partire dal celebre e sfidante brano “Brava”, scritto da Bruno Canfora proprio per esaltare le doti tecniche e espressive della “tigre di Cremona”). Mentre varie edizioni dei Jazzit Awards la consacrano come una delle migliori cantanti jazz italiane, il suo animo musicale si sfaccetta in più direzioni, che riesce a fare proprie con uno stile inconsueto e di grande eleganza: i suoi brani originali con sapienza esprimono il suo amore anche per il rock, il free, il pop, l’elettronica, la musica popolare brasiliana e la musica d’autore italiana.
La sua carriera in Italia vede grandi collaborazioni: Sergio Cammariere, Gegè Telesforo per cui ha scritto anche dei testi, il grande Toquinho che l’ha invitata in diversi tour, il trombettista Fabrizio Bosso, Claudio “Greg” Gregori, Ainè, la New Talents Jazz Orchestra e la Perugia Jazz Orchestra, esibendosi nei più grandi teatri e jazz festival e italiani con moltissimi sold out.
Insieme a lei sul palco di Umbria Jazz, il pianista, compositore – e suo fedele producer – Andrea Sammartino, il bassista Daniele Mencarelli, il batterista Alessandro Paternesi e, grande special guest, il sassofonista Max Ionata, amatissimo in Giappone e in Russia oltre che in Italia. Sul palco, i brani del suo ultimo album “With Love”, e le tappe fondamentali dei suoi precedenti 5 album realizzati tra Stati Uniti e Italia.

Un’artista a tutto tondo e una donna dal vissuto intenso e sempre controcorrente. A vent’anni rifiuta una prestigiosa borsa di studio per il Berklee College of Music di Boston e si trasferisce a New York, dove inizia una vita avventurosa all’insegna del suo grande amore per il canto, che riconosce come il suo principale strumento espressivo dopo aver studiato violino e pianoforte. Nel 2015 la casa editrice Edizioni Corsare decide di raccontare la sua storia in una biografia a fumetti: la Graphic Novel “Viaggio in Jazz”, oggetto di molti incontri nelle scuole e di una mostra al Medimex di Bari.

Un’artista dall’attitudine molto privata, e per questo ancora da scoprire nonostante le sue apparizioni televisive e radiofoniche, i 6 dischi, i continui sold out e un largo stuolo di fan. Impossibile, dunque, non approfondire il personaggio: www.gretapanettieri.com.

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I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 5)

Leo Records

(di Luigi Onori)

L’etichetta inglese Leo Records ha da poco festeggiato il suo quarantesimo anno di esistenza: il 6 giugno 2019 al londinese Cafe OTO si sono esibiti alcuni artisti che hanno, nel tempo, collaborato con Leo Feigin: Carolyn Hume, Paul May, Phil Minton, Roger Turner, Charlie Beresford, Peter Marsh. Sono una piccola rappresentanza di quanto la Leo Records ha documentato nel tempo; saltatore in alto russo – ai tempi dell’Unione Sovietica – Leo Feigin chiese ed ottenne asilo politico in Inghilterra negli anni ’70 ed iniziò a lavorare per la BBC. Nel 1979 non trovò alcun produttore per la musica che, clandestinamente, riceveva dall’Urss e decise di fondare una propria etichetta, con lo slogan “music for inquiring mind and the passionate heart”. Da allora Feigin non ha mai smesso di dare spazio ad artisti d’avanguardia americani, europei, giapponesi…in un catalogo vastissimo; fondamentale – negli anni ’80 e ’90 – fu l’opera di diffusione da parte della Leo Records dell’avantgarde jazz sovietico, che accompagnò la fine del regime e fornì un “luogo”, non solo sonoro, per molti oppositori. Un’idea della vastità, a volte entropica e dispersiva, di orizzonti dell’etichetta inglese ce la offre una delle ultime uscite del 2019, forte di cinque album.

Perelman-Maneri-Wooley, “Strings 3”
Il sassofonista tenore Ivo Perelman è uno degli artisti-pilastro nella produzione della Leo Records, almeno nell’ultimo decennio. A questo straordinario e prolifico improvvisatore di origine brasiliana, Feigin ha concesso di documentare gli incontri con tanti artisti, da cui sono scaturite alcune consolidate collaborazioni. Quella con il solista di viola Mat Maneri (altro “campione” dell’etichetta) è particolarmente solida, anche perché Perelman era da giovanissimo un virtuoso del violoncello, nella natìa San Paolo, ed ha molto registrato con strumenti ad arco. Ecco il senso della serie “Strings”, il cui terzo episodio vede anche il coinvolgimento del promettente trombettista Nate Wooley. I cinquantatre minuti di musica sono articolati in undici tracce semplicemente numerate, frutto della totale improvvisazione-esplorazione di registri sonori, intrecci polifonici, campi sonori nel senso più vasto e “contemporaneo” del termine.

Perelman-Maneri-Wooley-Shipp, “String 4”
La registrazione è posteriore di alcuni mesi, rispetto alla precedente, sempre ai Parkwest Studios di New York. Il trio si amplia a quartetto con l’importante presenza del pianista Matthew Shipp, uno dei ricercatori sonori più interessanti degli ultimi decenni, da qualche tempo un po’ in ombra. I suoi interventi accordali e solistici rendono meno aereo l’intreccio tenore/viola/tromba e Shipp porta, nella libera improvvisazione, un apprezzabile senso della forma e della misura; quasi cinquantacinque i minuti di musica, anche in questo caso suddivisi in nove parti numerate. Perelman è coproduttore della serie “strings” e suo è il “cover artwork” su opere di Tom Beckam. La libertà di esplorazione delle relazioni tra ance e “corde” si coniuga, così, con un attento controllo del prodotto discografico.

Christof Mahnig & Die Abmahnung, “Red Carpet”
Trombettista, leader e compositore di tutti i nove brani, Mahnig si muove su coordinate quasi antitetiche a quelle di Ivo Perelman. La storia-tradizione del jazz è per lui motivo di studio e creazione, recuperando elementi di carattere formale e linguistico senza, però, un processo mimetico né derivativo. La parte centrale del Cd è costituita dalla suite “Three Pictures” (circa quindici minuti) ed il trombettista dialoga in tutte le tracce con il chitarrista Laurent Metéau, il contrabbassista Rafael Jerje ed batterista Manuel Künzi. Il risultato è un album che unisce godibilità e innovazione, sfruttando il ristretto organico in modo magistrale. Il cd è stato prodotto con il supporto economico di istituzioni culturali svizzere (Lucerna).

Blazing Flame Quintet/6, “Wrecked Chateau”
La parola, la poesia (tutti i testi nel booklet) sono al centro di questo lavoro discografico che si potrebbe definire polistilistico: l’ascolto dell’iniziale “Back Into The High Tide We Go” è piuttosto esemplificativa. Tutti le liriche sono del “vocalist” (la sua è una “song poetry”, in realtà) Steve Day, supportato talvolta da Julian Dale che è anche contrabbassista e violoncellista. Il gruppo prevede inoltre Peter Evans (violino elettrico a cinque corde), David Mowat (tromba), Mark Langford (sax tenore, clarinetto basso), Marco Anderson (batteria, percussioni). Non mancano sfumature e accentazioni rock, atmosfere teatrali e riferimenti jazzistici anche nei versi (“Flaming Gershwin”). Musica aperta, porosa, mutevole, visionaria, libertaria, di artisti non più giovani ma ancora “utopistici”.

Oogui, “Travoltazuki”
Feigin riesce a spiazzarti, sempre. Il produttore definisce il gruppo un “disto-disco-trio” ed il lavoro discografico “un laboratorio di sorprese musicali che mettono insieme jazz, disco, progressive rock e improvvisazione”. Il tramite con l’etichetta d’avanguardia inglese è stato il chitarrista svizzero Vinz Vonlanthen (ha inciso più volte per la Leo, nell’ambito della musica improvvisata): ha creato un trio con il pianista/tastierista Florence Melnotte ed il batterista/percussionista Sylvian Fourier (all’occorrenza tutti usano la voce) per rileggere il sound della disco anni ’80 in una chiave assolutamente personale (“Shitimogo”; nell’interno del cd c’è anche un John Travolta “mascherato”). Operazione riuscita? In ogni caso bisogna dar atto a Leo Feigin di una grande apertura, il che non è poco per i suoi ottantuno anni (è nato nel 1938 in quella che si chiamava Leningrado).

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Parco della Musica Records

La Parco della Musica Records è l’etichetta discografica della Fondazione Musica per Roma che dal 2004 pubblica i migliori progetti registrati all’Auditorium Parco della Musica di Roma o proposti da artisti profondamente legati ad esso. Le linee editoriali seguono la stessa ricerca e selezione che caratterizza la programmazione musicale dell’Auditorium. La Parco della Musica Records è riuscita a raggiungere in pochi anni una posizione di prestigio nel mondo discografico guadagnando consensi sempre più positivi da parte della critica nazionale e internazionale e ottenendo numerosi premi e riconoscimenti.

Franco D’Andrea – “Intervals I”, “Intervals II”, “A Light Day”
Franco D’Andrea è artista di caratura mondiale cosicché ogni suo album viene giustamente considerato un evento. Figuratevi quando di album, a distanza pochi mesi, ne escono addirittura tre. Attivo sin dai primi anni Sessanta, il pianista di Merano, come si diceva in apertura, è oggi considerato una punta di diamante del jazz globalmente inteso grazie alla sua classe, alla sua originalità e soprattutto alla sua ansia di ricerca che non conosce pause ad onta dei 78 anni suonati. D’altro canto chi lo conosce personalmente sa benissimo quanto Franco sia ancora fresco nel suo entusiasmo, gentile, disponibile, capace, suonando, di entusiasmarsi, di emozionarsi come un ragazzino alle prime armi. I primi due CD, significativamente intitolati «Intervals», evidenziano appieno quell’ansia di ricerca del pianista che si esercita sull’intervallo, ossia sulla distanza che separa due suoni, intervallo che può essere melodico o armonico. In questa puntigliosa e trascinante disamina D’Andrea è accompagnato da un ottetto di cui fa parte il suo sestetto ormai storico (Andrea Ayassot ai sassofoni, Daniele D’Agaro al clarinetto, Mauro Ottolini al trombone, Aldo Mella al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria), ai quali si aggiungono la chitarra elettrica di Enrico Terragnoli e l’elettronica di Luca Roccatagliati, in arte DJ Rocca, elementi che risulteranno determinanti per arricchire la tavolozza timbrica del gruppo. “Intervals I” contiene la registrazione integrale del concerto tenuto il 21 marzo 2017 all’Auditorium Parco della Musica di Roma, mentre “Intervals II” contiene brani registrati durante le prove per il concerto del 21…Descrivere la musica contenuta nei due album è impresa praticamente impossibile (e forse anche inutile) data la varietà di situazioni e combinazioni che l’artista propone. Comunque una qualche differenziazione – non facile da cogliere – tra i due CD esiste nel senso che il primo volume è più strutturato, in cui è abbastanza facile scorgere i diversi input che hanno contribuito a rendere così particolare e articolato il linguaggio di D’Andrea (si ascolti, al riguardo ‘Intervals 3 / Old Jazz’ e ‘Traditions N.2’). Meno omogeneo il secondo volume, ancora più aperto in quanto, come spiega lo stesso D’Andrea, contiene situazioni estreme sperimentate durante le prove ma poi non confluite nel concerto. Altro aspetto importante che viene in primo piano e che accomuna ambedue i CD è la ricchezza della tavolozza timbrica, arricchita da una sorta di “sezione elettronica”, che contribuisce notevolmente a creare un nuovo suono di gruppo.
A differenza degli altri due album, “A Light Day” è un doppio CD in cui ancora una volta Franco D’Andreea affronta la dimensione, per lui assai congeniale, del piano-solo. In programma parecchie composizioni dello stesso D’Andrea, affiancate a riletture di alcuni storici brani Dixieland. Il risultato è ancora una volta entusiasmante. Come su accennato il piano solo è per D’Andrea un contesto che lo ha già visto indiscusso protagonista. Questa ulteriore produzione discografica ci restituisce un artista semplicemente sontuoso dal punto di vista sia esecutivo sia compositivo. Chi conosce il musicista di Merano sa bene quanto lo stesso sia legato al jazz del passato pur rinnovandolo e rivisitandolo alla luce della sua sensibilità di musicista moderno. Di qui un jazz originale, in cui la ricerca sul materiale si combina perfettamente con quella sul suono e sulla combinazione di elementi derivati sia dal primo jazz sia dal free; e non crediamo di esagerare affermando che D’Andrea è uno dei pochissimi artisti al mondo capace di operare una tale sintesi giungendo a risultati sempre – e sottolineamo sempre – di assoluta originalità e di grande valore artistico.

Riccardo Del Fra – “Moving People”
“Per me, comporre vuol dire trasmettere un significato”; cosí il contrabbassista Riccardo Del Fra inizia la breve presentazione del compact “Moving People”. Trattasi di una suite che il medesimo compositore non esita a definire basata sui canoni di “motion and emotion”, movimento ed emozioni che ne determinano lo sviluppo, l’andamento, le sequenze armoniche. C’è una sottotraccia, nel lavoro commissionatogli dalla Fondazione Genshagen di Berlino, un mandato ispirato all’amicizia fra i popoli: il genere umano in marcia, il suo moto perpetuo, visto nell’attuale momento storico in cui incalza il problema dell’immigrazione con i conseguenti nodi politici da sciogliere. Del Fra assembla per l’occasione una formazione cosmopolita, in rappresentanza di cinque Paesi: ” mette insieme e dirige diversi background stilistici creando un risultato sorprendente” annota Ted Panken mentre Jen Paul Ricard, sempre all’interno della cover, ne sottolinea la bellezza del mondo melodico. Caratteristica del resto tipica anche del precedente disco “My Chet My Song”, inciso per la stessa label, in cui la componente “motoemotiva” era già presente nelle prestazioni di questo contrabbassista lirico, abituato a lavorare in profondità sulle corde per estrarne l’anima, alimentare la fantasia, impregnare in concreto l’interpretazione. La scelta dei partners pare misurata per realizzare al meglio le dieci composizioni dell’album sulla base di quanto programmato, lasciando ampio spazio ora all’improvvisazione (‘Ressac’, ‘Street Scenes’), ora all’immaginazione (‘The Sea Behind’, ‘Around The Fire’), ora alla percezione effimera (‘Ephemeral Refractions’) ora alla spinta ritmica (‘Children Walking Through A Minefield’), al dialogo fra strumenti (‘Wind On An Open Book II’), infine ad ampie aperture (‘Cieli sereni’); in un progetto che i (sette) jazzisti, artisti in cammino e musicisti “d’incontro” per definizione, applicano doviziosamente. Sono il trombettista polacco Tomasz Dabrowski, il sassofonista tedesco Jan Prax, i francesi Rémi Fox al baritono e soprano e Cart-Henry Morisset al pianoforte, e gli americani Jason Brown alla batteria e l’ospite Kurt Rosenwinkel alla chitarra. Il tema principale, “Moving People”, è di quelli che ritornano in mente per merito di una melodia delicata ed iterata che penetra, lasciando una sensazione indefinita di viaggio, intrisa di pathos intenso ed intime suggestioni. (Amedeo Furfaro)

Martux_m – “Apollo 11 Reloaded”
La musica elettronica non ci entusiasma: di qui lo scetticismo con cui ci siamo posti ad ascoltare questo album. Per fortuna le cose sono andate meglio del previsto. Intendiamoci: non è che ci abbia entusiasmato, ma siamo riusciti ad ascoltarlo sino alla fine senza problema alcuno, anzi apprezzando particolarmente i due brani in cui figura Francesco Bearzatti. Ciò perché Martux_m è artista maturo, consapevole delle proprie possibilità, che usa l’elettronica come linguaggio, come mezzo di comunicazione al di là di qualsivoglia intento edonistico. Come si può facilmente evincere dal titolo, il progetto nasce in occasione delle celebrazioni dei 50 anni dello sbarco del primo uomo sulla luna. Assecondando la sua straordinaria fantasia, Martux_m ha inteso, attraverso la sua musica, descrivere le varie fasi della missione Apollo 11, dalla partenza con il primo brano “Lift Off”, al rientro sulla terra con l’ultimo brano “Return”. In mezzo, tra l’altro, due brani particolarmente legati a quello specifico periodo storico: “Us and them” dei Pink Floyd tratto dall’indimenticabile “The dark side of the moon” e “Space Oddity” di David Bowie. In apertura accennavamo alla maturità artistica di Martux_m e a conferma di ciò da segnalare la validità dei collaboratori che il musicista ha scelto per questa nuova impresa discografica: sul piano dell’organico ecco inseriti Giulio Maresca all’elettronica in tutti i brani e il sax di Francesco Bearzatti in “Us And Them” e “Space Oddity”. Ma non basta ché ritroviamo Danilo Rea in veste di compositore dell’ultimo brano “Return”, e arrangiatore (nei due brani in cui si ascolta Bearzatti), il compositore cinematografico Pasquale Catalano (autore di “Sightseeing on the Moon”). Il risultato è, come si accennava, più che soddisfacente, in grado, cioè, di farsi ascoltare da un pubblico che va al di là dei soli appassionati di elettronica.

Fabrizio Sferra, Costanza Alegiani – “Grace in Town”
Conosciamo Fabrizio da qualche decennio, da quando cominciò ad interessarsi di jazz suonando nel ‘West Trio’ assieme al fratello Aldo, eccellente chitarrista. E siamo stati tra i primissimi giornalisti a notarlo e farlo conoscere al popolo del jazz. Di qui il nostro stupore quando ci siamo trovati fra le mani questo album in cui Fabrizio ha abbandonato bacchette e spazzole per reinventarsi compositore e interprete canoro di dieci nuove composizioni da lui stesso scritte con i testi della compagna di viaggio Costanza Alegiani (cui si è aggiunta nel brano di chiusura Sarah Victoria Barberis). Ma perché questo cambio di rotta così radicale? L’album, spiega Sferra in una recente intervista “nasce dalla voglia di riprendere una pratica abituale della fanciullezza e dell’adolescenza (prima cioè di cominciare a dedicarmi, all’età di diciotto anni, allo studio della batteria e all’avventura del jazz, sviluppata poi in questi ultimi quarant’anni), quella cioè del cantare e scrivere canzoni. Quindi è nato, a livello musicale, come un gioco: il ritrovarsi intimo con una vecchia, semplice passione: mettere insieme il canto di una linea melodica con degli accordi, e lasciarsi trasportare nello sviluppo di una forma”. Risultato: un album delicato, a tratti coinvolgente, in cui l’anima jazzistica di Fabrizio Sferra si fonde con la voce di Costanza Alegiani a disegnare un’oretta di buona musica impreziosita da un organico orchestrale di tutto rispetto con Alessandro Gwis al piano e tastiere, Francesco Diodati alla chitarra elettrica, Francesco Ponticelli al basso e Federico Scettri alla batteria in sei dei dieci brani in programma (negli altri alla batteria torna Sferra). Ben calibrato è anche il ricorso all’elettronica che conferisce al progetto un sound assolutamente attuale attraversando territori i più svariati: dal rock al blues, dal moderno allo sperimentalismo, il tutto mantenendosi ad una certa distanza da quel linguaggio jazzistico da cui Sferra proviene.

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Poll Winners Records

E’ un’etichetta specializzata nelle riedizione in CD di molti titoli che possiamo considerare dei veri e propri classici della storia del jazz, titoli che si sono meritati le ‘cinque stelle’ nelle recensioni di “Down Beat”. Caratteristica di queste riedizioni l’aggiunta, oltre all’album originale, di contenuti extra.

Duke Ellington – “Ellington Uptown • The Liberian Suite • Masterpieces By Ellington”
Ancora un doppio cd di grande valore storico; vi ritroviamo tutte le registrazioni effettuate durante le sessioni da cui sono stati tratti gli album di Duke Ellington: “Ellington Uptown” (Columbia ML4639 / CL830), “The Liberian Suite” (Columbia CL848) e “Masterpieces by Ellington” (Columbia ML4418). In particolare “Ellington Uptown” era stato originariamente pubblicato in due diverse versioni, la prima contenente anche “The Harlem Suite” e la seconda con al posto della “Harlem Suite” la “Controversial Suite”. “The Liberian Suite” è stata prima pubblicata come un LP 10 pollici e poi come LP 12 pollici con l’aggiunta di “The Harlem Suite”. Tutte queste registrazioni sono riunite qui con l’aggiunta di un brano (“Come on Home”) che completa le sessioni di “Ellington Uptown”, e quattro rare versioni alternative de “The Liberian Suite” registrate nel corso della stessa sessione. Come ulteriore bonus una versione del brano “The Tattooed Bride” registrato dal vivo alla Carnegie Hall il 13 novembre del 1948. Chi conosce la musica del “Duca” sa che ci troviamo dinnanzi ad una delle migliori formazioni assemblate da Ellington, con tutti i migliori solisti in primo piano, da Cat Anderson a Clak Terry, da Juan Tizol a Britt Woodman, da Russell Procope a Johnny Hodges … tanto per citarne alcuni. La musica è semplicemente straordinaria: non a caso su questi pezzi di Ellington sono stati versati fiumi di inchiostro. Si pensi solo a “The Harlem Suite” ovvero “A Tone Parallel To Harlem” una composizione di 14 minuti in cui Ellington supera i confini del jazz propriamente inteso per assurgere a livelli di assoluta grandezza, al di là di qualsivoglia genere.

Dizzy Gillespie, Charlie Parker – “Diz ‘n’ Bird. The Beginning”
L’album “Diz ‘n’ Bird – The Beginning” (Roost-SK-106) venne pubblicato nel 1959, cinque anni dopo la morte di Charlie Parker, e conteneva rare registrazioni degli albori del bebop. L’album riuniva alcune registrazioni provenienti da un concerto in quintetto del 1947 di Parker e Gillespie alla Carnegie Hall (con John Lewis al piano, Al McKibbon al basso e Joe Harris alla batteria), e da un concerto del quintetto di Gillespie del 1953 alla Salle Pleyel di Parigi (con Bill Graham sax baritono, Wade Legge piano, Lou Hackney basso, Al Jones batteria, Joe Carroll e Sarah Vaughan voce) accoppiandole con registrazioni di Bird per la Dial del 1947 (con Miles Davis, J.J. Johnson trombone, Duke Jordan piano, Tommy Potter basso e Max Roach batteria). Questa nuova edizione in doppio cd include il concerto completo alla Carnegie Hall del 1947, più l’intero concerto alla Salle Pleyel, insieme alle tracce di Dial incluse nell’LP originale; come bonus sono state aggiunte delle registrazioni radiofoniche effettuate al club Birdland nel 1951 dai due in sestetto con Bud Powell piano, Tommy Potter basso, Roy Haynes batteria e Symphony Sid Torin alla conduzione radiofonica). Basterebbero queste semplici elencazioni per capire che si tratta di un album che tutti gli appassionati di jazz dovrebbero possedere. In effetti, oltre al valore storico, si tratta di registrazioni che illustrano tutta la carica dirompente di questi straordinari musicisti che a metà degli anni ’40 irruppero in un panorama jazzistico fino ad allora dominato dalle orchestre swing. Ed è davvero opportuno, consigliabile un ascolto attento soprattutto da parte dei più giovani che si avvicinano al jazz saltando a piè pari i primi 50 anni di questa straordinaria musica.

Django Reinhardt – “Djangology”
Django Reinhardt fu non solo uno dei più grandi jazzisti del secolo scorso, ma per lunga pezza l’unico musicista europeo in grado di competere ad armi pari con i colleghi d’oltre oceano. Il suo stile chitarristico, in effetti, era influenzato molto più dalle correnti europee che non dagli input che avevano formato e fatto crescere il jazz statunitense. Ricordiamo, al riguardo, il celeberrimo quintetto dell’Hot Club di Francia costituito nel 1934 da Django con il violinista Stephane Grappelli, anch’egli europeo. Tutto ciò risalta evidente anche da questo album che contiene innanzitutto il completo lp “Djangology” registrato nel 1949 da Reinhardt e Grappelli a Roma con una sezione ritmica locale con Gianni Safred al piano, Carlo Pecori al contrabbasso e Aurelio De Carolis alla batteria. L’album venne pubblicato dalla RCA Victor nel 1961, quindi dieci anni dopo la scomparsa del chitarrista. Adesso questo CD riporta in luce il “vecchio” lp con l’aggiunta, come bonus, di dodici tracce tratte dalle stesse sessioni del 1949. Quanto alla qualità della musica c’è veramente poco da aggiungere. Anche se accompagnati da una sezione ritmica con cui non avevano molta dimestichezza, chitarrista e violinista esplicano appieno la loro arte con una intensità e una passione che ancora oggi colpiscono a 70 anni dalla loro registrazione. Ritroviamo, così alcuni capolavori assoluti quali “Minor Swing” che non a caso apre il CD, “The Man I Love” che altrettanto non casualmente lo chiude, e poi in mezzo “Lover Man”, “Swing 42”, “Daphné”…Insomma un album che sicuramente non stupirà chi già conosce questo straordinario artista ma che aprirà orizzonti fin ora sconosciuti a quei tanti giovani che mai hanno ascoltato qualcosa di Django Reinhardt.

IN EQUILIBRIO TRA GIOVANI TALENTI E GRANDI NOMI LA NUOVA STAGIONE DEL MILESTONE JAZZ CLUB

Occhi puntati sui giovani talenti nostrani, alcune chicche inusuali e sorprendenti e nomi di grande richiamo, a livello nazionale e internazionale. Queste in estrema sintesi le peculiarità che possono descrivere la nuova stagione del Milestone Jazz Club, il locale piacentino di musica rigorosamente dal vivo che riapre la sua stagione di concerti il 5 ottobre e proseguirà tutte le settimane (perlopiù il sabato sera, qualche volta anche la domenica nel tardo pomeriggio e un unico venerdì) fino a tutto il mese di gennaio. Da febbraio, poi, sarà la volta della nuova edizione del Concorso “Bettinardi”, da sempre preludio del Piacenza Jazz Fest.

In sedici anni di vita il Concorso ha visto maturare professionalmente tanti dei giovani talenti che avevano superato le varie fasi della selezione fino alla finale, alcuni dei quali sono riusciti diventare musicisti affermati, concretizzando quella che, all’epoca della loro partecipazione, era un’ambizione: fare della musica la loro scelta di vita.

Quest’anno il Bettinardi si guadagna una larga fetta di programmazione al Milestone, sia attraverso tre dei protagonisti delle passate edizioni sia con una finale speciale, nuova di zecca. A tornare sul palco del club con i loro attuali progetti musicali saranno il polistrumentista Dario Carnovale (vincitore nel 2008 nella sezione gruppi col suo trio di allora) sabato 2 novembre insieme al saxofonista Francesco Bearzatti, il saxofonista Claudio Jr. De Rosa (miglior solista nel 2016) che presenterà il suo nuovo album il prossimo 4 gennaio insieme al quartetto che porta il suo nome e il pianista Francesco Orio (sempre miglior solista nel 2015 e miglior trio 2016) che si esibirà sabato 18 gennaio.

Domenica 13 ottobre si terrà invece la finale del Concorso Bettinardi “Speciale Emilia-Romagna”, appositamente bandita dal Piacenza Jazz Club insieme a Bologna In Musica e al Torrione di Ferrara, per selezionare giovani formazioni di musicisti che suonano musica originale residenti in maggioranza nella regione, con il sostegno della “Legge Musica”, prima in Italia nel suo genere. I gruppi che si esibiranno sono stati selezionati da una giuria di esperti sulla base del materiale audio inviato nei mesi scorsi, costituito da soli brani originali. Un’ottima occasione per tutti quei giovani che vogliono provare a crescere in un settore molto competitivo e in cui è molto difficile riuscire ad emergere senza l’ausilio di strumenti specifici che diano una mano concreta a sviluppare le proprie doti.

Pluralità di approcci, originalità di sguardi e livello qualitativo che tende sempre all’eccellenza nelle scelte artistiche, sono le caratteristiche più evidenti di questa stagione alle porte, che si preannuncia stimolante e variegata.

Senza addentrarsi troppo nel dettaglio, basti citare alcune perle come l’ultima serata di ottobre, una delle pochissime in Italia che vedrà esibirsi lo ZZ International Quartet, un quartetto internazionale di altissimo livello che include musicisti provenienti da quattro paesi diversi e che propone composizioni rigorosamente originali. Il quartetto è composto da Simone Zanchini alla fisarmonica e ai live electronics, Ratko Zjaca alla chitarra elettrica, Martin Gjaconovski al contrabbasso e Adam Nussbaum alla batteria.

Oppure a novembre la serata in due set che vedrà protagonista il batterista Roy Royston, nella prima parte insieme alla cantante Paola Quagliata in un duetto libero da appartenenze di genere, nella seconda insieme al suo quintetto, in una formazione particolarmente allettante, formata da clarinetto basso e saxofoni insieme alla fisarmonica, violoncello e contrabbasso.

Sempre a novembre, un trio di grandi nomi del Jazz, insieme per un progetto che finalmente torna a mettere il violino protagonista. Il violinista è il francesce Régis Huby che insieme al contrabbassista Bruno Chevillon (che qualcuno si ricorderà per aver accompagnato Michel Portal in un bellissimo concerto alla Sala degli Arazzi per il Piacenza Jazz Fest edizione 2018) e al batterista Michele Rabbia presentano il loro album “Reminescence”.

Tra i nomi di spicco non si può non citare la serata di venerdì 20 dicembre che vedrà il graditissimo ritorno di Antonio Faraò con un trio il cui spirito differisce dai precedenti, in virtù della presenza al contrabbasso e basso di Ameen Saleem, grande talento per anni nel quintetto di Roy Hargrove.

La commissione artistica del Milestone, composta da Gianni Azzali, Angelo Bardini e Monica Agosti, ha così voluto proporre al pubblico una programmazione che spazia per stili e per intenzione, che possa stuzzicare curiosità e interesse e che offrirà di certo la possibilità di ampliare i propri orizzonti musicali, per tutti coloro che non si vogliono fermare alle solite note ma amano continuare a crescere.

A partire dall’inaugurazione del 5 ottobre sarà già possibile all’ingresso fare la tessera 2020 del Piacenza Jazz Club che raffigurerà il padre del movimento free jazz Ornette Coleman nell’anniversario dei novant’anni dalla sua nascita.

Per maggiori informazioni si consiglia di visitare il sito www.piacenzajazzclub.it e seguire le sue pagine social su facebook, twitter e instagram.

“Two Ships In The Night” Dino Betti van der Noot e l’ossessione nel comporre

Conosco Dino Betti van der Noot oramai da qualche decennio; ma è sempre bello, stimolante, incontrarlo e scambiare con lui quattro chiacchiere che vanno sempre ben al di là del fatto squisitamente musicale.

Questa volta il nostro incontro è determinato dall’uscita del suo nuovo album (“Two Ships in the Night” presentato a Milano il 18 settembre in uno splendido e riuscito concerto ben recensito dal nostro Massimo Giuseppe Bianchi).

Caro Dino, da dove trai tutta questa energia che poi trasfondi nei tuoi album, come quest’ultimo arrivato – “Two Ships in the Night” – che sembra avviato a ripercorrere i successi delle tue precedenti creature?

“Sono sempre stato abituato a buttarmi a testa bassa nella realizzazione di quello che ho deciso di fare. È successo nel mio lavoro come pubblicitario, succede oggi, quando per fortuna continuo a fare musica. Non so se si tratti di energia o soltanto determinazione; oppure semplicemente dell’urgenza di esprimermi con un linguaggio che mi permette di condividere emozioni che non potrei esprimere in altro modo”.

Tu sei un musicista assolutamente anomalo: ti esibisci dal vivo molto raramente, non suoni (almeno in pubblico) alcuno strumento ma ti limiti – si fa per dire – a comporre, assemblare big band sempre di notevole caratura e dirigerle durante le registrazioni. A cosa attribuisci questo successo che oramai ti arride da tanto tempo?

“In realtà ho suonato diversi strumenti, ma conosco bene i miei limiti come strumentista: meglio che non suoni né la mia musica né quella di altri. Credo che questo limite sia una delle ragioni che mi hanno spinto a comporre musica da far suonare ad altri musicisti. Aggiungi il fatto che (come facevo notare a Marcello Lorrai) sono rimasto folgorato dall’esperienza di suonare il violino in un’orchestra sinfonica e che, quando ho scoperto il jazz, sono stato affascinato dal Kenton del 1949/50 e dall’Herman con le composizioni di Ralph Burns: ecco perché la big band è stata una scelta istintiva. Se di successo vuoi parlare (ma cosa è il successo?), credo che quello che mi distingue è l’aver dato una nuova timbrica alla classica big band e non aver badato a mode o tendenze, facendo una mia strada personale, staccandomi sia istintivamente sia consciamente da modelli anche molto amati, primo fra tutti Ellington”.

Puoi parlarci di questo ultimo album. Da cosa hai tratto ispirazione?

“La risposta che mi viene immediata è: non lo so. Pensandoci bene, ci sono, nascosti lì dentro, momenti che mi hanno emozionato – magari legati alla natura, al mare – e pensieri che mi girano per la testa se rifletto al tempo che stiamo attraversando. Tuttavia, tutto è molto sfumato e, davvero, mi è difficile rispondere. I titoli dei brani possono darti una risposta, perché indicano con una certa chiarezza le sensazioni che vogliono evocare (specifico: non descrivere qualcosa di concreto). The Deafening Silence of the Stars quel senso di infinito che sembra schiacciarti quando sei, nel buio, sotto a un cielo stellato. Those Invisible Wings è semplicemente il piacere di fare musica, le ali chi ti dà la musica. A Thousand Twangling Instruments mi sembra possa calzare su misura su una lamentela di Caliban ne La Tempesta di Shakespeare. Blue Gal of My Life è una delicata ballad dedicata a mia moglie. Something Old, Something New: Somehow Blues è una rivisitazione di quell’archetipo dal quale non possiamo staccarci che si chiama blues. Two Ships in the Night, infine, è nato nel ricordo di una splendida lirica di Longfellow, che è diventata letteralmente un modo di esprimere una condizione umana nei Paesi di lingua inglese. Ma, in fondo, la musica è per sua natura asemantica e vale la pena di ascoltarla semplicemente lasciandosi prendere dall’emozione (se c’è), senza retropensieri”.

Come si svolge il tuo processo creativo?

“Generalmente qualcosa inizia a ronzarmi nel cervello, diventando quasi un’ossessione. Poi cerco di scaricare l’ossessione sui tasti del pianoforte e, man mano, la musica sembra nascere quasi autonomamente, sviluppandosi man mano e suggerendo un ventaglio di strade possibili. Prende forma man mano il percorso compositivo, sia dal punto di vista dello sviluppo a partire dal tema, sia da quello timbrico, sia per le occasioni e l’espressività delle improvvisazioni: tutto contenuto, in nuce, in quella prima ossessione. Poi comincia il lavoro che definirei più “artigianale”, vale a dire la decostruzione delle frasi melodiche in maniera da spostarne gli accenti fuori dagli schemi prevedibili (Massimo Bianchi ha scritto “destabilizzate ritmicamente”) e l’orchestrazione vera e propria. In fondo, però, tutto questo va bene, ma la parte più importante è l’intuizione; quella cosa che, una volta finito tutto, e magari anche registrato, ti fa pensare: ma chi ha composto questa musica? Io no, non ne sono capace…”.

Come ben sai ti seguo da molti anni e mai ho notato un attimo di stanca nelle tue composizioni che, a mio avviso, hanno una sorta di andamento narrativo come se volessero prendere per mano l’ascoltatore portandolo da un punto non meglio definito in un altro punto altrettanto non definito ma di straordinaria fascinazione. Quanto c’è di vero in queste mie sensazioni?

“Quando mi è sembrato di non essere in grado di dire qualcosa che, almeno per me, potesse essere interessante, mi sono fermato: c’è tanta bella musica già esistente che bisogna avere un certo coraggio per proporne dell’altra. E, rispetto alla produzione di molti jazzisti, la mia è decisamente limitata, ma regolarmente non riesco a resistere al bisogno di esprimermi attraverso le note. Le tue sensazioni sono corrette: cerco di instaurare un dialogo, sia con i musicisti che eseguono la mia musica sia con chi l’ascolta, attraverso percorsi spesso tortuosi, con episodi magari contrastanti fra loro, per evocare qualcosa che ognuno potrà interpretare secondo la propria personalità ed esperienza”.

E parliamo adesso dello “strumento” di cui ti servi per esprimere le tue idee: la big band. Con quale criterio scegli i musicisti che ne fanno parte, ti affidi solo a un ‘concetto’ musicale o cerchi anche una qualche affinità umana, una sorta di “idem sentire”?

“Ci sono molti elementi che concorrono: il talento musicale, la capacità tecnica, la disponibilità a mettersi in gioco in situazioni fuori dagli standard, ma anche il lato umano, che è sfociato in questi anni in un forte sentimento di calda amicizia e nel desiderio di fare delle cose insieme. Il tipo di musica che propongo vorrebbe stimolare tutti ad andare oltre a quello che si è fatto fino a quel momento, o comunque a cercare di percorrere strade nuove”.

C’è qualche modello orchestrale cui ti riferisci anche se, ad onor del vero, faccio fatica ad individuarne uno ben preciso?

“Sai che non lo so? Forse a tutti, cercando di trovare una via per uscirne…”.

Che importanza, che ruolo gioca l’improvvisazione nei tuoi concerti e quindi nei tuoi album?

“Sono due momenti molto differenti. In ogni caso (credo di averlo già fatto notare in passato) cerco di fare in modo che le parti scritte sembrino improvvisate e che le improvvisazioni siano il completamento logico ed emozionale di quelle. Questo è uno dei motivi della mia scelta di avere spesso improvvisazioni a più voci, che dialogano e interagiscono, creando una complessa composizione istantanea all’interno del brano. Le improvvisazioni sono comunque parte integrante delle composizioni”.

Quale di questi tre elementi – melodia, armonia, ritmo – ritieni più importante nella tua musica?

“Sono tutti ugualmente importanti, anche se in questi ultimi tempi sto approfondendo la ricerca di una poliritmia più accentuata. Ma a questi tre elementi aggiungerei il colore orchestrale”.

Ascoltando più volte “Two Ships…” il brano che maggiormente mi ha colpito è stato sempre “A Thousand Twangling Instruments”; questo pezzo ha per te un significato particolare?

“È un tema che ho scritto molti anni fa e che, finalmente, sono riuscito a eseguire come pensavo dovesse essere eseguito. L’integrazione della batteria di Stefano Bertoli, delle percussioni di Tiziano Tononi e del tabla di Federico Sanesi è stata la chiave per arrivare a questo risultato. Ma anche tutti gli altri musicisti coinvolti hanno giocato un ruolo essenziale, ognuno con la sua voce personalissima – la somma di queste voci crea il suono dell’orchestra – sia negli insieme, sia nelle improvvisazioni: in questo caso di Vincenzo Zitello, Sandro Cerino e Niccolò Cattaneo”.

A cosa attribuisci il fatto che oramai i grossi mezzi di informazione quasi non si occupano più di jazz?

“Qualcuno ha definito il jazz come la musica di una minoranza destinata a una minoranza. E le minoranze non fanno audience. Poi, cosa è, o cosa dovrebbe essere, il jazz? Dal mio punto di vista – ed è per questo che ho scelto il jazz come espressione – dovrebbe essere qualcosa di continuamente in movimento, alla ricerca di strade nuove, di nuovi modi di espressione. Dovrebbe rappresentare un approfondimento di temi e pensieri di origini totalmente diverse per arrivare a un risultato complessivo originale. Ma è sempre così? Ed è comodo per i mass media?”.

Internet, a parte indubbi meriti, è comunque diventato una sorta di ricettacolo per chiunque voglia misurarsi con la scrittura e la critica musicale in particolare. Di qui un profluvio di castronerie difficile da arginare. Cosa pensi al riguardo?

“Basta non leggere oltre, appena ti accorgi che c’è qualcosa che non torna. D’altra parte, è molto difficile limitare la libera espressione, in rete, anche se questo porta a una proliferazione di fake news. Tuttavia, purtroppo, proprio le bufale raggiungono livelli notevoli di lettura e apprezzamento. Ci vorrebbe un vaccino specifico, ma temo che anche in questo caso nascerebbe un movimento no-vax”.

Cosa pensi di due fenomeni sempre più presenti nel nostro panorama: cantanti, anche famosi, di musica leggera che ripresentano le loro composizioni con una venatura di jazz; la presenza di pop-star nei festival jazz, pop star cui spesso è affidata o l’apertura o la chiusura di tali manifestazioni.

“Business e audience: ti dice qualcosa?”.

Guardandoti attorno sia in Italia sia nel mondo quali sono i “nuovi” musicisti che più ti affascinano?

“Confesso di essere fondamentalmente interessato ai musicisti che suonano la mia musica. So che non è la risposta che ti aspetti, ma davvero sono affascinato da come, tutti, rispondono agli stimoli che cerco di passare loro. Ne ho ricordati sei, poco fa, ma lasciameli ricordare tutti, perché ognuno, con le sue specifiche caratteristiche stilistiche e il suo suono, è essenziale nella costruzione del sound orchestrale complessivo, oltre che per gli interventi improvvisativi. Gianpiero LoBello, grande prima tromba; Alberto Mandarini, raffinatissimo alla tromba e al flicorno; Mario Mariotti, che ha firmato il suo primo assolo in questo album; Paolo De Ceglie, ecco un giovane che promette molto bene; Luca Begonia, con il suo trombone acrobatico; Stefano Calcagno, che man mano sta trovando il suo spazio; Enrico Allavena, un altro giovane promettente; Gianfranco Marchesi, la base solida su cui poggiano gli altri tromboni; Giulio Visibelli, che esce prepotentemente con due assoli memorabili; Andrea Ciceri, entrato subito nello spirito di questa musica; Rudi Manzoli, che troverà più spazio in futuro (l’ha già trovato in concerto); Giberto Tarocco, polistrumentista estremamente duttile; Luca Gusella, solista elegante e raffinato; Emanuele Parrini, voce indispensabile sia negli insieme sia dal punto di vista solistico; Filippo Rinaldo, il più giovane, ma già con una personalità notevole; Gianluca Alberti, in un libero dialogo continuo con orchestra e solisti”.

Che tipo di musica ascolti?

“Pino Candini, molti anni fa, mi ha definito “onnivoro”. Ti basta se ti dico che tendo ad ascoltare soltanto buona musica?”.

Quale, per te, il rapporto tra il jazz e le altre arti?

“È variato molto negli anni, anche perché il jazz ha vissuto periodi completamente diversi fra loro. Certamente può ispirare opere visive: ci sono opere di mia figlia Allegra, le “Immagini Retiniche”, che hanno la stessa immediatezza di una improvvisazione jazzistica; e non è casuale che io le abbia chiesto di poterle utilizzare per le copertine dei miei album. D’altra parte, Giorgio Gaslini aveva paragonato alcune mie composizioni a tele di Pollock piuttosto che di Rothko o di Klee. Poi c’è la poesia, e personalmente ho avuto la fortuna di musicare bellissime poesie di Stash Luczkiw e Lou Faithlines. Ma qui il discorso diventerebbe molto lungo, perché bisognerebbe analizzare che cosa si intende davvero per poesia”.

Oggi, musica a parte, viviamo un periodo storico particolarmente difficile e impegnativo. Quale pensi debba essere il ruolo del musicista – e in particolare del jazzista – nella società di oggi?

“Mantenere in vita un senso poetico, che mi sembra piuttosto assente in gran parte della vita di ogni giorno, stimolando una partecipazione attiva e una comunicazione fra artisti e pubblico. È qualcosa cui il jazz, per le sue peculiarità, mi sembra particolarmente vocato”.

Se dovessi tornare indietro nel tempo, c’è qualcosa che non rifaresti?

“Qualcosa che non ho fatto”.

Il tuo sogno nel cassetto?

“Riuscire a fare un ciclo di concerti con questo gruppo di musicisti straordinari: qualcosa che giustifichi sessioni di prove più lunghe di un pomeriggio in cui si deve fare anche il sound check”.

Gerlando Gatto

L’UOMO ALBERO: Dino Betti van der Noot al Teatro Franco Parenti di Milano

Un po’ Prospero, mago saggio severamente bonario o bonariamente severo, un po’ Ariel, spirito dell’aria, l’altra sera Dino Betti solcava a passo svelto e dinoccolato il palcoscenico, nonché il traguardo degli 83 anni, festeggiatissimi come diremo poi. Uno a uno, i musicisti della sua orchestra venivano invitati ad accomodarsi sulle loro sedie, dove trovavano ad attenderli impassibili gli strumenti. Un cenno svelto del Maestro e la musica cominciava a piovere dal soffitto del “Franco Parenti” gremito di pubblico. Si dice, del jazz, che questa musica ha raggiunto ormai ‘un’età’. Ricordarlo non sembri mancanza di rispetto. L’arte sonora afroamericana, infatti, dalle prime esperienze rupestri fino al chill-out che sprizza dalle stazioni radio alla moda, passando per il radicalismo integrale e le contaminazioni più singolari, quest’arte, dicevo, ne ha viste di cotte e di crude e oggi il ‘jazz’ è un bel signore in doppiopetto che porta con disinvoltura, a guisa di ombrello al braccio, un secolare bagaglio i cui princìpi vengono impartiti oramai nelle scuole insieme ai capitoli dei “Promessi Sposi”.

La musica di Dino Betti, però, il “suo” jazz, somiglia al suo creatore: non invecchia e non è interessato a farlo. Betti, da buon milanese, quantunque nato in Liguria, a Rapallo, ha troppe cose da organizzare per occuparsi di inezie come le ingiurie del tempo. Come non capirlo? La sua ricerca, come tutti sanno, si indirizza verso la dimensione del gruppo allargato, o big band. A cadenze regolari l’incessante suo percorso creativo viene fotografato e stampato in opere discografiche che sono altrettanti mattoni di una casa sonora il cui completamento, per fortuna, è di là da venire.

La predilezione per l’organismo collettivo di improvvisatori non deve stupire, essa è l’amplificazione più naturale, direi l’unica possibile, della mente di questo musicalissimo uomo- albero ossigenante, mente dotata di molti rami frondosi dai quali si dipanano variegati frutti ognuno con un sapore, un profumo e una consistenza diversi, molteplici foglie, radici avventizie. Pertanto un sol musicista, o due, o tre, o quattro, non potranno restituire la multiforme attitudine alla vita dei suoni di questo musicista ‘plurale’. Per errore di battitura avevo scritto “altitudine alla vita” e, forse, avrei dovuto lasciare il termine sbagliato come più adatto all’uomo ‘stratosferico’ che qui si racconta. Nulla mai di basso, di infimo, di sporco, di irragionevole alberga infatti nell’universo di questo musico. Ma a differenza del Paradiso cattolico, nel quale solo il meritevole viene eletto, la sua musica è uno spazio aperto a tutti: sofisticata ma transitiva, accessibile e lontana dalle trite consuetudini. A voler tenere un discrimine puramente musicale nel parlare del concerto dello scorso 18 settembre, che poi era una presentazione del nuovo CD “Two ships in the night” (Audissea Records) diremo per sommi capi che i suoi brani sono architetture ampie e strutturate. Gli episodi vengono fusi e fatti funzionare all’interno di un preciso meccanismo lirico, che, per usare le parole del suo autore “deve evocare, non descrivere”.

Il cielo coloratissimo, delle sue composizioni, è ricco di un armonismo avvolgente nel quale si ritrovano molti accordi ‘puri’ accanto a fusioni armoniche più ricercate. In questo panorama, che rassicura l’ascoltatore facendolo sentire a proprio agio, gli interventi dei solisti veicolano le istanze più problematiche, più ‘rischiose’ della musica… la creatività è lasciata a briglia sciolta e non mancano, nelle sortite individuali, suggestioni ‘free’ e ombreggiature rock, cioè a dire le tendenze più evolute di un tempo, il nostro, così avaro di coraggio musicale. La dialettica tra solisti/figli e orchestra/madre (non mi è possibile declinare la musica di Dino Betti al genere maschile, non riuscendola a concepire diversamente da una Cerere generosa dalle mani paffute cariche di doni della terra) funziona egregiamente, questa a tenere per mano quelli, mentre scalpitano, corrono a coppie, si abbracciano. Simile al tripode delfico, l’orchestra poggiava, caso non frequente, su tre piedistalli ritmici: la batteria, ricca di colori e ammirevole, di Tiziano Tononi, i tabla del virtuoso Federico Sanesi e la batteria, esattissima, di Stefano Bertoli. Questo sincretismo, spiegava l’autore, rimanda alle stratificazioni culturali e ai debiti contratti dalla musica ‘afro-americana’ con altre culture.

Limitato e gustoso l’uso dell’elettronica, mentre ingegnosi sono parsi svariati allacciamenti timbrici, ad esempio tra violino e tromba. Tutti i solisti sono stati straordinari e all’altezza del compito e vanno citati senza esclusioni : Gianpiero LoBello, Alberto Mandarini, Mario Mariotti, Paolo De Ceglie, trombe; Luca Begonia, Stefano Calcagno, Enrico Allavena, Gianfranco Marchesi, tromboni; Sandro Cerino, Andrea Ciceri, Giulio Visibelli, Rudi Manzoli, Gilberto Tarocco, ance; Luca Gusella, vibrafono; Emanuele Parrini, violino; Niccolò Cattaneo, pianoforte; Filippo Rinaldo, tastiere; Vincenzo Zitello, arpa bardica; Gianluca Alberti, basso elettrico; Stefano Bertoli, batteria; Tiziano Tononi, percussioni; Federico Sanesi, tabla. A loro molte lodi. Colpisce in modo speciale nella musica di Dino Betti la costruzione delle melodie che, rispolverando l’antica locuzione wagneriana, si direbbero ‘infinite’: cerimoniali, intense, mutevoli, un pò alla Rachmaninov, ieratiche a volte, cantabili sempre, leggermente destabilizzate ritmicamente. Un melodismo in perfetto equilibrio sulle proprie gambe, che non sente il bisogno di saturazioni d’armonie, polifonie ed atonalità per procedere a testa alta, con sonnambulistica intelligenza. Melodie “pensanti”?

Negli applausi, lo accennavamo all’inizio, c’era un sottinteso. Non si celebrava infatti solo un’occasione musicale ma anche di vita: l’ottantatreesimo genetliaco del maestro Dino Betti. Ognuno sarebbe concorde nell’affermare che gli anni li portano benissimo sia lui sia la sua musica. Ci attendono quindi nuove avventure. Lunga vita ad entrambi. Dopo il concerto, tra il pubblico, felicità e molti sorrisi, a suggellare una festa bella per tutti.

Massimo Giuseppe Bianchi

 

 

Dino Betti van der Noot presenta “Two Ships In The Night”

Il 18 settembre 2019, ore 20,45, appuntamento da non perdere al Teatro Franco Parenti, di Milano. In programma uno dei massimi esponenti del jazz italiano, Dino Betti van der Noot, che con la sua orchestra presenterà la sua ultima creatura “Two Ships In The Night” (Audissea Records).

Dino Betti è un artista assolutamente anomalo: ad onta della non giovanissima età, conserva una straordinaria freschezza che lo porta a comporre ed arrangiare quasi senza soluzione di continuità sì da poter presentare, anno dopo anno, un nuovo album che puntualmente scala le vette della classifica di gradimento sia del pubblico sia della critica.

Per questa nuova realizzazione, Dino Betti ha assemblato una big band comprendente Gianpiero LoBello, Alberto Mandarini, Mario Mariotti, Paolo De Ceglie, trombe; Luca Begonia, Stefano Calcagno, Enrico Allavena, Gianfranco Marchesi, tromboni; Sandro Cerino, Andrea Ciceri, Giulio Visibelli, Rudi Manzoli, Gilberto Tarocco, ance; Luca Gusella, vibrafono; Emanuele Parrini, violino; Niccolò Cattaneo, pianoforte; Filippo Rinaldo, tastiere; Vincenzo Zitello, arpa bardica; Gianluca Alberti, basso elettrico; Stefano Bertoli, batteria; Tiziano Tononi, percussioni; Federico Sanesi, tabla. Ed è proprio con questa formazione che si esibirà nel teatro milanese.

Rimandando un esame approfondito dell’album ad una intervista con lo stesso artista che pubblicheremo quanto prima, in questa sede è tuttavia necessario – per quei quattro o cinque lettori che ancora non lo conoscono – spendere qualche altra parola su Dino Betti van der Noot. Dino non è uno strumentista ma un raffinato compositore e arrangiatore. La sua musica non è certo facilissima: sofisticata ma allo stesso tempo capace di attrarre e coinvolgere con il suo lirismo, presenta i tratti caratteristici di una musica attuale che trascende qualsivoglia barriera. Certo, siamo nel campo del jazz, ma il linguaggio di Betti va ben al di là evidenziando input che provengono da musiche altre. Non a caso in oltre trent’anni di attività ha avuto modo di lavorare con grandi artisti di estrazione diversificata quali, tanto per fare qualche nome, Franco Ambrosetti, Paul Bley, Mark Egan, Bill Evans, Mitchel Forman, David Friedman, Donald Harrison, Carmen Lundy, Don Moye, Paul Motian, Giancarlo Schiaffini, Steve Swallow, John Taylor, Gianluigi Trovesi.

Il concerto al Teatro Franco Parenti costituisce perciò un appuntamento con una fra le personalità più singolari della musica italiana contemporanea. Sarà una carrellata lungo quarant’anni di pagine capaci di coinvolgere musicisti e pubblico in un dialogo intenso, trascinante.

Gerlando Gatto