A Grado Jazz by Udin&Jazz Gonzalo Rubalcaba e Snarky Puppy

L’estate si avvicina e i vari festival del jazz che ogni anno affollano lo stivale scaldano i motori e presentano i rispettivi programmi.

Chi segue “A proposito di jazz” sa bene come oramai non amiamo particolarmente questo tipo di manifestazioni il più delle volte inutili passarelle di grandi nomi che tra l’altro si ha modo di ascoltare anche durante il resto dell’anno. Ci sono tuttavia eventi che sfuggono a questa regola e che quindi siamo ben lieti seguire e di segnalarvi, manifestazioni che si caratterizzano anche per la volontà di valorizzare i talenti locali dando loro il giusto spazio.

E’ in questa categoria che va inserita “Udin&Jazz” che quest’anno ha cambiato nome e location: ecco quindi il “Festival Internazionale GradoJazz by Udin&Jazz”, organizzato da Euritmica con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e del Comune di Grado, in collaborazione con i comuni di Cervignano del Friuli, Marano Lagunare, Palmanova e Tricesimo. Giunta alla sua 29° edizione, la rassegna si è oramai imposta all’attenzione generale per aver offerto al suo pubblico il meglio della scena jazz contemporanea, tra avanguardia e tradizione, ospitando grandi artisti internazionali e italiani, con un’attenzione particolare, come si accennava, ai musicisti del Friuli Venezia Giulia.

Il Festival si svolge a cavallo tra i mesi di giugno e luglio in diverse località della regione per approdare a Grado, che da quest’anno ospita il clou della storica manifestazione.

Nella settimana gradese, sono in programma concerti, workshop, mostre, libri, incontri, proiezioni, visual art, il tutto impreziosito da una piacevole ospitalità nello scenario magnifico della laguna di Grado, l’isola del sole, un lembo di terra sospeso tra mare e vento, tra storia e futuro.

Dopo un prologo già dal 25 giugno con concerti a Tricesimo, Cervignano del Friuli, Savogna d’Isonzo e un weekend a Marano Lagunare, il Festival entra nel vivo il 6 luglio, a Palmanova (Ud), città stellata patrimonio mondiale dell’Unesco, dove i mitici King Crimson, progressive rock band britannica di livello mondiale, si esibiranno nella  Piazza Grande nella prima delle quattro date italiane del Tour che celebra il 50°anniversario di attività per il gruppo di Robert Fripp e compagni; la serata finale  a Grado (Go), dove l’11 luglio gli Snarky Puppy, una delle più belle realtà della nuova scena musicale internazionale, saliranno sul palco del Jazz Village al Parco delle Rose, nella prima delle cinque date in Italia, per presentare il nuovo album “Immigrance”, uscito il 15 marzo.

Ma, procedendo con ordine, diamo un’occhiata più da vicino al ricco cartellone.

Il 25 giugno, la Piazza Garibaldi di Tricesimo vedrà esibirsi le vocalist e la band del NuVoices Project; il 26 sarà Cervignano del Friuli ad accogliere i Pipe Dream, una band internazionale con quattro delle personalità più interessanti nella nuova scena creativa italiana e con il violoncellista americano Hank Roberts; il 27, l’incantevole Castello di Rubbia a Savogna d’Isonzo ospiterà un “piano solo” di Claudio Cojaniz; nel weekend del 28, 29 e 30 giugno ritorna a Marano Lagunare la rassegna Borghi Swing by Udin&Jazz – seconda edizione – con un programma costruito ad hoc per valorizzare da un canto le migliori espressioni del panorama jazzistico del FVG, dall’altro i luoghi, l’ambiente, la storia, i riti, la cultura e l’enogastronomia del territorio in cui tale musica si è sviluppata.

Dal 3 luglio il festival si trasferisce a Grado, con una mostra di sassofoni d’epoca curata da Mauro Fain e proiezioni di filmati di concerti jazz storici; il 6 luglio, in occasione del “Sabo Grando”, la fanfara jazz Bandakadabra allieterà con la sua musica le vie del centro; il 7 luglio, GradoJazz entra nel vivo con la formula dei due concerti su due diversi palcoscenici (alle 20 e alle 21.30), nel Jazz Village del Parco delle Rose, dove lo spettatore, oltre alle emozioni della musica, potrà vivere anche una “street food experience” con degustazioni di prodotti dell’enogastronomia del FVG. Le cinque serate saranno precedute alle ore 18.00 da incontri con artisti, giornalisti, scrittori che animeranno i Jazz Forum nella struttura del Velarium, accanto all’ingresso principale della spiaggia.

Le notti gradesi si allungheranno al Jazz Club, dal 7 all’11 luglio, sulla spiaggia principale, verso mezzanotte, night music dal vivo, sorseggiando un drink sotto la luna a due passi dal mare…

La prima serata gradese del festival, il 7 luglio (ore 20), ci porterà ad immergerci nelle suggestive atmosfere argentine con il Quinteto Porteño, un tributo alla musica del grande Astor Piazzolla; alle 21.30, l’attesissima performance di uno tra i musicisti più noti d’Italia: il trombettista Paolo Fresu, con il suo nuovo progetto discografico “Tempo di Chet”, in trio con Dino Rubino (uno dei pochissimi musicisti che suona altrettanto bene tromba e pianoforte), e Marco Bardoscia (uno dei più interessanti contrabbassisti del jazz europeo). Questo dialogo a tre voci, raffinato, di grande impatto emotivo e intellettuale, è iniziato per l’avventura teatrale del progetto “Tempo di Chet – La versione di Chet Baker” e tutte le musiche sono composte da Fresu.

L’8 luglio, nel primo dei due concerti in programma, un’eccezionale performance: quella del trio del pianista Amaro Freitas, uno dei nuovi talenti del jazz contemporaneo brasiliano. A seguire, alle 21.30, una grande festa musicale con la North East Ska* Jazz Orchestra, formazione di 20 elementi cresciuta in regione, forte di un sound travolgente rodato sui palchi di mezza Europa, che qui presenta il suo nuovo lavoro discografico.

Il 9 luglio, a più di dieci anni dal disco “Licca-Lecca”, premiato dal pubblico con oltre 10.000 copie vendute, i Licaones ripropongono a Grado (ore 20) il loro progetto musicale con ai fiati, il sassofonista Francesco Bearzatti e il trombonista Mauro Ottolini, all’organo Oscar Marchioni e alla batteria Paolo Mappa.

Alle 21.30, sale sul palco del Parco delle Rose una delle stelle del jazz mondiale: il pianista Gonzalo Rubalcaba, in trio con Armando Gola al basso e Ludwig Afonso alla batteria. Definito dal New York Times “un pianista dalle capacità quasi sovrannaturali”, Rubalcaba è il più celebre musicista cubano della sua generazione, un virtuoso dalla tecnica strabiliante, la cui abilità improvvisativa ha contribuito a spianare la strada al movimento del jazz latino-americano e oggi ai vertici del pianismo jazz mondiale. Ed è proprio questo, a nostro avviso, l’evento clou del Festival. Personalmente conosciamo Gonzalo da molti, molti anni, avendolo incontrato ad un Festival della Martinica quando ancora era un giovane talentuoso pianista ma poco- se non per nulla – conosciuto in Europa. Da allora Gonzalo ha di molto modificato il suo stile pianistico che se prima era perfettamente riconoscibile come ‘cubano’ adesso non è in alcun modo etichettabile essendo espressione di un talento purissimo che mal sopporta qualsivoglia schematizzazione

Il 10 luglio, serata dedicata al blues! S’inizia con la Jimi Barbiani Band, nuovo progetto di uno dei migliori chitarristi blues rock slide d’Europa. Si prosegue, alle 21.30, con il grande bluesman californiano Robben Ford, il musicista che fondò i mitici Yellowjackets! La sua è una musica difficile da definire; suona e canta il blues con grande classe ma il suo percorso artistico prevede importanti incursioni nel jazz, nella fusion e nel funky. Non a caso vanta collaborazioni discografiche eccellenti con artisti di assoluto livello quali, tanto per fare qualche nome, Miles Davis, i Kiss, Burt Bacharach, Muddy Waters, George Harrison, Joni Mitchell. Cinque volte candidato ai Grammy, è stato definito dalla rivista Musician “uno dei più grandi chitarristi del XX secolo”.

La serata finale del festival, giovedì 11 luglio, sarà aperta da Maistah Aphrica, progetto che porta i suoni dell’Africa rivisitati dai migliori protagonisti del panorama jazz made in FVG. Il concerto-evento degli Snarky Puppy, collettivo con base a New York e con circa 25 membri in rotazione, fondato dal bassista Michael League, chiuderà l’edizione 2019 di GradoJazz by Udin&Jazz.

Gerlando Gatto

 

 

James Senese Napoli Centrale: un artista sempre attuale – Il concerto l’11 maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Una vagonata di ‘neapoletan-funky’ scaraventata su un pubblico entusiasta e appassionato: potrebbe essere questo, in estrema sintesi, il racconto del concerto tenuto da James Senese Napoli Centrale all’Auditorium Parco della Musica di Roma l’11 maggio scorso. Concerto che si inserisce nell’ambito del tour che l’artista ha iniziato lo scorso anno per festeggiare sia i 50 anni di carriera sia l’uscita del suo primo live, il doppio cd antologico “Aspettanno ‘O Tiempo”. L’album, registrato durante il tour invernale 2017, contiene tutti i suoi grandi successi oltre due inediti – lo strumentale “Route 66” e “‘Ll’ America”, quest’ultimo scritto da Edoardo Bennato per James, e una rilettura di “Manha de Carnaval” di Astrud Gilberto e Herb Otha, qui intitolata “Dint’ ‘o core”.

Per questa nuova impresa il sassofonista e vocalist napoletano ha fatto ancora una volta ricorso alla sua rodatissima band, con Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso e Agostino Marangolo alla batteria. Per quei quattro o cinque che non lo conoscessero, basti aggiungere che James Senese è stato uno dei protagonisti assoluti di quello straordinario movimento che negli anni ’70 interessò la città partenopea, tanto da essere ricordato come “neapolitan power”. Senese collaborò a lungo con Pino Daniele, tanto che la band presentata a Roma è la stessa che compare, come gruppo base, nello storico album dello stesso Daniele “Nero a metà” pubblicato nel 1980.

Nel concerto romano, Senese, ad onta dei suoi 73 anni compiuti, non si è certo risparmiato… anche se il tempo qualche traccia l’ha lasciata. Così la sua voce, specie sulle tonalità più basse, non è quella di un tempo e al riguardo non l’ha certo agevolato una presa di suono molto vicina al rock: con la batteria iperamplificata e in genere un volume di suono, per il sottoscritto, un po’ troppo elevato, la voce di Senese si percepiva male e in alcuni tratti quasi per nulla. Viceversa quando imbracciava i sassofoni (tenore e soprano) abbiamo ritrovato il Senese di sempre, con un sound forte, preciso, spesso ruvido, caratterizzato da un leggero vibrato e con un sound che alle volte richiamava quello di Gato Barbieri.

E così di brano in brano il concerto si è sviluppato lungo direttrici ben precise, con Senese assoluto padrone della scena, in grado di far valere tutto il suo carisma e di trasmettere emozioni ad un pubblico che l’ha seguito con grande partecipazione. Un momento di sincera commozione ha pervaso l’intera platea quando Senese, ricordando il grande amico scomparso, Pino Daniele, gli ha dedicato la struggente “Chi tene ‘o mare” forse uno dei pezzi più significativi scritti da Pino Daniele in cui “chi tene ‘o mare/’o sape ca è fesso e cuntento/chi tene ‘o mare ‘o ssaje/nun tene niente…” a significare che la popolazioni del Sud del mondo, cui appartiene la sua Napoli, mai potranno essere private dell’unica ricchezza che posseggono: il mare. E questa sorta di denuncia contro le ingiustizie, le diseguaglianze l’emarginazione degli outsider, che hanno da sempre fatto parte integrante della sua poetica, le abbiamo ritrovate nel concerto romano anche se espresse– se ci consentite il termine – con più dolcezza, come se i 50 anni di carriera ne avessero in qualche modo ammorbidito alcune rigidità espressive. D’altro canto chi meglio di lui, figlio di un soldato statunitense di colore, di una giovane napoletana e della guerra, può raccontare la tristezza di chi soffre?

Alla fine pubblico entusiasta e Senese a concedere due applauditi bis.

Gerlando Gatto

Bille Holiday vive nei nostri cuori: un libro e un disco la ricordano vividamente

Qualche settimana fa, durante la presentazione a Monfalcone del mio libro “L’altra metà del jazz”, una gentile signora mi ha chiesto perché avessi scelto, come immagine di copertina, una foto di Billie Holiday. La risposta è stata ed è molto semplice: Billie Holiday è un’icona della musica jazz (seppur non la sola) ma soprattutto rappresenta quanti sacrifici, umiliazioni, peripezie hanno dovuto sopportare le donne per affermarsi in un ambiente difficile e ancor oggi piuttosto maschilista come quello del jazz.

E la veridicità di queste affermazioni è dimostrata dal fatto che ancora oggi, a distanza di sessanta anni dalla morte della Holiday, escono nuovi libri sulla sua vita e vengono ripubblicati i suoi dischi. E in questa sede vogliamo parlarvi proprio di un libro e di un disco che se ne occupano.

 “Billie Holiday – Una biografia” è un volume di John Szwed edito da “ilSaggiatore” per la traduzione di Elena Montemaggi (pgg.272, € 26,00). John Szwed è professore di Music and Jazz Studies presso la Columbia University e prima di questo volume ha già dato alle stampe “Jazz! Una guida completa per ascoltare e amare la musica jazz” (Edt 2009) e “Space Is The Place. La vita e la musica di Sun Ra” (minimum fax 2013) nonché “So What. Vita di Miles Davis” (ilSaggiatore 2015). Insomma si tratta di uno studioso, uno scrittore che conosce assai bene la materia. Ed in effetti il libro è intitolato a Billie Holiday ma va ben oltre i confini di una, per quanto accurata, biografia.

L’opera è suddivisa in due grandi parti: la prima, intitolata “Il mito” prende le mosse dalla autobiografia dell’artista, “Lady sings the blues” (la prima edizione italiana a cura di Mario Cantoni fu pubblicata da Feltrinelli nel 1979 con il titolo “La signora canta il blues”) per articolarsi successivamente in due capitoli “Il resto della storia” e “Film, televisione e fotografia”. La seconda parte analizza “La Musicista” e viene declinata attraverso diversi capitoli dedicati rispettivamente a “La preistoria di una cantante”, “La cantante I e II” e “Le canzoni I e II”.

Ma questa suddivisione non deve trarre in inganno ché si parte da questi concetti per affrontare in lungo e in largo tutte le tematiche che Billie Holiday ha posto in primo piano nel corso degli anni in cui ha sviluppato la propria arte. Così, ad esempio, parlando del suddetto volume autobiografico, Szwed approfondisce alcuni aspetti finora non sufficientemente lumeggiati come l’amicizia tra Billie e Orson Welles, amicizia ostentata con tanta noncuranza da provocare guai sia a lui sia a lei. E bastano poche righe a Szwed per tracciare un quadro di ciò che era la società statunitense dell’epoca, una società in cui un’amicizia, una relazione tra un bianco e una nera, era considerata impensabile, disdicevole.

Ma questo è solo un esempio, giacché all’autore basta un elemento, un fatto di cronaca per allargare il discorso e andare ben al di là della biografia. Così in apertura del capitolo intitolato “la preistoria di una cantante” Szwed apre una finestra molto esplicativa sugli spettacoli dei menestrelli tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento con specifico riferimento al tipo di canzoni che venivano più utilizzate; apprendiamo, quindi, la differenza tra le “flappers”, le “red-hot mamas” e le “torch singers” concetti su cui non mi pare si siano spesi fiumi di inchiostro.

Altrettanto interessante la trattazione dei vari tipi di “canzoni” e di come sia errata la conclusione di considerare la Holiday una cantante blues.

Avvincente la parte in cui l’autore si occupa delle specificità vocali e interpretative della vocalist, sottolineandone le capacità improvvisative, la potenza esplicativa del gesto, il vibrato usato in modo molto selettivo, la capacità di ornare versi semplici con “piccole e indimenticabili torsioni, impennate e avvallamenti, sfumature e cadute”.

Molto approfondita, ma non poteva essere altrimenti, l’ultima parte in cui viene esaminata la produzione discografica della cantante; particolarmente interessanti le considerazioni a proposito di uno degli album più discussi della Holiday “Lady in satin” che è per l’appunto il disco cui si accennava in apertura.

“Lady in Satin” (Green Corner 100902- 2 CD) venne registrato dal 18 al 20 febbraio del 1958 a New York con l’orchestra di Ray Ellis. Il doppio CD, proposto dalla Green Corner, contiene le duplici versioni – mono e stereo – dell’originario LP cui si aggiungono molte bonus track: nel primo CD l’album integrale “Live At The Monterey Jazz Festival, October 5th 1958” in cui la Holiday canta con Benny Carter al sax alto, Gerry Mulligan sax baritono, Eddie Khan basso, Buddy De Franco clarinetto, Dick Berk batteria e Mal Waldron piano; nel secondo CD  tre brani registrati a Londra il 25 febbraio 1959 con Mal Waldron al piano e l’orchestra diretta da Peter Knight, e sei pezzi incisi live allo Storyville Club di Boston negli ultimi giorni di aprile del 1959 con ancora Mal Waldron, Champ Jones basso  e Roy Haynes batteria.

Per anni i critici si sono esercitati nel demolire questo album classificandolo tra i peggiori registrati dalla Holiday; John Szwed ha un’opinione assolutamente contraria e la illustra assai chiaramente. In effetti, sottolinea l’autore, se è vero che Billie in quel periodo stava male, faceva fatica a leggere e a ricordarsi i testi delle canzoni, è altrettanto vero che adesso contava solo sulla “forza del suo recitativo, sulla capacità di cantare fuori tempo senza mai perdersi…insomma il suo fraseggio era ancora sensibile alle parole riuscendo a dar loro nuova enfasi”. E questa è una dote assai rara da trovare, una dote propria solo delle grandi, grandissime artiste. E non è un caso che un’altra stella del jazz come Miles Davis, sicuramente più esperto di mille esperti, abbia dichiarato, ascoltando l’album, “preferisco ascoltarla ora. E’ diventata molto più matura. A volte puoi cantare le stesse parole ogni sera per cinque anni e tutto d’un tratto capisci il vero senso della canzone”.

E se si ascolta l’album scevri da ogni pregiudizio non si può non concordare con i giudizi di Szwed e di Davis: la Holiday, certo non perfetta dal punto di vista squisitamente musicale, ha tuttavia conservato una capacità interpretativa straordinaria, scandendo ogni singola parola, attribuendo alla stessa uno specifico peso e riuscendo così a tramettere un mondo di emozioni. La si ascolti, ad esempio, in “Violets for Your Furs” uno dei brani preferiti dalla Holiday, per verificare quanto detto in precedenza.

Insomma un album fondamentale che non dovrebbe mancare nelle collezioni di chi davvero ama il jazz.

Gerlando Gatto

 

I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 3)

Proseguiamo il nostro viaggio attraverso alcune tra le più importanti etichette di jazz. Oggi parliamo di Caligola, Cam Jazz, Dodicilune e ECM di cui vi presenteremo alcune significative produzioni.

CALIGOLA

L’associazione culturale Caligola dal 1980 promuove musica al di fuori dei circuiti istituzionali, organizzando concerti all’interno di spazi presi in affitto. Dal folk al blues, dal rock alla musica d’autore fino al jazz, l’associazione Caligola è riuscita a portare nel territorio veneziano alcuni tra i più noti maestri della musica moderna. Nel 1994 nasce Caligola Records, etichetta indipendente, che sotto la sapiente regia di Claudio Donà è riuscita ad imporsi come una delle più importanti realtà italiane nel valorizzare il jazz italiano in particolare dell’area veneta. Di Caligola records vi proponiamo tre recenti produzioni.

Maurizio Brunod è uno tra i più fedeli artisti della Caligola Records. Chitarrista di grande spessore pubblicò il primo album con Caligola nel 2009, “Northern Lights”, per chitarra solo. Adesso si ripropone con “African Scream” ancora per chitarra solo. Anche se la chitarra è tornata prepotentemente in auge nel mondo del jazz grazie ad alcuni personaggi di assoluto livello, ciò non significa che tutte le ciambelle riescano col buco, soprattutto se si decide di affrontare un repertorio variegato ed impegnativo da solo con il proprio strumento seppur confortato dall’ausilio dell’elettronica. Ma Brunod è artista che non teme le sfide ed eccolo dunque dedicare il brano d’apertura al collega e amico Garrison Fewell prematuramente scomparso, “Ayleristic”, già proposto nell’album in duo con lo stesso Garrison, “Unbroken Circuit” del 2015. Nel ricordo dell’amico, Brunod non ha pudore dei propri sentimenti e ci regala una interpretazione intensa, suggestiva, emozionalmente coinvolgente. Subito dopo eccolo alle prese con uno standard, “I Remember Clifford” di Benny Golson affrontato con lucida consapevolezza senza alcuna smania di voler travolgere alcunché ma con il sincero proposito di rendere omaggio ad un grande pezzo e ad un grande compositore.
Di qui sino alla fine sei originali a sua firma intervallati da un brano di Aldo Mella. E nella duplice veste di compositore-esecutore Maurizio ha modo di mettere in mostra tutte le sue valenze. Al riguardo particolarmente convincente la title track caratterizzata da un andamento quasi ipnotico grazie ad una melodia inusuale e ad un uso appropriato del loop.

Claudio Cojaniz è un altro pezzo da novanta del jazz friulano e più in generale italiano. Questo “Molineddu” è stato registrato tra il novembre 2016 e il febbraio 2017, quindi pochi mesi prima di “Sound Of Africa”, altro album del pianista che manifesta così il suo amore verso questo continente. Ad affiancarlo ancora una volta i componenti del ‘Coj & Second Time” vale a dire Alessandro Turchet (contrabbasso), Luca Grizzo (percussioni, vocale), Luca Colussi (batteria) con l’aggiunta di Carmela Arghittu (voce) nel brano che dà il titolo all’album. In programma sette originali tutti dovuti alle felice vena creativa del leader. Ancora una volta il pianismo di Cojaniz risulta di grande interesse; il suo linguaggio, pur nel dichiarato omaggio all’arte, alla cultura di altri continenti (qui sentita la dedica alla città di Aleppo), mai risulta calligrafico, sempre scevro da ogni manierismo e intellettualismo di maniera. Di qui niente funamboliche evoluzioni sulla tastiera, niente invenzioni particolarmente azzardate, niente suoni alterati ma linee melodiche essenziali eppure di assoluta godibilità, armonizzazioni non astruse ma non banali, e soprattutto una tavolozza coloristica che i membri del quartetto rendono al meglio con la cavata possente e precisa di Alessandro Turchet, la batteria mai ridondante di Luca Colussi che si dimostra ancora una volta (se pur ce ne fosse stato bisogno) uno dei migliori e più lucidi batteristi italiani e le percussioni assolutamente inusuali di Luca Grizzo che regalano quasi un tocco di magia alla musica dell’ensemble (se non si vede Grizzo esibirsi non si ha un’esatta percezione di quanto detto). Tra i brani da segnalare soprattutto “Molineddu – Girasoles suta sa luna” in cui Carmela Arghittu interpreta con grande e sincera partecipazione i versi di Istevene Stefano Flores.

Roberto Martinelli (sax soprano) e Ermanno Maria Signorelli (chitarra classica) sono i protagonisti del toccante album “Pater” registrato a Padova nel 2018. Titolo non potrebbe essere più esplicativo dal momento che l’album è dedicato ai padri dei due artisti scomparsi in un breve arco di tempo. E questo dà la misura del tipo di musica che si ascolta. Sax soprano e chitarra costituiscono un duo certo non usuale ed in effetti è il primo disco che i due incidono assieme anche se, viceversa, sul campo hanno avuto diverse occasioni di collaborare. Di qui un’intesa che va ben al di là della registrazione in oggetto, un’intesa confortata dal comune background sia classico sia jazzistico, dall’idem sentire quanto a purezza e naturalezza del suono acustico. Non a caso Signorelli è tra i pochissimi jazzisti italiani ad aver scelto la chitarra classica. Al riguardo dobbiamo, quindi, segnalare l’assoluta coerenza con questo assunto di ambedue i musicisti che non si sono lasciati sedurre dai “nuovi suoni”. Liberi da ogni obbligo di modernità, i due si spingono su terreni in qualche modo legati alla musica colta europea in cui è ben difficile distinguere tra pagina scritta e improvvisazione. Materia, quest’ultima, in cui sia Martinelli sia Signorelli sembrano eccellere per tutta la durata dell’album. Straordinariamente efficace la trattazione delle dinamiche in cui anche il silenzio ha un suo rispettabile ruolo, così come coinvolgente risulta l’invenzione tematica dei due che si riallaccia in maniera decisa al gusto melodico della tradizione italiana. Infatti degli otto brani in programma ben sette sono gli originali di cui quattro di Signorelli e tre di Martinelli cui si aggiunge lo standard “My Favourite Things” di Rodgers e Hammerstein porto con gusto e originalità.

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CAM JAZZ

La CAM JAZZ è nata come una costola della prestigiosa Cam (Creazioni Artistiche Musicali) Records, costituita tra la fine del 1959 e l’inizio del 1960. Fondata dai fratelli Campi fu una delle primissime etichette a specializzarsi nel registrare le musiche tratte dai film. Nel 2000 la nascita di CAM Jazz per una intuizione del titolare della CAM che ascoltato Giovanni Tommaso appena finito di registrare la colonna musicale di un film, con musiche da lui composte, e venuto a conoscenza che Giovanni era un jazzista gli propose l’idea di suonare in versione jazz alcuni dei temi più noti tratti dal catalogo CAM. Giovanni accolse l’idea con entusiasmo, e fu così che nacque il primo album di CAM JAZZ, “La dolce vita – Tommaso/Rava Quartet”. Quasi inutile sottolineare come questa etichetta rappresenti oggi una delle realtà più vitali e importanti, conosciuta ed apprezzata in Italia e all’estero, avendo tra l’altro acquisito due prestigiose etichette, La Black Saint e la Soul Note.

Anche in questo caso vi proponiamo tre produzioni. Le prime due vedono protagonista uno degli artisti di punta dell’etichetta Enrico Pieranunzi, registrato dal vivo durante un concerto alla Bastianich Winery in splendida solitudine, e in trio con Gabriele Mirabassi e Gabriele Pieranunzi.

Enrico Pieranunzi “Wine & Waltzes” fa parte di quella serie di registrazioni effettuate quasi per scommessa da Ermanno Basso produttore dell’etichetta e Stefano Amerio vero e proprio mago del suono, titolare dei celebri “Artesuono Recording Studios”. In sostanza si trattava di verificare se fosse possibile produrre degli album live registrati nelle cantine del Friuli Venezia Giulia. La scommessa è stata vinta alla grande e questo album ne è una prova inconfutabile. Enrico suona come al solito molto, molto bene, con quella classe e quella originalità che ne hanno fatto uno dei migliori pianisti oggi in esercizio sulle platee di tutto il mondo. Il suo stile allo stesso tempo rigoroso e fantasioso, frutto di un innato talento ma anche di anni ed anni di intenso studio, è immediatamente riconoscibile. Se a tutto ciò si aggiunge la piacevolezza di un repertorio quasi tutto incentrato sul ritmo ternario si capirà immediatamente perché l’album è godibile dal primo all’ultimo istante.

Così come godibile è “Play Gershwin” ovviamente incentrato sul compositore di Brooklyn. Come si diceva con Pieranunzi negli studi di registrazione di Stefano Amerio, a Cavalicco, Gabriele Mirabassi al clarinetto e Gabriele Pieranunzi al violino. Un organico, quindi, inusuale ma di eccelso spessore tecnico-artistico. Questo album meriterebbe tutta una serata di illustrazioni non solo e non tanto per la qualità della musica e la bravura degli esecutori quanto per la complessità dell’operazione che sottende il CD. Al riguardo bisogna partire da un dato: sia “An American in Paris” sia “Rhapsody in Blue” – ambedue contenute nell’album – furono scritte per larghi organici. Come ridurre queste partiture sì da farle suonare ad un trio anziché ad un’orchestra sinfonica? L’impresa era di quelle da far tremare i polsi, come confessa lo stesso Pieranunzi che per “Un Americano a Parigi” si è servito della trascrizione per pianoforte solo di William Daly e della versione per due pianoforti scritta dallo stesso Gershwin, mentre per la “Rapsodia” è stata lasciata integra quella parte solistica di pianoforte scritta nel 1924 che spesso viene tagliata e si è proceduto a ristrumentare passaggi non suonati dal pianoforte. Risultato? Eccellente sotto ogni aspetto; alle due opere sopra citate si aggiungono i preludi (scritti originariamente per solo pianoforte) che evidenziano vieppiù una intesa del tutto straordinaria che va ben al di là del fatto meramente musicale. Pieranunzi mette sul piatto ancora una volta tutto il suo mostruoso bagaglio che va dal ragtime a Bach mentre i compagni di viaggio lo seguono con una gioia ed una intensità palpabili ed avvertibili in ogni momento.

Pipe Dream – “Pipe Dream”
Sotto l’insegna di Pipe Dream opera un nuovo quintetto costituito da Hank Roberts (violoncello e voce), Filippo Vignato (trombone), Pasquale Mirra (vibrafono) Giorgio Pacorig (pianoforte, fender rhodes) e Zeno De Rossi (batteria). Questo è il loro album d’esordio e se il buongiorno si vede dal mattino allora di questo gruppo sentiremo parlare a lungo e bene. In effetti l’album è molto interessante ricco com’è di umori, di sapori, di colori, di atmosfere che rendono sempre vivo l’ascolto. I cinque musicisti conoscono molto bene la musica globalmente intesa per cui nelle loro esecuzioni non è difficile scorgere tracce di jazz propriamente detto (soprattutto free e bop) suggestioni etniche, echi di minimalismo, abbandoni poetici, frammenti di funk… Così la mente vaga alla ricerca di ricordi lontani ma riportati in superficie da suggestioni sonore porte con intelligenza, garbo e originalità. Si noti, ad esempio, con quanta abilità Filippo Vignato si muove sulle frequenze più basse contribuendo in maniera determinante a non far sentire la mancanza del contrabbasso. Egualmente il violoncello di Hank Roberts si incarica di eseguire le linee melodiche più accattivanti mentre Zeno De Rossi fa cantare i suoi tamburi alternando suono e silenzio (magistrale il suo accompagnamento nella title track). Giorgio Pacorig si conferma pianista versatile e nell’occasione anche valido compositore (suo “They Were Years”, il brano più complesso dell’intero programma). Infine Pasquale Mirra dispensa sghembi tocchi di melodia a comporre un puzzle tra i più originali e convincenti che abbiamo avuto modo di sentire in questo primo scorcio dell’anno.

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ECM (Editions of Contemporary Music)

Se c’è un’etichetta che nel mondo della musica, al di là di qualsivoglia genere, ha influenzato musicisti, critici e pubblico questa è sicuramente la ECM. Fondata ad Amburgo da Manfred Eicher nel 1969, la casa discografica tedesca nel corso di questi ultimi decenni ha imposto una propria estetica, dettando parametri che hanno portato ad un jazz completamente diverso rispetto all’originale afro-americano, con una cura estrema per il suono, un’estetica cui hanno aderito moltissimi artisti e non solo europei tra cui Mal Waldron che registrò il primo album ECM (“Free at Last” novembre 1969), Joe Lovano, Keith Jarrett, Paul Bley, Chick Corea, Pat Metheny, l’Art Ensemble of Chicago Jan Garbarek, John Abercrombie, Palle Danielsson… i nostri Enrico Rava, Stefano Battaglia, Stefano Bollani… solo per citarne alcuni . Nel 1984 nasce la costola ECM New Series, che pubblica artisti come Arvo Paart, Heiner Goebbels, Meredith Monk, Ketil Bjornstad, Valentin Silvestrov, che appartengono alla musica colta contemporanea.
Tornando al jazz vi proponiamo le prime cinque uscite con cui la ECM ha inaugurato questo 2019.

Ralph Alessi – “Imaginary Friends” – ECM 2629
Ecco il terzo album del trombettista statunitense Ralph Alessi pubblicato dalla ECM dopo “Baida” del 2013 e “Quiver del 2016”. Questa volta Alessi è alla testa di un suo quintetto attivo dal 2010 e completato da Ravi Coltrane a tenore e sopranino, Andy Milne al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e Mark Ferber alla batteria. In programma nove composizioni originali del leader. L’album si apre con “Iram Issela” che evidenzia ancora una volta come Alessi risulti artista assolutamente moderno senza per ciò perdere il contatto con la tradizione; il brano è caratterizzato da una bella linea melodica e già da questo primo pezzo si possono riscontrare quelle che saranno le caratteristiche dell’intero album. Vale a dire il ruolo di leader assoluto del trombettista che detta e disegna le atmosfere dell’album in ciò coadiuvato splendidamente dal pianismo mai esorbitante di Andy Milne e da una sezione ritmica di assoluta eccellenza, sempre pronta a sottolineare i momenti clou delle varie interpretazioni. Abbiamo lasciato per ultimo Ravi Coltrane in quanto il sassofonista (classe 1965, figlio di John e Alice Coltrane) può vantare un’intesa con Alessi dai tempi del California Institute of the Arts alla fine degli anni ’ 80. Ciò spiega, meglio di mille parole, la straordinaria intesa tra i due che li porta a dialogare su un piano di assoluta parità. Si ascolti, al riguardo “Melee”, il brano più lungo dell’album, un vero e proprio campo minato in cui trombettista e sassofonista si avventurano senza rete, dando fondo a tutte le loro potenzialità, in un gioco di rimandi, rincorse, stop and go a tratti davvero entusiasmante.

Yonathan Avishai – “Joys and Solitudes” – ECM 2611
Un album che si apre con una sontuosa interpretazione del classico “Mood Indigo” di ellingtoniana memoria non può che conquistarti immediatamente. Se poi a questo primo brano seguono sette composizioni originali, tutte di convincente fattura, ecco che finito l’album hai subito voglia di rimetterlo su. Autore di questo piccolo miracolo è il pianista Yonathan Avishai, nato a Tel Aviv nel 1977, da madre francese e padre israeliano, ma residente in Francia dal 2001, che con questo album segna il suo ingresso da leader nella scuderia ECM. Avishai è alla testa del suo trio, in attività dal 2015, con Yoni Zelnik, bassista israeliano oramai anch’egli di casa a Parigi e Donald Kontomanou, batterista francese della Guinea con origini greche. Accennavamo al brano d’apertura, “Mood Indigo”: ebbene il trio non si limita ad una pedissequa riproposizione ma ce ne fornisce una versione originale particolarmente apprezzabile per la ricchezza armonica e la ricerca timbrica. E sono questi elementi che si riscontrano in tutto l’album in cui il pianista fa riferimento esplicito ad esperienze, emozioni da lui vissute in prima persona. Così, ad esempio, lo straniante “Tango”, che dello stereotipo argentino conserva ben poco, è ispirato dall’ascolto di ‘Ojos Negros’ di Anja Lechner e Dino Saluzzi; particolarmente gustoso con il suo andamento altalenante “Joy” mentre “Les pianos de Brazzaville” si richiama esplicitamente ai suoi viaggi nella repubblica del Congo, grazie anche ad alcuni espliciti riferimenti etnici. Una menzione particolare merita “When Things Fall Apart” il brano più lungo e articolato (più di dodici minuti) che, dopo un inizio di carattere impressionistico, si sviluppa attraverso un ampio dialogo fra i tre che pone in evidenza sia l’intesa di gruppo sia la bravura dei singoli.

Mats Eilertsen – “And Then Comes The Night” – ECM 2619
Dopo la felice esperienza del settetto con “Rubicon” (sempre ECM del 2015) il bassista norvegese Mats Eilertsen si ripresenta al pubblico del jazz alla testa di un trio con Harmen Fraanje piano e Thomas Strønen batteria che esiste già da una decina d’anni. Si tratta, quindi, di un classico trio pianoforte con sezione ritmica che, almeno dal punto di vista dell’organico, non presenta alcunché di nuovo. Eppure l’album presenta notevoli motivi di interesse grazie alla particolare visione musicale dei tre, condotti con mano sicura dal leader che può vantare un’intesa attività in casa ECM avendo collaborato alle registrazioni, tra gli altri di, Tord Gustavsen, Trygve Seim, Mathias Eick, Nils Økland, Wolfert Brederode e Jakob Young. Ma è nei progetti a suo nome che l’artista rivela compiutamente la sua cifra stilistica. Così, in questo “And Then Comes The Night” (titolo derivato dal racconto dello scrittore islandese Jón Kalman Stefánsson “Luce d’agosto ed è subito notte”) Eilertsen abbandona strade già abbondantemente battute per inerpicarsi lungo sentieri scoscesi in cui il silenzio ha quasi la stessa importanza del suono e il gioco delle dinamiche risulta preponderante rispetto a qualsivoglia elaborazione armonica o ricchezza di fraseggio. Di qui una musica tutt’altro che banale con cui Eilertsen ci invita a compiere con lui un viaggio immaginario, nel profondo delle emozioni che non possono non riguardare ciascuno di noi. E così l’album si apre con un titolo particolarmente significativo “22”, in ricordo della terribile strage compiuta il 22 luglio del 2011 sull’isola di Utøya, nel Tyrifjorden,
da un uomo che uccise 69 giovani, ferendone altri 110, tra i partecipanti ad un campus organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista Norvegese. A tutt’oggi è l’atto più violento mai avvenuto in Norvegia dalla fine della seconda guerra mondiale.

Eleni Karaindrou – “Tous des oiseaux” – ECM 2634
Questo album, della ECM New Series, ci propone le colonne sonore scritte da Eleni Karaindrou per la pièce “Tous des oiseaux” del regista Wajdi Mouwad e “Bomb. A love Story” dell’attore e regista iraniano Payman Maadi. L’artista greca si dimostra ancora una volta all’altezza della situazione evidenziando la solita verve compositiva che avevamo imparato a conoscere ed apprezzare sin dalla sua prima colonna sonora per Periplanissis (Wandering), di Christoforos Christofis (1979). Da allora Eleni non si è più fermata collezionando allori in tutto il mondo tra cui la vittoria nel 1982 al Thessaloniki Film Festival che la condurrà ad una fruttuosa collaborazione con Theo Angelopoulos e nel 1992 il Premio Fellini di Europa cinema. Anche con quest’ultima fatica discografica la Karaindrou si cala perfettamente nello spirito delle rappresentazioni sceniche, la prima che porta sulla scena una tragedia che si sviluppa nel cuore del conflitto israelo-palestinese, la seconda a sottolineare come al culmine della guerra Iran-Iraq del 1988, quando Teheran viene bombardata senza sosta, l’amore, l’affetto, la speranza e la vita hanno la meglio sulla paura della morte. Da sottolineare come questa colonna sonora sia la prima composta dalla Karaindrou dopo la scomparsa di Angelopoulos e si sia già meritata una nomination per l’ APSA (Asia Pacific Screen) come Best Original Score. Date le tematiche trattate, è facile intuire lo spessore della musica, sempre molto intensa, emozionale, ricca di colori, di suggestioni, di umori ottimamente resa dall’orchestra d’archi, con il primo violino Argyo Seira, al cui fianco troviamo altri musicisti di talento quali, tanto per fare qualche nome, la vocalist Savina Yannatou, Nikos Paraoulakis al ney (sorta di flauto caratteristico soprattutto della musica tradizionale colta di molti Paesi Medio-Orientali), Stefanos Dorbarakis al kanonaki (strumento cordofono della tradizione classica araba). Dal canto suo la Karaindrou si fa apprezzare in alcuni brani anche come pianista.

Joe Lovano – “Trio Tapestry” – ECM 2615
Ecco l’album che non ti aspetti. Protagonista il grande sassofonista Joe Lovano, di origini siciliane, che dopo aver partecipato a varie registrazioni ECM nel corso degli anni (ricordiamo gli splendidi album a fianco di Paul Motian, Steve Kuhn e John Abercrombie) approda adesso al suo primo album da leader per la casa tedesca, cosa abbastanza strana visto l’eccezionale curriculum dell’artista. Album che non ti aspetti, dicevamo in apertura, in quanto Lovano, ben coadiuvato dalla pianista Marilyn Crispell e dal batterista Carmen Castaldi, si muove su terreni molto più vicini a quella che viene considerata l’estetica ECM piuttosto che ai canoni del jazz propriamente detto (quello afro-americano tanto per intenderci). Ecco, quindi, una musica molto introspettiva, delicata, declinata attraverso undici brani a firma di Lovano che lo stesso sassofonista definisce come “alcune composizioni tra le più intime che abbia mai scritto”. A ciò si aggiunga il fatto che “Trio Tapestry” è tutto giocato sul lirismo e sulla straordinaria intesa fra i tre cementata con la pianista di Filadelfia dalle precedenti collaborazioni e con il batterista dalla condivisione del percorso formativo presso il Berklee College e dai successivi gruppi che li hanno visti suonare l’uno accanto all’altro. Chi fosse a caccia di swing qui non lo troverà, di converso all’interno di strutture ben delineate avrà la possibilità di apprezzare a che grado di rarefazione può giungere la musica se affidata a veri e propri talenti e alla straordinaria versatilità di Lovano che, pur in un contesto stanzialmente cameristico, si esprime sempre con un fraseggio molto fluido e sempre originale.

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DODICILUNE

L’etichetta Dodicilune, fondata e guidata da Gabriele Rampino (direttore artistico) e Maurizio Bizzochetti (label manager) è attiva dal 1996 e dispone di un catalogo di oltre 250 produzioni di artisti italiani e stranieri. Distribuiti nei negozi in Italia e all’estero da IRD, i dischi Dodicilune possono essere acquistati anche online, ascoltati e scaricati su una cinquantina tra le maggiori piattaforme del mondo grazie a Believe Digital. Tra le ultime produzioni ne abbiamo scelte tre che riteniamo particolarmente significative.

Claudio Angeleri – Blues is more
Consentiteci, innanzitutto, di formulare le nostre più vive congratulazioni a Claudio Angeleri che con questo “Blues Is More” firma il suo ventesimo album da leader. Per l’occasione il pianista e compositore bergamasco presenta al suo fianco una batteria di straordinari musicisti: il sassofonista Gabriele Comeglio, attivo sia nel jazz (Yellow Jackets, Randy Brecker e Lee Konitz) sia nel pop (Mina, Battiato e Lucio Dalla); il bassista Marco Esposito, già sodale di Angeleri in diverse occasioni nonché collaboratore tra gli altri di Gianluigi Trovesi, Franco Ambrosetti, Bob Mintzer; il trombonista Andrea Andreoli, attivo con la WDR Orchestra insieme a Bill Lawrence (Snarky Puppy) e Bob Mintzer; il batterista e percussionista Luca Bongiovanni, presente in alcune edizioni di Bergamo Jazz e Iseo Jazz. Ospiti anche la cantante Paola Milzani (in “Monk’s dream”), e il flautista Giulio Visibelli (“Paths”). In repertorio tre riletture di standard, “Dance of the infidels” di Bud Powell, “A new world a comin” di Duke Ellington e “Monk’s dream” di Thelonious Monk e Jon Hendricks, cui si affiancano sette composizioni originali del pianista che vanta una lunga e prestigiosa carriera testimoniata oltre dai già citati album da prestigiose collaborazioni con artisti del calibro di Charlie Mariano, Bob Mintzer, Franco Ambrosetti, Gianluigi Trovesi. Ciò detto bisogna ancora una volta sottolineare come il pianismo di Angeleri, seppur nell’ambito di un moderno mainstream, riesca ad essere allo stesso tempo moderno e originale. Il suo linguaggio è creativo, intelligente, spesso trascinante, corroborato da tanti anni di studio, dai molti album cui prima si faceva riferimento e dall’aver calcato con successo molti e molti palcoscenici. Così’ nel suo pianismo ritroviamo echi di blues (naturalmente), di modale, di musica contemporanea, di funky…il tutto omogeneizzato sì da renderlo un unicum di assoluta originalità. Senza trascurare quella capacità di scrittura che difficilmente rende riconoscibile la pagina scritta dalle improvvisazioni: al riguardo si ascolti con attenzione il basso di Marco Esposito nella title track sax di Gabriele Comeglio in “Paths” e la splendida voce della Milzani in “Monk’s dream”.. per non parlare dei due splendidi piano solo, “la ellingtoniana “A new world is coming” e l’originale “Dixie” che chiude l’album.

Centazzo, Schiaffini, Armaroli – “Trigonos”
Musica certo non per tutti quella proposta da Andrea Centazzo (percussioni, malletkat, sampling), Giancarlo Schiaffini (trombone) e Sergio Armaroli (vibrafono), ovvero tre sperimentatori tra i più acuti della scena contemporanea italiana. In programma dieci brani tutti originali scritti dai tre. E a questo punto crediamo che il quadro della musica contenuta nell’album sia piuttosto chiaro, una musica che non presenta alcun punto di riferimento preciso ma che viaggia da un lato all’altro dell’immaginario triangolo costituito dai musicisti a riaffermare la volontà del singolo di andare al di là di qualsivoglia estetica precostituita, di rifuggire da ogni cliché, di affrontare piste sconosciute alla ricerca del proprio io più profondo. Quindi un’improvvisazione totale che prevede un’immersione completa nei suoni prodotti da ognuno a seconda della propria sensibilità: così mentre Schiaffini mette sul tappeto quell’enorme bagaglio che lo connota e che va dal New Orleans al migliore free-jazz, Centazzo evidenziala sua passione per i suoni profondi, evocativi e Armaroli si muove leggero dispensando pennellate di colore con il suo vibrafono. Il risultato è affascinante, certo alle volte straniante, ma una volta cominciato ad ascoltare “Trigonos” è praticamente impossibile
smettere e così si giunge alla fine in atmosfere sempre ovattate, quasi sottovoce come ad opporsi, rileva nelle note di copertina Paolo Carradori, a quanti oggi usano “parole orrende”. Da sottolineare il coraggio della etichetta salentina nel produrre un album del genere dando così una mano non secondaria allo sviluppo delle “nostre” avanguardie.

Roberto Ottaviano – “Eternal Love”
Da una parte Abdullah Ibrahim, Charlie Haden, Dewey Redman, Elton Dean, lo stesso Coltrane, Don Cherry, dall’altra la musica africana: questi i due poli al cui interno è declinata la personalissima poetica di Roberto Ottaviano, senza dubbio alcuno uno dei migliori sassofonisti oggi in esercizio e non solo sulle scene italiane. La sua è una visione particolare della musica che trascende l’“hic et nunc’ per immergersi in una spiritualità che per l’appunto ritroviamo in alcuni dei musicisti sopra citati e di cui Ottaviano reinterpreta alcuni brani, cui affianca due sue notevoli composizioni. In particolare con questo album Ottaviano tende ad operare una ricerca molto profonda, una sorta di ‘bagno mistico” (così lui stesso la definisce) per far sì che il “Jazz si faccia infine Musica Totale, ma soprattutto travalichi l’idea fine a sé stessa di fare musica per scavare a fondo nel nostro ego e per capire se esiste un noi universale da cui ripartire”. Se queste sono le premesse che hanno spinto l’artista è poi impossibile stabilire se l’obiettivo è stato raggiunto, data la natura totalmente intimista del progetto. Ciò che si può dire in questa sede è che l’album ancora una volta non delude gli estimatori di Ottaviano (e noi tra questi). Per affrontare il delicato compito Ottaviano ha costituito un nuovo quintetto in cui accanto ai ‘fidi’ Alexander Hawkins (piano, Rhodes, Hammond) e Giovanni Maier (contrabbasso), troviamo Zeno De Rossi alla batteria e Marco Colonna ai clarinetti. L’album si apre con la rilettura di un brano tradizionale africano, “Uhuru”, che ci conduce in maniera pertinente alla musica che Ottaviano ci riserva nei solchi successivi. Una musica intimista, suggestiva, ricca di colori, in cui la bravura dei singoli si incastona nelle strutture ampie, disegnate con maestria dal leader. E parlando dei singoli non si può non sottolineare ancora una volta la maestria di Ottaviano che al sax soprano conosce pochi rivali, la capacità di Marco Colonna al clarinetto basso di dialogare alla pari con il leader (lo si ascolti in “Mushi Mushi” di Dewey Redman), l’eccezionale lavoro di Maier anche con l’archetto (in “Eternal Love”, “Until The Rain Comes” di Cherry e “African Marketplace” di Abdullah Ibrahim), lo spumeggiante fraseggio di Hawkins e il supporto sempre imprescindibile di Zeno De Rossi.

I nostri CD. Curiosando tra le etichette (parte 1)

Il mondo del jazz, oramai da anni, vive un paradosso difficile da risolvere: se da un lato i dischi si vendono sempre meno (non a caso trovare un negozio ben fornito è una sorta di mission impossible), dall’altro il mercato è costantemente rifornito di CD molti di buona qualità, ma altrettanti francamente inutili. Il fatto è, come ammettono gli stessi artisti, che il CD è divenuto una sorta di biglietto da visita e un modo di documentare la propria attività in un dato momento storico.
Partendo da queste considerazioni, abbiamo deciso, con l’ausilio di Amedeo Furfaro, di proporvi questa puntata della rubrica “I nostri CD” prendendo le mosse non dai singoli album ma dalle case discografiche più attive nei settori di nostro interesse.

“abeat” sempre all’avanguardia

E partiamo quindi, in rigorosissimo ordine alfabetico, dalla italianissima “abeat” .
Fondata nel 2001 da Mario Caccia a Solbiate Olona (VA), ABEAT RECORDS ha da sempre prodotto dischi che interpretassero le nuove tendenze della musica jazz. Da allora sono numerosi gli artisti del panorama nazionale ed internazionale che hanno realizzato i loro dischi con questa etichetta. Tratte dalle ultimissime produzioni della “abeat records”, vi presentiamo quattro album firmati rispettivamente da Luigi Di Nunzio (“The Game”), Andrea Domenici Trio (“Playing who i am”), Guido Manusardi (“Swingin”) e Michele Perruggini (“In volo”).

Luigi Di Nunzio è un giovane sassofonista napoletano che può vantare una solida preparazione di base avendo conseguito nel 2010 il diploma di sassofono classico con il massimo dei voti con il maestro Andrea Pace. Successivamente inizia una carriera che lo porta ad esibirsi accanto a musicisti di vaglia quali Antonio Faraò, Massimo Nunzi, Francesco Cafiso, David Liebman, Michael Bublé. Il 10 ottobre 2014 esce il suo album d’ esordio dal titolo “Inexistent” sempre per abeat. Nel settembre del 2018 registra “The Game” unitamente a Marco Fiorenzano, synth e piano rhodes, Umberto Lepore, basso e bass synth, e Marco Castaldo, alla batteria, con l’aggiunta di ospiti in alcuni brani L’album è di sicuro interesse dando all’ascoltatore la possibilità di scoprire non solo le capacità esecutive di Di Nunzio ma anche le sue qualità compositive dal momento che tutte le dieci tracce sono sue composizioni. La caratteristica principale del CD va ricercata nel fatto che il sassofonista ha voluto mettere assieme una serie di esperienze e collaborazioni, vissute negli ultimi quattro anni, in generi musicali a lui sconosciuti come l’hip hop, rap, musica elettronica. Di qui un sound abbastanza originale in cui stilemi propri del jazz canonico si fondono con suggestioni provenienti dall’elettronica. Certo, per chi ama il jazz alla Coltrane o alla Gillespie l’album farà storcere il naso, ma, viceversa, per chi ascolta la musica con mente aperta e rivolta al futuro sicuramente troverà nell’album in oggetto parecchi motivi di interesse.

“Playing Who I Am” è il disco d’esordio come leader del pianista Andrea Domenici, classe 1992. Già allievo, tra gli altri, di Mario Rusca, Dado Moroni, Kenny Barron si è diplomato presso The New School for Jazz and Contemporary Music e dal 2012 si è trasferito negli States. Da allora ha cominciato a collaborare con alcuni veri e propri giganti del jazz quali Wynton Marsalis, Gary Bartz, Billy Harper e Dave Douglas. A supportarlo in questo CD Billy Drummond al basso e Peter Washington alla batteria. In repertorio nove brani che spaziano dal jazz canonico (Thelonious Monk) a standard quali “It’ Easy To Remember” di Rodgers cui si aggiungono tre original del leader, a dimostrazione di come Andrea da un lato abbia saputo interiorizzare il linguaggio dei grandi del jazz, dall’altro sia riuscito a sintetizzare le diverse influenze in uno stile del tutto personale. L’album, almeno per chi scrive, rappresenta, quindi, una bella sorpresa. Il linguaggio di Domenici è fluido, sempre pertinente, con una armonizzazione mai banale e un tasso di improvvisazione elevato. L’interazione con i compagni d’avventura è assoluta ad evidenziare un’intesa che va ben oltre il fatto squisitamente musicale. Insomma un artista di cui sentiremo parlare molto e bene.

Swingin” è il titolo del CD inciso dal trio del pianista Guido Manusardi con Roberto Piccolo al contrabbasso e Gianni Cazzola alla batteria nell’ottobre del 2017. Mai titolo fu più azzeccato nel senso che uno swing straordinario, trascinante, profondamente sentito da tutti e tre i musicisti pervade l’album dalla prima all’ultima nota. In repertorio undici brani tra cui un solo original del pianista. Da quanto sin qui detto è facile dedurre che il trio si muove in estrema scioltezza, guidati da quel grande artista che è Guido Manusardi. In effetti Manusardi è sulla cresta dell’onda da tanti anni e mai ha deluso i suoi numerosi ammiratori grazie ad una tecnica sopraffina, ad una squisita sensibilità che gli consente di coniugare rispetto per la tradizione e modernità espressiva, ad un senso della misura che mai lo porta ad esagerare in virtuosismi che pure sarebbero alla sua portata. E questo album è l’ennesima riprova di tutto ciò: si ascolti con attenzione con quanta delicatezza l’ottantaduenne pianista disegna il celeberrimo “Love For Sale” o la carica di swing (per restare in tema) che caratterizza “I’ll Remember April”. Come si diceva in precedenza, è tutto il trio che funziona bene…ciò per sottolineare come i partners scelti da Manusardi, vale a dire il giovane Piccolo e il meno giovane Cazzola (classe 1938), siano stati perfettamente all’altezza della situazione contribuendo in maniera determinante alla bella riuscita dell’impresa. Non a caso l’unico original di Manusardi presente nell’album, “Mister G”, è dedicato proprio al batterista.

Il compositore e arrangiatore Michele Perruggini è il protagonista del quarto album significativamente intitolato “In volo”. Avevamo già avuto modo di apprezzare il talento di questo musicista nel precedente album “Attraverso la nebbia” – sempre per abeat – in cui Michele si presentava anche nella veste di batterista. In questo nuovo CD l’artista abbandona il ruolo di strumentista e si sottopone al giudizio degli ascoltatori come compositore e arrangiatore (coadiuvato da Leo Gadaleta che ha curato gli arrangiamenti degli archi). E il giudizio non può che essere positivo data la bellezza della linea melodica che viene sviluppata in ogni singolo brano. La musica ha un andamento quasi filmico, come se volesse accompagnare alcuni attimi – chissà forse i più significativi – della nostra esistenza, vissuta celebrandone, suggerisce lo stesso Perruggini, “ogni istante, assaporando profondamente con lentezza”. Di qui una musica introspettiva, spesso malinconica, ben resa da tutti i musicisti, a partire da Mirko Signorile sempre presente con il suo pianoforte per finire con la sezione archi composta da Leo Gadaleta e Serena Soccoia ai violini, Teresa Laera alla viola e Luciano Tarantino al violoncello. Il ritmo è sostenuto dall’ottimo contrabbassista Giorgio Vendola e il tutto funziona così bene che mai si avverte la mancanza della batteria.

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Con “ACT” uno sguardo sul Nord-Europa.

L’etichetta tedesca, fondata nel 1992 da Siggi Loch, già per venti anni ai vertici della Warner International, nell’arco di pochi decenni è riuscita ad ottenere una posizione di assoluto prestigio nel panorama musicale internazionale. Ciò perché nel suo catalogo figurano alcuni degli artisti – specie del Nord Europa – più significativi quali, tanto per fare qualche nome, Joachim Kühn, Nils Landgren, Michael Wollny, Jon Christensen…e grosse formazioni come l’Hannover NDR Radio Philharmonic Orchestra. Per non parlare della scoperta e del lancio di uno degli artisti che hanno profondamente segnato gli ultimi anni del pianismo jazz, quell’Esbjörn Svensson scomparso nel 2008 a 44 anni in un incidente mentre effettuava pesca subacquea. Non mancano, ovviamente, artisti fuori dagli immaginari confini del Nord Europa come Rudresh Mahanthappa, Youn Sun Nah e il ‘nostro’ Paolo Fresu. E proprio il trombettista di Berchidda è il protagonista di una vera e propria perla: Danielsson-Fresu, “Summerwind”. Il contrabbassista svedese e il trombettista sardo evidenziano un’intesa straordinaria, come se avessero da sempre suonato assieme mentre questo è in realtà il loro primo progetto in duo. E l’intesa si instaura immediatamente al punto tale che –come sottolineato nelle note di copertina – il brano “Dardusò” viene creato spontaneamente in studio durante le registrazioni. La loro è una musica raffinata, elegante, che si sviluppa quasi per sottrazione, nel senso che il linguaggio è essenziale, scarno, senza che mai si avverta una nota fuori posto, un qualcosa che avrebbe potuto essere eliminato. I due disegnano linee melodiche dalla struggente bellezza e poco importa l’assenza di una carica ritmica qualche avrebbe potuto essere assicurata da una batteria. Insomma poesia allo stato puro che traspare da ogni brano, interpretato con sincera partecipazione e assoluta onestà intellettuale. I due non si schermano dietro la loro arte, ma lasciano fluire il suono così come ‘ispirato’ dalle sensazioni del momento, dalle emozioni che avvertono nell’eseguire un repertorio caratterizzato da brani originali scritti dai due (singolarmente o a quattro mani) cui si aggiunge il celeberrimo “Autumn Leaves” porto con originalità, un brano della tradizione svedese e una composizione di Bach arrangiata dal contrabbassista.

Tra le altre recenti produzioni vi ricordiamo altri due album che ci sembrano particolarmente interessanti.

Il pianista Joachim Kühn è una delle punte di diamante del catalogo ACT. In questo “Love & Peace” appare in trio con Chris Jennings al basso e Eric Schafer alla batteria, impegnato su un repertorio di undici brani con ben sei pezzi scritti dallo stesso pianista, uno per parte dal batterista e dal bassista, cui si affiancano “Night Plans” di Ornette Coleman, un pezzo dei Doors e una composizione di Mussorgsky a ricordarci la sua formazione classica. La formazione è la stessa del precedente “Beauty & Truth” del 2016 e l’album in oggetto non aggiunge alcunché a quanto già non si conosca sulla statura artistica del pianista tedesco: un musicista completo, che fonda la sua arte su una solida preparazione di base e che ha percorso una luminosa e lunga carriera avendo costituito il suo primo trio già nel 1964. Ciò non toglie, comunque, che nel corso degli anni il settantacinquenne pianista di Lipsia abbia cambiato pelle nel senso che ad un pianismo strabordante, spesso virtuosistico ha sostituito un linguaggio più asciutto, un fraseggio meno funambolico e più attento all’espressività. Ne abbiamo molti esempi in alcuni brani di questo album come nel già citato pezzo di Coleman a conferma della grande stima che lega i due artisti. Coleman e Kuhn si incontrarono per la prima volta a Parigi nei primi anni 90, e fu l’inizio di una straordinaria relazione artistica; dopo il loro primo concerto in duo a Verona, Kuhn divenne l’unico pianista con il quale il sassofonista si esibiva regolarmente in duo. Altre esecuzioni di grande interesse la rilettura di “The Crystal Ship” dei Doors e la “lussureggiante” versione di “Le Vieux Chateau” da “Pictures From An Exhibition” di Modest Mussorgsky. Come Al solito eccellente il lavoro della sezione ritmica.

Unbreakable” della Nils Landgren Funk Unit vede la storica formazione del trombonista e vocalist Nils Landgren ‘rinforzata’ dall’innesto di solisti di livello quali il leggendario chitarrista di Detroit Ray Parker Jr., conosciuto ai più per il suo indimenticabile brano per il film Ghostbusters del 1984, e i trombettisti Randy Brecker e Tim Hagans. L’album, presentato in anteprima all’”XJazz Festival” del 2017, si colloca nel solco delle precedenti registrazioni effettuate dal gruppo, quindi un massiccio groove, una travolgente miscela di jazz e funk, nel segno di un esplosivo mix sonoro con una fortissima e trascinante carica ritmica. Il tutto declinato attraverso dieci brani tra cui “Stars In Your Eyes” di Herbie Hancock e “Rockin´After Midnight” di Marvin Gaye impreziosito dall’assolo di Randy Brecker. Il gruppo si muove con una intesa perfetta, cementata attraverso la lunga militanza, e more solito la mano del leader dal trombone rosso si fa sentire sia nella conduzione dell’ensemble, sia nella ripartizione tra pagina scritta e improvvisazione e quindi nel lasciare ai vari solisti un adeguato spazio per i relativi assolo. Un’ultima considerazione: ad evidenziare l’importanza dell’etichetta nella carriera di Nils Landgren, anche in questo album l’artista rivolge uno speciale ringraziamento a Siggi Loch e a tutto lo staff ACT per credere e supportare la sua musica.

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“Alfa Music” da oltre vent’anni sulla scena

Alfa Music ha ormai alle spalle ventiquattro anni di attività. L’ etichetta nasce nel 1990 per volontà di Fabrizio Salvatore e di Alessandro Guardia, soci fondatori. Inizialmente era solo uno studio di registrazione focalizzato verso il circuito romano. Successivamente, verso la metà degli anni ’90, la situazione si evolve e Alfa Music diventa vera e propria etichetta discografica che ad oggi vanta un catalogo particolarmente ricco ed importante. In quest’ambito si inseriscono le nuove produzioni che qui di seguito segnaliamo.

Le Valentine (al secolo Valentina Cesarini accordeon, bandoneon e Valentina Rossi voce) hanno registrato il cd “Recuerdo” dedicato al tango. Quanti seguono questa rubrica conosceranno la nostra passione per il tango, un genere che presenta una caratteristica peculiare: la capacità di raccontare delle storie, spesso amare, ma storie assai vicine alla realtà. A tutto ciò la rivoluzione di Astor Piazzolla ha aggiunto una carica di intenso pathos assai difficile da riprodurre. Di qui, a nostro avviso, una conseguenza logica: nell’esecuzione del tango la bravura nell’interpretazione, nel trasmettere un’emozione fa premio – e di gran lunga – sulla mera abilità, strumentale o vocale che sia. Ecco, partendo da questi parametri, il CD in oggetto non ci ha convinti appieno, ed è un peccato in quanto di elementi positivi ce ne sono. Innanzitutto la scelta del repertorio: undici tracce tra brani originali e riletture di grandi classici tra cui “Por una cabeza” di Carlo Gardel e il celeberrimo “Jealousy”, scritto da Jagob Gade nel 1925, fino ad arrivare ad Astor Piazzolla di cui vengono presentati “Yo soy Maria” con i testi di Horacio Arturo Ferrer, “Oblivion” con parole di Alba Fossati e “Che tango che music” con testi di Angela Denia Tarenzi. E poi la struttura dell’organico incentrata sul duo delle Valentine (Valentina Cesarini accordeon, bandoneon e Valentina Rossi voce) cui si affiancano Pierluca Cesarini, chitarra e Alessandro Aureli, flauto, cajon, percussioni. Ferma restando la bravura tecnica dei musicisti manca però qualcosa, manca quella capacità di trasmettere emozioni, pathos cui prima si faceva riferimento. E’ come se le due protagoniste si fossero preoccupate più di evidenziare le rispettive indubbie capacità che scavare nei brani proposti per carpirne l’intima essenza e restituircela irrorata dalla propria personalissima lettura.

E’ con vero piacere che vi presentiamo questo album inciso a quattro mani da Stefania Tallini e Cettina Donato e quindi giustamente intitolato “Piano 4Hands”. Spesso quando ci troviamo a recensire album di musicisti che conosciamo molto bene e con i quali c’è anche un rapporto di amicizia proviamo un certo imbarazzo e ci poniamo il problema se motivazioni di altro genere possano far premio su un giudizio equilibrato e il più possibile obiettivo. Bene, nel caso in oggetto non abbiamo alcuna difficoltà a dirvi che si tratta di un disco superlativo inciso da due artiste di grandi qualità dal punto di vista tecnico, esecutivo e compositivo. In programma undici pezzi di cui quattro di Cettina, sei di Stefania e uno di ambedue. I motivi che ci inducono a definire questo album “superlativo” sono molteplici. Innanzitutto il coraggio nell’incidere un CD composto da undici originali tutti suonati a quattro mani sulla stessa tastiera, organico tanto insolito quanto scivoloso (anche se ad onor del vero in un brano si ascolta il sempre straordinario clarinetto di Gabriele Mirabassi e in un altro la suadente voce di Ninni Bruschetta). Poi la straordinaria intesa che si è sviluppata tra queste due pianiste, compositrici, arrangiatrici, intesa cementata da un anno di studio, di concerti all’insegna di quell’idem sentire che costituisce una delle principali caratteristiche dell’album. Infine la grande “sapienza” musicale evidenziata dalle due. In questo album, senza che ne venga minimamente intaccata l’omogeneità, c’è davvero di tutto: un certo swing alla Bach (ci si perdoni l’accostamento), un richiamo pertinente al tango (“Minor Tango” e “Duotango”), la giocondità di fare musica (“Danza dei suoni” e “Ditty Duo”), la classe di Mirabassi che si appalesa cristallina e malinconica in “A Veva” di Stefania Tallini, l’irrequieto swing di “Tempus Fugit”, la delicatezza di “Amuri Miu” dolcemente cesellato in siciliano dall’attore Ninni Bruschetta che già da qualche tempo ha instaurato una felice collaborazione artistica con Cettina Donato, c’è la dolce chiusura di “Bluesy Prayer” che ci riconduce al jazz propriamente inteso…ma c’è soprattutto la piena consapevolezza di due artiste cha hanno voluto incontrarsi e fondere la loro arte in un unicum che, ne siamo sicuri, non mancherà di stupirvi.

Ancora diversa l’atmosfera che si respira con il Trio Filante di “Granchio senza scampo”. Non c’è dubbio, infatti, che questo trio sia ‘filante’ di nome e di fatto. ‘Filante’ nel senso che la musica scorre fluida, gradevole, dal primo all’ultimo istante, declinata sull’onda di una consolidata intesa (i tre suonano assieme da una decina d’anni), di melodie ben costruite (grazie alla penna di Francesco Mazzeo, chitarrista nonché autore di tutti i pezzi eccezion fatta per due standard “All The Things You Are” di Jerome Kern e “Someday my prince will come” di Frank Churchill proposta in una versione piuttosto originale) e di una forte pulsione ritmica tanto più stupefacente ove si tenga conto che nel trio mancano batteria e contrabbasso. In effetti Mazzeo è coadiuvato da altri due grandi musicisti che rispondono al nome di Davide Grottelli ai sax e Alessandro Gwis anch’egli compositore ma soprattutto pianista del famoso gruppo “Aires Tango”. Così i tre si ritrovano con estrema facilità lanciandosi in improvvisazioni che non è facile distinguere dalla pagina scritta. E ciò sia che il gruppo affronti brani sostenuti sia che ci si muova su atmosfere più intime, rarefatte. Si ascolti il brano d’apertura “Alici fritte dorate”, un tango finemente cesellato da Francesco Mazzeo e “Tutti i bambini dormono”, dall’andamento ondeggiante, in cui Gwis dà l’ennesima dimostrazione della sua versatilità con Grottelli e Mazzeo anch’essi impegnati in un centrato assolo. Il tutto comunque condito da una sottile ironia che si manifesta nei titoli sia dell’intero album sia dei vari brani, da “Alici fritte dorate” a “Telline affogate”, da “L’ora del vino” a “Gricia” fino al conclusivo “Tisana Live”.

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“Artesuono” valorizza i musicisti friulani

Negli ultimi decenni è successo di rado che una etichetta si identificasse, totalmente, con il suo creatore. E’ stato il caso della ECM (di cui parleremo nella prossima puntata) mentre in Italia l’unico caso è accaduto solo con “Artesuono”. Pronunciare questa parola significa, infatti, richiamare immediatamente la figura di Stefano Amerio, prestigioso artefice di suoni che venti anni fa lanciava l’ ”Artesuono Recording Studio” cui oggi si rivolgono i principali artisti e le più importanti etichette italiane e non solo dato che da alcuni anni è uno degli studi di riferimento della prestigiosa etichetta tedesca ECM. Da questa realtà è poi nata la casa discografica in oggetto. Oltre 170 album di artisti nati e cresciuti in Friuli, pubblicati per diffondere la grande tradizione musicale e artistica di questa Regione ed esportarla al di fuori dei confini regionali e nazionali. Tra le ultimissime produzioni ne abbiamo scelte tre che qui di seguito vi presentiamo.

Mauro Costantini Bus Horn Band – Volume 1” evidenzia come taluni strumenti siano strettamente legati ad un mood; così parlando dell’organo Hammond il pensiero corre immediatamente ad artisti come Keith Emerson, Booker T. Jones, Brian Auger, Tony Banks (Genesis), Billy Preston, Steve Winwood, Joey DeFrancesco, John Medeski e soprattutto James Oscar “Jimmy” Smith, musicisti assai diversi tra di loro ma tutti accomunati dalla fortissima carica ritmica, dal travolgente swing. Ovviamente anche questo album, non sfugge alla regola: Costantini è organista di eccellente livello, padrone dello strumento e perfettamente in grado di piegarlo alle sue esigenze espressive. Esigenze che si manifestano nel rileggere un repertorio del tutto originale, frutto del leader, in cui tuttavia si avvertono echi più disparati: dall’hard-bop, al soul, dal gospel al latin, dal funky allo swing…al pop il tutto porto con apparente semplicità senza alcuna pretesa né di sperimentazione né tanto meno di voler stupire alcuno. Ecco, probabilmente l’apparente semplicità è la miglior chiave di lettura per apprezzare questo album in cui tutti i musicisti sono perfettamente convinti della strada scelta riuscendo così ad assecondare il leader nelle sue scelte. Si ascolti, al riguardo, con quanta partecipazione venga eseguita la conclusiva delicata “After We’ve Gone” dedicata, come illustra lo stesso Mauro Costantini a “Rosanna e Oscar, genitori di un bambino autistico e alle loro dolorose riflessioni sul futuro”. E in chiusura pensiamo valga la pena citare i musicisti che suonano con Costantini: Luca Calabrese alla tromba,
Piero Cozzi sax alto e baritono, Miodrag Ragovic batteria e Federico Luciani percussioni.

Polyphonies” è l’album d’esordio del pianista e compositore friulano Emanuele Filippi alla testa di un nonetto in cui spiccano i nomi di Mirko Cisilino alla tromba e Filippo Orefice al sax tenore. Anche Filippi può vantare una solida preparazione di base avendo iniziato lo studio del pianoforte all’età di otto anni, e ottenuto i diplomi in pianoforte classico e jazz con il massimo dei voti al conservatorio “Jacopo Tomadini” di Udine. Successivamente si è trasferito a New York, dove attualmente vive e studia. Negli anni ha avuto modo di studiare e perfezionarsi con alcuni grandi del panorama internazionale tra cui: Glauco Venier, Michele Corcella, Fred Hersch, Kevin Hays, Bruce Barth. In questo suo primo album, Filippi evidenzia la sua discendenza dal mondo classico dal momento che, come evidenzia lo stesso titolo, le nove composizioni, di cui otto originali (composte in massima parte prima del trasferimento negli States), si rifanno alla musica corale polifonica, in particolare quella di Johann Sebastian Bach. Di qui una musica non facilissima ma ben costruita, ben arrangiata anche se alcuni passaggi avrebbero forse meritato un ulteriore approfondimento. Ma si tratta di peccati veniali tenendo conto che, come si diceva in apertura, si tratta dell’album d’esordio di Emanuele Filippi. Album che, non a caso, è uscito per l’etichetta “Artesuono Sketches”, la nuova linea di Stefano Amerio dedicata proprio alla giovane generazione di talenti locali e non.

In “Meraki” il contrabbassista trevigiano Marco Trabucco si presenta in quartetto con Federico Casagrande alla chitarra, Giulio Scaramella al pianoforte e Luca Colussi alla batteria. Ciò che caratterizza l’album è un’eleganza di fondo declinata attraverso sei composizioni originali del leader cui si affianca un brano della tradizione spagnola. Sin dalle primissime battute si avverte una profonda intesa tra i componenti il quartetto: in particolare se è Trabucco a dettare il clima generale con i suoi interventi sempre ottimamente calibrati (si ascolti il modo in cui introduce l’intero album) sono poi i suoi compagni d’avventura a completare l’opera. Ecco quindi la chitarra di Casagrande salire in cattedra e dialogare magnificamente con il contrabbasso di Trabucco; ecco Scaramella sciorinare un pianismo affascinante nella sua essenzialità (lo si ascolti tra l’altro in “Open Space”) mentre Luca Colussi è batterista completo sotto ogni punto di vista, colonna portante di molte delle sezioni ritmiche che si possono ascoltare nel nostro Paese. Così nella musica del gruppo – come sottolinea nelle note che accompagnano il CD, Enzo Pietropaoli – melodia, armonia e ritmo fluiscono liberamente, grazie al fatto che i quattro artisti posseggono allo stesso tempo esperienza e buon gusto che mettono al servizio della narrazione musicale

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“Auand”, il coraggio del Sud

La Auand Records è un’etichetta discografica di Bisceglie, in Puglia, fondata nel 2001 da Marco Valente. Il significato del nome vuol dire “agguanta” e “attento”; il logo, che è di colore verde e nero, rappresenta una mano con un buco nero in mezzo. Fin dagli inizi l’etichetta si è caratterizzata per la volontà di non seguire strade precostituite e di scovare nuovi talenti. E il risultato è stato ampiamente raggiunto: basti, al riguardo, ricordare il nome di Gianluca Petrella. Della Auand vi proponiamo tre produzioni.

Giovanni Guidi è oramai, a ben ragione, considerato uno degli artisti più rappresentativi del jazz made in Italy e questo “Drive” lo conferma appieno. Guidi suona in trio con Joe Rehmer al basso e Federico Scettri alla batteria, due musicisti di assoluto rilievo: Rehmer si è fatto le ossa suonando con musicisti come Gianluca Petrella, Fabrizio Sferra e Dan Kinzelman, mentre Federico Scettri può vantare collaborazioni con, tra gli altri, Paolo Fresu, William Parker e Francesco Bearzatti. Insomma tre personalità molto spiccate che si sono riunite dando vita ad un album la cui cifra stilistica è costituita da un’improvvisazione che si evidenzia nel modo in cui i tre interagiscono. Basta un soffio, una nota, un accordo lanciati lì e da quel punto si riparte per una nuova avventura, una nuova esplorazione verso terreni prima sconosciuti. Ma c’è un altro elemento che connota fortemente l’album: la voglia di Guidi di abbandonare quelle concezioni estetiche che si riscontrano, ad esempio, nei suoi lavori targati ECM, per cercare un suono più aspro, magmatico, meno ovattato. Di qui la scelta di abbandonare il pianoforte acustico a favore del piano elettrico e tastiere e di ricorrere ad un particolare montaggio dei suoni in fase di postproduzione. Risultato: come si accennava eccellente Anche perché Guidi e compagni, pur evidenziando una profonda conoscenza di quel jazz elettrico degli anni’70 che li ha sicuramente influenzati, sono riusciti ad andare avanti per una strada che è tutta loro, affatto personale.

Right Away” è un album in trio con il reggino Giampiero Locatelli al pianoforte (anch’egli al disco d’esordio), Gabriele Evangelista al contrabbasso ed Enrico Morello alla batteria. In programma otto originali del leader (classe 1976) che evidenzia una buona maturità sia esecutiva sia compositiva. In effetti l’album si fa ascoltare per più di un motivo; innanzitutto la valenza delle composizioni, tutte piuttosto ben strutturate con un giusto equilibrio tra scrittura e improvvisazione e un’armonizzazione complessa a sottolineare la buona preparazione di Locatelli, musicista di estrazione prevalentemente classica, con significative esperienze anche in campo concertistico. In secondo luogo il trio evidenzia un sound del tutto particolare, assai moderno, declinato attraverso un mutare di atmosfere per cui si passa dal clima energetico, materico di forte tensione (si ascolti “Fizzle, Deed Slow, Whistle” e “Right Away”) a pezzi più meditativi come “Path” (splendido nell’occasione il fraseggio di Locatelli), a brani decisamente inquietanti ma coinvolgenti (“Toward Backward” impreziosito da un assolo di Evangelista) fino alla struggente delicatezza di “From The Last Frame”, probabilmente il brano meglio riuscito dell’intero album. Da sottolineare ancora il gran lavoro svolto da Evangelista e Morello che sono risultati determinanti per la riuscita dell’album che in ultima analisi soddisferà non solo gli passionati di jazz.

Frank Martino, Level2 Chaotic Swing”. Il chitarrista Frank Martino si presenta con il suo Disorgan Trio, pianista Claudio Vignali, batterista Niccolò Romanin. Un cognome, il suo, che ricalca quello del grande Pat Martino, ma lo si ricorda solo per un calembour: Pat è jazzista cool, Frank è cool nel senso che è di tendenza, con la sua innovante musica “disorganica”. Sentendolo eseguire “Magnificient Stumble2” di Venetian Snares si potrebbe semmai pensare a certi esperimenti avanzati di Robert Fripp e della sua Lega di chitarristi…Sará/è l’uso di una otto corde, con contorno di live electronics, strumento che consente di ottenere armonizzazioni più ampie, accordi più pieni, arpeggi più estesi, melodie più espanse, echi più ridondanti, ed il brano T”he Glass Half” ne è forse l’esempio più palese! Altra cosa da rimarcare è quella di una formazione abbastanza “classica” ma che esprime suoni neo/postmoderni quasi a voler immettere un proprio DisOrdine nel caos across the universe. Sono sette su nove (l’altro brano non originale è Waltz For Debbie di Evans) composizioni a firma Vignali-Martino a dare saggio di cosa si intenda per Chaotic Swing: un approccio ad elevato tasso elettronico, per come già traspariva nel precedente cd ‘Revert’, che punta ad un sound “trattato”, proiettato verso possibili traiettorie di un jazz futuribile, per uno swing avvolto dal flusso di rumori e sonorità di una società mutante. Dove la musica non può che esserne parziale rappresentazione. (recensione di Amedeo Furfarto)

I nostri CD

Cécile McLorin Salvant – “The Window”- Mack Avenue Records MAC 1132
L’intimità del Village Vanguard (storico club newyorkese) esalta la voce della Salvant, ventinovenne cantante statunitense accompagnata dal piano versatile di Sullivan Fortner (in un paio di occasioni anche all’organo). La dialogante formula del duo si amplia al trio solo per l’ultimo brano, il magnifico “The Peakocks” della vocalist inglese Norma Winston arricchito dal sax tenore di Melissa Aldana nella seconda parte.
Cécile McLorin Salvant (nata in Florida, di padre haitiano e madre francese) in questo quinto album imprime la sua personalità canora su brani di diversa matrice, uniti dal suo timbro cangiante, dalle eleganti modulazioni fino al registro grave (e acuto), da un canto – in inglese o in francese – che spesso tende a forzare, in cui il rapporto con le parole è intenso e la dimensione interpretativa quasi dominante.
In ordine appaiono, come autori, Stevie Wonder, Snyder-Singleton, Dietz-Schwartz, Rodgers (anche con Hammerstein ed Hart), Buddy Johnson, Dori Caymmi, Wayne-Rasch, Despax-Eblinger, Leonard Bernstein con Stephen Sondheim, Alec Wilder, Cole Porter, Leigh-Coleman, Alberts-Gold e la citata Winston. Un song-book personale ed elegante che vede la cantante anche autrice, del breve “À clef”. Nei diciassette brani si apprezzano, tra gli altri, le originali e intense riletture di Stevie Wonder in “Visions”, di Leonard Bernstein in “Somewhere”, di Alec Wilder in “Trouble Is A Man”, confermando al di là dei Grammy Award vinti, la personalità di una cantante in continua maturazione.

Louis Moholo-Moholo’s Five Blokes- “Uplift the People” Ogun OGCD 047
Incandescente, ribollente, magmatico è quest’album che fotografa il gruppo più recente del batterista sudafricano Louis Moholo-Moholo, settantottenne. Nell’aprile 2017 il quintetto suonò al londinese Cafe Oto e venne registrato con l’idea di un disco live. Formazione consolidata i Five Blokes, con Jason Yarde ai sax, Alexander Hawkins al piano, John Edwards al contrabbasso e l’innesto di Shabaka Hutchings ai sassofoni, giovane musicista di cui si parla per vari progetti (The Ancestors e Sons of Kemet tra gli altri).
Nel concerto fluiscono uno nell’altro undici brani del repertorio del jazz sudafricano esule dei Blue Notes e di quanto singoli e gruppi hanno prodotto nel corso di fertili decenni, a partire dai secondi anni ’60; in Inghilterra ed in Europa la presenza e l’azione dei jazzisti anti-apartheid fu seminale e coniugò il radicalismo del free con l’innodia, il canto con la ribellione, la poliritmia con la polifonia. I brani che in “Uplift the People” si annodano con grande naturalezza, come le trame di una stoffa, sono dello stesso Moholo, di Pule Pheto, Chris McGregor, Harry Miller, Dudu Pukwana, Gibson Kente, Mackay Davashe fino all’evocato inno dello stato sudfricano (un tempo dell’African National Congress) “Nkosi Sikelel’Afrika”.
Alcune sequenze sono di livello espressivo ed artistico elevatissimo. Il bis, sul tema di “Angel-Nomali”, è commovente al pari del sofferto “Lost Opportunities”, preceduto da un motivo di McGregor – “Do It” – contagioso e irresistibile, una scarica di energia davvero liberatoria. Moholo, ancora una volta, ha assolto al suo compito di testimone e custode di una straordinaria stagione, sempre viva attraverso l’inarrestabile fluire della sua batteria.