17 novembre: una serata targata “auand”
Bella soddisfazione per la piccola etichetta “auand” del bravo competente ed appassionato Marco Valente vedersi includere nell’ambito del 33° “Roma Jazz Festival” curato come al solito da Mario Ciampà.
L’edizione di quest’anno era dedicata alle “Jazz labels” ed in quest’ambito ci sono state, quindi, serate incentrate, tra l’altro, su ECM, Columbia, Verve, Blue Note, enja, e, con riferimento al panorama “nostrano”, su alcune etichette indipendenti quali “Parco della Musica Records” e per l’appunto l’”auand”. Così , martedì 17 novembre, al Teatro Studio si sono esibiti dapprima “3Quietmen-Stefano Battaglia” e successivamente il “Downtown Trio” di Roberto Cecchetto.
Conoscevo già l’accoppiata “3Quietmen-Stefano Battaglia” per averla ascoltata su disco ma francamente devo confessare che in concerto mi ha convinto molto di più. Innanzitutto l’interazione fra il trombettista Ramon Moro, il bassista Federico Marchesano e il batterista Dario Bruna è assolutamente perfetta: i tre si intendono magnificamente grazie ad un idem sentire che li porta ad esprimersi sulla stessa lunghezza d’onda adoperando un linguaggio non semplicissimo. Il moderato uso dell’elettronica che nulla toglie al lirismo della tromba, i temi ben scritti e altrettanto ben strutturati, il sound così fortemente caratterizzato nel senso di un forte richiamo alle atmosfere “metropolitane” conferiscono al gruppo una caratterizzazione ben precisa che può piacere o meno ma che di sicuro ha il pregio dell’originalità.
C’è poi l’altra metà del progetto costituita da Stefano Battaglia che non esiterei a definire tra i migliori pianisti attualmente in esercizio. Dopo un lungo apprendistato, Stefano ha oramai avuto modo di affermarsi compiutamente grazie ad una tecnica sopraffina e ad un linguaggio che nulla concede allo spettacolo, sempre concentrato sulle proprie esigenze espressive. Di qui un pianismo che non disegna quei territori di confine tra jazz e musica colta così difficili da frequentare con successo e padronanza. Date queste premesse, Stefano ha accettato di buon grado questa nuova sfida che lo vede inserito in un contesto in cui il suo apporto risulta assolutamente determinante. Così è stato davvero un piacere per le orecchie ascoltare con quanta determinazione e fattiva partecipazione il pianista ha dialogato con gli altri tre in una sorta di continui rimbalzi sonori che hanno appassionato gli ascoltatori per tutta la durata del concerto.
29 novembre: David Murray convince
Applausi convinti per il bel concerto tenuto da David Murray che, nonostante sia sulla scena da tanti anni, nulla sembra aver perso dell’originario vigore e soprattutto della proverbiale voglia di suonare.
In effetti Murrary è un musicista , oltre che da ascoltare, anche da vedere: il rapporto fisico che ha con il suo sax , il modo in cui lo imbraccia, in cui vi soffia dentro, in cui – avvalendosi del “portavoce” – gioca con le note più acute fino a precipitare poi giù, giù, fino al SI b più grave preso sempre con estrema sicurezza, il modo in cui strapazza le ance per piegarle alle sue esigenze espressive, il modo in cui muove le dita sui tasti…ecco, tutto ciò se si ha la fortuna di vederlo da vicino rappresenta una sorta di spettacolo nello spettacolo. Ché poi la qualità della musica è davvero fuori discussione: Murray è uno dei grandi del sax tenore come testimoniano gli oltre centotrenta album incisi in venticinque anni di carriera.
A Roma si è presentato con una formazione oramai rodata quale il “Black Saint Quartet” completato da Lafayette Gilchrist al pianoforte, Jaribu Shahid al contrabbasso e Mark Johnson alla batteria. Se si esclude il pianista, che non è parso particolarmente trascendente, gli altri due hanno evidenziato un’abilità strumentale ed un senso della costruzione che fa ben comprendere perché il leader li abbia scelto per questo quartetto che vuol rendere in qualche modo omaggio al periodo trascorso da Murrary in senso alla casa discografica italiana Black Saint. Un omaggio che anche all’Auditorium di Roma ha vissuto una sorta di momento magico anche perché ha ricordato a tutti noi – se pur ce ne fosse stato bisogno – quanto hanno fatto per la causa del jazz Bonandrini e la sua prestigiosa “Black Saint” che non a caso tra il 1984 e il 1989 vinse per ben due volte il “Down Beat Critic Pool” rispettivamente come “Migliore etichetta” e “Migliore Produttore”.
A Roma Murray si è prodotto in un repertorio quanto mai variegato passando da brani di chiara impostazione free a ballade più classiche come la sempre splendida “Chelsea bridge di Billy Strayhorn , senza trascurare pezzi di impianto in qualche modo “latino”, per concludere con un trascinante “Yes, we can” con esplicito riferimento alla campagna elettorale del presidente Obama; il tutto con una padronanza di linguaggio assolutamente straordinaria sia al sax tenore sia al clarinetto basso. E il pubblico, appassionato e competente, come si diceva in apertura non ha certo lesinato gli applausi.
30 novembre: chiusura alla grande con Galliano
Si è chiuso con tutto il pubblico in piedi ad applaudire uno stanco Richard Galliano questa edizione del “Roma Jazz Festival”.
Non sentivo Galliano in teatro da qualche tempo e francamente questa volta l’ho trovato un po’ involuto rispetto ad alcune performances che mi avevano davvero colpito. Galliano si è esibito in solo e questa dimensione a mio avviso non gli giova particolarmente. Ideare e poi realizzare un concerto per sola fisarmonica è impresa quanto mai difficile sia perché lo strumento in sé risulta particolarmente faticoso sì da sfiancare anche il più atletico dei performers (non a caso Galliano a metà concerto si è concesso una sorta di pausa esibendosi con l’accordina, una specie di armonica a bocca con i tasti), sia perché a lungo andare il sound potrebbe risultare piuttosto monocorde.
Proprio per evitare quest’ultimo pericolo, Galliano ha strutturato il concerto in maniera assai intelligente variando continuamente clima e situazioni emotive. Così, dopo aver aperto con un dolce “Tango pour Claude”, abbiamo ascoltato un po’ di tutto: dal valzer alla francese a brani più strettamente “New Musette”, dai ricordi di Edith Piaf e Juliette Greco ad Astor Piazzolla (straordinaria l’interpretazione di “Oblivion”, meno quella di “Libertango”)… dalla musica del Nord Est del Brasile fino agli omaggi alla musica classica con due pezzi dedicati a Satie (un original ed un brano del compositore francese) ed una composizione finale chiaramente ispirata a Bach ed eseguita con la fisarmonica le cui sonorità richiamavano quelle dell’organo.
Così facendo Galliano è riuscito effettivamente a tenere desta l’attenzione del pubblico ma si è del tutto allontanato da qualsivoglia linguaggio jazzistico (e questo poco importa) e soprattutto ha fatto ricorso ad un virtuosismo assai spinto che ha posto in secondo piano la sincerità d’ispirazione. Ecco avrei preferito magari meno note ma più espressività, più trasporto.
C’è da dire, comunque, che come sottolineavo in apertura, Galliano è apparso più stanco del solito tanto che ad un certo punto lui stesso ha confidato di non sapere cosa dovesse suonare; comunque, indipendentemente da tutto, sono sicuro che inserito in un gruppo Galliano dia il meglio di sé… fermo restando che allo stato si tratta sicuramente di uno dei migliori fisarmonicisti del mondo al di là delle etichette di genere.









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