I nostri CD
- Maurizio Brunod – Northern Lights – Caligola records 2117
- Cinema Novo – Homerecords.be 4446042
- Cosottini, Melani, Miano, Pisani – Cardinal – Grimedia Impressus
- CROMANOVA – Crisalide C0003
- Erika Dagnino, Stefano Pastor – Cycles – SLAM CD 514
- Maria Pia De Vito & Huw Warren – Diàlektos – Parco della Musica; Maria Pia De Vito – Mind the gap – Emarcy 0602527019499
- Paolino Dalla Porta – Urban Raga – Parco della Musica 017
- Dzijan Emin, Georgi Sareski, Luca Aquino – The skopje connection – AmAm EBP 01-09
- Mirko Signorile – Clessidra – Emarcy 0602517984011
Maurizio Brunod – Northern Lights – Caligola records 2117
Un altro lavoro di Maurizio Brunod, questa volta da solo alla chitarra elettrica, acustica e classica, e al live sample, che risulta molto bello sia ove il mixaggio è avvenuto in studio sia nei brani semplicemente acustici. Non e’ facile, si sa, affrontare un intero cd in solo, ma Brunod puo’ farlo, sia proprio in virtu’ della varieta’ dei suoni che mette in gioco, sia perche’ il suo tocco e’ comunque espressivo e mai monocorde. Gia’ nel primissimo brano, “Tango tangues” (di G. Pazos) non e’ la tecnica del virtuoso a parlare, ma la raffinatezza delle dinamiche , l’ intensita’ del fraseggio elegante ma non artificioso, ne’ scontato, e in cui la semplicita’ della resa melodica paga, perche’ chi ascolta si lascia rapire in un flusso di note che parla di musica latina ma con l’ essenzialita’ della musica nordica, dualismo sonoro che e’ una caratteristica propria di questo artista, per sua stessa ammissione ( precisamente durante gli incontri sul jazz nordico di Gerlando Gatto alla Casa del Jazz). Tanto comunicativa quanto suggestiva possa essere la musicalita’ di Brunod lo si percepisce in vari pezzi di questo cd: in “Northern Lights” l’ atmosfera pacifica e silente resa dalla chitarra acustica viene contrastata da sapienti aperture armoniche in progressione ascendente della chitarra elettrica che sembrano davvero evocare le accecanti e inaspettate lame di luce bianca dei paesaggi nordici. Il contrasto su acustico elettrico sa pero’ anche essere leggiadro, come in “Snow in Langa”, con interessanti e continui intrecci di accordi e sonorita’ diverse. Ma anche quando si cimenta con “Blue in green” di Miles Davis, Brunod e’ convincente: l’ esecuzione con la sola chitarra acustica e’ meno jazz e forse piu’ intimistica, con echi malinconici e anche latini, ma certamente intensa e lirica e a tratti vibrante. (Daniela Floris)
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Cinema Novo – Homerecords.be 4446042
Ecco ora la faccia piu’ avanguardistica del jazz europeo, priva di asperita’ pero’, piuttosto sognante invece, da colonna sonora di film che potrebbe essere firmata da Kosturica magari, con una vena malinconica ma anche giocosa: il trio e’ particolare ed e’ formato dal belga Michel Massot alla tuba, euphonium e trombone, Tuur Florizoone all’ accordeon cromatico, e Marine Horbaczewski al violoncello. E’ musica dalle sonorita’ in alcuni momenti latine, o vicine alla “chanson” francese, nella quale ci si incanta a trovare anche attimi di tango e di musica – o perlomeno timbri – balcanici, ed e’ bello crogiolarsi nella tuba che fa le veci del contrabbasso, o nel contrasto tra la suddetta tuba e le note alte dell’ accordeon (“Valse reggae”) . Ed e’ una bella sfida anche rintracciare il fraseggio molto jazzistico del trombone dello stesso Massot mimetizzato nell’ impasto mitteleuropeo ma anche argentino dell’ accordeon di Florizoon e del violoncello di Horbaczewski (“Mist”) , che si silenzia poi nel piccolo valzer quasi da carillon dello stesso accordeon. I suoni diventano molto piu’ gravi, vibranti e quasi ancestrali della tuba nell’ intro di “Babelouz” , che poi rimane come ostinato di sfondo per tutto il brano a suoni e impasti armonici nei quali si percepisce anche del blues oltre alle strane, oniriche atmosfere di attesa, che non si risolvono mai in qualcosa di definito. Tuba, trombone, euphonium, accordeon e violoncello strumenti che hanno timbri molto connotati, e che spesso i tre musicisti belgi mettono a contrasto, ottenendo impasti sonori talmente inusuali e talvolta di indefinita stranezza che si potrebbero immaginare fiabe come “colonna visiva” di una musica che e’ il vero racconto, in uno strano ma affascinante “processo inverso” (provate a tal proposito ad ascoltare “Kater Voor Later”). Un cd da ascoltare con una curiosita’ che preveda anche l’ abbandonarsi totalmente a suoni inusuali senza cercarvi appigli all’ usuale. (Daniela Floris)
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Cosottini, Melani, Miano, Pisani – Cardinal – Grimedia Impressus
Un quartetto di improvvisatori dall’organico inusuale ovvero Mirio Cosottini tromba e flicorno soprano, Andrea Melani batteria, Tonino Miano pianoforte e Alessio Pisani fagotto e controfagotto. Questi sono i “Cardinal” le cui coordinate stilistiche si muovono in quella terra di frontiera difficile da interpretare, situata ai confini tra jazz e musica contemporanea.
Perfettamente in grado di ascoltarsi reciprocamente, i quattro si esercitano in lungo gioco di rimandi, di stimoli lanciati e ripresi, di spunti alcuni approfonditi altri lasciati lì; pur lasciando all’ascoltatore il non facile compito di distinguere tra libera improvvisazione e pagina scritta e pur nulla concedendo al facile ascolto, il quartetto tuttavia non si avventura neppure in quei territori free spinti all’eccesso in cui non sempre risulta facile percepire l’effettiva qualità strumentale. Di qui una ricerca paziente, costante di un’intesa e di un equilibrio che spesso vengono raggiunti con risultati assolutamente positivi.
In effetti la stessa scelta del titolo sia dell’album sia del gruppo è tutt’altro che casuale: “Cardinal”, con riferimento ai quattro punti cardinali, vuole infatti indicare questa ricerca di un sound allo stesso tempo multi direzionale ma perfettamente equilibrato nonostante la diversa tipicità di ogni singolo musicista. E come si accennava, una delle carte vincenti risulta proprio l’esser riusciti a calibrare il mix di improvvisazione e scrittura: le composizioni –spiegano i quattro – fanno uso di partiture grafiche alcune delle quali includono “open” sia formali che contenutistici, “open” affrontati sempre con grande libertà e pertinenza. (Gerlando Gatto)
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CROMANOVA – Crisalide C0003
Ancora tanti giovani musicisti per questo cd “Cromanova” che e’ costituito da 13 brani ognuno dei quali e’ un piccolo gioiello per arrangiamenti, mondi musicali differenti a cui e’ ispirato, accuratezza esecutiva, creativita’. Gli artisti sono strumentisti di grande esperienza per questo progetto di Emilio Merone (pianoforte ed autore di gran parte degli arrangiamenti) e di Virginia Fabbri (voce cristallina, pulita, intonazione perfetta, ed anche autrice dei testi) che gioiosamente e con gusto ci trascina in piccole storie connotate una dopo l’ altra da jazz, musica tradizionale, musica classica, bossanova, world music, senza mai solamente riprodurre o citare. E l’ organico scelto di volta in volta comprende oltre al pianoforte e alla batteria (Guseppe D’ Ortona e Danny Pomo) anche una sostanziosissima presenza di viole, violini e violoncelli (impossibili da nominare tutti), clavicembalo, viola da gamba (Fabrizio Cardosa) , sassofoni e clarinetto, mankosedda (Luciano Orologi) fisarmonica (Paolo Rozzi)e molti altri . Fantasia sfrenata, sperimentazione ma anche rigore e una volonta’– pur essendo questa musica che non e’ un errore definire “colta” – di rimanere comprensibili, orecchiabili, e di rielaborare appunto mondi sonori noti e quindi piacevolmente amichevoli all’ ascolto. I pezzi sarebbero davvero tutti da citare, in questa sede intanto e’ bello indicare la meraviglia di “Cajuina”, brano di Caetano Veloso, in cui Virginia Fabbri (che canta anche in duo con il bel contrabbasso di Guerino Rondolone e completamente sola in conclusione del pezzo) da’ saggio di quanto delicate eppure numerose e importanti possano essere le dinamiche in un ambito intimistico senza essere scolastici: piuttosto dando fondo a tutta la propria espressivita’: studiare canto non basta, essere brave non basta. Ma si rimane incantati anche per come un pezzo di bossa nova possa essere arrangiato inaspettatamente con un sottofondo di pianoforte in forma di fuga bachiana. Quanto la musica puo’ essere universale, quanti punti in comune hanno musiche di ambiti culturali diversi? Quanto puo’ la musica unire? “Lo strano mestiere” , brano originale di Merone, si ispira alla musica antica, ed infatti la direzione e gli arrangiamenti sono affidati a Fabrizio Cardosa, compositore, musicista e arrangiatore che in questo ambito ha esperienza da vendere (e come altri musicisti soffre probabilmente lo strapotere dei “soliti noti”), che in questo caso suona anche la viola da gamba e il violone; lo stesso Merone e’ al clavicembalo, ma troviamo anche il cromorno di Humberto Orellana Quiroz e i flauti e la dulciana di Maria De Martini. Coinvolgente e inusuale anche “Mente libera”, di sapore folk, certamente, eppure cosi’ nuova nei testi, nella modalita’ esecutiva anche dal punto di vista vocale che una volta ancora – oltre a deliziarci all’ ascolto – ci fa pensare al “serbatoio” incredibile di musicisti e di musica che ancora in Italia abbiamo da scoprire. Qui in “A proposito di jazz” si continuera’ imperterriti a segnalarli. (Daniela Floris)
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Erika Dagnino, Stefano Pastor – Cycles – SLAM CD 514
Album sicuramente non facile questo del multistrumentista Stefano Pastor che in tre dei quattro brani presentati si esibisce da solo al violino, viola, percussioni, piano e vari oggetti sonori, mentre solo nel primo pezzo è accompagnato dal batterista Maurizio Borgia.
E già queste poche note sono quasi sufficienti a stabilire che tipo di musica Pastor ci proponga, un linguaggio che nulla concede allo spettacolo, con un senso della costruzione sonora tanto rigoroso quanto robusto: nell’elevare un’architettura senza fronzoli , Pastor dialoga con se stesso in modo davvero strabiliante tanto che, dopo un inizio piuttosto “faticoso”, diventa semplice seguirlo nelle sue escursioni senza per questo che la musica scivoli nel banale.
Il tutto grazie alle straordinarie qualità di Pastor che si riconferma uno dei migliori violinisti jazz oggi in esercizio: il suo strumento si adatta alle necessità espressive di ogni brano riuscendo a calibrare ogni momento esecutivo.
A questo punto, però, dopo aver ascoltato l’intero album e non aver sentito proferire verbo, se non avete letto il libretto che l’accompagna vi starete chiedendo che c’entra in tutto questo la poetessa Erika Dagnino; il fatto è che i due , anziché mescolare come spesso accade i diversi piani espressivi, parola e musica, hanno preferito tenerli separati: da un canto, sul libretto, i versi della Dagnino,dall’altro nel CD la musica di Pastor. Scelta azzeccata? A mio avviso sì…ovviamente si accettano pareri contrari. (Gerlando Gatto)
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Maria Pia De Vito & Huw Warren – Diàlektos – Parco della Musica
Maria Pia De Vito – Mind the gap – Emarcy 0602527019499
Maria Pia De Vito è una delle migliori cantanti jazz che il panorama internazionale possa oggi proporci e questi due album ne sono un’evidente conferma pur nella loro diversità.
I risultati eccellenti raggiunti dalla vocalist partenopea sono il frutto di anni ed anni di intenso studio , di approfondita ricerca: Maria Pia è, infatti, una di quelle rare artiste che, una volta raggiunti determinati livelli, mai si è accontentata proseguendo lungo quel cammino, di affinamento, di scoperta, di perfezionamento che nell’arte non conosce un punto d’arrivo. Di qui una Maria Pia sempre nuova, sempre diversa, costantemente tesa ad “andare oltre”, a superare sé stessa in un gioco altamente introspettivo che ne fa jazzista di altissimo profilo.
Il primo dei due album ci racconta dell’incontro tra la cantante e il pianista e compositore inglese Huw Warren. Un incontro già sulla carta assai interessante, reso vieppiù stimolante dalla presenza di un altro musicista di spessore quale il clarinettista Gabriele Mirabassi presente in tre brani.
Alla particolarità dell’organico va aggiunto un repertorio assolutamente inusuale per un album jazz: così accanto ad un brano originale con testo in napoletano come “Allirallena” troviamo “Si Fosse n’auciello” una poesia di Totò musicata da Maria Pia De Vito , “Jesce” una composizione di Warren in cui la De Vito inserisce splendidamente “Jesce sole” un antico canto napoletano risalente al 1200, una rilettura in chiave assolutamente moderna di “Mmiezo o’ ggrano”, ed alcuni splendidi omaggi al Brasile come “Beatriz” di Chico Buarque, “Ginga Carioca” di Hermeto Pascoal .
A questo punto si porrebbe avere l’idea di un album quanto meno discontinuo negli esiti…ed invece è tutto il contrario dal momento che la De Vito, dall’alto di modalità interpretative assolutamente fuori dal comune, riconduce ad unità un tessuto musicale così eterogeneo facendoci una volta di più comprendere coma la buona musica non conosce e non sopporta barriere.
*****
Il secondo album vede la cantante napoletana impegnata in un contesto assolutamente diverso con un trio prettamente jazzistico – Claudio Filippini al pianoforte e tastiere, Luca Bulgarelli al basso e live electron ics, Walter Paoli batteria e percussioni – cui di volta in volta si aggiungono Francesco Bearzatti sax tenore e clarinetto, Roberto Cecchetto chitarra e Michele Rabbia alle percussioni.
E l’ intenzione della De Vito di aderire compiutamente ad un’estetica jazzistica unanimemente riconosciuta la si ritrova sin dal brano che da il titolo all’intero album , “Mind the gap” , scritto dalla De Vito in collaborazione con Filippini, Bulgarelli e Paoli ed espressamente dedicato ad uno dei suoi punti di riferimento vale a dire Betty Carter, mentre l’intero CD rappresenta un sentito omaggio a Sheila Jordan vero e proprio modello di essere umano e di musicista.
Prendendo le mosse da questi precisi riferimento, la De Vito sviluppa un percorso musicale assolutamente straordinario, avvincente in cui le sue doti di musicista, di cantante, di interprete sono messe a dura prova da un repertorio che definire impegnativo è come usare un eufemismo.
In effetti si passa dai due originals d’apertura ad un brano di Tim Buckley per transitare successivamente su terreni di confine come quelli frequentati da Jim Hendrix, Sidsel Endresen e Björk e poi, in una incredibile piroetta, eccoci proiettati dapprima nell’estremo nord dell’Europa con Anders Jormin e poi ricondotti a casa con Rita Marcotulli.
E lei, Maria Pia De Vito, sempre al centro della scena con assoluta padronanza dei propri mezzi vocali, in grado di affrontare con la massima originalità qualsivoglia problema dimostrando,m con questa prova, di aver raggiunto davvero livelli di assoluta eccellenza che non molte sue colleghe possono attualmente vantare. (Gerlando Gatto)
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Paolino Dalla Porta – Urban Raga – Parco della Musica 017
Paolino Dalla Porta al contrabbasso, Gianluca Petrella al trombone, Achille Succi al sax alto e clarinetto basso, Roberto Cecchetto alla chitarra elettrica e Morten Lund alla batteria sono i protagonisti di questo album di sicuro interesse e dal titolo, una tantum, piuttosto esplicativo.
Il “raga” rappresenta un preciso punto di riferimento nell’ambito della musica indiana mentre il termine “urban” non ha certo bisogno di ulteriori specifiche; insomma, l’intento dei musicisti appare chiaro sin dal tiolo : produrre una musica che, staccandosi da un contesto prettamente occidentale, riesca a coniugare modernità e tradizione. Per raggiungere un simile obiettivo Dalla Porta ha composto otto brani dall’atmosfera assai mutevole in cui, comunque, si respira sempre questo doppio afflato verso un internazionalismo non di maniera e verso un modo di concepire la musica che sfugge alle regole del tempo.
Perfetta la scelta dei compagni di viaggio che ,ognuno da par suo, interpreta assai bene la parte che gli è stata assegnata, una parte in cui spesso si recita a soggetto dal momento che l’improvvisazione è una delle carte vincenti dell’album. In quest’ambito superlativa come al solito la prova di Gianluca Petrella che giustamente è oramai considerato una delle più belle realtà del jazz europeo (non una sola nota in questo disco risulta men che appropriata). Straordinari anche Achille Succi (specie in “Sine die”) Roberto Cecchetto e Morten Lund dal drumming propulsivo e allo stesso tempo discreto…mentre di Paolino Dalla Porta, come strumentista, non credo si possa aggiungere altro a quanto già si conosce della sua bravura. (Gerlando Gatto)
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Dzijan Emin, Georgi Sareski, Luca Aquino – The skopje connection – AmAm EBP 01-09
“The skopje connection” e’ il gruppo inusuale composto dal trombettista Luca Aquino con due grandi artisti macedoni Dzijan Emin e Georgi Sareski, rispettivamente al corno francese e melodica il primo e alla chitarra il secondo. Inusuale non e’ tanto la formazione in se (anche se davvero interessante e’ il contrasto tra il timbro piu’ esplicito e tagliente della tromba e quello piu’ ovattato del corno francese, volutamente sottolineati con l’ alternarsi piu’ che con il sovrapporsi), ma piuttosto l’ atmosfera complessiva di un cd che mostra quanto possa essere ampio il termine “jazz” – o anche quanto esso possa essere restrittivo in certi casi. Se ci concentriamo ad esempio sull’ improvvisazione, allora qui siamo nel jazz piu’ puro: ben sette brani su 13 risultano (da copertina) non avere autore ma essere “simultaneously composed”. Gli altri sei sono opera di Sareski, Emin e Francesco Bearzatti, presente nel cd appunto in veste di autore.
Saranno i riverberi naturali dovuti alla particolare sala di registrazione (un antico bagno turco a Skopje), sara’ l’ innegabile versatilita’ di tutti e tre questi artisti (di Luca Aquino avevamo parlato anche nel numero scorso) ma il risultato e’ veramente molto suggestivo. Se nelle parti totalmente improvvisate sembrerebbe evidente una volonta’ evocativa di atmosfere, paesaggi , con suoni che spesso sono magicamente “naturali” (si ascolti “The dzijanic” e la sua nave in partenza – forse! – ; ma anche “Gjocville Ghost Town “, in cui conta anche propriamente il respiro dei musicisti, il loro stesso fiato, e l’ atmosfera e’ rarefatta e risuonante di echi che ne amplificano l’ intenzione), nelle composizioni originali non mancano affascinanti episodi melodici ben definiti e persino orecchiabili – nel senso bello del termine – ma che mantengono lo stesso potere descrittivo, non solo di situazioni e/o paesaggi, ma anche di stati d’ animo (“ Song for the Lonely sailor). E se e’ vero che il jazz e’ un tipo di musica che afferra e metabolizza note da vari mondi sonori per dare vita a nuovi spunti, allora e’ molto jazz anche il percepire – non troppo nascosti – i ritmi delle bande da funerali e matrimoni dei paesi balcanici del corno di Emin in “Alessandro da Torre Boldone “ ( e non nella trita e ritrita chiave della semplice contaminazione ). In “Zanzara” la melodica e la tromba si divertono proprio a “ronzare” in modalita’ diverse, anche qui in maniera piu’ evocativa che naturalistica, divertente, anche. Non mancano momenti di lirismo (“For my Dju” ), in cui tromba e corno si alternano nella melodia per riunirsi solo in un poetico unisono. La chitarra di Sareski e’, in tutto il cd, a dir poco preziosa . Ancora una volta e’ bello sapere quanta musica ancora esiste da scoprire, e quante potenzialita’ puo’ avere il jazz anche solo aprendo le frontiere a nuovi musicisti, nostri e di altri paesi, e ai loro peculiarissimi suoni. (Daniela Floris)
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Mirko Signorile – Clessidra – Emarcy 0602517984011
Ecco un album godibile dalla prima all’ultima nota: il pianista barese, lasciando da parte qualsivoglia possibile pudore, ha dato fondo al suo coté più intimo e romantico regalandoci un album che è una sorta di inno alla melodia.
E bisogna dare atto a Mirko di una vena compositiva davvero straordinaria dal momento che tutti gli undici brani presenti nel CD si fanno ammirare per la splendida cantabilità che nulla ha da spartire con la banalità: si ascolti, al riguardo, “Intorno a noi”, “Ortigia, “Tra luci e stelle” tutte composizioni in cui si nota una grande partecipazione emotiva da parte dell’autore.
In effetti, come spiega lo stesso Signorile, l’album si è sviluppato nell’arco di dieci anni: componeva una melodia e subito dopo avvertiva l’esigenza di restare immobile fino a quella successiva…insomma erano melodie che Mirko amava suonare per sé stesso nei momenti in cui si sentiva “più sognante e meditativo…Poi c’è stato il “capovolgimento” e , come nella Clessidra quando la si capovolge i granelli di sabbiano tornano a scandire “un tempo uguale ma nuovo”, così nell’animo di Signorile è scattata la scintilla per condividere con il pubblico la sia parte più intima.
Ovviamente alla bellezza delle composizioni si accompagna la qualità del gruppo che, guidato dal pianista, si avvale della presenza di artisti di primissimo piano quali Paolino Dalla Porta al contrabbasso, Fabio Accardi alla batteria, Cesare Pastanella alle percussioni, Marco Messina e elettronica e Giovanni Giuliano al contrabbasso classico. (Gerlando Gatto)
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