I nostri CD

Pubblicato da Gerlando Gatto in I nostri CD, Recensioni

Tord Gustavsen Ensemble - Restored, Returned (2009)

Tord Gustavsen – “Restored, returned” – ECM 2107
Altra prova assai impegnativa per il pianista norvegese Tord Gustavsen che si ripresenta al pubblico con una formazione nuova di zecca: dopo aver registrato ben tre album per la ECM (Changing Places 2003, The Ground 2005, e Being There 2007) sempre con la stessa formazione, vale a dire in trio con Harald Johnsen al contrabbasso e Jarle Vespestad alla batteria adesso ha chiamato accanto a sé Tore Brunborg al sax tenore e soprano, Mats Eilertsen al contrabbasso, e la Kristin Asbjørnsen mentre alla batteria è rimasto Jarle. Prova impegnativa , dicevamo, innanzitutto proprio per la scelta dei compagni d’avventura. Tord ha deciso di dividere la condizione di leader con un sassofonista, Brunborg, che proprio in questi ultimissimi tempi sta ottenendo probanti riconoscimenti. In secondo luogo l’immissione di una voce è operazione sempre piuttosto delicata anche se, da questo punto di vista, Gustavsen può vantare l’esperienza di direttore musicale dell’ottima Silje Nergaard ben nota anche al pubblico italiano. Insomma ha avuto il coraggio di abbandonare una formula ben rodata per cercare qualcos’altro e la sfida ha avuto buon esito. Questo album si colloca, infatti, per lo meno sugli stessi livelli dei precedenti nulla smentendo di quanto di buon già sapevamo su questo pianista…anzi. In effetti grazie al diverso organico Tord ha avuto modo di ampliare la sua tavolozza espressiva. Si ascolti al riguardo nell’eccellente “The child Within” che apre l’album il bel duetto tra e sassofono. Ma anche dal punto di vista compositivo Gustavsen si conferma musicista di talento: i suoi brani sono tutti particolarmente interessanti sia per le melodie che in qualche modo si rifanno alla ricche tradizioni norvegesi sia per le armonie mai banali e ricche di fascino. (Gerlando Gatto)

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Anna Maria Jopek – “Live” – am music – 1 cd, 1 dvd
Ecco una vocalist che vale davvero la pena conoscere: Anna Maria Jopek è figlia d’arte : suo padre Stanislaw Jopek, era infatti cantante dei Mazowsze, importante gruppo folk polacco. Laureata all’Accademia musicale Chopin di Varsavia, ha rappresentato la Polonia al Festival dell’Eurovisione nel 1997, classificandosi undicesima. Si è quindi trasferita per un breve periodo a New York dove ha studiato e si è esibita in molte serate nei locali più importanti.
Nel 2002 è notata da Pat Metheny che l’accompagna nell’album “Upojenie”. Nel 2008 è invitata al Pulse, l’importante festival folk di Londra. Il pubblico romano ha avuto modo di conoscerla durante un concerto alla Casa del Jazz, concerto in cui ha avuto modo di evidenziare quelle peculiarità che si ritrovano interamente in questo album. Splendidamente coadiuvata da Piotr “Pedro” Nazaruk flauti e harpsicord, Pawel Dobrowolski alla batteria, Robert Kubiszyn contrabbasso e chitarra bassa e l’eccellente Marek Napiórkowski alla chitarra, la Jopek mostra innanzitutto una perfetta padronanza dei propri mezzi vocali dimostrando di conoscere assai bene sia il folk sia il jazz. Il tutto coniugato con una buona dose di feeling, di humor, di straordinaria capacità di adattarsi ad un repertorio quanto mai variegato. Di qui un album godibile in ogni momento anche se non presenta alcun brano nuovo rispetto alla precedente produzione della vocalist.
Il CD è accompagnato da un DVD in cui si ammira la cantante in alcune performances dal vivo tra cui due dei brani più belli da lei registrati – “Cichy zapada zmrok” in duo con Pat Metheny e “Upojenie” con il gruppo – e, in uno splendido videoclip . (Gerlando Gatto)

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Roberto Magris Trio

Roberto Magris Trio – “Kansas City Outbond” – PCAMI
Se volete assaporare una emozionante atmosfera da trio, e sentire un jazz puro, come quello che si immagina pensando al termine “jazz”, ascoltate e godetevi questo bellissimo lavoro di Roberto Magris, registrato nel 2007 insieme al geniale contrabbassista Art Davis (morto purtroppo non molto dopo averlo ultimato ). Potrebbe quasi essere un omaggio al “mainstream”, senza esserne noiosa replica, anzi, casomai c’e’ una bella tensione sonora dovuta all’ equilibrio tra creativita’ e tradizione. Sicuramente ci sono brani (sia tra quelli originali dello stesso Magris che tra gli standards) che raggiungono momenti lirici di altissimo livello. Un po’ per l’ intesa quasi magica tra contrabbasso e pianoforte, un po’ per la maestria di entrambi i batteristi coinvolti che si alternano nei pezzi ( Jimmy “Junebug” Jackson e Zack Albetta) , un po’ per i vari stili pianistici che emergono riecheggiando i grandi maestri del jazz: che sono accenni, non fotocopie, e dunque chi ascolta potra’ trovarci un po’ di Garner, o di Evans, o di Monk, e naturalmente molto dello stesso Magris, per la fantasia nel costruire accordi e abbellimenti e piccole e poetiche melodie improvvisate. Tutta questa toccante creativita’ la sentirete vibrare ad esempio in “Reverend du bop”, lirica, intensa, commovente, in cui anche Davis e’ struggente con il suo contrabbasso suonato anche con l’ arco; ma anche in “I Fall in love too easily”, il cui tema e’ cantato dalla mano destra in maniera poetica, che, progredendo , la sinistra la sottolinea con un tocco davvero suggestivo, fino al malinconico e pastoso incontro al centro della tastiera. Art Davis e’ delicato e profondo allo stesso tempo, e ascoltarlo e’ addirittura per certi tratti appassionante proprio perche’ non eccede ma penetra nell’ atmosfera in maniera totale, con le poche note che servono – un po’ alla , forse.
Anche al di la’ delle ballads le emozioni non mancano: basti ascoltare “Iraqi Blues”, di Magris: incalzante, amaro ed aspro senza essere dissonante, evoca stati d’ animo piu’ che disegnare una tragica realta’, quella della guerra, e quindi ancora una volta e’ poetico piu’ che sfacciatamente allusivo.
I brani sono tutti da ascoltare, di un fiato, e da riascoltare per percepirne ogni piu’ piccola, preziosa sfumatura. (Daniela Floris)

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Germano Mazzocchetti Testasghemba

Germano Mazzocchetti – “Testasghemba” – Egea 152
Ecco un altro bel disco su cui, però, si appunteranno le critiche dei soliti “puristi” dal momento che la musica proposta non è certo ascrivibile tout court al mondo del jazz.
In effetti, così come evidenziato dal volume che presentiamo in questo stesso numero della news letter, anche l’arte di Mazzochetti spazia nel tempo e nello spazio per ritrovare da un canto echi di musiche lontane dall’altro quelle reciproche influenze che oramai legano in maniera indissolubile la musica “mediterranea” . Tradizioni italiane, musica araba, riferimenti al tango e al jazz, tutto questo materiale viene trattato dal fisarmonicista e compositore con estrema delicatezza e rispetto giungendo ad una forma espressiva assolutamente nuova ed originale.
In tale non facile disegno, il leader è ottimamente coadiuvato dai suoi compagni di viaggio : dal chitarrista Maurizio Lazzaro ben noto agli appassionati di jazz, al contrabbassista Luca Pirozzi , da Paola Emanuele alla viola, Massimo D’Agostino alla batteria, Sergio Quarta alle percussioni…per finire con l’ottimo Francesco Marino al sax soprano e clarinetto. Tutti perfettamente in grado di seguire le intenzioni di Mazzochetti, a conferma di come Germano sia in grado di mettere su ensemble di grande compattezza e quindi di indubbia valenza artistica. (Gerlando Gatto)

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Tonolo The Translators

Tonolo, Boltro, Bex, Chambers – “The Translators” – Parco della Musica Records MR 021
Ecco un altro bell’album “confezionato” dalla “Parco della Musica Records”: protagonisti due musicisti italiani (Pietro Tonolo sax tenore e soprano, e Flavio Boltro ) un francese (Emmanuel Bex all’organo Hammond) ed uno statunitense ( Joe Chambers batteria e vibrafono).
E già l’organico la dice lunga sulla musica che si ascolta: in effetti l’internazionalità del gruppo è la premessa per il tipo di jazz che viene proposto, un jazz che non conosce barriere e che si basa da un lato sul patrimonio comune che bene o male ogni jazzista possiede, dall’altro sulla capacità dei quattro di interagire e scambiarsi “informazioni” che pur nella loro diversità vanno a comporre un puzzle di straordinaria coerenza stilistica.
In effetti i quattro propongono un repertorio assai variegato in cui compaiono molti originals da loro scritti con l’aggiunta di un pezzo di Mirabassi (Sienna’s song), uno di Lacy (Utah), uno di Herbie Nichols (Dance Line) e il sempre splendido “Never let me go” di Livingston ed Evans; ed è proprio in questo brano che il disco raggiunge uno sei suoi momenti più felici per la delicatezza e la poesia con cui il tema, introdotto da Chambers, viene “trattato” in duo da organo hammond e vibrafono che producono un impasto sonoro di assoluta originalità.
Trascinanti anche i duetti tra i fiati che si ascoltano, ad esempio, in “Dance line” e “Ozio” un bel tema composto da Pietro Tonolo. (Gerlando Gatto)

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