I nostri CD
- Luca Aquino – “Icaro solo” – Emarcy 0602527480336
- Balducci, Brunod, Raviglia – “Cherry Dance” – Monk Records MNK CD 003
- Marilyn Crispell, David Rothenberg – “One dark night I left my silent house” – ECM 2089
- Jan Garbarek, Hilliard Ensemble – “Officium Novum” – ECM 2125
- Rosario Giuliani - “Lennie’s Pennies” – Dreyfus FDM 46050 369522
- Danilo Rea – “At Schloss Elmau – A tribute to Fabrizio De André” – ACT 9759-2
- Giovanni Tommaso Apogeo – “Codice 5” – Jazz Collection 422
Luca Aquino – “Icaro solo” – Emarcy 0602527480336
Prendete un trombettista talentuoso ed aperto allo sperimentare, prendete atto da subito che il suo intento e’ incidere un cd in “solo”. Fate caso al fatto che egli ha deciso di incidere pero’ avvalendosi di tromba, live loops, voce, ed effetti elettronici, e che tutto cio’ avverra’ dentro una chiesa vuota, quella di Sant’ Agostino a Benevento. Aggiungete a tutto questo che il trombettista decida scientemente di non isolare il proprio suono dagli inevitabili rumori di fondo che ci saranno in quel piccolo ambiente (la chiesa e’ dentro una citta’ che a sua volta ha molti suoni di fondo), e poi ascoltate questo cd. E capirete che e’ un cd in solo, ma solamente perche’ Aquino e’ l’ unico musicista in carne ed ossa. In realta’ altri musicisti intervengono a creare un notevole interplay con lui: sono Muri, Navate, Volte, Portone Cigolante, Trapano, Eco, in quanto “ambiente circostante” con forza chiamato in causa, e live loops, campanelli, voce, come ausili sonori governabili al momento secondo l’ ispirazione del trombettista.
Un vero concerto dunque, anche se molto intimistico, e molto jazz bisogna dire, se e’ vero che il jazz e’ sempre “work in progress” e se e’ vero che l’ improvvisazione ne e’ una parte fondamentale. L’ improvvisazione in questo caso piu’ che su spunti tematici precostituiti avviene sulla ricerca timbrica e dello svolgersi potenziale del flusso sonoro, sul prendere al volo sia rumori che piccoli patterns ed eternarli a loop per improvvisarci sopra (improvvisazione al quadrato, dunque, che si moltiplichi esponenzialmente).
Il risultato e’ affascinante. “Trapano Duet” e “Trapano e cera” hanno titoli duri, secchi, eppure i brani sono straordinariamente impalpabili, perche’ l’ unico punto fermo e’ quel La del trapano in sottofondo, sul quale Aquino vola con il suo timbro un po’ etereo, oramai quasi inconfondibile, soffiato sopra il rumore metallico e fermo dell’ utensile in funzione. E’ un Fa diesis invece a tenere bordone in “Icaro”, come centro tonale del modo dorico, a la tromba improvvisa con note lunghe entro un suggestivo intervallo di quinta per tutta la prima parte del pezzo, per poi volare piu’ in alto E se Aquino in “Fabio e Mattia” esordisce con una frase tipicamente trombettistica, quasi militaresca, accade dopo pochissimo che la sua tromba venga raggiunta da suoni (elettronicamente distorti) che simulano armoniche a bocca, e danno una eco etnicamente connotabile (forse?) come balcanica. Gli stessi sonagli che scampanellano in “Sol” , hanno senso sia come suoni in se’ che come “generatori di riverberi”, dunque generano eco oltre che scampanellio, in un crescendo che non fa che inspessire, sommandole, tutte le suggestioni proveniente da tromba, rumori, effetti acustici ed elettronica.
Molte note, molta sperimentazione, molto materiale per un artista solo, e la (confortante) lezione che al jazz non c’e’ mai fine, e che anche muri e rumori possono generare musica, se il musicista che vi si cimenta ha la forza di carpirne le segrete potenzialita’ e soprattutto le loro note nascoste, anzi segrete. (Daniela Floris)
- torna su -
Balducci, Brunod, Raviglia – “Cherry Dance” – Monk Records MNK CD 003
Un lavoro veramente notevole questo “Cherry Dance”, in cui chi ascolta viene avviluppato emotivamente per la densita’ delle atmosfere costruite con sonorita’ semplici, naturali nonostante la presenza dell’ elettronica, che e’ sempre espressiva (come dovrebbe sempre essere, e non moderno artificio “modaiolo”). Una voce per nulla artefatta, quella di Marta Raviglia, chitarre e basso (Brunod e Balducci sempre piu’ bravi) interagiscono per tutto il cd con un intento evocativo di stati d’ animo piu’ che di racconti, e bisogna dire vi riescono, creando empatia in chi ascolta. E’ consigliabile godersi questa ora abbondante di musica tutta di seguito, in silenzio, perche’ e’ come fare un viaggio emotivo molto vibrante. Gia’ solo il primo brano varrebbe tutto il disco: costruito da Brunod su un’ aria del compositore e liutista inglese seicentesco John Dowland, “Unquiet Thoughts”, parte con un’ intro in cui la voce tiene con l’ elettronica un’ intervallo fermo di quinta, che rimane in sottofondo anche quando Marta Raviglia canta la splendida strofa originale. Questo incontro tra melodia antica ed arrangiamento molto moderno ( ma allo stesso tempo ipnotico e con un che di ancestrale ), crea un’ atmosfera emozionante. Il brano prosegue con un riff su accordi ripetuti della chitarra e su un basso che incalza sempre di piu’, e l’unisono della voce che infine vola via cantando nuovamente la strofa. Un raro esempio di come la musica possa esprimere profondamente e addirittura decrittare il testo poetico, e bisogna dire che questo trio lo fa in maniera magistrale. L’ incipit dell’ aria e’ “Unquiet thoughts your civil slaughter stint,
and wrap your wrongs within a pensive heart:” (Pensieri inquieti, il vostro cortese strazio cessate,/E tenete i vostri torti avvolti in un cuore pensoso), ma vale la pena di andarsi a leggere ed ascoltare tutta l’ aria originale, per capire l’ origine ed il significato di questo brano, e la resa della versione composta da Brunod.
Ma anche “Fado” e’ rilevante, poiche vi si percepisce tutta la versatilita’ e l’ amore dello stesso Brunod per la musica ispano – latina (notevole il suo solo) , in cui i duetti all’ unisono con la voce (che in alcuni tratti ricorda la grande Dulce Pontes, e non certo per sterile imitazione ma per espressivita’) sono lirici ed intensissimi.
Si troveranno brani arditi, come lo stesso “Cherry Dance”, in cui la voce osa timbri non certo rassicuranti in alcuni punti, tanto piu’ poiche’ eternata e ripetuta allo spasimo dal loop elettronico che ne carpisce determinati momenti espressivi, o come “Choro for my vikings friends”, o ancora melodie tradizionali come “Black is the color” (spunto per un arrangiamento pieno di effetti persino inquietanti ma grandemente suggestivi) , in cui il basso di Balducci ha il grande merito di creare una tensione sonora notevolissima. In ogni caso c’e’ sempre equilibrio tra antico e nuovo, un provvido bilanciamento tra effetti ed sonorita’ acustiche; e un dialogo espressivo tra tre musicisti di altissimo livello, che creano musica di grande impatto emotivo. (Daniela Floris)
- torna su -
Marilyn Crispell, David Rothenberg – “One dark night I left my silent house” – ECM 2089
Molto spesso quando si parla di “musica improvvisata” il pensiero corre (e questo è uno dei tanti lasciti di certo free jazz) ad un’accozzaglia di suoni in cui non è facile trovare un capo e una coda, come se in queste forme espressive il musicista si lasciasse guidare in modo assolutamente inconscio dal proprio istinto senza ben capire cosa stia facendo. In realtà la musica improvvisata è qualcosa di ben diverso: è una situazione in cui il musicista, pur non avendo alcun punto fisso, è perfettamente padrone della materia che tratta e, se in compagnia, cerca di interagire al meglio con il proprio partner. Questo album offre un esempio assai chiaro di cosa voglio dire: dopo lo splendido “Vignettes” del 2007 sempre per la ECM, la pianista Marilyn Crispell si ripresenta in duo con un eccellente David Rothenberg al clarinetto e clarinetto basso. La musica è totalmente improvvisata nel senso che i due artisti, durante il loro percorso, non hanno alcun punto di riferimento prefissato. Eppure il discorso scorre fluido e consequenziale: la Crispell, con il suo pianismo rarefatto, essenziale, quasi minimalista dialoga alla perfezione con il compagno accompagnandolo spesso con un leggero gioco percussivo realizzato battendo con le mani sulla cassa di un vecchio pianoforte mentre i clarinetti di Rothenberg disegnano linee di rara eleganza ed originalità che evidenziano al meglio la diretta discendenza di questo musicista da artisti quali Jimmy Giuffre e Joe Maneri con i quali, non a caso, ha effettivamente studiato. No stupisce quindi che un brano dal titolo quanto mai esemplificativo, “The way of pure sound”, sia dedicato dai due a Joe Maneri. (Gerlando Gatto)
- torna su -
Jan Garbarek, Hilliard Ensemble – “Officium Novum” – ECM 2125
Sono trascorsi molti anni da quando ebbi la fortuna, in quel di Stavanger, sulla costa sud occidentale della Norvegia, di conoscere Jan Garbrek di cui apprezzai immediatamente le doti artistiche e umane. Da allora il sassofonista norvegese mai ha deluso le mie aspettative regalandoci una nutrita serie di straordinarie perle. Ed anche questo “Officum Novum” si iscrive di diritto tra le cose migliori firmate da Jan; il sassofonista e il coro inglese specializzato in musica sacra e antica si erano incontrati per la prima volta nel 1993 dando vita quell’ “Officium” che tanto scalpore aveva suscitato dimostrando come sound jazzistico e modalità espressive legate alla musica antica potessero convivere. La collaborazione si ripeté nel ’98 con “Mnemosyne” e fu ancora grande successo. Adesso siamo alla terza esperienza e dato il livello dell’album sono sicuro che il pubblico apprezzerà anche questo album. In effetti se l’approccio non si discosta granché dalle precedenti collaborazioni, c’è tuttavia una grossa novità: il repertorio. Questa volta le musiche sono tratte, in buona parte, dalla tradizione armena, tradizione che Garbarek ha sempre seguito con grande attenzione e che l’Hilliard Ensemble ha imparato a conoscere ed amare nel corso di una torunée effettuata proprio in Armenia; altra caratteristica dell’ album il maggior ricorso a musiche più recenti come una composizione di Arvo Pärt e ben 4 pezzi di Komitas (1869-1935) figura ben nota agli armeni di tutto il mondo, tanto d’essere divenuta, presso questo popolo, una sorta d’icona: una figura di musicista, ma anche d’uomo, che con il suo doloroso e lunghissimo epilogo testimonia il dramma e le atrocità subite dagli armeni ad opera dei turchi durante il genocidio del ’15-17 Comunque, a parte questi richiami di carattere storico, la protagonista principale rimane la musica, questa straordinaria miscela di sonorità ed atmosfere che rimane unica nella ricetta di Garaberk e dello Hilliard Ensemble. (Gerlando Gatto)
- torna su -
Rosario Giuliani - “Lennie’s Pennies” – Dreyfus FDM 46050 369522
Se si ama il jazz tradizionale, ma non stereotipico, questo cd sia per scelta di brani (un mix tra composizioni originali di Giuliani e brani di musicisti quali Zawinul, Tristano, Berlin e cosi’via), sia per feeling ed interplay tra musicisti, sia per gli interpreti stessi, e’quello giusto.
I sassofoni di Rosario Giuliani sono tra i piu’espressivi del momento. Vi basti ascoltare “Love Letters”, in cui le piccole digressioni del soprano sulle note altissime e appena accennate sono cosi’ poetiche, quasi delle carezze che rendono la frase tematica “parlata”, anche per effetto delle dinamiche naturalmente dolci, cosi’ evocative, che lasciano incantati. E’come se il sax raccontasse, invece di suonare, il che rende questo linguaggio comprensibile (anche se stiamo ascoltando jazz di alto livello tutt’altro che semplificato) anche a chi potrebbe non comprenderlo. Joe La Barbera alla batteria suggerisce, amplia, tempera con sapiente dolcezza, Darryl Hall ed il suo contrabbasso dal timbro e dal fraseggio cosi’ rotondi e pieni, contrasta e dunque da ancora piu’ valore a quelle piccole note appena accennate del sax di Giuliani, e il pianoforte di Pierre De Bethmann generosamente e discretamente sottolinea i fraseggi dando il giusto senso armonico; e al momento del solo, riversa su quel tessuto cosi’ morbido di batteria e contrabbasso grappoli di note tanto definite ed incisive quanto leggiadre. Non servono arzigogoli, ne’virtuosismi (dei quali tutti questi artisti sono capacissimi): per citare Dino Piana in una intervista concessa in questo stesso sito, il difficile e’ “suonare semplice”. Il che non vuol dire limitarsi a fare poche note o a fare pochi battiti: sentite a questo proposito il quarto brano, “74 Miles Away” di Zawinul –di certo non cosi’ “easy” o immediato, eppure suonato con quella semplicita’ disinvolta che fa scorrere in avanti un tempo di per se sghembo, e rende godibili improvvisazioni obiettivamente difficili. E’ il gusto di non voler stupire ma prima di tutto di emozionarsi tra musicisti mentre si suona, insieme, per poi arrivare con quei suoni al cuore o al vissuto di chi quella musica ha la fortuna di poterla ascoltare. (Daniela Floris)
- torna su -
Danilo Rea – “At Schloss Elmau – A tribute to Fabrizio De André” – ACT 9759-2
Con quest’album registrato dal vivo in splendida solitudine, il 28 e 29 gennaio di quest’anno nello Schloss Elmau, un castello trasformato in residenza, il pianista vicentino – ma romano d’adozione – è entrato a far parte della prestigiosa etichetta tedesca ACT che vanta tra i suoi artisti una lunga serie di pianisti di fama internazionale quali Esbjörn Svensson, Jan Lundgren, Ramon Valle, Kevin Hays, Don Friedman, Richie Beirach, Vijay Iyer, Joachim Kühn, Michael Wollny. In effetti, ascoltando il CD, si avverte immediatamente come Rea non sfiguri minimamente al cospetto di cotanti nomi: è, infatti, pianista maturo, consapevole dei propri mezzi espressivi e in grado di ottimamente equilibrare in ogni sua performence parti scritte e improvvisazioni. Così nelle sue mani le composizioni tratte dal repertorio popo sono rivisitate in maniera intelligente e riproposte in una veste jazzistica che nulla fa perdere dell’originario splendore. In quest’ambito “A tribute to Fabrizio De André” rappresenta una sorta di punto fermo nella oramai lunga carriera del musicista. In effetti il repertorio di De André era già stato affrontato diverse volte in chiave jazzistica: ricordiamo il bell’”Omaggio a Fabrizio De André” del sassofonista Stefano Di Battista inciso alla Casa del Jazz nel 2008 con il trombettista Fabrizio Bosso, la pianista Rita Marcotulli, il bassista Giovanni Tommaso e il batterista Roberto Gatto, mentre singoli brani del celebre cantautore compaiono in album, tanto per fare qualche nome, di Fabio Di Cocco, dei Doctor Tre, Toni Germani, la Piccola Orchestra di Dino Massa, Massimo Zemolin ed Enrica Bacchia, Luca Aquino, Andrea Dulbecco, Diego Baiardi…
Ma questo CD sembra possedere qualcosa di più: in effetti Rea, che ha oramai affinato un proprio personalissimo stile grazie tra l’altro alle prestigiose collaborazioni con artisti del calibro di Chet Baker, Lee Konitz, Steve Grossman, Michael Brecker, Billy Cobham, Gato Barbieri, Joe Lovano, Kenny Wheeler, John Scofield, evidenzia, in questa occasione, una perfetta padronanza della tecnica pianistica che adatta perfettamente alle esigenze espressive dei singoli brani. Così in “Bocca di Rosa” l’ascoltatore attento percepisce chiaramente i suoi studi classici, in “Ave Maria” si esprime appieno la vena lirica del musicista, mentre in altri pezzi quali “La canzone di Marinella”, “Valzer per un amore”, “Girotondo”, “Carlo Martello”, “Il Pescatore”, Danilo cerca di rispettare al massimo la natura della composizione arricchendone la struttura con arrangiamenti sempre di grande delicatezza che spaziano dalla ballad al blues fino a toccare forme espressive vicine al free jazz. Il tutto vivificato da un elemento della massima importanza: la sincerità, l’amore che Rea ha messo nell’incidere questo album dato che, come egli stesso ha dichiarato in una recente intervista, “per noi ragazzi degli anni Settanta De André era un poeta, scriveva cose in cui credevamo e che ci toccavano molto. Era un simbolo”. (Gerlando Gatto)
- torna su -
Giovanni Tommaso Apogeo – “Codice 5” – Jazz Collection 422
Con questa recensione inizia la sua collaborazione con “A proposito di jazz” la brillante pianista siciliana Cettina Donato attualmente al Berklee College of Music di Boston
“Codice 5” e’ il nuovo lavoro discografico di Giovanni Tommaso. Con il quintetto Apogeo, composto dallo stesso contrabbassista, da Daniele Scannapieco al sax, da Claudio Filippini al pianoforte, da Bebo Ferra alla chitarra e da Anthony Pinciotti alla batteria, Giovanni Tommaso ci regala una preziosissima gemma da inserire meritatamente in quella folta discografia che, oltre ad una carriera musicale pregevole composta da successi crescenti nel corso degli anni in Italia e all’estero, rende Giovanni Tommaso uno tra i piu’ importanti musicisti della storia italiana della musica jazz.
Giovanni Tommaso e’ leader e regista del quintetto Apogeo. E’ compositore discreto ma fiero, arrangia le composizioni con attenzione e accuratezza rendendo cosi’ ogni brano interessante e prezioso. E’ fuor di dubbio che le composizioni siano state il risultato di un lungo lavoro compositivo di riflessione: condizione, questa, che rende questo disco non un semplice prodotto discografico. Di forte matrice mingusiana, con riff di basso talvolta raddoppiati dal pianoforte, o raddoppi melodici affidati al sax al tenore e alla chitarra, riff ostinati durante le improvvisazioni, cambi di tempo, i componenti il gruppo affrontano con abilita’ eccellente ogni sezione tematica e improvvisativa.
Non mancano le reminiscenze rock, come ad esempio “To Jimi H.” tributo a Jimi Hendrix che pero’ vede qui, non solo come protagonista Bebo Ferra ma tutta la band.
“Codice 5” e’ un ottimo lavoro discografico che, per l’originalita’ del repertorio e per la forte energia che scaturisce dalla coesione del gruppo, rende il quintetto Apogeo una delle piu’ importanti e interessanti realta’ della musica jazz in Italia. (Cettina Donato)
- torna su -
Articoli correlati:
Tag:a proposito di jazz, batteria, casa del jazz, chitarra, concerto, contrabbasso, dino piana, gerlando gatto, Jan Garbarek, jazz, novità, pianista, pianoforte, tromba
Trackback dal tuo sito.









