Viaggio all’interno della produzione discografica
Molti, forse troppi i cd trascurati
Nonostante la crisi discografica, le uscite di Cd nel jazz internazionale e nazionale sono ancora numerose. La fase è simile a quella della transizione (1948-’54) dal 78 al 45 e 33 giri: costi bassi di produzione per la vecchia tecnologia (il Cd odierno) mentre si affermano le nuove (on-line, in formati imparentati con l’mp3). Proviamo a costruire una mappa di ascolti di Cd euroamericani e italiani utilizzando materiali non recentissimi, in una sorta di gioco post-estivo: metter mano ad album significativi ma, nella frenesia degli ascolti quotidiani, accantonati.
Dalla Black Swan degli anni ’20 i jazzisti afroamericani hanno sempre cercato di documentare il proprio lavoro. Dalla California nera – quella erede di Mingus e Dolphy – arriva Midnight Pacific Airwaves (Entropystereo): un concerto radiofonico del 1977 del gruppo Extet, guidato dal cornettista Bobby Bradford. Sezione ritmica e flauto del magistrale James Newton, l’album testimonia quel mix di avanguardia e tradizione caratteristico di Bradford, a fianco di Ornette Coleman e John Carter. La versione di Blue Monk è esemplificativa, come il lunare duetto con Vinny Golia al clarinetto (She) del 2003. Dalla Costa Ovest a Chicago dove pullulano gli indipendenti. Liberi nella creazione, come nella produzione, i Digital Primitives, trio di eclettici pluristrumentisti guidato dal performer totale Cooper-Moore, con le ance di Assif Tsahar e i ritmi plurimi di Chad Taylor. Hum Crackle & Pop (Hopscotch Records) ben ritrae la loro policroma e polistilistica poetica. L’Indigo Trio è, invece, all’incrocio tra Chicago e downtown newyorkese. La flautista Nicole Mitchell (attuale presidente dell’AACM) ed il contrabbassista Harrison Bankhead vengono dalla città ventosa mentre il batterista-percussionsita Hamid Drake è noto soprattutto per le collaborazioni nel giro di William Parker. Anaya (RogueArt) ben ritrae il loro camerismo free, dove composizione e improvvisazione si fondono, si innervano, si inseguono.
Amsterdam e dintorni
Attraversiamo l’Atlantico approdando, non a caso, nei Paesi Bassi. Storicamente qui c’è un formidabile mix di creatività, intraprendenza e politica culturale, anche se il vento sta cambiando. Il Bimhuis di Amsterdam resta, comunque, un luogo epicentrico del jazz europeo e mondiale; ivi il sassofonista e pluristrumentista Sean Bergin (origini sudafricane) ha registrato Chicken Feet (Pingo Records; subterranean distribution, www.subdist.com) con i New Mob. È una summa di un jazz visionario che accomuna elementi diversi attraverso improvvisazione, performance e risignificazione, dallo swingante Jazz Zoot al folclore irlandese di Hatfield & MacDougal. All’incontro tra Brasile e Sudafrica è dedicato il Mixing It (Pingo) in cui l’estroversa personalità di Bergin incontra il chitarrista carioca Rogério Bicudo. La scena olandese vive anche un ricambio/intreccio generazionale che vede, ad esempio, il trio Frank van Bommel-Raoul van der Weide-Wim Janssen tra sperimentalismo e Bill Evans (Klinkklaar, Casco Records) ed i crossover Cram, guidati dalla chitarrista/compositrice Corrie van Binsbergen (For a Dog, brokkenrecords), la cui godibile musica annovera jazz e rock tra i propri elementi.
La corazzata Ecm
Può apparire fuori contesto la titolata etichetta di Manfred Eicher ma accade che nel suo catalogo passino sotto silenzio Cd di valore. Wait Till You See Her del chitarrista John Abercrombie, un pilastro dell’Ecm, appartiene a tale categoria: album crepuscolare con violino (Mark Feldman), contrabbasso e batteria (Joey Baron), getta luce inconsueta su un artista spesso appiattito sul suo passato. Giustamente acclamato, al contrario, Sky & Country del trio Fly con musicisti-rivelazione dell’oggi jazzistico: il sassofonista Mark Turner, il contrabbassista Larry Grenadier ed il batterista Jeff Ballard. La loro musica ha una vitalissima dimensione cameristica, tra le libertà e le urgenze del free ed una manipolazione dei suoni che unisce cool e sperimentalismo.
In giro per l’Europa
Etichetta tedesca (Skiprecords) e pianista nordico (Martin Tingwall) per l’album Vattensaga: in trio si elaborano materiali sonori folk-jazz, paesaggi scandinavi, con sorprendente freschezza e lirismo melodico. Tutto da scoprire il jazz rumeno, noto soprattutto per il pianista Johnny Raducanu. Appartiene alla nuova generazione il vibrafonista Eldad Tarmu, leader del Chamber Jazz Ensemble; la formazione vede il Timisoara String Quartet, il contrabbasso di Johnny Bota, la batteria dell’israeliano Yoni Halevi. Tarmu ha composto/arrangiato una suite in dieci movimenti, Songs for the Queen of Bohemia, di cui è produttore (Queen of Bohemia prod.; www.eldadtarmu.com); qui unisce elementi jazzistici, contemporanei, centro-esteuropei con una certa maestria.
Scena svizzera
Superdocumentati, al contrario di quelli rumeni, i jazzisti elvetici, grazie a varie etichette, soprattutto altrisuoni con sede a Manno. Il vivace ambiente sonoro – nel cuore dell’Europa, tra Italia, Francia, Austria-Germania e le nazioni dell’est – vede album per due batterie (Drumming Duo, con Marcel Papaux ed Alain Tissot), il sestetto dell’originale polistrumentista e compositore Gregor Frei (Land of Refuge), l’elettrico i.trio del chitarrista Jan Trösh (Triosom); graficamente e musicalmente raffinati i progetti Naïma del contrabbassista Olivier Nussbaum, un solo con sovraincisioni, e Standissimo: suite orchestrale composta da Tissot per un settetto composto dal quartetto Inside Out e dagli ospiti Matthieu Michel, Sylvain Boeuf ed Eric Séva.
Collaborazioni e qualche ristampa
Lungo sarebbe il discorso sulle collaborazioni tra jazzisti europei che vedono spesso in azione il pianista inglese John Taylor (pregevole il suo solo Phases, CamJazz). Taylor, la cantante Diana Torto ed il contrabbassista scandinavo Anders Jormin sono protagonisti del Cd Triangoli (Astarte): musiche e liriche originali dei tre artisti (più una poesia di Garcia Lorca sonorizzata da Stefania Tallini) per un raffinatissimo itinerario. Un italiano di talento è il pianista Rossano Sportiello, ben radicatosi nella big apple dove ha inciso New York State of Mind (Challenge Records) con il quintetto guidato dal sassofonista Harry Allen, un disco di brani tutti dedicati a NYC.
La mappa dei Cd euroamericani si va arrotolando ma sotto la pila dei Cd spuntano ancora un paio di perle: due concerti nordeuropei inediti di Bill Evans (B.Evans Trio. Lund 1975, Helsinki 1970, Jazz Lips Music) e Urbane Jazz della coppia storica Roy Eldridge / Benny Carter (1955 e 1958, Poll Winners Records).
Il jazz italiano
Il suo livello è provato dalla qualità media della produzione discografica, specchio – talvolta gonfiato e deformato – di un effervescente susseguirsi di generazioni di jazzmen. Per essi sarebbe necessaria un’adeguata politica (almeno un’aggiornata legge sulla musica ed un mirato riordino normativo sulle esibizioni dal vivo) che è ben lontana dall’agenda di Lega e PdL. Il flusso dei Cd, però, non si arresta e testimonia uno slancio creativo pari a quello di nazioni europee culturalmente avanzate, come la Francia. Si aprano le orecchie seguendo uno dei molti itinerari possibili.
Italia / Mondo
I fitti rapporti tra comunità jazzistiche si deducono dalla residenza estera di tanti musicisti italiani. Da decenni vive a New York la pianista, compositrice e didatta Patrizia Scascitelli. Nel suo album Open Window (Piloo Records) utilizza una convincente e personale scrittura per un sestetto timbricamente inconsueto (flauto, flicorno, trombone); ospite la brava sassofonista Ada Rovatti. Vive negli Usa anche il pianista-compositore Roberto Magris che mantiene in vita l’Europlane Orchestra con musicisti da nove nazioni. In Current Views (Soul Note) si ascoltano sette sue composizioni registrate live nel 2001-’03, frutto di un meditato jazzismo europeistico. C’è anche l’italiana Colours Jazz Orchestra diretta da Massimo Morganti che accoglie il trombettista Kenny Wheeler nel poetico Cd Nineteen Plus One (Astarte); in organico D.Torto, M.Ottolini, M.Manzi.
Dovrebbero essere famosi
C’è una scuola di sassofonisti-compositori la cui classe meriterebbe di essere apprezzata da un vasto pubblico. L’etichetta Auand ne ha registrati alcuni tra i migliori. Il tenorista e sopranista Emanuele Cisi ha inciso in quartetto The Age of Numbers, mentre il sopranista Andrea Ayassot guida il quintetto Quilibrì nel Cd Eco Fato. Entrambi sono leader carismatici, solisti e compositori originalissimi dalla duratura carriera che li ha visti, tra l’altro, a fianco di F.D’Andrea e F.Di Castri. Sopranista è anche Gavino Murgia nonchè polistrumentista (flauto, voce, percussioni); formatosi ai seminari di Nuoro, il jazzista sardo ha fatto una brillante carriera europea in area etno-jazz. Lo si ascolta nei dieci, policromi brani di Megalitico (Mankosa) realizzato con un quintetto italo-francese: L.Biondini, F.Tortiller, M.Godard e P.Iodice. Si si passa ad album tematici, l’Ars3 (Mauro Grossi, Attilio Zanchi, Marco Castiglioni) si cimenta in Promemoria (abeat) con il pacifismo. Da Dylan a Boris Vian ricrea le trame dei brani conservando l’aspirazione alla pace ed un senso libertario. Il batterista-compositore Ferdinando Faraò con Darwinsuite (Dodicilune) è alla sua terza composizione estesa (dopo Escher e Pollocksuite). Utilizza 12 musicisti per 8 movimenti (4 voci, 3 fiati, contrabbasso) in un immaginifico omaggio, da Corale a Unquiet Turtles.
Artisti in bianco e nero
L’eccellenza dei jazzisti italiani risalta in ambito pianistico. Franco D’Andrea è da decenni musicista di livello mondiale anche se uno dei suoi ultimi album in quartetto (Half the Fun) è stato prodotto da un’etichetta indipendente (El Gallo Rojo). I brani, speso in forma di medley, conciliano magnificamente repertorio e sperimentazione, lezione afroamericana ed audacia contemporanea. Molto apprezzato negli Usa è Dado Moroni dove spesso incide (di recente con Bob Mintzer) ma anche in Italia (vincitori del referendum di Musica Jazz) Il suo intimo e maturo Solo Dado (abeat) si snoda tra originali, riletture e standard. Appartato ma straordinario Stefano Battaglia: dal suo senese Laboratorio Permanente di Ricerca Musicale è nato Bartokosmos (Auand), dove i Mikrokosmos di Bártok si intrecciano ad elettronica, rock, improvvisazione (complici 3Quietmen: R. Moro, F. Marchesano, D. Bruna). Isolato ma ugualmente creativo è il friulano Claudio Cojaniz; di etico respiro il Cd Non sono tornati. Viaggio nella grande guerra (Ass.Cult. Cinemazero/Atracoustic; libretto in 4 lingue). Si tratta delle toccanti musiche appositamente composte per sonorizzare una serie di documentari sulla Grande Guerra (archivio Cineteca Friuli). Marco Tiso, dal canto suo, è noto soprattutto come arrangiatore ma la classe pianistica e compositiva promana forte da Dodici pezzi facili (JLine), dal raffinato Duke in the Sky a Scaramouche (per musical e Tv spesso Tiso lavora). Paolo Cintio, invece, si è soprattutto dedicato all’insegnamento (la romana SPMT): <<dopo più di 20 anni di amicizia e di musica fatta e pensata insieme abbiamo realizzato Bassorilievo (Lucinian o Arte/Musica), un disco che cerca di rappresentare la nostra musica e il particolare sound di questa formazione>>. E’ una generazione di jazzisti-docenti capitolini, impegnata nel sociale musicale che dimostra duratura creatività e progettualità: Cintio, S.Arduini, G.Falcione, R. Altamura. Il pianista e compositore Giovanni Mazzarino gode della stima di molti colleghi. Il suo Cd Light (Philology) <<è dunque un lavoro prezioso che bene rappresenta – lo afferma Paolo Fresu – il meglio del nostro jazz proseguendone il cammino tradizionale ma innestandovi il nuovo>>. Nel quintetto il promettente trombettista Dino Rubino.
Avanguardia
Il jazz sperimentale, ispirato al free e alla scena chicagoana, è ben radicato e in continua mutazione. Attivi dagli anni ’60 ed ancora magistrali, nella loro libera interazione, il percussionista Tony Rusconi ed il polistrumentista Renato Geremia (Live at S.A.S.S.; Vm Boxes). Il gruppo As Sikilli, diretto dal più giovane polistrumentista e compositore siciliano Stefano Maltese, è un punto di sicuro riferimento. In This Floating Space Suite (RaiTrade,tracce) l’ottetto unisce strutture, improvvisazione, ritmi in una vivacissima policromia (T.Cattano, A.Amato. A.Moncada, G.Cilio). Attivissimo nel nord-est il flautista friulano Massimo De Mattia che rilegge Demetrio Stratos in solitudine e in modo anticonvenzionale (Stratos, Setola di Maiale). Guardando a generazioni più recenti, eversivo e provocatorio è il collettivo dei Naked Musicians (Emiliano culastrisce. Live ai Mercati Generali); attorno a etichetta ed agenzia autogestite Improvvisatoreinvolontario ruotano moltissimi musicisti tra cui Francesco Cusa, P.Sorge, M.Campobasso, M.Di Lorenzo; li unisce il linguaggio sperimentale ed una pratica della musica come graffiante e antagonista critica sociale. L’ensemble romano Hot Tune <<suona in bilico tra Monk e R.Abou-Khalil passando dalla scuola di Canterbury>>. Lo animano Alberto Popolla, A.Moriconi, R.Raciti e C.Sbrolli, ascoltabili nel fiammeggiante Magique (Slam, ospite E. Colombo). Attorno al tenorista Alessandro Sacha Caiani si riunisce un collettivo di improvvisatori radicali, A. Succi, B.Coppa, X.Iriondo, S.Bolognesi e C.Calcagnile, godibili nella loro creatività in Effetto ludico (Silta). Il trombettista Luca Aquino è tra i jazzisti emergenti in vari ambiti: visionario e audace il suo incontro nella capitale della Macedonia con il cornista Dzijan Emin e il chitarrista Georgi Šareski (The Skopje Connection, EBP).
Leve nuove
Seguendo questo nostro percorso, parziale e zigzagante, si arriva ai musicisti che – a volte prescindendo dall’età e in un contesto generale difficile – cominciano ad affermarsi per la propria poetica, capacità solistica, compositiva, progettuale. Un sintetico elenco di personalità ad ulteriore conferma della ricchezza e varietà del jazz italiano. Il percussionista Leon Pantarei è l’anima del gruppo-progetto Omparty (L’isola della pomice, Picantorecords); il contrabbassista Stefano Risso è al suo II album di composizioni per quartetto (Vocifero vol.2, Dodicilune); il chitarrista Roberto Zechini guida l’ensemble etno-jazz Limanaquequa (Bruto, Wide Records); il pianista Nicola Andrioli abbina al suo Paris 4tet ora un quartetto d’archi, ora voci, ora chitarra (Pulsar, Dodicilune). Un altro pianista, Vincenzo Lucarelli, alterna vari gruppi (con M.Verrone ospite) privilegiando l’intesa con il tenorista Michele Polga (Double Check, Caligola records), autore per la stessa etichetta del cinetico Clouds Over Me. Altri sassofonisti in crescita Felice Clemente (Blue of Mine, Crocevia di suoni rec.) e Robert Bonisolo (Open the Cage, Almay records); un caso a parte l’armonicista-astronomo Angelo Adamo, rivelatosi con My Foolish Harp (Red Records), con ospiti Roberto Ottaviano e Fabrizio Bosso.
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Tag:batteria, cantante, chitarra, concerto, contrabbasso, jazz, jazz italiano, Paolo Fresu, pianista, quartetto, stefania tallini, swing, trombone
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