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Di Gerlando Gatto. Pubblicato in I nostri CD, Recensioni

Andrea Beneventano – “The driver”

Andrea Beneventano – “The driver”

Andrea Beneventano – “The driver” – Alfa Music 143
Più sotto troverete un’altra recensione dedicata a Ivan Vicari: ecco, proprio come quest’ultimo, anche il pianista siciliano appartiene alla folta schiera di quei musicisti che, pur avendo tutte le carte in regola, non sono riusciti ad ottenere il successo che meritano. E che Beneventano abbia davvero tutte le doti di un grande musicista questo album lo conferma appieno. Andrea è artista a tutto tondo: ha studiato il jazz da autodidatta ma anche studiato pianoforte classico diplomandosi, con il massimo dei voti , a Roma presso il conservatorio di “S.Cecilia”.Ha in seguito anche approfondito le nozioni jazzistiche riguardanti soprattutto l’arrangiamento per orchestra diplomandosi in Jazz, sempre a pieni voti, presso il conservatorio “O. Respighi” di Latina. Se a ciò si aggiunge che, a detta di tutti i suoi alunni, è anche un magnifico didatta, si avrà una qualche percezione della statura di questo personaggio. Ciò detto veniamo più specificatamente all’album in oggetto. Beneventano si presenta in trio con Francesco Puglisi e Nicola Angelucci e basa la sua performence su sue composizioni (7 su nove) essendo i due standards rispettivamente di Marvin Fisher e Jack Segal “When sunny gets blue” e di Ralph Rainger “If I should lose you”. E basterebbe l’ascolto di quest’ultimo brano per giustificare l’acquisto del disco; Beneventano lo affronta allo stesso tempo con originalità ed umiltà, salvaguardando la straordinaria bellezza melodica del brano ma mettendoci molto del suo sotto il profilo dell’arrangiamento e della ricchezza armonica. E proprio la raffinatezza della ricerca armonica mi pare la caratteristica essenziale del pianismo di Andrea, almeno in questa occasione: qualunque brano affronti, dai “boppistici” “I got your rhythm” e “Donna quee” (chiaramente derivati in forma scherzosa dai notissimi originali) ai melodici “Cool river” e “Passing seasons”, per finire a “My gospel”, il pianismo di Beneventano si dipana sempre con la stessa straordinaria disinvoltura, rilassatezza, piacere di suonare e soprattutto con la stessa immutata voglia di armonizzare in modo allo stesso tempo attuale ed antico di modo che la musica risulti sempre qualcosa di familiare pur con un piacevole sentire di . Operazione perfettamente riuscita, forse è inutile aggiungerlo, grazie all’interplay instauratosi con Puglisi e Angelicci assolutamente all’altezza della situazione… ché fare musica all’apparenza semplice è molto più difficile che fare musica all’apparenza complessa.

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Baba Yoga – The tiger, the parrot and the holy frog”

Baba Yoga – The tiger, the parrot and the holy frog”

Baba Yoga – The tiger, the parrot and the holy frog” – CNI 23689
Il gruppo Baba Yoga è certamente una delle formazioni più vive ed interessanti della nuova scena musicale italiana. Molte le componenti che ne fanno una band di grande interesse: l’atipicità dell’organico con l’utilizzo sapiente dell’elettronica, il repertorio solitamente basato su originals, l’apporto in qualità di ospiti di musicisti sempre di straordinario livello. Gli “strumenti” con cui si approccia un disco di jazz, non valgono quando si tratta di Baba Yoga: come nei precedenti tre album, Gianfranco Salvatore, Danilo Cherni e Armando Vacca non rinunciano alla loro stella polare e ripresentano una musica assai difficile da etichettare in cui suoni etnici, inflessioni rock, atmosfere tecno-funky, accenti jazz si mescolano sapientemente per dare luogo ad un qualcosa di nuovo affascinante e trascinante. I due leaders – Salvatore e Cherni – sanno bene cosa vogliono e riescono ad ottenerlo dando sempre l’impressione di avere perfettamente in mano la situazione. E ciò grazie alla sapiente tecnica con cui riescono a convogliare i diversi apporti strumentali e vocali all’interno della trama da loro ordita: così in “Emanation” di chiara ispirazione rock la voce di Caterina Genta convince appieno mentre nel pezzo conclusivo “Trinity” si ha il piacere di ascoltare il grande senegalese Badara Seck; dal punto di vista strumentale magnifici gli assolo del chitarrista Lutte Berg impiegato in due brani e del sassofonista Daniele Tittarelli presente in quattro pezzi, tutti comunque perfettamente in linea con l’estetica “dettata” da Baba Yoga.

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Colours Jazz Orchestra – “Quando m’innamoro… in Jazz”

Colours Jazz Orchestra – “Quando m’innamoro… in Jazz”

Colours Jazz Orchestra – “Quando m’innamoro… in Jazz” –
Come altre volte sottolineato, a mio avviso quasi qualunque musica può essere eseguita in forma jazzistica… anche brani di musica leggere, a patto che da un canto i pezzi abbiano una qualche valenza, dall’altra ad eseguirli siano musicisti di una certa caratura.
E’ il caso di questo album che seppure non eccezionale si mantiene tuttavia su livelli di assoluta godibilità. Protagonisti la musica di Roberto Livraghi e la “Colours Jazz Orchestra” diretta da Massimo Morganti. La band, creata nel 2002, rappresenta la più importante realtà marchigiana nel campo delle orchestre jazz ed anche questa volta evidenzia a tutto tondo la sua compattezza e la sua capacità di ben interpretare gli arrangiamenti del leader grazie anche alla presenza di alcuni elementi di caratura nazionale quali la vocalist Diana Torto e il batterista Massimo Manzi cui si sono aggiunti, nell’occasione in veste di ospiti d’onore il trombettista Franco Ambrosetti in “Toccare il fondo” e il violoncellista Giovanni Scaglione in “La prima volta di tutto”. E con ciò abbiamo citato due dei nove brani presenti nell’album, tutti composti da Roberto Livraghi, musicista ligure da tempo però residente nelle Marche. Livraghi raggiunse una buona notorietà nel 1967 con “Quando m’innamoro”, portata dapprima al successo nazionale al di Sanremo da Anna Identici e dai Sandpipers e poi affermata sulla ribalta internazionale da Englebert Humperdinck. Dopo un periodo di forzato allontanamento dalla musica, adesso è ritornato ad occuparsi di note e questo album rappresenta per l’appunto l’evento più importante del suor ritorno all’antica passione. L’Orchestra interpreta al meglio le sue composizioni ponendone in risalto, grazie a buoni arrangiamenti, sia l’eleganza della linea melodica sia la raffinatezza armonica.

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Donatello D’Attoma – “Logos”

Donatello D’Attoma – “Logos”

Donatello D’Attoma – “Logos” – pus(h)in records
La Puglia si conferma terra di musicisti: ecco al suo album d’esordio il giovane pianista e compositore barese Donatello D’Attoma che si presenta alla testa di un agguerrito combo con Camillo Pace al contrabbasso, Lello Patruno alla batteria e il sassofonista Gaetano Partipilo in veste di special guest. L’album presenta D’Attoma nella duplice veste di esecutore e di compositore e bisogna dire che se la cava bene in ambedue i casi… anche se, a ben riflettere, stando almeno a questo primo album, non è possibile scindere i due aspetti della personalità artistica di Donatello. Questo perché il musicista evidenzia una bella facilità di scrittura e nelle sue composizioni (sette su otto) si avverte da un canto una ottima conoscenza del mondo jazzistico, dall’atro l’urgenza di esprimersi con un proprio linguaggio pur tenendo conto del vissuto. Di qui una serie di composizioni che pur richiamando qua e là varie fonti di ispirazione, denotano comunque una sicura originalità. La stessa originalità che D’Attoma cerca anche dal punto di vista esecutivo: perfettamente padrone dei propri mezzi espressivi il pianista adatta la tecnica, sicuramente pregevole, alle esigenze espressive di ogni singolo pezzo denotando così una tavolozza coloristica di sicura valenza. E ne abbiamo piena contezza ascoltando i suoi assolo (anche al Rhodes): essenzialità, eleganza, gusto melodico, un certo gioco introspettivo ne sono le caratteristiche peculiari a conferma della complessa personalità di un musicista che , se prosegue su questa strada, potrà dire la sua nel pur difficile e affollato mondo del . Per chiudere consentitemi una citazione dell’ottimo lavoro svolto da Gaetano Partipilo particolarmente efficace soprattutto in “Room 2/b” dove prende un assolo particolarmente centrato e appassionante.

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Francesca Leone – “Comos violoes”

Francesca Leone – “Comos violoes”

Francesca Leone – “Comos violoes” – fo(u)r C0405
Questo album nasce – lo spiega la stessa Francesca nelle note di accompagnamento dell’album – “dalla condivisione dell’amore per la bossanova” tra lei, Eddy Palermo e Guido Di leone, tre personaggi particolarmente attivi in quella parte del panorama jazzistico italiano chiaramente orientato verso la musica brasiliana, bossa nova in particolare. In particolare la Leone aveva già evidenziato altre volte con quale sensibilità e sicurezza ha saputo affrontare un certo tipo di repertorio, lo stesso che costituisce pane quotidiano per Eddy Palermo mentre Guido Di Leone è un chitarrista più onnivoro nel senso che tra le sue preferenze non c’è solo la musica brasiliana ma anche lo swing, il bop, certe atmosfere cool . Accanto a questi tre grandi solisti, l’album annovera anche Dario Di Lecce al contrabbasso e Renato D’Aiello alla batteria. Il risultato è assolutamente godibile per una serie di motivi facilmente individuabili. Innanzitutto le capacità interpretative della vocalist: la Leone affronta gli undici brani (tra cui un original firmato da Guido Di Leone e dalla stessa Francesca) con grande equilibrio, grande capacità tecnica, senza però strafare, tentando in ogni modo di restituire all’ascoltatore l’intrinseca natura di ogni brano. Dal canto loro i due chitarristi si integrano alla perfezione pur nell’evidente diversità di linguaggio mentre l’apporto ritmico-armonico di basso e batteria è assolutamente in linea con la bravura degli altri. In tale quadro si inserisce in modo assai appropriato il sax tenore di Renato D’Aiello in “Bolsa Nova” (l’original cui si accennava in precedenza) e “I concentrate on you” di Cole Porter.

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Onofrio Paciulli – “Musicopoli”

Onofrio Paciulli – “Musicopoli”

Onofrio Paciulli – “Musicopoli” – Philology W 736.2
Non è certo la prima volta che Paolo Piangiarelli , con la sua Philology, pone all’attenzione generale dei giovani talenti degni della massima considerazione. La stessa cosa può dirsi per questo pianista, nato a Bari nel 1979, e diplomatosi in pianoforte classico presso il conservatorio N. Piccinni delle stesa città nel 2007. Forte di questa solida preparazione tecnica, Onofrio ha poi studiato jazz con musicisti quali Vito Di Modugno, Guido Di Leone, Franco D’Andrea…e i risultati si vedono tutti. L’album è, infatti, di eccellente fattura ed evidenzia un musicista già maturo in grado di affrontare con personalità e sicurezza anche brani piuttosto complessi. Così è davvero notevole l’interpretazione del celeberrimo “Caravan” che Onofrio affronta al piano solo con rara eleganza, sfrondarlo da qualsivoglia ornamento superfluo e rendendo così all’ascoltatore il brano nella sua più genuina nudità. Altra prova difficile, ma superata alla grande, la riproposizione, in piano solo, di un altro pezzo battuto e “strabattuto” come “Body and soul”: anche in questo caso Paciulli non si rifugia nei clichés ma cerca e trova una vita interpretativa assolutamente personale. Così come piuttosto personale appare la sua scrittura evidenziata in ben sette dei dieci brani che compongono il CD. Se a tutto ciò si aggiunge la bravura dei partners – Roberto Bonisolo al sax tenore, Pierluigi Balducci al contrabbasso e Mauro Beggio alla batteria, in alternanza in un solo brano col giovane Fabio Delle Foglie – si avrà un’idea della valenza di questa prima fatica discografica da leader di Onofrio Paciulli.

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Marilena Paradisi – “Rainbow inside”

Marilena Paradisi – “Rainbow inside”

Marilena Paradisi – “Rainbow inside” – Silta Records
Marilena Pardisi è vocalist di notevole livello ma fino ad oggi non aveva avuto modo – discograficamente parlando – di evidenziare tutto il suo valore. Questo CD colma tale lacuna e ci mostra una cantante straordinaria, ben accompagnata da Arturo Tallini alla chitarra, e perfettamente in grado di affrontare pagine musicali davvero difficili con grande competenza, disinvoltura e spregiudicatezza. In effetti il repertorio di “Rainbow inside” è assolutamente atipico: una serie di improvvisazioni – per la precisione dodici tracce – registrate di seguito in un’unica sessione di lavoro in cui non c’è alcunché di preparato, senza punti di riferimento… insomma una sorta di triplo salto all’indietro senza rete. L’album nasce da un’idea della cantante che da sempre studia le molteplici possibilità della voce umana in un caleidoscopio di situazioni che vanno dalla musica colta a quella contemporanea, dall’etno-folk al jazz senza alcuna barriera ma con il precipuo intento di transitare dall’uno all’altro terreno. Il tutto accompagnato dalla volontà di ricercare un suono “primitivo” e di trasformare in suono le immagini pittoriche, fotografiche, filmiche.. tanto è vero che questo album nasce proprio in accoppiata con dodici acquarelli appositamente dipinti da Alessandro Ferraro. Così la voce di Marilena si insinua in ogni piega della musica proposta dal suo partner, in uno scambio continuo di intenti poetici che non soffrono alcun momento di stanca, con salti di registro, equilibrismi vocali, timbriche differenziate che disegnano la statura di una grande artista. Così come grande artista è sicuramente il chitarrista Arturo Tallini da anni giustamente considerato uno dei più innovativi sperimentatori nell’ambito della musica colta contemporanea; in questa sede, nonostante il suo ruolo sia quello di assecondare la vocalist, tuttavia Tallini mette egualmente in mostra una musicalità, una sensibilità, una tecnica, una volontà di ricerca assolutamente straordinarie.

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Aisha Ruggieri – “Playing Bacharach”

Aisha Ruggieri – “Playing Bacharach”

Aisha Ruggieri – “Playing Bacharach” – geco records 100/005
Il titolo dell’album non potrebbe essere più chiaro: una pianista ha il coraggio di affrontare il repertorio dovuto alla penna di Burt Bacharach e lo fa in quartetto con Gianluca Carollo e flicorno, Edu Hebling contrabbasso e Mauro Beggio alla batteria. Operazione riuscita? Francamente è arduo fornire una risposta esauriente dal momento che ci troviamo dinnanzi a brani fortemente caratterizzati, che sono entrati nella nostra mente e nel nostro cuore grazie ad alcune straordinarie interpretazioni il cui livello è difficile da raggiungere. Ciò detto bisogna dare atto alla Ruggieri di essersi mossa bene all’interno di questo universo così complesso, di aver affrontato la prova con grande carattere evidenziando uno stile maturo frutto sia di studio classico sia di una profonda conoscenza di tutto il pianismo jazz ance se, nel suo periodare, è riconoscibile soprattutto l’influenza di Bill Evans specie dal punto di vista armonico. Bene ha poi fatto la pianista a scegliere anche brani poco battuti come “A House Is Not A Home” e “Magic Moments”. Ispirandosi al Maestro, la Ruggieri presenta anche due sue “ Afrodita’s Dinner” e “Thanatos”: nella prima in bella evidenza la di Gianluca Carollo, mentre nella seconda si fa particolarmente ammirare il contrabbasso di Edu Hebling.

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SADO - Societa Anonima Decostruzionismi Organici – “Weather Underground”

SADO - Societa Anonima Decostruzionismi Organici – “Weather Underground”

SADO – Societa Anonima Decostruzionismi Organici – “Weather Underground”
SADO si autodefinisce come gruppo musicale di “avanguardia decostruttiva”, e certo non si puo’ solo definire “gruppo musicale”, dato che ha come manifesto ispiratore il complicatissimo “Tractatus Logico-Philosophicus” di Ludwig Wittgenstein, opera fondamentale della filosofia del linguaggio novecentesca. Senza addentrarci nell’ analisi della trasposizione di tali principi filosofici nel capo del linguaggio musicale “de costruttivo”, il senso che emerge dal lavoro dei SADO e’ che il tema musicale debba avere un significato insito in se stesso e debba quindi essere alleggerito da qualsiasi altra sovrastruttura semantica metafisica o metalinguistica. In particolare “Weather Underground” prende in esame i comunicati del gruppo terroristico statunitense omonimo attivo negli USA appunto negli anni 70, gruppo terroristico anomalo poiche’ con gli stessi comunicati forniva in anticipo indicazioni talmente precise sulla collocazione degli ordigni e sugli orari previsti dell’ esplosione degli stessi che non fece mai neanche una vittima, ma attiro’ l’ attenzione su importanti temi allora socialmente rilevanti.
I due cd (uno in italiano ed uno in inglese) sono strutturati alternando la lettura dei comunicati, lettura e canto di testi poetici “destrutturati” di Krauspenhaar , ed esecuzione di accattivanti brani musicali tra un annuncio e l’ altro.
In questa sede la parte musicale e’ quella che ci interessa maggiormente, e bisogna dire che e’ di grande rilievo, parla di blues, di musica elettronica, di swing, di musica “psichedelica” anni ’70, atmosfere latine, rock duro, brani iper – sperimentali molto ben confezionati , rumori ed elettronica e vocalita’ portata alle estreme conseguenze in virtu’ appunto del “manifesto di intenti” che ne e’ alle spalle. Musica godibile e in molti casi anche meno “di rottura” di quanto non si immagini: ci si puo’ in piu’ casi appoggiare uditivamente ad un gia’ noto che (in un progetto cosi’ ambizioso) e’ tranquillizzante. I musicisti sono di alto livello e di conseguenza anche la musica di questo cd e’ molto coinvolgente. I testi sono interessanti e andrebbero senz’ altro approfonditi meglio di quanto in questa sede sia lecito fare. In un sito che si occupa di Jazz come questo pero’ va sottolineato che la parte musicale in questione di questo “Weather Underground” in se non e’ poi cosi’ “nuova”. La novita’ e’ tutta nell’ interdisciplinarieta’ tra letteratura – filosofia del linguaggio e musica, e’ nel progetto, ma il Jazz in se per se puo’ essere piu’ all’ avanguardia di cosi’, senza nulla togliere alla validita’ di questo ambizioso e (coltissimo) lavoro, ammirevole per profondita’ concettuale, per cui ogni brano ha una sua importante valenza all’ interno della filosofia del progetto stesso. Forse pero’ si toglie importanza alla capacita’ intrinseca di novita’ e di profondita’ espressiva che il Jazz in se per se puo’ potenzialmente avere, anche solo per la valenza improvvisativa che ne e’ la caratteristica fondamentale, e che ne fara’ sempre un genere dinamico culturalmente e mai vetrificato, capace di veicolare messaggi e concetti senza l’ apporto di tante altre parole. (Daniela Floris)

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Gianni Savelli Media Res – “Que la fête commence”

Gianni Savelli Media Res – “Que la fête commence”

Gianni Savelli Media Res – “Que la fête commence” –Alfa Music 135
Musica poliedrico, il sassofonista e flautista Gianni Savelli da qualche tempo guida il gruppo “Media res”, completato da Aldo Bassi tromba e flicorno, Pierpaolo Principato piano, Luca Pirozzi contrabbasso e Marco Rovinelli batteria e percussioni cui si sono aggiunti, in questo album come ospiti d’onore, Iginio De Luca alle percussioni, Gaia Orsoni alla viola, Gianni Oddi al clarinetto, Elvio Ghigliordini al clarinetto basso e Andrea Biondi al vibrafono… come a dire una serie di nomi ben conosciuti ed apprezzati nell’ambito del jazz made in Italy. Il repertorio si basa su sette brani tutti composti ed arrangiati dal leader che quindi si conferma musicista completo. Ciò detto, è lo stesso Savelli a spiegare nelle note che accompagnano il CD la sua concezione della musica, come una sorta di viaggio che “va avanti da solo e non può arrestarsi se non alla fine: è la musica stessa che si scrive da sé”. In realtà, nonostante – come spiega ancora Savelli – i singoli brani prendano spunto da visioni, emozioni che si sedimentano nell’anima per trasformarsi successivamente in suggestioni musicali, nella poetica del sassofonista è ben presente da un canto la conoscenza e il rispetto delle radici africane del jazz (“lezione” trasmessagli da Yusef Lateef) dall’altro una certa naturale propensione verso il folklore dell’aria balcanica rivissuto dal Savelli con sincera partecipazione (si ascolti in special modo il brano che chiude il CD “Sevdah” termine con cui si indica un particolare tipo di musica bosniaca, – musica malinconica, da camera – molto differente da come la gente immagina la musica balcanica). Insomma un CD che trova la sua principale ragion d’essere proprio nella capacità del Savelli di scrivere musica assolutamente attuale pur nella sua jazzistica classicità.

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Ivan Vicari – “Colpo di coda”

Ivan Vicari – “Colpo di coda”

Ivan Vicari – “Colpo di coda” – club records 017
Questo album ci è giunto solo adesso nonostante sia uscito già da qualche tempo ma, come fatto in altre occasioni, ve lo segnalo egualmente perché sarebbe un peccato non conoscerlo. Vicari fa parte di quella non piccola schiera di musicisti che, nonostante un indubbio talento ed una grande preparazione tecnica, non hanno ottenuto il riconoscimento che meritano. E questo CD ne è l’ennesima prova. Si tratta, in effetti, di un al bum che non esito a definire ottimo e per più di un motivo. Innanzitutto la scelta del repertorio: una serie di brani, tutti ben conosciuti, ma proprio per questo difficili da affrontare presentando termini di paragone assai evidenti. Così si va da Pat Metheny (“Song for Bilbao”) a Charlie Parker (“Billie’s bounce”), da Luiz Bonfà (“Samba di Orfeo”) a (“Mimosa”), da Walter Booker (“Saudade”) a Wes Montgomery (“Road song”) con l’aggiunta di due composizioni dello stesso Vicari, a disegnare un quadro quanto mai composito ma estremamente coerente nelle forme e nei colori. In secondo luogo la qualità degli arrangiamenti cuciti addosso ad un organico assolutamente atipico: accanto al leader suonano solo due musicisti di livello quali il sassofonista Genzo Okabe e il percussionista Karl Potter. Infine la straordinaria bravura di Ivan che al “suo” strumento evidenzia una classe, una padronanza, una sensibilità davvero difficili da trovare. Il suo feeling pervade tutto l’album, dalla prima all’ultima nota, coinvolgendo l’ascoltatore in un flusso continuo che non conosce attimo di stanca, tanto da non temere confronti con i più celebrati maestri di oggi quali, tanto per fare qualche nome, Joey Di Francesco, Larry Goldings, Gary Versace e Barbara Dennerlein. Insomma è uno di quei non molti dischi che potresti sentire una, due, tre volte di fila e scoprire sempre nuove sfaccettature, diverse angolazioni, più profonde sfumature.

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