I nostri libri
- Paola De Simone – “Odio l’Estate” – Donzelli Canzoni pgg.130 € 17,00
- Alex Ross – “Il resto è rumore – Ascoltando il XX Secolo” – Bompiani pgg. 875 € 29,50
- Arrigo Arrigoni – “Jazz foto di gruppo – Mito , storia, spettacolo nella società americana” – Il Saggiatore – pgg.525 € 22,00
Paola De Simone – “Odio l’Estate” – Donzelli Canzoni pgg.130 € 17,00
Nonostante il jazz italiano abbia oramai raggiunto posizioni di assoluto rilievo nel panorama internazionale, dal punto di vista compositivo c’è un solo brano made in Italy che sia divenuto un vero e proprio standard eseguito dai più grandi jazzisti del mondo: “Odio l’estate” meglio conosciuto come “Estate”.
A questa straordinaria canzone Paola De Simone dedica un libro di facile lettura; l’autrice ci racconta con dovizia di particolari come e perché nel 1960 nacque questo pezzo soffermandosi anche sul testo così particolare di Bruno Brighetti, un amico ed un artista con cui Martino condivise molti anni lavorando in giro per il mondo. Naturalmente nulla vi svelerò circa le circostanze che portarono Martino e Brighetti a comporre “Estate”, ché altrimenti vi toglierei parte del piacere di leggere il libro che, comunque, assai opportunamente, non si limita a raccontarci la storia del brano ma traccia un ritratto abbastanza esaustivo del suo autore, Bruno Martino.
Compositore di grande originalità, pianista di squisita fattura e soprattutto interprete di rara bravura e sensibilità, Bruno Martino ancora oggi non ha ottenuto i riconoscimenti che merita: è vero, è stato considerato il re del “night” vale a dire il migliore esponente di quella cultura musicale (e non solo) che si affermò in Italia negli anni’60. Ma ricordarlo solo così sarebbe davvero riduttivo: ecco allora che la De Simone ci ricorda il suo lato jazzistico, di come Bruno, nato a Roma nel 1925, si interessò dapprima alla musica classica e poi al jazz nel cui ambito incominciò a farsi conoscere nell’immediato dopoguerra, suonando tra l’altro con l’orchestra della RAI diretta da Piero Piccioni. Di qui l’esperienza con l’orchestra 013, la partecipazione al Festival del jazz di Firenze del ‘48… e poi la ricerca del successo all’estero, la lunga permanenza in Danimarca, il ritorno in Italia.
Tutte queste tappe vengono descritte nel libro senza alcuna enfasi retorica, così come senza retorica, nelle pagine successive si cerca di delineare la figura di Bruno Martino come uomo, giovandosi di una serie di testimonianze ben scelte come quella della donna che l’ accompagnò negli ultimi trent’anni, con amore, affetto e comprensione.
Insomma un libro imperdibile per chi ama “Estate” e il suo indimenticabile autore.
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Alex Ross – “Il resto è rumore – Ascoltando il XX Secolo” – Bompiani pgg. 875 € 29,50
Se i libri voluminosi vi impensieriscono e il più delle volte preferite trascurarli, fate un’eccezione alla vostra regola (ad onor del vero non proprio giustissima) e dedicatevi alla lettura di questo gustoso volume: alla fine ne sarete più che soddisfatti e per più di un motivo.
Innanzitutto il piacere insito nella lettura: Alex Ross scrive bene e nell’occasione è stato tradotto in maniera impeccabile da Andrea Silvestri che ne ha reso lo stile scorrevole e di immediata comprensione per tutti.
In secondo luogo l’interesse della materia; Ross analizza la musica del Novecento nei suoi tratti essenziali e lo fa partendo da un presupposto logico che ci sembra quanto mai esatto: non esiste un genere musicale superiore agli altri per grazia ricevuta, ogni espressione artistica va collocata nel giusto contesto e analizzata per ciò che ha saputo rappresentare in quel determinato contesto storico. Di qui un continuo rimbalzare dei vari piani di analisi: da quello storico a quello culturale a quello meramente musicale, in una sorta di narrazione entusiasmante, spesso non dissimile da quella di un romanzo ben fatto.
Dovendo esaminare un secolo di musica l’Autore ha però dovuto fare delle scelte privilegiando dei contenuti rispetto ad altri: così, fermo restando quanto sottolineato in precedenza, l’opera è incentrata sulla musica accademica e il resto è visto soprattutto in funzione delle reciproche influenze con questa espressione artistica. La tesi di fondo è che lo scetticismo e la prevenzione con cui si guarda alla musica colta del XX secolo sono del tutto ingiustificati dal momento che la stessa ha invece avuto molti motivi di contatto con gli altri generi. Così – sottolinea Ross – nelle musiche da film hollywoodiani non è difficile imbattersi in sonorità che provengono dall’avanguardia, così come nello stesso rock si ritrovano tracce del minimalismo mentre nel jazz è quasi superfluo sottolineare l’importanza degli accordi atonali. Ecco per quanto concerne in particolare il jazz, l’Autore dedica una certa attenzione alla musica degli anni Venti, a George Gershwin a Duke Ellington, al bop ovviamente con uno spazio per noi “jazzofili” non sufficiente ma coerente con il contesto della narrazione globale.
Utili , anche se non esaustivi (impresa d’altro canto impossibile) gli ascolti e le letture consigliate mentre particolarmente interessante è il rinvio al sito www.therestisnoise.com/audio ove è possibile trovare una guida sonora gratuita.
Un’ultima considerazione: il titolo del libro è mutuato dall’ultima frase di Amleto: ”The rest is silence”.
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Arrigo Arrigoni – “Jazz foto di gruppo – Mito , storia, spettacolo nella società americana” – Il Saggiatore – pgg.525 € 22,00
Mai come in questi ultimi anni c’è stata una così vasta pubblicistica sul jazz, impresa in cui si misurano con buon successo anche numerosi autori italiani. E’ il caso di Arrigo Arrigoni che ci consegna un libro di sicuro interesse, anche perché solleva tutta una serie di questioni su cui il lettore è chiamato a prendere posizione. E lo fa subito, sin dalle primissime pagine; il libro prende, infatti, le mosse da “A great day in Harlem”, una celeberrima foto scattata nel 1958, e a tutt’oggi considerata un’icona nell’immaginario della comunità jazz mondiale: Art Blakey, Charles Mingus, Thelonius Monk, Lester Young , Dizzy Gillespie … una foto dei personaggi che hanno fatto la storia del jazz. Dopo di che l’Autore esplicita le direttrici che guideranno il suo lavoro: “il jazz nel decennio 1970-80 – scrive Arrigoni – ha imboccato la strada dell’involuzione e del tramonto… gli ultimi protagonisti stanno anagraficamente assottigliandosi senza che una nuova generazione si affacci al proscenio…” di qui l’intento di parlare solo del “valore estetico di questa musica, dei miti del jazz, della sua storia conclusa e definita…”. Affermazioni, come si nota, che rappresentano opinioni forti e su cui personalmente non sono d’accordo…In effetti questa apocalittica visione secondo cui il jazz sarebbe in fase di estinzione somiglia tanto all’altra leggenda metropolitana per cui anche il rock, quello vero, sarebbe oramai morto e sepolto. Ora non c’è dubbio che le mutate condizioni di vita abbiano mutato anche il modo di percepire la musica per cui sia il jazz sia il rock dovranno riorganizzarsi per essere più confacenti all’era moderna ma finché ci sarà qualcuno che vorrà esprimersi in musica in modo originale, passionale e soprattutto fuori dagli schemi jazz e rock non moriranno. Scusate questa breve digressione ma la diversità di opinioni con l’Autore nulla toglie alla valenza del volume che si fa apprezzare indipendentemente dal fatto che si creda o meno alla dipartita del jazz.
Quali, allora, i punti di forza del libro? Sicuramente nell’affrontare la vasta e complessa tematica dell’universo jazz in modo originale; il consueto ordine cronologico viene abbandonato per procedere per argomenti che abbracciano archi temporali più o meno vasti. Così la musica jazz viene inserita in un contesto assai più ampio che comprende le condizioni socio-economiche, culturali, in cui la stessa nasce e si sviluppa contribuendo così, in maniera determinante, alla comprensione di un fenomeno musicale altrimenti difficilmente spiegabile. Illuminanti, ad esempio, le pagine in cui si parla delle mafia siciliana e del suo rapporto con i “negri” a New Orleans. In effetti Arrigoni illustra assai bene l’importanza delle varie città nell’evolversi del jazz, il formarsi dei ghetti urbani, il ruolo in ciò rivestito dalla musica: così riviviamo le gesta dei neri (tra cui molti musicisti) emigrati a Chicago dal Sud che fecero crescere la popolazione di colore dalle 10.00 unità del 1880 alle 120.000 unità del 1910. E poi via via l’importanza di altri grossi centri urbani quali Kansas City,New York… ed ancora la California con Los Angeles, San Diego, San Francisco il cui jazz, secondo Arrigoni, fu tutt’altro che poco reattivo alla rivoluzione bop dal momento che proprio in California la musica di Parker e Gillespie viene adottata dai musicisti neri “ quasi fosse un manuale di guerriglia e un’arma di sopravvivenza”. Ecco quindi, un’altra tesi assolutamente contro-corrente anche se, effettivamente gli studi più recenti tendono a dare diverse interpretazioni del cd “jazz californiano”. Insomma, in questo straordinario scenario, Arrigoni contestualizza in modo assai intelligente i vari personaggi del jazz fino a giungere a colui che considera l’ultimo grande, Albert Ayler, sulla cui drammatica fine ancora non è stata fatta chiarezza: “la morte di Albert Ayler – sostiene Arrigoni – rappresenta simbolicamente la fine del Jazz, di tutto il jazz moderno e non soltanto della sua forma free”. Il libro si chiude con alcune pagine dedicate al compositore, percussionista e poeta cieco Louis Hardin (1916-1999) detto Moondog, cane che abbaia alla luna, personaggio su cui – non vorrei sbagliarmi – hanno scritto pochissimi autori.
A completare il tutto un ricco apparato di “note” ed un utilissimo “indice dei nomi”; a proposito delle note una domanda: perché porle tutte alla fine costringendo il lettore ad un’inutile e noiosa ginnastica tra la pagina e che si legge e la ricerca della nota? Non sarebbe più semplice porre le note a margine del testo… anche perché forse si eviterebbero errori come quello riguardante Blind Willie Johnson la cui data di nascita secondo quanto riportato a pag. 20 è il 1897 mentre nella relativa nota 11 (a pag.450) viene spostata al 1902; invariata la data della scomparsa 1949.
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