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Di Gerlando Gatto. Pubblicato in I nostri CD, Recensioni

Beppe  Aliprandi – “Natura morta con flauto”

Beppe Aliprandi – “Natura morta con flauto”

Beppe Aliprandi – “Natura morta con flauto” – Ultra Sound US CD068

Beppe Aliprandi al sax alto, sax tenore, flauto, Francesco Pinetti al , Yuri Goloubev al e Marco Zanoli alla sono i componenti del “Jazz Academy New Quartet” che ci regala quest’ottimo album. Aliprandi, oltre le sue già ben note qualità di strumentista, evidenzia anche quelle di compositore dal momento che tutti i brani sono sue composizione eccezion fatta per il primo e l’ultimo rispettivamente di Thelonious Monk e Cal Tjader. E l’album si muove lungo coordinate ben precise che trovano in Monk e Tjader punti di riferimento ben precisi essendo molti pezzi costruiti sulle armonie di celebri brani di grandi del jazz quali, oltre i già citati artisti, Eric Dolphy, Fats Waller e Ornette Coleman. E questa elencazione la dice lunga sul tipo di musica che si ascolta: un jazz estremamente variegato che passa da pezzi del tutto strutturati a brani quali “Limone e panna” e “Forsizia” che si avvicinano al free jazz in quanto le strutture sono assai labili , come illustra lo stesso Aliprandi. In ogni caso la musica prodotta è di eccellente qualità: in primo piano il fitto dialogo tra i fiati di Aliprandi e il vibrafono di Pinetti, ottimamente sostenuti da una eccellente sezione ritmica: Marco Zanoli fornisce un’eccellente prova grazie ad un drumming continuamente variato eppure sempre preciso e puntuale mentre il contrabbasso di Yuri Goloubev ha la funzione, non facile, di punteggiare e accentuare il tutto, anche quando il quartetto sembra non seguire alcuno schema prefissato rendendo così particolarmente ardua l’opera dello stesso bassista.

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Federica Baioni – “La vetrina delle vanità”

Federica Baioni – “La vetrina delle vanità”

Federica Baioni – “La vetrina delle vanità” – 0206431 CET

Dopo una lunga gavetta fatta di esibizioni in club, in festival di jazz e d’autore, in trasmissioni televisive, in spettacoli teatrali,  ecco il primo album firmato da Federica Baioni. La cantautrice si presenta al difficile pubblico del jazz alla testa di un agguerrito quartetto con Giuliano Valori al piano, Dario Esposito alla batteria e Maurizio Perrone al contrabbasso. A questi si aggiungo, in qualità di ospiti, il sassofonista Daniele Scannapieco in “Le stelle cadenti solo per me”, il trombettista Antonello Sorrentino in “Sola”, “Notte” e “Tremula nenia”, la violinista Vanessa Cremaschi in “Lampi di luna” e la “Vetrina delle vanità” mentre l’oud e le percussioni di Bob Salmieri si fanno ammirare in “Grido di pace”.

Ma evidentemente la protagonista assoluta è lei, Federica Baioni, che ha scritto anche testi e musica di quasi tutti i brani presenti nel CD confermandosi musicista a tutto tondo, capace di sintetizzare le varie esperienze che l’hanno accompagnata fin qui e che la portano, fatalmente, a frequentare territori non strettamente jazzistici in cui un posto di rilievo l’occupano la canzone d’autore, il pop, la folk musica, i ritmi latini con qualche venatura di world music. Il tutto condito da un pizzico d’ironia che mai guasta.

I pezzi sono tutti godibili con una preferenza personale per “Sola” e “Quando”.

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Silvia Bolognesi – “Large”

Silvia Bolognesi – “Large”

Silvia Bolognesi – “Large” –

Questo è l’album autoprodotto, attraverso cui la contrabbassista ha avuto modo di farsi conoscere ed apprezzare da parte della critica. In effetti il CD presenta un gruppo, l’ “Open Combo” diretto con grande fermezza e competenza dalla Bolognesi che così evidenzia i molteplici aspetti della sua complessa personalità artistica: innanzitutto una strumentista capace di fornire un sostegno ritmico elastico e pulsante, in secondo luogo una compositrice di buona originalità (nove dei quindici brani presenti nel CD suono suoi), infine una leader e arrangiatrice già matura e perfettamente in grado di guidare i compagni nella direzione voluta. Così l’Open Combo si muove con grande disinvoltura su terreni non sempre facili che si richiamano di volta in volta a Mingus così come alle forme più avanzate di conduzione orchestrale. Il risultato è, comunque, sempre lo stesso vale a dire un jazz fresco, in cui le fitte trame orchestrali sono impreziosite da frequenti uscite solistiche affidate a tutti i componenti del gruppo tra cui spiccano, oltre la stessa Bolognesi, Sergio Gistri e Luca Marianini alla , Dimitri Grechi Espinosa sax alto e tenore e Ian Da Preda al vibrafono.

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Enrico Bracco – “Unresolved”

Enrico Bracco – “Unresolved”

Enrico Bracco – “Unresolved” – LhoB0

Enrico Bracco è un chitarrista romano che ha già al suo attivo alcuni CD come leader e partecipazioni in altri album; questa volta lo incontriamo alla testa del suo quintetto con Daniele Tittarelli sax, Pietro Lussu piano, Stefano Nunzi basso, Andrea Nunzi batteria e Alice Ricciardi vocalist che si ascolta solo nel brano di apertura da cui il titolo dell’intero album. Il gruppo esegue nove brani di cui otto firmati dallo stesso chitarrista; l’eccezione è costituita da “Giant steps” di John Coltrane. Nonostante la titolarità del disco sia intestata a Bracco Bracco, in realtà il quintetto si basa sul fitto dialogo tra il chitarrista e Daniele Tittarelli, sassofonista tra i più originali dell’attuale panorama italiano. I due collaborano da oltre dieci anni in formazioni diverse ed anche in questa occasione danno un saggio della loro intesa che si basa su una concezione del jazz quale ideale punto di incontro tra le nuove tendenze e quella tradizione che mai deve essere negletta . Di qui una musica variegata, in cui vari linguaggi si mescolano in un alternarsi di atmosfere sempre rilassate ad evidenziare la gioia del fare musica assieme. Si ascolti al riguardo “Lansox”, “Brad” e “Rick” in cui , oltre al fitto duettare di Bracco e Tittarelli si evidenzia il contributo di tutti e cinque i musicisti i quali  se la cavano al meglio. Così ad esempio il pianista Pietro Lussu si fa ammirare in diverse occasioni tra cui “Chip” e “Giant Steps”; il contrabbassista Stefano Nunzi, oltre a fornire un supporto ritmico-armonico di prim’ordine, si produce in uno splendido assolo in “Mr. Marvellous” mentre il drumming di Nunzi risulta semplicemente perfetto per tutta la durata dell’album.

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Sabino De Bari – “Pas de chat”

Sabino De Bari – “Pas de chat”

Sabino De Bari – “Pas de chat” – Dodicilune Ed 276

Disco difficile questo di Sabino De Bari : l’artista di Molfetta si esibisce alla classica e acustica in splendida solitudine con un repertorio composto unicamente da sue composizioni. Già reggere un intero disco con la sola è cosa piuttosto difficile; se a ciò si aggiunge un insieme di pezzi nuovi di zecca e  certo non di facile ascolto, l’impresa assume i connotati di un vero e proprio salto nel buio. Quindi innanzitutto bisogna dare atto al musicista di avere avuto coraggio; in secondo luogo occorre sottolineare che il tentativo è da considerare ben riuscito.

De Bari evidenzia innanzitutto una eccellente preparazione di base che gli consente di padroneggiare lo strumento e di effettuare una valida ricerca sul suono sempre quanto mai equilibrato, senza sbavatura alcuna. Dal punto di vista compositiva, la sua penna scrive assai bene dal momento che riesce a far confluire in un unicum di buona originalità echi jazzistici, riferimenti alla musica classica del XX secolo e a quella contemporanea. Il risultato è una forma espressiva non accademica, non jazzistica, ma caratterizzata da grande vitalità coniugata con la bella semplicità di alcune linee melodiche come quelle che si ascoltano in “Tienimi per mano”, “Nel ricordo” e “Dedica Concorde” dedicato al comune amico Nicola Puglielli, un ottimo chitarrista romano che meriterebbe molta più attenzione di quella riservatagli fino ad oggi. Da sottolineare infine la notevole carica di swing che De Bari fa come scorrere in sottofondo in molte delle sue composizioni, senza mai portarlo in primo piano ma evidente per chi sa ascoltare con attenzione.

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Paolo Fresu/A Filette Corsican Voices/ Daniele di Bonaventura – “Mistico Mediterraneo”

Paolo Fresu/A Filette Corsican Voices/ Daniele di Bonaventura – “Mistico Mediterraneo”

Paolo Fresu/A Filette Corsican Voices/ Daniele di Bonaventura – “Mistico Mediterraneo” – ECM 2203

Nella sua continua ricerca, l’instancabile Paolo Fresu si imbatte questa volta nelle melodie corse impersonate dallo straordinario gruppo polifonico “A Filetta”; l’organico è completato da Daniele di Bonaventura al bandoneon. Il risultato è un album allo stesso tempo di rara raffinatezza e grande potenza, basato in parte su pezzi tradizionali e in parte su brani scritti da componenti del gruppo. Le voci dei cantori corsi si stagliano nitide esibendosi spesso a cappella mentre i due strumentisti sanno ritagliarsi appositi spazi non necessariamente di primo piano, puntellando e sottolineando lo splendido lavoro delle voci. In questo particolare ambito Fresu si fa apprezzare ancora una volta sia per la straordinaria liricità del suo linguaggio sia per la purezza del suono mentre Daniele di Bonaventura riesce a piegare uno strumento non facilissimo come il bandoneon alle esigenze espressive dell’assieme giocando soprattutto sulla dinamica e sulle sfumature. Di qui una musica dal sapore arcaico, ma di enorme suggestione, affascinante, in cui la musica stessa sembra prendersi la più clamorosa delle rivincite su quanti vogliono necessariamente racchiuderla in recinti più o meno precisi: qui non si parla di jazz, di classica, di folk… ma solo e semplicemente di musica, grande musica.

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Nexus – “Nexus plays Nexus”

Nexus – “Nexus plays Nexus”

Nexus – “Nexus plays Nexus” – Splasc (H) CDH 1550.2

Non c’è dubbio alcuno che I Nexus siano uno dei gruppi più longevi (festeggiano il trentesimo compleanno) e creativi che la storia del jazz italiano abbia mai potuto vantare, e questo album ne è l’ennesima dimostrazione.  Registrato nel 2010, quindi sei anni dopo “Rivers of dreams” , il gruppo presenta oltre ai due leaders Tiziano Tononi alle percussioni e Daniele Cavallanti ai sassofoni,Silvia Bolognesi al contrabbasso, Emanuele Parrini alla viola e violino e Achille Succi al sax alto e clarinetto basso. Il mutamento di organico nulla ha tolto alla compattezza del gruppo che si ripresenta al suo pubblico con un repertorio composto da vecchie composizioni da nuovi brani in un caleidoscopio musicale che valorizza al meglio sia l’assieme sia i singoli solisti. Così la Bolognesi si fa apprezzare per la cavata potente e precisa, splendido complemento del gioco percussivo di Tononi, instancabile cercatore di un sound sempre nuovo e di un drumming ancorato alle radici poliritmiche africane; entusiasmante il duettare di Cavallanti e Succi mentre Emanuele Parrini aggiunge un importante elemento timbrico alla già ricca tavolozza del gruppo, con una pertinenza davvero ragguardevole. A titolo meramente esemplificativo (ché tutti i brani meritano attenzione) si ascoltino il primo e l’ultimo titolo, ambedue dovuti all’immaginifica penna di Andrew Cyrille vero e proprio punto di riferimento del gruppo.

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PMJO Parco della Musica Jazz Orchestra & Maurizio Giammarco – “Open On Sunday”

Parco della Musica Jazz Orchestra & Maurizio Giammarco – “Open On Sunday”

PMJO Parco della Musica Jazz Orchestra & Maurizio Giammarco – “Open On Sunday” – 025 CD

Quando ne ho avuto l’occasione, ho sempre espresso la mia stima incondizionata per Maurizio Giammarco che, oltre ad essere un grande musicista, è altresì persona di straordinaria delicatezza e sensibilità. E’ quindi con estremo piacere che posso tornare a parlarne grazie a questo ultimo disco prodotto dalla Parco della Musica Records, un CD doppio che però viene venduto come un singolo. Protagonista la Parco della Musica Jazz Orchestra, una formazione stabile che, sotto la sapiente regia di Maurizio Giammarco, ha vissuto quattro stagioni esaltanti esibendosi ogni mese in due concerti domenicali e un concerto serale, collaborando con alcuni fra i più prestigiosi band leaders internazionali e, quel che più conta, facendo conoscere al pubblico italiano alcuni dei migliori arrangiamenti che siano mai stati scritti nella storia delle big band. Insomma un esperimento perfettamente riuscito che è stato interrotto solo per motivazioni economiche. Questo doppio album testimonia, per l’appunto, la bontà dell’orchestra e presenta tutte le composizioni originali scritte per l’orchestra, oltre che dallo stesso Giammarco, da Mario Raffaele Corvini, Raffaele Scoccia, Claudio Cesar Corvini, Giuseppe Iodice, Gianni Savelli; a chiudere il programma uno standard senza tempo, “It don’t mean a thing” di Duke Ellington e Irving Mills. Ebbene in quest’ora e mezzo di musica ritroviamo quelle doti che ci avevano spinto spesso all’Auditorium per ascoltare l’orchestra: bel volume di suono, stimolante intersecarsi delle sezioni, intelligente ed originale uso della dinamica e della timbrica… il tutto valorizzato da arrangiamenti sempre originali e coerenti. Di qui la difficoltà di scegliere tra i dodici brani presenti nel doppio CD anche se personalmente mi hanno particolarmente colpito “Duru duru song” composto da Pino Iodice con uno splendido Aldo Bassi e “Aires Pics” di Maurizio Giammarco impreziosito dagli assolo dello stesso sassofonista, di Elvio Ghigliordini e di Pino Iodice.

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Steve Tibbetts – “Natural causes”

Steve Tibbetts – “Natural causes”

Steve Tibbetts – “Natural causes” – ECM 1951

Ancora un album firmato Steve Tibbetts per la ECM; dopo “Man About A Horse” del 2001, ecco questo  ”Natural Causes” che vede il chitarrista-Zen del Minnesota insieme al suo fido compagno Marc Anderson con il quale aveva debuttato in casa ECM nel lontano 1982 con “Northern song”. Questa volta i due sono impegnati in un programma acustico che rappresenta una novità assoluta nella discografia di Tibbets. Ad onta del ridotto organico, l’album ha il suo punto di forza proprio nello straordinario impatto che i due riescono ad avere sull’ascoltatore: immersi nelle tessiture dei brani (tutti composti dallo stesso Tibbetts eccezion fatta per “Gulezian” scritto assieme all’altro chitarrista Michael Gulezian) non ci si rende conto che ad eseguirli siano solo due musicisti. Si tratta, infatti, di vere e proprie miniature con un compiuto senso dell’orchestrazione in cui prevale un’atmosfera di bucolica serenità disegnata dalla chitarra di Tibbetts in contrapposizione con il gioco volutamente pulsante e quindi discordante delle percussioni di Anderson. Si ascolti ad esempio “Lakshmivana” in cui la particolare sonorità dello steel drum aggiunge un tocco timbrico di assoluta novità alle linee disegnate da Tibbetts il quale, a sua volta, propone al piano e alla kalimba un disegno propulsivo e quasi ipnotico nel fantastico “Chandogra”. Ma tutti i brani si fanno ascoltare con trasporto proprio per l’estrema naturalezza con cui i due si esprimono mettendo a nudo il loro mondo interiore, senza paura alcuna di apparire per quel che sono: due grandi artisti nel pieno della maturità espressiva.

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Treperqu@ttropiuuno – “Little big Horn”

Treperqu@ttropiuuno – “Little big Horn”

Treperqu@ttropiuuno – “Little big Horn” – comar 23 CD 0209

La storia di questo gruppo è piuttosto originale: in partenza i musicisti pensavano a due trii cioè due sax più contrabbasso o due sax più batteria; poi si è giunti ad un organico più tradizionale, un quartetto con Beppe Aliprandi (sax alto e tenore, flauto)

Luca Segala (sax soprano, tenore, baritono), Tito Managialajo Rantzer (contrabbasso)

e Massimo Pintori (batteria), che ha pubblicato per la Caligola il CD “Ironic”, ben accolto dal pubblico e dalla critica. Successivamente il quartetto è divenuto quintetto con l’aggiunta del trombonista svizzero Danilo Moccia ed ecco questo nuovo album che si muove, almeno in parte, lungo le direttrici tracciate con il precedente CD. Così alcuni brani hanno contatti con la musica accademica. In quest’ambito si ascolti con attenzione “Devil’s madness”, “Corale preludio N°2” e “Due profezie di Cassandra” in cui si può apprezzare una libera citazione da “Claire de lune” di Debussy; in tutti questi brani i musicisti, ben guidati dal leader, si avventurano in improvvisazioni di pretto sapore jazzistico pur restando in qualche modo ancorati al tema. Gli altri pezzi sono più vicini al mondo del jazz ortodosso a partire da “Africando” in cui è evidente il richiamo al blues, per passare al brano che da il titolo all’intero album e che si basa su libere improvvisazioni, per chiudere con “La baia del silenzio” sentito omaggio alla poetica di Ellington e Mingus.

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