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Di Gerlando Gatto. Pubblicato in I nostri CD, Recensioni


MAT Marcello Allulli Trio – “Hermanos”

MAT Marcello Allulli Trio – “Hermanos”

MAT Marcello Allulli Trio – “Hermanos” – Zone di Musica 1101

Sonorita’  contrastanti in questo “Hermanos” di Marcello Allulli, costruito con brani caratterizzati da ritmi sincopatissimi e dissonanze (garantite anche dall’ elettronica di Fabrizio Bosso e dai loops di Francesco Diodati), ma anche con episodi melodici molto morbidi ed orecchiabili : comunque un cd che si potrebbe definire di atmosfera, che gode di un proficuo dialogo tra musicisti, i quali mostrano di avere una bella intesa già dal primo brano.  Allulli modula il timbro del suo sax tenore in maniera sempre congrua al clima del brano, sia che duetti con la tromba di Bosso (guest d’ eccezione) , o che ricami improvvisazioni sugli ostinati di di Diodati, o che delicatamente si appoggi sul bel di Venier (“Inno”).  I brani sono intervallati da Intro molto suggestive suonate di volta in volta da uno dei musicisti in solo, delle quali le ultime note sono poi le prime del brano successivo, il che rende l’ ascolto fluido, quasi un viaggio sonoro tra asperità e momenti introspettivi ed evocativi.  “Hermanos”, che da’ il titolo al disco è dolce, nostalgico, latineggiante, orecchiabile, ben costruito perche’ comincia con la chitarra, piano piano, alla quale si unisce il coro, poi delicatamente la batteria: l’ entrata di Allulli e’ suggestiva, anche quando dal tema si libra in un bel solo intenso.  L’ apporto di Bosso e’ come spesso accade prezioso, per  via della sua notevolissima musicalita’,  che gli permette di costruire l’ atmosfera giusta in brani accattivanti, come “Madrid”, ad esempio,  nel quale riesce con la sua tromba ad entrare in sintonia con il clima che è sotteso al tema melodico, svelandone il senso senza risultare banalmente “spagnoleggiante”.  Non un’ esecuzione da cartolina, ma il regalo a chi ascolta di una descrizione emotiva e non  folkloristica, della quale si puo’ e si deve fare a meno, a questi livelli artistici.    Allulli e Bosso sanno essere anche virtuosi, energici e divertenti, Diodati alla chitarra svirgola movimentando ulteriormente brani briosi e sincopati (vedi ad esempio B.B.).  Baron non eccede con la sua batteria me casomai sottolinea ed esalta bei fraseggi spezzati molto jazzistici, concedendosi pero’ anche momenti di soli più “afro” (Intro 8).  Conclude il disco un bel brano “mediterraneo” molto lirico con la partecipazione di Antonio Jasevoli alla chitarra. (Daniela Floris)

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Cuban Masters – “Les Originales”

Cuban Masters – “Les Originales”

Cuban Masters – “Les Originales” –Connectors Records 59770-2

Quest’ottimo album, prodotto da Pablo Torres, riunisce alcuni di quei leggendari musicisti che hanno davvero scritto la storia della musica cubana. Ed è davvero incredibile ascoltare l’uno accanto all’altro personaggi celebrati quali, tanto per fare qualche nome, Israel Lopez “Cachao” che determinò il passaggio dal “Danzon” al “Mambo”; José Antonio Fajardo a ben ragione considerato il miglior flautista cubano di tutti i tempi; Alfredo “Chocolate” Armenteros grande trombettista; Carlos “Patato” Valdés passato alla storia per essere stato il primo ad utilizzare congas intonate su note diverse; Juan Pablo Torres uno tra i migliori trombonisti del latin- e nell’occasione direttore e arrangiatore dell’ensemble… e via di questo passo lungo una strepitosa galleria di personaggi che definire noti è un eufemismo. Visti tali nomi, per chi segue la musica cubana (o anche per quanti ne abbiano una superficiale conoscenza) è facile immaginare il tipo di musica che si ascolta: una serie di brani trascinanti, eseguiti con grande maestria, a evidenziare i molteplici aspetti della musica cubana. Di qui un serrato gioco d’assieme che lascia egualmente ampio spazio ai vari solisti; così il bassista Israel Lopez “Cachao” si fa particolarmente ammirare in “Cachao es Mambo”, “Toca la flauta Fajardo” si sostanzia in una vera e propria prova beneficiata per José Antonio Fajardo mentre il trombettista Alfredo “Chocolate” Armenteros evdienzia tutta la sua bravura in “Toma Chocolate”.

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Sophia Domancich – “Snakes and ladders”

Sophia Domancich – “Snakes and ladders”

Sophia Domancich – “Snakes and ladders” – Cristal CR162

Come potrete ben immaginare di CD ne ascolto davvero tanti per cui risulta estremamente difficile che qualcuno mi sorprenda. Ebbene questo “Snakes and ladders” ci è riuscito nel senso più compiuto del termine. In effetti l’ascolto delle 15 tracce contenute nell’album è assolutamente straniante dal momento che ti proietta laddove meno te lo aspetti, in un mondo sonoro fatto di sottigliezze, di raffinatezze, di frasi sussurrate, ritmi accennati, armonie essenziali, linee melodiche semplicemente splendide. Il tutto interpretato con naturalezza dalla pianista e tastierista Sophia Domancich alla testa di un organico che comprende ben cinque voci (il ben noto Robert Wyatt, John Greaves, Ramon Lopez, Napoleon Maddox, Himiko Paganotti) e sei strumentisti (Joel Morin e Louis Winsberg chitarra, Simon Goubert cymbals, Jocelyne Moze tastiere e batteria, Raphael Marc samplers ed electronics, Ramon Lopez percussioni). A questo punto vi aspetterete, forse, altre considerazioni, ma questa volta desidero essere più breve del solito proprio per darvi il gusto di una scoperta che, ne sono convinto, vi entusiasmerà. Un’ultima considerazione: Sophia Domancich è una pianista e ricercatrice francese che partendo da basi jazzistiche è alla ricerca di nuove espressioni  per la forma canzone.

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Daniele Malvisi – “Jazz for peace”

Daniele Malvisi – “Jazz for peace”

Daniele Malvisi – “Jazz for peace” – MM Records 43039

Non c’è alcunché da fare. Credo che perderò la mia battaglia contro i “progetti” e le dediche. In effetti anche quest’album, così come il successivo di Nicola Mingo, si riallaccia – dichiaratamente e volutamente – a qualcosa di preesistente, anche se con motivazioni valide e diverse dal momento che Mingo resta nell’ambito del jazz mentre Malvisi si rivolge a qualcosa d’extra-musicale. Così  questo progetto di Daniele Malvisi – sassofonista toscano, membro del italiano di William Parker e curatore della rassegna Valdarno Jazz – prende le mosse nel 2004 quando il direttore artistico del Internazionale per la Pace di Assisi, Sergio Noferi, gli chiede  un in linea con le tematiche del festival. Come spiega lo stesso Malvisi nelle  note che accompagnano il CD, egli dapprima  individua alcune personalità  simbolo della pace (Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta, Nelson Mandela, Gandhi…) dopo di che si immerge “nelle loro storie lasciando venire a galla i tratti delle loro singole personalità” che più lo hanno colpito. Di qui ad esempio “Dancers” ispirato alla passione per la danza che molti di questi personaggi avevano e “Teresa’s Way” dedicato a Madre Teresa di Calcutta… e via di questo aspetto a sottolineare  dettagli personali  o culturali dei personaggi scelti. Per raggiungere questo non facile obiettivo Malvisi sceglie uno stile che potremmo definire mainstream con il sassofono sempre in primo piano, efficacemente contrappuntato dalla chitarra di Giovanni Conversano mentre Scaglia e Corsi (basso e batteria) svolgono diligentemente il compito solitamente affidato alla sezione ritmica. L’album si avvale, infime della preziosa collaborazione, come ospite d’onore, del pianista Danilo Rea che si fa particolarmente ammirare in “Teresa’s Way” e “Free Future”. L’album si chiude, coerentemente, con la splendida e inossidabile ballade di Horace Silver “Peace”.

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Nicola Mingo – “We remember Clifford“

Nicola Mingo – “We remember Clifford“

Nicola Mingo – “We remember Clifford“ – Emarcy 0602527622972

In un’epoca di musica fortemente meticciata, in cui i musicisti cercano, quasi ossessivamente, nuove forme espressive l’ottimo chitarrista campano Nicola Mingo trae ispirazione da un passato oramai remoto per riproporre la sua visione del jazz. Ecco quindi un album in puro stile bop interamente dedicato ad uno dei migliori esponenti di questo stile, quel Clifford Brown la cui straordinaria tromba costituì una sorta di cometa spentasi troppo presto nel firmamento musicale. Per disegnare questo suo particolare tributo Nicola ha giocato su due elementi della massima importanza: la valenza dei musicisti e il repertorio. Sotto il primo profilo è stato particolarmente abile chiamando accanto a sé jazzisti di provato livello quali il pianista Antonio Faraò, il contrabbassista Marco Panascia e  Tommy Campbell oggi forse il batterista più adatto per questo tipo di jazz. Per il repertorio la scelta è stata egualmente intelligente: cinque originals (“Brown’s blues” che apre in modo pertinente l’album, “We remember Clifford”, “Easy bop”, “Another once” e “Narona”) tutti particolarmente vicini allo stile del trombettista, sei pezzi tratti dal repertorio del trombettista di cui cinque scritti dallo stesso Clifford. Mettete assieme un repertorio assai valido come quello appena descritto, la bravura dei musicisti, la pertinenza degli arrangiamenti curati dallo stesso Mingo, e capirete perché si tratta di un album da non perdere. In quest’ottica da segnalare la riproposizione di quel bellissimo “La Rue” scritta da Brown per sua moglie e mai inciso, impreziosito nell’occasione da uno splendido assolo di Faraò. Dal canto suo Nicola Mingo ha vinto una piccola-grande scommessa personale: allestire un omaggio ad un trombettista con uno strumento, quale la chitarra, che più lontano non potrebbe essere. Ebbene, grazie alla sua collaudata maestria tecnica, ad una particolare sensibilità e soprattutto alla sincera adesione allo spirito della musica di Brown, Mingo è riuscito a riproporre questo spaccato di bop con un fraseggio asciutto, “trombettistico” oseremmo dire, essenziale, senza orpelli, dando il giusto peso ad ogni singola nota… insomma davvero una prova superlativa a salutare il suo debutto per la prestigiosa “Emarcy”.

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Trygve Seim – “Purcor”

Trygve Seim – “Purcor”

Trygve Seim – “Purcor” – ECM 2186

Il sassofonista Trygve Seim si ripresenta, sempre per la ECM, con un disco di rara intensità inciso in duo (o forse sarebbe meglio dire in trio) con il pianista Andreas Utnem. Come nei precedenti album parecchi brani sono scritti dallo stesso Seim, altri dal suo partner e altri ancora sono tratti dalla ricca tradizione musicale norvegese sia laica sia religiosa. Il clima che si respira è di delicata introspezione: Seim e Utnem dialogano quasi in punta di strumento, senza mai forzare le dinamiche, anzi mantenendosi sempre su un livello basso quasi a voler costringere l’ascoltatore a sollecitare al massimo l’udito per raccogliere quanto i due sono in grado di offrirci. Al riguardo particolarmente notevole il lavoro di Trygve sui registri bassi del suo “tenore”. Dal canto suo Andreas Utnem è un  nome abbastanza nuovo del panorama jazzistico nordico e tuttavia dimostra di avere le carte in regola per una brillante carriera; il suo stile così essenziale, intimista, fatto più di sottrazioni che di addizioni, (ottimo anche all’harmonium) ne fa il discepolo migliore di Ketil Bjørnstad vero e proprio nume tutelare del pianismo norvegese. In ogni modo i due si misurano spesso sul terreno dell’improvvisazione riuscendo a mantenere, come sospeso nell’etere, un mondo sonoro che in effetti di terreno ha ben poco sul piano dell’ispirazione e del repertorio.  In apertura si accennava al fatto che in realtà oltre al sassofonista e al pianista c’è un terzo protagonista di questo album: ebbene effettivamente la riuscita dell’album è da accreditarsi, oltre che alla bravura dei due, al fatto che è stato inciso in una chiesa anziché in un freddo studio di incisione. Così il riverbero proprio dell’ambiente di culto, il sound così particolare della chiesa ha prodotto la risonanza di certe frasi che dona all’album quella particolarità così difficile da descrivere.

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Società Anonima Decostruzionsimi Organici – “Imprescindibile momento di cultura italiana”

Società Anonima Decostruzionsimi Organici – “Imprescindibile momento di cultura italiana”

Società Anonima Decostruzionsimi Organici – “Imprescindibile momento di cultura italiana” – AMS Records

L’ironia? Va benissimo. La dissacrazione? Ancora meglio. L’accoppiata? Di solito è vincente a patto che, quando si parla di musica, quest’ultima resti la protagonista. In questo album di ironia dissacrante ce n’è tanta, forse troppa; si tratta – viene esplicitamente detto nelle note di accompagnamento del CD (cito testualmente) – di “brani storici di musica italiana rivisitati dal vivo mediante tecniche d’esecuzione basate su modelli de costruttivi ispirati al pensiero di Jacques Derrida sovrapposti alla vita e alle opere di Benedetto Croce”. I S.A.D.O. hanno insomma voluto riportare su disco l’intero concerto svolto al Piccolo Teatro delle Officine Sonore di Vercelli nel 2008, ivi compresi gli interventi del presentatore. Così ogni canzone è preceduta da un monologo sul filosofo e politico liberale antifascista recitato dall’attore Giovanni Battista Franco, vestito, ci informano le cronache. in elegante abito bianco. Non ho dubbi che in teatro detti monologhi, accompagnati dai filmati cui lo stesso Franco accenna, abbiano un loro ruolo ben preciso. Ma su disco il discorso cambia completamente e così tanto parlato interrompe malamente il flusso sonoro spezzando la concentrazione… in poche parole irrita e basta! Conseguentemente la musica, pure di buona valenza, si ascolta distrattamente e quando ti sembra che sei riuscito ad entrare nel non facile mondo di Savoldelli e compagni ecco la voce del nostro attore che ti trascina via. Per la cronaca aggiungiamo che l’album, dal punto di vista prettamente musicale, contiene 16 famose canzoni italiane (tra cui “Mille lire al mese”, “Binario” e “Figli delle stelle”) rivisitate, stravolte in modo ora sofisticato ora quasi passionale ma sempre all’insegna di una certa originalità. Allora, carissimi S.A.D.O., perché non puntare sulla vostra musica senza tanti intellettualismi?

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