Un Metheny dai mille volti

Di Gerlando Gatto. Pubblicato in Commenti, Editoriali

Un bel di Rita Marcotulli domenica mattina al Ke Kano
Pat Metheny

Pat Metheny

Domenica 13, giornata importante per gli appassionati di . In programma due importanti eventi: la mattina un piano solo di Rita Marcotulli al Ke Kano Club, in serata, nell’ambito del Roma all’, il trio di Pat Metheny.  E partiamo subito da quest’ultima esibizione. Pat Metheny ovvero il grande artista jazz, il costruttore di suoni, l’eclettico chitarrista in grado di costruirsi gli strumenti che suona, l’uomo orchestra: tutte queste facce sono state ampiamente illustrate per l’appunto nel concerto di domenica13. Inuna Sala S. Cecilia gremita da un pubblico entusiasta, il chitarrista ha suonato per due ore buone evidenziando tutti gli elementi della sua variegata personalità artistica.

La serata è iniziata con tre brani  eseguiti in duo da Metheny con il contrabbassista Larry Grenadier che ha saputo seguire assai bene gli input del leader già in grado di evidenziare tutta la sua bravura nell’eseguire un jazz assolutamente canonico. Successivamente si è aggiunto il batterista Bill Stewart e in questa prima fase del concerto, Metheny ha forse voluto zittire quanti lo considerano solo marginalmente un musicista jazz, producendosi in una serie di brani caratterizzati da un linguaggio di non facile lettura, supportato spesso da un ritmo assai serrato ad evidenziare viepiù la sua straordinaria facilità di fraseggio.

Nella seconda parte del concerto, il chitarrista si è mosso prevalentemente su quei terreni che gli hanno permesso di  raggiungere il grande pubblico, senza tuttavia cedere a tentazioni puramente commerciali. Questo perché ha saputo sviluppare negli anni uno stile riconoscibile, fatto di dense orchestrazioni spesso unite al contrappunto classico e molto ibridato dalla world music, in special modo quella sudamericana. Il tutto completato da quella particolare abilità nell’utilizzare il guitar synth che gli ha consentito di scoprire nuovi orizzonti nei suoni per . Così abbiamo visto Metheny imbracciare le molteplici chitarre che fanno parte del suo repertorio per giungere alla fase finale: sono stati scoperti alcuni grossi cassoni sul palco che contenevano bottiglie di varia fattezza e misura e che si illuminavano dapprima a seconda delle note suonate dal chitarrista, successivamente quasi mosse da forze proprie a produrre una massa sonora unitamente alla del “grande costruttore di suoni”; stesso discorso per una sorta di xilofono posto in verticale; ad un certo punto si è avuto un effetto straniante: con tutte quelle lucette che si accendevano e spegnevano il teatro sembrava una sorta di astronave con la cabina di comando posta sul palco e lui, il grande timoniere, a condurci su un mondo altro fatto di musica.

Il ritorno sulla terra poco dopo, con la terza parte e i bis in cui Metheny si esibiva prevalentemente da solo alla chitarra acustica ad esibire tutto il suo coté melodico.

Articoli correlati:

Tag:, , , ,

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.

© 2007-2012 A Proposito di Jazz