Tra oriente ed occidente la musica di Ibrahim Maalouf

Di Gerlando Gatto. Pubblicato in Commenti

Il nell’ambito del Roma Festival
Ibrahim Maalouf

Ibrahim Maalouf

La curiosità era tanta, le aspettative altissime: avevo letto molto su Ibrahim Maalouf e tutte le recensioni erano concordi nel ritenere che ci si trovasse di fronte ad un musicista per lo meno  assai talentuoso. Viceversa non avevo ascoltato alcunché, ivi compreso il muovo album “Diagnostic” che mi era appena giunto. Quindi sono andato al concerto con tante belle speranze ma senza alcun elemento concreto, aperto ad ogni evenienza.

In una sala Sinopoli abbastanza piena, il trombettista libanese è stato accolto da un prolungato applauso e, dopo un attimo di esitazione, il concerto ha preso il via. Ad onor del vero non è iniziato, almeno per le mie orecchie, nel migliore dei modi. I primi due brani sono stati condotti a ritmi assai serrati, con sonorità alle volte vicine più al metal che al jazz: musica dark, scura, chiusa in sé stessa, senza uno spiraglio di luce probabilmente a voler rappresentare le angosce della vita moderna. Angosce che tutti conosciamo ma che personalmente non amo troppo ribadite in musica.

Per fortuna già al terzo brano la musica cambia; il pezzo, dedicato alla figlia, apre finalmente uno squarcio di sereno e si ascolta il coté melodico – e perché no – romantico dell’eccellente trombettista.

Da questo momento la serata prende decisamente un abbrivio differente, con il gruppo, assai ben diretto dal leader, a cesellare una serie di brani, la maggior parte  scritti dallo stesso Maalouf.

Le atmosfere cambiano rapidamente: da melopee di stampo tipicamente arabo, a linguaggi più squisitamente jazzistici, dal funky alla pura improvvisazione… fino a sfiorare frasi barocche, il tutto senza perdere la trama di un discorso che diventa sempre più affascinante con il trascorrere del tempo.

Lui, Maalouf, è semplicemente straordinario; grazie alla da lui stesso costruita e munita di un quarto pistone, riesce ad esprimere perfettamente i modi melodici della musica tradizionale araba. La sua voce è perentoria: dritta, affilata come una lama di rasoio, senza alcun vibrato, si piega con facilità alle esigenze espressive di ogni singolo brano, disegnando la statura di un artista ispirato e del tutto consapevole. Di qui un fraseggio articolato, complesso, mai fine a sé stesso che regala momenti di sincero entusiasmo.

In tale contesto va dato atto ai musicisti che l’accompagnavano di essere stati all’altezza della situazione: Laurent David al , Xavier Rogé alla , Frank Woeste alle tastiere, François Delporte alla e  Youenn Le Cam a flauto, tromba e biniou hanno assecondato il leader nel migliore dei modi dandogli, tra l’altro, la libertà di improvvisare come e quando voleva.

Alla fine del concerto mio figlio – 7 ani e mezzo – mi ha detto “papà è stato uno dei concerti più entusiasmanti che ho sentito”, a conferma che la musica di Maalouf arriva… sopratutto se la si ascolta con le orecchie ben sgombre.

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