I nostri CD. Novità d’oltre frontiera

I NOSTRI CD

Anouar Brahem – “Souvenance” – ECM 2423/24
SouvenanceMusicista colto, raffinato, attento osservatore della realtà che ci circonda, Anouar Brahem con questo nuovo doppio album conferma una tendenza già in atto da qualche tempo, vale a dire la quasi totale impossibilità di tracciare una linea di demarcazione precisa tra la musica di derivazione jazzistica e la musica ”colta” moderna. In questi undici brani per oud, quartetto e orchestra d’archi, la prevalenza della scrittura appare netta eppure non mancano squarci di improvvisazione che illuminano la scena. In quest’ambito si alternano atmosfere di dolce malinconia ad altre di insistita iterazione ipnotica ad altre ancora in cui l’artista tunisino sembra lasciarsi andare all’onda dei ricordi. Così non mancano momenti di autentica “drammaticità” che ben rispecchiano l’animo dell’artista giunto a queste registrazioni ben sei anni dopo l’ultimo album “The Astounding Eyes of Rita”. « Mi ci è voluto molto tempo per scrivere questa musica» spiega Brahem «non ho la pretesa di un legame diretto tra le mie composizioni e gli eventi in Tunisia ma ne sono stato profondamente colpito». Il richiamo alla cosiddetta “primavera araba” è evidente così come il desiderio di tradurre in musica un tale coacervo di emozioni che possiamo solo immaginare nella loro molteplicità e contraddittorietà. Al riguardo particolarmente emblematica appare la copertina. Tutto ciò, comunque, nulla toglie all’omogeneità dell’album con Anouar che guida con mano sicura il quartetto completato dal fido François Couturier al piano, Klaus Gesing al clarinetto basso, Björn Meyer al basso e l’Orchestra della Svizzera Italiana condotta da Pietro Miniati a disegnare un tappeto tanto discreto quanto prezioso.

Jack DeJohnette – “Made in Chicago” – ECM 2392
Made_in_ChicagoSiamo a Chicago il 29 agosto del 2013 in occasione del Festival del jazz. Sul palco, il batterista Jack DeJohnette alla testa di un quintetto all stars con Roscoe Mitchell e Henry Threadgill ai fiati, Muhal Richard Abrams al piano e Larry Gray al contrabbasso e violoncello. Il concerto ottiene un grande successo e fortunatamente viene registrato live. Si tratta della prima realizzazione effettuata da questo gruppo, ma ciò non implica che i cinque non si conoscessero molto bene. Tutt’altro! In effetti la loro amicizia va molto indietro nel tempo. DeJohnette, Roscoe Mitchell e Henry Threadgill nel 1962 erano compagni di scuola al Wilson Junior College di Chicago e partecipavano a infocate jam session. Dopo poco tempo i tre si ritrovarono nella Muhal Richard Abrams Experimental Band cosicché furono tutti membri attivi ed entusiasti di quella AACM (l’Association for the Advancement of Creative Musicians fondata nel 1965 da Abrams, dall’altro pianista Jodie Christian, dal batterista Steve McCall, e dal compositore Phil Cohran) che tanta importanza avrebbe avuto nello sviluppo della musica creativa. Molti anni sono passati da quei giorni ma ancora i frutti di quella sorta di rivoluzione sono ben vivi e presenti. Questo album ne è una palpabile testimonianza. I cinque suonano con grande trasporto evidenziando un interplay straordinario che premia allo stesso tempo la grande capacità inventiva dei singoli e la forza del collettivo. Non c’è un solo attimo in cui il flusso musicale perda di intensità o si avverta la benché minima esitazione. Anche nei brani più lunghi come “Chant” (17:01) di Roscoe Mitchell il legame che si crea tra esecutori e ascoltatori è sempre forte, continuo, imprescindibile: si è attratti quasi da una forza ipnotica che emana da questi straordinari artisti. L’espressività, l’emozionalità, la continua creazione sono i fattori che evidenziano la generosità di DeJohnette e compagni che si danno completamente, senza riserve, senza alcuna paura di sbagliare. In tal senso è davvero straordinario il lavoro di ricucitura effettuato dal leader. Questa estate avevamo ascoltato il batterista a Udine in trio con Ravi Coltrane al sax e Matt Garrison al basso elettrico ed era stata grande delusione vista l’inconsistenza del progetto (se pure c’era). Questa volta le cose sono andate ben diversamente: ogni brano merita particolare attenzione viste le preziosità che racchiude; a titolo di esempio si ascoltino “This” in cui una sorta di jazz cameristico viene impreziosito dal dialogo tra il violoncello di Larry Gray e il flauto basso di Henry Threadgill mentre in “Leave Don’t Go Away,” di Threadgill è l’ultra ottantenne Richard Abrams a evidenziare una energia ed una maestria che sembrano non patire l’usura del tempo.

Rudresh Mahanthappa – “Bird Calls” – ACT 9581-2
Bird-CallsNel pur ampio panorama dei “nuovi” sassofonisti, Rudresh K. Mahanthappa si è già conquistata una solida reputazione grazie ad una tecnica assai solida ed ad una originalità di linguaggio che rende immediatamente riconoscibile il suo stile. In questo album l’artista indiano rende omaggio al più grande dei sax-alto, vale a dire Charlie Parker la cui musica, come egli stesso afferma nelle note di copertina, conobbe quando aveva appena dodici anni grazie all’album “Archetypes”. E fu proprio l’ascolto di Charlie Parker a metterlo definitivamente sulla strada della musica, del jazz. In questo notevolissimo album Rudresh è affiancato da Matt Mitchell al piano, François Moutin al basso acustico, Rudy Royston alla batteria , e il ventenne fenomenale trombettista Adam O’Farrill (figlio di Arturo O’Farrill). Chi, date le premesse, si attendesse una riproposizione delle perle parkeriane, rimarrebbe deluso ché Rudresh vuole dedicare la sua musica al grande Bird ma in modo assolutamente originale, moderno sì da dimostrare che l’influenza di Parker è ancora grandissima e può dar vita ad una jazz in linea coi tempi.. Di qui tredici composizioni, tutte scritte dal leader, che si richiamano più o meno apertamente alle composizioni di Bird ora scrivendo una nuova melodia su “vecchie” armonie ora, viceversa, conservando solo la linea melodica ora incentrando tutta l’attenzione sull’andamento ritmico del brano parkeriano. Risultato: alcuni pezzi sono ancora perfettamente riconoscibili, altri no pur mantenendo intatta una grande dose di fascino e un’indubbia capacità di coinvolgimento. Il tutto è impreziosito da bozzetti intitolati “Bird Calls”, in cui il sassofonista, da solo in duo o con il gruppo, ha la possibilità di lanciarsi in pertinenti improvvisazioni prescindendo quasi totalmente dal materiale tematico. Insomma se amate Parker (e come potrebbe essere altrimenti?!?) e vi piace il jazz “moderno”, ecco un disco da non perdere.

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La fiabesca e terrestre innovazione di Kimmo Pohjonen e Eric Echampard

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Nella musica, nel Jazz, ci sono due modi di perseguire l’ innovazione. L’ uno è quello di mettersi a tavolino e tirare fuori qualcosa di “nuovo” “mai sentito” “sperimentale”, una sorta di “famolo strano” della musica, se mi si concede la citazione non colta.

Il secondo modo non è scelto a tavolino: l’ innovazione viene dalle idee, dall’ espressività impellente dell’ artista che ha dentro di se qualcosa di nuovo e trova il modo di esprimerlo: il risultato è musica innovativa, ma perché come tale è nata e non ne ha preso la semplice foggia esteriore.

Al Teatro Manzoni di Milano, per la rassegna “Aperitivo in concerto” Kimmo Pohjonen , grande fisarmonicista finlandese, ed Eric Echampard, grande batterista francese, hanno suonato musica suggestiva, trascinante, coinvolgente, liberatoria anche, mostrando un affiatamento incredibile e una creatività a tutto tondo, evidente nella continua ricerca timbrica, dinamica, armonica, melodica e strutturale.

Una ricerca non tanto cerebrale (anche se alla base c’è una solidissima preparazione tecnica di entrambi i musicisti) ma empatica, estemporanea spesso, ma tutt’ altro che casuale. Ovvero, questo duo compie, musicalmente, un percorso del quale il fine è l’ esplorazione di mondi sonori nuovi ma anche la riscoperta di suoni ancestrali, primitivi più che antichi, che al nostro orecchio risultano ancora mai ascoltati. Nessun esploratore andrebbe verso l’ ignoto senza una bussola, e senza un adeguato equipaggiamento che gli permetta di tenere una rotta e anche di poter vedere, guardare, tenere un diario di viaggio per avere polso di tutto ciò che di stupefacente appaia davanti agli occhi.

Buio in sala dunque, e la fisarmonica intona pianissimo un’ unica nota, tenuta a lungo ma mai uguale a se stessa: essa vibra, aumenta e diminuisce di volume, ritorna dritta come un fuso, canta, in una parola. La batteria respira. Si, respira, i mallets percuotono piano le pelli su un disegno ritmico – melodico fisso, fino a quando la fisarmonica intona una melodia struggente. Il charleston si inserisce per primo in un crescendo melodico e agogico, l’ armonia è sospesa nonostante ci sia una tonica ben determinata.

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I nostri libri

I nostri libri

Tullio DE Piscopo – “Tempo! La mia vita” –Hoepli pgg.310 – € 18

Tempo, la mia vitaDevo confessare che leggendo le prime pagine di questo libro mi sono sinceramente commosso: Tullio De Piscopo parla di un grave problema che purtroppo affligge tantissime famiglie e lo fa senza retorica alcuna, con parole semplici, sentite, che vanno dritte al cuore. Ma questa sincerità d’esposizione, questo mettersi quasi a nudo è una caratteristica che si ritrova in molte altre parti del libro: quando parla del fratello Romeo prematuramente e misteriosamente scomparso, quando descrive l’amore per le figlie e la moglie…e ancora quando si sofferma sulla sua malattia. Sono tutte pagine in cui si quasi fa fatica a riconoscere il Tullio simpatico caciarone ma sempre musicista eccellente che abbiamo imparato a conoscere nel corso di tutti questi anni.
Personalmente ricordo un pomeriggio passato a Parigi a ridere e scherzare con grande affabilità e, ovviamente, anche questo aspetto “ludico” lo si ritrova pienamente nella pagine scritte da Tullio che , come lui stesso ha dichiarato ad una diffusa rivista, ha voluto questo libro per riaffermare i suoi tre amori: la musica, Napoli e la vita; non a caso è lo stesso De Piscopo a dichiarare, nel corso della citata intervista, che “tutto è nato dalla voglia di liberare le mie emozioni dopo la dura prova che ho dovuto affrontare: una brutta malattia da cui fortunatamente sono uscito”.
Ma, a parte le malattie, non c’è dubbio che quella di Tullio sia una storia tutta da raccontare, la storia di un ragazzo estremamente talentuoso che nato in una famiglia di musicisti, fra le difficoltà economiche del dopoguerra, si rende contro delle sue possibilità e si impegna al massimo per realizzare il suo sogno.
Così nella pagine del libro scorrono, quasi come in un film, le immagini di un’Italia che non c’è più, un Italia che vedeva, tra l’altro, una prima, concreta affermazione del jazz il cui centro nevralgico era, allora, Milano. Di qui tutta una serie di ricordi del batterista napoletano che cita fatti, episodi, personaggi che ben illustrano la realtà di questi ultimi sessanta anni. E, restando sul piano prettamente musicale, ritroviamo personaggi oggi illustri con cui De Piscopo ha avuto modo di suonare e affinare il proprio stile, da Astor Piazzolla a Chet Baker, da Max Roach a Gerry Mulligan… il tutto senza per altro dimenticare quel mondo del rock e del pop che lo ha accolto a braccia aperte .
Il libro è corredato da una “discografia essenziale” molto utile a chi voglia conoscere meglio questo grande personaggio della musica italiana al di là delle etichette.

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Zanella emoziona. Debarre trascina

Quartetto Enrico Zanella

Quartetto Enrico Zanella

 

Cos’è un concerto? A mio avviso, quando è ben riuscito, è una narrazione, il racconto di un fatto, di una situazione, di uno stato d’animo, di una sensibilità. Ebbene, nel set con cui l’ “EZ Quartet” di Enrico Zanella ha aperto il doppio concerto di lunedì 2 febbraio al Teatro Fabbri di Vignola, tutti questi elementi erano ben presenti. Certo, la narrazione, per essere valida, deve basarsi su qualcosa di artisticamente serio e deve essere ben condotta. Insomma, uscendo dalla metafora, un concerto può dirsi ben riuscito quando le musiche sono di livello e sono ben eseguite.

Ecco, devo confessare che il concerto di Zanella, chitarrista emiliano, mi ha sorpreso soprattutto dal punto di vista compositivo. Ho trovato le sue composizioni fresche, originali, e soprattutto perfettamente aderenti al progetto presentato, a differenza di molti suoi illustri “colleghi” i quali dedicano i loro album a personalità politiche per chiara “captatio benevolentiae” senza che poi la loro musica trovi alcun riferimento valido nel personaggio evocato. Il quartetto si è invece mantenuto nel solco di una perfetta coerenza proponendo un repertorio basato essenzialmente sui brani contenuti nel CD “I bambini non sanno”, un album assai gradevole dedicato ai più piccoli a dimostrazione della sensibilità di un musicista, di un uomo che, non a caso, si impegna fortemente anche nel sociale.

I brani di Zanella sono tutti ben costruiti, equilibrati, sinceri, a volte addirittura toccanti come “Lacrime di un infante”. Il concerto ha così seguito un suo preciso filo rosso con Giovanni Po (chitarra ritmica) a presentare con poche ma acconce parole i vari brani che hanno suscitato (e non poteva essere diversamente) sinceri applausi dal pubblico purtroppo non particolarmente numeroso (ma come già detto in altre occasioni, gli assenti hanno sempre torto).

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IL JAZZ INCONTRA IL KLEZMER

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di Angelica Montagna – Un omaggio alle vittime della Shoah. Un concerto per non dimenticare, nato da un progetto piuttosto articolato di Beppe Calamosca, noto musicista jazz, che ha voluto inoltrarsi in un viaggio tanto affascinante, quanto insolito: “Il Jazz incontra il Klezmer” inserito nel calendario dei concerti promossi al Teatro Remondini di Bassano Del Grappa, dall’ associazione “Amici della Musica-Giorgio Vianello”.

Uno studio approfondito dietro ad ogni brano proposto, dietro ad ogni nota che ha saputo raccontare storie di stili musicali diversi ma accomunati da vicinanze nella ritmica, nella struttura e in quell’ istintiva improvvisazione tipica del Jazz, che non a caso incontra il Klezmer, pur mantenendo intatte tutte le sue caratteristiche.

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Il piano-solo di Iiro Rantala incanta il pubblico romano

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“Gli assenti hanno sempre torto”: mai proverbio fu più azzeccato con riferimento al concerto con cui il pianista finlandese Iiro Rantala, domenica 18 gennaio, ha concluso alla Casa del Jazz di Roma una tournée in piano-solo effettuata nel nostro Paese toccando in rapida successione le piazze di Caltanissetta, Catania, Bressanone, Firenze, Ancona. Il tutto dopo un’altra tournée europea, questa volta in trio, che l’aveva portato in Germania, Austria, Svizzera e Francia, ottenendo ovunque un clamoroso successo.

A Roma, ad accoglierlo c’era un pubblico oltre che numeroso, caldo e competente, come si conviene quando si è dinnanzi ad una stella di primaria grandezza quale Rantala.

In effetti Iiro può, a ben ragione, essere considerato uno dei migliori pianisti oggi in esercizio, un musicista in grado di esibirsi con eguale valenza sia in solo, sia in trio. Non a caso può già vantare parecchi dischi all’attivo e la unanime considerazione di miglior jazzista finlandese. La sua carriera si basa su solide basi: ha studiato piano presso il dipartimento jazz della “Sibelius Academy” di Helsinki e piano classico alla Manhattan School of Music. Il debutto discografico nel 1990 alla testa di quel Trio Töykeät che avrebbe in seguito ottenuto un successo planetario. Sciolta questa formazione nel 2008, il pianista guida l’ “Iiro Rantala New Trio”, dopo di che, pochi anni or sono, decide di intraprendere una carriera solistica che gli sta dando grosse soddisfazioni. Il successo di Rantala si basa su alcuni semplici ma essenziali fattori. Innanzitutto una straordinaria tecnica di base conseguita attraverso gli studi cui prima si faceva riferimento; una tale preparazione gli permette di affrontare con estrema disinvoltura qualsivoglia passaggio strumentale, il che non fa di Rantala un mero virtuoso, ché la tecnica è sempre posta al servizio dell’espressività. In secondo luogo, per l’appunto, una straordinaria sensibilità musicale che gli ha consentito di organizzare un linguaggio del tutto originale.

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