Villa Durio: recital della pianista Patricia Pagny

locandina

Dopo il “tutto esaurito” della bellissima apertura di domenica 12 aprile con il Rhapsodija Trio la ventinovesima edizione di “Musica a Villa Durio” prosegue con un concerto davvero speciale, intitolato “Invito alla danza” .

Tale concerto avrà luogo domenica 19 Aprile, sempre nella sede storica di Villa Durio, a Varallo, e avrà come protagonista una pianista davvero straordinaria: Patricia Pagny. L’artista eseguirà opere di Domenico Scarlatti, Franz Schubert, Lili Boulanger, Claude Debussy, Ludwig van Beethoven, e del grande compositore argentino Alberto Ginastera.

Le grandi scene internazionali apprezzano le interpretazioni di Patricia Pagny per il suo particolare approccio alla musica e la sua innata sensibilità per il colore del suono.

Allieva, fra gli altri, di Nora Doallo, Nikita Magaloff, Maria Joâo Pires e Paul Badura-Skoda, Patricia Pagny si è distinta in grandi concorsi internazionali qualificandosi come finalista nei Concorsi di Marsala e nel “Clara Haskil” di Vevey in Svizzera, vincendo successivamente il Concorso Internazionale “Alessandro Casagrande” di Terni. Oggi la sua carriera la porta ad esibirsi in grandi sale da concerto come la Chicago Orchestra Hall, la Wigmore Hall, la Salle Pleyel, la Herkulessaal di Monaco di Baviera, la Philharmonie di Berlino, la Kyoto Concert Hall avvalendosi della collaborazione di direttori, colleghi e orchestre sinfoniche di grande prestigio. I suoi concerti con Sir Georg Solti e la Chicago Symphony, con Lord Yehudi Menuhin e la Sinfonia Varsovia, Uri Segal, Marcello Viotti e tanti altri, hanno sempre riscosso i consensi della critica e l’entusiasmo del pubblico, cosí come la sua ricca produzione discografica per Novalis. Il suo CD dedicato a Mendelssohn è stato prescelto nel 2007 dal “Top 5″ per Arte-Tv.

Patricia Pagny è Professore all’Università di Berna in Svizzera   – Hochschule der Künste Bern –  e insegna pianoforte e musica da camera agli studenti di perfezionamento iscritti  ai Masters. Assume inoltre la direzione artistica della “Tasti’Era-Projects” (www.tastieraprojects.com) che permette alla nuova generazione di posizionarsi in un modo più attuale ed innovativo nel concertismo odierno e nel mondo dello spettacolo in generale. Secondo il giudizio dei critici, lo stile della Pagny, estremamente personale, coniuga il virtuosismo con interpretazioni talvolta infuocate o ricche di sonorità raffinate, ma sempre pulsanti di energia vitale. La sua tecnica curata nei minimi particolari e la sua eccezionale agilità digitale le consentono di approfondire aspetti interpretativi  inesplorati, mantenendo però quel giusto equilibrio che rende le sue scelte sempre chiare, strutturate e finemente cesellate.

Un momento importante della sua carriera fu l’incontro con Sir Georg Solti che si espresse in questi termini nei confronti della pianista: “Ero a Parigi.. ero stanco; ascoltare un altro pianista era veramente l’ultima cosa che desideravo in quel momento. Ma appena iniziò a suonare, rimasi davvero sbalordito. Ah, questo è veramente eccellente, mi dissi. Sei mesi più tardi, ebbi la possibilità di invitarla a Chicago. Fu un grande successo”. La Pagny poté in questo modo  estendere la sua attività nel Nord America e conseguì un successo entusiastico eseguendo il secondo concerto di Mendelssohn con la Chicago Symphony Orchestra diretta dal Maestro. “…sentiremo senz’altro parlare nuovamente di questa eccellente giovane pianista…” scrisse la Chicago Tribune. “Patricia Pagny is a most talented musician and deserves all possible encouragement to develop her career”, aveva affermato lo stesso Solti, dopo averla nuovamente scritturata alla Wigmore Hall di Londra  e al prestigioso Festival di Zurigo (Zürcher Festspiele 97).

 

Il concerto di domenica 19 aprile avrà inizio a Villa Durio alle ore 17,30. Informazioni al numero 0163562711 oppure scrivendo a associazione24@tiscali.it.

I NOSTRI CD. Novità d’oltre frontiera

I NOSTRI CD

Franco Ambrosetti, Dado Moroni – “Quando m’innamoro… in duo” – Incipit Records 186
Quando m'innamoroCome ho già avuto modo di dire quella del duo è un formula assai rischiosa, forse ancor più del solo: ciò perché l’uno dipende strettamente dall’altro e quindi le possibilità di errore, di incomprensione, magari di semplice disattenzione aumentano in modo esponenziale. Ciò detto va immediatamente precisato che il trombettista elvetico Franco Ambrosetti (qui però al flicorno sovrano) ed il nostro Dado Moroni hanno brillantemente vinto la sfida con una musica di rara eleganza. L’album è tutto incentrato sul songbook di Roberto Livraghi; compositore di La Spezia (classe 1937) Livraghi ha scritto alcune splendide canzoni per vari artisti tra cui ricordiamo “Maria”, cantata da don Marino Barreto Junior, “ Ho sognato d’amarti” per Bruno Martino, “ Coriandoli” (con testo di Leo Chiosso, cantata anche da Mina), “Aiutami a piangere” (testo di Antonella De Simone, portata al successo da Connie Francis e Betty Curtis)…e soprattutto “Quando m’innamoro” che, presentata nel 1968 a Sanremo da Anna Identici ma piuttosto snobbata in Italia, ottenne invece uno strepitoso successo all’estero grazie alle interpretazioni di Engelbert Humperdinck e da ultimo di Andrea Bocelli. Per questo album, ad eccezione della title-track, di Maria e di “Coriandoli”, Ambrosetti e Moroni hanno concentrato la loro attenzione sui brani meno conosciuti di Livraghi. Di qui un album che sotto certi aspetti rappresenterà anche una sorpresa per quanti non conoscono a fondo questo compositore. Ma si dirà: sono solo canzonette…ed è vero. Ma è altresì vero che come ben sappiamo nel jazz il materiale tematico ha un’importanza non decisiva: spesso contano molto di più gli arrangiamenti e l’interpretazione e non v’è dubbio che sotto questi profili la performance dei due è di assoluta eccellenza. Maroni è superlativo sia nel tracciare splendide linee melodiche sia nel disegnare un tappeto ritmico-armonico su cui si stagliano le improvvisazioni di Ambrosetti sempre pertinenti rispetto al tema e pure sempre così originali a dimostrazione di una capacità improvvisativa che non sembra minimamente soffrire l’usura dei tanti anni passati a soffiare dentro il suo strumento.

Jacob Karlzon – “Shine” – ACT 95732
ShineRegistrato nel marzo del 2014 ecco il nuovo album di Jacob Karlzon che si conferma uno dei personaggi più importanti dell’attuale panorama jazzistico svedese. Ben coadiuvato da Hans Andersson al basso e Robert Mehmet Ikiz alla batteria, il pianista presenta un repertorio composto da otto sue composizioni cui si aggiunge la rivisitazione di un brano degli U2 “I Still Haven’t Found What I’m Looking For” (dall’album The Joshua Tree del 1987). Ancora una volta Jacob evidenzia quelle che sono le sue doti peculiari vale a dire un fraseggio allo stesso tempo fluido e complesso (lo si ascolti in “Metropolis”), la capacità di creare ed eseguire musica assolutamente originale, caratterizzata da un sound particolare (grazie anche ad un uso sobrio e sapiente dell’elettronica), da una incessante carica ritmica, da una rimarchevole complessità armonica e dall’abilità di avvicinare due territori pure diversi e distanti quali il jazz e il pop. Lo stesso Karlzon nelle note che accompagnano l’album dichiara di aver fatto ricorso a metodi di produzione propri del pop. Risultato: arrangiamenti molto ben concepiti che a volte fanno suonare il trio come un’orchestra. Esemplare al riguardo la title track che apre l’album: con il ricorso all’elettronica, Jacob stende un tappeto sonoro che riesce a fornire un supporto costante al trio che ha così la possibilità e di muoversi a piacimento senza preoccuparsi di eventuali vuoti e di esaltare la ricchezza della linea melodica. Molto centrata la riproposizione del brano U2 con Jacob che cesella la dolce melodia in splendida solitudine toccando uno dei vertici dell’album con un fraseggio raffinato ed un tocco di rara eleganza. Ma, nonostante l’eccellente carica ritmica fornita per tutta la durata dell’album dall’accoppiata Andersson – Mehmet Ikiz, Karlson non può dimenticare di essere nord-europeo: ecco quindi riaffiorare in “Inner Hills”, una delle perle più preziose dell’album, quella malinconia tipica della musica scandinava.

Ibrahim Maalouf, Oxmo Puccino – “Au pays d’Alice…” – Mi’Ster IBM 9
Au pays d'AliceProduzione di grande originalità e di notevole spessore questa che vede assieme uno dei migliori trombettisti della nuova generazione e un rapper. Di Ibrahim Maaoluf abbiamo già parlato in questa sede per cui dovrebbe essere abbastanza noto ai nostri lettori. Diverso il discorso per Oxmo Puccino su cui viceversa vale la pena spendere qualche parola di presentazione. Abdoulaye Diarra, in arte Oxmo Puccino, è nato nel 1974 a Ségou, in Mali, e solo un anno dopo i suoi genitori si sono trasferiti in Francia dove Abdoulaye è cresciuto e ha costruito la sua carriera . Rapper oramai di grande successo, Oxmo Puccino è caratterizzato da una scrittura tutta giocata sulle metafore e sulle frasi choc e proprio per questo si è meritata la fama di « Black Jacques Brel ». Ciò detto si tratta di un’accoppiata sulla carta difficilmente proponibile…ma il jazz, ci siamo abituati, fa di questi miracoli ed ecco quindi i due, legati da un’insospettabile sinergia, dar vita ad un album che davvero vale la pena ascoltare. L’opera nasce da una “commissione” ottenuta da Maalouf dal Festival d’Ile de France; Ibrahim ha quindi immaginato uno spettacolo musicale ispirato dall’opera di Lewis Carroll “Alice nel paese delle meraviglie” e, per concretizzare il progetto, ha voluto accanto a sé Oxmo Puccino. Con l’ausilio di un’orchestra classica di 25 elementi e di 130 coristi della “Maîtrise de Radio France” diretti da Sofi Jeannin, Maalouf, qui nella duplice veste di esecutore e compositore, ha concepito questo concept album che presenta momenti spesso di respiro quasi sinfonico anche se qua e là si nota un pizzico di pretenziosità. Comunque Maalouf ha raggiunto, in questo CD, l’apice della sua capacità compositiva evidenziando una straordinaria abilità nel riportare ad un unicum omogeneo le diverse influenze su cui si basa il suo stile: jazz, rock, pop, musica araba, musica contemporanea. Dal punto di vista esecutivo non mancano i momenti di grazia come il suo assolo in “La porte bonheur”. Dal canto suo Oxmo Puccino reinventa la storia di Alice con grande musicalità e soprattutto con emozionante poesia. Molto curata l’impaginazione dell’album con un libretto contenente tutti i testi accompagnati da foto e sapidi disegni.

Gileno Santana – “Metamorphosis” – Caligola 2191
MetamorphosisGileno Santana è un giovane trombettista brasiliano che, nell’occasione, guida un quintetto completato da Miguel Moreira alla chitarra, Joaquim Rodriguez alle tastiere, José Carlos Barbosa al basso elettrico e Mario Costa alla batteria cui si aggiungono, come ospiti d’onore, il vocalist Pedro Vidal nella title track e Andrès Tarabbia alle percussioni presente in sei degli undici brani in programma. Classe 1988 di Salvador da Bahia, Gileno nel 2005 si è stabilito in Portogallo dove ha studiato con João Moreira, diplomandosi al Conservatorio di Lisbona. Divenuto prima tromba della Matosinhos Jazz Orchestra, ha avuto modo di lavorare con Kurt Rosenwinkel e Maria Schneider, e di incidere con Maria Joao. Alla fine del 2011 ha pubblicato il suo primo disco da leader, “Inicio”, in quartetto, con ospite Hamilton De Holanda. Personalmente lo avevamo già ascoltato inserito all’interno del quartetto Polo guidato da Andrea Lombardini e Paolo Porta nell’album “Pleasures” (Auand 2012). A tre anni dal debutto Santana ha inciso questa “Metamorphosis” che ci consegna un artista sicuramente in crescita ma non ancora del tutto maturo. Nell’album c’è molta, forse, troppa elettronica e i richiami a Miles ’69-70 sono sin troppo evidenti. Quindi è un album che sicuramente farà felici quanti amano questo tipo di musica…anche perché gli esecutori sono di tutto rispetto. Non c’è dubbio alcuno, infatti, che Santana sia un trombettista di tutto rispetto, dotato di una tecnica cristallina che sicuramente potrà portarlo lontano. Lo attendiamo, quindi, a ulteriori prove in cui magari si scrollerà di dosso l’influenza davisiana cosa, ce ne rendiamo conto, più facile a dirsi che a farsi.

(altro…)

Le magie dell’organetto diatonico nelle mani di Riccardo Tesi

Banditaliana 1

Ho conosciuto Riccardo Tesi ad Alghero quando nel 1994 assieme, tra gli altri, ad Enzo Favata, Marcello Peghin, Federico Sanesi diede vita a “Islà” uno degli album, a mio avviso, più belli del sassofonista sardo.

L’ho ritrovato, dopo tanti anni, il 20 marzo scorso al Baobab di Roma inserito nel contesto del “Festival Popolare Italiano – Canti e corde, mantici e ottoni) che si concluderà il 24 aprile.

Tesi si è presentato con la sua Banditaliana completata da Maurizio Geri (voce solista e chitarra), Claudio Carboni (sassofonista dal fraseggio vicino ora al liscio ora a certe espressioni jazzistiche) e Gigi “FastFoot” Biolcati funambolico percussionista che suona scalzo, cui si sono aggiunti Stefano Saletti all’oud in un brano e l’altro organettista, giovane ma bravissimo, Alessandro D’Alessandro in un secondo pezzo. In repertorio soprattutto i brani tratti dal nuovo album “Maggio” uscito il 19 maggio scorso distribuito da Believe Digital; si tratta del quinto CD di Banditaliana e bissa il successo ottenuto nel 2011 con “Madreperla”.
Ma quali i motivi di tanto successo? La risposta è venuta forte e chiara dal concerto di Roma cui si faceva riferimento in apertura. Tesi e compagni hanno messo in mostra tutto ciò che costituisce la cifra stilistica del gruppo, vale a dire una musica che non conosce confini, una musica dove si avvertono echi non solo di luoghi lontani ma anche riferimenti stilistici provenienti da mondi musicali estremamente differenziati. Non a caso Banditaliana ha collaborato da un lato con la straordinaria brass band balcanica Fanfara Tirana, dall’altro con Alessandro Lanzoni unanimemente considerato uno dei più promettenti pianisti jazz italiani e lo stesso Tesi è stato tra gli altri l’organettista di Ivano Fossati e di Fabrizio De Andrè nel suo ultimo “Anime Salve”.

(altro…)

Dado Moroni-Max Ionata two for Stevie

Dado_moroniionata_DSC_5390

Il Jazz è destinato a vivere a lungo fino a che ci saranno musicisti come Dado Moroni e Max Ionata con idee e desideri (realizzati) come quello dell’ incontro con il repertorio di un grande della musica soul – pop come Stevie Wonder. “Two for Stevie” si intitola il loro ultimo lavoro (che segue quello fortunatissimo dedicato a Duke Ellington, “Two for Duke, sempre edito da Jandomusic e Via Veneto Jazz) .

Specifichiamo bene: quello di Moroni e Ionata non è un tributo porto supinamente ad uno dei grandi della musica afroamericana.

Stevie Wonder è certamente un punto fermo per questi due eccellenti musicisti italiani, ma soprattutto un… fermo punto di partenza. La stessa decisione di affrontare in duo brani celeberrimi quali “Isn’t she lovely”, di cui conosciamo alla perfezione gli arrangiamenti, dei quali abbiamo oramai nell’ anima oltre che nelle orecchie anche l’ inconfondibile timbro vocale del protagonista, è una decisione che parla chiaro: non ritroverete uno Stevie Wonder da canticchiare, ma l’ essenza delle sue melodie, del suo ritmo, della sua fantasia compositiva, così come vengono percepiti da due Jazzisti con una spiccata personalità. E allora, cosa accade in questo concerto che si è svolto in una sala piena di un pubblico entusiasta, che più volte ha spontaneamente tenuto il tempo, battendo le mani?

(altro…)

Jazz di classe quello di Mark Turner

mark_turner

Sax , tromba, batteria e contrabbasso: il quartetto piano-less non è certo cosa di oggi nella storia del jazz; ricordiamo forse il più celebre, quello composta da Gerry Mulligan , Chet Baker, Carson Smith (basso) e Chico Hamilton o ancora quello che assieme a Mulligan vedeva Art Farmer , Bill Crow , Dave Bailey.

Certo, da allora sono trascorsi molti anni e quel genere di sound, di fraseggio appartiene al passato, ma la formula è ben viva e vegeta e ce lo hanno dimostrato il marzo scorso, all’Auditorium Parco della Musica, Mark Turner al sax tenore, Ambrose Akinmusire alla tromba, Joe Martin al basso e Justin Brown alla batteria.

Nato nel 1965 a Fainborn, Ohio, il sassofonista Mark Turner, è cresciuto ascoltando Dexter Gordon, Sonny Rollins e John Coltrane. Dal 1987 ha studiato al Berklee college, dopo di che si è trasferito a New York lavorando, tra gli altri, con James Moody, Jimmy Smith, Ryan Kisor, Johnny King, Leon Parker e Joshua Redman.

Il successo generalizzato è giunto dopo aver inciso per la ECM due album con il trio FLY assieme a Larry Grenadier e Jeff Ballard ( “Sky & Country” nel 2008 e “Year of the snake” nel 2011) e finalmente nel 2013 “Lathe of Heaven” come leader di un quartetto completato da Avishai Cohen alla tromba e dalla stessa sezione ritmica presente a Roma.

(altro…)

Malaguti in versione West-Coast con Gianmarco Lanza e Marco Loddo

Lanfranco_Malaguti_9224af_c

Bella atmosfera sabato 14 marzo al Teatro Studio Keiros di Roma: sul palco il trio West Coast di Lanfranco Malaguti alla chitarra con Gianmarco Lanza alla batteria e Marco Loddo al contrabbasso.

Una sessantina di persone a riempire completamente il piccolo spazio di via Padova per ascoltare le musiche del trio; ad un certo punto ho quasi avuto la bellissima sensazione di rivivere le atmosfere del glorioso Music Inn quando, tutti stipati su panche non proprio comodissime, ci si apprestava a sentire il grande di turno.

E anche al Keiros abbiamo in effetti ascoltato un grande musicista. Lanfranco Malaguti è senza dubbio alcuno uno dei più lucidi sperimentatori del mondo jazzistico non solo italiano. Matematico di formazione, ha applicato alla musica la teoria dei frattali con risultati che potete apprezzare ascoltando gli ultimi suoi lavori per la Splasc(H).

Ma, parallelamente a queste ricerche, il chitarrista porta avanti oramai da tempo un trio specializzato nel repertorio West Coast; costituito nel 2001 il combo è completato dal già citato Gianmarco Lanza e da Piero Leveratto alla batteria; con questo organico il trio ha effettuato numerosi concerti a Milano, a Firenze, a Ferrara, a Roma (Casa del Jazz) e ha inciso i CD “The revival of West Coast jazz” e “Trio live per la Splasc(h)” e, in quartetto con Bill Smith, il doppio “Concert for Mirella” per la Mox Jazz.

(altro…)