Gregory Porter

Gregory Porter entusiasma ancora

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

Gregory Porter

Credo non ci siano dubbi: oggi la voce più calda, convincente, entusiasmante, swingante che ci sia è quella di Gregory Porter e tale considerazione travalica i confini del jazz. Mi sapete trovare nel campo del pop un vocalist che abbia le stesse caratteristiche di Porter?

L’artista si è esibito giovedì 10 aprile all’Auditorium Parco della Musica di Roma e il suo concerto si è risolto nell’ennesimo successo di pubblico. Un elegante spezzato da pomeriggio, il solito copricapo ben serrato sulla fronte quasi a coprire gli occhi, un sorriso smagliante, una straordinaria presenza scenica, una bella capacità di dialogare con il pubblico senza mai trascendere nel cattivo gusto, Porter ha letteralmente stregato il numeroso pubblico che l’ha lungamente applaudito per tutta la durata del concerto.

La serata si è incentrata sui brani contenuti sia in “Liquid Spirit” il nuovo album che ha segnato il suo debutto in casa Blue Note, vincitore del Grammy Award per il miglior album di jazz vocale sia in “Be Good” il precedente CD che, assieme a “Water” avevano portato Porter all’attenzione della critica facendogli guadagnare due nomination ai Grammy Awards.

I NOSTRI CD

I nostri CD. Un salvifico salto nel passato grazie a sette titoli ECM

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri CD, Primo piano, Recensioni

I NOSTRI CD

Come tutti i diversi comparti dell’arte anche il jazz sta attraversando un momento non particolarmente felice attraversato com’è da una serie di paradossi che non si riesce a sciogliere. Così, tanto per citarne alcuni, alla sempre più marcata carenza di fondi fa da contraltare un numero enorme di festival, i musicisti invece di coalizzarsi non si risparmiano frecciatine spesso non innocue, i dischi non si vendono eppure si continuano a produrre in quantità industriale, i media mostrano un crescente disinteresse verso questa musica. Ci si potrà obiettare: tutto questo è vero, ma è altrettanto vero che fior di talenti si evidenziano un po’ ovunque… ma è proprio qui, a nostro avviso, che casca il classico asino. E’ indubbio che talenti in giro ce ne siano moltissimi ma nessuno di questi è in grado di apparire il leader del domani, colui che effettivamente sappia indicare una nuova strada. Così, per ascoltare dei veri capolavori, bisogna volgere la testa all’indietro, verso il passato.

In questo quadro si inserisce l’iniziativa della ECM che ha deciso di proporci, nell’ambito di una nuova collana, sette titoli, incisi tra il 1969 e il 1981, che costituiscono una vera e propria gioia per l’ascolto.

L’offerta della casa tedesca si articola, questa volta, su tre piani: vinile da 180 grammi, cd e files scaricabili.

Lasciamo a colleghi più esperti la disamina tecnica sulle varie caratteristiche della triplice offerta e soffermiamoci, invece, sui sette titoli che presentiamo in ordine cronologico.

I NOSTRI CD

I nostri CD. La grande musica che viene dal Nord

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri CD, Primo piano, Recensioni

I NOSTRI CD

Arild Andersen – “Mira” – ECM 2307

Ecco un altro album ECM cui non fa certo difetto la qualità, anzi! Protagonista un trio d’eccezione composto dal contrabbassista norvegese Arild Andersen, dal tenorista inglese Tommy Smith e dal “nostro” Paolo Vinaccia oramai ospite abituale delle produzioni curate da Manfred Eicher. Il trio fu costituito nl 2007 e l’anno dopo incise quell’eccitante “Live At Belleville” grazie a cui il leader Arild Andersen si aggiudicò il “Prix du Musicien Européen 2008” da parte dell’ “Academie du Jazz” francese. Questa volta siamo in studio ma il risultato non cambia: l’incontro tra le due forti personalità – bassista e sassofonista – ottimamente sostenute dal batterista percussionista produce effetti musicalmente straordinari. Tommy Smith, pur denunciando apertamente le influenze di Jan Garbarek, si pone egualmente in continuità con alcuni grandi del passato quali Sonny Rollins se non addirittura Coleman Hawkins. Di qui un eloquio ora fluido ora più meditativo che evidenzia comunque una bella cantabilità con un sound affatto particolare che fa del tenorista di Edimburgo uno dei migliori sassofonisti oggi in esercizio. Dal canto suo Arild è un vero e proprio monumento vivente dell’arte contrabbassistica: ogni nota emessa dal suo strumento ha un peso specifico nel sostenere l’insieme dal punto di vista sia armonico sia ritmico, senza che si avverta la benché minima sensazione di ripetitivo o, peggio ancora, di qualsivoglia pattern. Paolo Vinaccia è ancora quel fantasioso batterista che abbiamo imparato a conoscere in tutti questi anni, semplicemente perfetto soprattutto quando si trova ad operare con artisti che conosce assai bene come in questo caso. Il repertorio dell’album si fonda quasi esclusivamente su composizioni dello stesso Andersen, con l’aggiunta di due brani firmati da Tommy Smith e Paolo Vinacca l’uno e dal solo Smith l’altro, con l’aggiunta della sempreverde “Alfie” di Burt Bacharach: nell’interpretazione di questo brano il trio si esalta con un Tommy Smith che mette in campo tutta la sua liricità.

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Due serate ad Open Jazz Festival Ivrea

Scritto da Daniela Floris on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano

L’ Open Jazz è giunto alla 34esima edizione, e nonostante tutte le difficoltà di cui si è costretti a parlare ogniqualvolta si descriva un festival del Jazz o un qualsiasi evento culturale (la cultura è sempre fanalino di coda, come in ogni crisi economica che si rispetti) , L’ Open Jazz gode di ottima salute. Una salute non certo data dall’ abbondanza di fondi, ma dall’ abbondanza piuttosto di idee, energie, soluzioni, originalità. 
I concerti sono stati tanti . E la volontà sottesa all’ organizzazione degli eventi la descrive lo stesso direttore artistico Massimo Barbiero “…tra mille ristrettezze economiche e ormai solo quasi più grazie agli sponsor (grande paradosso, lo comprendiamo) pensiamo che la scelta debba tornare sempre di più ai contenuti e non solo alle sale piene”.

E’ di certo per questo che il Festival di quest’ anno è stato dedicato al poeta – intellettuale afroamericano Amiri Baraka, scomparso recentemente, ed è per questo che prima di ogni concerto l’ attrice Lisa Gino ha curato le suggestive letture di sue poesie e di brani tratti da “Il popolo del blues”.

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Open Jazz anche quest’ anno ha portato due dei quattro concerti nelle cittadine nei dintorni di Ivrea, per coinvolgere e contagiare con la musica il più possibile il territorio Canavese circostante: il risultato – da quanto ci hanno detto – è stato sale piene a Bollengo e Banchette per i concerti rispettivamente di Enten Eller con Javier Girotto e Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura.

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A proposito di Jazz ha assistito invece venerdì e sabato ai concerti al Teatro Giacosa di Ivrea, che sono stati due la sera di Venerdì, con la “Gabbia” di Barbiero e Raviglia e subito dopo Antonello Salis e Hamid Drake, e gli Oregon il sabato sera. Come potete evincere grande varietà di suggestioni e suoni.

Ma andiamo al vivo di due serate di musica.

Storia del jazz Tedd Gioia

I nostri libri. La storia del Jazz, di Ted Gioia

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri libri, Primo piano, Recensioni

La pubblicistica della musica afro-americana è oramai colma di “Storie del Jazz”; non passa quasi anno senza che un nuovo volume venga immesso sul mercato. Si potrebbe , quindi, pensare che si tratti di una mera ripetitività a carattere esclusivamente commerciale con scarse novità dal punto di vista contenutistico.

E invece no! Abbiamo potuto constatare come le varie “Storie del jazz” lette in questi ultimissimi tempi abbiano tutte un quid di differenziazione l’una rispetto all’altra, un quid che può consistere in una diversa angolazione da cui osservare lo scorrere degli eventi o nella scoperta di nuovi fatti, nuovi accadimenti.

Ciò dimostra, senza ombra di dubbio, due elementi: primo l’estrema difficoltà di storicizzare compiutamente una musica tutto sommato ancora giovanissima; secondo l’estrema ricchezza di questo genere che in poco più di un secolo ha saputo sviluppare una serie di linguaggi diversi assolutamente stupefacente… per non parlare dell’influenza che ha avuto sulla vita degli afroamericani.

Ed è proprio questo aspetto che viene particolarmente lumeggiato nella “Storia del Jazz” di Ted Gioia uscita negli Stati Uniti nel 2011 ed ora pubblicata nella versione italiana curata da Francesco Martinelli per la EDT  in collaborazione con Siena Jazz (575 pgg, euro 35).

Franco D'Andrea

D’Andrea, Douglas e Bennink semplicemente… incantano

Scritto da Marco Giorgi on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

Han Bennink

Han Bennink

Un pianoforte, una tromba, un rullante. E dietro  a questi strumenti tre grandi uomini di jazz: Franco D’Andrea, Dave Douglas e Han Bennink. Un trio inedito che per la prima volta si presenta davanti un pubblico, attento ed entusiasta, anche se non sufficientemente numeroso. La Roma amante del jazz e dell’improvvisazione si mostra poco ricettiva nei confronti di un evento che sin dalle sue premesse appariva molto promettente e che a consuntivo ha certamente superato le aspettative. Così il secondo appuntamento con la rassegna Carta Bianca, dedicata quest’anno a Franco D’Andrea, è divenuto nei fatti un concerto per pochi intimi dispersi nell’ampiezza della sala Sinopoli.

In apertura di serata, prima che il trio appaia sul palcoscenico, sono stati fatti ascoltare due remix basati su composizioni del pianista di Merano, opera di due DJ vincitori di un concorso indetto dall’Auditorium Parco della Musica. Poi, D’Andrea, Douglas e Bennink hanno cominciato la loro esibizione, ma sarebbe meglio dire che è iniziato l’incontro tra le loro diverse personalità. Introversa e introspettiva quella di D’Andrea, curiosa e ricettiva quella di Douglas, estroversa e anticonformista quella di Bennink. Le loro indoli si riflettono nell’approccio allo strumento. Se D’Andrea, sembra sprofondare nel pianoforte, con la mano destra a disegnare splendide e inusuali figure musicali e la sinistra a giocare con implacabile e feroce determinazione sulle chiavi dei registri bassi, Douglas sembra esplorare ogni possibilità espressiva del suo strumento, ricorrendo anche a tecniche non ortodosse per estrarre dalla tromba il suono desiderato. Bennink, a settantadue anni compiuti, continua  a sembrare un alieno sceso in terra. Il suo swing ha un’efficacia terrificante e il rullante, che per tutta la serata sarà il suo unico strumento, viene percosso dalle bacchette, accarezzato dalle spazzole, battuto dalle mani nude e successivamente colpito dal tallone dal piede dell’olandese, nonché schiaffeggiato da un canavaccio di cotone da cucina. Bennink è l’uomo del ritmo ma non è esatto dire che il rullante sia il suo unico strumento. A questo dovremmo aggiungere, per completezza d’informazione, le gambe metalliche della sedia su cui è seduto (proprio la sedia di casa fu il suo primo “strumento” che imparò a suonare quando era bambino), il pavimento in legno del palcoscenico e qualsiasi cosa che l’olandese ritenga possa produrre un suono dopo essere stato percosso.

Marco Giorgi
www.red-ki.com

Antonio Faraò convince anche con il “quartetto italiano”

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eVANNel marzo del 2013 il pianista Antonio Faraò entrava negli studi della Clubhouse a New York in compagnia di tre vere e proprie icone del jazz moderno: Joe Lovano sax tenore e soprano, Ira Coleman contrabbasso e Jack Dejohnette batteria. In realtà Faraò non era nuovo a collaborazioni di prestigio con grandi musicisti: in particolare aveva avuto al suo fianco  Ira Coleman nel cd “Black Inside” del 1999, nel 2000 aveva registrato un album con il quintetto di Giovanni Tommaso in cui figurava Joe Lovano e con Jack Dejohnette aveva firmato l’album “Thorn”… solo che questa volta gli è riuscita l’impresa di mettere assieme tutti e tre questi musicisti. Il risultato è stato  “Evan” un delizioso CD nato dalla collaborazione tra l’etichetta italiana Jando Music e la francese Cristal Records e contenente sette composizioni originali del pianista con l’aggiunta di due celeberrimi brani quali “Giant Steps” di John Coltrane e “Roma nun fa la stupida stasera” di Armando Trovajoli… e così Faraò ha avuto modo di firmare una delle produzioni più interessanti degli ultimissimi anni. I meriti vanno, ovviamente, divisi tra la bellezza delle composizioni e la straordinaria cifra tecnico-interpretativa del quartetto che  riusciva ad evidenziare al massimo le potenzialità di ogni singolo musicista.

Risplende di luce propria il “Golden Circle”

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E’ possibile mettere due galli nello stesso pollaio? A rigor di logica no, ma il jazz fa anche di questi miracoli. Fuor di metafora e scusandomi con gli interessati per l’irriverente paragone, era difficile immaginare due fiati di primaria grandezza quali Fabrizio Bosso e Rosario Giuliani militare sotto la stessa insegna. Eppure i due, grazie anche al fattivo contributo di altri due grandi del jazz italiano quali Enzo Pietropaoli e Marcello Di Leonardo, sono riusciti a trovare la quadra varando un quartetto – “The Golden Circle” – che davvero risplende di luce propria.

I quattro giovedì 20 marzo hanno presentato al Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica di Roma il loro album registrato per la Jando music/Via Veneto Jazz nel marzo dello scorso anno… ed è stato un bel sentire!

Il nome del gruppo – identico a quello dell’album – prende le mosse dallo storico locale di Stoccolma dove nel 1965 Ornette Coleman registrò dal vivo un doppio album con David Izenzon (basso) e Charles Moffett (batteria) e si trattò di un nuovo inizio nella strepitosa carriera del sassofonista texano, padre del free jazz.

Ebbene, Giuliani e compagni hanno voluto fornire un sentito omaggio al grande Ornette incidendo ben otto suoi brani con l’aggiunta di tre originals firmati rispettivamente da Rosario Giuliani, Enzo Pietropaoli e Marcello Di Leonardo. Nel corso della serata romana il gruppo ha presentato quasi tutti i brani del disco eseguendoli quasi nello stesso ordine.

Lara Iacovini singing_b

I nostri CD. Lara Iacovini – “Right Together” – Abeat

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Come sottolineato altre volte, il panorama jazzistico italiano è letteralmente invaso da una schiera di vocalist che sembra non avere fine. Molte, anzi moltissime di queste sono ben preparate, in possesso di eccellenti mezzi vocali e di una sostanziosa base di studio… peccato che solo pochissime sono anche in grado di fornire interpretazioni personali in grado di ben distinguerle. Di questa ristretta cerchia fa sicuramente parte Lara Iacovini che nel maggio dello scorso anno ha registrato questo bellissimo album in compagnia niente di meno che Steve Swallow al basso elettrico, Adam Nusbaum alla batteria, Roberto Soggetti al pianoforte e Paolino Dalla Porta al contrabbasso con l’aggiunta di Giovanni Mazzarino in due brani e del vibrafono di Andrea Dulbecco in cinque.

Quasi inutile sottolineare come il CD si giochi tutto sul rapporto a tre fra composizione, interpretazione vocale e ruolo del basso elettrico. Nel concepire questo album come una sorta di omaggio all’illustre bassista, Lara ha scelto quattro brani di Swallow , uno della sua compagna Carla Bley, più una composizione di Tom Harrell, una di Mazzarino e due splendidi standard di Billy Strayhorn; poi ha compiuto un’operazione assai coraggiosa: scrivere dei testi in inglese, operazione tutt’altro che comune. La sfida è andata a buon segno dal momento che le parole appaiono sempre ben inserite nel generale contesto del pezzo offrendo alla vocalist possibilità interpretative di sicuro spessore. Il canto della Iacovini appare sempre fermo, sicuro, controllato ma non per questo meno spontaneo anche nei momenti – non moltissimi – in cui l’improvvisazione prende il sopravvento sulla scrittura.

I NOSTRI CD

I nostri CD

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I NOSTRI CD

3dB Trio – “Chiaroscuro” – Dodicilune 314

Disco d’esordio per questo trio composto da Pietro Di Domizio alla chitarra, Michelangelo Brandimarte al basso e Luca Di Battista alla batteria. Nulla di particolarmente nuovo sotto il sole ma tre giovani musicisti che sanno il fatto loro, ben preparati, capaci (il chitarrista e il bassista) di scrivere notevoli composizioni caratterizzate da un certo gusto per la melodia, e in grado di sviluppare un notevole grado di empatia che consente loro di sviluppare per tutta la durata dell’album una tessitura omogenea senza per questo rinunciare agli immancabili assolo . Il titolo scelto “Chiaroscuro” esemplifica abbastanza bene il lavoro di ricerca svolto dai tre che, così come nella pittura, alternando atmosfere diverse riescono a trovare un suono abbastanza originale condito alle volte (vedi “Spring”) da un pizzico di elettronica usata comunque con ponderazione e buon gusto. Come si accennava il repertorio è composto in gran parte da originals ma i tre hanno avuto l’intelligenza di inserire anche uno standard, “You don’t know what love is” di Don Raye, Gene De Paul; così è stato possibile vedere all’opera i tre in un brano che con le sue tante incisioni propone validi motivi di paragone: ebbene Di Domizio e compagni se la sono cavata egregiamente affrontando il pezzo con il dovuto rispetto, senza ansia alcuna di stravolgimenti o di letture particolarmente personali, ma cercando di evidenziarne al massimo la coinvolgente melodia. Per quanto concerne le composizioni originali, le mie preferenze vanno a “Rethinking of us” la cui atmosfera vagamente tanguera viene ben disegnata dal trio.