MIRANO OLTRE – libri & musica 2015 – VII edizione

Raiz

Il racconto, il cantautorato, il tango e la poesia sono i protagonisti della settima edizione di “Mirano Oltre”, rassegna che ritorna anche quest’anno nei luoghi più caratteristici del centro storico della città di Mirano. Pensati esclusivamente per la rassegna, saranno quattro gli originali appuntamenti in programma, con la letteratura italiana e americana che, proprio con le Americhe, trovano un dialogo musicale più profondo.
Si comincia giovedì 2 luglio nella suggestiva Calle Ghirardi con lo scrittore milanese Federico Baccomo, che presenterà il suo ultimo libro “Peep Show”. La scrittura leggera, ironica ma allo stesso tempo profonda di Baccomo – che leggerà anche passi dai suoi precedenti fortunati lavori – incontra per la prima volta a Mirano la forma–canzone di Helen Gillet, nata in Belgio ma da anni residente a New Orleans, artista plurilingue (canta in inglese e francese), versatile e atipica compositrice–improvvisatrice, per un dialogo che sarà sicuramente in grado di emozionare il pubblico. (altro…)

I NOSTRI CD. “NORDICI” IN PRIMO PIANO

I NOSTRI CD

Mohammed Abozekry – “Ring Road” – Jazz Village 570044
ring-road-300x300Ecco un album in cui la tanto strombazzata commistione di elementi diversi trova una declinazione intelligente e artisticamente di livello. Mohammed Abozekry è ben conosciuto in patria (Egitto) ed ora apprezzato anche nella sua terra d’elezione (la Francia). In effetti si tratta di un personaggio straordinario, assolutamente fuori dal comune. Allievo del grande ‘oudista’ iracheno , Naseer Shamma, fondatore della ‘Casa del liuto arabo’ al Cairo nel 1989, a quindici anni Mohamed Abozekry diviene il più giovane professore di oud del mondo arabo. Nel 2007 un incontro che sarà determinante per la sua vita non solo artistica: fa la conoscenza del chitarrista lionese Guillaume Hogan che lo introduce negli ambienti della città francese dove il giovane egiziano completa i suoi studi di musicologia e forma il suo primo gruppo ‘Heejaz’. Segue il suo primo album ‘Chaos’ ed ecco questo secondo ‘Ring Road’ in cui il musicista egiziano conferma un grande talento alla testa del suo ‘Heejaz extended’ ovvero il sassofonista Benoît Baud, il contrabbassista Hugo Reydet, il pianista Ludovic Yapaudjian e Anne-Laure-Bourget alle percussioni (tablas, daf, cajon e darkouka). La miscela che i cinque riescono a comporre è davvero affascinante: input provenienti dal jazz, dal rock, dal flamenco, dal latin, ovviamente dalla musica araba, vengono amalgamati in un unicum di rara efficacia. La bellezza della linea melodica – così ben costruita dallo stesso Abozekry nella duplice veste di compositore ed esecutore – viene ulteriormente valorizzata da un variegato tappeto ritmico intessuto dalle percussioni di Anne-Laure-Bourget. Dal canto suo Abozerky si dimostra leader di grande intelligenza in quanto, oltre a prendersi un giusto spazio come solista (senza per altro esagerare sul coté virtuosistico), allo stesso tempo lascia ampia libertà ai suoi partners di esprimere appieno il proprio talento. Il tutto condito da un groove eccezionale che dal nostro punto di vista si fa fatica ad immaginare in un musicista arabo.

Jakob Bro – “Gefion” – ECM 2381
GefionEcco un album che sembra fatto apposta per gli amanti della chitarra… ma forse ancora di più per gli amanti del contrabbasso. In effetti se è vero che il disco è a nome del chitarrista Jakob Bro, è altrettanto vero che al suo fianco possiamo ascoltare uno strepitoso Thomas Morgan mentre alla batteria troviamo il sempre superlativo Jon Christensen. Avevamo avuto modo di apprezzare il talento di Bro ascoltandolo in “Dark Eyes” con Tomasz Stanko e in “Garden of Eden” con la Paul Motian Band ma in questo CD, firmato da leader, il suo talento brilla ancora più luminoso. E non solo come chitarrista dal momento che Bro firma tutti i brani dell’album suscitando in chi scrive un’impressione molto positiva. In effetti amiamo molto sia le atmosfere nordiche sia la cosiddetta estetica ECM ampiamente esemplificate nei brani di “Gefion”. Atmosfere nordiche e estetica ECM si diceva: in effetti la musica di Bro e compagni è aerea, quasi sospesa, a richiamare i grandi spazi, i grandi silenzi del Nord, lavorando quasi per sottrazione, senza che i tre abbiano minimamente cura di compiacere l’ascoltatore. La musica avanza a tratti, delicatamente, aperta, dove la struttura ha un’importanza non determinante, sempre punteggiata da un prezioso dialogo tra chitarra e contrabbasso e spesso capita di pensare che lo strumentista principale non sia Bro ma Morgan dato il grande lavoro di contrappunto e di svolgimento della linea melodica svolto dal contrabbasso. E ciò trova la sua logica spiegazione nel fatto che Bro e Morgan negli ultimi sei anni hanno collaborato fruttuosamente, cementando un’intesa che nell’album si evince chiaramente. Dal canto suo Christensen sottolinea il tutto con estrema delicatezza specie sui piatti. Un’avvertenza: per chi nella musica cerca soprattutto carica ritmica, movimento, energia chiaramente espressa, l’ascolto è vivamente sconsigliato.

Cyminology – “Phoenix” – ECM 2397
PhoenixIn passato ci siamo già occupati di questo eccellente gruppo costituito dalla cantante Cymin Samawatie nata in Germania da genitori persiani, dal pianista Benedikt Jahnel nato in Francia e cresciuto in Germania, dal percussionista Ketan Bhatti originario dell’India ma formatosi nella capitale tedesca, dal contrabbassista Ralf Schwarz tedesco, con l’aggiunta, nell’occasione, dell’altro tedesco, Martin Stegner, eccellente specialista della viola nonché membro della Filarmonica di Berlino. Giunta al suo sesto album, il terzo per ECM, la formazione ci pare abbia raggiunto una sorta di quadratura del cerchio: un repertorio sempre più centrato sulle possibilità espressive del gruppo; un equilibrio notevole tra pagina scritta e improvvisazione, tra modernità e tradizione, tra Europa e Medio Oriente; un mix assolutamente indovinato tra poesia persiana e musica contemporanea; una ricerca molto spinta sulla timbrica e sul connubio tra voci e strumenti. Per quanto concerne il repertorio, i testi provengono questa volta, oltre che dalla stessa Samawatie, da due poeti persiani del Novecento, vale a dire Forough Farrokhzaad e Nima Yushi, e dal poeta mistico del dodicesimo secolo Hafez. Cymin li interpreta con pertinenza e sincera partecipazione: non a caso la sua formazione si è basata sulle due culture e le due lingue che le sono proprie, quella tedesca e quella persiana, con una profonda preparazione sulla musica classica conseguita ad Hannover e un’approfondita pratica su percussione e piano, così come sul jazz vocale e composizione a Berlino. Insomma un’artista assolutamente particolare che riesce a coniugare cultura europea e tradizione medio-orientale in un connubio di assoluta originalità. Ovviamente, la bella riuscita dell’album è dovuta anche alla perfetta intesa esistente fra i cinque: il dialogo tra strumenti e tra strumenti e voce è fitto, continuo, a tratti entusiasmante. Il tutto giocato su cantabilità e melodia che sembrano essere i pilastri su cui si sviluppa quel fitto intreccio cui si faceva riferimento con una raffinatezza che oggi caratterizza la cifra stilistica del gruppo.

Mathias Eick – “Midwest” – ECM 2410
MidwestIntitolando l’album ‘Midwest’ , il giovane trombettista norvegese Mathias Eick ha probabilmente voluto chiudere una sorta di cerchio rosso facendoci rivivere un lungo viaggio che, partendo da Hem, il piccolo paesino dove il trombettista è cresciuto arriva fin nelle pianure del Dakota, nel Midwest per l’appunto, dove si riversarono centinaia di migliaia di norvegesi attraversando i mari nel XIX secolo e agli inizi del XX secolo, portando con loro la propria musica. E nel Midwest si respira ancora oggi una certa atmosfera assai vicina alla Norvegia; non a caso lo stesso musicista, dopo una lunga tournée negli States, confessa “ siamo arrivati nel Midwest rurale e mi sono sentito immediatamente come se fossi in Norvegia. Ho subito capito perché i primi immigrati avessero voluto costruire laggiù. Mi ricordava molte parti della mia terra.” Ciò ad intendere che Eick ha voluto cercare e trovare una sintesi tra la sua ispirazione folkloristica e l’amore per il jazz nord-americano. Se queste sono le premesse, occorre subito dire che la musica messa in campo dal gruppo le conferma appieno: in effetti nei vari brani è ben possibile leggere sia il portato della musica tradizionale norvegese, sia un linguaggio prettamente jazzistico. Non a caso il quintetto è costituito e da artisti particolarmente versati nella musica folk (Gjermund Larsen al violino e Helge Norbakken alle percussioni) e da jazzisti affermati come il pianista Jan Balke e il contrabbassista Mats Eilertsen. Così la musica si dipana in perenne equilibrio tra questi due poli attraverso un fitto dialogo tra i due attori principali, vale a dire il leader e Larsen. Di qui un alternarsi di atmosfere sempre perfettamente equilibrate dalla tromba di Eick che dimostra anche una bella vena compositiva (tutti i brani sono suoi) con una particolare predilezione per la ricerca melodica declinata spesso attraverso lo sviluppo di piccoli nuclei tematici. Eccellente, comunque, anche il lavoro degli altri tre: Balke si conferma pianista dalle brillanti intuizioni in fase sia di accompagnamento sia solistica, mentre Eilertsen e Norbakken, pur partendo da basi diverse, riescono a produrre un sostegno ritmico di grande efficacia .

George Haslam – “Suite of dreams” – Slam 330
sUITE OF DREAMSAssai interessante questo album registrato in trio da George Haslam al sax baritono, clarinetto e tarogato (uno strumento in legno della tradizione ungherese, a metà fra un sax soprano ed un clarinetto), Richard Leigh Harris al piano e tastiere e Steve Kershaw al contrabbasso ed effetti elettronici. L’album, registrato negli HSD Studios di Oxford, fa parte di quel progetto denominato “The Oxford Jazz Masters Series” (OxJaMS) voluto e lanciato dallo stesso Haslam nel 2005 per dare visibilità ai migliori esponenti della free-improvisation, dell’avanguardia e del jazz contemporaneo. Dico subito che, a mio avviso, non tutte le ciambelle dell’avanguardia riescono col buco, tanto è vero che in questa stessa rubrica si recensisce un album che poco o niente mi ha convinto. Questa “Suite of dreams” invece appare come un’opera ben concepita, ben strutturata e ben condotta secondo un filo logico che è possibile individuare all’interno delle improvvisazioni, a volte travolgenti, dei tre che si esprimono in differenti contesti: da soli, in duo (nelle tre possibili combinazioni), in trio. Così la musica si dipana passando da atmosfere intimiste ed eteree a segmenti molto più materici. Egualmente a momenti di tensione si contrappongono momenti di distensione in cui , alle volte, si avverte una certa cantabilità senza che ciò faccia scadere il tutto nel facile ascolto o nella banalità. Quasi inutile sottolineare la bravura strumentale e la capacità improvvisativa dei tre che si esprimono senza alcuno sforzo apparente e soprattutto mantenendo il suono reale degli strumenti senza quelle forzature tipiche di certo free. In un’opera del genere evidenziare un brano rispetto agli altri è sempre molto difficile tuttavia molto mi ha colpito “Dèja-vu” tutto giocato su un interessante dialogo pianoforte-contrabbasso in cui Haslam e Kershaw evidenziano una bella carica ritmica e un’empatia straordinaria dovuta anche al fatto di aver lungamente collaborato negli anni precedenti questa registrazione.

Vijay Iyer Trio – “Break Stuff” – ECM 2420
BreakStuff_allaboutjazz_ka“Break Stuff” è un titolo assolutamente esemplificativo nel senso che nella musica presentata da questo eccellente trio acustico in esercizio da più di dieci anni (Vijay Iyer piano; Stephan Crump contrabbasso; Marcus Gilmore batteria) si avverte in effetti quanto siano importanti pause e silenzi in un contesto, per altro, caratterizzato spesso da ritmi sostenuti e da andamenti a tratti fortemente percussivi. Il tutto a evidenziare la grande conoscenza dell’universo pianistico – e più in generale musicale – di Vijay Iyer le cui ascendenze possono ritrovarsi sia in McCoy Tyner che in Paul Bley, sia in John Taylor che in Mal Waldron… e l’elenco potrebbe continuare. Ma ciò non significa una mancanza di originalità, tutt’altro! Vijay è un artista assolutamente maturo, che ha raggiunto un livello di espressività affatto personale, e che, proprio per questo, è in grado di dire una parola nuova nel variegato panorama dal pianismo jazz. La sua musica è coinvolgente e , non essendo imbrigliata in strutture particolarmente rigide, riesce spesso a stupire l’ascoltatore con soluzioni improvvise e la reiterazione di piccoli nuclei tematici tipica del suo patrimonio culturale (Iyer è nato a New York ma da genitori indiani Tamil). Quanto alla valenza del repertorio, dei dodici brani presentati nove sono composizioni originali del leader cui si affiancano tre standard “Works” di Thelonious Monk, “Blood Count” di Billy Strayhorn (in cui Iyer si produce in un toccante piano-solo) e “Countdown” di John Coltrane; ebbene, anche in questa occasione, il pianista mantiene intatta la sua cifra stilistica declinata attraverso un pianismo ora scintillante ora meditativo, con un tocco di straordinaria eleganza e soprattutto, come si accennava in apertura, con una importanza determinante data alle pause e al silenzio nel tentativo, perfettamente riuscito, di dare spazio alla musica, alle note. Infine, lo diciamo spesso ma crediamo sia una notazione imprescindibile, l’ottima riuscita del disco è dovuta sì all’abilità compositiva ed esecutiva del leader ma anche alla sapienza dei suoi partners e alla perfetta empatia del trio.

Anders Jormin, Lena Willemark, Karin Nakagawa – “Trees of Light” – ECM 2406
trees-of-lightAssolutamente spiazzante questo album che vede il contrabbassista svedese in trio con la vocalist, violinista e violista Lena Willemark che si rifà viva in casa ECM dopo dieci lunghi anni e la giapponese Karin Nakagawa specialista del koto a 25 corde. Come si nota un organico inusuale per una musica inusuale, che sfugge a qualsivoglia definizione. Ovviamente non si può parlare di jazz ché solo il fraseggio di Jormin alle volte richiama questa musica; non si può parlare di folk anche se in certi brani (ad esempio ‘Slingerpolska’ l’ispirazione sembra essere proprio questa); forse… ma solo forse… sarebbe opportuno parlare tout court di musica contemporanea lasciando ampio spazio a qualsiasi interpretazione. In effetti con questo album Jormin, Willemark e Nakagawa superano ogni confine di spazio e di tempo: la loro musica suona allo stesso tempo arcaica e moderna e può trovare una propria adeguata collocazione sia nel Vecchio Continente sia nell’Estremo Oriente. Per non parlare delle possibilità espressive che i tre riescono ad ottenere facendo risuonare i loro strumenti (ivi compresa la voce) in modo completamente ‘altro’ rispetto a quanto siamo abituati ad ascoltare. Di qui quel senso di straniamento, di spiazzamento cui si accennava in apertura; di qui la difficoltà di sintonizzarsi immediatamente sulla stessa lunghezza d’onda del trio…ma una volta riusciti ad afferrare il filo del discorso, allora non lo si molla più e si arriva alla fine dell’album come se la musica ascoltata non fosse stata sufficiente. Il tutto impreziosito dal fatto che si possono anche seguire i testi cantati dalla Willemark in una lingua regionale svedese, grazie alla traduzione in inglese contenuta nel booklet. Insomma se avete voglia di ascoltare qualcosa di veramente diverso, allora non lasciatevi sfuggire questo album.

Sinikka Langeland – “The half-finished heaven” – ECM 2377
The half-finishedSplendido album questo “The Half-Finished Heaven” targato ECM, uscito proprio in queste settimane e registrato a Oslo nel gennaio del 2013. Protagonista, nella duplice veste di compositrice ed esecutrice, la norvegese Sinikka Langeland, specialista del kantele (lo strumento tipico della tradizione folk finlandese) , che coniuga la maestria sullo strumento con un vocalismo molto particolare. Nell’occasione la vocalist è accompagnata da Trygve Seim al sax tenore, Markku Ounaskari alle percussioni, suoi “vecchi” compagni di strada, e Lars Anders Tomter considerato uno dei migliori esponenti de violismo contemporaneo. Il tutto ad elaborare una musica frutto di un’intelligente e sentita fusione tra musica popolare, folcloristica e linguaggio jazzistico, sulla scorta di un’estetica che nella ECM ha trovato la sua più completa estrinsecazione. Insomma una musica tutta giocata sui registri medio-bassi che richiama le atmosfere tipiche del Nord-Europa, un’apparente immobilità densa però di significati, un diffuso senso di malinconica dolcezza, una profondità d’ispirazione che, se hai orecchie e cuore aperti, arriva davvero a toccarti nel profondo. Sinikka evidenzia ancora una volta la sua grande conoscenza dell’universo sonoro, senza distinzioni di genere, riuscendo a fondere la sua voce nella timbrica particolare prodotta da un ensemble di certo non usuale come quello citato in precedenza. In particolare il suono della viola dà al tutto un colore particolare ben equilibrato dalle percussioni di Ounaskari mai invadenti seppur nella loro costante presenza. Dal canto suo Trygve Seim si conferma uno dei più interessanti sassofonisti europei formatosi sullo stile di Jan Garbarek da cui, però, sembra finalmente poter prendere le distanze.

Pablo Márquez – “Gustavo Leguizamòn – El Cuchi bien temperado” – ECM 2380
el-cuchi-bien-temperadoAlbum di estremo interesse questo che vede il chitarrista Pablo Márquez alle prese con la musica di Gustavo Leguizamòn. E forse vale la pena spendere qualche parola di presentazione sia sullo strumentista sia sul compositore. L’argentino Gustavo Leguizamòn, affettuosamente soprannominato “Cuchi” (letteralmente “maiale”, ma la parola risale al quechua, antica lingua degli Incas parlata ancora a Salta, dove Gustavo nacque e Márquez crebbe) era, pianista, chitarrista, poeta, avvocato e professore di storia…. ma soprattutto compositore tra i più noti ed apprezzati del suo Paese. Artista fortemente legato alla musica popolare seppe tuttavia introdurre profonde innovazioni dal punto di vista armonico tanto che la sua musica è considerata qualcosa di assolutamente personale e irripetibile anche perché, oltre che dalle radici popolari, trae ispirazione da compositori ‘colti’ quali Debussy, Ravel, Stravinsky e Schoenberg . E proprio alla sua arte si è rivolto, come faro lumeggiante, uno dei grandi artisti dell’odierna musica argentina, Dino Saluzzi. Dal canto suo Pablo Márquez è un chitarrista di estrazione classica, dotato di tecnica sopraffina e di grande sensibilità che gli hanno consentito di leggere con grande efficacia la musica di Leguizamón. L’incontro fra i due avvenne quando Leguizamón fu insegnante di storia di Márquez presso il Colegio National quando il chitarrista aveva solo tredici anni. Di qui una profonda ammirazione che mai è venuta meno nel tempo, come documenta l’album in oggetto i cui motivi di interesse stanno, oltre che nell’intelligente e personale rilettura dei brani di Leguizamòn, nel fatto che Márquez
ha dovuto superare un altro non facile ostacolo: rendere con la sola musica anche i testi importanti che fanno parte integrante dell’opera di Leguizamòn. Così, ad esempio, in “Chacarera del expediente” si parla della condizione della povera gene in contrapposizione alla corrotta classe politica (vi ricorda qualcosa?) . Da sottolineare infine come il chitarrista , nel celebrare Leguizamòn , abbia voluto, nello stesso tempo, rendere omaggio ad altri grandi della musica argentina, da Juan Falù a Ricardo Moyano, da Hilda Herrera a Dino Saluzzi. (altro…)

Cettina Donato e Massimiliano Rolff la bellezza della composizione, la bravura dell’esecuzione

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Nel corso della mia oramai lunga attività di cronista jazz, ho sempre considerato parte integrante del mio lavoro valorizzare quei giovani che ritenessi talentuosi, scrivendo articoli, mettendoci – come si dice – la faccia anche a rischio di prendere qualche cantonata nel formulare previsioni poi smentite dai fatti. Per fortuna finora è andata abbastanza bene: è andata bene con Pippo Guarnera, è andata bene con Fabrizio Sferra (fui il primo a segnalarne il talento su un quotidiano a diffusione nazionale), è andata bene con Roberto Spadoni, è andata bene molti anni dopo con Cettina Donato.

Quando nel 2008 venne pubblicato il suo primo album, “Pristine”, ne rimasi molto ben impressionato tanto da scrivere un articolo e intervistarla per un programma televisivo che allora conducevo. In questi sette anni Cettina di strada ne ha fatta molta: è stato da poco pubblicato il suo terzo album, “Third” per l’appunto (BlueArt 120), e viene adesso a ben ragione considerata una delle più belle realtà del nuovo panorama jazzistico nazionale.
La conferma è venuta, se pur ce ne fosse stato bisogno, dalla serata targata “BlueArt Management” svoltasi il 14 maggio alla Casa del Jazz di Roma. La Donato si è presentata con la stessa formazione presente nell’album ( Vito Di Modugno al basso elettrico, Mimmo Campanale alla batteria e Vincenzo Presta al sax tenore) presentando alcuni brani tratti da “Third”.
Nell’intervista di cui sopra Cettina, rispondendo ad una mia domanda, aveva dichiarato di sentirsi più compositrice che esecutrice; ora non c’è dubbio che l’artista messinese sia dotata di una bella fantasia creativa, non a caso tutti i brani dell’album sono frutto della sua penna… ma anche dal punto di vista pianistico ci è parsa oramai del tutto all’altezza della situazione.

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Perfettamente consapevole dei propri mezzi tecnici ed espressivi, Donato non intende stupire alcuno ma solo seguire al meglio la propria ispirazione: di qui una musica che respira, in cui le pause hanno un peso specifico, in cui mai si avverte la sensazione di un qualcosa in più, di una qualche nota che non sia del tutto necessaria. E questo modo di concepire la musica, la performance, viene ben condiviso dal gruppo nella sua interezza, con un Di Modugno prezioso sia in fase di accompagnamento sia quando si produce in assolo come nel suadente “Apulia” (dedicato alla Puglia terra dei suoi compagni d’avventura), e un Campanale perfettamente a suo agio sia con le bacchette sia con le spazzole, mentre Presta, presente non in ogni brano, aggiunge al tutto un tocco di maggiore incisività.
Il concerto si apre con un pezzo sinceramente toccante per i suoi contenuti extramusicali, un dramma familiare che la Donato racconta così, con estrema semplicità, senza retorica ma che proprio per questo ti colpisce forte, come un pugno nello stomaco: “Giò” è il titolo del brano (che apre anche il CD) ed è dedicato al fratello di Cettina, Giovanni, che è autistico, cieco e muto e che trova le sue modalità di espressione nel suonare, benissimo, il pianoforte; ma la sua malattia lo porta a reiterare brevi nuclei tematici; ebbene Cettina ha preso questi nuclei tematici e ci ha costruito un brano difficile, a tratti spigoloso, dall’andamento ossessivo, nevrotico ma di grande comunicativa… davvero un piccolo gioiellino per quanto sa esprimere.
A seguire, “Crescendo”, innervato dalla presenza di Vincenzo Presta e caratterizzato da un ritmo quasi funky; il terzo brano, secondo lo stesso ordine del disco, è “Apulia” cui abbiamo già fatto cenno, quindi “Freedom” un pezzo, che sottolinea la stessa Donato, è ‘scorretto’ secondo le regole formali dell’armonia ma che funziona comunque benissimo a dimostrazione della vecchia tesi per cui le regole sono là, ma quel che conta, nella musica, è l’orecchio, la musicalità.
Il concerto si chiude, così come il disco, con “Sugar & Paper” dal marcato andamento ritmico, con un Presta in gran spolvero.
E l’occasione ci sembra propizia anche per completare il discorso sull’album che contiene altri tre brani, “Minor blues” in cui la Donato fa sfoggio di un pianismo scintillante, duettando con Di Modugno su tempi piuttosto veloci, “Look at the moon” dal ritmo latineggiante con un Di Modugno impegnato in un altro convincente assolo e “Pentatrio” anch’esso costruito sulla ripetizione di un accattivante nucleo tematico su cui si innestano le improvvisazioni della pianista; ciò che caratterizza questo CD rispetto alle due precedenti esperienze discografiche della Donato è da un lato il fatto che gli otto brani sono tutti suoi, dall’altro che questa volta gli arrangiamenti sono più semplici anche perché l’artista si esprime in trio e in quartetto. Insomma un viaggio attraverso il mondo interiore della Donato che non a caso confessa di aver scritto questi pezzi in occasioni particolari: alcuni durante il soggiorno negli Stati Uniti, altri di ritorno in Italia… ad esempio “Apulia” ritrae un momento particolarmente felice, quello in cui l’artista venne invitata dal maestro Marco Renzi, direttore artistico dell’Orchestra Sinfonica della provincia di Bari, ad esibirsi per l’appunto con l’orchestra come direttore e arrangiatore… e fu proprio in quella occasione che la Donato conobbe quelli che sarebbero divenuti i suoi partners per “Third”. Insomma un disco affascinante nella sua non banale semplicità. (altro…)

Trio Sigurtà ovvero le affascinanti evoluzioni dell’ equilibrio sonoro

sigurtà auditorium

Il Jazz è multiforme, ed è semplice definire con quasi certezza all’ ascolto solo cosa NON è Jazz. Poi si ascoltano atmosfere, componimenti, suggestioni diversi tra loro, che sono Jazz, perché ti viene di dire “si, lo è”, oppure che sono al confine con il Jazz e se ne nutrono ma anche lo nutrono.

Fulvio Sigurtà ha presentato all’ Auditorium Parco della Musica il suo nuovo cd uscito per Cam Jazz, “The Oldest Living Thing”, in Trio con il chitarrista Federico Casagrande e con il bassista Steve Swallow, che in questo bel concerto live romano è stato sostituito dal giovane londinese Kevin Glasgow. Ciò che ho ascoltato è stata prima di tutto una musica impalpabile e suggestiva, a partire dal timbro incorporeo eppure intenso e vibrante reso dagli intrecci tra chitarra e contrabbasso, sui quali la voce della tromba di Sigurtà si inserisce in modo volutamente discreto e “paritario” rispetto agli arpeggi della chitarra e alle evoluzioni del basso elettrico, anche quando essa è portatrice del tema melodico che caratterizza il brano.

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I NOSTRI CD. Italiani in primo piano

I NOSTRI CD

Enzo Amazio – “Travelogue” – Itinera 026
Enzo Amazio – “ Essence” – Alfa Music 170
travelogueDevo dare atto all’amico Luigi Viva di avermi fatto conoscere questo giovane interessante chitarrista ancor prima che mi arrivassero i due album in oggetto. In effetti, in occasione dell’intervista che molti di voi avranno ascoltato, Luigi mi portò una demo di “Travelogue” invitandomi ad ascoltarla con attenzione. Cosa che feci ricavandone un’ottima impressione, corroborata dal secondo CD “Essence”. In effetti Amazio è chitarrista oramai maturo, in possesso di una propria dimensione stilistica e perfettamente consapevole delle proprie possibilità sia compositive sia strumentali sia espressive. A ciò si aggiunga il fatto che oramai da tempo collabora con il sassofonista Rocco Di Maiolo il che produce un’intesa ben percepibile ascoltando la musica di ambedue i lavori. Ulteriore elemento da porre in rilievo il fatto che tutti i brani– eccezion fatta per “Mille baci” di Francesco Colasanto contenuto in “Essence” – sono frutto della penna di Amazio (quattro in collaborazione con EssenceRocco di Maiolo). Siamo, insomma, di fronte ad un musicista completo, in grado di comporre musica ben strutturata, non banale, alle volte fortemente evocativa e di eseguirla al meglio, senza forzatura alcuna, senza compiacimenti virtuosistici ma ponendo la tecnica al servizio dell’espressività e conservando un costante equilibrio tra parte scritta e improvvisazione. Come amiamo spesso sottolineare, la buona riuscita di un album necessita anche della collaborazione di tutti i musicisti impegnati; anche in questo senso bisogna dare atto ad Amazio di possedere già una personalità da leader avendo chiamato accanto a sé, oltre all’amico di sempre Rocco Di Maiolo, validi musicisti: in “Trevelogue” Francesco Nastro e Francesco Marziani al piano, Aldo Vigorito e Corrado Cirillo al basso e Giuseppe La Posata alla batteria mentre in “Essence” oltre a Marziani troviamo Tommy De Paola al piano, Gennaro Di Costanzo o Corrado Cirillo al basso, Enzo De Rosa o Sergio Di Natale alla batteria e Agostino Mas alle percussioni cui si aggiunge, in veste di ospite d’onore in tre brani, Gabriele Mirabassi naturalmente al clarinetto. E proprio questi tre brani risultano particolarmente ben riusciti con il clarinettista in grande spolvero soprattutto in “1967”.

Nicola Andrioli – “Les Montgolfières” – Dodicilune 332
Les MontgolfieresAlbum sicuramente interessante questo del pianista e compositore brindisino Nicola Andrioli che presenta un organico assolutamente inusuale: un quartetto d’archi di chiama impostazione classica e un quartetto jazz composto, oltre che da lui stesso, da Fabrizia Barresi alla voce, Matteo Pastorino al clarinetto e Hendrik Vanattenhoven al contrabbasso. Quindi niente batteria a sottolineare vieppiù l’intento del leader di costruire un impianto musicale tutto giocato sul rapporto tra jazz e musica colta, tra scrittura e improvvisazione. Obbiettivo assai ambizioso ma di sicuro nelle corde dell’ottetto: in effetti il gruppo, grazie anche ad un repertorio ben strutturato e declinato sostanzialmente attraverso composizioni originali del leader (eccezion fatta per “Crystal Silence” di Chick Corea, porto dal leader in dolce solitudine e “A Scarlatti (K208)” di Domenico Scarlatti) raggiunge il risultato di presentare una musica ibrida, vitalizzata sia da influssi classici sia da pronunce linguistiche sicuramente jazz, che comunque risulta originale e tutt’altro che banale. Da sottolineare al riguardo, la felice scrittura di Andrioli che nel comporre questa serie di bozzetti (un solo brano supera i cinque minuti non raggiungendo i sei) si è preoccupato non solo di ritagliarsi ampi spazi solistici (convincente il suo pianismo solitario in ‘Don Quichote’) ma anche di dare la possibilità ad ognuno di porre ben in rilievo la propria identità solistica, a partire dalla vocalist Fabrizia Barresi assolutamente a suo agio con la pronuncia francese, per finire con il quartetto d’archi ben valorizzato in brani come “Le Flou Tissant la Toile” impreziosito anche da sapidi interventi di Matteo Pastorino e dalla bella voce della Barresi. Particolarmente suggestiva la title-track caratterizzata da un’atmosfera di chiara impostazione impressionista.

Filomena Campus, Giorgio Serci – “Scaramouche” – Incipit 189
ScaramoucheProtagonisti di questo album la vocalist, regista, autrice Filomena Campus e il chitarrista, compositore e arrangiatore Giorgio Serci che dalla natia Sardegna oramai da tempo si sono trasferiti a Londra incontrando grande successo di pubblico e di critica. Non a caso per cinque dei nove brani i testi della Campus sono in inglese e non a caso l’album prima dell’uscita nel nostro Paese, è stato presentato in anteprima nel famoso Pizza Express Jazz Club di Londra. A loro nel CD si aggiungono il percussionista brasiliano Adriano Adewale, il flautista Rowland Sutherland nei brani “Boghe e’ Maestrale” e “Scaramouche” , il Keld Ensemble String Orchestra costituito nel 2010 e presente con esiti eccellenti in “Campidano” e in “Decisions”, l’unico pezzo interamente strumentale, e il grande Kenny Wheeler al flicorno in un solo brano, “Momentum”, che rappresenta una delle ultime registrazioni effettuate dal grande artista scomparso lo scorso settembre. E proprio questo pezzo rappresenta una delle perle dell’album grazie proprio all’assolo di Wheeler così denso e allo stesso tempo esitante, sempre però caratterizzato da quel suono caldo, morbido che da sempre costituisce una delle caratteristiche essenziali del musicista canadese. Però, al di là dell’indubbia valenza degli ospiti, l’album si fonda sul perfetto connubio tra la voce della Campus, godibilissima anche nello scat cui spesso fa ricorso, e le corde di Serci, connubio declinato secondo un preciso filo conduttore: armonizzare, all’interno di un quadro omogeneo, una serie di input derivanti da fonti assai diverse quali la musica colta (interessante al riguardo il contributo del Keld Ensemble String Orchestra e di Rowland Sutherland), la tradizione rurale (si ascolti la splendida poesia di Maria Carta) , universi ritmici lontani dai nostri (le percussioni di Adriano Adewale). Il tutto giocato sul terreno acustico: Giorgio Serci utilizza la chitarra classica, l’oud o la chitarra basso, facendo ricorso alla chitarra elettrica in un solo brano, “ Baltic Spellbound”. In tale contesto, Filomena Campus e Giorgio Serci presentano un repertorio fortemente ancorato alle proprie tradizioni con brani originali (musiche del chitarrista e testi della vocalist). In tutto l’album Filomena e Giorgio evidenziano una intesa perfetta che, come acutamente sottolinea Paolo Fresu nelle note di copertina, “segna in modo profondo quel rapporto tra ancestrale e contemporaneo che da sempre è nella poetica di Filomena e Giorgio gettando, così, ancora una volta, un ponte ideale tra la Sardegna e il mondo”.

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Angelo Adamo, Guido Di Leone, Francesco Angiuli – “The night Has a Thousand Eyes”

the night has a thousand eyesSono veramente pochi i casi in cui si riescano a conciliare (arrivando ad alti livelli) più passioni, o ambiti di studio, o interessi, o professioni. La maggior parte delle volte ci troviamo davanti ad individui che fanno benino un po’ di tutto, che volano superficialmente su varie passioni senza approfondirne veramente nemmeno una, e che propinano presunte perle contemporaneamente, per poi passare oltre, per poi tornare indietro, spacciando tutto questo svolazzare (senza mai posarsi) di fiore in fiore per “eclettismo”. Una delle eccezioni a questo modo di essere si chiama Angelo Adamo. E’ di certo un astronomo. E’ di certo un bravissimo disegnatore. Ed è di certo un ottimo strumentista: suona l’ armonica cromatica e ama il Jazz. 
E così Angelo Adamo ha realizzato un cd, che raccoglie dodici famosi standard (dodici come le costellazioni) che hanno un legame con il cielo, con la luna, con le stelle. E la copertina se la è disegnata da solo. Con lui in questa piacevolissima ora di musica dolce, rilassante, ma mai esile o scontata, ci sono Guido Di Leone alla chitarra e Francesco Angiuli al contrabbasso.

L’ armonica di Adamo accarezza temi oramai quasi leggendari senza troppo stravolgerli: la freschezza è nel timbro del suo strumento, negli armonici che fa librare nell’ aria, nella voce talvolta ruvida e quasi indolente che viene impressa alle melodie. Gli intrecci con chitarra e contrabbasso, apparentemente semplici, sono in realtà raffinati ed intensi.
E allora godetevi “Stardust” la voce graffiata dell’ armonica da subito si intreccia con le note gravi del contrabbasso , rese con l’ arco, e con gli accordi dolci della chitarra: e che il tema poi si svolga sul registro basso dell’ armonica è una scelta suggestiva e inaspettata . “Old devil moon” è resa con una doppia valenza ritmica, swingante e in stile bossa nova, che curiosamente si alternano nell’ inciso e nella strofa, e in cui l’ improvvisazione in duo chitarra e contrabbasso è godibilissima così come l’ assolo di armonica .

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