La storia di “Udin&Jazz” nei 100 scatti di Luca d’Agostino

i 100 scatti

Può la storia di un Festival lunga 25 anni essere adeguatamente compendiata in 100 scatti? Sì, se a scattare le foto è un professionista serio e competente come Luca Alfonso d’Agostino.

Abbiamo conosciuto Luca parecchi anni fa quando siamo stati invitati per la prima volta a “Udin&Jazz”; lo abbiamo ritrovato questi ultimi due anni pronto al sorriso, disponibile, collaborativo e appassionato come sempre… insomma, per dirla fuori dai denti, Luca è uno “che non se la tira…”.

Di converso basta guardare attentamente le sue opere per rendersi conto di come d’Agostino viva la musica: le sue foto mai sono statiche ma raccontano una storia, presuppongono un prima e lasciano immaginare un dopo. “La foto di spettacolo più bella – racconta – arriva quando conosci l’artista fino a sapere quando farà un determinato gesto, perché ci hai passato ore assieme e non ti sei limitato a 3 minuti sotto il palco”.

Per averne ulteriore conferma basta soffermarsi su questo interessante volume non a caso intitolato “i 100 scatti – 25 anni di Udin&Jazz” , scatti che sino a domenica 5 luglio sono stati ospitati dalla Galleria fotografica ‘Tina Modotti’ .

Il volume è diviso in quattro sezioni: la prima, “a/solo”, consta di 52 foto, ed è dedicata a ritratti di singoli artisti italiani e stranieri; la seconda ,intitolata “cerchio/quadrato/triangoli/diagonali”, è composta da 9 scatti in cui Luca evidenzia un gusto particolare per la “costruzione” dell’immagine; la terza, “dialogiche”, comprende 14 immagini  che a nostro avviso rappresentano forse la parte più significativa del volume in quanto “ritraggono” un elemento determinante per il jazz: l’intesa tra i protagonisti di questa musica; nell’ultima sezione – “paesaggi” – possiamo apprezzare 25 foto in cui si narra un’altra dimensione del jazz, quella del contesto in cui questa musica trova la sua ragion d’essere. Insomma una sorta di guida che prendendoci per mano ci permette di capire cosa questa musica ha rappresentato e ancora rappresenta nella realtà di oggi.

Il volume è corredato da una introduzione di Flavio Massarutto che lumeggia efficacemente l’importanza del festival udinese nei suoi 25 anni di storia sottolineando come questa manifestazione abbia saputo ben interpretare i tumultuosi cambiamenti che hanno segnato la storia recente di questa meravigliosa musica. Di qui, scrive ancora Massarutto, “scorrendo i programmi delle 25 edizioni si può cogliere l’incessante sforzo di proporre contesti e contenitori in grado di attrarre il pubblico”… ma nello stesso tempo “la ricerca di artisti innovativi”.

E il merito principale di queste scelte va senza dubbio alcuno al direttore artistico e vera anima del Festival, Giancarlo Velliscig, che interviene a chiusura del volume evidenziando da un canto come il racconto di questo quarto di secolo in musica trovi il suo filo d’Arianna e i suoi contorni precisi  nella memoria grazie ai tasselli disseminati da Luca d’Agostino, dall’altro il fatto che il festival sia stato determinante  nell’aver messo a contatto i grandi del jazz internazionali con i musicisti locali agevolandone la crescita. Il volume comprende anche l’elenco dei cartelloni di tutti questi 25 anni.

Come avrete capito, di foto importanti  ce ne sono tante, comunque alcune ci sembrano particolarmente significative: ecco quindi Jimmy Giuffre del ’93, McCoy Tyner con Michael Brecker del 1996, Amiri Baraka e Pharoah Sanders del 2008, particolarmente emozionante l’immagine di Petrucciani con Velliscig del ‘98, tutti personaggi celebri… ma c’è spazio anche per i giovani: Clarissa Durizzotto, Mirko Cisilino con Leo Virgili del 2012… così come non mancano le immagini attraverso cui si raccontano altri aspetti del jazz: nel 2014 il concerto di Pat Metheny a Villa Manin venne annullato a causa del maltempo e l’istantanea di Luca fa rivivere quei momenti, con il pubblico che si ripara e il palco desolatamente vuoto.

La Prefazione di Luigi Onori al volume Roberto G. Colombo: “Tracce sfumate”

E’ uscito nel giugno scorso un interessa te ed inconsueto volume del chitarrista e musicologo Roberto G. Colombo: “Tracce sfumate. Storie di jazz che le storie del jazz non raccontano” (Erga Edizioni, pp.152,  14 euro).

La prefazione al testo è stata scritta dal nostro collaboratore Luigi Onori e la pubblichiamo (con l’autorizzazione di Colombo) per segnalare le tematiche affrontate.


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Prefazione

Roberto G. Colombo ha già regalato ai cultori ed agli appassionati di jazz due approfonditi testi dedicati a Django Reinhardt (2007) – con la sua “via non americana al jazz”, uno dei temi centrali nella riflessione dell’autore – e a Charlie Christian (2009) all’interno di “una storia filosofica della chitarra jazz”.

In “Tracce sfumate” Colombo sceglie di raccogliere  sei saggi scritti tra il 2011 ed il ‘15, cui aggiunge un inedito degli anni ’90 (sul rapporto tra solismo e composizione). Passa così dai chitarristi-cardine della storia del jazz (quindi dalla “macrostoria”) ad una serie di “microstorie” che approfondiscono al microscopio argomenti storici, musicologici, organologici spesso tra loro intrecciati che hanno come oggetto musicisti sconosciuti, modelli di chitarra, album celebri… Proporre insieme i sette saggi è anche un’occasione per il lettore di vedere come dietro a studi più ampi ed organici ci sia un lavorìo critico-analitico che nutre ed alimenta le “macrostorie”; indagare su aspetti solo in apparenza secondari consente, in realtà,  di giungere a questioni fondamentali che riguardano il jazz nella sua complessità di musica del Novecento. Il saggismo di Colombo – docente di Filosofia e Storia, chitarrista, musicologo e compositore –  offre infatti una serie di “spaccati musical-discografici” ricchi di riferimenti sociali e critici, documentati con quel rigore estremo e quell’ampiezza dei dati ai quali l’autore ci ha abituato. Il tutto viene espresso con un linguaggio chiarissimo, che poco o nulla concede al letterario o all’aneddotico, anche se in alcune sue parti “Tracce sfumate” è di certo un libro per iniziati.

Al centro – materiale ed ideologico – del volume spiccano i saggi “To Free or Not to Free” e “Parker e i chitarristi”: il primo è lo studio più ampio e l’unico che non abbia come oggetto chitarristi e chitarre ma l’album di Sonny Rollins “Sonny Meets Hawk”  del 1963, studio caratterizzato da una prospettiva di indagine originale di cui si parlerà; il secondo passa in rassegna i chitarristi che hanno attraversato il bop, soprattutto nella sua fase iniziale, per rivelare uno strumentista quasi completamente sconosciuto (Ronnie Singer, morto nel 1953).

L’inizio e la fine del volume vedono, invece, le vicende esemplari di due chitarristi italiani (uno napoletano e l’altro siciliano) quali Henri Crolla ed Alfio Grasso nel loro agire in Francia e in Germania (“Un italiano a Parigi”; “Un italiano a Berlino”). Incastonati tra questi tasselli due saggi “organologici” che hanno come argomento “La chitarra ecumenica” e “La chitarra trasversale”, pagine in cui Roberto G.Colombo scava in modo approfondito e specifico tra liutai, pick-up, registrazioni.

All’interno di questo impianto generale è importante evidenziare un metodo di lavoro e di studio che si fonda su un ascolto attento, analitico e comparato delle fonti sonore, con riferimenti sempre puntuali. Altrettanto l’autore fa con le fonti documentarie italiane e straniere, svolgendo nei suoi scritti una preziosa funzione di divulgazione di una saggistica quasi mai tradotta in italiano; peraltro si sondano, in modo critico, anche le pubblicazioni su web con una precisa azione di filtro e “validazione”.  Ciò, tuttavia, non è volto a fini accademici o di referenzialità ristretta: Roberto G. Colombo con le sue “storie di jazz che le storie del jazz non raccontano” (come recita il sottotitolo del volume) mette in luce argomenti importanti quali la creazione di un jazz europeo non imitativo rispetto a quello americano, il ruolo svolto dalle comunità italiane (e non solo) nel melting pot sonoro americano, il processo di sviluppo artistico nelle sue fasi di crisi e contraddizione, lo scontro/incontro generazionale, i “modelli stilistici” ed il rapporto con essi.

Mi si consenta, ora, di percorrere velocemente i saggi per enuclearne i passaggi salienti, rimandando alla loro lettura integrale perché è questa che davvero conta.

“Un italiano a Parigi” parla di Henri Crolla, chitarrista napoletano vissuto nella Francia della Quarta Repubblica, un musicista che accompagnava, improvvisando, le poesie di Jacques Prévert ed era spesso al fianco di Yves Montand. Egli <<ha dimostrato che è possibile partecipare all’elaborazione di un jazz autenticamente europeo senza necessariamente essere plagiati da colui che ne è stato in qualche modo il fondatore (…) Reinventare Django Reinhardt per legittimare l’aspirazione a praticare la musica afroamericana nel vecchio continente: è stato questo il programma estetico di Henri Crolla, l’ideologo dell’universalità del jazz>>.

Nel dettagliato percorso de “La chitarra ecumenica” si ricostruisce la figura del liutaio dell’Illinois Bill Barker (chitarrista ed insegnante di jazz), esponente di una delle due linee di liuteria impostesi negli Stati Uniti: una linea svedese (a cui apparteneva) e una linea italiana. Egli, contro tutti i collezionismi, <<era convinto, infatti, che le chitarre andassero suonate, piuttosto che esposte o contemplate. La chitarra è, per definizione, strumento: mezzo, non fine. Strumento per esprimere la propria visione del mondo o, più semplicemente, se stessi>>.

“To Free or not to Free?” ha come suo fulcro l’incisione nel 1963 di “Sonny Meets Hawk” da parte di Rollins e Coleman Hawkins al sax tenore, Paul Bley al piano e sezione ritmica, dopo un’esibizione a Newport organizzata da George Wein. Colombo giunge alla registrazione dopo aver passato al setaccio i quattro anni che precedono l’incisione, indagando nelle carriere ed inquietudini dei tre musicisti di differenti generazioni. Si sofferma su Rollins, affascinato dal free jazz e <<dall’idea di poterne essere considerato un autorevole esponente. Ma c’era, in lui, come un freno inibitore che lo tratteneva (…) per dirla in termini freudiani, è un po’ come se il giovane Sonny avesse introiettato la figura del padre elettivo (Hawkins) senza più riuscire, in seguito, a sbarazzarsene>>. Analizza anche il padre del sax tenore ed il giovane pianista di origine canadese così vicino al “jazz informale” di Ornette Coleman. <<Tre percorsi diversi, ma, convergenti, conducono Sonny Rollins, Coleman Hawkins e Paul Bley a incrociarsi sul palco di Newport, per ritrovarsi una settimana dopo in studio di registrazione. Trattasi di rotte di collisione? Apparentemente, sì: futuro contro passato, allievo contro maestro, free come scelta (Bley) contro free come problema (Rollins) (…) Eppure tutti e tre i musicisti condividono la volontà di andare oltre il già noto, di superare se stessi, di contribuire ad un profondo rinnovamento del linguaggio musicale consolidato>>. Qui mi sembra risiedere una delle lezioni fondamentali del jazz, unita all’analisi dettagliata del travaglio che porterà Sonny Rollins a trovare un nuovo, dinamico, possente e meraviglioso equilibrio artistico.

“Parker e i chitarristi” passa in rassegna Tiny Grimes, Arvin Garrison, Remo Palmieri, Barney Kessel per giungere a colui che <<sembra possedere la chiave per tradurre fedelmente sulla chitarra le linee complesse di Bird. Si tratta di Ronnie Singer, morto suicida nel 1953 alla giovanissima età di 25 anni>>. Qui Colombo divulga le ricerche  del chitarrista Axel Hagen, cui si deve la riscoperta recente  di  Singer, basata su una manciata di registrazioni amatoriali dove appare <<il tassello mancante nella storia della chitarra jazz: un esempio inconfutabile di come lo strumento che era stato al servizio delle grandi orchestre da ballo potesse infine padroneggiare, complice la rivoluzione elettrica di Charlie Christian, persino un codice che sembrava essere stato formulato ad hoc per trombe e sassofoni>>. E’ opinione di Hagen – e Colombo è d’accordo – che <<la storia della chitarra jazz si sarebbe sviluppata diversamente se il talento di Ronnie Singer avesse avuto solo il tempo di fiorire attraverso una serie di registrazioni ufficiali>>. Ciò fu concesso (dal destino? dalla Storia? dagli uomini?) a Christian e a Jimmy Blanton ma non a Singer, morto di overdose.

Ne “La chitarra trasversale” oggetto d’indagine è la Gibson ES-300, in particolare quando nel 1946 l’usarono l’esperto George Barnes e <<il novizio>> Django Reinhardt che la impiegò per il tour americano ma che poco era avvezzo allo strumento elettrico. Di grande respiro è l’ultimo saggio – “Un italiano a Berlino” – in cui l’autore si serve delle tesi di Tom Williams per spiegare la costante presenza di italoamericani nelle vicende chitarristiche del jazz e della musica statunitense. Si parte dal “Concerto per mandolino e orchestra” di Antonio Vivaldi per arrivare alle ondate migratorie tra fine Ottocento ed inizio Novecento, gravide di strumenti a corda. Del resto sarà Nick Lucas (Lucanese) ad incidere nel 1922 i primi brani per sola chitarra. In riferimento a Joe Pass, che fu incoraggiato dal padre, Williams precisa che <<il patrimonio musicale italiano (folclorico, classico, operistico) avrebbe fornito il terreno favorevole perché venisse coltivato un talento naturale che, in  altre condizioni, avrebbe potuto essere trascurato (..) aggiungendo che (…) la chitarra (…) in una famiglia di immigrati può diventare una preziosa fonte di reddito  finanche uno strumento di promozione sociale>>. Colombo, dopo aver citato importanti chitarristi italiani quali il friulano Luciano Zuccheri e il pugliese Cosimo Di Ceglie, si sofferma sul siciliano trapiantato in Germania Alfio Grasso. Solista originalissimo, in apparenza senza modelli, si rifaceva – secondo lo studioso italiano – all’argentino trasferito in Europa (1929-1939) Oscar Alemàn.

Ora le “tracce” sono meno sfumate e la storia si è fatta più nitida.

 

Anteprima Jazzflirt Festival


Scauri, Mary Rock, Spiaggia dei sassolini, 17 luglio 2015, ore 22

Paolo Angeli in solo

Paolo Angeli, chitarra sarda preparata

( Foto Cristina Zuppa)

E’ un grande piacere sottolineare che anche quest’ anno il JazzFlirt Festival riesce ad esistere, di certo per la caparbietà, la passione di Gerardo Albanese e della Associazione “Musica ed altri amori”, che affrontano ogni volta difficoltà e traversie, ma sono riusciti ad arrivare alla undicesima edizione. Ed è una fortuna che questo avvenga perché durante questo festival siete certi di ascoltare sia nomi di strepitosi musicisti già noti, che altri che non si vedono spesso nel “giro” delle kermesse jazzistiche. Il che è un merito, in un periodo in cui la priorità è “fare cassetta” con nomi di sicuro e redditizio impatto.

Il JazzFlirt vero e proprio andrà in scena a settembre, ma venerdì 17luglio c’è stata una suggestiva anteprima, con Paolo Angeli. Musicista – poeta, con la sua chitarra preparata ha suonato in solo per un’ ora e mezzo. Non proprio solo: accompagnato dalla risacca del mare alle sue spalle, nella scenografica Spiaggia dei Sassolini di Scauri. 

Una chitarra preparata è una chitarra congegnata per rispondere alle necessità espressive di un artista in continuo divenire. Angeli spiega lui stesso di aver provato l’ impellenza di avere uno strumento che comprendesse l’ amore per il violoncello e per la chitarra, ma anche la possibilità di poter tenere un bordone che ricordasse la propria terra, ma anche la possibilità di poter ottenere suoni , battiti, rumori. L’ esigenza dunque di creare da solo una musica che comprenda però il suono di più strumenti, di più voci, per poter raccontare storie, sensazioni, viaggi che solo con questo strumento possono essere raccontati. (altro…)

I NOSTRI CD. Tornano i classici Xanadu

I NOSTRI CD

Tornano disponibili le perle Xanadu Records. Gli appassionati di jaz ricorderanno certamente questa gloriosa etichetta attiva tra gli anni settanta ed ottanta, fondata da Don Schlitten già produttore di molti album per la Impulse e numerose altre etichette. Il nome Xanadu è lo stesso che Orson Welles aveva dato al castello di Citizen Kane (Quarto Potere), in cui egli ospitava i suoi tesori d’arte. Welles a sua volta aveva preso il nome dalla fastosa città fatta edificare dal Kublai Khan dopo essere diventato imperatore della Cina. Il nome Xanadu significa quindi bellezza artistica ed è per questo che Schlitten l’aveva scelto per la sua etichetta, che egli stesso considerava il suo capolavoro.
La collana Xanadu Master Edition ripropone, quindi, le straordinarie registrazioni del catalogo Xanadu Records, tra cui diversi titoli ormai introvabili o presentati per la prima volta su CD. La realizzazione di questa collana ha comportato uno straordinario lavoro per ripristinare la maggior quantità di materiale possibile dalle registrazioni originarie , alcune delle quali purtroppo sono andate distrutte dall’uragano Sandy quando ha colpito la costa orientale degli Stati Uniti nel 2012. L’obiettivo della serie Xanadu Master Edition è, quindi, far riscoprire agli appassionati di jazz di tutto il mondo delle straordinarie registrazioni che rischiavano di andare perdute.
In questa sede vi proponiamo tre eccellenti titoli.

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“Udin&Jazz Argento Vivo” bella vetrina per i musicisti friulani

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Come più volte sottolineato, il mondo del jazz italiano vive molte situazioni paradossali tra cui l’abbondanza di festival; in effetti, nonostante la pesante crisi economica e il conseguente taglio delle risorse pubbliche, le manifestazioni estive dedicate alla musica afro-americana sono ancora molte, moltissime…forse troppe. E sì, perché, a questo punto, ci sarebbe forse da chiedersi a cosa serva oggi un festival del jazz; a nostro avviso le maga-vetrine in cui si raccolgono una serie di grossi nomi con il solo intento di richiamare quanto più pubblico è possibile hanno fatto il loro tempo e ci appaiono assolutamente inutili. Diverso il discorso quando una manifestazione è fortemente radicata nel territorio per cui si caratterizza anche – se non soprattutto – per lo spazio dedicato ai musicisti locali i quali hanno così la possibilità di farsi conoscere dinnanzi a platee di appassionati e addetti ai lavori più ampie del normale.
In questa seconda categoria rientra “Udin&Jazz” che, per festeggiare il suo venticinquesimo anniversario, ha adottato, come titolo dell’ edizione 2015, “Argento vivo”. Così, anche questa volta, grazie alla lungimiranza del direttore artistico nonché vera e propria anima della manifestazione, Giancarlo Velliscig, abbiamo potuto conoscere molti musicisti friulani che meritano di essere ascoltati con la massima attenzione. Senza trascurare il lato spettacolare con la presenza di artisti di assoluto livello quali Kurt Rosenwinkel, Ron Carter, Carl Verheyen, Hiromi, Enrico Pieranunzi con Bruno Canino, Caetano Veloso & Gilberto Gil, Stefano Bollani e Chick Corea cui è affidata la chiusura il 31 prossimo.
Come nelle precedenti edizioni, il Festival ha interessato non solo la città di Udine ma anche alcuni centri vicini quali Cervignano del Friuli, Palmanova e Codropo per un arco di tempo abbastanza lungo, dal 24 giugno al 31 luglio.
Personalmente siamo stati a Udine dal 29 giugno al 3 luglio assistendo così ad una decina di concerti di cui qui di seguito vi diamo conto, non senza aver sottolineato – per dovere di cronaca – come il vostro cronista sia stato impegnato a presentare ed intervistare brevemente quasi tutti i musicisti sì da rendere più intellegibile la musica che si sarebbe ascoltata.
Lunedì 29 giugno, nel tardo pomeriggio presso la Corte di Palazzo Morpurgo (uno splendido spazio al centro della città) di scena il trio del pianista Renato Strukely (con Simone Serafini al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria) con Maurizio Giammarco quale ospite d’onore. Renato Strukely è musicista abituato a frequentare territori assai diversificati: nato a Tarvisio (Ud), si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio “J. Tomadini” di Udine nel 1990, sotto la guida della Prof. Maria Grazia Cabai, dopo di che ha intrapreso un’attività concertistica; parallelamente a questo percorso si è anche rivolto al jazz e alla musica moderna, studiando dapprima come autodidatta e successivamente con Glauco Venier. Nel novembre del 2012 Strukely si è incontrato con Maurizio Giammarco ed è nata immediatamente un’intesa che ha portato ad una intensa collaborazione culminata nella registrazione dell’album “Giammai” uscito a luglio 2014 per l’ etichetta Artesuono di Stefano Amerio. Ed è proprio sul repertorio di questo CD che si è incentrato il concerto di Udine, repertorio basato in massima parte su composizioni originali dei due leader cui si affiancano rielaborazioni di alcuni standard. L’esibizione del quartetto è risultata più che positiva sia per la bellezza dei temi sia per la loro esecuzione. In effetti Strukely è musicista oramai maturo in grado di scrivere musica ben strutturata in cui la carica ritmica è coniugata egregiamente con linee melodiche di ampio respiro. Se a ciò si aggiungono le capacità di Maurizio Giammarco di fine arrangiatore, compositore e di straordinario sassofonista si capisce assai bene come il suo contributo alla buona riuscita della performance udinese sia stato determinante. Questo, ovviamente, senza alcunché togliere all’arte pianistica di Strukely dal tocco raffinato e dal linguaggio assolutamente originale; una menzione a parte merita la sezione ritmica: Simone Serafini e Luca Colussi suonano assieme da parecchio tempo e hanno sviluppato un’intesa tale da affrontare qualunque situazione, anche la più complessa, con estrema naturalezza… insomma basta un cenno d’intesa e i due sanno perfettamente come adeguarsi alle indicazioni del leader di turno.
Alle 21,15, sempre nella stessa giornata di lunedì 29 giugno e sempre presso la Corte di Palazzo Morpurgo , puntuale come un orologio svizzero, ecco presentarsi il grande contrabbassista Ron Carter, pronto (si fa per dire) a rispondere alle domande preparate dal vostro cronista. Senonché dopo pochi minuti ci si rende perfettamente conto che Carter ha tanta voglia di suonare e pochissima voglia di parlare…quindi stringiamo al massimo l’intervista e lasciamo il palco al “Ron Carter Foursight” completato da Donald Vega al piano, Payton Crossley alla batteria e Rolando Morales-Matos alle percussioni. E a questo punto sembra di assistere ad un concerto d’altri tempi: sul palco salgono quattro distinti signori, in elegantissimi smoking neri, che eseguono una musica assai gradevole anche se, tutto sommato, poco emozionante. Il programma, interamente dedicato a Miles Davis, prevede in rapida successione “595” e “Mr. Bow Tie” di Ron Carter, “Seven Steps To Heaven” di Victor Feldman, “Flamenco Sketches” di Miles Davis, “Samba De Orpheus” di Luis Bonfa, una medley con “My Funny Valentine” e “Butterfly Waltz” rispettivamente di Rodgers & Hart e di Donald Vega, “You & The Night & The Music” di Dietz & Hart. Tutti i pezzi, grazie soprattutto all’apporto del percussionista, assumono un sapore latineggiante ma il gruppo sembra piuttosto frenato, tutto teso ad evidenziare le straordinarie qualità solistiche del leader tanto è vero che il pianista, sicuramente in possesso di numeri eccellenti, si scioglie parzialmente solo nell’esecuzione di “My funny Valentine”. La verità è che Ron Carter è stato da sempre un incredibile contrabbassista ma non un leader tanto è vero che le sue migliori performance e registrazioni lo hanno visto sempre come sideman. E questo lo si è avvertito anche a Udine. (altro…)

MIRANO OLTRE – libri & musica 2015 – VII edizione

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Il racconto, il cantautorato, il tango e la poesia sono i protagonisti della settima edizione di “Mirano Oltre”, rassegna che ritorna anche quest’anno nei luoghi più caratteristici del centro storico della città di Mirano. Pensati esclusivamente per la rassegna, saranno quattro gli originali appuntamenti in programma, con la letteratura italiana e americana che, proprio con le Americhe, trovano un dialogo musicale più profondo.
Si comincia giovedì 2 luglio nella suggestiva Calle Ghirardi con lo scrittore milanese Federico Baccomo, che presenterà il suo ultimo libro “Peep Show”. La scrittura leggera, ironica ma allo stesso tempo profonda di Baccomo – che leggerà anche passi dai suoi precedenti fortunati lavori – incontra per la prima volta a Mirano la forma–canzone di Helen Gillet, nata in Belgio ma da anni residente a New Orleans, artista plurilingue (canta in inglese e francese), versatile e atipica compositrice–improvvisatrice, per un dialogo che sarà sicuramente in grado di emozionare il pubblico. (altro…)