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Mariko Hirose & Purple Haze, Pit Inn, Tokyo, 6 luglio 2014

Scritto da Marco Giorgi on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

Capita ogni tanto di ritrovarsi inaspettatamente in un luogo mitico e talmente idealizzato da apparire irraggiungibile. Quasi inconsapevolmente però, questa sera abbiamo invece varcato, increduli ed emozionati, le soglie del Pit Inn di Tokyo, il mitico locale jazz dove gli Steps di Mike Mainieri e Michael Brecker registrarono il loro primo LP. L’occasione per accedere a uno degli ultimi luoghi in cui è stata scritta una pagina importante del jazz, è stato il concerto di Mariko Hirose & Purple Haze. La scelta di assistere a questo spettacolo è stata più o meno casuale. Nel corso della nostra settimana di permanenza a Tokyo il cartellone della capitale non offriva occasioni memorabili per ascoltare buon jazz, ma la proposta di una giovane giapponese, esordiente a livello discografico e alla guida di una big band di una ventina di elementi, per di più dal nome hendrixiano di Purple Haz,e ha esercitato su di noi un’attrazione irresistibile. L’ascolto di un brano tratto dall’album Differentiation e presente su YouTube ha poi dato conforto alla nostra intuizione.

Fuori del Pit Inn, che si trova nel piano interrato di un edificio a Shinjuku, il pubblico si assiepava qualche minuto prima dell’apertura del locale. La disomogeneità di chi attendeva l’apertura del club, signori e signore di una certa età accanto a ragazzi giovanissimi, suggeriva l’idea che la platea sarebbe stata composta essenzialmente da parenti e amici dei musicisti. La familiarità mostrata dagli artisti nei confronti del pubblico ha confermato questa supposizione. Entrati nel locale ci siamo accomodati su una sedia davanti a un tavolino di cinquanta centimetri. Accanto a noi, come a scuola, un altro tavolino delle stese dimensioni e altre tre sedie a formare una fila di quattro. Al di là del corridoio altre file da quattro sedie e poi ancora sedie lungo tutto il perimetro del locale. In tutto non più di ottanta posti a sedere. Sulla parete alla sinistra del palcoscenico una grande fotografia di un John Coltrane dall’aria assorta, probabilmente una foto della session di Blue Train. A fronteggiarla sull’altra parete un poster di Elvin Jones, che in Giappone era di casa.

L’ambiente è confortevole e intimo. Il palcoscenico è ampio e non improvvisato come in tanti locali di casa nostra. Insomma tutto è funzionale a che il musicista si trovi a proprio agio. Dalle foto esposte all’ingresso riconosciamo Mariko Hirose che si aggira tra il pubblico chiacchierando e scherzando, visibilmente emozionata. La sua figura è minuta, aggraziata, una bellezza giapponese appena sbocciata. Mariko si inchina ogni volta che riconosce qualcuno e a ogni inchino sembra più piccola, quasi voglia scomparire. Pensiamo tra noi che non abbia fatto completamente sue le regole dello spettacolo che vogliono che l’artista non debba essere visto prima del concerto, così come una sposa prima del matrimonio. Ma questo aspetto di spontaneità è simpatico e travolgente. Una volta sul palcoscenico Mariko presenta la sua giovanissima big band, in cui si notano diverse presenze femminili e il concerto ha inizio. Nella direzione l’artista mostra una personalità tutta sua. Dirige più con lo sguardo che con i gesti delle mani, i suoi interventi sono sempre minimali e misurati, spesso si limita a leggere la partitura e addirittura si siede quando tutto fila per il verso giusto. Non per questo la musica ne risente.

Marco Giorgi
Per www.red-ki.com

I NOSTRI CD

I nostri CD. Novità dall’estero

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri CD, Primo piano, Recensioni

Billy Hart Quartet – “One is the other” – ECM 2335

oneistheotherEcco il secondo album ECM del quartetto guidato dal batterista Billy Hart e completato dal pianista Ethan Iverson, dal sassofonista Mark Turner e dal bassista Ben Street. Si tratta, in sostanza, dello stesso gruppo che nel 2011 ottenne uno straordinario successo con il loro primo album targato ECM, vale a dire “All Our Reasons”. Le positive impressioni suscitate allora, sono state pienamente confermate da questo nuovo “One is the other” e la cosa non stupisce più di tanto ove si tenga conto che Billy Hart è uno dei più creativi batteristi del jazz moderno. Cresciuto alla scuola dell’hard bop anni sessanta, nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti di assoluta grandezza quali Miles Davis, Wes Montgomery, Herbie Hancock e McCoy Tyner.  Un batterista, quindi, di grande esperienza che dopo aver lavorato a lungo come side- man di lusso ha oramai scelto di creare e guidare propri gruppi con cui eseguire anche musica propria. Così l’album contiene tre pezzi firmati Hart, due Mark Turner , uno Iverson accanto ad uno standard di Rodgers-Hammerstein, “Some enchanted Evening”. Ma, indipendentemente dalla qualità delle composizioni, per altro di tutto rispetto, il gruppo si fa apprezzare per la straordinaria forza empatica con cui affronta ogni pagina. Il drumming propositivo e fantasioso del leader, ben coadiuvato dal bassista, costituisce il terreno ideale su cui la front-line può esprimersi al meglio sia nei brani veloci sia nelle ballad. A proposito di queste ultime, da ascoltare con particolare attenzione “Maraschino” di Iverson : introdotto da un fantastico gioco di spazzole, il brano si sviluppa dapprima con le note all’unisono di pianoforte e sassofono dopo di che i due strumenti si dividono per esibirsi cadauno in pensoso assolo per poi ritrovarsi a dialogare su linee melodiche che si intersecano e chiudere in perfetta sintonia. “Teule’s redemption” di Hart è forse uno dei brani più belli dell’album: introdotto da un magnifico assolo del leader, grazie ad una scrittura assai ben costruita, offre l’occasione al sassofonista di esprimersi in un lungo e centrato assolo. E a confermare la facilità di scrittura di tutti i musicisti (eccezion fatta per Ben Street che non ha firmato alcun brano), da ascoltare con attenzione anche l’elegante “Sonnet for Stevie” di Mark Turner. Infine lo standard “Some Enchanted Evening” viene affrontato con grande delicatezza e partecipazione, fruendo tra l’altro di un coinvolgente dialogo sax-piano.

Vijay Iyer – “Mutations” – ECM

2372 XCredo che questo “Mutations” rappresenti la prova della piena maturità compositiva raggiunta da Vijay Iyer; si tratta del primo album di Iyer come leader per ECM, una registrazione che aiuta certamente a meglio comprendere la complessa personalità di questo pianista-compositore. Maturità compositiva non significa, però, necessariamente maturità espressiva: in effetti l’album appare ottimamente costruito, forse fin troppo ben pensato ché dal punto di vista emozionale questa musica arriva poco o niente. Insomma sembra proprio che in questa incisione Iyr si sia fatto guidare più dalla mente che dal cuore, con esiti che sicuramente otterranno valutazioni assai differenziate. Dopo un’apertura – “Spellbound and Sacrosanct, Cowrie Shells and the Shimmering Sea”, in cui il pianista si esprime da solo (e in questo caso una certa ricerca melodica si avverte), e un altro pezzo – “Vuln, Part 2″ – in cui Vijay si avvale di un minimo ausilio elettronico, si giunge a “Mutations I-X” una composizione per quartetto d’archi, piano ed elettronica che costituisce il nucleo centrale dell’album. Il pianista cerca di estrinsecare attraverso la musica il significato del termine “Mutations”. Di qui una costruzione in cui piccoli nuclei tematici, disegnati di volta in volta, dal pianoforte, dalla strumentazione elettronica o dal quartetto d’archi, interagiscono continuamente creando atmosfere in continuo cambiamento, “Mutations” per l’appunto. Così il clima dell’intera suite viene percepito ora carico di tensione, ora incalzante, ora coinvolgente con pochi sprazzi di autentico lirismo. Ovviamente qui di jazz propriamente inteso non c’è traccia, siamo piuttosto nel campo della musica contemporanea; a tratti propulsiva, avvolgente, lirica, luminescente. L’album si chiude con “When We’re Gone”, una composizione recente, del 2013.

Ahmad Jamal – “Saturday morning” – Jazz Village570027

saturdaymorning_cmPiù ascolto musica sia live sia su disco e più mi convinco che oggi, invece di tentare strade nuove con molta presunzione e spesso con esiti poco felici, sia meglio consolidare quanto si è già raggiunto. Intendiamoci, non voglio dire che cercare nuovi sbocchi al jazz sia sbagliato, solo che per farlo occorre avere tutte le carte in regola: prima essere davvero un grande artista e poi andare ad esplorare nuovi terreni. E chi grande artista lo è di sicuro, senza bisogno di conferma alcuna, è Ahmad Jamal; oramai da tanti anni sulla scena, il pianista si ripresenta in quartetto con Reginald Veal al contrabbasso, Herlin Riley alla batteria e Manolo Badrena alle percussioni e, cosa che rende straordinario questo album, per la prima volta incentra il repertorio sulle sue composizioni. Degli undici brani eseguiti ben otto sono suoi, affiancati da “I’m in the mood for love” di Fields-McHugh, “I got it bad and that ain’t good” di Webster-Ellington e “One” di Sigidi-Gite. Ed è proprio sulle capacità di scrittura che vorrei porre l’accento nel presentarvi l’album. Ebbene Jamal evidenzia una facilità compositiva davvero fuori del comune, una compiutezza espressiva che gli deriva dall’aver assimilato influenze le più svariate; lo stesso Jamal, nel corso di un’intervista, afferma di “iniziato a comporre quando avevo dieci anni, e le mie influenze sono di vasta portata: da Duke Ellington e Billy Strayhorn, Jimmy Lunceford e Fletcher Henderson a Debussy e Maurice Ravel. A Pittsburgh, non c’era quella linea tra musica classica americana e la musica classica europea. Abbiamo studiato tutto”. E questo tipo di cultura si avverte tutta ascoltando le musiche di Ahmad, a partire dal brano iniziale “Back to te future” con un impianto percussivo di chiara ispirazione caraibica, per passare al bellissimo brano che dà il titolo all’album caratterizzato da una suadente melodia imperniata su un coinvolgente ostinato di basso, per giungere a “Silver” un’altra splendida melodia dedicata a Horace Silver con ancora una volta sonorità latine. Lalbum si chiude con la reprise in “radio version” di “Saturday Morning”.

Vera Kappeler / Peter Zumthor – “Babylon-Suite” ECM 2347

2363 XAlbum sotto certi aspetti straniante ma di sicuro interesse questo inciso dal duo svizzero formato da Vera Kappeler e Peter Conradin Zumthor. I motivi di interesse sono accresciuti dal fatto che, trattandosi di un disco d’esordio, vengono presentate musiche assai coraggiose, commissionate dal Origen Cultural Festival. La Babilonia del titolo – si legge nelle note che accompagnano l’album – è quella del Libro di Daniele, la fossa dei leoni, i giovani che cantano nella fornace ardente, un luogo di perdizione, un labirinto. In coerenza con tale premessa, il pianoforte di Kappeler e la batteria di Zumthor disegnano una musica spesso iterativa, con piccoli nuclei motivici ripetuti in sequenza, una musica contrassegnata dai toni bassi a disegnare atmosfere piuttosto cupe che ogni tanto si aprono per lasciare spazio ora a squarci di luce attraverso cui proiettarsi verso dimensioni “altre”, ora a momenti di più forte intensità. E’ il caso, ad esempio, di “Annalisa” in cui si va alla ricerca di una dolce linea melodica spesso solo accennata e quindi lasciata all’immaginazione dell’ascoltatore, mentre in “Traumgesicht” si evidenzia una maggiore forza espressiva con il pianoforte che accentua il suo lato percussivo. Comunque i due si muovono sempre con grande compostezza, misura, eleganza (in alcuni tratti fin troppo raffinata) mostrando una padronanza della dinamica e più in generale dell’intera materia sonora assolutamente perfetta: mai una sbavatura, mai una pausa fuori posto, mai la sensazione che si stia perdendo il bandolo di una matassa per altro assai complessa. Così, anche quando in “November” si insinua l’elemento vocale, l’equilibrio complessivo rimane intatto. In definitiva un album difficile da interpretare, con una sua spiccata identità e di sicuro fascino.

Francesca Sortino – “Francy’s kicks” – abeat AB JZ529

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri CD, Recensioni

Francy's Kicks

Questo album rappresenta il tentativo coraggioso, di un’artista coraggiosa, di esprimere ancora una volta attraverso la musica il proprio esistere, il proprio essere in una realtà sempre più commercializzata in cui tutto si misura in termini di profitto, ossia per essere ancora più crudi in termini di “soldi fatti”.
Purtroppo una simile concezione ha oramai invaso anche il mondo dell’arte per cui si giustificano i 20 mila euro dati ad un certo musicista perché assicura il “sold out” e si trascurano tutti gli altri perché tale presa sul pubblico non hanno.

Ebbene, Francesca Sortino rifiuta questa visione mercantilistica e presenta un album interessante sotto il profilo sia musicale sia dei testi, un album di cui Lei è l’assoluta protagonista dal momento che ha composto tutte le musiche (eccezion fatta per “Theme for Malcom” di Donald Brown), ha scritto le liriche assieme a Cristiano Prunas e firmato due arrangiamenti (“Francy’s kicks” e “Inside Art”” di cui è presente una versione radio edita da Gerardo Frisina).

Jazzit Fest

JazzitFest 2014 – Jazz Expo: ovvero una vetrina e mille incontri per il Jazz

Scritto da Daniela Floris on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

Jazzit Fest

Per capire cosa accade al JazzitFest di Collescipoli occorre prima di tutto concentrarsi sul termine Expo: il JazzitFest non è un Festival Jazz ma un vero e proprio Expo del Jazz, uno showcase. Un’ occasione di incontro tra musicisti ed operatori del settore che confluiscono per tre giorni in un paese che per l’ occasione si trasforma in una location “a tutto tondo”, impegnando anche i suoi abitanti, nella riuscita di un evento che è una vera e propria “Fiera del Jazz”. Gli stessi palchi, disseminati tra suggestive piazzette, chiese, chiostri, sono da considerarsi dei veri e propri stand dove i musicisti che hanno deciso di partecipare “presentano” il loro prodotto artistico davanti a un pubblico che viene ad ascoltare musica, ma al quale è mischiato un nutrito parterre di specialisti e addetti ai lavori che vengono (pensate alle case discografiche) anche per fare un vero e proprio “scouting”.

Si sono visti a Collescipoli Michael Cuscuna (Blue Note records) , Ermanno Basso (Cam Jazz), l’ ex ministro della cultura Massimo Bray, il direttore del dipartimento di Jazz della NY Universitiy David Schroeder, il direttore dell’ Auditorium Parco della Musica Flavio Severini, il direttore del Roma Jazz Festival Mario Ciampà, ma anche gli operatori di nuove etichette giovani e molto attive (ad esempio la Tosky Records, o la RAM records e molte altre). Ci sono stati incontri e workshop su tutto il lato burocratico – amministrativo – previdenziale che “affligge” i Jazzisti come tutti i cittadini italiani, ma sul quale di certo gira meno informazione, essendo un campo molto, molto specifico. Conferenze in cui si è parlato del “quasi” nuovo fenomeno dello streaming musicale, che di certo costringe le etichette discografiche a trovare un modo di tutelarsi verso una sorta di “prelievo coatto” della musica che faticosamente viene prodotta con costi elevati di produzione: il che è avvenuto con un vero e proprio confronto tra Cuscuna, Basso e l’ ideatore del social music networl Soundtracker , Daniele Calabrese. Ha parlato il direttore della neonata Associazione Musicisti Jazz Ada Montellanico. Si è parlato anche di autoproduzione, di nuove tecnologie, si sono presentati negli stand dell’ expo libri, progetti musicali a fini benefici. Insomma un concentrato di Jazz visto in tutti, tutti gli aspetti possibili che ha portato vari settori ad un confronto, allo stringersi di nuove conoscenze e relazioni, e anche alla nascita di nuove idee. E ancora, presentazioni di libri, workshop su strumenti musicali. E’ stato allestito persino uno studio di produzione discografica dall’ etichetta “Milk”.

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Percfest 2014. Il fascino delle percussioni

Scritto da Daniela Floris on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

Foto di ANDREA PALMUCCI

A Laigueglia c’è il mare, c’è la brezza, ci sono stradine affascinanti, piazzette deliziose, e c’è il Percfest organizzato da Rosario Bonaccorso. Che fa parte oramai di Laigueglia come le sue piazzette, la spiaggia, i gabbiani, i ristorantini, le case dei pescatori appoggiate sulla sabbia. E ne fa parte anche perché il Percfest ha una intensa matrice affettiva, come in fondo un po’ tutta la musica di Bonaccorso, che con il suo contrabbasso racconta sempre qualche storia, o sentimento, o sensazione cui è legato. E’ il suo stile, il suo modo di fare Jazz: lo stesso festival è dedicato alla memoria del fratello Naco, percussionista scomparso.

Ma non immaginatevi un ricordo cupo, triste, livido: il Percfest di Laigueglia è un frizzante, allegro festival delle percussioni, delle batterie, della musica, in cui si è strettamente anche intrecciato il progetto transfrontaliero marittino “sonata di mare” che lega città e stati affacciati sul Mediterraneo. C’è la nostalgia dell’ allegria, che viene rievocata con tamburi, piatti, tablas, che parlano, raccontano, esprimono tutta la loro energia ma anche tutta la loro potenzialità emotiva e melodica. Proprio così, melodica. Bonaccorso ha un particolare amore per il calore della melodia, e le sue scelte come direttore artistico quasi mai prescindono da questa caratteristica.

Rosario Bonaccorso

Rosario Bonaccorso

Ho assistito a quattro concerti, a questo proposito, che tra poco vi descriverò. Ma il Percfest non è solo concerti in piazza: è concorso di scuole di musica, esibizioni in strada, seminari di grandi percussionisti e di grandi batteristi, e persino una bella sfilata di moda del marchio Flauels: stilista Flavia Bonaccorso, con tanto di accompagnamento di body percussion (Ignazio Bellini) e sfilata finale di Jazzisti con le coloratissime magliette della linea.

Per non parlare delle Jam Session che sono stati veri e propri concerti di Jazz di altissimo livello. La Laigueglia del Percfest si accende di suoni dalle sei del pomeriggio alle tre di notte. E quando si riparte si è malinconici per la partenza ma intrisi ancora di quell’ atmosfera gioiosa e di tutta la musica, i suoni, i battiti ascoltati. Un pieno di romantica – si, romantica! – energia.

Intra e Pieranunzi ovvero l’università del piano jazz

Scritto da Luigi Onori on . Postato in I nostri Eventi, Recensioni

EnricPieranunzi La tensione spasmodica generata dai pianoforti di Enrico Intra ed Enrico Pieranunzi si stempera e scioglie nel fluire del blues o nelle parole di un colto e arguto intrattenimento. Alla Casa del Jazz , con l’auditorium pieno, si avverte lo scarto (apparente) tra un Intra sorridente – che maschera la bruciante esigenza di suonare al di fuori di schemi fissi – e la presenza talora narrante, sempre musicalmente di alto livello, di Pieranunzi. In un estemporaneo e teatrale gioco delle parti – improvvisato, come una sostanziosa sezione del recital – i due grandi pianisti del jazz non solo italiano ridanno vita ad un progetto nato (su idea del musicologo Maurizio Franco) per la rassegna “Conoscere il Jazz” di Bollate, nel milanese. Quel concerto dell’aprile 2013 è diventato il prezioso cd “Bluestop Live”, prodotto da AlfaMusic e presentato a Roma.

Jacky Terrasson è sempre un grande

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri Eventi, Recensioni

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Davvero atipica la parabola artistica – e fors’anche umana – di Jacques-Laurent Terrasson, ovvero Jacky Terrasson. Nato a Berlino nel 1965 da padre francese e da madre afroamericana, Jacky cresce a Parigi e comincia a studiare pianoforte all’età di cinque anni. Trasferitosi negli USA, studia al Berklee College of Music di Boston e successivamente ritorna a Parigi, dove lavora tra gli altri con Dee Dee Bridgewater, Barney Wilen e Ray Brown. Tornato negli States si esibisce nei locali di Chicago e di New York, quindi si fa apprezzare come accompagnatore di Betty Carter e nel 1993 ottiene il primo importante riconoscimento, il premio Thelonious Monk come miglior pianista. Nel 1994 firma un contratto discografico per la Blue Note Records e incide l’album che porta come titolo semplicemente il suo nome; all’album, che esce nel gennaio 1995, faranno seguito altri nove produzioni per la Blue Note. Poi firma per Concord Music e quindi per EmArcy, etichetta sotto cui è appena stato pubblicato il nuovo album “Gouache”.

Insomma negli anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90 Terrasson si presenta sulla scena jazzistica internazionale, assieme a Brad Mehldau, come uno dei talenti più puri, proprio per questo, naturale erede di Keith Jarrett.

Poi inspiegabilmente perde terreno, i suoi dischi sempre eccellenti non riescono più a trovare un grandissimo successo almeno di pubblico e la sua notorietà scema. Prova ne sia che il concerto cui abbiamo assistito, il 20 maggio scorso, si è svolto al “Teatro Studio” dell’Auditorium Parco della Musica, ovvero nella sala più piccola che per giunta presentava posti vacanti.

I NOSTRI CD

I nostri CD. Italiani in primo piano

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri CD, Primo piano, Recensioni

I NOSTRI CD

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I tre di “Of Visions” sono questa volta Bebo Ferra alle chitarre (acustica, classica ed elettrica), Fabrizio Sferra alla batteria e Paolino Dalla Porta al contrabbasso al posto di Rosario Bonaccorso. Come nella precedente esperienza, il disco è caratterizzato da un continuo mutamento di atmosfere disegnate da una musica estremamente raffinata. In effetti il trio rappresenta quanto di meglio il jazz italiano possa offrire nei rispettivi strumenti. In particolare Bebo Ferra è chitarrista stimato non solo dal pubblico ma anche – e forse soprattutto – dai suoi colleghi grazie ad uno stile che pur basto su una tecnica sopraffina mai tende a prevalere. Su Fabrizio Sferra non mi dilungo ulteriormente dato che, come ho sempre detto, lo considero uno dei migliori batteristi non solo italiani. Dalla Porta è bassista solido, eccellente sia quando suona in modo più convenzionale sia quando frequenta territori sperimentali. In questo album ancora una volta prevale lo spirito lirico che si evidenzia fin dal primo, bellissimo brano – “Children of Africa” – scritto da Paolino Dalla Porta impegnato anche alla kalimba. In coerenza con il titolo “First Vision” ci trasporta in una dimensione onirica in cui i tre evidenziano un particolare controllo della dinamica. Altro pezzo in assoluta consonanza con il titolo, “Country”, in cui i tre richiamano atmosfere d’altri tempi e d’altri luoghi. Non mancano, ovviamente, brani più vicini al jazz come “Segment” di Charlie Parker arrangiato ancora da paolino Dalla Porta: ottimo il fraseggio di Ferra con batteria e contrabbasso impegnati sia in un sostegno ritmico-armonico di straordinaria efficacia sia in assolo quanto mai pertinenti (al riguardo vi pregherei di ascoltare con la massima attenzione di quante sfumature sappia colorarsi la batteria di Sferra). Nel conclusivo “Fourth Vision” il suono della chitarra diventa più aspro e il brano assume un andamento dapprima swingante e poi decisamente più aggressivo. Insomma un album di notevole spessore caratterizzato dalla grande versatilità del chitarrista e dalle straordinarie doti di Dalla Porta e Sferra a proprio agio nei contesti più diversi.

Ambrose Akinmusire: la tromba del futuro

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri Eventi, Recensioni

Ambrose Akimusire

Arrivo che il concerto è già iniziato, ma ancor prima di entrare in sala sento una tromba del tutto particolare, con un fraseggio allo stesso tempo liquido e spigoloso, una sonorità nuova, una tecnica superlativa: insomma, quando mi siedo al mio posto ho la netta percezione che quanto letto e ascoltato su disco circa Ambrose Akinmusire sarà del tutto confermato dall’ascolto live.

Ambrose si conferma, infatti, eccellente musicista, oramai perfettamente padrone dei propri mezzi espressivi, e proprio per questo in grado di dire qualcosa di nuovo nel pur variegato e popolato universo dei trombettisti jazz.

La sua è una musica che necessita di un ascolto attento abbondantemente ripagato da una messe di emozioni, di sensazioni che toccano nel profondo; una musica spesso iterativa, a tratti onirica, fortemente evocativa e suggestiva, sempre porta con grande semplicità. I suoi assolo in splendida solitudine sono straordinari per come lo strumento mai denota un attimo di defaiance, sempre pronto ad assecondare le volontà espressive del leader in qualunque tonalità lo stesso ami suonare in quel preciso momento; particolari la purezza e limpidezza del suono e gli armonici che ogni tanto trae dal suo bagaglio, senza esagerare proprio per non dare troppo spazio a virtuosismi che non gli sono congeniali. E poi quel suonare quasi per sottrazione, quel ruolo importante dato alle pause, al silenzio.

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I nostri CD. Le confessioni in musica di Kekko Fornarelli

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Il pianista barese Kekko Fornarelli giunge al suo quarto album con quello che può essere considerato il suo miglior progetto; la formula è sempre quella del trio completato, questa volta , da Giorgio Vendola al contrabbasso e Dario Congedo alla batteria. Dopo aver ascoltato attentamente questo album, devo dare atto a Kekko di una profonda coerenza: il pianista va avanti lungo la sua strada, seguendo un percorso che gli è ben chiaro e che intende affinare, modellare, perfezionare attraverso le diverse esperienze. Così anche i modelli di riferimento non variano: come dichiarato nel corso dell’intervista che potrete leggere qui accanto, un pensiero vola sempre verso l’inimitabile Michel Petrucciani; probabilmente Kekko neanche questa volta dimentica il migliore Esbjorn Svensson con il gruppo E.S.T. … ma, ed è forse questa la maggiore novità dell’album, si evidenzia un certo minimalismo cameristico – se mi consentite l’espressione – (“Reasons”) che nei precedenti album non appariva così ben definito. In effetti più che mai in questo album Kekko sembra aver interiorizzato l’espressività dei jazzisti nord-europei, con le loro lunghe linee melodiche, pervase da grande dolcezza e malinconia, echeggianti spazi ampi e profondi.