I nostri CD. Dall’Italia e dall’estero

I NOSTRI CD

Piero Bittolo Bon – “Iuvenes Doom Sumus” –
IuvenesAncora un album interessante del sassofonista veneziano (nonché clarinettista e flautista) Piero Bittolo Bon alla testa del suo progetto “Jump The Shark” con il vibrafonista Pasquale Mirra, il chitarrista Domenico Caliri, Danilo Gallo al contrabbasso, Federico Scettri alla batteria ed il trombonista e sousaphonista tedesco Gerhard Gschlössl. Per chi conosce il mondo del jazz sa perfettamente che si tratta di un gruppo di musicisti votati all’avanguardia, alla sperimentazione, all’improvvisazione. Ed in effetti l’album si gioca quasi totalmente sull’improvvisazione e l’interazione tra i musicisti anche se in qualche momento è possibile individuare una qualche linea melodica. Ma al di là di questo – a nostro avviso – trascurabile aspetto, quel che maggiormente impressiona è l’intesa, l’empatia che regna tra i musicisti. A tenere in mano il pallino della situazione è molto spesso il leader (autore di tutti e nove brani) che sembra divertirsi a stupire i suoi stessi compagni di viaggio: ci si aspetta qualcosa e invece Bittolo Bon prende una direzione del tutto diversa, ma i suoi compagni riescono a leggerne le intenzioni, a seguirlo su qualsivoglia terreno. Di qui una musica ironica, ricca di umori, di input provenienti da mondi diversi tra cui il rock, il jazz più moderno, le “lezioni” di Ornette Coleman ed Eric Dolphy), l’inventiva di Henry Threadgill, le sperimentazioni di Tim Berne … anche se, a mio avviso, la matrice più importante deve sempre farsi risalire al free storico. Insomma una musica complessa, spesso non facile, ma porta con garbo e soprattutto senza alcun sussiego…come se i sei musicisti volessero evidenziare il loro divertimento nell’esprimersi senza prendersi troppo sul serio.

Ananda Gari – “T-Duality” – Auand AU9041
T-DualityAl suo disco d’esordio, il giovane batterista pugliese si è recato a New York dove è riuscito ad assemblare un quartetto di notevole livello con Tim Berne al sax alto, Rez Abbasi alla chitarra, Michael Formanek al contrabbasso. Un repertorio di sette composizioni tutte originali del leader e il gioco è fatto: ecco servito agli appassionati un album interessante sia per la qualità della composizioni sia per l’interpretazione che ne danno quattro jazzisti di grande spessore. Da questo punto di vista, la parte del leone spetta, quasi automaticamente, al sax alto di Tim Berne che si muove con grande disinvoltura tra le pieghe delle strutture proposte con sagacia da Gari. In effetti uno dei meriti dell’album sta proprio nel modo in cui Ananda ha scritto il repertorio: si tratta di pezzi tutti ben congegnati, in cui il batterista mostra di saper ben dosare apporto ritmico e linea melodica in un mix caratterizzato altresì da un giusto equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione. Insomma soprattutto i due solisti – Berne e Abbasi – sono messi nelle condizioni ideali per esprimere appieno la loro inventiva…cosa che puntualmente accade durante tutta la durata dell’album, in un alternarsi di situazioni sonore spesso entusiasmanti. Si ascolti al riguardo la splendida “Never late” in cui sia Abbasi sia Berne si producono in lunghi, coinvolgenti assolo, con un fraseggio sempre fluido, pertinente, perfettamente in linea con le emozioni che si vogliono esprimere. Ovviamente superlativo come sempre l’apporto di Formanek, un vero asso del contrabbasso, mentre il leader dimostra di aver raggiunto una piena maturità dopo i lunghi anni di apprendistato trascorsi suonando, tra gli altri, con Stefano Battaglia, Mark Turner, Mike Melillo…: lo si ascolti, tra l’altro, impegnato in un entusiasmante dialogo con Berne in “Are you kidding me?” e poi, nel lungo “Fields”, forse uno dei brani meglio riusciti dell’intero album.

Manu Katché – “Touchstone for Manu” – ECM 2419
2419 XEcco un album che farà felici i tanti estimatori del batterista francese: una compilation, in edizione limitata, tratta da quattro splendidi album targati ECM (“Neighborhood” del 2004, “Playground” del 2007, “Third Round” del 2009 e “Manu Katché” del 2012) . Insomma una sorta di passerella per evidenziare il talento di questo personaggio che possiamo ritrovare accanto ad altri grandi solisti quali, tanto per fare qualche nome, Jan Garbarek, Tomasz Stanko, Nils Petter Molvӕr, Trygve Seim, Mathias Eick, Marcin Wasilewski, Tore Brunborg, Jacob Young…Le tracce non seguono un ordine cronologico ma questo non inficia l’unitarietà dell’album in cui si evidenzia, tra l’altro, la grande abilità di Katché nello scegliere, di volta in volta, i vari compagni di viaggio. Così, se per il suo album d’esordio in casa ECM, nel 2004, aveva puntato su una front-line di grande respiro internazionale grazie alla presenza del trombettista polacco Tomasz Stanko e del sassofonista norvegese Jan Garbarek, già nel successivo CD del 2007 lo ritroviamo accanto a musicisti completamente diversi quali il trombettista Mathias Eick, il tenor-sassofonista Trygve Seim e soprattutto il pianista polacco Marcin Wasilewski. Nell’album del 2009 ancora un mutamento d’organico con Tore Brunborg, Jason Rebello, Pino Palladino e Jacob Young. Infine, nell’ultima produzione del 2012 Manu chiama accanto a sé Nils Petter Molvær alla tromba e Jim Watson al piano e tastiere mantenendo Tore Brunborg. E sarà, per tre quarti, questa la formazione con cui inciderà il nuovo album per la ACT (che vi abbiamo segnalato in questa stessa rubrica) con Luca Aquino al posto di Molvær. Ovviamente tutti i brani sono ben scelti a comporre, come si accennava in apertura, una compilation davvero esplicativa dell’arte di Katché.

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Intervista a Mariko Hirose. Dalla chitarra alla direzione di big band

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Nel corso di un nostro recente viaggio in Giappone abbiamo colto al balzo l’occasione di andare ad assistere a un concerto al leggendario Pit Inn a Tokyo. Nel ballottaggio tra due possibili eventi, quello di Mariko Hirose & Purple Haze e quello di Vincent Herring abbiamo optato per il primo, spinti dalla curiosità di assistere all’esibizione di una giovane artista alla guida di una big band.

Il concerto, che abbiamo recensito su questo blog nel luglio scorso, ci ha colpiti sotto vari aspetti, tanto da indurci, una volta tornati in Italia, a contattare i responsabili del Pit Inn, che ringraziamo, a cui abbiamo cortesemente chiesto di metterci in contatto con Mariko Hirose. Ne è nata questa intervista in cui abbiamo cercato di fornire un ritratto della personalità e del mondo musicale della giovane artista. 
Mariko Hirose ha 24 anni ed è nata ad Ibaraki nella prefettura di Kanto e sin dalla prima infanzia ha ascoltato jazz, genere amato dai suoi genitori. Dai sette ai quindici anni ha studiato violino e poi chitarra sotto la guida del Toshiki Nunokawa sin dai tempi del liceo. Ha studiato poi composizione e arrangiamento con Yoshihiko Katori. Entrambi i suoi maestri sono jazzisti affermati in Giappone. Prima di avere terminato gli studi la Hirose avuto occasione di esibirsi con Kiyoto Fujiwara, uno dei migliori bassisti del Giappone, all’interno della Jump Monk Bass Band Special. Nel 2012 si è diplomata al Jazz Department del Senzoku Gakuen College of Music. Il progetto di Mariko Hirose and Purple Haze nasce nel 2011, preludio all’album “Differentiation” pubblicato recentemente, nel 2014. In precedenza la giovane musicista si è dedicata all’insegnamento della chitarra e ad apparizioni come musicista nei club giapponesi. 
“Ho studiato chitarra per molti anni” ci dice la Hirose “e ci sono molti chitarristi che amo come Jim Hall, John Scofield, Wolfgang Muthspiel, Oz Noy, Kurt Rosenwinkel e Ryo Kawasaki. Li ritengo dei musicisti unici capaci di creare composizioni interessanti. Apprezzo particolarmente Ryo Kawasaki, che ha suonato con la Gil Evans Orchestra e Oz Noy, membro della band Gil Evans Centennial Celebration. Apprezzo molto questi due musicisti, perché è difficile lasciare il segno quando si è in una band composta da molti elementi, ma loro ci riescono”.

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Concluso il 38° Roma Jazz Festival

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Duecento musicisti, cento ballerini di Lindy Hop, venti concerti con due nuove produzioni e sei in esclusiva, otto recital con posti esauriti. Queste le cifre del 38mo “Roma Jazz Festival”, comunicate nella conferenza stampa finale. In tempo di crisi economica, “Swing e New Deal” è stato il “tema sonoro” declinato tra il Parco della Musica e strutture differenziate e periferiche, con un incontro tra musica ed economia svoltosi all’Università Luiss.

Revival, nuova consapevolezza, atteggiamento consolatorio, ottimismo necessario… tante sono le questioni e le domande che ci si può porre sull’argomento. L’ultima serata del festival (30 novembre, sala Sinopoli) ha dato una sua risposta con l’Orchestra Operaia diretta da Massimo Nunzi ed un nutrito corpo da ballo coreografato e guidato dallo specialista Vincenzo Fesi (coinvolte varie scuole di danza romane). Nunzi ha costruito nel gennaio di quest’anno una nuova big-band riprendendo l’idea dei progetti musicali cooperativi maturati ai tempi della Grande Depressione, ispirandosi a figure come Isham Jones e Glen Grey.

Ha anche radunato e messo all’opera un pool di arrangiatori (ribattezzati The Lone Arrangers): Alberto Buffolano, Damiano la Rocca e Claudio Toldonato che hanno rivelato il loro talento – anche di direttori – nel concerto a tema swing.

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Batterika: si entra per curiosità, si esce contaminati

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Roma, 30 novembre 2014, S.G.M.  center

Spazio concerti ore 15:45, Lorenzo Tucci e Luca Mannutza Lunar duo

Dapprima si impianta il groove, stabilendo un contatto reciproco, guardandosi. Poi ci si afferra, si decide il passo da tenere saldamente insieme, lo si consolida per diverse battute, perché l’ improvvisazione libera ha bisogno di una struttura di base  che permetta voli, salti, coreografie aeree di tutti i tipi, anche da cardiopalma. E poi si parte con tutta la musica possibile quando la creatività ha la certezza di esprimersi in maniera totale . Questo è il Jazz vero, tanto serio da poter essere divertente, e questo accade quando Lorenzo Tucci e Luca Mannutza Lunar duo salgono sul palco.
Quaranta minuti di improvvisazione, di vera e propria “composizione estemporanea” in cui i brani, anche se noti come “Tea for two” (in 5/4 ! ) o “Naima” sono il trampolino di lancio per evoluzioni musicali raffinatissime. E così, di volta in volta la batteria di Tucci svela le inesauribili possibilità espressive dei temi melodico – armonici di Mannutza, ridisegnandone continuamente  il timing e rendendoli cangianti . Mannutza traduce in note ed armonie i disegni melodico ritmici (si, avete letto bene, anche melodici) di Tucci,  donando loro la voce, decrittandoli, palesandoli. Il loro viaggio diventa il tuo, che sei lì ad ascoltare. Quando i musicisti sono così, il termine è semplice, bravi, si manifesta chiarissimamente e senza bisogno di lezioni accademiche  che il suono ed il ritmo sono due facce della stessa medaglia, e che sono profondamente, reciprocamente legati e permeati di una vitalità assolutamente biunivoca.

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La classe di Bireli Lagrene accende il pubblico romano

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Un’ altra tappa nelle infinite varietà dello swing è stata toccata al Roma Jazz Festival, con un concerto del fuoriclasse della chitarra manouche Bireli Lagrene. Il “Gipsy Jazz”, che ha come geniale iniziatore il grande Django Reinhardt, è una delle forme di swing più accattivanti in circolazione e che continua ad essere amatissima dal pubblico. E’ divertente, contagiosa, gode della particolare atmosfera che le è conferita da quell’ essere terra di mezzo tra due generi che hanno in comune l’ improvvisazione: la musica tradizionale gitana ed il Jazz. Ovvero, come la musica gitana reinterpreta il Jazz? In maniera completamente originale: per il ruolo reciproco tra gli strumenti, ad esempio: due chitarre, di cui una ha l’ esclusivo compito di accompagnare, il contrabbasso, che ha un ruolo fondamentale non solo ritmico ma anche armonico (così come nel Jazz) e, a volte, come in questo bel concerto di, uno strumento a fiato, che presenta i temi, scambiandosi con la chitarra solista. A queste caratteristiche precipue aggiungete che la tecnica chitarristica è senz’ altro virtuosistica: dunque il divertimento, lo stupore, gli applausi, sono sempre assicurati, se i musicisti sono all’ altezza. 
E Bireli Lagrene all’ altezza lo è di sicuro, tanto che se anche “fuoriesce” dal repertorio classico, affrontando una personalissima rilettura di brani pop di alto livello quali “Just the way you are” di Billy Joel o “Isn’t she lovely” di Stevie Wonder, non scade mai veramente nel “gigioneggiamento” strappa applausi : di certo la scelta del repertorio tiene conto della reazione positiva del pubblico, ma Lagrene suona talmente bene, in maniera così personale, e in modo così funambolico ma mai vacuo, che proprio non si può dire che vada “sul facile”. Gli applausi dunque sono ben riposti: ovvero, un gruppo così potrebbe suonare anche un gingle radiofonico di quattro note, che quelle note diventerebbero jazz di eccellente livello.

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I NOSTRI CD. Molte le novità in casa ACT

I NOSTRI CD

Tobias Christl – “Wildern” – ACT 9673-2
WildernNel mondo musicale tedesco c’è una folta schiera di giovani che man mano si stanno facendo strada anche a livello internazionale. E’ questo il caso di Tobias Christl , classe 1987, artista dalle mille sfaccettature: cantante, compositore, DJ, improvvisatore, speaker, co-fondatore del collettivo “Cologne KLAENG” nonché pianista e tastierista, clarinettista e chitarrista… in possesso di un solido bagaglio di base avendo studiato, tra gli altri, a New York con Theo Bleckmann eccellente jazz-singer, compositore e didatta. Ed in effetti la specialità in cui Tobias eccelle è sicuramente il canto; grazie ad una voce particolarmente duttile, ora angelica , ora chiaramente rockettara, ora più influenzata dagli idiomi jazzistici Christl è capace di transitare con grande disinvoltura dai testi del poeta e scrittore iraniano Said ai versi di grandi cantautori quali Paul Simon, Tom Waits, Leonard Cohen, Björk….. Ed è proprio agli ultimi quarant’anni di cantautorato, pop e rock internazionali che il vocalist si rivolge in questo suo debutto discografico con la ACT. Dodici brani celebri che vengono reinterpretati dall’artista tedesco in maniera originale, alle volte addirittura straniante. Si apre con il celeberrimo “Sound of Silence” di Paul Simon e già da questo brano si nota quella che sarà la cifra stilistica dell’intero album vale a dire la capacità del vocalist di studiare un brano, vivisezionarlo, destrutturarlo per poi ripresentarlo in modo personale pur conservandone la riconoscibilità. In ciò ben coadiuvato da un gruppo di eccellenti strumentisti quali Peter Ehwald al sax tenore e clarinetto, Sebastian Müller alla chitarra, Matthias Akeo Nowak al basso e Etienne Nillesen alla batteria cui si aggiunge in “Toxic” la voce di Simin Tander, una improvvisatrice tedesca già nota per la sua capacità di lanciare un ponte tra gli stilemi prettamente jazzistici e il mondo arabo.

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