Nicola Mingo al Charity Café di Roma

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Venerdi’ 29 Maggio 2015 al Charity Cafe’, di Roma, il chitarrista Nicola Mingo presenterà il suo ultimo lavoro discografico, “Swinging”, pubblicato nel maggio 2014 .
Il progetto rievoca un modo di fare jazz che si usava negli anni Cinquanta e Sessanta ed in particolare rappresenta un omaggio allo swing di quel periodo storico e, più nello specifico, un tributo al big sound dei grandi chitarristi dell’epoca come Wes Montgomery, il tutto filtrato alla luce della contemporaneità, con riferimenti al sound di artisti come George Benson.
IL CD “Swinging” presenta 10 composizioni originali di Mingo in chiaro stile modern mainstream e alcuni celeberrimi standard quali “SO WHAT”, “MOODY’S MOOD FOR LOVE”, “BAYOU” e “ROAD SONG”. (altro…)

“eMPathia”: ovvero dall’Italia al Brasile

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“eMPathia”: forse mai nome di un combo fu più azzeccato. Mafalda Minnozzi alla voce e Paul Ricci alle chitarre si muovono, per l’appunto, con grande empatia cementata da circa vent’anni di stretta collaborazione. Lui, Paul Ricci, è un artista di origine italiana (il padre è nato a Filetto un piccolo centro in provincia di Chieti); chitarrista raffinato è in grado di produrre un tappeto ritmico-armonico talmente ricco ed esaustivo da non far minimamente avvertire la mancanza del basso. Lei, Mafalda Minnozzi, è una vocalist straordinaria sia per la potenza della voce che può passare con estrema disinvoltura dalle note più basse a quelle più alte sia per un’affascinante presenza scenica. Li abbiamo ascoltati alla Casa del Jazz , ne siamo rimasti colpiti e li abbiamo voluti intervistare; così ci siamo incontrati trascorrendo un piacevolissimo pomeriggio. Questo il risultato della nostra chiacchierata.

-Tu sei nata a Pavia e poi vi siete trasferiti nella Marche. A quando risale il tuo incontro con la musica?
“Praticamente da sempre. Ho avuto la fortuna di nascere a Pavia che è una città molto viva dal punto divista culturale. Inoltre i miei genitori che allora, siamo negli anni ’70, lavoravano ambedue hanno deciso di mettermi in una specie di collegio scuola a tempo pieno , le Canossiane, e lì ho avuto l’opportunità di ascoltare molta musica, soprattutto classica, cori polifonici, musica di chiesa, e poi a scuola era già obbligatoria la materia musicale sin dalle elementari”.

-Queste sono le basi. E dopo?
“Dopo, ovviamente, ho cominciato a crescere. Quando sono arrivata nelle Marche avevo già dieci anni ed è stato una specie di choc in quanto il paese dove ci siamo trasferiti, San Severino Marche, non aveva una vita culturale paragonabile a quella di Pavia. Io da bambina facevo anche danza classica e a San Severino non fu possibile proseguire lungo questa strada. La mia nuova classe non era più mista ma solo di bambine, non avevamo il doposcuola e quindi non avevamo la possibilità di studiare musica o di fare qualsivoglia attività culturale. Allora, grazie alla mia mamma, che da giovane era stata anch’ella una cantante, ho avuto la possibilità sia di prendere lezioni private di canto sia di partecipare, anche come solista, al coro polifonico della Cattedrale di Sant’Agostino, sempre attraverso i canti liturgici. Finita la scuola dell’obbligo, ho iniziato una frequentazione più assidua con la musica: ho cominciato a scrivere, ho cominciato a frequentare quegli ambienti musicali che già allora nel Pesarese e nel Maceratese erano piuttosto attivi e molti di essi legati alla realtà dello Sferisterio. Insomma c’era un’attività molto sviluppata, attività bandistica, attività di musica leggera, pop, musica erudita, musica contemporanea. I miei interessi potevano spaziare in diverse realtà, frequentavo come cantante diversi gruppi”.

-Quando hai costituito il tuo primo gruppo?
“All’età di quattordici, quindici anni ho costituito la mia prima band con cui eseguivo repertori che in massima parte venivano dal jazz e dalla musica francese. All’epoca non mi piaceva molto cantare in italiano… lasciavo questo compito ai miei amici…”.

-Quindi hai intrapreso una vita professionale sin da ragazzina?
“Sì, nonostante, come puoi ben immaginare, i miei genitori non è che condividessero questa mia scelta. Venivo da un paesino di circa tredicimila anime in cui il giudizio delle persone era molto aggressivo. Però mio padre era cresciuto a Milano dove aveva avuto la fortuna di diventare amico di molti grandi artisti come Lucio Dalla, Ornella Vanoni, Fred Bongusto… perché mio padre era maitre-hotel e si occupava anche di rifocillare gli artisti nei camerini avendo così l’opportunità di cementare l’amicizia con molti artisti, amicizia che si è portato appresso nella vita unitamente alla consapevolezza di quanto fosse dura e difficile la vita dell’artista. E quindi da un lato figlia unica, un po’ carina, non voleva che intraprendessi questa carriera, dall’altro, però, era orgoglioso di questa mia scelta. Così ho avuto l’opportunità, in zona, di essere accompagnata da amici di papà per cui era un lavoro quasi familiare: mi mandavano perché sapevano che ero accompagnata da gente fidata. Ad un certo punto non mi sono più accontentata di come cantavo e ho cominciato a studiare più seriamente. Ho frequentato la scuola di teatro e recitazione di Saverio Marconi con il registra e sceneggiatore Roberto Marafante per due anni ed è stata un’esperienza molto interessante. Questo a Civitanova Marche e poi anche a Roma dove ho frequentato corsi di danza presso lo IALS con il coreografo Marco Ierva. Nel frattempo mi sono innamorata della musica napoletana che ho studiato a fondo per quattro anni con il maestro Gustavo Palumbo per l’impostazione vocale. Però volevo anche sopravvivere con la musica e ciò mi ha portato a compiere molti sbagli”.

-Nello specifico hai mai studiato canto jazz?
“Mai anche se venendo da Macerata frequentavo gli ambienti jazzistici dove si poteva ascoltare artisti del calibro di Enrico Pieranunzi, Tiziana Ghiglioni, Chet Baker … ho preso qualche lezione di canto jazz ma solo in modo sporadico”.

-Di quegli anni c’è un ricordo che ti è rimasto particolarmente impresso?
“Quello che ricordo con grande piacere e che poi mi ha convinto a proseguire lungo questa strada è l’emozione che con il mio canto riuscivo a trasmettere alla gente. Vedevo che le persone si emozionavano al punto tale da cercare anche un contatto fisico: mi abbracciavano, mi toccavano, mi toccavano i capelli…volevano quasi portarmi a casa per la forza dirompente che aveva questa voce. Era una voce che a me all’inizio ha creato anche qualche problema”-

-In che senso?
“All’inizio era stata una voce molto forte… oserei dire selvaggia per cui necessitava di una certa educazione. Allora avevo come riferimento cantanti possenti, che avevano una voce importante come Mia Martini e Edith Piaf che mi emozionavano molto. E la gente mi diceva che riuscivo a dare emozioni simili a quelle che dava Mia Martini.. il che per me rappresentava, come puoi immaginare, un complimento grandissimo. A quel punto, però, mi sono fermata a riflettere e ho voluto educarla questa voce che secondo me, e non solo secondo me, oltre ad essere troppo forte era anche troppo aggressiva. E per me un momento fondamentale è stato quando ho scoperto Caterina Valente”.

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Cettina Donato e Massimiliano Rolff la bellezza della composizione, la bravura dell’esecuzione

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Nel corso della mia oramai lunga attività di cronista jazz, ho sempre considerato parte integrante del mio lavoro valorizzare quei giovani che ritenessi talentuosi, scrivendo articoli, mettendoci – come si dice – la faccia anche a rischio di prendere qualche cantonata nel formulare previsioni poi smentite dai fatti. Per fortuna finora è andata abbastanza bene: è andata bene con Pippo Guarnera, è andata bene con Fabrizio Sferra (fui il primo a segnalarne il talento su un quotidiano a diffusione nazionale), è andata bene con Roberto Spadoni, è andata bene molti anni dopo con Cettina Donato.

Quando nel 2008 venne pubblicato il suo primo album, “Pristine”, ne rimasi molto ben impressionato tanto da scrivere un articolo e intervistarla per un programma televisivo che allora conducevo. In questi sette anni Cettina di strada ne ha fatta molta: è stato da poco pubblicato il suo terzo album, “Third” per l’appunto (BlueArt 120), e viene adesso a ben ragione considerata una delle più belle realtà del nuovo panorama jazzistico nazionale.
La conferma è venuta, se pur ce ne fosse stato bisogno, dalla serata targata “BlueArt Management” svoltasi il 14 maggio alla Casa del Jazz di Roma. La Donato si è presentata con la stessa formazione presente nell’album ( Vito Di Modugno al basso elettrico, Mimmo Campanale alla batteria e Vincenzo Presta al sax tenore) presentando alcuni brani tratti da “Third”.
Nell’intervista di cui sopra Cettina, rispondendo ad una mia domanda, aveva dichiarato di sentirsi più compositrice che esecutrice; ora non c’è dubbio che l’artista messinese sia dotata di una bella fantasia creativa, non a caso tutti i brani dell’album sono frutto della sua penna… ma anche dal punto di vista pianistico ci è parsa oramai del tutto all’altezza della situazione.

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Perfettamente consapevole dei propri mezzi tecnici ed espressivi, Donato non intende stupire alcuno ma solo seguire al meglio la propria ispirazione: di qui una musica che respira, in cui le pause hanno un peso specifico, in cui mai si avverte la sensazione di un qualcosa in più, di una qualche nota che non sia del tutto necessaria. E questo modo di concepire la musica, la performance, viene ben condiviso dal gruppo nella sua interezza, con un Di Modugno prezioso sia in fase di accompagnamento sia quando si produce in assolo come nel suadente “Apulia” (dedicato alla Puglia terra dei suoi compagni d’avventura), e un Campanale perfettamente a suo agio sia con le bacchette sia con le spazzole, mentre Presta, presente non in ogni brano, aggiunge al tutto un tocco di maggiore incisività.
Il concerto si apre con un pezzo sinceramente toccante per i suoi contenuti extramusicali, un dramma familiare che la Donato racconta così, con estrema semplicità, senza retorica ma che proprio per questo ti colpisce forte, come un pugno nello stomaco: “Giò” è il titolo del brano (che apre anche il CD) ed è dedicato al fratello di Cettina, Giovanni, che è autistico, cieco e muto e che trova le sue modalità di espressione nel suonare, benissimo, il pianoforte; ma la sua malattia lo porta a reiterare brevi nuclei tematici; ebbene Cettina ha preso questi nuclei tematici e ci ha costruito un brano difficile, a tratti spigoloso, dall’andamento ossessivo, nevrotico ma di grande comunicativa… davvero un piccolo gioiellino per quanto sa esprimere.
A seguire, “Crescendo”, innervato dalla presenza di Vincenzo Presta e caratterizzato da un ritmo quasi funky; il terzo brano, secondo lo stesso ordine del disco, è “Apulia” cui abbiamo già fatto cenno, quindi “Freedom” un pezzo, che sottolinea la stessa Donato, è ‘scorretto’ secondo le regole formali dell’armonia ma che funziona comunque benissimo a dimostrazione della vecchia tesi per cui le regole sono là, ma quel che conta, nella musica, è l’orecchio, la musicalità.
Il concerto si chiude, così come il disco, con “Sugar & Paper” dal marcato andamento ritmico, con un Presta in gran spolvero.
E l’occasione ci sembra propizia anche per completare il discorso sull’album che contiene altri tre brani, “Minor blues” in cui la Donato fa sfoggio di un pianismo scintillante, duettando con Di Modugno su tempi piuttosto veloci, “Look at the moon” dal ritmo latineggiante con un Di Modugno impegnato in un altro convincente assolo e “Pentatrio” anch’esso costruito sulla ripetizione di un accattivante nucleo tematico su cui si innestano le improvvisazioni della pianista; ciò che caratterizza questo CD rispetto alle due precedenti esperienze discografiche della Donato è da un lato il fatto che gli otto brani sono tutti suoi, dall’altro che questa volta gli arrangiamenti sono più semplici anche perché l’artista si esprime in trio e in quartetto. Insomma un viaggio attraverso il mondo interiore della Donato che non a caso confessa di aver scritto questi pezzi in occasioni particolari: alcuni durante il soggiorno negli Stati Uniti, altri di ritorno in Italia… ad esempio “Apulia” ritrae un momento particolarmente felice, quello in cui l’artista venne invitata dal maestro Marco Renzi, direttore artistico dell’Orchestra Sinfonica della provincia di Bari, ad esibirsi per l’appunto con l’orchestra come direttore e arrangiatore… e fu proprio in quella occasione che la Donato conobbe quelli che sarebbero divenuti i suoi partners per “Third”. Insomma un disco affascinante nella sua non banale semplicità. (altro…)

I NOSTRI CD. Italiani in primo piano

I NOSTRI CD

Enzo Amazio – “Travelogue” – Itinera 026
Enzo Amazio – “ Essence” – Alfa Music 170
travelogueDevo dare atto all’amico Luigi Viva di avermi fatto conoscere questo giovane interessante chitarrista ancor prima che mi arrivassero i due album in oggetto. In effetti, in occasione dell’intervista che molti di voi avranno ascoltato, Luigi mi portò una demo di “Travelogue” invitandomi ad ascoltarla con attenzione. Cosa che feci ricavandone un’ottima impressione, corroborata dal secondo CD “Essence”. In effetti Amazio è chitarrista oramai maturo, in possesso di una propria dimensione stilistica e perfettamente consapevole delle proprie possibilità sia compositive sia strumentali sia espressive. A ciò si aggiunga il fatto che oramai da tempo collabora con il sassofonista Rocco Di Maiolo il che produce un’intesa ben percepibile ascoltando la musica di ambedue i lavori. Ulteriore elemento da porre in rilievo il fatto che tutti i brani– eccezion fatta per “Mille baci” di Francesco Colasanto contenuto in “Essence” – sono frutto della penna di Amazio (quattro in collaborazione con EssenceRocco di Maiolo). Siamo, insomma, di fronte ad un musicista completo, in grado di comporre musica ben strutturata, non banale, alle volte fortemente evocativa e di eseguirla al meglio, senza forzatura alcuna, senza compiacimenti virtuosistici ma ponendo la tecnica al servizio dell’espressività e conservando un costante equilibrio tra parte scritta e improvvisazione. Come amiamo spesso sottolineare, la buona riuscita di un album necessita anche della collaborazione di tutti i musicisti impegnati; anche in questo senso bisogna dare atto ad Amazio di possedere già una personalità da leader avendo chiamato accanto a sé, oltre all’amico di sempre Rocco Di Maiolo, validi musicisti: in “Trevelogue” Francesco Nastro e Francesco Marziani al piano, Aldo Vigorito e Corrado Cirillo al basso e Giuseppe La Posata alla batteria mentre in “Essence” oltre a Marziani troviamo Tommy De Paola al piano, Gennaro Di Costanzo o Corrado Cirillo al basso, Enzo De Rosa o Sergio Di Natale alla batteria e Agostino Mas alle percussioni cui si aggiunge, in veste di ospite d’onore in tre brani, Gabriele Mirabassi naturalmente al clarinetto. E proprio questi tre brani risultano particolarmente ben riusciti con il clarinettista in grande spolvero soprattutto in “1967”.

Nicola Andrioli – “Les Montgolfières” – Dodicilune 332
Les MontgolfieresAlbum sicuramente interessante questo del pianista e compositore brindisino Nicola Andrioli che presenta un organico assolutamente inusuale: un quartetto d’archi di chiama impostazione classica e un quartetto jazz composto, oltre che da lui stesso, da Fabrizia Barresi alla voce, Matteo Pastorino al clarinetto e Hendrik Vanattenhoven al contrabbasso. Quindi niente batteria a sottolineare vieppiù l’intento del leader di costruire un impianto musicale tutto giocato sul rapporto tra jazz e musica colta, tra scrittura e improvvisazione. Obbiettivo assai ambizioso ma di sicuro nelle corde dell’ottetto: in effetti il gruppo, grazie anche ad un repertorio ben strutturato e declinato sostanzialmente attraverso composizioni originali del leader (eccezion fatta per “Crystal Silence” di Chick Corea, porto dal leader in dolce solitudine e “A Scarlatti (K208)” di Domenico Scarlatti) raggiunge il risultato di presentare una musica ibrida, vitalizzata sia da influssi classici sia da pronunce linguistiche sicuramente jazz, che comunque risulta originale e tutt’altro che banale. Da sottolineare al riguardo, la felice scrittura di Andrioli che nel comporre questa serie di bozzetti (un solo brano supera i cinque minuti non raggiungendo i sei) si è preoccupato non solo di ritagliarsi ampi spazi solistici (convincente il suo pianismo solitario in ‘Don Quichote’) ma anche di dare la possibilità ad ognuno di porre ben in rilievo la propria identità solistica, a partire dalla vocalist Fabrizia Barresi assolutamente a suo agio con la pronuncia francese, per finire con il quartetto d’archi ben valorizzato in brani come “Le Flou Tissant la Toile” impreziosito anche da sapidi interventi di Matteo Pastorino e dalla bella voce della Barresi. Particolarmente suggestiva la title-track caratterizzata da un’atmosfera di chiara impostazione impressionista.

Filomena Campus, Giorgio Serci – “Scaramouche” – Incipit 189
ScaramoucheProtagonisti di questo album la vocalist, regista, autrice Filomena Campus e il chitarrista, compositore e arrangiatore Giorgio Serci che dalla natia Sardegna oramai da tempo si sono trasferiti a Londra incontrando grande successo di pubblico e di critica. Non a caso per cinque dei nove brani i testi della Campus sono in inglese e non a caso l’album prima dell’uscita nel nostro Paese, è stato presentato in anteprima nel famoso Pizza Express Jazz Club di Londra. A loro nel CD si aggiungono il percussionista brasiliano Adriano Adewale, il flautista Rowland Sutherland nei brani “Boghe e’ Maestrale” e “Scaramouche” , il Keld Ensemble String Orchestra costituito nel 2010 e presente con esiti eccellenti in “Campidano” e in “Decisions”, l’unico pezzo interamente strumentale, e il grande Kenny Wheeler al flicorno in un solo brano, “Momentum”, che rappresenta una delle ultime registrazioni effettuate dal grande artista scomparso lo scorso settembre. E proprio questo pezzo rappresenta una delle perle dell’album grazie proprio all’assolo di Wheeler così denso e allo stesso tempo esitante, sempre però caratterizzato da quel suono caldo, morbido che da sempre costituisce una delle caratteristiche essenziali del musicista canadese. Però, al di là dell’indubbia valenza degli ospiti, l’album si fonda sul perfetto connubio tra la voce della Campus, godibilissima anche nello scat cui spesso fa ricorso, e le corde di Serci, connubio declinato secondo un preciso filo conduttore: armonizzare, all’interno di un quadro omogeneo, una serie di input derivanti da fonti assai diverse quali la musica colta (interessante al riguardo il contributo del Keld Ensemble String Orchestra e di Rowland Sutherland), la tradizione rurale (si ascolti la splendida poesia di Maria Carta) , universi ritmici lontani dai nostri (le percussioni di Adriano Adewale). Il tutto giocato sul terreno acustico: Giorgio Serci utilizza la chitarra classica, l’oud o la chitarra basso, facendo ricorso alla chitarra elettrica in un solo brano, “ Baltic Spellbound”. In tale contesto, Filomena Campus e Giorgio Serci presentano un repertorio fortemente ancorato alle proprie tradizioni con brani originali (musiche del chitarrista e testi della vocalist). In tutto l’album Filomena e Giorgio evidenziano una intesa perfetta che, come acutamente sottolinea Paolo Fresu nelle note di copertina, “segna in modo profondo quel rapporto tra ancestrale e contemporaneo che da sempre è nella poetica di Filomena e Giorgio gettando, così, ancora una volta, un ponte ideale tra la Sardegna e il mondo”.

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Alessandro Galati e la suggestione della melodia cangiante

Alessandro Galati casa del Jazz

La ricerca ed il nuovo , nel Jazz, non devono necessariamente portare ad una musica ostica: che il linguaggio cambi non deve significare immancabilmente un ascolto arduo, da interpretare cerebralmente, e a volte persino da “sopportare” per esserne all’ altezza ed elevarsi.

Anzi, a volte quello della difficoltà di ascolto come indice di qualità e rottura con il passato è uno stereotipo che cela una reale incapacità di comunicare, di esprimersi. A volte cela persino una reale incapacità di suonare. Non sempre: a volte.
La ricerca nel Jazz può portare a musica tutt’ altro che ostica. Non è detto che la si comprenda fino in fondo, perché può essere musica difficile, ma quel che è certo è che si attiva una comunicazione tra il musicista ed il suo pubblico: qualcosa di palpitante, che vive in quanto il primo ha bisogno di esprimere se stesso a qualcuno, che è lì per raccogliere suggestioni, emozioni, e ritrovare persino qualcosa di se e del suo mondo raccontato con un altro linguaggio.

In fondo si va ad ascoltare un concerto anche per essere compresi e ritrovare se stessi. Un po’ è anche così.

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Claudio Fasoli: spesso le etichette sono inopportune

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Claudio Fasoli, oltre che jazzista quanto mai innovativo e originale, è una delle persone più gentili, simpatiche, appassionate che mi sia capitato di conoscere nella mia carriera giornalistica. Dotato di un acuto spirito di osservazione, e di una grande capacità di cogliere l’essenza del momento, Fasoli è riuscito a mantenere una sua precisa individualità mai lasciandosi fuorviare da mode più o meno passeggere pur restando sempre fedele a sé stesso. Lo conosco oramai da molti anni ma c’è un episodio che ambedue ricordiamo sempre con piacere. Nei primi anni ’80 ci ritrovammo a Barga per il locale Festival di composizione e arrangiamento jazz; io ne curavo l’ufficio stampa e lui ovviamente suonava. Per motivi organizzativi, fummo costretti a condividere una camera; la convivenza scorse via in modo piacevole con un piccolo elemento distintivo: l’impressione che fece su Fasoli il profumo che utilizzo allora e utilizzo ancora oggi. E così, quando ci vediamo, Claudio mi chiede immancabilmente: “Usi ancora quel dopobarba?” anche se in realtà è un profumo.

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