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Peter Erskine European Trio

SPECIALE UDIN&JAZZ

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in Editoriali, I nostri Eventi, News, Recensioni

Foto di Luca D’ Agostino – Phocus Agency

Non ci vuole certo molto a comprendere come Roma, per usare un eufemismo, non stia attraversando un periodo particolarmente felice: caotica, male amministrata, sembra perdere il contatto con quella parte della cittadinanza che guarda con interesse al mondo della cultura: così, per merito del sindaco Marino, nella “Caput Mundi” la parola jazz sembra non avere più diritto di cittadinanza.

Ma percorriamo qualche centinaio di chilometri verso Nord e la situazione cambia radicalmente: eccoci a Udine, piccola ma ordinata città che i soldi per la cultura li trova e li spende… bene.
In tale contesto si inserisce “Udin&Jazz” giunto alla XXIV edizione sempre sotto la mano appassionata e competente di Giancarlo Velliscig che, alla testa di un manipolo di instancabili addetti dell’associazione “Euritmica” , fa sì che tutto si svolga nel migliore dei modi, dalla predisposizione delle locations per i concerti, all’accoglienza degli ospiti… sino all’organizzazione, per la prima volta quest’anno, di un workshop sulla critica musicale con la partecipazione di esperti operatori del settore.
Per caratterizzare questa edizione gli organizzatori hanno scelto il termine “ahead” (avanti) nel senso, ci viene spiegato, che il festival “guarda avanti” e prosegue il suo percorso, puntando sempre più in alto a livello qualitativo e soffermandosi con lo sguardo alle proprie radici nella ricerca del nuovo orizzonte. Di qui un palinsesto assai variegato in cui hanno trovato posto stelle di prima grandezza internazionale accanto a nuovi e “vecchi” musicisti italiani, ardite sperimentazioni e letture più canoniche sino alla attualizzazione di antichi stilemi come il ragtime. Insomma un programma che ha soddisfatto le esigenze di un pubblico sempre numeroso ed attento.
Il festival si è svolto dal 14 giugno al 7 luglio ma la serata inaugurale, che avrebbe dovuto presentare il gruppo di Pat Metheny, è stata funestata da un acquazzone che ha reso impossibile l’esibizione del chitarrista.
Il vostro cronista è giunto a Udine martedì 1 luglio avendo così modo di assistere alla bellezza di 13 concerti.

In apertura, il 1 luglio,  una bellissima sorpresa. Già molti amici che operano in Veneto e in Friuli mi avevano parlato molto bene di un giovane pianista-batterista, Dario Carnovale, che da qualche anno si è trasferito a Udine da Palermo affermandosi come artista di indiscusso livello. Solitamente, quando ascolti qualcuno che ti è stato presentato come grande musicista, rimani deluso; questa volta è successo esattamente il contrario: nonostante fossi ben preparato, non mi aspettavo di ascoltare una musica di tale qualità compositiva ed esecutiva. Il pianista si è presentato in quartetto con Francesco Bearzatti al sax tenore, Simone Serafini al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria

Dario Carnovale Emersion Quartet

Il gruppo ha eseguito una lunga suite di Carnovale, “Emersion” recentemente uscita su CD della Auand e dedicata al grande sassofonista afroamericano Dewey Redman. Come ci ha confidato lo stesso Carnovale in una intervista che pubblicheremo nelle prossime settimane, due sono state le direttrici di questa composizione: da un canto il fatto che le  linee melodiche sono state appositamente pensate per la splendida voce del sax di Francesco Bearzatti legato a Dario da un rapporto di sincera e affettuosa stima; dall’altro evidenziare, già dallo stesso titolo, come ognuno di noi nella propria vita abbia provato l’esperienza di tentare di emergere dagli abissi in cui la vita ci costringe. Ne è venuta fuori una composizione davvero superba: ben equilibrata, con un linguaggio che evidenzia la grande conoscenza musicale del leader, con temi ora splendidamente suadenti ora caratterizzati da ritmi più incalzanti, il tutto condito da un gioco sulle dinamiche assolutamente pertinente. E il gruppo non si è fatto certo pregare per eseguire al meglio le partiture: assolutamente straordinario il pianismo di Carnovale sempre preciso, puntuale, contenuto, mai una nota di troppo, mai un’invadenza fuori luogo, perfettamente coadiuvato da una sezione ritmica che evidentemente si conosce a mena dito. Ma chi maggiormente mi ha colpito è stato Bearzatti: oramai seguo il sassofonista da lunga pezza e mai ci era capitato di ascoltarlo così sinceramente lirico. Insomma davvero un concerto da incorniciare.
Dario Carnovale Emersion Quartet

Purtroppo, nella stessa serata, ad una splendida sorpresa ha fatto seguito una cocente delusione. Dopo il pianista siciliano, ha preso posto sul palco un trio di all stars quali Jack DeJohnette alla batteria, Ravi Coltrane al sax e Matt Garrison al basso elettrico, impegnato nel primo concerto di una lunga tournée. Bene, si è avuta la netta impressione che i tre siano saliti sul palco praticamente senza mai aver provato e quindi senza alcuna idea su quello che andavano ad eseguire. Ma questo nel jazz ci sta. Peccato che evidentemente i tre non erano in serata dando luogo ad un set assolutamente inconcludente. Sembrava che ognuno andasse per i fatti propri e solo di rado si è ascoltata musica che avesse un qualche senso con Ravi Coltrane ben lontano da quell’eccellente musicista che conoscevo mentre Matt sembrava davvero un pesce fuor d’acqua. E così il concerto è andato avanti con DeJohnette che sempre più prendeva il sopravvento sui compagni di viaggio fino alla fine quando praticamente suonava quasi da solo.

Jack DeJohnette Trio

Mercoledì 2 luglio, al Teatro Modena di Palmanova, Barbara Errico ha presentato, con squisita eleganza, il suo sentito omaggio a Lelio Luttazzi, contenuto nell’album uscito da poco per “koinè”. La cantante friulana ha riproposto alcuni dei grandi successi di Luttazzi, da “Mi piace” a “Eccezionalmente sì” a “Souvenir d’Italie”… fino al toccante “Buonanotte Rossana”.

Giovedì 3 luglio, nella splendida cornice del Castello, un’altra prima tappa di una tournée; protagonista l’European Trio del batterista Peter Erskine con Rita Marcotulli al pianoforte e Palle Danielsson al contrabbasso. Spendere parole su questi tre artisti è praticamente inutile dato che sono arcinoti nel mondo del jazz internazionale. Invece è interessante sottolineare come i tre si conoscano alla perfezione dato che già nel 2006 si riunirono per incidere il loro primo disco assieme. A Udine hanno dato vita ad un set di eccellente livello. Intendiamoci: nulla di nuovo sotto il sole ma non è lecito attendersi sempre novità da musicisti già sulla scena da tanti anni. Quel che viceversa è lecito attendersi è una musica intellettualmente onesta, eseguita con professionalità e ovviamente senza risparmio di energia. Ebbene i tre si sono presentati al pubblico con la maestria che li caratterizza eseguendo la “loro” musica caratterizzata soprattutto da un interplay perfetto. Rita ha lungamente dialogato sia con l’intera sezione ritmica sia con cadauno dei musicisti mentre Erskine ha ancora una volta dimostrato il perché ha vinto due Grammy ed è stato protagonista di oltre 600 incisioni di cui oltre 30 a suo nome: un drumming instancabile, sempre propositivo nel suo elegante incedere, con un tocco che lo distingue nettamente nel pur variegato panorama dei batteristi jazz. Consentitemi un’ultima notazione per Palle Danielsson: l’avevo ascoltato l’ultima volta poco tempo fa a Stoccolma e mi ha fatto piacere rivederlo in Italia perfettamente in palla seguire con il solito talento le escursioni dei compagni di viaggio.

 Peter Erskine European Trio

Venerdì 4 luglio altro doppio concerto sempre al Castello. Per primo si è esibito il quintetto di Enrico Terragnoli in “Ornithology” un progetto di Flavio Massarutto con le immagini di Massimiliano Gosparini. “Ornithology” è una produzione di Cinemazero / Visioni Sonore 2013 ed è una storia a fumetti che trasporta il linguaggio del fumetto nella dimensione cinematografica. Il tutto corredato dalla bella colonna sonora del chitarrista Enrico Terragnoli con Paolo Botti viola, dobro, banjo, violino di Stroh, Gianni Massarutto armonica, Piero Cescut al basso e Zeno De Rossi alla batteria. Davvero un bel progetto, originale nella sua ideazione e ottimamente realizzato in tutte le sue componenti con una bella e toccante storia ideata da Massarutto ben servita dal tocco grafico di Gosparini e soprattutto dalla coinvolgente e sempre pertinente musica offerta dal quintetto. Sembra facile ed invece sonorizzare un’opera come questa e riuscire a sintetizzare le emozioni che l’autore ha voluto esprimere – ricordo, sogno, nostalgia – è impresa di grande difficoltà.

Enrico Terragnoli 5et Ornithology

 

La sera ecco “Inner Roads” di Enzo Favata con la nuova stella del pianismo italiano Enrico Zanisi, l’eccellente Danilo Gallo al contrabbasso e il sempre poderoso  U.T. Ghandi alla batteria. Il sassofonista sardo si è oramai ritagliato un suo spazio ben preciso nel mondo musicale italiano grazie soprattutto alle sue capacità compositive che gli consentono di scrivere sempre musica fresca, attuale, mai ripetitiva. E se ne è avuta l’ennesima prova anche nel concerto di Udine: Enzo ha presentato una serie di composizioni caratterizzate tutte da una bella linea melodica, componente essenziale della sua musica, linea melodica che ora attinge non solo alle melopee mediterranee ma anche alla milonga, al tango. Il quartetto si è mosso lungo coordinate ben precise fatte apposta per mettere in evidenza da un canto l’eccellente struttura compositiva dei brani, dall’altro la bella compattezza del gruppo che ha saputo ben alternare scrittura e composizione con Gallo e Gandi a costituire una sezione ritmica tra le più affidabili del nostro jazz ed Enrico Zanisi a confermarsi pianista di assoluto livello, capace di nulla suonare più del necessario e tuttavia di dare spessore ad ogni sua uscita solistica.

Interlocutoria la giornata del 5 luglio con le esibizioni di “Udine Jazz Collective” ensemble nato dai corsi di musica d’insieme Jazz di Glauco Venier docente presso il conservatorio “Jacopo Tomadini” di Udine ma stranamente assente durante il concerto e la “North East Ska Jazz Orchestra” che ha eseguito un programma di standard combinati con le sonorità tipiche della musica giamaicana.

Strana serata quella del 6 luglio: in programma, al Castello, due concerti. Com’è logico avrebbe dovuto aprire la serata il solo del pianista Angelo Comisso cui avrebbe fatto seguito il duo stellare Brad Mehldau e Mark Guiliana. Ma il pianista statunitense, che evidentemente comincia a seguire Jarrett non solo dal punto di vista artistico, ha fatto i capricci e ha voluto aprire lui la serata. E fin qui nulla di particolarmente grave… solo che il concerto per almeno due terzi è stato davvero difficile da ascoltare. I due americani presentavano il loro nuovo progetto tutto basato sull’elettronica per cui Brad suona pochissimo il pianoforte acustico concentrandosi sul Fender Rhodes e sul sintetizzatore mentre Mark Guiliana suona la batteria rafforzata da vari effetti elettronici. Intendiamoci: il progetto c’è, si intravvede lo studio che i due hanno fatto, si avverte lo sforzo notevole di attualizzare lo spirito dance-funk degli anni ’70 in chiave jazzistica. Ma per ottenere buoni risultati occorre che la bravura dei musicisti si coniughi con l’eccellenza del fonico che deve essere in grado di ben dosare il tutto. Ebbene a Udine non si capiva bene se il fonico (portato appresso dallo stesso Mehldau) fosse distratto o semplicemente incompetente. Per una buona mezz’ora la presa di suono è stata disastrosa: la batteria si sentiva troppo forte e le altre linee si distinguevano a mala pena. Nonostante la crescente irritazione di Velliscig il fonico nulla faceva fino a quando, all’ennesima rimostranza del direttore artistico del Festival, il fonico si decideva ad azionare le manopole e a rendere il tutto finalmente godibile. Peccato, perché la musica proposta dai due è sicuramente interessante.

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Il concerto, comunque, si prolungava più del solito cosicché Angelo Comisso è salito sul palco a tarda ora e notevolmente irritato. Ma evidentemente il pianista ha oramai un suo pubblico tanto che, nonostante la sera inoltrata, pochissima gente ha lasciato il  suo posto. E bene ha fatto dal momento che Comisso ha confermato quanto di buono si dice sul suo conto, con un pianismo che riesce a presentare un jazz chiaramente contaminato dalla musica colta-contemporanea in un mélange assolutamente personale e a tratti assai coinvolgente vista l’evidente sincerità di ispirazione. Alla fine molti applausi e richieste di bis cui Comisso si è però sottratto. E al riguardo vogliamo dare non un consiglio, ché certamente Comisso non ne ha bisogno, ma solo proporre una personalissima riflessione: al di là di ogni possibile e giustificata irritazione, se il pubblico ti vuole tu ti devi dare… naturalmente entro certi limiti.

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Chiusura lunedì 7 luglio con due concerti affatto diversi. Nel pomeriggio presso la Corte Palazzo Morpurgo, il graditissimo ritorno del pianista Claudio Cojaniz che ha presentato il suo nuovo lavoro in piano solo, registrato per la “Caligola” , significativamente intitolato “Stride”. Il pianista friulano ha eseguito un repertorio di standard arrangiati in modo assai particolare secondo le modalità dello stile “stride-piano”. E si è trattato di una cavalcata all’indietro nel tempo, alla riscoperta di veri e indimenticati capolavori di Beiderbecke, Gershwin, Mingus, Monk interpretati con grande amore e lucidità. Insomma un‘ora e trenta di grande musica che per foruna ritroviamo nel già citato CD.

Il festival  si è chiuso con un evento assai particolare: The Crimson ProjeKCT. Per timore della pioggia, il concerto è stato spostato dal Castello al Teatro Palamostre che ha fatto registrare il tutto esaurito. La band non presenta oggi alcuno dei componenti originali essendo costituita da Adrian Belew alla voce e chitarra, Tony Levin chapman stick, Pat Mastelotto e Tobias Ralph alla batteria, Julie Slick basso e Markus Reuter touch guitar. I “Crimson” costituirono uno dei gruppi che meglio hanno caratterizzato il progressive mondiale e in questa occasione “Udin&Jazz” ha voluto anche celebrare i quaranta anni dal concerto al “Carnera” di Udine del 19 marzo 1974 con cui il gruppo inaugurò la tournée europea dopo l’uscita del leggendario album “Starless and Bible Black”. Grandi applausi e richieste di bis generosamente concessi dal  gruppo che ha così suonato  per oltre due ore.

Molti dei protagonisti di cui vi ho parlato avrete occasione di conoscerli meglio attraverso alcune interviste che ho avuto modo di realizzare durante il Festival e che pubblicheremo man mano nel corso delle prossime settimane.

 



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Il grande Roy Hargrove al Summer Jazz Festival di Roma

Scritto da Daniela Floris on . Postato in Editoriali, I nostri Eventi, Recensioni

Roy Hargrove, tromba e flicorno
Sullivan Fortner, pianoforte

Justin Robinson, sax
Ameen Saleem, contrabbasso
Quincy Phillips, batteria

Foto di repertorio di Daniela Crevena

L’ estate romana del Jazz sembrava oramai perduta, tra chiusure illustri, appelli e speranze flebili, quando ecco che si intravede un’ oasi, un angolo beato, del quale è dunque importante parlare: il Roma Summer Jazz Festival. E’ un angolo beato per giunta molto suggestivo, in quel cortile affascinante di Via Margutta che ha visto girare le scene più celebri del film “Vacanze Romane”: è qui che si svolgono i concerti in programma, che arriveranno fino a settembre e che vedono nomi di rilievo del Jazz anche internazionale, grazie all’ ospitalità del centro Sant’ Alessio Margherita di Savoia per i ciechi.
Ha aperto il Festival nientedimeno che Roy Hargrove, trombettista di enorme talento che in quintetto con musicisti bravissimi ha portato a Roma la sua musica personalissima, emozionante, e vera.

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I brani partono e non si fermano mai,  si inanellano senza che venga pronunciata una sola parola. Roy Hargrove suona tutto di un fiato, dando fondo a tutte le energie che ha e che decide di usare solo e soltanto per suonare. Si comincia da una ballad intensa, lirica, a tratti struggente in ¾, fatta anche di obbligati con il sax di Justin Robinson, obbligati che già da soli svelano il livello dei musicisti che abbiamo davanti: i due strumenti, che per timbro e anche per modalità di linguaggio espressivo durante tutto il concerto si differenzieranno in maniera netta, quando sono all’ unisono o compiono armonizzazioni di temi fissi, diventano una voce sola.  Non c’è prevalere, ma la voce di uno strumento nuovo. Non c’è gara: c’è la musica. E la musica continua anche nei brani più adrenalinici. Il feeling tra i musicisti è palpabile, il groove della batteria di Quincy Phillips è notevole, il timing perfetto, in tutti i variegati ambiti ritmici che costruisce con fantasia ed elegante energia. Così come è notevole il dialogo tra il contrabbasso di Ameen Saleem e il pianoforte di Sullivan Fortner , che suona in modo“disincantato”, fluido, leggero, donando semplicamente l’ appoggio armonico e guardandosi intorno quando il suo ruolo è accompagnare,  ma quasi raggomitolandosi su se stesso invece quando arriva il momento dei soli, intensi, swinganti, a tratti piacevolmente inusuali. Ameen Saleem ha un suono potente ma mai sgraziato, il suo contrabbasso è vigoroso ma denso di sottigliezze dinamiche, fondamentale nell’ andamento ritmico / armonico del gruppo:  i suoi soli sono pieni di frasi interessanti e di idee originali.  Il sax di Justin Robinson sprizza energia, macina note a più non posso, mostra tutta la verve di un musicista inarrestabile e brillante.
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Ma questo suo modo di suonare non stride affatto con la musicalità più contenuta,  intimista,  introversa di Roy Hargrove. Roy Hargrove è la sua stessa musica.  Suona la sua tromba sfruttandone ogni minuzia timbrica, ed ognuna di queste minuzie ha una sua bellezza che bisogna essere attenti a cogliere, perché incanta. Il sassofono non fa che esaltare queste caratteristiche, così come la tromba ed il flicorno di Hargrove mettono in evidenza la musicalità più esplicita di Robinson.
“Never let me go” Roy la canta, e la canta quasi come cantava Chet Baker. La sua voce  accarezza la melodia e svela inaspettate intense note gravi. Un’ esecuzione emozionante per una sorta di raffinata pulsante emotività che lascia di stucco, e che fa capire quanto la tromba e la voce umana siano espressivamente simili tra loro, se c’è un musicista vero a percorrerne le possibilità espressive. Roy canta come suona. E suona come è lui stesso, senza finzioni.

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Soli pregevoli da parte di tutti i musicisti, momenti di groove intensissimo, grande reciproca voglia di fare Jazz: uno splendido inizio per il Roma Summer Jazz Fest.
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Qui trovate il programma completo!

www.romajazz.it

Il 27 luglio CREI live

Scritto da Alessandra Trevisan on . Postato in Comunicati stampa

Il 27 luglio, CREI in concerto presso la Filanda Romanin-Jacur di Salzano (VE) per la rassegna Ubi Jazz Summer 2014

Domenica 27 luglio 2014 ore 21:30
Ubi Jazz Summer 2014 – Salzano (VE)
Filanda Romanin-Jacur, via Roma 166

CREI (Composizione, Ricerca e Improvvisazione) è un ensemble a geometria variabile fondato e diretto dal sassofonista Nicola Fazzini che si avvale della collaborazione di MusiCafoscari, progetto dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, e l’etichetta musicale nusica.org.
CREI si propone di divenire un laboratorio ‘open content’ di nuove idee musicali, in cui l’aspetto compositivo riveste importanza capitale.
CREI interviene e partecipa sulle piattaforme più frequentate dal nuovo pubblico del web, nei social network, e interagisce infine con i luoghi dell’eccellenza formativa.

Nato a gennaio 2014, CREI vede una nutrita front-line di strumenti a fiato e una vigorosa sezione ritmica a ‘creare’ (come già dice il nome) un suono che evoca sì il jazz ma che ha l’ambizione di rappresentare e interpretare il luogo, il tempo e la realtà in cui viviamo e in cui siamo quotidianamente immersi. Una grande attenzione alla contemporaneità, all’innovazione e alla ‘costruzione’ musicale.

Tre concerti di jazz, da venerdì 18 luglio a Levico Terme (TN), organizzati da nusica.org e Consorzio Levico Terme

Scritto da Alessandra Trevisan on . Postato in Comunicati stampa

Un ‘jazz a portata d’orecchio’: tre serate live nel centro di Levico Terme, il 18 luglio, 1 e 8 agosto

Saranno tre gli appuntamenti della rassegna di jazz organizzata dall’Associazione Culturale ed etichetta discografica nusica.org, con direzione artistica del bassista e compositore Alessandro Fedrigo e del sassofonista e compositore Nicola Fazzini. La manifestazione si realizzerà con la collaborazione e il contributo del Consorzio Levico Terme.

I tre concerti jazz in programma di venerdì alle 21.00, il 18 luglio, 1 e 8 agosto, saranno a ingresso rigorosamente libero e gratuito, nell’intento di favorire una partecipazione ampia di pubblico com’è anche nella filosofia dell’etichetta digitale nusica.org ‘libera, ecologica e concettuale’, che dal 2011 propone i dischi del proprio catalogo liberamente ascoltabili online e scaricabili. Le tre serate si terranno presso la suggestiva cornice di Piazza della Chiesa nel centro storico di Levico Terme (TN).

I live coinvolgeranno musicisti professionisti di alto livello che presenteranno progetti stabili, longevi e di impatto, portati in tour negli ultimi anni.
Il genere proposto è un jazz ‘a portata d’orecchio’ perciò di facile fruizione ma che non rinuncia alla propria complessità e stratificazione, nonché alla qualità sonora e alla giocosità di cui questa musica ‘si fa’.

Il 18 luglio, il sestetto “Revensch”, capitanato dalla compositrice, sassofonista e cantante Helga Plankensteiner, che si completa con Paolo Trettel alla tromba, Hannes Mock al trombone, Michael Lösch al piano, Wolfgang Rabensteiner alla tuba e Enrico Tommasini alla batteria. La loro musica è un pot-pourri di dixieland, klezmer e canzoni degli anni Venti in lingua tedesca, che ben si adatta agli strumenti messi in campo; questo curioso mix affianca a brani originali anche arrangiamenti di pezzi noti quali Smile, Alabama Song, Just A Closer Walk, allargando il proprio repertorio.

L’1 agosto, il “Togetherness Trio” che reinterpreta i più bei brani della tradizione jazzistica (gli standard jazz) a pezzi originali, con partecipazione e freschezza. La particolarità del trio sta nella voce pregiata di Franco Nesti, contrabbassista e cantante, che si mescola con la pulsazione swingante di due giovani talenti del jazz veneto, Nicola Privato alla chitarra e Igor Checchini alla batteria. Una formazione affiatata e coinvolgente per un concerto che intriga e appassiona.

L’8 agosto, infine, i “Blue Naïf” di Mattia Martorano al violino, Fabio Rossato alla fisarmonica, Andrea Boschetti alla chitarra e Alessandro Turchet al contrabbasso.
Il trio prosegue un’esperienza artistica inaugurata dallo storico apogeo del Jazz parigino negli Anni ‘30 e ’40: la tipica ritmica swing realizzata dalla pulsazione di chitarra e contrabbasso si unisce alla contaminazione con il linguaggio jazzistico afro-americano, ma anche con idiomi di provenienza folklorica; il riferimento all’immaginario sonoro è proprio del repertorio fisarmonicistico del Valsé Musette.

I NOSTRI CD

I nostri CD. Novità dall’estero

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri CD, Primo piano, Recensioni

Billy Hart Quartet – “One is the other” – ECM 2335

oneistheotherEcco il secondo album ECM del quartetto guidato dal batterista Billy Hart e completato dal pianista Ethan Iverson, dal sassofonista Mark Turner e dal bassista Ben Street. Si tratta, in sostanza, dello stesso gruppo che nel 2011 ottenne uno straordinario successo con il loro primo album targato ECM, vale a dire “All Our Reasons”. Le positive impressioni suscitate allora, sono state pienamente confermate da questo nuovo “One is the other” e la cosa non stupisce più di tanto ove si tenga conto che Billy Hart è uno dei più creativi batteristi del jazz moderno. Cresciuto alla scuola dell’hard bop anni sessanta, nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti di assoluta grandezza quali Miles Davis, Wes Montgomery, Herbie Hancock e McCoy Tyner.  Un batterista, quindi, di grande esperienza che dopo aver lavorato a lungo come side- man di lusso ha oramai scelto di creare e guidare propri gruppi con cui eseguire anche musica propria. Così l’album contiene tre pezzi firmati Hart, due Mark Turner , uno Iverson accanto ad uno standard di Rodgers-Hammerstein, “Some enchanted Evening”. Ma, indipendentemente dalla qualità delle composizioni, per altro di tutto rispetto, il gruppo si fa apprezzare per la straordinaria forza empatica con cui affronta ogni pagina. Il drumming propositivo e fantasioso del leader, ben coadiuvato dal bassista, costituisce il terreno ideale su cui la front-line può esprimersi al meglio sia nei brani veloci sia nelle ballad. A proposito di queste ultime, da ascoltare con particolare attenzione “Maraschino” di Iverson : introdotto da un fantastico gioco di spazzole, il brano si sviluppa dapprima con le note all’unisono di pianoforte e sassofono dopo di che i due strumenti si dividono per esibirsi cadauno in pensoso assolo per poi ritrovarsi a dialogare su linee melodiche che si intersecano e chiudere in perfetta sintonia. “Teule’s redemption” di Hart è forse uno dei brani più belli dell’album: introdotto da un magnifico assolo del leader, grazie ad una scrittura assai ben costruita, offre l’occasione al sassofonista di esprimersi in un lungo e centrato assolo. E a confermare la facilità di scrittura di tutti i musicisti (eccezion fatta per Ben Street che non ha firmato alcun brano), da ascoltare con attenzione anche l’elegante “Sonnet for Stevie” di Mark Turner. Infine lo standard “Some Enchanted Evening” viene affrontato con grande delicatezza e partecipazione, fruendo tra l’altro di un coinvolgente dialogo sax-piano.

Vijay Iyer – “Mutations” – ECM

2372 XCredo che questo “Mutations” rappresenti la prova della piena maturità compositiva raggiunta da Vijay Iyer; si tratta del primo album di Iyer come leader per ECM, una registrazione che aiuta certamente a meglio comprendere la complessa personalità di questo pianista-compositore. Maturità compositiva non significa, però, necessariamente maturità espressiva: in effetti l’album appare ottimamente costruito, forse fin troppo ben pensato ché dal punto di vista emozionale questa musica arriva poco o niente. Insomma sembra proprio che in questa incisione Iyr si sia fatto guidare più dalla mente che dal cuore, con esiti che sicuramente otterranno valutazioni assai differenziate. Dopo un’apertura – “Spellbound and Sacrosanct, Cowrie Shells and the Shimmering Sea”, in cui il pianista si esprime da solo (e in questo caso una certa ricerca melodica si avverte), e un altro pezzo – “Vuln, Part 2″ – in cui Vijay si avvale di un minimo ausilio elettronico, si giunge a “Mutations I-X” una composizione per quartetto d’archi, piano ed elettronica che costituisce il nucleo centrale dell’album. Il pianista cerca di estrinsecare attraverso la musica il significato del termine “Mutations”. Di qui una costruzione in cui piccoli nuclei tematici, disegnati di volta in volta, dal pianoforte, dalla strumentazione elettronica o dal quartetto d’archi, interagiscono continuamente creando atmosfere in continuo cambiamento, “Mutations” per l’appunto. Così il clima dell’intera suite viene percepito ora carico di tensione, ora incalzante, ora coinvolgente con pochi sprazzi di autentico lirismo. Ovviamente qui di jazz propriamente inteso non c’è traccia, siamo piuttosto nel campo della musica contemporanea; a tratti propulsiva, avvolgente, lirica, luminescente. L’album si chiude con “When We’re Gone”, una composizione recente, del 2013.

Ahmad Jamal – “Saturday morning” – Jazz Village570027

saturdaymorning_cmPiù ascolto musica sia live sia su disco e più mi convinco che oggi, invece di tentare strade nuove con molta presunzione e spesso con esiti poco felici, sia meglio consolidare quanto si è già raggiunto. Intendiamoci, non voglio dire che cercare nuovi sbocchi al jazz sia sbagliato, solo che per farlo occorre avere tutte le carte in regola: prima essere davvero un grande artista e poi andare ad esplorare nuovi terreni. E chi grande artista lo è di sicuro, senza bisogno di conferma alcuna, è Ahmad Jamal; oramai da tanti anni sulla scena, il pianista si ripresenta in quartetto con Reginald Veal al contrabbasso, Herlin Riley alla batteria e Manolo Badrena alle percussioni e, cosa che rende straordinario questo album, per la prima volta incentra il repertorio sulle sue composizioni. Degli undici brani eseguiti ben otto sono suoi, affiancati da “I’m in the mood for love” di Fields-McHugh, “I got it bad and that ain’t good” di Webster-Ellington e “One” di Sigidi-Gite. Ed è proprio sulle capacità di scrittura che vorrei porre l’accento nel presentarvi l’album. Ebbene Jamal evidenzia una facilità compositiva davvero fuori del comune, una compiutezza espressiva che gli deriva dall’aver assimilato influenze le più svariate; lo stesso Jamal, nel corso di un’intervista, afferma di “iniziato a comporre quando avevo dieci anni, e le mie influenze sono di vasta portata: da Duke Ellington e Billy Strayhorn, Jimmy Lunceford e Fletcher Henderson a Debussy e Maurice Ravel. A Pittsburgh, non c’era quella linea tra musica classica americana e la musica classica europea. Abbiamo studiato tutto”. E questo tipo di cultura si avverte tutta ascoltando le musiche di Ahmad, a partire dal brano iniziale “Back to te future” con un impianto percussivo di chiara ispirazione caraibica, per passare al bellissimo brano che dà il titolo all’album caratterizzato da una suadente melodia imperniata su un coinvolgente ostinato di basso, per giungere a “Silver” un’altra splendida melodia dedicata a Horace Silver con ancora una volta sonorità latine. Lalbum si chiude con la reprise in “radio version” di “Saturday Morning”.

Vera Kappeler / Peter Zumthor – “Babylon-Suite” ECM 2347

2363 XAlbum sotto certi aspetti straniante ma di sicuro interesse questo inciso dal duo svizzero formato da Vera Kappeler e Peter Conradin Zumthor. I motivi di interesse sono accresciuti dal fatto che, trattandosi di un disco d’esordio, vengono presentate musiche assai coraggiose, commissionate dal Origen Cultural Festival. La Babilonia del titolo – si legge nelle note che accompagnano l’album – è quella del Libro di Daniele, la fossa dei leoni, i giovani che cantano nella fornace ardente, un luogo di perdizione, un labirinto. In coerenza con tale premessa, il pianoforte di Kappeler e la batteria di Zumthor disegnano una musica spesso iterativa, con piccoli nuclei motivici ripetuti in sequenza, una musica contrassegnata dai toni bassi a disegnare atmosfere piuttosto cupe che ogni tanto si aprono per lasciare spazio ora a squarci di luce attraverso cui proiettarsi verso dimensioni “altre”, ora a momenti di più forte intensità. E’ il caso, ad esempio, di “Annalisa” in cui si va alla ricerca di una dolce linea melodica spesso solo accennata e quindi lasciata all’immaginazione dell’ascoltatore, mentre in “Traumgesicht” si evidenzia una maggiore forza espressiva con il pianoforte che accentua il suo lato percussivo. Comunque i due si muovono sempre con grande compostezza, misura, eleganza (in alcuni tratti fin troppo raffinata) mostrando una padronanza della dinamica e più in generale dell’intera materia sonora assolutamente perfetta: mai una sbavatura, mai una pausa fuori posto, mai la sensazione che si stia perdendo il bandolo di una matassa per altro assai complessa. Così, anche quando in “November” si insinua l’elemento vocale, l’equilibrio complessivo rimane intatto. In definitiva un album difficile da interpretare, con una sua spiccata identità e di sicuro fascino.

Francesca Sortino – “Francy’s kicks” – abeat AB JZ529

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri CD, Recensioni

Francy's Kicks

Questo album rappresenta il tentativo coraggioso, di un’artista coraggiosa, di esprimere ancora una volta attraverso la musica il proprio esistere, il proprio essere in una realtà sempre più commercializzata in cui tutto si misura in termini di profitto, ossia per essere ancora più crudi in termini di “soldi fatti”.
Purtroppo una simile concezione ha oramai invaso anche il mondo dell’arte per cui si giustificano i 20 mila euro dati ad un certo musicista perché assicura il “sold out” e si trascurano tutti gli altri perché tale presa sul pubblico non hanno.

Ebbene, Francesca Sortino rifiuta questa visione mercantilistica e presenta un album interessante sotto il profilo sia musicale sia dei testi, un album di cui Lei è l’assoluta protagonista dal momento che ha composto tutte le musiche (eccezion fatta per “Theme for Malcom” di Donald Brown), ha scritto le liriche assieme a Cristiano Prunas e firmato due arrangiamenti (“Francy’s kicks” e “Inside Art”” di cui è presente una versione radio edita da Gerardo Frisina).

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Percfest 2014. Il fascino delle percussioni

Scritto da Daniela Floris on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

Foto di ANDREA PALMUCCI

A Laigueglia c’è il mare, c’è la brezza, ci sono stradine affascinanti, piazzette deliziose, e c’è il Percfest organizzato da Rosario Bonaccorso. Che fa parte oramai di Laigueglia come le sue piazzette, la spiaggia, i gabbiani, i ristorantini, le case dei pescatori appoggiate sulla sabbia. E ne fa parte anche perché il Percfest ha una intensa matrice affettiva, come in fondo un po’ tutta la musica di Bonaccorso, che con il suo contrabbasso racconta sempre qualche storia, o sentimento, o sensazione cui è legato. E’ il suo stile, il suo modo di fare Jazz: lo stesso festival è dedicato alla memoria del fratello Naco, percussionista scomparso.

Ma non immaginatevi un ricordo cupo, triste, livido: il Percfest di Laigueglia è un frizzante, allegro festival delle percussioni, delle batterie, della musica, in cui si è strettamente anche intrecciato il progetto transfrontaliero marittino “sonata di mare” che lega città e stati affacciati sul Mediterraneo. C’è la nostalgia dell’ allegria, che viene rievocata con tamburi, piatti, tablas, che parlano, raccontano, esprimono tutta la loro energia ma anche tutta la loro potenzialità emotiva e melodica. Proprio così, melodica. Bonaccorso ha un particolare amore per il calore della melodia, e le sue scelte come direttore artistico quasi mai prescindono da questa caratteristica.

Rosario Bonaccorso

Rosario Bonaccorso

Ho assistito a quattro concerti, a questo proposito, che tra poco vi descriverò. Ma il Percfest non è solo concerti in piazza: è concorso di scuole di musica, esibizioni in strada, seminari di grandi percussionisti e di grandi batteristi, e persino una bella sfilata di moda del marchio Flauels: stilista Flavia Bonaccorso, con tanto di accompagnamento di body percussion (Ignazio Bellini), di Hang Drum  (Gaspare Bonafede) e  una sfilata finale di Jazzisti con le coloratissime magliette della linea.

Per non parlare delle Jam Session che sono stati veri e propri concerti di Jazz di altissimo livello. La Laigueglia del Percfest si accende di suoni dalle sei del pomeriggio alle tre di notte. E quando si riparte si è malinconici per la partenza ma intrisi ancora di quell’ atmosfera gioiosa e di tutta la musica, i suoni, i battiti ascoltati. Un pieno di romantica – si, romantica! – energia.

Filippo Cosentino guitar

Filippo Cosentino: la melodia sopra tutto

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in Interviste, Primo piano

Filippo Cosentino guitar

Filippo Cosentino è un giovane chitarrista che si era messo in luce nel 2010 con l’ottimo album “Lanes”; adesso ha firmato il suo secondo album da leader “Human Being” e come esponiamo più ampiamente nella recensione del disco, non possiamo che confermare quanto di buono era già stato scritto in occasione della prima uscita discografica. Ma chi è Filippo Cosentino? Come si è avvicinato al jazz? Quali le sue concezioni musicali? Lo scoprirete leggendo l’intervista che di seguito vi proponiamo

-Partiamo da quest’ultima realizzazione discografica, “Human Being”: come l’hai concepita soprattutto in relazione al primo album che aveva ottenuto un buon successo di pubblico e di critica…
“Il disco come lo si ascolta adesso è stato scritto nell’autunno del 2012; dal punto di vista compositivo questa volta ero partito proprio con l’intento di avere nel gruppo il sassofono e così abbiamo avuto il piacere di avere Michael Rosen come guest nel disco e i pezzi erano stati scritti proprio per creare questa alternanza tra la chitarra acustica e i sassofoni. A differenza del primo disco ho voluto mettere solo pezzi originali; il primo album era per così dire di presentazione del mio mondo, del mio suono, della mia idea di jazz. Questo, quindi, è un disco più maturo sia a livello di composizione sia a livello di sound: l’altra volta avevo adoperato anche la chitarra elettrica, questa volta c’è solo la chitarra acustica con l’ausilio della chitarra acustica baritona”.

-Come mai questa scelta?
“La chitarra acustica baritona è uno strumento che mi affascina, permette una certa varietà tra un brano e l’altro e in accordo con il sassofono produce altre sfumature di colore. Sul disco poi c’è solo un brano in cui uso la chitarra semi-acustica tradizionale.”

-E per quanto concerne il livello compositivo?
“Non credo ci sia molto da ragionarci sopra: mi son venute fuori una serie di melodie attorno a cui ho costruito il resto dei brani. Poi, naturalmente, mi sono fatto influenzare dai molti interessi musicali che ho, e che vanno dalla musica orientale a quella nord-americana. Insomma ho cercato di operare una simbiosi tra queste mie influenze e quel tipico suono che credo mi abbia caratterizzato sin dal primo disco. Al riguardo devo aggiungere che per questo secondo album abbiamo lavorato in uno studio molto ben attrezzato e con una magnifica produzione, che ci ha permesso di curare dei dettagli che l’altra volta non eravamo stati in grado di approfondire, creando così un bel team di lavoro.”

-Si può quindi affermare che al centro della tua ricerca musicale c’è sempre la melodia?
“Certo che sì; se facciamo musica lo facciamo anche per dare gioia a chi ci ascolta; non è una cosa che ricerco volutamente ma sin da bambino ha ascoltato musica melodica e ciò viene fuori adesso nelle mie composizioni. A mio avviso la melodia è una delle due caratteristiche fondamentali della musica, assieme al ritmo. Con la melodia e il ritmo esiste già un brano: basti pensare alle altre culture la cui produzione musicale non è basata sull’armonia, un elemento sostanzialmente europeo. Ci sono molte strade per fare musica: io ho trovato la mia”.

Un grande Nicola Mingo alla riscoperta del bop

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in Appuntamenti

“Swinging” è il titolo del nuovo album del quartetto di Nicola Mingo uscito su etichetta Emarcy. E proprio per promozionare questa nuova eccellente fatica discografica, il chitarrista napoletano sarà il 20 giugno a Vittoria, il 28 a Collescipoli (Tn) e il 29 nella Capitale.

Mingo si è oramai caratterizzato, nel variegato panorama jazzistico europeo, come uno dei migliori chitarristi bop oggi in attività. Il suo fraseggio, a note staccate, risulta sempre quanto mai fluido e originale, memore dell’insegnamento dei grandi de jazz e quindi in grado di coinvolgere l’ascoltatore in un viaggio nel tempo di straordinario fascino. Ben coadiuvato da tre veterani che veramente hanno fatto la storia del jazz nel nostro Paese, quali Antonello Vannucchi al pianoforte, Gegè Munari alla batteria e Giorgio Rosciglione al contrabbasso, Mingo propone un itinerario musicale attraverso dieci sue composizioni originali, più alcuni omaggi diretti a Wes Montgomery e George Benson.

Doctor 3

Tornano i “Doctor 3” ed è grande musica

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in Appuntamenti, Primo piano

Doctor 3

E’ stato davvero un piacere rivederli seduti uno accanto all’altro: Enzo Pietropaoli (contrabbasso), Danilo Rea (piano) e Fabrizio Sferra (batteria) – citati in rigoroso ordine alfabetico – mercoledì 4 giugno si sono presentati in conferenza stampa, presso l’Auditorium Parco della Musica, per annunciare la ricostituzione del celeberrimo trio “Doctor 3” e la contemporanea uscita di un nuovo lavoro discografico – “Doctor 3” – realizzato dalla Parco della Musica Records, in associazione con Jando Music.

Il gruppo, che si è esibito sui palcoscenici di tutto il mondo dal 1998 al 2009, ha ottenuto un incredibile successo perché ha introdotto qualcosa di nuovo nel mondo del jazz, vale a dire il servirsi di materiale tematico proprio della cultura dei giovani abbandonando i celeberrimi standard statunitensi. Di qui il rifarsi al repertorio dei Beatles piuttosto che a quello di Sting, di Elton John, di Joni Mitchell… e via di questo passo senza trascurare la produzione di propri brani. Il tutto condito dall’abitudine di suonare non un solo pezzo per volta ma delle mini-suites in cui confluivano più motivi. Se a ciò aggiungete la straordinaria sensibilità musicale dei tre, la loro indiscutibile preparazione tecnica e il loro sofisticato gusto melodico avrete ben chiari i perché del massiccio successo del gruppo che, tra l’altro, ha ottenuto numerosi premi quali il miglior disco jazz per gli anni 1998, 1999, 2001.

Ciononostante, dopo tanti anni di soddisfazioni, evidentemente alcune ragioni di fondo dello stare assieme sono venute meno e così il trio si è sciolto. Adesso, trascorsi altri lunghi anni, evidentemente i tre sono cambiati, sono ulteriormente maturati ed hanno così trovato nuove spinte per ricompattarsi e riproporre la loro oramai storica formazione. E quale modo migliore di riproporsi se non incidendo un nuovo album? Ecco così questo “Doctor 3” fresco fresco di stampa il cui ascolto conferma appieno quanto dichiarato dai tre nel corso della conferenza stampa.