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Il jazz italiano sotto la Tour Eiffel

Scritto da Didier Pennequin on . Postato in Appuntamenti, Primo piano

Nico Morelli

Nico Morelli

trad. Gerlando Gatto – “Ho due amori. Parigi e l’Italia” potrebbero intonare i jazzisti italiani che da qualche decennio vivono e operano nella capitale francese e nell’Esagono. (Appellativo con cui i francesi amano riferirsi alla loro patria n.d.t.)

Un adagio che dovrebbe confermarsi nel corso della “Settimana del jazz italiano” che sarà organizzata dal Sunside (dal 31 marzo al 6 aprile) uno dei club di jazz della ben nota  “rue des Lombards” a Parigi nel quartiere des Halles dove trovano posto altri locali di jazz.

Talenti conosciuti si alterneranno a nomi tutti da scoprire per il pubblico parigino. Tra gli artisti oramai affermati a livello internazionale il batterista Aldo Romano che vive a Parigi da molto tempo ; Aldo suonerà alla testa di un trio completato  da Jean-Pierre Como (tastiere) cofondatore del solo autentico gruppo francese di jazz-rock « Sixun » e da Michel Benita al contrabbasso,

Il campo delle scoperte per il pubblico parigino sarà molto importante e ricco. Con una  netta preferenza per i pianisti.

Le grandi donne del ‘900

Scritto da Luigi Onori on . Postato in News

Elle singulaire

Giampaolo Ascolese festeggia i quarant’anni di attività musicale (ed il lungo sodalizio artistico-esistenziale con Marie Reine Levrat) con una produzione multimediale. “Elle, singulière, plurielle” è un CD + DVD firmato a quattro mani da Ascolese e Levrat, con gli arrangiamenti e la direzione musicale di Gerardo Iacoucci nonché  la collaborazione di Massimo Achilli.

Nato come performance pluriartistica, “Elle, singulière, plurielle” è stato presentato al romano Parco della Musica, seguito e recensito sul nostro sito: oggi è possibile ripercorrerlo (anche attraverso modalità e sentieri inediti) grazie alla (auto)produzione dei RealTimeStudios.

“Questo terzo progetto che presento con Marie Reine Levrat – spiega nel booklet il batterista-compositore-performer Giampaolo Ascolese – è senz’altro il più impegnativo perché (…), oltre a contenere anch’esso alcuni brani originali, ha la peculiarità che le musiche siano state scelte proprio per adattarle ad argomenti prestabiliti. In parole povere questo progetto è l’unico in cui sia stata creata prima la sceneggiatura e poi sia le musiche che il visivo ne sono stati una diretta conseguenza.

E’ un progetto dedicato alle donne importanti e non, dal 1900 al 1965”.

Festival Jazz EU 2013 – Santiago del Cile

Scritto da Luigi Bozzolan on . Postato in Dalla Svezia, Primo piano

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Ho colto con entusiasmo l’invito di Gerlando Gatto a scrivere del recente tour che ha visto protagonisti me ed Eugenio Colombo in Cile. L’occasione è d’oro per ricordare e condividere con i lettori, una delle rare volte in cui, nella movimentata carriera di un musicista (specie se dedito al Jazz ed Improvvisazione), ci si trova a viaggiare ancora una volta, per andare a suonare lontano la propria musica.

Dal 2009 collaboro stabilmente in Duo con Eugenio Colombo. Tutto è nato grazie ad un casuale incontro su un treno di ritorno da Siena Jazz nel 2005, in cui ci siamo trovati seduti uno di fronte all’altro. L’allievo ed il maestro. Poi un cenno a sedersi vicini ed una chiaccherata su “Brillant Corners” di T.Monk, è stata la scintilla iniziale di un incontro umano che è diventato anche un sodalizio musicale. Con Eugenio abbiamo viaggiato moltissimo in Europa, Africa e Sud America. Suonando sempre quello che ci piaceva suonare, improvvisando e leggendo, quasi sempre senza parlare mai di cosa si sarebbe suonato una volta saliti sul palco. Quattro anni fa, un’occasione (quasi) irripetibile: il lungo tour in Sud America lungo il Guatemala, Brasile, Colombia, Cile, Perù ed Argentina.

Un Tour di un mese e mezzo con più di 20 concerti  quasi del tutto improvvisati, durante i quali  quali è stato registrato il disco “Sud America” (Zonedimusica 2009). Potete leggere il “diario” che Eugenio aggiornava ogni giorno su http://www.zonedimusica.com/index.php?option=com_content&view=article&id=147&Itemid=163 .

Chi fa il musicista, sa che viaggiare e suonare sono i due capisaldi di una condizione ideale. Il viaggio è parte integrante dei concerti. E’ quello spazio di tempo fuori dal palco in cui, in realtà, si preparano i presupposti per la performance musicale vera e propria. Si parla moltissimo, si tace, si dorme molte ore in aereo e si mangia insieme ed ovviamente di suona. Eugenio fa parte di quei musicisti che in Italia, ed in Europa, hanno fatto grande la parola Improvvisazione. E’ sempre un po’ importante ricordare che In Italia abbiamo una generazioni di Maestri in giro per lo stivale, qui vicino senza andare oltreoceano, che sono musicalmente attivi e ricchi di un patrimonio da passare alle generazioni come la mia. Non accorgersene è un vero peccato. Per questo motivo quando, tramite l’Istituto Italiano di Cultura di Santiago del Cile ,io ed Eugenio siamo stati invitati a suonare al Festival Jazz EU 2013 ( http://www.goethe.de/ins/cl/prj/jaz/esindex.htm ), per me è stato un bel momento da cogliere a pieno.

 

Siamo partiti il 26 di Novembre e siamo tornati il 3 Dicembre. Una settimana di musica, decine di ore in volo, tre concerti, un workshop ed incontri importanti. Potrebbe essere la semplice storia di un tour qualsiasi se non fosse che siamo stati chiamati a partecipare, con altri sei paesi europei (Belgio, Germania, Svizzera, Norvegia, Francia e Polonia) , ad un festival di Jazz ed Improvvisazione in cui ci siamo esibiti anche in formazione mista con improvvisatori Cileni. Significativa la cerimonia di apertura del festival svoltasi la sera del 27, in una piazza di Santiago con tanto di discorso del sindaco della città, direttori di Istituti di Cultura dei paesi ospiti, Ambasciatori e direttori Artistici del festival. Il clima era quello delle belle feste di popolari (dando alla parola “popolare” il senso più alto del suo significato), molto sereno e senza l’ombra di un vigile o una guardia del corpo. Non è un dettaglio da poco in un festival gratutito che ha visto una grande affluenza di pubblico.

Il nostro primo “impegno musicale” è stato il 28 Novembre. Io ed Eugenio siamo stati baciati dalla fortuna avendo avuto modo di suonare, presso il club Thelonious, con il RAM Trio, formato da Ramiro Molina (chitarra elettrica), Angelo Cassanello (trombone) e Isidora O’Ryan (violoncello). Un Trio giovane molto maturo, attento ai silenzi e ad una gestione dei ruoli molto equilibrata. Negli ultimi anni ho vissuto e suonato molto in Scandinavia, ed ho trovato quel genere di maturità espressiva, molto genuina, contemporanea, rilassata e musicalmente valida.

Al concerto di giovedi 28  è seguito il live in Duo presso il “Projazz”, una bella scuola di Jazz di Santiago, ed il 30 sera un house concert presso il “Piso3” con altri validissimi giovani musicisti improvvisatori Cileni.

Mercoledì 11 dicembre Dario Germani alla Casa del Jazz

Scritto da Redazione on . Postato in Appuntamenti, Guide all'ascolto, Primo piano

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Dopo tre lunghe settimane di interruzione, sabato 7 dicembre la Casa del Jazz ha ripreso le sue normali attività per cui mercoledì 11dicembre, nell’ambito delle guide all’ascolto curate da Gerlando Gatto, sarà di scena il trio del contrabbassista Dario Germani con Stefano Preziosi al sax e Luigi Del Prete alla batteria. Si tratta, in sostanza, della stessa formazione che, con l’aggiunta di Max Ionata quale ospite d’onore, ha inciso l’album “For Life” prodotto dall’etichetta romana Tosky Records, diretta da Giorgio Lovecchio e Davide Belcastro, che ha curato la registrazione del CD nella meravigliosa Villa d’Este di Tivoli (su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali). Mercoledì il trio eseguirà due brani di Monk (“Well you needn’t” e “Crepuscule with Nellie”), un pezzo di Coltrane (Mr. P.C.), uno standard del ’38 scritto da Sammy Fain e Irving Kahal (“I’ll be seeing you”) ed un solo original – “Lullaby for Bianca” – tratta dal già citato “For Life”.

Ciò detto, vale forse la pena soffermarsi sull’incresciosa vicenda della Casa del Jazz. Come molti lettori ricorderanno, a causa del nubifragio abbattutosi sulla Capitale nella notte tra il 19 e il 20 novembre scorsi, uno dei grandi pini siti nel giardino della struttura è caduto sull’edificio principale dove si svolgono le serate-concerto. Di qui la cancellazione di tutti gli eventi in programma, proprio per l’inagibilità del sito.

Convince il pianismo di Antonio Figura. Nuovo appuntamento con Antonella Vitale

Scritto da Redazione on . Postato in Guide all'ascolto, Primo piano

Antonio Figura by Dante Corsetti

Antonio Figura by Dante Corsetti

Prosegue con successo, alla Casa del Jazz,  anche questo nuovo ciclo di guide all’ascolto dedicato agli standard e condotto da Gerlando Gatto. Ospite nella serata del 13 novembre il trio del pianista Antonio Figura con Francesco Puglisi al contrabbasso e Michele Salgarello alla batteria.

Dopo la sigla, “Estate”, eseguita da Michel Petrucciani, si è passati all’ascolto del primo standard in programma, “Time remembered”, e la serata è salita immediatamente di tono. Il brano di Bill Evans è infatti una delle pagine più sofisticate e preziose dell’intera letteratura jazzistica e ottima è apparsa la scelta di Gatto di far vedere un celebre video dello stesso Evans accompagnato da Eddie Gomez al contrabbasso e Marty Morell alla batteria. Come è nella natura della formula scelta dal conduttore, abbiamo riascoltato “Time remebered” in una esecuzione totalmente diversa, quella del Kronos Quartet, esecuzione davvero straordinaria per originalità e pertinenza.

Dopo queste due bellissime pagine era davvero difficile  esibirsi; eppure il trio di Figura ha affrontato la prova con giusto cipiglio meritandosi un lungo e convinto applauso; fin dalle primissime note, il pianista siciliano ha evidenziato uno stile del tutto proprio che, pur prendendo le mosse proprio da Bill Evans, ha saputo elaborare uno stile affatto personale. E ben si capisce perché molti critici hanno sottolineato il fatto che Figura lavora spesso per sottrazione: in parole semplici, il pianista si guarda bene dallo scaricare addosso all’ascoltare una miriade di note (pur essendo in grado di farlo) e preferisce disegnare lunghe linee melodiche, con poche note, lasciando quindi all’ascoltatore il tempo di assorbire, assimilare ciò che va ascoltando. E in questo senso ha trovato una particolare rispondenza nei compagni di viaggio con un Puglisi sempre preciso e propulsivo e un Salgarello superlativo anche con le spazzole.

Jazz e letteratura

Scritto da Luigi Onori on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

Mingus Dynasty

Mingus Dynasty

Jazz e letteratura: il possibile intreccio tra musica afroamericana e parola scritta, tra un linguaggio sonoro fortemente connotato dall’improvvisazione e testi proposti attraverso una dimensione orale e performativa.

Questa è la strada che ha provato a percorrere il 37° Roma Jazz Festival, conclusosi il 2 novembre sotto il segno sonoro espressionistico di Charles Mingus. La Mingus Dinasty, guidata dal contrabbassista Boris Kozlov, ha suonato con vigore e un pizzico di manierismo alla sala Sinopoli; la presentazione del libro di John Goodman “Mingus secondo Mingus” – prevista per il pomeriggio – è saltata ma il musicologo Stefano Zenni ha letto gustosi estratti dal testo prima del recital serale, sostituendo l’annunciato Francesco Pannofino (il volume di Goodman, edito da minimum fax, uscirà nel 2014 mentre è annunciato in libreria il basilare “Space Is the Place.

La vita e la musica di Sun Ra” di John F.Szwed). Zenni, nell’ambito delle “Lezioni di Jazz”, ha tenuto domenica 3 (ore 11, teatro Studio) una seguita conferenza intitolata “Peggio di un bastardo: l’autobiografia musicale di Charles Mingus”, dimostrando come ci sia interesse per una fruizione non solo spettacolare della musica, cosa ampiamente dimostrata anche dal successo delle Guide all’Ascolto ottenuto da Gerlando Gatto alla Casa del jazz.

Perché tornarci sopra a distanza di un paio di settimane? Per mettere a fuoco due recital che hanno centrato l’obiettivo della relazione tra codici artistici diversi; altri concerti chi scrive non ha avuto l’opportunità di ascoltarli ma, almeno sulla carta, promettevano bene: il poeta, scrittore e musicista caraibico Anthony Joseph con la Spasm Band; Danilo Rea con le letture da “Suburra” di Fabrizio Gifuni e l’introduzione degli autori Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo; “Chisciottimismi” con lo scrittore Erri De Luca voce recitante, più Gianmaria Testa e Gabriele Mirabassi.

Servillo Girotto Mangalavite

Servillo Girotto Mangalavite

Il 21 ottobre è stato riproposto un progetto documentato nel gennaio 2009 da un Cd dei “materiali musicali de il manifesto”: “Futbol”. I brani si ispirano ai racconti di Osvaldo Soriano – a lungo collaboratore del “quotidiano comunista” – ed alla sua visione tra mito, realtà e realismo magico del calcio, sogno-riscatto degli umili. Soriano li raccolse nel volume “Futbol. Storie di calcio”, pubblicato nel 2006 da Einaudi. Il piano e le tastiere di Natalio Mangalavite, il sax sorano ed il baritono più i flauti andini di Javier Girotto e la voce-corpo che canta e recita di Peppe Servillo hanno avvolto il pubblico in un denso, ironico, brillante fluire di lettura e musica. Due argentini e un campano, accomunati dal ‘culto’ di Maradona, hanno tanto in comune e il progetto “Futbol” è stato a lungo rodato. Alla sala Petrassi ha però vibrato di una forte, comunicativa immediatezza grazie, in particolare, a Servillo, pronto a cogliere qualsiasi occasione per attualizzare, parodiare, far immaginare, rendere vivo quel progetto. Protagonisti dei brani (tredici ne contava il Cd, come il numero della schedina) Don Salvatore, Diego Armando Maradona, il mediano Varela della nazionale uruguyana che sconfisse il Brasile, l’allenatore Trapattoni, lo stadio carioca Maracanà e le lande della Patagonia… Un recital torrido e intenso che ha unito i sud del mondo grazie alla scrittura unica di Soriano – che fu calciatore prima di un serio incidente – e grazie al vigore ritmico-melodico di Natalio Mangalavite e Javier Girotto che, ad un certo punto del concerto, ha indossato la maglia biancoceleste dell’Argentina.

La serata del 31 ottobre (alla sala Sinopoli) aveva quale fulcro letterario “Come se avessi le ali. Le memorie perdute”, testo autobiografico di Chet Baker riemerso anni dopo la morte del trombettista (minimun fax lo pubblicò nel 1998, ad un solo anno dall’edizione inglese e con la traduzione di Marco di Gennaro). Sezioni del libro (ripubblicato nel 2009, in versione rilegata e con contributi di Enrico Rava e Paolo Fresu) sono state lette con maestria e passione da Massimo Popolizio, in efficace montaggio con sequenze sonore e brani eseguiti dalla tromba di Fabrizio Bosso e dal piano di Julian Mazzariello. Qui parole e note si sono evocate le une con le altre, rispecchiate e fuse fino all’ultimo e più sperimentale brano, “Bomb” di Gregory Corso che è deflagrato sul pubblico in un reading che ricordava quelli dei beatniks. Popolizio ha scelto estratti dei testi bakeriani disponendoli in ordine cronologico, dal servizio militare del 1951 alla Londra del 1962, passando per il soggiorno italiano che regalò a Chet successo e galera, l’articolo di Oriana Fallaci su “L’Europeo” e quindici mesi di detenzione. Bosso e Mazzariello hanno collegato e “amplificato” i frammenti biografici (con frequenti riferimenti alle compagne del trombettista – da Cisella a Carol – e alla tossicodipendenza) attraverso ballad e brani come “All Blues”, “Estate”, “But Not For Me” e “My Funny Valentine”, tutti eseguiti nella formula audace e a tratti virtuosistica del duo. Alla loro musica, impeccabile ed elegante, è mancato talvolta il fascino un po’ maledetto di Baker. Come scrive la moglie Carol nell’introduzione alle “memorie perdute” “Chet non può essere definito semplicemente un musicista, un tossicodipendente, un marito o una leggenda. Era tutto questo e molto di più (…) Le parole di Chet vanno più in là. Rileggendo questo meraviglioso miscuglio di immagini e sensazioni, posso solo stupirmi di quanto riflettano fedelmente la vera essenza della vita di Chet: un caos incessante intriso di puro genio. Chet non l’avrebbe voluta in nessun altro modo”. (LO)

Il trio di Antonio Figura ospite di Gerlando Gatto

Scritto da Redazione on . Postato in Appuntamenti, Guide all'ascolto

Antonio Figura (foto Dante Corsetti)

Antonio Figura (foto Dante Corsetti)

Dopo il grande successo della prima serata, documentato dal pezzo di Daniela Floris, mercoledì 13 novembre secondo appuntamento, alla Casa del Jazz, del nuovo ciclo di guide all’ascolto dedicato agli standards, curato da Gerlando Gatto.

Ospite il trio del pianista Antonio Figura con Francesco Puglisi al contrabbasso e Michele Salgarello alla batteria.

Nato a Siracusa, Antonio Figura è stato a lungo residente a Firenze dove si è laureato in “Discipline Jazz e Storia della Musica Afro-Americana” presso il Conservatorio L. Cherubini con il massimo dei voti, discutendo una tesi sul Modern Jazz Quartet. Si è quindi trasferito a Parigi, dove ha scritto i brani del suo primo disco “Zazj” ispirato da un dipinto di Monet. Successivi impegni come docente negli Usa lo segnalano come un artista aperto e cosmopolita, pronto a rintracciare ispirazioni differenti, così come tante e articolate sono le collaborazioni che vanta nel suo curriculum. Del suo piano solo dice che parte da un’ “introspezione che precede l’atto del suonare, ritaglio di spazio in cui cercare il proprio centro emozionale per trasporlo in musica”.

Gli standard brasiliani per Maria Pia De Vito e Rita Marcotulli alla Casa del Jazz

Scritto da Daniela Floris on . Postato in Guide all'ascolto, Primo piano

Maria Pia De Vito

Maria Pia De Vito

Non poteva riprendere in maniera più poetica, appassionante, divertente, il nuovo ciclo delle Guide all’ Ascolto dedicate agli standard, poiche’ poetiche, appassionanti, divertenti  sono state le due eccezionali artiste che sul palco hanno regalato due ore di musica brasiliana ad un pubblico incantato. Maria Pia De Vito e Rita Marcotulli, amiche nella vita, si sono rincontrate artisticamente mercoledì dopo un po’ di tempo che non suonavano insieme:  e con “Beatriz”, il primo brano “live” eseguito, quell’ incontro si è materializzato in una versione che non si può  non definire commovente. Perché Maria Pia De Vito ha saputo rendere espressivamente il significato emotivo, così struggente,  di quel brano:  e non è occorso capirne il testo per capirne il senso. E’ un sapiente ed anche istintivo uso delle dinamiche, degli accenti, la musicalità profonda di questa che non è solo una cantante o una interprete, piuttosto una musicista, che fa “parlare” la musica.  Rita Marcotulli ha saputo come sottolineare armonicamente un brano così difficile eppure così misteriosamente semplice all’ ascolto: è una grande sensibilità musicale quella che permette di deporre intensi arpeggi lì dove la voce sta per appoggiarsi, un attimo prima, per darle il colore più suggestivo su cui tracciare la linea melodica, anch’ essa difficile, e che pure sembra essere così naturale all’ ascolto. I brani live che sono seguiti  sono stati densi  di emozioni simili, pur quando diversi stilisticamente.