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Intervista a Dario Carnovale. “Anche per un jazzista è importante avere solide basi classiche”

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in Interviste

carnovale piano

Da Palermo a Udine, un cambio sostanziale che Dario Carnovale ha affrontato da circa un anno alla ricerca di una più precisa identità. Identità che a 35 anni sembra oramai emergere in tutta la sua valenza: batterista, ma soprattutto pianista, compositore, arrangiatore Dario viene oramai considerato una delle più belle realtà del jazz made in Italy. Ma conosciamolo meglio attraverso l’intervista qui di seguito pubblicata.

Dalla Sicilia al Friuli: un balzo lungo come quasi tutta l’Italia. Come mai questa scelta così radicale?
“Innanzitutto ricerca di tranquillità”

In Sicilia non c’era?
“Poca. E’ strano ma anche il clima influenza molto il mio mondo artistico: a volte ricerco più un tempo uggioso e fresco; con il caldo non mi sento proprio a mio agio, non riesco a essere creativo”.

Un siciliano anomalo…un siculo-nordico
“Probabilmente…non ho mai avuto un pigiama invernale”.

Qualche antenato del Nord?
“E chi lo sa… ma non credo”.

Comunque bando agli scherzi: come ti sei avvicinato alla musica e al jazz in particolare?
“Provengo da una famiglia di musicisti. A due anni mi hanno messo le bacchette in mano e la leggenda dice che a due anni ero già in grado di fornire un discreto accompagnamento. Ad onor del vero un po’ ci credo perché con mio figlio è stata un po’ la stessa cosa: a due anni era in grado di swingare; ho un filmino in cui suona la batteria ed è stato visto da alcuni importanti batteristi americani che non credevano all’età del bimbo. Comunque a cinque anni mi sono avvicinato al pianoforte avendo sempre l’improvvisazione come matrice di base”.

Che tipo di studi hai fatto?
“Classici. Nella musica classica devi avere la fortuna di trovare un buon insegnante: quando un maestro si accorge di avere un allievo molto creativo, personale, con un talento evidente, deve riuscire a lasciarlo libero. Da questo punto di vista sono stato abbastanza penalizzato da piccolo: già leggevo le sonate di Beethoven, quelle difficili, ma mi veniva proibito di suonarle. Io penso che ciò sia fondamentalmente sbagliato. E’ chiaro che non poteva esserci una esecuzione da concorso ma un bambino di nove, dieci anni che legge le sonate di Beethoven ripeto quelle difficili a partire cioè dall’op.53, deve essere lasciato libero di eseguirle. Altra stupidaggine quella di limitare i movimenti corporei: mi ricordo che quando suonavo Bach entravo in una specie di trans e mi muovevo in modo circolare proprio perché sentivo delle sensazioni che esprimevo anche attraverso il corpo. Tutto questo veniva criticato; mi si diceva “stai suonando Bach non Chopin” perché chiaramente ci si muove a seconda della partitura…poi mi capitò di vedere Glenn Gould…e a quel punto mi consolai un po’ ”.

E adesso quale reverenda età hai raggiunto?
“Ben trentacinque”.

Ma gli studi classici li hai ultimati?
“All’età di ventiquattro anni ho avuto la fortuna di incontrare una pianista eccezionale, allieva di Franco Scala della prestigiosa accademia di Imola, Irene Inzerillo. Con lei ho fatto un percorso di quasi due anni: ho del tutto interrotto l’attività concertistica per andare ogni giorno a lezione da lei; erano delle lezioni particolari: ad esempio mi dava sei giorni di tempo per imparare a memoria sei studi di Chopin e poi la domenica dovevo eseguirli, sempre a memoria, magari davanti a dei suoi colleghi. Era quindi molto stressante ma mi è servito moltissimo perché ho davvero scoperto molti segreti del pianoforte. Da allora in poi mi sono avvicinato allo strumento in modo molto più consapevole”.

Ti sei diplomato al Conservatorio?
“Fortunatamente l’ho mollato al quarto anno. E dico fortunatamente perché dopo qualche tempo ho sentito i miei vecchi colleghi di corso e quasi nessuno suonava più, chi affetto da tendinite chi privo di voglia. Devo dire che i miei hanno avuto con me molta pazienza perché sin da giovane ero molto critico nei confronti dei miei insegnanti e del metodo seguito e mai hanno cercato di tarparmi le ali. In compenso mi sono diplomato in conservatorio con il massimo dei voti, ma in strumenti a percussioni”.

Già, perché tu sei anche un ottimo batterista. Come concili le due cose?
“In modo molto naturale: per me lo strumento è solo un mezzo per esprimere quello che ti frulla in testa musicalmente. Questo genere di approccio fisico e mentale mi permette di avvicinarmi a qualsiasi strumento la mia curiosità mi spinga a studiare. Lo stesso approccio fisico che si basa su rilassatezza e utilizzo del peso del corpo che è parte basilare del mio modo di suonare il piano è ugualmente fondamentale per la batteria e questo fa si che suonare la batteria mi risulti naturale”.

Hai inciso qualche album come batterista; e più in generale ti esibisci spesso ai tamburi?
“Quando il progetto mi piace la suono molto volentieri. Ho avuto la fortuna di suonare la batteria con grandissimi musicisti come Dado Moroni, Gwilem Simcock, Yuri Goloubev, Pietro Ciancaglini, Paolo Recchia, Stefano D’Anna e di partecipare a dei progetti molto belli quando abitavo a Palermo, con il trio di Fabrizio Brusca e i progetti di Francesco Guaiana e Luca Lo Bianco artisti palermitani dalla personalità molto forte; poi ho fatto anche molta big Band,con L’orchestra jazz del conservatorio di Palermo, con la OMC orchestra e l’orchestra jazz siciliana”.

Intervista a Claudio Donà: con la Caligola, 20 anni spesi bene…

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in Interviste

Dona e CD dona Listener

Con Claudio Donà, critico, dal 2006 insegnante di Storia del Jazz al Dipartimento Jazz del Conservatorio F.Venezze di Rovigo, ma soprattutto produttore, anima e corpo della Caligola Records, ci conoscevamo da molto tempo ma per quelle strane cose che accadono nella vita, non ci eravamo più visti da quasi vent’anni. Ritrovarsi a Udine, in occasione del Festival di cui “A proposito di jazz” ha già abbondantemente riferito, è stata, quindi, una splendida occasione per rinverdire vecchie storie e soprattutto per parlare a lungo della sua amata “creatura” , la “Caligola”.

Cominciamo con una serie di numeri e date: quando è nata l’etichetta Caligola?

“L’etichetta è nata nell’estate del 1994, coma una sorta di filiazione dell’associazione culturale Caligola, di cui io facevo parte e che era stata fondata addirittura nel 1980. Quest’anno, quindi, festeggiamo il ventennale dell’etichetta mentre l’anno prossimo saranno 35 gli anni di attività dell’associazione”.

Quanti titoli avete prodotto?

“Abbiamo superato quest’estate i 190 dischi, lavori in cui sono stati impegnati circa 500 musicisti. Non proprio pochi. Siamo comunque realmente indipendenti, ovvero anche editori dei nostri musicisti, soltanto dal 2003”.

Ma come ti è venuta quest’idea “malsana” di creare un’etichetta di jazz?

“Come ti dicevo, io facevo già parte dell’associazione Caligola e grazie a questo, organizzando moltissimi concerti, avevo l’opportunità di conoscere dietro le quinte i musicisti, che poi spesso mi capitava di re-incontrare anche come critico, sia del quotidiano “Il Gazzettino” (con cui ho collaborato dal 1980 al 2010), sia soprattutto della prestigiosa rivista “Musica Jazz” (qui la collaborazione è durata dal 1978 al 2002). Creare un’etichetta discografica è stato quasi un fatto naturale: molti musicisti mi chiedevano ‘ascolta questo nastro, ascolta questa bella cosa che ho registrato’ e, in un momento in cui il disco ancora funzionava, anzi eravamo in piena esplosione del fenomeno compact–disc, abbiamo colto una ghiotta occasione che ci si è presentata. Abbiamo così stampato, nel luglio del 1994, il “numero 1” del catalogo. E’ stata quasi una sfida: era un nastro che Materiali Sonori di Firenze aveva rifiutato a Marcello Tonolo e che, viceversa, io trovavo bellissimo, jazz davvero di grande spessore. Si trattava di una registrazione in studio della Keptorchestra, una splendida big–band che allora annoverava alcuni tra quanti, nel giro di pochi anni, sarebbero diventati dei “grandi” del jazz italiano, musicisti del calibro di Marcello e Pietro Tonolo, Roberto Rossi, Sandro Gibellini, Piero Odorici, Maurizio Caldura, Giampaolo Casati, Marco Tamburini, solo per fare qualche nome … ed in più, come ospite speciale, nientemeno che Steve Lacy. Io me ne innamorai subito, ed è così cominciata la nostra sfida, che continua ancor oggi. Il disco, oggi fuori catalogo e che spero presto di poter ristampare, si intitolava «Sweet Sixteen», Caligola numero 2001….. La ”Odissea nello Spazio”, film che da ragazzo mi aveva entusiasmato, era finalmente diventata realtà …”.

Ti sei mai pentito di questa scelta?

“No, sostanzialmente no … Altrimenti oggi non sarei qui a raccontare dell’etichetta. Confesso che ho avuto dei momenti difficili, di vera crisi, momenti in cui ti chiedi chi te lo fa fare. Oggi, con la conclamata e crescente crisi del disco tutto è ancora più difficile, e quindi ti prende lo sconforto quanto ti rendi conto di non poter ritagliare dall’attività discografica ed editoriale (siamo anche editori musicali) dei margini economici da re–investire in produzioni nuove e originali. Siamo sempre appesi alle co–produzioni fatte con i musicisti, che comunque ci regalano spesso grandi soddisfazioni. Ci viene in aiuto sicuramente la fantasia, e la possibilità di poter spesso utilizzare delle buone registrazioni “live”. Sono davvero poche le cose che riusciamo a produrre in modo autonomo, da soli. Riusciamo comunque a sopravvivere perché siamo anche editori musicali, in quanto con i dischi che, come ben sai, non si vendono più, sarebbe quasi impossibile andare avanti”.

Come valuti la situazione del jazz in Italia in questo particolare momento?

“Si sta verificando una situazione diametralmente opposta a quella che ho vissuto negli anni ’80 ed in parte anche nei ‘90. Allora c’erano pochi jazzisti italiani di grande valore, a fronte di un vero e proprio boom di festival e rassegne, e di una buona dose di incentivi pubblici: insomma c’erano per gli artisti buone possibilità di lavoro. Se un grande solista americano veniva in Italia, aveva a disposizione non più di una decina di sezioni ritmiche affidabili con cui suonare. Oggi, al contrario, ci sono moltissimi musicisti ben preparati, talentuosi, alcuni bravissimi; i conservatori hanno aperto al jazz ma la situazione generale è completamente cambiata: la crisi ha avuto effetti pesantissimi soprattutto sulla musica dal vivo, ha provocato una drastica riduzione dei finanziamenti pubblici e quindi una contrazione delle possibilità lavorative per i jazzisti. Una cosa che mi stupisce è che la gran parte dei musicisti, nonostante il disco – come si diceva – sia per molti già un oggetto di antiquariato, non venda praticamente quasi nulla, continui a considerarlo indispensabile, per cui cercano di convincerci in tutte le maniere a stampare i loro lavori, perché hanno comunque bisogno del disco per promuoversi. Il ruolo che una volta era della cassetta promozionale, fatta in casa, ora è ricoperto dal Cd, anche perché i costi di produzione si sono notevolmente abbassati”.

Che significa, quindi, produrre jazz oggi in Italia?

“Affrontare una grande sfida: bisogna credere fortemente in questa musica, avere una passione viscerale, essere in grado di combattere una concorrenza spietata, stare sempre con le orecchie bene aperte, dato che all’orizzonte appaiono sempre nuovi musicisti interessanti e saper ‘combattere’ affinché nell’ambito di quei pochi finanziamenti pubblici ancora destinati alla cultura, la musica e in particolar modo il jazz possano ritagliarsi una fetta sempre più consistente”.

In buona sostanza, mi stai dicendo che, per quanto concerne la “torta” dei finanziamenti le cose sono peggiorate anche perché la maggior parte degli stessi continua ad andare in direzioni diverse dal jazz…

“Questo purtroppo è un problema annoso, ben lungi dall’essere stato risolto. Ed è una situazione paradossale, in quanto molti conservatori sono letteralmente mantenuti in vita dalla presenza di studenti di jazz, altrimenti sarebbero costretti a chiudere. Si arriva così all’assurdità che l’Istituzione didattica ha finalmente riconosciuto il jazz come materia degna di essere insegnata nei conservatori – noi addetti ai lavori siamo diventati quindi tutti più ‘istituzionali’ – mentre gli enti pubblici, che dovrebbero finanziare la programmazione culturale, stanno sempre più diminuendo le risorse destinate alla musica jazz. Esattamente il contrario di quello che succedeva più di dieci anni fa”.

Esce nuovamente per El Gallo Rojo Records il terzo album dell’avventuroso sestetto JÜMP THE SHARK

Scritto da Alessandra Trevisan on . Postato in Comunicati stampa

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Un progetto longevo (attivo dal 2008), spericolato ed estroso, questo è JÜMP THE SHARK, guidato dal sassofonista veneziano Piero Bittolo Bon, frequentatore durante la sua carriera di stili molto diversi, e in grado di sintetizzarli in una musica appassionata e vibrante, concentrata eppure libera.

Dopo il grande successo riscosso dai due album precedenti, editi da El Gallo Rojo Records – “SUGOI SENTA! GATTA!!” (2009) e “OHMLAUT” (2011) –, esce in questi giorni per la stessa etichetta anche “IUVENES DOOM SUMUS”, già disponibile su iTunes (https://itunes.apple.com/us/album/iuvenes-doom-sumus/id900934656) e sui maggiori portali di distribuzione digitale. Il cd in formato fisico sarà diffuso dai primi di settembre.
Questo disco è frutto di una campagna di crowdfunding lanciata a fine 2013 ed ha visto la partecipazione di ben 52 sostenitori; è altresì il risultato di un’ulteriore evoluzione della musica e dell’interplay del gruppo, meno votata al solismo e improntata invece all’integrazione di un approccio liquido alla rigidità della forma e della composizione, tutto questo senza sacrificare il più che umano bisogno di appoggiarsi qua e là ad una melodia da poter fischiettare.

Il sestetto è composto da alcuni tra i più creativi musicisti del jazz di oggi, che mantengono immutata la loro partecipazione: sono, oltre al leader Bittolo Bon (anche al clarinetto e al flauto), il vibrafonista Pasquale Mirra, il chitarrista Domenico Caliri, Danilo Gallo al contrabbasso, Federico Scettri alla batteria ed il trombonista e sousaphonista tedesco Gerhard Gschlössl.

Terreno fertile per la personale scrittura di ogni singolo componente di JÜMP THE SHARK è la cognizione che nasce dalla combinazione di due mondi sonori diametralmente opposti ma similmente acidi, ossia quelli creati dalla chitarra elettrica e dal vibrafono che si uniscono ad una sezione ritmica dalle mille sfaccettature, capace di ancorarsi anche a dei solidi groove. Questo consente ad una front-line a geometria variabile formata da ance e trombone/sousaphone di sfruttare appieno tutta la potenza di fuoco ritmica e melodica a propria disposizione.

Alessandro Florio Trio feat. Alberto Gurrisi & Bill Panagiotopoulos

Scritto da Top1 Communication on . Postato in Comunicati stampa

Il trio guidato dal chitarrista Alessandro Florio, arriva sulla Costiera Amalfitana con due straordinari e talentuosi musicisti, Alberto Gurrisi all’organo hammond e il greco Bill Panagiotopoulos alla batteria.

I tre musicisti martedì 5 agosto, saliranno sul palco di Largo Duchi Piccolomini di Amalfi in occasione dell’Amalfi Young&Jazz Festival 2014 (ingresso libero). Mercoledì 6 agosto, invece, tappa a Ravello, città della musica, dove l’Alessandro Florio Trio si esibirà nel celebre Club “Le Mosaique”, al bordo della piscina dell’hotel Giordano, per una serata da non perdere (inizio ore 21,30 – ingresso 15 euro comprensivo di consumazione). Unito dall’amore per il Soul Jazz americano e dalle comuni radici mediterranee dei tre musicisti, il trio esplora in maniera swingante brani originali e standard con un approccio tradizionale e allo stesso tempo innovativo. Tre giovani musicisti con percorsi professionali internazionali che straordinariamente in questa occasione incrociano le proprie strade e i propri progetti da solisti per dare vita ad una serata di grande jazz proponendo famosi standard di Thelonious Monk e brani originali di impronta Monkiana a firma di Alessandro Florio, tratti dal suo ultimo album intitolato “Taneda”.

Giorgio Gaslini al piano

Vi parlo di Giorgio Gaslini

Scritto da Luigi Onori on . Postato in News, Primo piano

Giorgio Gaslini al piano

Giorgio Gaslini – pianista, compositore, didatta, intellettuale – è scomparso il 29 luglio e lo ricorda il nostro direttore Gerlando Gatto.

Io vorrei parlare della sua forte, caratterizzante presenza nel jazz (e nella musica tout-court) italiana ed europea, presenza che non è mai venuta meno anche negli ultimi due anni quando, di fatto, Gaslini si era come ritirato dall’attività diretta e dai concerti. La indagherò a partire da tre fatti concreti.

L’etichetta CamJazz, alla fine dell’anno scorso, ha ristampato e pubblicato in cofanetto tutti gli album realizzati dal pianista-compositore per l’etichetta “Dischi della Quercia” che aveva fondato: un mare di musica dal 1976 al 1985 creata insieme a Gianni Bedori, Bruno Tommaso, Andrea Centazzo, Gianluigi Trovesi, Paolo Damiani, Roswell Rudd, Eddie Gomez… Intanto l’intuizione di Giorgio Gaslini di creare un’etichetta da poter gestire in totale autonomia e ciò nel 1976, poco prima che nascessero Black Saint e Soul Note e, più o meno, in contemporanea alla Red Records. Da artista – e da uomo pragmatico, decisionista ed operativo qual era – il pianista volle rendersi discograficamente autonomo e libero. Aveva inciso dal 1948 per la Voce del Padrone, i Dischi del Sole, la Durium, Produttori Associati, edizioni del Movimento Studentesco, Horo records, PDU.

La ristampa della CamJazz (che ha acquisito il catalogo Dischi della Quercia, insieme a Black Saint / Soul Note) mostra in prospettiva storica la musica di Gaslini ma ne evidenzia i caratteri di attualità, come il forte impegno socio-politico. I dischi sono “Murales” (un live del 1976 con Bedori, Bruno Tommaso e Centazzo), “New Orleans Suite” (sempre del 1976 registrato negli Usa al Jazz Heritage Festival in quartetto). Si prosegue con “Free Actions” del 1977 per sestetto (Gianluigi Trovesi, Bedori, Paolo Damiani, Gianni Cazzola e Luis Agudo) una suite che l’autore introduceva con questi versi: <<Un pugno nel buio rivela / un viso bagliori di ironia / una risata zittisce un supermarket / un’aria su una corda tesa / spacca il tempo e prepara / libere azioni>>. Ancora nel 1977, e con la stessa formazione, “Graffiti”, una suite “militante” abbinata con “Alle fonti del jazz”, riflessione sulle melodie popolari afroamericane ed italiane. I Dischi della Quercia servivano anche a fissare su vinile gli incontri con jazzisti americani ed ecco gli album con il trombonista Roswell Rudd (“Sharing”, 1979), il contrabbassista Eddie Gomez (“Ecstasy”, 1981) ed il polistrumentista Anthony Braxton (“Four Pieces”, 1982). Nel cofanetto sono altresì documentati l’attività di scopritore di talenti e, quindi, didattica di Giorgio Gaslini (il primo ad introdurre il jazz nei conservatori di Milano e Roma nel 1972, in modo sperimentale) e i suoi innumerevoli viaggi. “Indian Suite”  e “Monodrama” (entrambi del 1983 e per ottetto) vedono coinvolti giovani jazzisti come la cantante Francesca Olivieri, il trombettista Fabio Morgera,  i sassofonisti Claudio Allifranchini e Maurizio Caldura, il vibrafonista Daniele Di Gregorio, i contrabbassisti Piero Leveratto e Giko Pavan, il batterista Paolo Pellegatti. Il “Live at the Public Theater in New York” (1980; quintetto con Bedori, Trovesi, Marco Vaggi e Cazzola) e “Skies of China” (1985, con il New Quartet: Allifranchini, Leveratto, Pellegatti) raccontano le esperienze negli Usa e in Cina, dove Giorgio Gaslini fu tra i primi jazzisti al mondo ad essere stato invitato.

mediterranean

Festival RV Riverberi: una serata estiva, due concerti ed ecco il Jazz

Scritto da Daniela Floris on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

gavino crimi

Foto di Riccardo Crimi

Cortile Convitto Nazionale Pietro Giannone 24 luglio, ore 21
Una location affascinante, il cortile del palazzo del Convitto a Benevento, per una bella serata di musica nell’ ambito del Festival RV Riverberi, fortemente voluto dal direttore artistico Luca Aquino, che dribblando ostacoli e carenza di fondi è riuscito a tornare in piazza con un programma denso di artisti in un clima gioioso. Ho assistito per voi alla serata del 24 luglio, che ha visto avvicendarsi Carolina Bubbico e Gavino Murgia con il suo Trio Mediterranean.

Apre il concerto la cantante – pianista Carolina Bubbico. Giovanissima, appena 24enne, Carolina affronta  un concerto totalmente da sola costruendosi estemporaneamente le basi su cui cantare ed improvvisare, con la sua loop station. Inserisce con la sua voce i riff che le occorrono simulando la linea di contrabbasso, i fill di batteria (dalla cassa, al charleston, ai piatti, al rullante, uno per volta). Poi sovrappone varie linee vocali che siano il tessuto armonico rappresentato da immaginari coristi, e poi parte  accompagnandosi con il pianoforte e cantando quasi totalmente brani originali, tratti dal suo cd “Controvento”, dei quali ha composto anche i testi. Una procedura certamente non semplice per la necessità di registrare al primo colpo senza alcuna possibilità di errore (la loop station eternerebbe ogni sfasamento ritmico, ogni intonazione imperfetta) e senza l’ apporto “salvifico” di altri musicisti. Carolina Bubbico dona con grande precisione e determinazione un’ ora di musica piacevole ad un pubblico che le tributa applausi e grande entusiasmo: visibilmente emozionata ma senza mai perdere la necessaria concentrazione affronta anche brani con ritmi sghembi e si cimenta in una riuscita reinterpretazione della celeberrima Aguas de março di Jobim, riecheggiandone anche la versione dello stesso Jobim in duo con Elis Regina.

Completamente diversa l’ atmosfera del secondo concerto, che ha visto salire sul palco Gavino Murgia con il suo progetto “Mediterranean”, insieme a Marcello Peghin alla chitarra e Pietro Iodice alla batteria. Con “Garropu” si entra in un mondo ancestrale, antico, suggestivo, ed appartenente non solo alla Sardegna (cui Gavino è di certo saldamente legato), ma alla nostra stessa origine umana, tanto terrestre quanto spirituale.  Un concerto da brivido, in cui il canto a boche, così sardo eppure, cantato in solo,  anche così vicino al canto tibetano, non è una curiosità da cartolina, ma ha una precisa valenza evocativa, ipnotica, a tratti persino rituale. E’ un Jazz, quello di Gavino Murgia e del suo trio, completamente originale, da non confondere con le trite e ritrite “contaminazioni” tra mondi musicali diversi. Grande conoscitore degli stilemi jazzistici classici, e della tecnica sassofonistica, Murgia ne  diventa egli stesso un filtro attraverso il quale si liberano le mille potenzialità espressive in chiave totalmente personale. Non porta nel Jazz i suoni della Sardegna, clonandoli, ma è la Sardegna, e non in senso provinciale, ristretto. E’ la Sardegna come ogni uomo è ciò da cui è nato, la sua terra, che in quel momento è centro di un mondo di tutti. Tanto che i suoi musicisti, che sardi non sono, creano musica  insieme a lui in perfetta sintonia, in una sorta di trance creativa (poiché in totale profonda condivisione) .

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UDIN&JAZZ 2014 Intervista a Enzo Favata

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in Interviste

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Foto di Fabio Volta

Personalità affermata anche in campo internazionale, Enzo Favata calca oramai da anni le scene più importanti del jazz non solo italiano mantenendo le sue caratteristiche fondamentali: artista fortemente legato alla sua Sardegna, in grado di ben esprimersi su diversi strumenti (sassofoni e clarinetto basso), dotato di una felice vena compositiva. Lo abbiamo incontrato l’indomani dell’applaudito concerto al Festival di Udine.

-Jazz in Sardegna, jazz sul Continente: quali le differenze sostanziali?

“Oramai di continenti che sto attraversando ce ne sono molti…un po’ meno Italia. Ma parliamo piuttosto di questo Festival di Udine che conserva sempre una certa curiosità e questo mi fa piacere; il Friuli e la Sardegna hanno questa bella vicinanza su come intendere la musica, i festival jazz. Per quanto riguarda il mio jazz, ha sempre a che fare con la Sardegna ma in questi ultimi anni mi sono aperto molto al resto del mondo. Ad esempio adesso sono appena rientrato dallo Zimbawe”.

-Ma ritorniamo in qualche modo alla prima domanda: come valuti la situazione attuale del jazz nel nostro Paese?

“C’è molta gente che suona bene; il jazz italiano forse abbisogna di un rinnovamento assomiglia un po’ al PD…”

-Cioè?

“Boh…”

A questo punto ridiamo ambedue…ripreso un contegno, riprende l’intervista.

-Parlaci delle tue ultime esperienze.

“Nel coro del tempo ho molto rinnovato le collaborazioni. Oggi le cose più interessanti sono questo nuovo quartetto con Enrico Zanisi, Danilo Gallo e U.T. Ghandi: il progetto è fresco in quanto ha a che fare sia con la musica che ho scritto tanti anni fa sia con idee nuove. Ritengo sia molto interessante volgersi indietro perché credo ci sia ancora molto da capire nella musica degli anni ’70 per poter sviluppare una progettualità nuova, il tutto senza fare covers: ecco in questo quartetto ci sono elementi che hanno qualche affinità con il quartetto di Dewey Redman con il giovane Jarrett anche se Zanisi nulla c’entra con quel tipo di linguaggio.. però quelle idee che mescolano il rock senza paura di nominarlo e soprattutto di suonarlo mi sembrano ancora oggi vincenti. E poi un progetto diametralmente opposto, psichedelico, onirico, che non a caso si chiama  “DECODER”  ed il suo nuovo spettacolo “The dark side of  jazz” che vede sempre Gallo e Ghandi… io suono il clarinetto basso, il tenore, il soprano con l’ausilio di molta live electronic; poi c’è un Marcello Peghin davvero ispirato che regge benissimo il confronto con colleghi più famosi come Rypdal e Aarset ( anzi dando un serio contributo carico di originalità in quell’area cosiddetta del sound nordico). Con questo quartetto abbiamo lavorato molto grazie anche ad una commissione che ci è stata affidata dai Parchi dell’Asinara e della Maddalena… è un grande progetto multimediale che si chiama “The secret life of Parks” ove ho coniugato diversi elementi. Queste sono le cose italiane”.

Paolo Recchia Trio giovedì 31 luglio al Festival “Jazz e Dintorni” di Civitavecchia

Scritto da Top1 Communication on . Postato in Appuntamenti, Comunicati stampa

La musica di Stan Getz, gigante del jazz di tutti i tempi, nella splendida versione del trio guidato dal giovane sassofonista di Fondi, Paolo Recchia, esponente della nuova leva jazzistica nazionale, sarà protagonista della serata ad ingresso libero di giovedì 31 luglio in occasione del Festival “Jazz e dintorni” giunto alla II edizione che si svolgerà nei Giardini de “La Cittadella della Musica” e che vede la direzione artistica di Franco Ciambella.

Il Paolo Recchia Trio, con Enrico Bracco alla chitarra e Nicola Borrelli al contrabbasso, propone brani tratti dal vastissimo repertorio di Getz (quasi 50 anni di carriera tra Stati Uniti, Europa e Brasile) reinterpretati con originalità e colore ed inclusi nel loro ultimo album “Three for Getz” prodotto dalla etichetta giapponese Albóre Jazz. Un progetto di studio e di riscoperta che Paolo Recchia ha voluto intraprendere per meglio entrare in sintonia e in simbiosi con un artista che portò per primo in America la musica brasiliana, che fu fervido sostenitore della “Bossa Nova” e precursore delle contaminazioni tra i generi. Recchia ha saputo fondere la sua tecnica, le sue conoscenze assimilate nel corso degli anni attraverso lo studio in un linguaggio ed in un suono personale fatto di melodia, padronanza armonica, suono rotondo, sensibilità e swing.

Paolo Recchia esordisce a livello discografico nel 2008 con  “Introducing Paolo Recchia featuring Dado Moroni”;nel 2011pubblica il suo secondo cd “Ari’s Desire” con ospite il noto trombettista Alex Sipiagin, entrambi per la Via Veneto Jazz e distribuiti EMI Music. “Three for Getz” è il suo terzo album che vanta le note di copertina di uno dei più prestigiosi musicisti della storia del jazz italiano, Dino Piana: «Mentre ascoltavo  mi sembrava di sentire Lee Konitz, Bud Shank ed altri musicisti con cui io ho avuto anche la fortuna di suonare. Allo stesso tempo però ho ascoltato emergere la personalità di Paolo (Recchia ndr) proprio nella particolare sensibilità di fraseggio che in un ragazzo giovane, abituato ad altri tipi di linguaggio, non è facile da trovare».

 

PAOLO RECCHIA TRIO

“Three for Getz” Omaggio a Stan Getz

Paolo Recchia (sax), Enrico Bracco (chitarra), Nicola Borrelli (contrabbasso)

Giovedì 31 luglio 2014 – ore 21.00

Festival “Jazz e dintorni” - “La Cittadella della Musica” - Civitavecchia - Via G. d’Annunzio n. 2

 

Contatti Paolo Recchia

Sito Ufficiale: www.paolorecchia.it

Facebook Official: www.facebook.com/PaoloRecchiaOfficialPage

 

Ufficio Stampa e Promozione: Top1 Communication

Per interviste e recensioni album: segreteria@top1communication.eu

Per concerti:tourbooking@paolorecchia.it, marketing@top1communication.eu

 

Peter Erskine European Trio

SPECIALE UDIN&JAZZ

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

Dario Carnovale Emersion Quartet

Foto di Luca D’ Agostino – Phocus Agency

Non ci vuole certo molto a comprendere come Roma, per usare un eufemismo, non stia attraversando un periodo particolarmente felice: caotica, male amministrata, sembra perdere il contatto con quella parte della cittadinanza che guarda con interesse al mondo della cultura: così, per merito del sindaco Marino, nella “Caput Mundi” la parola jazz sembra non avere più diritto di cittadinanza.

Ma percorriamo qualche centinaio di chilometri verso Nord e la situazione cambia radicalmente: eccoci a Udine, piccola ma ordinata città che i soldi per la cultura li trova e li spende… bene.
In tale contesto si inserisce “Udin&Jazz” giunto alla XXIV edizione sempre sotto la mano appassionata e competente di Giancarlo Velliscig che, alla testa di un manipolo di instancabili addetti dell’associazione “Euritmica” , fa sì che tutto si svolga nel migliore dei modi, dalla predisposizione delle locations per i concerti, all’accoglienza degli ospiti… sino all’organizzazione, per la prima volta quest’anno, di un workshop sulla critica musicale con la partecipazione di esperti operatori del settore.
Per caratterizzare questa edizione gli organizzatori hanno scelto il termine “ahead” (avanti) nel senso, ci viene spiegato, che il festival “guarda avanti” e prosegue il suo percorso, puntando sempre più in alto a livello qualitativo e soffermandosi con lo sguardo alle proprie radici nella ricerca del nuovo orizzonte. Di qui un palinsesto assai variegato in cui hanno trovato posto stelle di prima grandezza internazionale accanto a nuovi e “vecchi” musicisti italiani, ardite sperimentazioni e letture più canoniche sino alla attualizzazione di antichi stilemi come il ragtime. Insomma un programma che ha soddisfatto le esigenze di un pubblico sempre numeroso ed attento.
Il festival si è svolto dal 14 giugno al 7 luglio ma la serata inaugurale, che avrebbe dovuto presentare il gruppo di Pat Metheny, è stata funestata da un acquazzone che ha reso impossibile l’esibizione del chitarrista.
Il vostro cronista è giunto a Udine martedì 1 luglio avendo così modo di assistere alla bellezza di 13 concerti.

In apertura, il 1 luglio,  una bellissima sorpresa. Già molti amici che operano in Veneto e in Friuli mi avevano parlato molto bene di un giovane pianista-batterista, Dario Carnovale, che da qualche anno si è trasferito a Udine da Palermo affermandosi come artista di indiscusso livello. Solitamente, quando ascolti qualcuno che ti è stato presentato come grande musicista, rimani deluso; questa volta è successo esattamente il contrario: nonostante fossi ben preparato, non mi aspettavo di ascoltare una musica di tale qualità compositiva ed esecutiva. Il pianista si è presentato in quartetto con Francesco Bearzatti al sax tenore, Simone Serafini al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria.

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Il grande Roy Hargrove al Summer Jazz Festival di Roma

Scritto da Daniela Floris on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

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Roy Hargrove, tromba e flicorno
Sullivan Fortner, pianoforte

Justin Robinson, sax
Ameen Saleem, contrabbasso
Quincy Phillips, batteria

Foto di repertorio di Daniela Crevena

L’ estate romana del Jazz sembrava oramai perduta, tra chiusure illustri, appelli e speranze flebili, quando ecco che si intravede un’ oasi, un angolo beato, del quale è dunque importante parlare: il Roma Summer Jazz Festival. E’ un angolo beato per giunta molto suggestivo, in quel cortile affascinante di Via Margutta che ha visto girare le scene più celebri del film “Vacanze Romane”: è qui che si svolgono i concerti in programma, che arriveranno fino a settembre e che vedono nomi di rilievo del Jazz anche internazionale, grazie all’ ospitalità del centro Sant’ Alessio Margherita di Savoia per i ciechi.
Ha aperto il Festival nientedimeno che Roy Hargrove, trombettista di enorme talento che in quintetto con musicisti bravissimi ha portato a Roma la sua musica personalissima, emozionante, e vera.