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Il 27 luglio CREI live

Scritto da Alessandra Trevisan on . Postato in Comunicati stampa

Il 27 luglio, CREI in concerto presso la Filanda Romanin-Jacur di Salzano (VE) per la rassegna Ubi Jazz Summer 2014

Domenica 27 luglio 2014 ore 21:30
Ubi Jazz Summer 2014 – Salzano (VE)
Filanda Romanin-Jacur, via Roma 166

CREI (Composizione, Ricerca e Improvvisazione) è un ensemble a geometria variabile fondato e diretto dal sassofonista Nicola Fazzini che si avvale della collaborazione di MusiCafoscari, progetto dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, e l’etichetta musicale nusica.org.
CREI si propone di divenire un laboratorio ‘open content’ di nuove idee musicali, in cui l’aspetto compositivo riveste importanza capitale.
CREI interviene e partecipa sulle piattaforme più frequentate dal nuovo pubblico del web, nei social network, e interagisce infine con i luoghi dell’eccellenza formativa.

Nato a gennaio 2014, CREI vede una nutrita front-line di strumenti a fiato e una vigorosa sezione ritmica a ‘creare’ (come già dice il nome) un suono che evoca sì il jazz ma che ha l’ambizione di rappresentare e interpretare il luogo, il tempo e la realtà in cui viviamo e in cui siamo quotidianamente immersi. Una grande attenzione alla contemporaneità, all’innovazione e alla ‘costruzione’ musicale.

Tre concerti di jazz, da venerdì 18 luglio a Levico Terme (TN), organizzati da nusica.org e Consorzio Levico Terme

Scritto da Alessandra Trevisan on . Postato in Comunicati stampa

Un ‘jazz a portata d’orecchio’: tre serate live nel centro di Levico Terme, il 18 luglio, 1 e 8 agosto

Saranno tre gli appuntamenti della rassegna di jazz organizzata dall’Associazione Culturale ed etichetta discografica nusica.org, con direzione artistica del bassista e compositore Alessandro Fedrigo e del sassofonista e compositore Nicola Fazzini. La manifestazione si realizzerà con la collaborazione e il contributo del Consorzio Levico Terme.

I tre concerti jazz in programma di venerdì alle 21.00, il 18 luglio, 1 e 8 agosto, saranno a ingresso rigorosamente libero e gratuito, nell’intento di favorire una partecipazione ampia di pubblico com’è anche nella filosofia dell’etichetta digitale nusica.org ‘libera, ecologica e concettuale’, che dal 2011 propone i dischi del proprio catalogo liberamente ascoltabili online e scaricabili. Le tre serate si terranno presso la suggestiva cornice di Piazza della Chiesa nel centro storico di Levico Terme (TN).

I live coinvolgeranno musicisti professionisti di alto livello che presenteranno progetti stabili, longevi e di impatto, portati in tour negli ultimi anni.
Il genere proposto è un jazz ‘a portata d’orecchio’ perciò di facile fruizione ma che non rinuncia alla propria complessità e stratificazione, nonché alla qualità sonora e alla giocosità di cui questa musica ‘si fa’.

Il 18 luglio, il sestetto “Revensch”, capitanato dalla compositrice, sassofonista e cantante Helga Plankensteiner, che si completa con Paolo Trettel alla tromba, Hannes Mock al trombone, Michael Lösch al piano, Wolfgang Rabensteiner alla tuba e Enrico Tommasini alla batteria. La loro musica è un pot-pourri di dixieland, klezmer e canzoni degli anni Venti in lingua tedesca, che ben si adatta agli strumenti messi in campo; questo curioso mix affianca a brani originali anche arrangiamenti di pezzi noti quali Smile, Alabama Song, Just A Closer Walk, allargando il proprio repertorio.

L’1 agosto, il “Togetherness Trio” che reinterpreta i più bei brani della tradizione jazzistica (gli standard jazz) a pezzi originali, con partecipazione e freschezza. La particolarità del trio sta nella voce pregiata di Franco Nesti, contrabbassista e cantante, che si mescola con la pulsazione swingante di due giovani talenti del jazz veneto, Nicola Privato alla chitarra e Igor Checchini alla batteria. Una formazione affiatata e coinvolgente per un concerto che intriga e appassiona.

L’8 agosto, infine, i “Blue Naïf” di Mattia Martorano al violino, Fabio Rossato alla fisarmonica, Andrea Boschetti alla chitarra e Alessandro Turchet al contrabbasso.
Il trio prosegue un’esperienza artistica inaugurata dallo storico apogeo del Jazz parigino negli Anni ‘30 e ’40: la tipica ritmica swing realizzata dalla pulsazione di chitarra e contrabbasso si unisce alla contaminazione con il linguaggio jazzistico afro-americano, ma anche con idiomi di provenienza folklorica; il riferimento all’immaginario sonoro è proprio del repertorio fisarmonicistico del Valsé Musette.

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Mariko Hirose & Purple Haze, Pit Inn, Tokyo, 6 luglio 2014

Scritto da Marco Giorgi on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

Capita ogni tanto di ritrovarsi inaspettatamente in un luogo mitico e talmente idealizzato da apparire irraggiungibile. Quasi inconsapevolmente però, questa sera abbiamo invece varcato, increduli ed emozionati, le soglie del Pit Inn di Tokyo, il mitico locale jazz dove gli Steps di Mike Mainieri e Michael Brecker registrarono il loro primo LP. L’occasione per accedere a uno degli ultimi luoghi in cui è stata scritta una pagina importante del jazz, è stato il concerto di Mariko Hirose & Purple Haze. La scelta di assistere a questo spettacolo è stata più o meno casuale. Nel corso della nostra settimana di permanenza a Tokyo il cartellone della capitale non offriva occasioni memorabili per ascoltare buon jazz, ma la proposta di una giovane giapponese, esordiente a livello discografico e alla guida di una big band di una ventina di elementi, per di più dal nome hendrixiano di Purple Haz,e ha esercitato su di noi un’attrazione irresistibile. L’ascolto di un brano tratto dall’album Differentiation e presente su YouTube ha poi dato conforto alla nostra intuizione.

Fuori del Pit Inn, che si trova nel piano interrato di un edificio a Shinjuku, il pubblico si assiepava qualche minuto prima dell’apertura del locale. La disomogeneità di chi attendeva l’apertura del club, signori e signore di una certa età accanto a ragazzi giovanissimi, suggeriva l’idea che la platea sarebbe stata composta essenzialmente da parenti e amici dei musicisti. La familiarità mostrata dagli artisti nei confronti del pubblico ha confermato questa supposizione. Entrati nel locale ci siamo accomodati su una sedia davanti a un tavolino di cinquanta centimetri. Accanto a noi, come a scuola, un altro tavolino delle stese dimensioni e altre tre sedie a formare una fila di quattro. Al di là del corridoio altre file da quattro sedie e poi ancora sedie lungo tutto il perimetro del locale. In tutto non più di ottanta posti a sedere. Sulla parete alla sinistra del palcoscenico una grande fotografia di un John Coltrane dall’aria assorta, probabilmente una foto della session di Blue Train. A fronteggiarla sull’altra parete un poster di Elvin Jones, che in Giappone era di casa.

L’ambiente è confortevole e intimo. Il palcoscenico è ampio e non improvvisato come in tanti locali di casa nostra. Insomma tutto è funzionale a che il musicista si trovi a proprio agio. Dalle foto esposte all’ingresso riconosciamo Mariko Hirose che si aggira tra il pubblico chiacchierando e scherzando, visibilmente emozionata. La sua figura è minuta, aggraziata, una bellezza giapponese appena sbocciata. Mariko si inchina ogni volta che riconosce qualcuno e a ogni inchino sembra più piccola, quasi voglia scomparire. Pensiamo tra noi che non abbia fatto completamente sue le regole dello spettacolo che vogliono che l’artista non debba essere visto prima del concerto, così come una sposa prima del matrimonio. Ma questo aspetto di spontaneità è simpatico e travolgente. Una volta sul palcoscenico Mariko presenta la sua giovanissima big band, in cui si notano diverse presenze femminili e il concerto ha inizio. Nella direzione l’artista mostra una personalità tutta sua. Dirige più con lo sguardo che con i gesti delle mani, i suoi interventi sono sempre minimali e misurati, spesso si limita a leggere la partitura e addirittura si siede quando tutto fila per il verso giusto. Non per questo la musica ne risente.

Marco Giorgi
Per www.red-ki.com

I Take 6 alla Nave de Vero, Venerdì 11 luglio

Scritto da Francesco Magnocavallo on . Postato in Comunicati stampa

Continua la rassegna “Nave de Vero in Jazz”: protagonisti venerdì 11 luglio alle 21.30 i Take 6, il gruppo vocale più nominato nella storia dei Grammy Awards. Un irrefrenabile sestetto che, direttamente dall’Alabama, arriva a Nave de Vero, il nuovo centro commerciale di Marghera, che si trasformerà per l’estate nel più grande jazz club del Veneto.

Subito riconoscibili e travolgenti, i Take 6 (Claude McKnight, Mark Kibble, Joel Kibble, Dave Thomas, Alvin Chea e Khristian Dentley) sono sei voci angeliche e raffinate che si uniscono in un’armonia cristallina e si stagliano contro un’ondata di ritmi sincopati, arrangiamenti barocchi e grooves funky dal sapore pop. La loro musica racchiude il genio di ciò che ha reso lo stile della musica a cappella un vero e proprio fenomeno per decenni.

Nati nel 1980 come gruppo gospel a cappella di un piccolo college nel sud degli Stati Uniti, i Take 6 hanno avuto una carriera brillante. Vincitori di 10 Grammy, 10 Dove Awards e un Soul Train Award, oltre a numerosi dischi di platino e d’oro, hanno ottenuto anche 2 nomination al NAACP Image Award; hanno suonato e inciso con geni della musica come Quincy Jones, Stevie Wonder, Ray Charles, Ella Fitzgerald e Whitney Houston.

I NOSTRI CD

I nostri CD. Novità dall’estero

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri CD, Primo piano, Recensioni

Billy Hart Quartet – “One is the other” – ECM 2335

oneistheotherEcco il secondo album ECM del quartetto guidato dal batterista Billy Hart e completato dal pianista Ethan Iverson, dal sassofonista Mark Turner e dal bassista Ben Street. Si tratta, in sostanza, dello stesso gruppo che nel 2011 ottenne uno straordinario successo con il loro primo album targato ECM, vale a dire “All Our Reasons”. Le positive impressioni suscitate allora, sono state pienamente confermate da questo nuovo “One is the other” e la cosa non stupisce più di tanto ove si tenga conto che Billy Hart è uno dei più creativi batteristi del jazz moderno. Cresciuto alla scuola dell’hard bop anni sessanta, nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti di assoluta grandezza quali Miles Davis, Wes Montgomery, Herbie Hancock e McCoy Tyner.  Un batterista, quindi, di grande esperienza che dopo aver lavorato a lungo come side- man di lusso ha oramai scelto di creare e guidare propri gruppi con cui eseguire anche musica propria. Così l’album contiene tre pezzi firmati Hart, due Mark Turner , uno Iverson accanto ad uno standard di Rodgers-Hammerstein, “Some enchanted Evening”. Ma, indipendentemente dalla qualità delle composizioni, per altro di tutto rispetto, il gruppo si fa apprezzare per la straordinaria forza empatica con cui affronta ogni pagina. Il drumming propositivo e fantasioso del leader, ben coadiuvato dal bassista, costituisce il terreno ideale su cui la front-line può esprimersi al meglio sia nei brani veloci sia nelle ballad. A proposito di queste ultime, da ascoltare con particolare attenzione “Maraschino” di Iverson : introdotto da un fantastico gioco di spazzole, il brano si sviluppa dapprima con le note all’unisono di pianoforte e sassofono dopo di che i due strumenti si dividono per esibirsi cadauno in pensoso assolo per poi ritrovarsi a dialogare su linee melodiche che si intersecano e chiudere in perfetta sintonia. “Teule’s redemption” di Hart è forse uno dei brani più belli dell’album: introdotto da un magnifico assolo del leader, grazie ad una scrittura assai ben costruita, offre l’occasione al sassofonista di esprimersi in un lungo e centrato assolo. E a confermare la facilità di scrittura di tutti i musicisti (eccezion fatta per Ben Street che non ha firmato alcun brano), da ascoltare con attenzione anche l’elegante “Sonnet for Stevie” di Mark Turner. Infine lo standard “Some Enchanted Evening” viene affrontato con grande delicatezza e partecipazione, fruendo tra l’altro di un coinvolgente dialogo sax-piano.

Vijay Iyer – “Mutations” – ECM

2372 XCredo che questo “Mutations” rappresenti la prova della piena maturità compositiva raggiunta da Vijay Iyer; si tratta del primo album di Iyer come leader per ECM, una registrazione che aiuta certamente a meglio comprendere la complessa personalità di questo pianista-compositore. Maturità compositiva non significa, però, necessariamente maturità espressiva: in effetti l’album appare ottimamente costruito, forse fin troppo ben pensato ché dal punto di vista emozionale questa musica arriva poco o niente. Insomma sembra proprio che in questa incisione Iyr si sia fatto guidare più dalla mente che dal cuore, con esiti che sicuramente otterranno valutazioni assai differenziate. Dopo un’apertura – “Spellbound and Sacrosanct, Cowrie Shells and the Shimmering Sea”, in cui il pianista si esprime da solo (e in questo caso una certa ricerca melodica si avverte), e un altro pezzo – “Vuln, Part 2″ – in cui Vijay si avvale di un minimo ausilio elettronico, si giunge a “Mutations I-X” una composizione per quartetto d’archi, piano ed elettronica che costituisce il nucleo centrale dell’album. Il pianista cerca di estrinsecare attraverso la musica il significato del termine “Mutations”. Di qui una costruzione in cui piccoli nuclei tematici, disegnati di volta in volta, dal pianoforte, dalla strumentazione elettronica o dal quartetto d’archi, interagiscono continuamente creando atmosfere in continuo cambiamento, “Mutations” per l’appunto. Così il clima dell’intera suite viene percepito ora carico di tensione, ora incalzante, ora coinvolgente con pochi sprazzi di autentico lirismo. Ovviamente qui di jazz propriamente inteso non c’è traccia, siamo piuttosto nel campo della musica contemporanea; a tratti propulsiva, avvolgente, lirica, luminescente. L’album si chiude con “When We’re Gone”, una composizione recente, del 2013.

Ahmad Jamal – “Saturday morning” – Jazz Village570027

saturdaymorning_cmPiù ascolto musica sia live sia su disco e più mi convinco che oggi, invece di tentare strade nuove con molta presunzione e spesso con esiti poco felici, sia meglio consolidare quanto si è già raggiunto. Intendiamoci, non voglio dire che cercare nuovi sbocchi al jazz sia sbagliato, solo che per farlo occorre avere tutte le carte in regola: prima essere davvero un grande artista e poi andare ad esplorare nuovi terreni. E chi grande artista lo è di sicuro, senza bisogno di conferma alcuna, è Ahmad Jamal; oramai da tanti anni sulla scena, il pianista si ripresenta in quartetto con Reginald Veal al contrabbasso, Herlin Riley alla batteria e Manolo Badrena alle percussioni e, cosa che rende straordinario questo album, per la prima volta incentra il repertorio sulle sue composizioni. Degli undici brani eseguiti ben otto sono suoi, affiancati da “I’m in the mood for love” di Fields-McHugh, “I got it bad and that ain’t good” di Webster-Ellington e “One” di Sigidi-Gite. Ed è proprio sulle capacità di scrittura che vorrei porre l’accento nel presentarvi l’album. Ebbene Jamal evidenzia una facilità compositiva davvero fuori del comune, una compiutezza espressiva che gli deriva dall’aver assimilato influenze le più svariate; lo stesso Jamal, nel corso di un’intervista, afferma di “iniziato a comporre quando avevo dieci anni, e le mie influenze sono di vasta portata: da Duke Ellington e Billy Strayhorn, Jimmy Lunceford e Fletcher Henderson a Debussy e Maurice Ravel. A Pittsburgh, non c’era quella linea tra musica classica americana e la musica classica europea. Abbiamo studiato tutto”. E questo tipo di cultura si avverte tutta ascoltando le musiche di Ahmad, a partire dal brano iniziale “Back to te future” con un impianto percussivo di chiara ispirazione caraibica, per passare al bellissimo brano che dà il titolo all’album caratterizzato da una suadente melodia imperniata su un coinvolgente ostinato di basso, per giungere a “Silver” un’altra splendida melodia dedicata a Horace Silver con ancora una volta sonorità latine. Lalbum si chiude con la reprise in “radio version” di “Saturday Morning”.

Vera Kappeler / Peter Zumthor – “Babylon-Suite” ECM 2347

2363 XAlbum sotto certi aspetti straniante ma di sicuro interesse questo inciso dal duo svizzero formato da Vera Kappeler e Peter Conradin Zumthor. I motivi di interesse sono accresciuti dal fatto che, trattandosi di un disco d’esordio, vengono presentate musiche assai coraggiose, commissionate dal Origen Cultural Festival. La Babilonia del titolo – si legge nelle note che accompagnano l’album – è quella del Libro di Daniele, la fossa dei leoni, i giovani che cantano nella fornace ardente, un luogo di perdizione, un labirinto. In coerenza con tale premessa, il pianoforte di Kappeler e la batteria di Zumthor disegnano una musica spesso iterativa, con piccoli nuclei motivici ripetuti in sequenza, una musica contrassegnata dai toni bassi a disegnare atmosfere piuttosto cupe che ogni tanto si aprono per lasciare spazio ora a squarci di luce attraverso cui proiettarsi verso dimensioni “altre”, ora a momenti di più forte intensità. E’ il caso, ad esempio, di “Annalisa” in cui si va alla ricerca di una dolce linea melodica spesso solo accennata e quindi lasciata all’immaginazione dell’ascoltatore, mentre in “Traumgesicht” si evidenzia una maggiore forza espressiva con il pianoforte che accentua il suo lato percussivo. Comunque i due si muovono sempre con grande compostezza, misura, eleganza (in alcuni tratti fin troppo raffinata) mostrando una padronanza della dinamica e più in generale dell’intera materia sonora assolutamente perfetta: mai una sbavatura, mai una pausa fuori posto, mai la sensazione che si stia perdendo il bandolo di una matassa per altro assai complessa. Così, anche quando in “November” si insinua l’elemento vocale, l’equilibrio complessivo rimane intatto. In definitiva un album difficile da interpretare, con una sua spiccata identità e di sicuro fascino.

Francesca Sortino mare

Francesca Sortino. L’importante è il sound

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in Interviste, Primo piano

Francesca Sortino mare

Avevano imparato a conoscerla nel 1995 grazie ad un ottimo album registrato per la Soul Note con grandi artisti quali Jim McNeely, Harvie Swartz, Eliot Zigmund, Rick Margitza; poi la collaborazione con i Gabin nel famoso brano ” doo uap doo uap doo uap” e un altro album nel 2004 per la Sugarmusic (“Kiss Me”), fino a “the Music I Play” del 2008, e quindi apparizioni sempre più sporadiche anche se di notevole pregio come nel progetto dell’etichetta Dejavu’ “Idea 6″ a fianco di grandi nomi del jazz italiano, Dino Piana, Gianni Basso, e le collaborazioni con Gerardo Frisina (“Join The Dance”) e con il progetto “Train up” ecc.

Adesso Francesca Sortino è tornata alla grande nel mondo del jazz con l’album “Francy’s Kicks” (Abeat 529) di cui vi diamo conto in un post precedente. Ma come mai questa così lunga lontananza dalle scene jazzistiche? Cosa ha motivato questo suo rientro? Di questo e di molto altro abbiamo parlato con la vocalist nell’intervista che qui di seguito pubblichiamo:

-Il tuo è un ritorno sulle scene jazzistiche; da quando ne mancavi?
“ Da circa cinque anni”.

-Cosa è accaduto durante questo lasso di tempo?
“Non molto. In particolare l’ultima mia sortita sulla scena musicale non è stata prettamente jazzistica: l’ultimo album era costituito da brani di mia composizione ma con arrangiamenti di chiara marca pop; tanto per fare un esempio c’era il singolo “Namorada” che è stato lanciato da Fiorello in Viva Radio 2. E il pezzo ottenne davvero un grosso successo: i giornali specializzati ne parlavano come di uno dei possibili successi dell’estate e lo steso Eumir Deodato mi scrisse dicendomi che il brano gli era piaciuto moltissimo e che avevo tra le mani una hit. Insomma sembrava che il disco avesse delle forti potenzialità commerciali e invece il tutto si è arenato anche perché il produttore e la casa discografica non hanno saputo cogliere il momento… in buona sostanza non ci hanno creduto, non hanno investito, non è stato ben distribuito tanto che molti mi scrivevano dicendomi che il disco non si trovava, non è stato organizzato il live… e così tutto a poco a poco si è afflosciato. Ora per me questa battura d’arresto è stata molto grave perché se è vero che il disco apriva verso nuovi pubblici è altrettanto vero che chiudeva verso il mio pubblico tradizionale che evidentemente da me si aspettava qualcosa di diverso, con un linguaggio più jazzistico. E invece non ho guadagnato un nuovo pubblico e ho perso il vecchio. Insomma una specie di disastro”.

Francesca Sortino – “Francy’s kicks” – abeat AB JZ529

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri CD, Recensioni

Francy's Kicks

Questo album rappresenta il tentativo coraggioso, di un’artista coraggiosa, di esprimere ancora una volta attraverso la musica il proprio esistere, il proprio essere in una realtà sempre più commercializzata in cui tutto si misura in termini di profitto, ossia per essere ancora più crudi in termini di “soldi fatti”.
Purtroppo una simile concezione ha oramai invaso anche il mondo dell’arte per cui si giustificano i 20 mila euro dati ad un certo musicista perché assicura il “sold out” e si trascurano tutti gli altri perché tale presa sul pubblico non hanno.

Ebbene, Francesca Sortino rifiuta questa visione mercantilistica e presenta un album interessante sotto il profilo sia musicale sia dei testi, un album di cui Lei è l’assoluta protagonista dal momento che ha composto tutte le musiche (eccezion fatta per “Theme for Malcom” di Donald Brown), ha scritto le liriche assieme a Cristiano Prunas e firmato due arrangiamenti (“Francy’s kicks” e “Inside Art”” di cui è presente una versione radio edita da Gerardo Frisina).

LETTERA ALLE ISTITUZIONI PER IL DIRITTO ALLO STUDIO DELLA FISARMONICA JAZZ NEI CONSERVATORI ITALIANI

Scritto da Redazione on . Postato in News

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Chi segue “A proposito di jazz” sa fin troppo bene da quanto tempo il sottoscritto si batte perché alla fisarmonica venga riconosciuta, a tutti gli effetti, la stessa valenza di qualsiasi altro strumento. Negli ultimi anni molto è cambiato nell’ambito del jazz, tanto che nessuno si scandalizza di vedere perfettamente inserita la fisarmonica in un contesto prettamente jazzistico. Ma sul piano generale si tratta solo della vittoria in una battaglia ché la guerra contro i pregiudizi è ancora lunga e difficile.

E’ quindi con grande soddisfazione che segnaliamo la coraggiosa iniziativa di Guiliana Soscia, una delle migliori interpreti di questo strumento a livello europeo.

Sulla scorta di quanto già fatto dai flautisti jazz, Giuliama ha inviato una “LETTERA ALLE ISTITUZIONI PER IL DIRITTO ALLO STUDIO DELLA FISARMONICA JAZZ NEI CONSERVATORI ITALIANI”.

Immediato il supporto di tanti artisti entusiasti, in primis il grande Richard Galliano; ma Anche Gianni  Coscia, Antonello  Salis, Zanchini,  Biondini , Beccalossi, Rastelli, Mazzocchetti, Ruggeri, Abbracciante… hanno abbracciato con entusiasmo l’iniziativa. La lettera (che qui di seguito pubblichiamo) è già stata inviata al Ministro Giannini e altri referenti del Miur.

Chiunque voglia aggiungersi attivamente a questa iniziativa di sensibilizzazione, potrà contribuire inoltrando la lettera sottostante all’indirizzo e-mail: segreteria.cdg@istruzione.it , con oggetto “Fisarmonica Jazz e Conservatorio”.

Jazzit Fest

JazzitFest 2014 – Jazz Expo: ovvero una vetrina e mille incontri per il Jazz

Scritto da Daniela Floris on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

Jazzit Fest

Per capire cosa accade al JazzitFest di Collescipoli occorre prima di tutto concentrarsi sul termine Expo: il JazzitFest non è un Festival Jazz ma un vero e proprio Expo del Jazz, uno showcase. Un’ occasione di incontro tra musicisti ed operatori del settore che confluiscono per tre giorni in un paese che per l’ occasione si trasforma in una location “a tutto tondo”, impegnando anche i suoi abitanti, nella riuscita di un evento che è una vera e propria “Fiera del Jazz”. Gli stessi palchi, disseminati tra suggestive piazzette, chiese, chiostri, sono da considerarsi dei veri e propri stand dove i musicisti che hanno deciso di partecipare “presentano” il loro prodotto artistico davanti a un pubblico che viene ad ascoltare musica, ma al quale è mischiato un nutrito parterre di specialisti e addetti ai lavori che vengono (pensate alle case discografiche) anche per fare un vero e proprio “scouting”.

Si sono visti a Collescipoli Michael Cuscuna (Blue Note records) , Ermanno Basso (Cam Jazz), l’ ex ministro della cultura Massimo Bray, il direttore del dipartimento di Jazz della NY Universitiy David Schroeder, il direttore dell’ Auditorium Parco della Musica Flavio Severini, il direttore del Roma Jazz Festival Mario Ciampà, ma anche gli operatori di nuove etichette giovani e molto attive (ad esempio la Tosky Records, o la RAM records e molte altre). Ci sono stati incontri e workshop su tutto il lato burocratico – amministrativo – previdenziale che “affligge” i Jazzisti come tutti i cittadini italiani, ma sul quale di certo gira meno informazione, essendo un campo molto, molto specifico. Conferenze in cui si è parlato del “quasi” nuovo fenomeno dello streaming musicale, che di certo costringe le etichette discografiche a trovare un modo di tutelarsi verso una sorta di “prelievo coatto” della musica che faticosamente viene prodotta con costi elevati di produzione: il che è avvenuto con un vero e proprio confronto tra Cuscuna, Basso e l’ ideatore del social music networl Soundtracker , Daniele Calabrese. Ha parlato il direttore della neonata Associazione Musicisti Jazz Ada Montellanico. Si è parlato anche di autoproduzione, di nuove tecnologie, si sono presentati negli stand dell’ expo libri, progetti musicali a fini benefici. Insomma un concentrato di Jazz visto in tutti, tutti gli aspetti possibili che ha portato vari settori ad un confronto, allo stringersi di nuove conoscenze e relazioni, e anche alla nascita di nuove idee. E ancora, presentazioni di libri, workshop su strumenti musicali. E’ stato allestito persino uno studio di produzione discografica dall’ etichetta “Milk”.

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Percfest 2014. Il fascino delle percussioni

Scritto da Daniela Floris on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

Foto di ANDREA PALMUCCI

A Laigueglia c’è il mare, c’è la brezza, ci sono stradine affascinanti, piazzette deliziose, e c’è il Percfest organizzato da Rosario Bonaccorso. Che fa parte oramai di Laigueglia come le sue piazzette, la spiaggia, i gabbiani, i ristorantini, le case dei pescatori appoggiate sulla sabbia. E ne fa parte anche perché il Percfest ha una intensa matrice affettiva, come in fondo un po’ tutta la musica di Bonaccorso, che con il suo contrabbasso racconta sempre qualche storia, o sentimento, o sensazione cui è legato. E’ il suo stile, il suo modo di fare Jazz: lo stesso festival è dedicato alla memoria del fratello Naco, percussionista scomparso.

Ma non immaginatevi un ricordo cupo, triste, livido: il Percfest di Laigueglia è un frizzante, allegro festival delle percussioni, delle batterie, della musica, in cui si è strettamente anche intrecciato il progetto transfrontaliero marittino “sonata di mare” che lega città e stati affacciati sul Mediterraneo. C’è la nostalgia dell’ allegria, che viene rievocata con tamburi, piatti, tablas, che parlano, raccontano, esprimono tutta la loro energia ma anche tutta la loro potenzialità emotiva e melodica. Proprio così, melodica. Bonaccorso ha un particolare amore per il calore della melodia, e le sue scelte come direttore artistico quasi mai prescindono da questa caratteristica.

Rosario Bonaccorso

Rosario Bonaccorso

Ho assistito a quattro concerti, a questo proposito, che tra poco vi descriverò. Ma il Percfest non è solo concerti in piazza: è concorso di scuole di musica, esibizioni in strada, seminari di grandi percussionisti e di grandi batteristi, e persino una bella sfilata di moda del marchio Flauels: stilista Flavia Bonaccorso, con tanto di accompagnamento di body percussion (Ignazio Bellini), di Hang Drum  (Gaspare Bonafede) e  una sfilata finale di Jazzisti con le coloratissime magliette della linea.

Per non parlare delle Jam Session che sono stati veri e propri concerti di Jazz di altissimo livello. La Laigueglia del Percfest si accende di suoni dalle sei del pomeriggio alle tre di notte. E quando si riparte si è malinconici per la partenza ma intrisi ancora di quell’ atmosfera gioiosa e di tutta la musica, i suoni, i battiti ascoltati. Un pieno di romantica – si, romantica! – energia.