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Peter Erskine European Trio

SPECIALE UDIN&JAZZ

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in Editoriali, I nostri Eventi, News, Recensioni

Foto di Luca D’ Agostino – Phocus Agency

Non ci vuole certo molto a comprendere come Roma, per usare un eufemismo, non stia attraversando un periodo particolarmente felice: caotica, male amministrata, sembra perdere il contatto con quella parte della cittadinanza che guarda con interesse al mondo della cultura: così, per merito del sindaco Marino, nella “Caput Mundi” la parola jazz sembra non avere più diritto di cittadinanza.

Ma percorriamo qualche centinaio di chilometri verso Nord e la situazione cambia radicalmente: eccoci a Udine, piccola ma ordinata città che i soldi per la cultura li trova e li spende… bene.
In tale contesto si inserisce “Udin&Jazz” giunto alla XXIV edizione sempre sotto la mano appassionata e competente di Giancarlo Velliscig che, alla testa di un manipolo di instancabili addetti dell’associazione “Euritmica” , fa sì che tutto si svolga nel migliore dei modi, dalla predisposizione delle locations per i concerti, all’accoglienza degli ospiti… sino all’organizzazione, per la prima volta quest’anno, di un workshop sulla critica musicale con la partecipazione di esperti operatori del settore.
Per caratterizzare questa edizione gli organizzatori hanno scelto il termine “ahead” (avanti) nel senso, ci viene spiegato, che il festival “guarda avanti” e prosegue il suo percorso, puntando sempre più in alto a livello qualitativo e soffermandosi con lo sguardo alle proprie radici nella ricerca del nuovo orizzonte. Di qui un palinsesto assai variegato in cui hanno trovato posto stelle di prima grandezza internazionale accanto a nuovi e “vecchi” musicisti italiani, ardite sperimentazioni e letture più canoniche sino alla attualizzazione di antichi stilemi come il ragtime. Insomma un programma che ha soddisfatto le esigenze di un pubblico sempre numeroso ed attento.
Il festival si è svolto dal 14 giugno al 7 luglio ma la serata inaugurale, che avrebbe dovuto presentare il gruppo di Pat Metheny, è stata funestata da un acquazzone che ha reso impossibile l’esibizione del chitarrista.
Il vostro cronista è giunto a Udine martedì 1 luglio avendo così modo di assistere alla bellezza di 13 concerti.

In apertura, il 1 luglio,  una bellissima sorpresa. Già molti amici che operano in Veneto e in Friuli mi avevano parlato molto bene di un giovane pianista-batterista, Dario Carnovale, che da qualche anno si è trasferito a Udine da Palermo affermandosi come artista di indiscusso livello. Solitamente, quando ascolti qualcuno che ti è stato presentato come grande musicista, rimani deluso; questa volta è successo esattamente il contrario: nonostante fossi ben preparato, non mi aspettavo di ascoltare una musica di tale qualità compositiva ed esecutiva. Il pianista si è presentato in quartetto con Francesco Bearzatti al sax tenore, Simone Serafini al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria

Dario Carnovale Emersion Quartet

Il gruppo ha eseguito una lunga suite di Carnovale, “Emersion” recentemente uscita su CD della Auand e dedicata al grande sassofonista afroamericano Dewey Redman. Come ci ha confidato lo stesso Carnovale in una intervista che pubblicheremo nelle prossime settimane, due sono state le direttrici di questa composizione: da un canto il fatto che le  linee melodiche sono state appositamente pensate per la splendida voce del sax di Francesco Bearzatti legato a Dario da un rapporto di sincera e affettuosa stima; dall’altro evidenziare, già dallo stesso titolo, come ognuno di noi nella propria vita abbia provato l’esperienza di tentare di emergere dagli abissi in cui la vita ci costringe. Ne è venuta fuori una composizione davvero superba: ben equilibrata, con un linguaggio che evidenzia la grande conoscenza musicale del leader, con temi ora splendidamente suadenti ora caratterizzati da ritmi più incalzanti, il tutto condito da un gioco sulle dinamiche assolutamente pertinente. E il gruppo non si è fatto certo pregare per eseguire al meglio le partiture: assolutamente straordinario il pianismo di Carnovale sempre preciso, puntuale, contenuto, mai una nota di troppo, mai un’invadenza fuori luogo, perfettamente coadiuvato da una sezione ritmica che evidentemente si conosce a mena dito. Ma chi maggiormente mi ha colpito è stato Bearzatti: oramai seguo il sassofonista da lunga pezza e mai ci era capitato di ascoltarlo così sinceramente lirico. Insomma davvero un concerto da incorniciare.
Dario Carnovale Emersion Quartet

Purtroppo, nella stessa serata, ad una splendida sorpresa ha fatto seguito una cocente delusione. Dopo il pianista siciliano, ha preso posto sul palco un trio di all stars quali Jack DeJohnette alla batteria, Ravi Coltrane al sax e Matt Garrison al basso elettrico, impegnato nel primo concerto di una lunga tournée. Bene, si è avuta la netta impressione che i tre siano saliti sul palco praticamente senza mai aver provato e quindi senza alcuna idea su quello che andavano ad eseguire. Ma questo nel jazz ci sta. Peccato che evidentemente i tre non erano in serata dando luogo ad un set assolutamente inconcludente. Sembrava che ognuno andasse per i fatti propri e solo di rado si è ascoltata musica che avesse un qualche senso con Ravi Coltrane ben lontano da quell’eccellente musicista che conoscevo mentre Matt sembrava davvero un pesce fuor d’acqua. E così il concerto è andato avanti con DeJohnette che sempre più prendeva il sopravvento sui compagni di viaggio fino alla fine quando praticamente suonava quasi da solo.

Jack DeJohnette Trio

Mercoledì 2 luglio, al Teatro Modena di Palmanova, Barbara Errico ha presentato, con squisita eleganza, il suo sentito omaggio a Lelio Luttazzi, contenuto nell’album uscito da poco per “koinè”. La cantante friulana ha riproposto alcuni dei grandi successi di Luttazzi, da “Mi piace” a “Eccezionalmente sì” a “Souvenir d’Italie”… fino al toccante “Buonanotte Rossana”.

Giovedì 3 luglio, nella splendida cornice del Castello, un’altra prima tappa di una tournée; protagonista l’European Trio del batterista Peter Erskine con Rita Marcotulli al pianoforte e Palle Danielsson al contrabbasso. Spendere parole su questi tre artisti è praticamente inutile dato che sono arcinoti nel mondo del jazz internazionale. Invece è interessante sottolineare come i tre si conoscano alla perfezione dato che già nel 2006 si riunirono per incidere il loro primo disco assieme. A Udine hanno dato vita ad un set di eccellente livello. Intendiamoci: nulla di nuovo sotto il sole ma non è lecito attendersi sempre novità da musicisti già sulla scena da tanti anni. Quel che viceversa è lecito attendersi è una musica intellettualmente onesta, eseguita con professionalità e ovviamente senza risparmio di energia. Ebbene i tre si sono presentati al pubblico con la maestria che li caratterizza eseguendo la “loro” musica caratterizzata soprattutto da un interplay perfetto. Rita ha lungamente dialogato sia con l’intera sezione ritmica sia con cadauno dei musicisti mentre Erskine ha ancora una volta dimostrato il perché ha vinto due Grammy ed è stato protagonista di oltre 600 incisioni di cui oltre 30 a suo nome: un drumming instancabile, sempre propositivo nel suo elegante incedere, con un tocco che lo distingue nettamente nel pur variegato panorama dei batteristi jazz. Consentitemi un’ultima notazione per Palle Danielsson: l’avevo ascoltato l’ultima volta poco tempo fa a Stoccolma e mi ha fatto piacere rivederlo in Italia perfettamente in palla seguire con il solito talento le escursioni dei compagni di viaggio.

 Peter Erskine European Trio

Venerdì 4 luglio altro doppio concerto sempre al Castello. Per primo si è esibito il quintetto di Enrico Terragnoli in “Ornithology” un progetto di Flavio Massarutto con le immagini di Massimiliano Gosparini. “Ornithology” è una produzione di Cinemazero / Visioni Sonore 2013 ed è una storia a fumetti che trasporta il linguaggio del fumetto nella dimensione cinematografica. Il tutto corredato dalla bella colonna sonora del chitarrista Enrico Terragnoli con Paolo Botti viola, dobro, banjo, violino di Stroh, Gianni Massarutto armonica, Piero Cescut al basso e Zeno De Rossi alla batteria. Davvero un bel progetto, originale nella sua ideazione e ottimamente realizzato in tutte le sue componenti con una bella e toccante storia ideata da Massarutto ben servita dal tocco grafico di Gosparini e soprattutto dalla coinvolgente e sempre pertinente musica offerta dal quintetto. Sembra facile ed invece sonorizzare un’opera come questa e riuscire a sintetizzare le emozioni che l’autore ha voluto esprimere – ricordo, sogno, nostalgia – è impresa di grande difficoltà.

Enrico Terragnoli 5et Ornithology

 

La sera ecco “Inner Roads” di Enzo Favata con la nuova stella del pianismo italiano Enrico Zanisi, l’eccellente Danilo Gallo al contrabbasso e il sempre poderoso  U.T. Ghandi alla batteria. Il sassofonista sardo si è oramai ritagliato un suo spazio ben preciso nel mondo musicale italiano grazie soprattutto alle sue capacità compositive che gli consentono di scrivere sempre musica fresca, attuale, mai ripetitiva. E se ne è avuta l’ennesima prova anche nel concerto di Udine: Enzo ha presentato una serie di composizioni caratterizzate tutte da una bella linea melodica, componente essenziale della sua musica, linea melodica che ora attinge non solo alle melopee mediterranee ma anche alla milonga, al tango. Il quartetto si è mosso lungo coordinate ben precise fatte apposta per mettere in evidenza da un canto l’eccellente struttura compositiva dei brani, dall’altro la bella compattezza del gruppo che ha saputo ben alternare scrittura e composizione con Gallo e Gandi a costituire una sezione ritmica tra le più affidabili del nostro jazz ed Enrico Zanisi a confermarsi pianista di assoluto livello, capace di nulla suonare più del necessario e tuttavia di dare spessore ad ogni sua uscita solistica.

Interlocutoria la giornata del 5 luglio con le esibizioni di “Udine Jazz Collective” ensemble nato dai corsi di musica d’insieme Jazz di Glauco Venier docente presso il conservatorio “Jacopo Tomadini” di Udine ma stranamente assente durante il concerto e la “North East Ska Jazz Orchestra” che ha eseguito un programma di standard combinati con le sonorità tipiche della musica giamaicana.

Strana serata quella del 6 luglio: in programma, al Castello, due concerti. Com’è logico avrebbe dovuto aprire la serata il solo del pianista Angelo Comisso cui avrebbe fatto seguito il duo stellare Brad Mehldau e Mark Guiliana. Ma il pianista statunitense, che evidentemente comincia a seguire Jarrett non solo dal punto di vista artistico, ha fatto i capricci e ha voluto aprire lui la serata. E fin qui nulla di particolarmente grave… solo che il concerto per almeno due terzi è stato davvero difficile da ascoltare. I due americani presentavano il loro nuovo progetto tutto basato sull’elettronica per cui Brad suona pochissimo il pianoforte acustico concentrandosi sul Fender Rhodes e sul sintetizzatore mentre Mark Guiliana suona la batteria rafforzata da vari effetti elettronici. Intendiamoci: il progetto c’è, si intravvede lo studio che i due hanno fatto, si avverte lo sforzo notevole di attualizzare lo spirito dance-funk degli anni ’70 in chiave jazzistica. Ma per ottenere buoni risultati occorre che la bravura dei musicisti si coniughi con l’eccellenza del fonico che deve essere in grado di ben dosare il tutto. Ebbene a Udine non si capiva bene se il fonico (portato appresso dallo stesso Mehldau) fosse distratto o semplicemente incompetente. Per una buona mezz’ora la presa di suono è stata disastrosa: la batteria si sentiva troppo forte e le altre linee si distinguevano a mala pena. Nonostante la crescente irritazione di Velliscig il fonico nulla faceva fino a quando, all’ennesima rimostranza del direttore artistico del Festival, il fonico si decideva ad azionare le manopole e a rendere il tutto finalmente godibile. Peccato, perché la musica proposta dai due è sicuramente interessante.

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Il concerto, comunque, si prolungava più del solito cosicché Angelo Comisso è salito sul palco a tarda ora e notevolmente irritato. Ma evidentemente il pianista ha oramai un suo pubblico tanto che, nonostante la sera inoltrata, pochissima gente ha lasciato il  suo posto. E bene ha fatto dal momento che Comisso ha confermato quanto di buono si dice sul suo conto, con un pianismo che riesce a presentare un jazz chiaramente contaminato dalla musica colta-contemporanea in un mélange assolutamente personale e a tratti assai coinvolgente vista l’evidente sincerità di ispirazione. Alla fine molti applausi e richieste di bis cui Comisso si è però sottratto. E al riguardo vogliamo dare non un consiglio, ché certamente Comisso non ne ha bisogno, ma solo proporre una personalissima riflessione: al di là di ogni possibile e giustificata irritazione, se il pubblico ti vuole tu ti devi dare… naturalmente entro certi limiti.

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Chiusura lunedì 7 luglio con due concerti affatto diversi. Nel pomeriggio presso la Corte Palazzo Morpurgo, il graditissimo ritorno del pianista Claudio Cojaniz che ha presentato il suo nuovo lavoro in piano solo, registrato per la “Caligola” , significativamente intitolato “Stride”. Il pianista friulano ha eseguito un repertorio di standard arrangiati in modo assai particolare secondo le modalità dello stile “stride-piano”. E si è trattato di una cavalcata all’indietro nel tempo, alla riscoperta di veri e indimenticati capolavori di Beiderbecke, Gershwin, Mingus, Monk interpretati con grande amore e lucidità. Insomma un‘ora e trenta di grande musica che per foruna ritroviamo nel già citato CD.

Il festival  si è chiuso con un evento assai particolare: The Crimson ProjeKCT. Per timore della pioggia, il concerto è stato spostato dal Castello al Teatro Palamostre che ha fatto registrare il tutto esaurito. La band non presenta oggi alcuno dei componenti originali essendo costituita da Adrian Belew alla voce e chitarra, Tony Levin chapman stick, Pat Mastelotto e Tobias Ralph alla batteria, Julie Slick basso e Markus Reuter touch guitar. I “Crimson” costituirono uno dei gruppi che meglio hanno caratterizzato il progressive mondiale e in questa occasione “Udin&Jazz” ha voluto anche celebrare i quaranta anni dal concerto al “Carnera” di Udine del 19 marzo 1974 con cui il gruppo inaugurò la tournée europea dopo l’uscita del leggendario album “Starless and Bible Black”. Grandi applausi e richieste di bis generosamente concessi dal  gruppo che ha così suonato  per oltre due ore.

Molti dei protagonisti di cui vi ho parlato avrete occasione di conoscerli meglio attraverso alcune interviste che ho avuto modo di realizzare durante il Festival e che pubblicheremo man mano nel corso delle prossime settimane.

 



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Mariko Hirose & Purple Haze, Pit Inn, Tokyo, 6 luglio 2014

Scritto da Marco Giorgi on . Postato in I nostri Eventi, Primo piano, Recensioni

Capita ogni tanto di ritrovarsi inaspettatamente in un luogo mitico e talmente idealizzato da apparire irraggiungibile. Quasi inconsapevolmente però, questa sera abbiamo invece varcato, increduli ed emozionati, le soglie del Pit Inn di Tokyo, il mitico locale jazz dove gli Steps di Mike Mainieri e Michael Brecker registrarono il loro primo LP. L’occasione per accedere a uno degli ultimi luoghi in cui è stata scritta una pagina importante del jazz, è stato il concerto di Mariko Hirose & Purple Haze. La scelta di assistere a questo spettacolo è stata più o meno casuale. Nel corso della nostra settimana di permanenza a Tokyo il cartellone della capitale non offriva occasioni memorabili per ascoltare buon jazz, ma la proposta di una giovane giapponese, esordiente a livello discografico e alla guida di una big band di una ventina di elementi, per di più dal nome hendrixiano di Purple Haz,e ha esercitato su di noi un’attrazione irresistibile. L’ascolto di un brano tratto dall’album Differentiation e presente su YouTube ha poi dato conforto alla nostra intuizione.

Fuori del Pit Inn, che si trova nel piano interrato di un edificio a Shinjuku, il pubblico si assiepava qualche minuto prima dell’apertura del locale. La disomogeneità di chi attendeva l’apertura del club, signori e signore di una certa età accanto a ragazzi giovanissimi, suggeriva l’idea che la platea sarebbe stata composta essenzialmente da parenti e amici dei musicisti. La familiarità mostrata dagli artisti nei confronti del pubblico ha confermato questa supposizione. Entrati nel locale ci siamo accomodati su una sedia davanti a un tavolino di cinquanta centimetri. Accanto a noi, come a scuola, un altro tavolino delle stese dimensioni e altre tre sedie a formare una fila di quattro. Al di là del corridoio altre file da quattro sedie e poi ancora sedie lungo tutto il perimetro del locale. In tutto non più di ottanta posti a sedere. Sulla parete alla sinistra del palcoscenico una grande fotografia di un John Coltrane dall’aria assorta, probabilmente una foto della session di Blue Train. A fronteggiarla sull’altra parete un poster di Elvin Jones, che in Giappone era di casa.

L’ambiente è confortevole e intimo. Il palcoscenico è ampio e non improvvisato come in tanti locali di casa nostra. Insomma tutto è funzionale a che il musicista si trovi a proprio agio. Dalle foto esposte all’ingresso riconosciamo Mariko Hirose che si aggira tra il pubblico chiacchierando e scherzando, visibilmente emozionata. La sua figura è minuta, aggraziata, una bellezza giapponese appena sbocciata. Mariko si inchina ogni volta che riconosce qualcuno e a ogni inchino sembra più piccola, quasi voglia scomparire. Pensiamo tra noi che non abbia fatto completamente sue le regole dello spettacolo che vogliono che l’artista non debba essere visto prima del concerto, così come una sposa prima del matrimonio. Ma questo aspetto di spontaneità è simpatico e travolgente. Una volta sul palcoscenico Mariko presenta la sua giovanissima big band, in cui si notano diverse presenze femminili e il concerto ha inizio. Nella direzione l’artista mostra una personalità tutta sua. Dirige più con lo sguardo che con i gesti delle mani, i suoi interventi sono sempre minimali e misurati, spesso si limita a leggere la partitura e addirittura si siede quando tutto fila per il verso giusto. Non per questo la musica ne risente.

Marco Giorgi
Per www.red-ki.com

I NOSTRI CD

I nostri CD. Novità dall’estero

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri CD, Primo piano, Recensioni

Billy Hart Quartet – “One is the other” – ECM 2335

oneistheotherEcco il secondo album ECM del quartetto guidato dal batterista Billy Hart e completato dal pianista Ethan Iverson, dal sassofonista Mark Turner e dal bassista Ben Street. Si tratta, in sostanza, dello stesso gruppo che nel 2011 ottenne uno straordinario successo con il loro primo album targato ECM, vale a dire “All Our Reasons”. Le positive impressioni suscitate allora, sono state pienamente confermate da questo nuovo “One is the other” e la cosa non stupisce più di tanto ove si tenga conto che Billy Hart è uno dei più creativi batteristi del jazz moderno. Cresciuto alla scuola dell’hard bop anni sessanta, nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti di assoluta grandezza quali Miles Davis, Wes Montgomery, Herbie Hancock e McCoy Tyner.  Un batterista, quindi, di grande esperienza che dopo aver lavorato a lungo come side- man di lusso ha oramai scelto di creare e guidare propri gruppi con cui eseguire anche musica propria. Così l’album contiene tre pezzi firmati Hart, due Mark Turner , uno Iverson accanto ad uno standard di Rodgers-Hammerstein, “Some enchanted Evening”. Ma, indipendentemente dalla qualità delle composizioni, per altro di tutto rispetto, il gruppo si fa apprezzare per la straordinaria forza empatica con cui affronta ogni pagina. Il drumming propositivo e fantasioso del leader, ben coadiuvato dal bassista, costituisce il terreno ideale su cui la front-line può esprimersi al meglio sia nei brani veloci sia nelle ballad. A proposito di queste ultime, da ascoltare con particolare attenzione “Maraschino” di Iverson : introdotto da un fantastico gioco di spazzole, il brano si sviluppa dapprima con le note all’unisono di pianoforte e sassofono dopo di che i due strumenti si dividono per esibirsi cadauno in pensoso assolo per poi ritrovarsi a dialogare su linee melodiche che si intersecano e chiudere in perfetta sintonia. “Teule’s redemption” di Hart è forse uno dei brani più belli dell’album: introdotto da un magnifico assolo del leader, grazie ad una scrittura assai ben costruita, offre l’occasione al sassofonista di esprimersi in un lungo e centrato assolo. E a confermare la facilità di scrittura di tutti i musicisti (eccezion fatta per Ben Street che non ha firmato alcun brano), da ascoltare con attenzione anche l’elegante “Sonnet for Stevie” di Mark Turner. Infine lo standard “Some Enchanted Evening” viene affrontato con grande delicatezza e partecipazione, fruendo tra l’altro di un coinvolgente dialogo sax-piano.

Vijay Iyer – “Mutations” – ECM

2372 XCredo che questo “Mutations” rappresenti la prova della piena maturità compositiva raggiunta da Vijay Iyer; si tratta del primo album di Iyer come leader per ECM, una registrazione che aiuta certamente a meglio comprendere la complessa personalità di questo pianista-compositore. Maturità compositiva non significa, però, necessariamente maturità espressiva: in effetti l’album appare ottimamente costruito, forse fin troppo ben pensato ché dal punto di vista emozionale questa musica arriva poco o niente. Insomma sembra proprio che in questa incisione Iyr si sia fatto guidare più dalla mente che dal cuore, con esiti che sicuramente otterranno valutazioni assai differenziate. Dopo un’apertura – “Spellbound and Sacrosanct, Cowrie Shells and the Shimmering Sea”, in cui il pianista si esprime da solo (e in questo caso una certa ricerca melodica si avverte), e un altro pezzo – “Vuln, Part 2″ – in cui Vijay si avvale di un minimo ausilio elettronico, si giunge a “Mutations I-X” una composizione per quartetto d’archi, piano ed elettronica che costituisce il nucleo centrale dell’album. Il pianista cerca di estrinsecare attraverso la musica il significato del termine “Mutations”. Di qui una costruzione in cui piccoli nuclei tematici, disegnati di volta in volta, dal pianoforte, dalla strumentazione elettronica o dal quartetto d’archi, interagiscono continuamente creando atmosfere in continuo cambiamento, “Mutations” per l’appunto. Così il clima dell’intera suite viene percepito ora carico di tensione, ora incalzante, ora coinvolgente con pochi sprazzi di autentico lirismo. Ovviamente qui di jazz propriamente inteso non c’è traccia, siamo piuttosto nel campo della musica contemporanea; a tratti propulsiva, avvolgente, lirica, luminescente. L’album si chiude con “When We’re Gone”, una composizione recente, del 2013.

Ahmad Jamal – “Saturday morning” – Jazz Village570027

saturdaymorning_cmPiù ascolto musica sia live sia su disco e più mi convinco che oggi, invece di tentare strade nuove con molta presunzione e spesso con esiti poco felici, sia meglio consolidare quanto si è già raggiunto. Intendiamoci, non voglio dire che cercare nuovi sbocchi al jazz sia sbagliato, solo che per farlo occorre avere tutte le carte in regola: prima essere davvero un grande artista e poi andare ad esplorare nuovi terreni. E chi grande artista lo è di sicuro, senza bisogno di conferma alcuna, è Ahmad Jamal; oramai da tanti anni sulla scena, il pianista si ripresenta in quartetto con Reginald Veal al contrabbasso, Herlin Riley alla batteria e Manolo Badrena alle percussioni e, cosa che rende straordinario questo album, per la prima volta incentra il repertorio sulle sue composizioni. Degli undici brani eseguiti ben otto sono suoi, affiancati da “I’m in the mood for love” di Fields-McHugh, “I got it bad and that ain’t good” di Webster-Ellington e “One” di Sigidi-Gite. Ed è proprio sulle capacità di scrittura che vorrei porre l’accento nel presentarvi l’album. Ebbene Jamal evidenzia una facilità compositiva davvero fuori del comune, una compiutezza espressiva che gli deriva dall’aver assimilato influenze le più svariate; lo stesso Jamal, nel corso di un’intervista, afferma di “iniziato a comporre quando avevo dieci anni, e le mie influenze sono di vasta portata: da Duke Ellington e Billy Strayhorn, Jimmy Lunceford e Fletcher Henderson a Debussy e Maurice Ravel. A Pittsburgh, non c’era quella linea tra musica classica americana e la musica classica europea. Abbiamo studiato tutto”. E questo tipo di cultura si avverte tutta ascoltando le musiche di Ahmad, a partire dal brano iniziale “Back to te future” con un impianto percussivo di chiara ispirazione caraibica, per passare al bellissimo brano che dà il titolo all’album caratterizzato da una suadente melodia imperniata su un coinvolgente ostinato di basso, per giungere a “Silver” un’altra splendida melodia dedicata a Horace Silver con ancora una volta sonorità latine. Lalbum si chiude con la reprise in “radio version” di “Saturday Morning”.

Vera Kappeler / Peter Zumthor – “Babylon-Suite” ECM 2347

2363 XAlbum sotto certi aspetti straniante ma di sicuro interesse questo inciso dal duo svizzero formato da Vera Kappeler e Peter Conradin Zumthor. I motivi di interesse sono accresciuti dal fatto che, trattandosi di un disco d’esordio, vengono presentate musiche assai coraggiose, commissionate dal Origen Cultural Festival. La Babilonia del titolo – si legge nelle note che accompagnano l’album – è quella del Libro di Daniele, la fossa dei leoni, i giovani che cantano nella fornace ardente, un luogo di perdizione, un labirinto. In coerenza con tale premessa, il pianoforte di Kappeler e la batteria di Zumthor disegnano una musica spesso iterativa, con piccoli nuclei motivici ripetuti in sequenza, una musica contrassegnata dai toni bassi a disegnare atmosfere piuttosto cupe che ogni tanto si aprono per lasciare spazio ora a squarci di luce attraverso cui proiettarsi verso dimensioni “altre”, ora a momenti di più forte intensità. E’ il caso, ad esempio, di “Annalisa” in cui si va alla ricerca di una dolce linea melodica spesso solo accennata e quindi lasciata all’immaginazione dell’ascoltatore, mentre in “Traumgesicht” si evidenzia una maggiore forza espressiva con il pianoforte che accentua il suo lato percussivo. Comunque i due si muovono sempre con grande compostezza, misura, eleganza (in alcuni tratti fin troppo raffinata) mostrando una padronanza della dinamica e più in generale dell’intera materia sonora assolutamente perfetta: mai una sbavatura, mai una pausa fuori posto, mai la sensazione che si stia perdendo il bandolo di una matassa per altro assai complessa. Così, anche quando in “November” si insinua l’elemento vocale, l’equilibrio complessivo rimane intatto. In definitiva un album difficile da interpretare, con una sua spiccata identità e di sicuro fascino.

In ricordo di Horace Silver e Gian Mario Maletto

Scritto da Luigi Onori on . Postato in News

Horace Silver

E’ capitato più volte – su questo sito – di scrivere di musicisti o critici (o operatori, amici del jazz) scomparsi, da Ravi Shankar a Roberto Capasso, da “Butch” Morris ad Aldo Sinesio. Non lo si fa per un dovere di cronaca astratto quanto, e soprattutto, per evidenziare la ricchezza del contributo alla musica di matrice afroamericana da parte di chi non c’è più, quindi con un taglio che guarda maggiormente alla vita che alla morte, ad un’eredità viva che va, forse, al di là del tempo.

Oggi è necessario parlare del pianista Horace Silver e del giornalista e collaboratore per decenni di “Musica Jazz” Gian Mario Maletto, scomparsi nei giorni scorsi.

Horace Silver è morto il 18 giugno scorso nella sua casa di New Rochelle (NY). Il suo nome richiama alla mente subito una serie di effervescenti e, in genere, ritmicamente esuberanti brani scritti dal pianista, nato nel 1928 a Norwalk (Connecticut): “The Preacher” che evoca la responsorialità degli spirituals, “Señor Blues” che coniuga ‘spanish tinge’ ed Afroamerica, “Doodlin’”, “Opus De Funk”, “Nica’s Dream” dedicato alla baronessa protettrice dei jazzisti, “Song for My Father” che reinventa ritmiche delle isole di Capoverde (da cui proveniva il padre, mentre la madre era irlandese) ed ancora “Sister Sadie”, “Blowin’ the Blues Away”, “Fifty McNasty”, “Peace”, “Serenade to a Soul Sister”… Horace Silver ha avuto tra gli altri il merito di costruire, a partire dagli anni ’50, un nuovo repertorio che ha avuto una lunga tenuta. Sono anni in cui il mondo è sotto l’incubo della guerra fredda, gli Usa vivono la caccia alle streghe, il movimento per i diritti civili muove i suoi primi passi mentre, in ambito sonoro, nasce il 33 giri, si affermano il rhythm and blues ed il rock and roll. Il nome di Silver è, inoltre, collegato a quello del batterista Art Blackey ed alla nascita dei Jazz Messengers agli inizi di quel decennio, gruppo seminale che i due diressero in tempi diversi e da cui il pianista si staccò nel 1956. Quel gruppo sarà per decenni una sorta di “nave-scuola”, il paradigma vivente di uno stile nato in un preciso contesto storico-sonoro ma divenuto, dopo il revival degli anni ‘80, una sorta di icona del jazz tout-court.

Gerardo DI Lella  Diane Shuur

Gerardo Di Lella: per me la grande orchestra è un’inguaribile malattia

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in Interviste, Primo piano

Gerardo DI Lella  Diane Shuur

Gerardo Di Lella è un musicista assolutamente atipico nel panorama jazzistico italiano… e non solo. In effetti ha la passione delle grandi orchestre e non si limita a guidarne una di marca jazzistica, ma ne conduce anche altre che guardano a musiche diverse come il pop, il cincema e il funky. Ma come riesce a districarsi in un periodo duro come l’attuale? Da dove viene questa passione per le big band? Lo scoprirete leggendo la lunga intervista che qui di seguito pubblichiamo.

-Tu sei uno dei pochissimi musicisti che riesce a tenere in vita una big band nonostante i costi e l’evidente crisi del mercato. Come ci riesci?
“Probabilmente perché ci sono costretto… nel senso che è davvero l’unica cosa che mi piace fare. E’ la mia passione e quindi ogni sforzo è teso a realizzare il progetto per la big band, per la Pop-Orchestra, per una Grand-Orchestra. Sai, quando ero piccolo e ho sentito le prime grandi orchestre, mi viene in mente il nome di Stan Kenton, mi sono immediatamente innamorato di questa musica e oggi la vivo un po’ come una missione”.

-E su questo non ci piove. Ma la mia domanda era di senso più pratico: ripeto, in una situazione difficile come l’attuale, qual è il tuo segreto per tenere unita una big band?
“Sopravvivere è, come dici tu, difficilissimo ma, proprio per questo, cerco di dare al pubblico cose diverse in modo che riesco a far ruotare intorno alle mie iniziative un pubblico numeroso e differenziato che mi sostiene. Io, infatti, diversamente da molti altri, mi sono sempre sostenuto, appoggiato su un pubblico che paga. Di qui la necessità di allestire progetti anche più semplici e non necessariamente jazzistici. Quindi cerco di offrire al pubblico più opzioni di modo che, quando faccio qualcosa di più impegnativo, riesco a trascinarmelo”.

-Quanti concerti riesci a fare nell’arco di un anno?
“Quest’anno, facendo una media, circa due al mese”

-Che per un’orchestra è davvero tanto. Io ho assistito al tuo recente concerto all’Auditorium con Diane Schuur. A me è parso un buon concerto. Tu, dall’altra parte della barricata, che impressione ne hai ricavata?
“Innanzitutto grazie per l’apprezzamento. Da un punto di vista musicale sono più che soddisfatto anche se ci sono state delle imperfezioni causate dall’emozione che si è impossessata di musicisti pur di lunga esperienza. D’altro canto suonare con Diane non capita tutti i giorni… e ti confesso che durante le prove un sassofonista era così teso che non riusciva a trovare l’emissione giusta per suonare il flauto (cosa che non gli era successa con ospiti come Mintzer, Konitz, Vitous ecc…). Incredibile ma vero! Poi Diane Schuur mi ha fatto i complimenti dicendo, espressamente sul palco, “erano quattro anni che aspettavo di cantare con Gerardo Di Lella” e la sera precedente a cena – ho i testimoni – mi ha detto “sono sicura che se fosse stato vivo Count Basie sarebbe stato contento della tua musica”. C’è da dire che lei a suo tempo mi ha dato una soddisfazione enorme di registrare un brano nel mio disco – non lo so ma forse sono l’unico italiano che l’ha fatto – ; era un brano di Michel Légrand totalmente stravolto nelle armonie ma conservando tutte le note della melodia senza spostarne alcuna: a questo punto, cosa ancora più straordinaria, Michel Légrand ha sentito questo arrangiamento e mi ha scritto le note di copertina del disco. Il concerto cui ti riferisci è stato, dunque, per me una grande soddisfazione che aspettavo da tempo e l’inizio, spero, di successive collaborazioni. In effetti a me ha concesso un onore particolare: mentre di solito quando va in tournée Lei porta con sé gli arrangiamenti di Count Basie e con quelli si suona, nel concerto di Roma abbiamo suonato per metà questi arrangiamenti e per metà i “miei arrangiamenti” che ha dovuto studiare apposta per me”.

Andrea Pozza & Franco Ambrosetti in concerto a Bergamo su musiche di Roberto Livraghi

Scritto da Top1 Communication on . Postato in Comunicati stampa

UNA SERATA INDIMENTICABILE con Andrea Pozza al pianoforte e Franco Ambrosetti alla tromba, sabato 7 giugno al Bergamo Jazz Club (Sala sopra Porta S. Agostino, Viale delle Mura, ore 21.00 – Ingresso € 10,00 – soci € 5,00). Per l’occasione il duo proporrà musiche del compositore Roberto Livraghi, autore negli anni ’50 e ’60 di alcuni successi portati alla ribalta da Fred Buscaglione, Bruno Martino, Mina, Ornella Vanoni, Gino Paoli e tanti altri.

Un grande amore, quello di Roberto Livraghi per la musica,  sbocciato negli anni Cinquanta prima per il jazz, poi per Don Marino Barreto Jr. e infine per la musica carioca, che l’ha fatto letteralmente impazzire. «Da quel momento in poi – racconta Livraghi -  sono cresciuto a pane e Brasile». Qualche mese fa il compositore spezzino ha chiamato a raccolta diversi amici musicisti, tra questi Franco Ambrosetti che con il suo flicorno ha contribuito alla realizzazione dell’album“Quando m’innamoro in Samba” – inciso dalla Latin Colours Jazz Orchestra (Incipit records – distr. Egea) – che come dice lo stesso Livraghi è «La realizzazione del sogno della mia vita di musicista».

Franco Ambrosetti e Andrea Pozza, reinterpretano in duo i brani che compongono l’album di Roberto Livraghi. Tromba e pianoforte: una formula minimale, per valorizzare al massimo la tromba di Franco Ambrosetti, uomo di grande di sensibilità musicale oltre che interprete incredibile ed il perfetto “senso del tempo” di Andrea Pozza, un musicista che i più grandi jazzisti internazionali hanno ripetutamente lodato per le straordinaria preparazione e il suo innato senso dello “swing”.  

Jacky Terrasson è sempre un grande

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri Eventi, Recensioni

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Davvero atipica la parabola artistica – e fors’anche umana – di Jacques-Laurent Terrasson, ovvero Jacky Terrasson. Nato a Berlino nel 1965 da padre francese e da madre afroamericana, Jacky cresce a Parigi e comincia a studiare pianoforte all’età di cinque anni. Trasferitosi negli USA, studia al Berklee College of Music di Boston e successivamente ritorna a Parigi, dove lavora tra gli altri con Dee Dee Bridgewater, Barney Wilen e Ray Brown. Tornato negli States si esibisce nei locali di Chicago e di New York, quindi si fa apprezzare come accompagnatore di Betty Carter e nel 1993 ottiene il primo importante riconoscimento, il premio Thelonious Monk come miglior pianista. Nel 1994 firma un contratto discografico per la Blue Note Records e incide l’album che porta come titolo semplicemente il suo nome; all’album, che esce nel gennaio 1995, faranno seguito altri nove produzioni per la Blue Note. Poi firma per Concord Music e quindi per EmArcy, etichetta sotto cui è appena stato pubblicato il nuovo album “Gouache”.

Insomma negli anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90 Terrasson si presenta sulla scena jazzistica internazionale, assieme a Brad Mehldau, come uno dei talenti più puri, proprio per questo, naturale erede di Keith Jarrett.

Poi inspiegabilmente perde terreno, i suoi dischi sempre eccellenti non riescono più a trovare un grandissimo successo almeno di pubblico e la sua notorietà scema. Prova ne sia che il concerto cui abbiamo assistito, il 20 maggio scorso, si è svolto al “Teatro Studio” dell’Auditorium Parco della Musica, ovvero nella sala più piccola che per giunta presentava posti vacanti.

I NOSTRI CD

I nostri CD. Italiani in primo piano

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I NOSTRI CD

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I tre di “Of Visions” sono questa volta Bebo Ferra alle chitarre (acustica, classica ed elettrica), Fabrizio Sferra alla batteria e Paolino Dalla Porta al contrabbasso al posto di Rosario Bonaccorso. Come nella precedente esperienza, il disco è caratterizzato da un continuo mutamento di atmosfere disegnate da una musica estremamente raffinata. In effetti il trio rappresenta quanto di meglio il jazz italiano possa offrire nei rispettivi strumenti. In particolare Bebo Ferra è chitarrista stimato non solo dal pubblico ma anche – e forse soprattutto – dai suoi colleghi grazie ad uno stile che pur basto su una tecnica sopraffina mai tende a prevalere. Su Fabrizio Sferra non mi dilungo ulteriormente dato che, come ho sempre detto, lo considero uno dei migliori batteristi non solo italiani. Dalla Porta è bassista solido, eccellente sia quando suona in modo più convenzionale sia quando frequenta territori sperimentali. In questo album ancora una volta prevale lo spirito lirico che si evidenzia fin dal primo, bellissimo brano – “Children of Africa” – scritto da Paolino Dalla Porta impegnato anche alla kalimba. In coerenza con il titolo “First Vision” ci trasporta in una dimensione onirica in cui i tre evidenziano un particolare controllo della dinamica. Altro pezzo in assoluta consonanza con il titolo, “Country”, in cui i tre richiamano atmosfere d’altri tempi e d’altri luoghi. Non mancano, ovviamente, brani più vicini al jazz come “Segment” di Charlie Parker arrangiato ancora da paolino Dalla Porta: ottimo il fraseggio di Ferra con batteria e contrabbasso impegnati sia in un sostegno ritmico-armonico di straordinaria efficacia sia in assolo quanto mai pertinenti (al riguardo vi pregherei di ascoltare con la massima attenzione di quante sfumature sappia colorarsi la batteria di Sferra). Nel conclusivo “Fourth Vision” il suono della chitarra diventa più aspro e il brano assume un andamento dapprima swingante e poi decisamente più aggressivo. Insomma un album di notevole spessore caratterizzato dalla grande versatilità del chitarrista e dalle straordinarie doti di Dalla Porta e Sferra a proprio agio nei contesti più diversi.

Ambrose Akinmusire: la tromba del futuro

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri Eventi, Recensioni

Ambrose Akimusire

Arrivo che il concerto è già iniziato, ma ancor prima di entrare in sala sento una tromba del tutto particolare, con un fraseggio allo stesso tempo liquido e spigoloso, una sonorità nuova, una tecnica superlativa: insomma, quando mi siedo al mio posto ho la netta percezione che quanto letto e ascoltato su disco circa Ambrose Akinmusire sarà del tutto confermato dall’ascolto live.

Ambrose si conferma, infatti, eccellente musicista, oramai perfettamente padrone dei propri mezzi espressivi, e proprio per questo in grado di dire qualcosa di nuovo nel pur variegato e popolato universo dei trombettisti jazz.

La sua è una musica che necessita di un ascolto attento abbondantemente ripagato da una messe di emozioni, di sensazioni che toccano nel profondo; una musica spesso iterativa, a tratti onirica, fortemente evocativa e suggestiva, sempre porta con grande semplicità. I suoi assolo in splendida solitudine sono straordinari per come lo strumento mai denota un attimo di defaiance, sempre pronto ad assecondare le volontà espressive del leader in qualunque tonalità lo stesso ami suonare in quel preciso momento; particolari la purezza e limpidezza del suono e gli armonici che ogni tanto trae dal suo bagaglio, senza esagerare proprio per non dare troppo spazio a virtuosismi che non gli sono congeniali. E poi quel suonare quasi per sottrazione, quel ruolo importante dato alle pause, al silenzio.

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I nostri CD. Le confessioni in musica di Kekko Fornarelli

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Il pianista barese Kekko Fornarelli giunge al suo quarto album con quello che può essere considerato il suo miglior progetto; la formula è sempre quella del trio completato, questa volta , da Giorgio Vendola al contrabbasso e Dario Congedo alla batteria. Dopo aver ascoltato attentamente questo album, devo dare atto a Kekko di una profonda coerenza: il pianista va avanti lungo la sua strada, seguendo un percorso che gli è ben chiaro e che intende affinare, modellare, perfezionare attraverso le diverse esperienze. Così anche i modelli di riferimento non variano: come dichiarato nel corso dell’intervista che potrete leggere qui accanto, un pensiero vola sempre verso l’inimitabile Michel Petrucciani; probabilmente Kekko neanche questa volta dimentica il migliore Esbjorn Svensson con il gruppo E.S.T. … ma, ed è forse questa la maggiore novità dell’album, si evidenzia un certo minimalismo cameristico – se mi consentite l’espressione – (“Reasons”) che nei precedenti album non appariva così ben definito. In effetti più che mai in questo album Kekko sembra aver interiorizzato l’espressività dei jazzisti nord-europei, con le loro lunghe linee melodiche, pervase da grande dolcezza e malinconia, echeggianti spazi ampi e profondi.