Ici France, Ici Paris. Parigi il 30 aprile capitale mondiale del jazz

Nico Morelli2Hancock

Trad. Gerlando Gatto – In occasione della quarta edizione della giornata Internazionale del Jazz, il 30 aprile Parigi diventerà la capitale mondiale del jazz.

Proclamata sotto l’egida dell’UNESCO e con Herbie Hancock elevato al rango di “ambasciatore di buona volontà”, questa giornata eccezionale, co-organizzata dal Thelonious Monk Institute of Jazz (di cui H. Hancock è il presidente), sarà celebrata in circa 185 altri Paesi.

La citta di Parigi sarà quindi l’ospite di queste celebrazioni che si iscrivono nel quadro delle festività del 70° anniversario dell’UNESCO e il clou sarà un concerto internazionale che si terrà presso la sede dell’organizzazione e che verrà trasmesso nel mondo intero. Questo concerto riunirà sulla scena artisti di rinomanza internazionale; oltre Herbie Hancock ci saranno, infatti, come vocalist Dee Dee Bridgewater (il cui ultimo CD, « Dee Dee’s Feathers » registrato con la New Orleans Jazz Orchestra diretta dal trombettista Irvin Mayfield è appena uscito), Annie Lennox (ex-Eurythmics), Diane Reeves e Al Jarreau, mentre tra gli strumentisti vanno segnalati Kenny Garrett (alto-sax), Marcus Miller e Avishai Cohen (contrabbasso), Eliane Elias (piano),

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Villa Durio: recital della pianista Patricia Pagny

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Dopo il “tutto esaurito” della bellissima apertura di domenica 12 aprile con il Rhapsodija Trio la ventinovesima edizione di “Musica a Villa Durio” prosegue con un concerto davvero speciale, intitolato “Invito alla danza” .

Tale concerto avrà luogo domenica 19 Aprile, sempre nella sede storica di Villa Durio, a Varallo, e avrà come protagonista una pianista davvero straordinaria: Patricia Pagny. L’artista eseguirà opere di Domenico Scarlatti, Franz Schubert, Lili Boulanger, Claude Debussy, Ludwig van Beethoven, e del grande compositore argentino Alberto Ginastera.

Le grandi scene internazionali apprezzano le interpretazioni di Patricia Pagny per il suo particolare approccio alla musica e la sua innata sensibilità per il colore del suono.

Allieva, fra gli altri, di Nora Doallo, Nikita Magaloff, Maria Joâo Pires e Paul Badura-Skoda, Patricia Pagny si è distinta in grandi concorsi internazionali qualificandosi come finalista nei Concorsi di Marsala e nel “Clara Haskil” di Vevey in Svizzera, vincendo successivamente il Concorso Internazionale “Alessandro Casagrande” di Terni. Oggi la sua carriera la porta ad esibirsi in grandi sale da concerto come la Chicago Orchestra Hall, la Wigmore Hall, la Salle Pleyel, la Herkulessaal di Monaco di Baviera, la Philharmonie di Berlino, la Kyoto Concert Hall avvalendosi della collaborazione di direttori, colleghi e orchestre sinfoniche di grande prestigio. I suoi concerti con Sir Georg Solti e la Chicago Symphony, con Lord Yehudi Menuhin e la Sinfonia Varsovia, Uri Segal, Marcello Viotti e tanti altri, hanno sempre riscosso i consensi della critica e l’entusiasmo del pubblico, cosí come la sua ricca produzione discografica per Novalis. Il suo CD dedicato a Mendelssohn è stato prescelto nel 2007 dal “Top 5″ per Arte-Tv.

Patricia Pagny è Professore all’Università di Berna in Svizzera   – Hochschule der Künste Bern –  e insegna pianoforte e musica da camera agli studenti di perfezionamento iscritti  ai Masters. Assume inoltre la direzione artistica della “Tasti’Era-Projects” (www.tastieraprojects.com) che permette alla nuova generazione di posizionarsi in un modo più attuale ed innovativo nel concertismo odierno e nel mondo dello spettacolo in generale. Secondo il giudizio dei critici, lo stile della Pagny, estremamente personale, coniuga il virtuosismo con interpretazioni talvolta infuocate o ricche di sonorità raffinate, ma sempre pulsanti di energia vitale. La sua tecnica curata nei minimi particolari e la sua eccezionale agilità digitale le consentono di approfondire aspetti interpretativi  inesplorati, mantenendo però quel giusto equilibrio che rende le sue scelte sempre chiare, strutturate e finemente cesellate.

Un momento importante della sua carriera fu l’incontro con Sir Georg Solti che si espresse in questi termini nei confronti della pianista: “Ero a Parigi.. ero stanco; ascoltare un altro pianista era veramente l’ultima cosa che desideravo in quel momento. Ma appena iniziò a suonare, rimasi davvero sbalordito. Ah, questo è veramente eccellente, mi dissi. Sei mesi più tardi, ebbi la possibilità di invitarla a Chicago. Fu un grande successo”. La Pagny poté in questo modo  estendere la sua attività nel Nord America e conseguì un successo entusiastico eseguendo il secondo concerto di Mendelssohn con la Chicago Symphony Orchestra diretta dal Maestro. “…sentiremo senz’altro parlare nuovamente di questa eccellente giovane pianista…” scrisse la Chicago Tribune. “Patricia Pagny is a most talented musician and deserves all possible encouragement to develop her career”, aveva affermato lo stesso Solti, dopo averla nuovamente scritturata alla Wigmore Hall di Londra  e al prestigioso Festival di Zurigo (Zürcher Festspiele 97).

 

Il concerto di domenica 19 aprile avrà inizio a Villa Durio alle ore 17,30. Informazioni al numero 0163562711 oppure scrivendo a associazione24@tiscali.it.

Udin&Jazz festeggia le nozze d’argento

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Uno dei tanti paradossi che affliggono il mondo del jazz italiano – l’abbiamo sottolineato più volte – è che, a fronte di risorse sempre più scarse, il numero dei festival dedicati a questa musica è sempre molto elevato. Ma – questo si potrebbe obiettare – è un bene per il jazz … peccato che molti di questi festival siano assolutamente inutili nella misura in cui non sono supportati da alcuna progettualità limitandosi a mettere assieme una serie di nomi importanti giusto per fare cassetta, senza dare spazio alcuno a musicisti locali.

A questa logica sfugge “Udin&Jazz”, in programma dal 24 giugno al 31 luglio, giunto quest’anno alla sua venticinquesima edizione.

Scorrendo i programmi di questi 25 anni ci si può rendere conto di quanti straordinari artisti internazionali siano passati sui palcoscenici del Festival e soprattutto di quanti gruppi regionali siano stati promossi da Udin&Jazz, mettendo il Friuli al centro della scena musicale nazionale, contribuendo altresì alla nascita di una vera e propria rete di saperi e mestieri legati alla musica jazz.

Non a caso il direttore artistico della manifestazione, Giancarlo Velliscig, può affermare che
“Udin&Jazz festeggia l’edizione d’argento tra stelle del pianoforte e icone della storia della musica mondiale, senza trascurare l’attenzione al territorio e l’attitudine del Friuli Venezia Giulia all’accoglienza. Un’edizione davvero importante, a testimoniare l’eccellenza della manifestazione, la più longeva in regione, e punto di riferimento dell’intero panorama nazionale del jazz”.

Udin&Jazz tocca, quindi, un traguardo fondamentale, e onora il suo 25esimo anniversario con un palinsesto di grosso rilievo.
Oltre 20 i concerti su vari palcoscenici in città e in provincia, concerti che stanno ottenendo un ampio riscontro di pubblico sin dalle prime giornate d’apertura delle prevendite, a cominciare dai due “profeti del Tropicalismo”: Caetano Veloso e Gilberto Gil, ospiti a Villa Manin (con l’Azienda Speciale si rinnova una preziosa collaborazione per questo concerto-evento). Il 19 luglio, unica tappa del Nordest, nuovamente insieme per il concerto: “Two Friends, one Century of Music”, l’esploratore sonoro di Bahia e il passionale tropicalista ripercorrono mezzo secolo di carriera (e di amicizia), un viaggio che ha rivoluzionato la cultura musicale sudamericana e occidentale.

Ed è sui tasti bianchi e neri che si giocano altre eccellenze di questa storica edizione del festival: il primo luglio, al Castello di Udine, sale sul palcoscenico Hiromi. L’acclamata pianista e performer giapponese spopola sulle scene di tutto il mondo per la sua verve improvvisativa e per generosità, rigore e disinvoltura nella ricerca sonora. Con lei l’eclettico chitarrista e bassista Anthony Jackson e il batterista Simon Philips, trio veramente stellare!

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I NOSTRI CD. Novità d’oltre frontiera

I NOSTRI CD

Franco Ambrosetti, Dado Moroni – “Quando m’innamoro… in duo” – Incipit Records 186
Quando m'innamoroCome ho già avuto modo di dire quella del duo è un formula assai rischiosa, forse ancor più del solo: ciò perché l’uno dipende strettamente dall’altro e quindi le possibilità di errore, di incomprensione, magari di semplice disattenzione aumentano in modo esponenziale. Ciò detto va immediatamente precisato che il trombettista elvetico Franco Ambrosetti (qui però al flicorno sovrano) ed il nostro Dado Moroni hanno brillantemente vinto la sfida con una musica di rara eleganza. L’album è tutto incentrato sul songbook di Roberto Livraghi; compositore di La Spezia (classe 1937) Livraghi ha scritto alcune splendide canzoni per vari artisti tra cui ricordiamo “Maria”, cantata da don Marino Barreto Junior, “ Ho sognato d’amarti” per Bruno Martino, “ Coriandoli” (con testo di Leo Chiosso, cantata anche da Mina), “Aiutami a piangere” (testo di Antonella De Simone, portata al successo da Connie Francis e Betty Curtis)…e soprattutto “Quando m’innamoro” che, presentata nel 1968 a Sanremo da Anna Identici ma piuttosto snobbata in Italia, ottenne invece uno strepitoso successo all’estero grazie alle interpretazioni di Engelbert Humperdinck e da ultimo di Andrea Bocelli. Per questo album, ad eccezione della title-track, di Maria e di “Coriandoli”, Ambrosetti e Moroni hanno concentrato la loro attenzione sui brani meno conosciuti di Livraghi. Di qui un album che sotto certi aspetti rappresenterà anche una sorpresa per quanti non conoscono a fondo questo compositore. Ma si dirà: sono solo canzonette…ed è vero. Ma è altresì vero che come ben sappiamo nel jazz il materiale tematico ha un’importanza non decisiva: spesso contano molto di più gli arrangiamenti e l’interpretazione e non v’è dubbio che sotto questi profili la performance dei due è di assoluta eccellenza. Maroni è superlativo sia nel tracciare splendide linee melodiche sia nel disegnare un tappeto ritmico-armonico su cui si stagliano le improvvisazioni di Ambrosetti sempre pertinenti rispetto al tema e pure sempre così originali a dimostrazione di una capacità improvvisativa che non sembra minimamente soffrire l’usura dei tanti anni passati a soffiare dentro il suo strumento.

Jacob Karlzon – “Shine” – ACT 95732
ShineRegistrato nel marzo del 2014 ecco il nuovo album di Jacob Karlzon che si conferma uno dei personaggi più importanti dell’attuale panorama jazzistico svedese. Ben coadiuvato da Hans Andersson al basso e Robert Mehmet Ikiz alla batteria, il pianista presenta un repertorio composto da otto sue composizioni cui si aggiunge la rivisitazione di un brano degli U2 “I Still Haven’t Found What I’m Looking For” (dall’album The Joshua Tree del 1987). Ancora una volta Jacob evidenzia quelle che sono le sue doti peculiari vale a dire un fraseggio allo stesso tempo fluido e complesso (lo si ascolti in “Metropolis”), la capacità di creare ed eseguire musica assolutamente originale, caratterizzata da un sound particolare (grazie anche ad un uso sobrio e sapiente dell’elettronica), da una incessante carica ritmica, da una rimarchevole complessità armonica e dall’abilità di avvicinare due territori pure diversi e distanti quali il jazz e il pop. Lo stesso Karlzon nelle note che accompagnano l’album dichiara di aver fatto ricorso a metodi di produzione propri del pop. Risultato: arrangiamenti molto ben concepiti che a volte fanno suonare il trio come un’orchestra. Esemplare al riguardo la title track che apre l’album: con il ricorso all’elettronica, Jacob stende un tappeto sonoro che riesce a fornire un supporto costante al trio che ha così la possibilità e di muoversi a piacimento senza preoccuparsi di eventuali vuoti e di esaltare la ricchezza della linea melodica. Molto centrata la riproposizione del brano U2 con Jacob che cesella la dolce melodia in splendida solitudine toccando uno dei vertici dell’album con un fraseggio raffinato ed un tocco di rara eleganza. Ma, nonostante l’eccellente carica ritmica fornita per tutta la durata dell’album dall’accoppiata Andersson – Mehmet Ikiz, Karlson non può dimenticare di essere nord-europeo: ecco quindi riaffiorare in “Inner Hills”, una delle perle più preziose dell’album, quella malinconia tipica della musica scandinava.

Ibrahim Maalouf, Oxmo Puccino – “Au pays d’Alice…” – Mi’Ster IBM 9
Au pays d'AliceProduzione di grande originalità e di notevole spessore questa che vede assieme uno dei migliori trombettisti della nuova generazione e un rapper. Di Ibrahim Maaoluf abbiamo già parlato in questa sede per cui dovrebbe essere abbastanza noto ai nostri lettori. Diverso il discorso per Oxmo Puccino su cui viceversa vale la pena spendere qualche parola di presentazione. Abdoulaye Diarra, in arte Oxmo Puccino, è nato nel 1974 a Ségou, in Mali, e solo un anno dopo i suoi genitori si sono trasferiti in Francia dove Abdoulaye è cresciuto e ha costruito la sua carriera . Rapper oramai di grande successo, Oxmo Puccino è caratterizzato da una scrittura tutta giocata sulle metafore e sulle frasi choc e proprio per questo si è meritata la fama di « Black Jacques Brel ». Ciò detto si tratta di un’accoppiata sulla carta difficilmente proponibile…ma il jazz, ci siamo abituati, fa di questi miracoli ed ecco quindi i due, legati da un’insospettabile sinergia, dar vita ad un album che davvero vale la pena ascoltare. L’opera nasce da una “commissione” ottenuta da Maalouf dal Festival d’Ile de France; Ibrahim ha quindi immaginato uno spettacolo musicale ispirato dall’opera di Lewis Carroll “Alice nel paese delle meraviglie” e, per concretizzare il progetto, ha voluto accanto a sé Oxmo Puccino. Con l’ausilio di un’orchestra classica di 25 elementi e di 130 coristi della “Maîtrise de Radio France” diretti da Sofi Jeannin, Maalouf, qui nella duplice veste di esecutore e compositore, ha concepito questo concept album che presenta momenti spesso di respiro quasi sinfonico anche se qua e là si nota un pizzico di pretenziosità. Comunque Maalouf ha raggiunto, in questo CD, l’apice della sua capacità compositiva evidenziando una straordinaria abilità nel riportare ad un unicum omogeneo le diverse influenze su cui si basa il suo stile: jazz, rock, pop, musica araba, musica contemporanea. Dal punto di vista esecutivo non mancano i momenti di grazia come il suo assolo in “La porte bonheur”. Dal canto suo Oxmo Puccino reinventa la storia di Alice con grande musicalità e soprattutto con emozionante poesia. Molto curata l’impaginazione dell’album con un libretto contenente tutti i testi accompagnati da foto e sapidi disegni.

Gileno Santana – “Metamorphosis” – Caligola 2191
MetamorphosisGileno Santana è un giovane trombettista brasiliano che, nell’occasione, guida un quintetto completato da Miguel Moreira alla chitarra, Joaquim Rodriguez alle tastiere, José Carlos Barbosa al basso elettrico e Mario Costa alla batteria cui si aggiungono, come ospiti d’onore, il vocalist Pedro Vidal nella title track e Andrès Tarabbia alle percussioni presente in sei degli undici brani in programma. Classe 1988 di Salvador da Bahia, Gileno nel 2005 si è stabilito in Portogallo dove ha studiato con João Moreira, diplomandosi al Conservatorio di Lisbona. Divenuto prima tromba della Matosinhos Jazz Orchestra, ha avuto modo di lavorare con Kurt Rosenwinkel e Maria Schneider, e di incidere con Maria Joao. Alla fine del 2011 ha pubblicato il suo primo disco da leader, “Inicio”, in quartetto, con ospite Hamilton De Holanda. Personalmente lo avevamo già ascoltato inserito all’interno del quartetto Polo guidato da Andrea Lombardini e Paolo Porta nell’album “Pleasures” (Auand 2012). A tre anni dal debutto Santana ha inciso questa “Metamorphosis” che ci consegna un artista sicuramente in crescita ma non ancora del tutto maturo. Nell’album c’è molta, forse, troppa elettronica e i richiami a Miles ’69-70 sono sin troppo evidenti. Quindi è un album che sicuramente farà felici quanti amano questo tipo di musica…anche perché gli esecutori sono di tutto rispetto. Non c’è dubbio alcuno, infatti, che Santana sia un trombettista di tutto rispetto, dotato di una tecnica cristallina che sicuramente potrà portarlo lontano. Lo attendiamo, quindi, a ulteriori prove in cui magari si scrollerà di dosso l’influenza davisiana cosa, ce ne rendiamo conto, più facile a dirsi che a farsi.

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“Musica a Villa Durio” ritorna con grandi solisti

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Torna “Musica a Villa Durio”, la stagione concertistica promossa dall’Assessorato alla Cultura della Città di Varallo ed organizzata dall’ “Associazione 24”. Come le precedenti, anche questa edizione sarà ricca di momenti di elevato valore che richiameranno in Valsesia numerosi appassionati.

Massimo Giuseppe Bianchi, il direttore artistico, è ancora una volta riuscito a proporre un programma di grande qualità che si distingue per l’alto livello degli interpreti e per le novità accattivanti. Artisti di caratura internazionale, come il Rhapsodija Trio e Patricia Pagny saranno ospiti a Varallo e musicisti di livello internazionale come Jed Distler arricchiranno la XXIX edizione.
Per i primi due concerti è stata scelta la sede storica della manifestazione, Villa Durio: per l’ultimo appuntamento ci si sposterà invece nel vicino e pure centralissimo palazzo D’Adda.

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Classica. “Roma” di Georges Bizet: il tracciato dei ricordi

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«Se volete imparare la strumentazione non studiate le partiture di Wagner ma quella di Carmen. Che meravigliosa economia, ogni nota, ogni pausa al posto giusto.»

Queste parole pronunciava di fronte ai propri allievi non uno qualsiasi ma Richard Strauss, l’autore di “Eine Alpensinfonie” e “Ein Heldenleben”, opere che hanno rivoluzionato l’arte del colore orchestrale.

Georges Bizet, nato a Parigi nel 1838 e morto a Bougival nel 1879, non ebbe vita né lunga, né facile. Tormentato da da una insidiosa forma di angina pectoris che, forse, lo portò alla morte, anche se non è mai stato fugato il dubbio che si sia trattato di suicidio causato dalla depressione, fu una personalità ipersensibile e insicura, che per tutta la vita cercò l’approvazione di musicisti inferiori a lui o comunque lontanissimi dal suo temperamento come Charles Gounod.

Nel 1857 vinse il “Prix de Rome”, la celebre borsa di studio per giovani artisti istituita dallo stato francese. Gli venne quindi data la possibilità di studiare all’Accademia di Francia a Roma dove si trasferì subito dopo la vittoria fermandosi 5 anni, nei quali ebbe, come da statuto, l’obbligo di consegnare alcune nuove composizioni – cantate, sinfonie – perlopiù da concepirsi secondo canoni classici.

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