Bozzolan: il lavoro ha trovato posto fuori Italia

Luigi Bozzolan Novarajazz5_(1) con Jonny ed Henrik Wartel- Emanule Meschini PH

Luigi Bozzolan è personaggio ben conosciuto dai lettori di “A proposito di jazz”. Diverse volte ne abbiamo parlato sottolineando come Bozzolan sia giustamente considerato elemento di primo piano dell’improvvisazione pianistica made in Italy. Grazie ad una solida preparazione di base, Luigi fa parte di quella non estesa cerchia di musicisti che concepisce il jazz come forma espressiva al di là di qualsivoglia regola, alla ricerca di un io profondo che si intende comunicare con la musica, e lo fa con una onestà intellettuale oggi non troppo comune. Ma ciò non sarebbe sufficiente a farne un artista di livello: in realtà Bozzolan coniuga questa sua dote morale con una straordinaria valenza pianistica supportata da lunghi anni di studio, di apprendistato e da una rara capacità di saper cogliere qualsivoglia stimolo per costruire assolo degni di essere seguiti con la massima attenzione. Di recente, quasi a suggello di una sua lunga esperienza in Svezia, ha svolto attività didattica in Lapponia e lo abbiamo quindi intervistato nella triplice veste di artista, “studente” e didatta in quel di Svezia.

-Tu sei uno dei pochissimi musicisti che, invece di andare negli States, ha deciso di trascorrere un periodo della sua vita in Scandinavia, per la precisione in Svezia. Perché hai fatto questa scelta?
“La mia avventura con la Svezia e’ iniziata nel 2010. Da una decina di anni ero già molto affascinato da alcuni “suoni” del Nord Europa, in modo particolare ho iniziato a pensare ad una diversa idea di trio e di jazz ascoltando l’ EST Trio nei fine anni ’90. Sin dall’ inizio è stata un’attrazione istintiva, di pancia, che poi negli anni a seguire ha trovato molte spiegazioni logiche e razionali. Per molto tempo, la Svezia, quei suoni, quel modo di fare musica è rimasto solo un desiderio, un sentore che lì stesse succedendo qualche cosa di più vicino alla mia identità musicale. Non pensavo di certo ad una partenza né tanto meno ad un trasferimento , ero ancora troppo immerso nelle mie cose a Roma. Nel 2010 ho capito che era il momento giusto per lasciare gli ormeggi romani e fare sul serio. Ero appena rientrato in Italia da una lunga tournée in Sud America con Eugenio Colombo, la più bella e sconvolgente esperienza musicale della mia vita. Dopo il tour misi a fuoco di cambiare profondamente il mio percorso umano ed artistico; a farmi fare il salto, poi, fu una chiacchierata illuminante con il mio amico pianista e compositore Cesare Saldicco…da lì a poco la mia destinazione è stata Gothenburg, dove ho conseguito un Diploma di Laurea di primo livello in Improvisation nel 2012…ma è stato solo l’inizio di un radicale cambiamento.
Dalla partenza del 2010, successivamente alla laurea sono andato e tornato diverse volte, valigie fatte e disfatte, traslochi, molte le valutazioni e le indecisioni, ma di base tutto il vissuto in terra svedese mi continuava a dare feedback positivi.
Il 2013 è stato in qualche modo l’anno del rientro in Italia. Ho iniziato a far domande tanto nei Conservatori Italiani quanto presso Scuole di Musica Scandinave ed Europee, forse da qualche parte qualcosa mi diceva che non era del tutto finita con la Svezia. Nell’ Ottobre 2014 è arrivata “la chiamata”, per ricoprire una posizione come docente di Pianoforte presso la Kulturskola di Gällivare, una piccola cittadina nella Lapponia Svedese. Sono ripartito”.

-Sei già in grado di tracciare un bilancio di questa tua esperienza?
“Oggi ho un contratto a tempo indeterminato come docente di strumento.
Se mi guardo indietro nel 2010 devo dire che da quando ho messo piede per la prima volta in Svezia, in cinque anni, ho fatto passi da gigante. Sono partito con la classica valigia con lo spago, niente in mano, solo istinto. Ci sono stati momenti non privi di difficoltà, periodi di indecisioni, ripensamenti, scelte capitali. Il processo di trasferimento (o vera e propria emigrazione nel mio caso) non è facile e rapido, bisogna essere motivati e pronti con una certa dose di competenze umane e professionali. Il viaggio continua, non amo fare i bilanci, hanno il sapore di qualche cosa che si è concluso; la strada è decisamente ancora aperta ad ogni possibilità, sempre. Posso dire di aver fatto bene a prendere quell’ aereo, forse fra vent’anni guardandomi indietro mi renderò conto davvero di cosa è successo!”.

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Tommy Flanagan nelle “Overseas sessions”

EP tommy Flanagan Overseas sessions 2

Lo confesso. È la passione per la musica, i dischi e il collezionismo a orientare i miei spostamenti e decidere delle mie vacanze. Così seguendo il flusso migratorio del vinile pregiato mi sono ritrovato nella Svezia centrale tra boschi e laghi, a metà strada tra Göteborg e Stoccolma, per la fiera più freak del mondo. Ogni anno a giugno, in occasione del solstizio, come per celebrare un rito pagano, venditori e collezionisti di tutto il mondo si radunano in riva a un lago, montano le tende e, approfittando delle ventiquattro ore di luce al giorno, comprano e vendono ininterrottamente LP, 45 giri e in generale qualsiasi cosa che possa riprodurre un suono. I prezzi vanno su e giù a seconda del tasso alcolico del momento e l’affare lo fa chi regge meglio il mix tra birra e vodka.
In questo contesto fuori dal mondo e dal tempo, mentre cercavo di accaparrarmi qualche raritá che arricchisse la mia collezione, improvvisamente mi sono accorto di Tommy Flanagan che mi sorrideva. Era un ragazzo giovane un po’ stempiato, in giacca e cravatta, con barba e baffi e l’occhio vispo di chi ha giá capito tutto della vita. Flanagan mi guardava dalla copertina di due dei tre rarissimi extended play (dischi 7″ a 45 giri multi traccia) editi dall’etichetta svedese Metronome. Nel terzo EP, che completa la serie, il pianista è invece immerso nei suoi pensieri, con un filo di fumo che sale dalla sigaretta tenuta elegantemente tra indice e medio della mano destra. Foto non posate ma rubate per strada da Bengt H. Malmquist, fotografo ufficiale della Metronome, il cui vero sogno era quello di diventare un chitarrista jazz. Il suo contributo alla storia della musica, invece, lo avrebbe dato attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, tramandandoci i visi felici degli artisti americani di passaggio in Svezia, così come quelli dei grandi jazzisti svedesi, da Lars Gullin ad Arne Domnerus, da Bergt Hallberg a Rolf Eriksson.

Marco Giorgi
per www.red-ki.com

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Bruno Canino e le Variazioni Goldberg: Marlon Brando incontra Arturo Ui.

Senza titolo

Che cos’è l’interpretazione? Come voleva Stanislavskij, immedesimazione totale da cui scaturisce l’azione o, per contro, straniamento, secondo la lezione brechtiana?
Con Bruno Canino ci troviamo di fronte ad un grande interprete che sembra compiere il miracolo di sublimare, in un gesto interpretativo autonomo, “il metodo” con il teatro epico. Intendo con ciò dire che egli formula, anche se conoscendolo lo negherebbe recisamente per via dell’umiltà che lo contraddistingue, un’arte pianistica unica, che con rara coerenza recluta eterogenee virtù.
Vi è anzitutto un’attitudine naturale all’intelligenza nella lettura del testo che per lui è punto di riferimento imprescindibile, unita a un altrettanto naturale gusto “sottrattivo” che punta, potremmo dire, all’osso senza dimenticare la carne.
Non è un pianista alla Glenn Gould o alla Rachmaninov, non tende a sovrapporre la propria personalità a quella degli autori che propone; è, più classicamente, rigoroso ma di un rigore naturale, mai polemico.
Lo contraddistingue una consapevolezza estetica che nasce spontaneamente nella temperie culturale dalla quale ha preso le mosse: Bruno Canino è nato nel 1935, ha iniziato a lavorare proprio nel periodo dell’affermazione degli stili d’avanguardia e a molti di quei compositori (Donatoni, Bussotti, Ligeti, Stockhausen, Berio… impossibile elencarli tutti) è stato accanto, non di rado ispirando loro importanti opere pianistiche anche per mezzo del duo pianistico con Antonio Ballista.
Ma Bruno Canino non è uno specialista: è un musicista. Ho sempre ammirato in lui questa grande capacità di farsi antenna captante del presente, un ruolo cui troppi abdicano e che dovrebbe invece essere, per ciascuno secondo i propri limiti, l’alfa e l’omega di ogni artista.
Uno stile elegante e astratto il suo, che incede con passo leggero ma autorevole, winckelmanniano, quando la passione è evocata senza forzature strappacuore e il romanticismo è depurato dalle numerose incrostazioni, posandosi lo sguardo più sulla struttura che sull’afflato.

Emulo ideale, certo inconsapevole, di Stanislavskij, le sue esecuzioni sono impostate come altrettante recitazioni, confessioni persino, cui egli sa conferire ogni volta un carattere creativo molto personale: impossibile trovare musicista più di lui appassionato e colto. Brechtianamente, per converso, esse “strappano a una decisione”, fanno prendere posizione poiché ascoltando ogni interpretazione si ha l’impressione che in quel momento quel brano possa essere eseguito solo così, in nessun altro modo, e uno sguardo tanto onestamente irriducibile non può non spingere almeno per un istante persino l’ allocco più refrattario a “giudicare” la musica, ad ascoltarla – finalmente – in modo critico.
Se famose sono le esecuzioni di opere contemporanee, brillanti le qualifiche di camerista infallibile e affidabile, ricercato e adorato dai migliori solisti, mitica la lettura a prima vista (comunque la minore delle sue qualità), reputo tuttavia la sua principale dote quella di saper infondere il sorriso del genio alla musica. Questo Lewis Carroll del pianoforte contemporaneo è sempre giovane poiché sa rivelarci la struttura leggera delle cose, e le interpretazioni da lui create somigliano alle case di Lloyd Wright, forme del pensiero che sembrano nascere dalla natura e far l’amore con essa in un abbraccio caldo e confortante.
Queste ‘Goldberg’, pubblicate da Ermitage, possono essere considerate un manifesto della sua arte: acutamente Piero Rattalino osserva come esse possano essere ricondotte all’eloquio della lettura di Kempff, epopea narrata accanto al camino…ma se questo è vero, come io penso, non è che un’ulteriore prova dell’enorme versatilità che caratterizza il nostro interprete, poiché raramente ho ascoltato un’esecuzione più analitica.
Le meravigliose trenta variazioni bachiane, su un’aria dal sapore quasi rinascimentale, sono articolate in 10 gruppi di tre, così strutturati: una libera imitazione, una “toccata”, un canone, dapprima all’unisono, poi alla seconda, alla terza e così via.
L’ultimissima variazione è un “quodlibet”, libera forma canonica dove si intrecciano anche motivi popolari (uno si intitola “cavoli e rape rosse mi hanno sviato”) a raffigurare l’unione di “alto” e “basso” come nella famosa immagine della Creazione di Adamo di Michelangelo. Al termine, come un ricordo, si riesegue il tema, identico nella forma, mutato nella psicologia poiché nel frattempo si è giunti “al loco ove scende la vita ch’al fin cade”.
Versione astratta delle costruzioni dinamiche del Brunelleschi o rappresentazione metafisica della vita dell’uomo? Saggio di perizia algebrica o sontuosa creazione spirituale? Le Variazioni Goldberg non cessano di interrogarci.
L’interpretazione di Bruno Canino restituisce a fondo il valore storico di questa meravigliosa ipostasi, oltre a ricrearne tutta l’emozionante bellezza grazie anche a una sapiente costruzione cromatica. Sotto le sue dita la “Montagna Dorata” svela in questo mondo la propria olimpica natura, con calma e sorridente maestà.
Ascoltate il disco per conoscere uno dei più grandi e amati pianisti del nostro tempo, accogliete nelle vostre discoteche quante più incisioni potete di Bruno Canino, andate ai suoi concerti. Trascorrete quanto più tempo possibile in compagnia di un grande interprete e della sua musica.

Corinaldo Jazz Festival 2015 – XVII Edizione

L’Associazione culturale Roundjazz, con la collaborazione del Comune di Corinaldo – Assessorato alla Cultura presenta :

CORINALDO JAZZ FESTIVAL 2015 – XVII Edizione
Dal 3 all’ 11 agosto

Con l’aria d’estate arriva come ogni anno, puntuale e sempre ricco di stile, il calendario dei concerti di Corinaldo Jazz, l’amato festival organizzato dall’associazione culturale Round Jazz nello scenario di uno dei borghi più belli d’Italia.
Siamo alla diciassettesima edizione e le serate da segnarsi sull’agenda sono tre, nel mese di agosto, tutte con inizio alle 21.45 e, come tradizione vuole, seguite da jam session imperdibili per gli appassionati di jazz e di buona musica in generale, ai 9 Tarocchi.

La rassegna si apre lunedì 3 agosto nel luogo più scenografico di Corinaldo, la scalinata della Piaggia, con ingresso libero: l’affascinante pianista e cantautrice Mala Waldron si esibirà con Alessandro Napolitano alla batteria e Maurizio Rolli al basso elettrico. La Waldron, newyorkese con radici che affondano nell’R&B, porterà sul palco l’eredità del padre recentemente scomparso, il grande Mal Waldron, leader e pianista nelle formazioni di miti del jazz come Charles Mingus e John Coltrane. Mala, nuova al palco europeo, omaggerà il grande jazz, la madrina Billie Holiday e regalerà alcuni inediti di grande intensità.

Il 5 agosto, mercoledì, presso la Piazza del Terreno, il concerto del Joey Calderazzo Trio, con Joey al piano, Justin Faulkner alla batteria ed Jasper Somsen al contrabbasso (ingresso 10€). Di origini calabresi, Calderazzo è nato negli Stati Uniti nel 1965 e a sette anni già muoveva i primi passi musicali: la vera rivelazione per lui, dopo anni di rock, fu ascoltare la musica di Oscar Peterson e Chick Corea. Negli anni 80 si rivela uno dei migliori talenti del piano jazz, collabora con i migliori musicisti fino a quando Brandford Marsalis lo chiama per sostituire il leggendario Kenny Kirkland. Il suo stile spettacolare, di classe, mescola grande lirismo e profondità, soprattutto nei pezzi a piano solo, a uno swing istintivo e deciso. Da segnalare alla batteria il funambolico Faulkner, giovanissimo ma adorato dalla critica internazionale.

Ultimo appuntamento quello di martedì 11 agosto, sempre nella Piazza del Terreno, ingresso a 10€, con Steve Kuhn al piano, Steve Swallow al basso elettrico e Joey Baron alla batteria. La serata finale, notte di stelle, vedrà brillare Kuhn e i suoi 55 anni di carriera, un vero maestro (come disse Gary Burton: “Due musicisti mi hanno veramente illuminato: Miles Davis e Steve Kuhn”), scelto nel 1960 da John Coltrane per il suo quartetto e uno dei massimi esponenti della new thing degli anni 60. Genialità e classe in lui si sposano con uno stile che parte dal classico per lanciarsi in un’esplorazione musicale senza limiti. Ottimi, ovviamente, i suoi partner sul palco, entrambi americani, che vantano collaborazioni con i migliori jazzisti viventi.

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PercFest XX edizione : non solo percussioni!

Il PercFest dedicato da Rosario Bonaccorso al fratello Naco è arrivato alla XX edizione, e camminando per il “budello”, la stradina principale del paese “vecchio”, chi si affaccia nelle piazzette antistanti al mare, si capisce che in questo borgo oramai il Festival delle Percussioni fa parte dell’ estate. E’ una tappa attesa e vissuto dalla popolazione di locali e villeggianti con una intensità ed una gioia che si percepiscono fortissime durante i lunghi pomeriggi in cui battiti e suoni si librano nell’ aria.
Il pubblico (passanti e partecipanti attivi) è incuriosito, e nulla è percepito come frastuono, nemmeno i workshop più sonori che si immaginerebbero magari ardui per anziane coppie che si rilassano al mare, o per bambini piccolissimi nei passeggini. Ciò che si percepisce è energia, gioia, e musica.
E’ un po’ la cifra di questo festival  particolare, poiché nasce da una nostalgia decifrata in chiave allegra ed energica: che è evidentemente ciò che Bonaccorso ha nel cuore di Naco.
I  workshop sono stati ad opera di batteristi e percussionisti impegnati anche nei concerti serali ( in veste di leader, sidemen o come ospiti) . Abbiamo visto sui mini palchi delle piazzette di Laigueglia Alessandro Paternesi, Nicola Angelucci, Gilson Silveira, Marco Fadda, Giorgio Palombino, Santo Florelli, Gianpaolo Petrini, Giorgio Bellia, Marco Maggiore,  e musicisti come Bebo Ferra. Abbiamo ascoltato un giovanissimo talento della chitarra, Matteo Prefumo. E poi ancora l’ Accademia di studi, la novità di questa ventesima edizione, con i corsi di Efrai Toro, Gilson SIlveira, Giorgio Palombino, Ellade Bandini, Danila Satragno. Musica ovunque, fino a tarda notte, con Jam Session dell’ Albatros che sono veri e propri concerti .

Workshop Percussioni

Workshop Percussioni

Prefumo 2

Matteo Prefumo

 

Matteo Prefumo - Riccardo Fioravanti

Matteo Prefumo e Riccardo Fioravanti

Gilson Silveira

Gilson Silveira

E ben due eventi a sera. Noi ci siamo state dal venerdì ! E questo è ciò che abbiamo ascoltato, la prima serata.
Venerdì 19 Giugno ore 21:30

Adrienne West Dado Moroni 4tet

Adrienne West (voce)
Dado Moroni (pianoforte)
Rosario Bonaccorso (contrabbasso)
Nicola Angelucci (batteria)

E’ un evento particolare questo, poiché esattamente venti anni fa questa formazione, con Naco alla batteria, apriva il festival Jazz di Laigueglia. E nel ricordo dolce e gioioso di Naco Bonaccorso questi artisti (con la new entry del bravissimo Nicola Angelucci alla batteria) si ritrovano per un concerto improntato su un Jazz caldo, immediato, suggestivo. Una bella voce black, un pianista, Dado Moroni, che non smette mai di stupire per bravura, fantasia, stile, e che è non a caso conosciutissimo all’ estero, che suona impeccabilmente e che tramuta tutto in Jazz. Al contrabbasso Bonaccorso è propositivo e non solo sideman, Angelucci crea il groove giusto con fantasia. Insieme il quartetto lavora bene per creare un Jazz fatto di accenti sincopati, di ballad soffici e intriganti , di improvvisi cambi di ritmo, di bacchette leggere sul  charleston e soli di contrabbasso morbidi, e di accordi pieni, e di blues trascinanti.
Siamo a Laigueglia davanti al mare ma sembra di essere ai tavolini di un club a NY, sorseggiando un cocktail e schioccando le dita per seguire lo swing. E la platea applaude tantissimo, per un concerto stilisticamente impeccabile e un’ atmosfera davvero molto suggestiva.

Adrienne West

Adrienne West

Dado Moroni

Dado Moroni

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Nicola Angelucci

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Rosario Bonaccorso

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Ore 22:30

Rosario Bonaccorso: Viaggiando

Rosario Bonaccorso: contrabbasso e voce
Fabrizio Bosso: tromba
Javier Girotto: sax soprano
Roberto Taufic: chitarra
Un concerto drumless al PercFest, in cui il direttore artistico Rosario Bonaccorso presenta il nuovo disco uscito a Marzo per Jandomusic e Via Veneto Jazz, intitolato “Viaggiando”.
Indiscutibilmente composto con la precisa volontà di essere un racconto melodico, dal vivo questo progetto si presenta come un piacevole percorso di temi destinati a rimanere subito impressi, e che passano da uno strumento all’ altro arricchendosi delle improvvisazioni e dei timbri di ognuno di questi musicisti che, a loro modo, compiono anch’ essi un viaggio ideale tra luoghi e ricordi, entrambi evocati da un’ ambientazione che vira spesso su sonorità latin o mediterranee. E così la tromba di Bosso si apre in un timbro chiaro ed aperto ricordando il Messico, o diventa morbida e tonda così come vuole la bossanova. Girotto porta quelle melodie un po’ nostalgiche del tango ma anche la parte sanguigna e ritmica della musica sudamericana. Taufic è la parte fondante ritmica del gruppo che come abbiamo detto non prevede né batteria né percussioni, ma poi si scioglie anche in assoli rimarchevoli per lirismo ed intensità, e non manca di presentare i temi in modo poetico, come siamo abituati ad ascoltare da lui. Bonaccorso, che  è ideatore e regista di tutto questo viaggiare, segue un percorso costruito, già a livello compositivo,  per essere fluido, garbato, emozionale. Si alternano parti scritte, in cui non di rado si ascoltano unisoni che vibrano per la differenza di timbri tra gli strumenti , e parti improvvisate. I musicisti si alternano scambiandosi i ruoli, suonando di volta in volta anche in duo o in trio. La varietà dell’ ascolto è data dall’ alternarsi dei ruoli di ognuno che diventa solista o solido accompagnamento melodico ritmico (nel qual caso tromba e sax producono background obbligati d’ effetto). E poi vi è un quinto strumento, costante, la voce di Bonaccorso che rende ancora più evidente la scelta voluta della cantabilità dei brani: e il pubblico per questo viene coinvolto, e con entusiasmo partecipa, cantando i suoi riff accattivanti accompagnato da un quartetto d’ eccezione.

La serata non finisce qui perché tutti i musicisti si  spostano all’ Albatros e fino a notte fonda suonano in una Jam Session di eccezione: pensate ai musicisti di cui vi ho parlato in questi due articoli e provate ad immaginare il clima e la bellezza di questa notte a Laigueglia.

 

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Bonaccorso – Bosso

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Javier Girotto

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Roberto Taufic

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Fabrizio Bosso

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Rosario Bonaccorso

Nicola Angelucci

Nicola Angelucci

Rosario Bonaccorso

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Jam Session

Jam Session Moroni Bosso Fioravanti Bandini

Classica. Ballades, di Jean-François Antonioli. Viaggio al centro della musica

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Scrive Metastasio nel libretto delle “Cinesi”, musicato da Gluck: ”Chè quel che si fa bene, è sempre nuovo”. Tale massima l’apporrei a guisa di sottotitolo sulla copertina di questa recente uscita discografica di Jean-Francois Antonioli per l’etichetta klanglogo.

Pianista svizzero con al suo attivo numerose incisioni dedicate in particolar modo ad autori di area francofona (Cras, Honegger, Debussy) con i quali dimostra particolari affinità culturali e direi estetiche, egli governa con l’intelletto dita davvero capaci di servire la musica.

Vorrei soffermarmi su questo punto. Il professionismo è una gran cosa e bisogna suonar di tutto, se si è pianisti. Cionondimeno uno dei meriti dei migliori artisti, quelli dal pensiero più elaborato (penso a Pollini e Michelangeli) consiste anche nel saper scegliere il proprio repertorio con oculatezza.

Antonioli ha un suono pianistico corrispondente alla propria estetica d’impronta post-simbolista, nella quale il timbro non è soltanto evocatore di immagini atte a suscitare libere associazioni di pensiero, ma categoria ben precisa del racconto musicale.
Come a dire: quella determinata frase può essere suonata sì in tanti modi, ma soltanto in funzione di “quel” preciso colore non perderà il proprio significato!
Il pianoforte, ben lo sappiamo, non è strumento molto ricco timbricamente ma, per converso, dimostra di possedere una camaleontica capacità imitativa se a guidare le dita vi sono un cuore e un’intelligenza vigili, come avviene in questo caso. Il pianoforte come nessun altro “immagina” la musica.

Questo pianista è nemico giurato dell’effetto, dei lenocinii. Vuole che la musica risplenda per la propria forza autonoma che egli con arte richiama alla vita; i suoi mezzi del resto, in tale ottica sottratti all’esibizione, finiscono con l’emergere ancora di più.
Prendiamo a esempio Chopin: siamo qui di fronte a uno Chopin purificato, non asettico.
Il polacco del resto era uomo riservato, schivo. Faceva riferimento a Bach e al contrappunto, anche se viene considerato, a torto, uno dei compositori meno contrappuntistici ma il fatto è che il “suo” contrappunto, come quello di Schumann per altre vie, è privo di macchinismo, “bruciato”: invisibile, ma presente come l’anima a guidare le azioni del corpo.

La Ballata è un componimento poetico che affonda le proprie radici nella letteratura popolare. Fondata sul meccanismo della ripetizione, tipico della tradizione orale, mostra perspicue affinità con la musica, che pure ha bisogno di reiterazioni per agganciarsi alla memoria.
Chopin ne scrive quattro, e in esse ripropone la forma letteraria assai fedelmente, riempiendola di suoni anziché di parole e trascurando i riferimenti contenutistici.

Avviene lo stesso anche nelle splendide quattro Ballate op. 10 di Johannes Brahms con l’eccezione della prima, quella “ossianica” tratta esplicitamente da un’antica ballata scozzese, “Edward”, che rappresenta il dialogo serrato tra una madre e il figlio che finisce col confessare l’omicidio del padre. Brahms, lo si diceva in altro luogo, nasce dal cervello di Minerva e la sua musica è già prepotentemente matura in queste opere giovanili, che potrebbero anche essere quelle del commiato.
La pertinenza stilistica con la quale Antonioli conduce la narrazione è, anche con questo autore, encomiabile. (altro…)