Dedicata a New Orleans la 6^ edizione di “Tolfa Jazz”

MarcelloRosa

E’ dedicata a New Orleans la 6^ edizione del festival jazz di Tolfa, in programma dal 17 al 19 luglio, totalmente a ingresso gratuito, nella Villa Comunale della Città.
La manifestazione è stata presentata ufficialmente martedì 14 luglio scorso in un albergo della Capitale alla presenza dell’assessore all’Ambiente, Cultura e Turismo del Comune di Tolfa, Cristiano Dionisi e del Presidente dell’Associazione Culturale Etra, Egidio Marcari; il direttore artistico, Marcello Rosa, ha brevemente illustrato il perché di questo Festival che si pone nel variegato panorama delle manifestazioni estive dedicate alla musica afro-americana con una sua peculiarità: presentare musica che oggi difficilmente si ascolta altrove.
Di qui un cast di eccellente livello comprendente, tra gli altri, Nicky Nicolai e Stefano Di Battista con la big band diretta da Mario Corvini, Harold Bradley & Toto Torquati, Francesca De Fazi e Susanna Stivali (ambedue presenti alla Conferenza stampa) e tre brass band itineranti che faranno rivivere lo spirito di New Orleans.
La bellissima Città di Tolfa (RM) riconferma, quindi, anche quest’anno la sua propensione “artistica”; non a caso questa edizione di “Tolfa Jazz” nasce da un viaggio nella città della Louisiana, compiuto dall’Associazione Etra promotrice e anima della manifestazione.
La prima serata del festival, venerdì 17 luglio, è dedicata al jazz italiano: ad inaugurare l’evento Nicola Tariello, uno dei nuovi talenti della tromba, che presenta lo spettacolo “Sotto le stelle del Jazz” dedicato a Paolo Conte, omaggiando i suoi brani più evocativi e attraversando anche le sonorità del grande jazz del passato, da Louis Armstrong a John Coltrane, da Dizzy Gillespie a Miles Davis. Ne nasce un sound che trova solide radici nella tradizione jazzistica rimanendo al tempo stesso in linea con la versatilità delle tematiche espressive che Conte tratta. Ad accompagnarlo, Mario Corvini (trombone), Marco Guidolotti (sassofono baritono, clarinetto), Simone Alessandrini (sassofono alto e soprano), Pietro Ciancaglini (contrabbasso), Manuel Magrini (pianoforte), Francesco Merenda (batteria). (altro…)

Classica. Il Kronos Quartet e Terry Riley: la terra vista dalla luna

riley

La Nonesuch tributa un omaggio a uno dei più significativi compositori americani moderni in occasione del suo ottantesimo compleanno e lo fa con un box che contiene anche un CD nuovo nuovo, acquistabile separatamente per chi non volesse sobbarcarsi, sbagliando del resto, la spesa della scatola intera.

Il cofanetto, diciamolo subito, è meraviglioso: musica splendida eseguita altrettanto splendidamente dal Kronos Quartet, storico quartetto d’archi americano che, nell’arco di una lunga carriera, è riuscito a mettere a punto un “sound” nel quale la musica classica, il rock più evoluto e il pop convivono felicemente.
Chi non conosce i bellissimi dischi dedicati a Thelonious Monk, ai quartetti di Philip Glass, a Jimi Hendrix farebbe bene a correre a procurarseli. Esecutori di prim’ordine uniti da una sensibilità musicale evoluta, terribilmente convincenti qualsiasi cosa propongano.

Terry Riley è un esponente di spicco della scuola ‘minimalista’ statunitense che annovera tra le proprie fila autori per la verità molto diversi fra loro come Philip Glass (il più popolare e, absit iniuria verbis, il più “facile”), Steve Reich, e La Monte Young che di questo movimento è considerato il padre.
Il minimalismo nasce in letteratura e viene spesso associato in modo semplicistico all’unica idea di ripetizione. In realtà le cose sono più complesse. Il principio, detto un po’ in soldoni, è quello di proporre un’idea (una semplice cellula melodica, oppure un tema più strutturato) e sottoporla ad una serie di procedimenti di variazione, modificandone i parametri in modo sistematico ma, potremmo dire, omeopatico. (altro…)

The Jazz Years, una collana per conoscere il jazz

Milea davis the jazz years

Da quattordici settimane in edicola si trova un Cd di jazz. “Uno solo? E che novità!”, potrebbe rispondere qualcuno. La novità è che l’iniziativa editoriale “The Jazz Years. I grandi album” de “Il Corriere della Sera” ha pregi di solito non riscontrabili nelle operazioni che passano attraverso le edicole; se ne parla da questo sito ora che si è giunti al 14° su ventiquattro album, proprio per non essere accusati di fare promozione o altro.
Qui a far la differenza sono le scelte: invece di mandar in circolazione compilazioni più o meno riuscite o riedizioni più o meno valide, si è deciso di selezionare degli album (pubblicati in origine in vinile) e di riproporli in Cd, mantenendo il “senso profondo” del disco come narrazione sonora in vari capitoli (le tracce), impaginata secondo una precisa sequenza. In tutto si è realizzato unendo da un lato la nota testata giornalistica ed il suo gruppo editoriale (“area collaterali”), dall’altro la Sony nella persona di Luciano Rebeggiani, direttore classica & jazz. Con circa tre dischi per decennio, “The Jazz Years” arriva dagli anni ’20 (Louis Armstrong, Bessie Smith) fino agli anni ’90 (Dave Douglas, Wynton Marsalis), coprendo un arco temporale e stilistico notevole.
Gli “anni del jazz” vengono, in questo modo, rievocati attraverso album ed artisti, senza un ordine cronologico nelle uscite ma con un disegno complessivamente e storicamente valido pur necessariamente incompleto (soprattutto per motivi di cataloghi discografici: non possono esserci né Charlie Parker né John Coltrane). Per ogni Cd è riprodotta la copertina originale in una veste grafica nuova e con un apparato semplice e curato. Ogni uscita prevede un libretto di sedici pagine, con un testo più generale di Ariel Pensa ed uno più musicalmente specifico di Claudio Sessa (redattore e direttore di “Musica Jazz” nel secolo scorso, oggi docente in conservatorio e storico della musica che ha in uscita il volume “Improvviso singolare. Un secolo di jazz”, il Saggiatore, il 25 giugno prossimo). (altro…)

I nostri CD. Dall’arpa alla voce è tutto un bel sentire

I NOSTRI CD

Marcella Carboni – “Still Chime” – abeat 540
Still CimeAlbum assolutamente godibile non fosse altro che per la presenza di due artisti eccellenti sia per la sagacia strumentale sia per il coraggio avuto nell’imbracciare ed affermare due strumenti che nel campo del jazz hanno sempre goduto di poca popolarità: l’arpa e l’armonica. E a questo punto molti avranno già capito che si sta parlando di Marcella Carboni e Max De Aloe. In effetti oggi l’arpa-jazz in Italia è rappresentata quasi unicamente da questa gentile artista la cui disponibilità e bravura abbiamo avuto modo di constatare personalmente nel corso di una breve ma fruttuosa collaborazione. Max lo conosciamo da tanto tempo e mai abbiamo nascosto la stima che nutriamo nei suoi confronti per il modo assolutamente originale con cui affronta ogni brano, ogni partitura, indipendentemente dalle difficoltà esecutive. In questo album il gruppo è completato dalla vocalist Francesca Corrias , dal contrabbassista Yuri Goloubev e dal batterista e percussionista Francesco D’Auria. A ben vedere, eccezion fatta per D’Auria, gli altri tre si conoscono abbastanza bene: Carboni e la Corrias avevano collaborato una decina d’anni fa quando iniziarono una carriera che le avrebbe portate lontano; la stessa Carboni e Max De Aloe hanno di recente firmato assieme l’eccellente album “Pop Harp”. Logico, anche se non del tutto scontato, il fatto che in questo “Still Chime” si avverta immediatamente una bella intesa tra i cinque specie quando dalla pagina scritta si passa all’improvvisazione, vissuta da tutti come un momento particolarmente creativo. In quest’ambito è d’obbligo segnalare l’assoluta globale aderenza al progetto: dalla Carboni che disegna con la sua arpa melodie di rara intensità, a De Aloe che non si limita ad un gioco di preziosi contrappunti disegnando cromatismi di grande suggestione, da Goloubev davvero magistrale sia per il sostegno incessante e preciso sia per gli interventi solistici a D’Auria che sa trovare il giusto colore per ogni brano… a finire con la Corrias vocalist dalle mille possibilità, in grado di ben eseguire brani dalla più diversa connotazione.

Barbara Casini – “Uma Mulher” – Philology 470.2
Uma MulherBarbara Casini è considerata all’unanimità una delle migliori interpreti italiana di musica brasiliana e questo album ne è l’ennesima conferma. Così come è la conferma delle possibilità compositive della vocalist dal momento che accanto ad alcune perle della musica brasiliana figurano ben otto suoi original. Per affrontare questo variegato repertorio, la Casini si presenta alla testa di due formazioni, due trii composti rispettivamente da Alessandro Lanzoni (piano), Gabriele Evangelista (contrabbasso) e Bernardo Guerra (batteria) l’uno e Seby Burgio, Marco Siniscalco e Enrico Morello l’altro. Ovviamente le atmosfere sono diverse: il trio con Lanzoni è più squisitamente jazzistico mentre quello con Burgio si avvicina più al sound brasiliano. Comunque si potrebbe dire, ricorrendo alla matematica, che l’ordine dei fattori non modifica il prodotto.. ovvero sia con l’uno sia con l’altro gruppo la Casini conserva una propria ben precisa individualità caratterizzata soprattutto dall’eleganza e dal rigore con cui la vocalist affronta le diverse partiture. Ed è questa una caratteristica che la Casini ha saputo coltivare nel tempo e che oggi la pone ai vertici del canto jazz italiano, unitamente a poche altre elette. Dell’album in oggetto particolarmente convincenti appaiono le interpretazioni di due brani brasiliani, “Cartomante” di Ivans Lins e Vitor Martins e “Rana de nuvens” di Danilo Caymmi. Quanto alle composizioni della Casini, le stesse si fanno apprezzare sia per la struttura spesso anomala, sia per il bel connubio tra linea melodica e andamento ritmico; da ascoltare con particolare attenzione la title track, il brano più intimista e soffusamente malinconico dell’intero album e la splendida e delicata ballad “Respira piano” impreziosita dal trio di Lanzoni a far da cerniera tra i due interventi vocali della leader. .Una menzione la merita pure l’unico brano con i testi in inglese della stessa Casini, “Life Reassurance” di Paolo Silvestri.

Collettivo T. Monk – “Ugly Beauty” – honolulu records
UglyForse mai come in questo periodo assistiamo ad una messe di omaggi a Thelonious Monk; eppure c’è ancora qualcuno che si sveglia la mattina e chiede: ma ha ancora senso eseguire la musica di Monk così come quella di Ellington o di Coltrane? Domanda francamente stupida…anche perché non si sente alcuno che si chiede se sia ancora il caso di eseguire la musica di Bach. Ciò detto non si può non apprezzare il lavoro svolto dal Collettivo T. Monk ovvero un organico di dodici elementi sorto nel 2013 per iniziativa del chitarrista e arrangiatore Dario Trapani, in cui spiccano tra gli altri i nomi di Andrea Dulbecco al vibrafono e Francesco Lento alla tromba. Registrato nel gennaio del 2014, l’album presenta un repertorio incentrato prevalentemente su brani di Monk, cui si affiancano pochi original e alcune composizioni di Coltrane e Joe Henderson. L’album parte subito forte con una bella interpretazione prima del brevissimo “Abide with me” di William Henry Monk ( organista e musicista di chiesa nonché compositore e editore musicale vissuto in Inghilterra nel XIX secolo) quindi di “Teo” di Monk in cui ascoltiamo una serie di assolo tutti perfettamente centrati: Francesco Lento alla tromba, Nicolò Ricci al sax tenore, Dario Trapani alla chitarra, Riccardo Chiaberta alla batteria. E la sapienza degli arrangiamenti è tale che in ogni brano c’è spazio per gli assolo dei vari musicisti che hanno così modo di farsi apprezzare. A nostro avviso, la carta vincente dell’album è da ricercarsi proprio da un lato nella perfetta aderenza degli arrangiamenti alle possibilità espressive dei singoli e dall’altro alla compattezza dell’organico che si muove con grande disinvoltura anche di fronte a partiture di certo non facilissime. Partiture che ci riportano i vari brani in una veste che pur aderendo all’originale è tuttavia caratterizzata da sicura originalità ad esempio nella strutturazione degli unisono dei fiati così come nella ricerca timbrica. (altro…)

I NOSTRI CD. “NORDICI” IN PRIMO PIANO

I NOSTRI CD

Mohammed Abozekry – “Ring Road” – Jazz Village 570044
ring-road-300x300Ecco un album in cui la tanto strombazzata commistione di elementi diversi trova una declinazione intelligente e artisticamente di livello. Mohammed Abozekry è ben conosciuto in patria (Egitto) ed ora apprezzato anche nella sua terra d’elezione (la Francia). In effetti si tratta di un personaggio straordinario, assolutamente fuori dal comune. Allievo del grande ‘oudista’ iracheno , Naseer Shamma, fondatore della ‘Casa del liuto arabo’ al Cairo nel 1989, a quindici anni Mohamed Abozekry diviene il più giovane professore di oud del mondo arabo. Nel 2007 un incontro che sarà determinante per la sua vita non solo artistica: fa la conoscenza del chitarrista lionese Guillaume Hogan che lo introduce negli ambienti della città francese dove il giovane egiziano completa i suoi studi di musicologia e forma il suo primo gruppo ‘Heejaz’. Segue il suo primo album ‘Chaos’ ed ecco questo secondo ‘Ring Road’ in cui il musicista egiziano conferma un grande talento alla testa del suo ‘Heejaz extended’ ovvero il sassofonista Benoît Baud, il contrabbassista Hugo Reydet, il pianista Ludovic Yapaudjian e Anne-Laure-Bourget alle percussioni (tablas, daf, cajon e darkouka). La miscela che i cinque riescono a comporre è davvero affascinante: input provenienti dal jazz, dal rock, dal flamenco, dal latin, ovviamente dalla musica araba, vengono amalgamati in un unicum di rara efficacia. La bellezza della linea melodica – così ben costruita dallo stesso Abozekry nella duplice veste di compositore ed esecutore – viene ulteriormente valorizzata da un variegato tappeto ritmico intessuto dalle percussioni di Anne-Laure-Bourget. Dal canto suo Abozerky si dimostra leader di grande intelligenza in quanto, oltre a prendersi un giusto spazio come solista (senza per altro esagerare sul coté virtuosistico), allo stesso tempo lascia ampia libertà ai suoi partners di esprimere appieno il proprio talento. Il tutto condito da un groove eccezionale che dal nostro punto di vista si fa fatica ad immaginare in un musicista arabo.

Jakob Bro – “Gefion” – ECM 2381
GefionEcco un album che sembra fatto apposta per gli amanti della chitarra… ma forse ancora di più per gli amanti del contrabbasso. In effetti se è vero che il disco è a nome del chitarrista Jakob Bro, è altrettanto vero che al suo fianco possiamo ascoltare uno strepitoso Thomas Morgan mentre alla batteria troviamo il sempre superlativo Jon Christensen. Avevamo avuto modo di apprezzare il talento di Bro ascoltandolo in “Dark Eyes” con Tomasz Stanko e in “Garden of Eden” con la Paul Motian Band ma in questo CD, firmato da leader, il suo talento brilla ancora più luminoso. E non solo come chitarrista dal momento che Bro firma tutti i brani dell’album suscitando in chi scrive un’impressione molto positiva. In effetti amiamo molto sia le atmosfere nordiche sia la cosiddetta estetica ECM ampiamente esemplificate nei brani di “Gefion”. Atmosfere nordiche e estetica ECM si diceva: in effetti la musica di Bro e compagni è aerea, quasi sospesa, a richiamare i grandi spazi, i grandi silenzi del Nord, lavorando quasi per sottrazione, senza che i tre abbiano minimamente cura di compiacere l’ascoltatore. La musica avanza a tratti, delicatamente, aperta, dove la struttura ha un’importanza non determinante, sempre punteggiata da un prezioso dialogo tra chitarra e contrabbasso e spesso capita di pensare che lo strumentista principale non sia Bro ma Morgan dato il grande lavoro di contrappunto e di svolgimento della linea melodica svolto dal contrabbasso. E ciò trova la sua logica spiegazione nel fatto che Bro e Morgan negli ultimi sei anni hanno collaborato fruttuosamente, cementando un’intesa che nell’album si evince chiaramente. Dal canto suo Christensen sottolinea il tutto con estrema delicatezza specie sui piatti. Un’avvertenza: per chi nella musica cerca soprattutto carica ritmica, movimento, energia chiaramente espressa, l’ascolto è vivamente sconsigliato.

Cyminology – “Phoenix” – ECM 2397
PhoenixIn passato ci siamo già occupati di questo eccellente gruppo costituito dalla cantante Cymin Samawatie nata in Germania da genitori persiani, dal pianista Benedikt Jahnel nato in Francia e cresciuto in Germania, dal percussionista Ketan Bhatti originario dell’India ma formatosi nella capitale tedesca, dal contrabbassista Ralf Schwarz tedesco, con l’aggiunta, nell’occasione, dell’altro tedesco, Martin Stegner, eccellente specialista della viola nonché membro della Filarmonica di Berlino. Giunta al suo sesto album, il terzo per ECM, la formazione ci pare abbia raggiunto una sorta di quadratura del cerchio: un repertorio sempre più centrato sulle possibilità espressive del gruppo; un equilibrio notevole tra pagina scritta e improvvisazione, tra modernità e tradizione, tra Europa e Medio Oriente; un mix assolutamente indovinato tra poesia persiana e musica contemporanea; una ricerca molto spinta sulla timbrica e sul connubio tra voci e strumenti. Per quanto concerne il repertorio, i testi provengono questa volta, oltre che dalla stessa Samawatie, da due poeti persiani del Novecento, vale a dire Forough Farrokhzaad e Nima Yushi, e dal poeta mistico del dodicesimo secolo Hafez. Cymin li interpreta con pertinenza e sincera partecipazione: non a caso la sua formazione si è basata sulle due culture e le due lingue che le sono proprie, quella tedesca e quella persiana, con una profonda preparazione sulla musica classica conseguita ad Hannover e un’approfondita pratica su percussione e piano, così come sul jazz vocale e composizione a Berlino. Insomma un’artista assolutamente particolare che riesce a coniugare cultura europea e tradizione medio-orientale in un connubio di assoluta originalità. Ovviamente, la bella riuscita dell’album è dovuta anche alla perfetta intesa esistente fra i cinque: il dialogo tra strumenti e tra strumenti e voce è fitto, continuo, a tratti entusiasmante. Il tutto giocato su cantabilità e melodia che sembrano essere i pilastri su cui si sviluppa quel fitto intreccio cui si faceva riferimento con una raffinatezza che oggi caratterizza la cifra stilistica del gruppo.

Mathias Eick – “Midwest” – ECM 2410
MidwestIntitolando l’album ‘Midwest’ , il giovane trombettista norvegese Mathias Eick ha probabilmente voluto chiudere una sorta di cerchio rosso facendoci rivivere un lungo viaggio che, partendo da Hem, il piccolo paesino dove il trombettista è cresciuto arriva fin nelle pianure del Dakota, nel Midwest per l’appunto, dove si riversarono centinaia di migliaia di norvegesi attraversando i mari nel XIX secolo e agli inizi del XX secolo, portando con loro la propria musica. E nel Midwest si respira ancora oggi una certa atmosfera assai vicina alla Norvegia; non a caso lo stesso musicista, dopo una lunga tournée negli States, confessa “ siamo arrivati nel Midwest rurale e mi sono sentito immediatamente come se fossi in Norvegia. Ho subito capito perché i primi immigrati avessero voluto costruire laggiù. Mi ricordava molte parti della mia terra.” Ciò ad intendere che Eick ha voluto cercare e trovare una sintesi tra la sua ispirazione folkloristica e l’amore per il jazz nord-americano. Se queste sono le premesse, occorre subito dire che la musica messa in campo dal gruppo le conferma appieno: in effetti nei vari brani è ben possibile leggere sia il portato della musica tradizionale norvegese, sia un linguaggio prettamente jazzistico. Non a caso il quintetto è costituito e da artisti particolarmente versati nella musica folk (Gjermund Larsen al violino e Helge Norbakken alle percussioni) e da jazzisti affermati come il pianista Jan Balke e il contrabbassista Mats Eilertsen. Così la musica si dipana in perenne equilibrio tra questi due poli attraverso un fitto dialogo tra i due attori principali, vale a dire il leader e Larsen. Di qui un alternarsi di atmosfere sempre perfettamente equilibrate dalla tromba di Eick che dimostra anche una bella vena compositiva (tutti i brani sono suoi) con una particolare predilezione per la ricerca melodica declinata spesso attraverso lo sviluppo di piccoli nuclei tematici. Eccellente, comunque, anche il lavoro degli altri tre: Balke si conferma pianista dalle brillanti intuizioni in fase sia di accompagnamento sia solistica, mentre Eilertsen e Norbakken, pur partendo da basi diverse, riescono a produrre un sostegno ritmico di grande efficacia .

George Haslam – “Suite of dreams” – Slam 330
sUITE OF DREAMSAssai interessante questo album registrato in trio da George Haslam al sax baritono, clarinetto e tarogato (uno strumento in legno della tradizione ungherese, a metà fra un sax soprano ed un clarinetto), Richard Leigh Harris al piano e tastiere e Steve Kershaw al contrabbasso ed effetti elettronici. L’album, registrato negli HSD Studios di Oxford, fa parte di quel progetto denominato “The Oxford Jazz Masters Series” (OxJaMS) voluto e lanciato dallo stesso Haslam nel 2005 per dare visibilità ai migliori esponenti della free-improvisation, dell’avanguardia e del jazz contemporaneo. Dico subito che, a mio avviso, non tutte le ciambelle dell’avanguardia riescono col buco, tanto è vero che in questa stessa rubrica si recensisce un album che poco o niente mi ha convinto. Questa “Suite of dreams” invece appare come un’opera ben concepita, ben strutturata e ben condotta secondo un filo logico che è possibile individuare all’interno delle improvvisazioni, a volte travolgenti, dei tre che si esprimono in differenti contesti: da soli, in duo (nelle tre possibili combinazioni), in trio. Così la musica si dipana passando da atmosfere intimiste ed eteree a segmenti molto più materici. Egualmente a momenti di tensione si contrappongono momenti di distensione in cui , alle volte, si avverte una certa cantabilità senza che ciò faccia scadere il tutto nel facile ascolto o nella banalità. Quasi inutile sottolineare la bravura strumentale e la capacità improvvisativa dei tre che si esprimono senza alcuno sforzo apparente e soprattutto mantenendo il suono reale degli strumenti senza quelle forzature tipiche di certo free. In un’opera del genere evidenziare un brano rispetto agli altri è sempre molto difficile tuttavia molto mi ha colpito “Dèja-vu” tutto giocato su un interessante dialogo pianoforte-contrabbasso in cui Haslam e Kershaw evidenziano una bella carica ritmica e un’empatia straordinaria dovuta anche al fatto di aver lungamente collaborato negli anni precedenti questa registrazione.

Vijay Iyer Trio – “Break Stuff” – ECM 2420
BreakStuff_allaboutjazz_ka“Break Stuff” è un titolo assolutamente esemplificativo nel senso che nella musica presentata da questo eccellente trio acustico in esercizio da più di dieci anni (Vijay Iyer piano; Stephan Crump contrabbasso; Marcus Gilmore batteria) si avverte in effetti quanto siano importanti pause e silenzi in un contesto, per altro, caratterizzato spesso da ritmi sostenuti e da andamenti a tratti fortemente percussivi. Il tutto a evidenziare la grande conoscenza dell’universo pianistico – e più in generale musicale – di Vijay Iyer le cui ascendenze possono ritrovarsi sia in McCoy Tyner che in Paul Bley, sia in John Taylor che in Mal Waldron… e l’elenco potrebbe continuare. Ma ciò non significa una mancanza di originalità, tutt’altro! Vijay è un artista assolutamente maturo, che ha raggiunto un livello di espressività affatto personale, e che, proprio per questo, è in grado di dire una parola nuova nel variegato panorama dal pianismo jazz. La sua musica è coinvolgente e , non essendo imbrigliata in strutture particolarmente rigide, riesce spesso a stupire l’ascoltatore con soluzioni improvvise e la reiterazione di piccoli nuclei tematici tipica del suo patrimonio culturale (Iyer è nato a New York ma da genitori indiani Tamil). Quanto alla valenza del repertorio, dei dodici brani presentati nove sono composizioni originali del leader cui si affiancano tre standard “Works” di Thelonious Monk, “Blood Count” di Billy Strayhorn (in cui Iyer si produce in un toccante piano-solo) e “Countdown” di John Coltrane; ebbene, anche in questa occasione, il pianista mantiene intatta la sua cifra stilistica declinata attraverso un pianismo ora scintillante ora meditativo, con un tocco di straordinaria eleganza e soprattutto, come si accennava in apertura, con una importanza determinante data alle pause e al silenzio nel tentativo, perfettamente riuscito, di dare spazio alla musica, alle note. Infine, lo diciamo spesso ma crediamo sia una notazione imprescindibile, l’ottima riuscita del disco è dovuta sì all’abilità compositiva ed esecutiva del leader ma anche alla sapienza dei suoi partners e alla perfetta empatia del trio.

Anders Jormin, Lena Willemark, Karin Nakagawa – “Trees of Light” – ECM 2406
trees-of-lightAssolutamente spiazzante questo album che vede il contrabbassista svedese in trio con la vocalist, violinista e violista Lena Willemark che si rifà viva in casa ECM dopo dieci lunghi anni e la giapponese Karin Nakagawa specialista del koto a 25 corde. Come si nota un organico inusuale per una musica inusuale, che sfugge a qualsivoglia definizione. Ovviamente non si può parlare di jazz ché solo il fraseggio di Jormin alle volte richiama questa musica; non si può parlare di folk anche se in certi brani (ad esempio ‘Slingerpolska’ l’ispirazione sembra essere proprio questa); forse… ma solo forse… sarebbe opportuno parlare tout court di musica contemporanea lasciando ampio spazio a qualsiasi interpretazione. In effetti con questo album Jormin, Willemark e Nakagawa superano ogni confine di spazio e di tempo: la loro musica suona allo stesso tempo arcaica e moderna e può trovare una propria adeguata collocazione sia nel Vecchio Continente sia nell’Estremo Oriente. Per non parlare delle possibilità espressive che i tre riescono ad ottenere facendo risuonare i loro strumenti (ivi compresa la voce) in modo completamente ‘altro’ rispetto a quanto siamo abituati ad ascoltare. Di qui quel senso di straniamento, di spiazzamento cui si accennava in apertura; di qui la difficoltà di sintonizzarsi immediatamente sulla stessa lunghezza d’onda del trio…ma una volta riusciti ad afferrare il filo del discorso, allora non lo si molla più e si arriva alla fine dell’album come se la musica ascoltata non fosse stata sufficiente. Il tutto impreziosito dal fatto che si possono anche seguire i testi cantati dalla Willemark in una lingua regionale svedese, grazie alla traduzione in inglese contenuta nel booklet. Insomma se avete voglia di ascoltare qualcosa di veramente diverso, allora non lasciatevi sfuggire questo album.

Sinikka Langeland – “The half-finished heaven” – ECM 2377
The half-finishedSplendido album questo “The Half-Finished Heaven” targato ECM, uscito proprio in queste settimane e registrato a Oslo nel gennaio del 2013. Protagonista, nella duplice veste di compositrice ed esecutrice, la norvegese Sinikka Langeland, specialista del kantele (lo strumento tipico della tradizione folk finlandese) , che coniuga la maestria sullo strumento con un vocalismo molto particolare. Nell’occasione la vocalist è accompagnata da Trygve Seim al sax tenore, Markku Ounaskari alle percussioni, suoi “vecchi” compagni di strada, e Lars Anders Tomter considerato uno dei migliori esponenti de violismo contemporaneo. Il tutto ad elaborare una musica frutto di un’intelligente e sentita fusione tra musica popolare, folcloristica e linguaggio jazzistico, sulla scorta di un’estetica che nella ECM ha trovato la sua più completa estrinsecazione. Insomma una musica tutta giocata sui registri medio-bassi che richiama le atmosfere tipiche del Nord-Europa, un’apparente immobilità densa però di significati, un diffuso senso di malinconica dolcezza, una profondità d’ispirazione che, se hai orecchie e cuore aperti, arriva davvero a toccarti nel profondo. Sinikka evidenzia ancora una volta la sua grande conoscenza dell’universo sonoro, senza distinzioni di genere, riuscendo a fondere la sua voce nella timbrica particolare prodotta da un ensemble di certo non usuale come quello citato in precedenza. In particolare il suono della viola dà al tutto un colore particolare ben equilibrato dalle percussioni di Ounaskari mai invadenti seppur nella loro costante presenza. Dal canto suo Trygve Seim si conferma uno dei più interessanti sassofonisti europei formatosi sullo stile di Jan Garbarek da cui, però, sembra finalmente poter prendere le distanze.

Pablo Márquez – “Gustavo Leguizamòn – El Cuchi bien temperado” – ECM 2380
el-cuchi-bien-temperadoAlbum di estremo interesse questo che vede il chitarrista Pablo Márquez alle prese con la musica di Gustavo Leguizamòn. E forse vale la pena spendere qualche parola di presentazione sia sullo strumentista sia sul compositore. L’argentino Gustavo Leguizamòn, affettuosamente soprannominato “Cuchi” (letteralmente “maiale”, ma la parola risale al quechua, antica lingua degli Incas parlata ancora a Salta, dove Gustavo nacque e Márquez crebbe) era, pianista, chitarrista, poeta, avvocato e professore di storia…. ma soprattutto compositore tra i più noti ed apprezzati del suo Paese. Artista fortemente legato alla musica popolare seppe tuttavia introdurre profonde innovazioni dal punto di vista armonico tanto che la sua musica è considerata qualcosa di assolutamente personale e irripetibile anche perché, oltre che dalle radici popolari, trae ispirazione da compositori ‘colti’ quali Debussy, Ravel, Stravinsky e Schoenberg . E proprio alla sua arte si è rivolto, come faro lumeggiante, uno dei grandi artisti dell’odierna musica argentina, Dino Saluzzi. Dal canto suo Pablo Márquez è un chitarrista di estrazione classica, dotato di tecnica sopraffina e di grande sensibilità che gli hanno consentito di leggere con grande efficacia la musica di Leguizamón. L’incontro fra i due avvenne quando Leguizamón fu insegnante di storia di Márquez presso il Colegio National quando il chitarrista aveva solo tredici anni. Di qui una profonda ammirazione che mai è venuta meno nel tempo, come documenta l’album in oggetto i cui motivi di interesse stanno, oltre che nell’intelligente e personale rilettura dei brani di Leguizamòn, nel fatto che Márquez
ha dovuto superare un altro non facile ostacolo: rendere con la sola musica anche i testi importanti che fanno parte integrante dell’opera di Leguizamòn. Così, ad esempio, in “Chacarera del expediente” si parla della condizione della povera gene in contrapposizione alla corrotta classe politica (vi ricorda qualcosa?) . Da sottolineare infine come il chitarrista , nel celebrare Leguizamòn , abbia voluto, nello stesso tempo, rendere omaggio ad altri grandi della musica argentina, da Juan Falù a Ricardo Moyano, da Hilda Herrera a Dino Saluzzi. (altro…)

Sile Jazz 2015 “In Giro”: dall’11 giugno al 19 luglio nella Marca Trevigiana

“SILE JAZZ 2015”
IV edizione
Percorso musicale sul fiume
 “IN GIRO”
“Sile Jazz” è una rassegna di concerti nata nel 2012 e oramai conosciuta nella Marca Trevigiana, organizzata dall’etichetta trevigiana nusica.org, con direzione artistica del bassista Alessandro Fedrigo e del sassofonista Nicola Fazzini, con la collaborazione dello studio_15 design di Preganziol (TV) e della Scuola di musica “Thelonious Monk” di Mira (VE).
Vede il sostegno dei Comuni aderenti, di Parco del Sile, Provincia di Treviso, Regione Veneto nonché la partecipazione di alcuni sponsor privati: Galliano Caffè, TREVISOSTAMPA, Perlage, B&B il Bruscandolo, Avis Morgano, Pànchic, Sparkasse Cassa di Risparmio, BW PREMIER BHR Treviso Hotel, Gioja Lounge Bar e Osteria DiVino.
“In Giro”: la quarta edizione di “Sile Jazz” racconta il territorio uscendo dal consueto percorso del fiume e fa di nuove location, insolite e suggestive, il teatro degli eventi. Restituisce al pubblico il senso di un ‘paesaggio da abitare’. Invita gli ascoltatori a passeggiare e spostarsi in bicicletta per raggiungere i luoghi dei concerti, partecipando così al ‘movimento’ che caratterizza già il jazz come musica del nostro tempo.
La manifestazione si svolgerà dal 14 giugno al 19 luglio (con un’anteprima l’11 giugno) toccando i comuni di Casale sul Sile, Casier, Mogliano Veneto, Morgano, Quinto di Treviso, Silea, Treviso e Vedelago.
Per la quarta edizione “Sile Jazz” cambia la propria formula e propone, nei weekend di giugno e luglio, un nuovo ciclo di eventi che si terranno di giorno e la sera. L’accesso sarà rigorosamente a ingresso libero e gratuito.

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