Amiri Baraka poeta performer lascia un vuoto incolmabile

Amiri Baraka giovane

Repentina la scomparsa, il 9 gennaio a Newark, di Amiri Baraka. Il settantanovenne poeta afroamericano (narratore, autore teatrale, saggista, critico musicale, editore e attivista politico che molti metaforici orfani lascia) fino all’autunno 2013 conduceva la sua solita esistenza, divisa tra militanza politica, conferenze, performance. In ottobre era stato in Italia: a Milano per “Aperitivo in concerto” e nella capitale per il “Roma Jazz Festival”, dedicato al rapporto tra musica e letteratura. Baraka era apparso un po’ affaticato ma sempre militante e battagliero, con la borsa di cuoio piena di pubblicazioni autoprodotte e la parola che – sul palco e dentro il microfono – si muoveva ritmando come una batteria ed improvvisando come un sassofono.

Davvero sterminata la produzione/azione di Baraka, una galassia, come sottolineava Franco Minganti, curatore con Giorgio Raimondi della caleidoscopica ed eccellente antologia “Amiri Baraka. Ritratto dell’artista in nero” (Bacchilega 2007). Letteratura (poesia, teatro, narrativa, saggistica, spoken word e performance poetry), politica culturale, politica come azione concreta e musica. In essa è oggi, tempo di veloci bilanci post-mortem, importante individuare  il seminale e costante lavoro critico di Amiri Baraka  come il suo essere “un jazzista della parola”.

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Franco D’Andrea. Monk and the Time Machine

Franco D'Andrea - foto Andreas Pichler

Effervescente conferenza stampa di presentazione incentrata su Franco D’Andrea il 10 mattina all’auditorium Parco della Musica. Carlo Fuortes (amministratore delegato della fondazione “Musica per Roma”), Roberto Catucci (responsabile dell’etichetta Parco della Musica Records) e soprattutto D’Andrea (proclamato miglior musicista del 2013 dal referendum della rivista “Musica Jazz”) hanno illustrato vari progetti e dialogato con giornalisti ed addetti ai lavori per circa un’ora; c’è stato anche il tempo per una breve esibizione in piano solo nonché per aneddoti e ricordi del musicista meranese, particolarmente comunicativo.

In buona sostanza è stato presentato il doppio Cd “Monk and the Time Machine” (uscita ufficiale 13 gennaio), registrato il 22-23 aprile 2013 al Parco della Musica e realizzato da D’Andrea insieme al suo rodato sextet: Mauro Ottolini, Andrea Ayassot, Daniele D’Agaro, Aldo Mella e Zeno De Rossi. “Monk – ha spiegato il pianista – è arrivato tardi nel mio  immaginario sonoro, negli anni ’80. Prima non l’avevo capito bene; è un musicista emblematico che porta in sé tutte le tracce della storia del jazz, avendo cominciato dallo stride piano. E’ una personalità avventurosa, molto avanti rispetto alla sua epoca, e c’è qualcosa che sempre sfugge. All’interno della sua musica ci sono una serie di mondi che si possono scomporre”. Dopo alcune registrazioni in piano solo, questo è il primo album con formazione allargata da lui dedicato al magistero di Thelonious Monk.

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De Vito e Marcotulli alla Casa del Jazz

Rita Marcotulli

Per chi ama gli standards derivanti dal jazz una buona notizia: mercoledì 6 novembre, alla Casa del Jazz, un nuovo ciclo dedicato alle melodie immortali ideato e condotto da Gerlando Gatto.

Il perché questa iniziativa ha ottenuto un clamoroso successo di pubblico è racchiuso in due semplici considerazioni: la bellezza dei brani conosciuti anche da chi non ama il jazz, la bontà delle esecuzioni sia quelle in disco o in video sia quelle live. Al riguardo da non perdere la prima puntata che vedrà, in veste di ospiti, due straordinarie artiste, ai massimi livelli internazionali: la vocalist Maria Pia De Vito e la pianista Rita Marcotulli.

Da sempre attratta dalle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito si dedica allo studio del canto lirico e contemporaneo, concentrandosi anche sulla composizione e l’arrangiamento. Intraprende l’attività concertistica nel 1976: le prime esperienze le consentono inoltre di sviluppare doti di strumentista, dedicandosi alla chitarra, vari strumenti a plettro  e alle percussioni. Le sperimentazioni avvengono in gruppi di ricerca sulla musica etnica, interessati alla polifonia etnica ma non solo, con particolare attenzione alle tradizioni dell’area mediterranea, balcanica e sudamericana. Nel 1980 avvia l’attività in ambito jazzistico e nel giro di pochi anni si ritroverà a collaborare stabilmente con riconosciuti musicisti: John Taylor, Ralph Towner, Rita Marcotulli, Ernst Rejiseger, Paolo Fresu, Norma Winstone, Steve Swallow, Gianluigi Trovesi. Oggi è considerata una delle voci più interessanti dell’intero Vecchio Continente.

Rita Marcotulli è una delle pianiste italiane più apprezzate a livello internazionale, dotata di una sensibilità e di capacità compositive e improvvisative uniche. Nata a Roma, dopo una formazione classica presso il Conservatorio di Santa Cecilia, inizia a collaborare dai primi anni ‘80 con importanti musicisti europei e americani come Jon Christensen, Richard Galliano, Steve Grossman, Joe Henderson, Pat Metheny, Michel Portal, Enrico Rava, Aldo Romano e Kenny Wheeler. Nel 1987 viene nominata Miglior nuovo talento da “Musica Jazz”. Nel 1988 entra a far parte della Billy Cobham’s band. Ha composto numerose colonne sonore, musiche per progetti di danza per Roberta Garrison e Teri J. Weikel. Attualmente suona in numerose formazioni e l’ultimo suo album racchiude la colonna sonora del film “Una piccola impresa meridionale”.

Questo duo, di straordinaria caratura, presenterà alcuni brani brasiliani ben distanti sia dal samba sia dalla bossa-nova; in particolare ascolteremo “Beatriz” di Chico Buarque de Holanda ed Edu Lobo , “Essa mulher” di Joyce e Ana Terra, “Ohla Maria” di Tom Jobim, Chico Buarque e Vinicius de Moraes, “Chorinho pra ele” di Hermeto Pascoal.

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I nostri CD. IN DUE SI SUONA MEGLIO

I NOSTRI CD

In campo musicale la formula del duo è particolarmente rischiosa in quanto se è vero che esalta ogni potenzialità dell’artista, è altrettanto vero che nulla perdona: ogni minimo sbaglio, ogni incertezza viene evidenziato e denunciato senza scampo. Per fortuna, negli album che vi presento in questa sede di incertezze non ne ho sentite in quanto si tratta di artisti davvero di grande statura.

Ralph Alessi, Fred Hersch – “Only Man” – Cam Jazz 7864-2

Questo è il secondo album del trombettista Ralph Alessi per la Cam dopo il debutto con “Cognitive Dissonance”. Questa volta Ralph si presenta in duo con Fred Hersch , un pianista che in questi ultimissimi tempi sta raccogliendo i favori del pubblico e della critica anche italiani avendo firmato un altro eccellente album in duo, con il clarinettista Nico Gori (“DaVinci” Bee Jazz, 2012) . Questo “Only Man” non è certo di facile ascolto data anche la particolarità dell’organico; eppure, se si supera lo scoglio dei primi due, tre minuti d’ascolto, poi il CD presenta come una sorta di forza ipnotica che ti porta alla fine dei sessanta minuti di musica. Tuttavia, per una piena comprensione, il disco necessita almeno di due, tre ascolti. In effetti il percorso disegnato dai due si svolge attraverso un sentiero stretto, difficile, composto da brani originali con l’eccezione di due composizioni altrui: “San Francisco Holiday” di Thelonious Monk e “Blue Midnight” di Paul Motian. Ciò detto va rilevata la forza espressiva dei due musicisti che si muovono con grande musicalità e sensibilità sia che improvvisino sia che eseguano parti totalmente scritte. In particolare il pianista evidenzia un eccellente controllo della propria energia oscillando tra romanticismo e astrattismo mentre il trombettista si muove su uno spettro sonoro molto ampio ,utilizzando anche la sordina, con un fraseggio stretto, asciutto, breve, caratterizzato da un costante controllo della dinamica. Di qui una musica in costante equilibrio creativo e sonoro in cui mai, neppure per un momento, si ha la sensazione che il tecnicismo prevalga sulla sincerità dell’ispirazione; anzi, in alcuni momenti si ha la sensazione che i due procedano per sottrazione, lasciando respirare le note, lasciando all’ascoltare il tempo di assorbirle, di comprenderne la portata.

La bellezza della struttura. Il fascino dell’improvvisazione

Nico Catacchio

Nico Catacchio

La notizia è giunta immediata, in apertura di serata: Giampiero Rubei, presentando l’ultimo appuntamento della nuova serie “Parole & Musica” condotta da Gerlando Gatto, ha annunciato che il nostro direttore tornerà in autunno alla Casa del Jazz con le sue “Guide all’ascolto”. Questa decisione è il frutto anche del buon andamento che hanno avuto queste quattro serate in cui Gatto ha intervallato i concerti con interviste mirate soprattutto a meglio far comprendere la musica che si ascoltava. Di qui la reazione positiva del pubblico e la sincera soddisfazione degli artisti che hanno partecipato a questa non facile impresa.

Come si accennava, lunedì 29 luglio ultima serata: ospite il trio del contrabbassista Nico Catacchio completato da Nico Morelli al pianoforte e Michele Salgarello alla batteria. In apertura, Gatto ha tracciato una breve storia del contrabbasso nel jazz aiutato dallo stesso Catacchio che ha tradotto sullo strumento alcune affermazioni del presentatore; quindi via al concerto con un primo original del contrabbassista “Revolving”… e si è capito subito che il trio era in serata: perfetto l’interplay, superlativo il groove, magnifica la spinta sia di Morelli sia di Salgarello mentre il leader si accollava il duplice compito di solista e di accompagnatore dimostrando anche una bella capacità di scrittura. Capacità che non era certo sconosciuta al vostro cronista dato che i brani presentati lunedì facevano tutti e quattro parte dell’ottimo album  “The second apple” uscito pochi mesi fa. Sull’onda di questo felice avvio, Catacchio ha risposto con competenza ed una notevole dose di leggero umorismo (dote che mai guasta in simili appuntamenti) alle domande di Gatto affrontando anche temi complessi come l’importanza della commistione fra differenti linguaggi quale strada per un ulteriore sviluppo del jazz; in questo ambito è stata evidenziata l’importanza degli standard ma non come sterile repertorio ma come materiale da far rivivere grazie alla propria sensibilità e al proprio personalissimo gusto. Così dopo il brano che da il titolo all’album di Catacchio, abbiamo ascoltato uno dopo l’altro tre splendidi standard: “The way you look tonight” di Kern e Fields, la poco battuta “Ballad of the sad young man” di Wolf e Landesman e “Almost like being in love” di Loewe e Lerner e il trio ha fatto capire cosa significa reinterpretare brani celebri, rendendoli freschi, ancora una volta attraenti con Morelli in grande spolvero grazie ad una tecnica prodigiosa ed una squisita sensibilità, con Salgarello mai invadente seppur costantemente propulsivo, e il leader a disegnare, a costruire le sue strutture con un senso del tempo e dello spazio davvero non usuali.

Il concerto si è chiuso con la riproposizione di altri due brani del già citato album, “Esiàn” e “Qui” tra gli applausi convinti del pubblico.

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Convincente performance del trio di Giulio Stracciati

Giulio Stracciati1Ancora una bella serata, lunedì 15 luglio, alla Casa del Jazz di Roma. Nell’ambito dell’annuale Festival estivo, sul palco il trio del chitarrista senese Giulio Stracciati, coadiuvato da Franco Fabbrini al contrabbasso e Francesco Petreni alla batteria, e il nostro direttore Gerlando Gatto. In programma il secondo appuntamento del nuovo ciclo “Parole & Musica – Incontri sotto le stelle”, ideato e condotto per l’appunto da Gatto, con il precipuo intento di agevolare il pubblico in una migliore conoscenza sia del musicista ospite sia della musica proposta.

In apertura, come aveva già fatto l’altra volta per la fisarmonica, Gatto ha fornito un sintetico quadro dell’importanza della chitarra nell’ambito del jazz, dopo di che la parola è passata a Giulio Stracciati che ha intonato il celebre “Falling Grace” di Steve Swallow.

Il pubblico ha mostrato immediatamente di gradire sia lo stile del chitarrista sia le sue risposte alle incalzanti domande di Gatto: così c’è stato un applauso a scena aperta quando Stracciati ha sottolineato la decadenza culturale del nostro Paese così come quando ha evidenziato che pagare 20.000 euro per un solo concerto è affatto paradossale nell’attuale situazione.

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